Nova, 2 aprile 2015
Il procuratore generale egiziano, Hisham Barakat, ha ordinato l'ispezione urgente di sette prigioni. Secondo il quotidiano "al Masry al Youm" la disposizione è stata presa dopo la decisione di indagare sulle torture di alcuni detenuti nel carcere di Abu Zaabal, nel governatorato di Qalubia. Il Consiglio nazionale egiziano per i diritti umani (Enhcr) ha chiesto l'apertura dell'inchiesta, dopo che una delegazione ha incontrato cinque detenuti che hanno detto di essere stati picchiati. La visita nel carcere è stata decisa dopo una denuncia presentata dal giornalista incarcerato Ahmed Gamal Ziyada, che sosteneva di essere stato torturato. L'Enhcr ha affermato, in un suo report, che i prigionieri vengono picchiati, non hanno accesso ai servizi igienici e hanno poco cibo e acqua potabile. Le autorità hanno chiesto di incontrare 12 prigionieri, ma sono stati autorizzati a parlare sono con cinque.
Ansa, 2 aprile 2015
Al Qaida nella penisola arabica (Aqpa) ha assaltato un carcere nello Yemen e ha liberato oltre trecento detenuti, tra cui uno dei suoi leader. Lo ha riferito una fonte della sicurezza di San'a. L'assalto è avvenuto nella prigione centrale di Moukalla, nel sudest del Paese. "Un dirigente di Aqpa, Khaled Batarfi, in carcere da oltre quattro anni, figura tra gli oltre trecento detenuti che sono riusciti a evadere dal carcere centrale di Moukalla", nella provincia di Hadramout, attaccata prima dell'alba dai combattenti della rete estremista, ha dichiarato questa fonte.
Alessandro Campi
Il Mattino, 1 aprile 2015
Sono davvero tante le cose che colpiscono in quest'ennesimo scandalo politico-affaristico che ha per epicentro Ischia, per posta in gioco giudiziaria la corruzione legata agli appalti per la metanizzazione dell'isola, per protagonisti uomini del Pd e del mondo delle cooperative e che tra le comparse e i personaggi secondari annovera niente meno che Massimo D'Alema.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015
Non è proprio che le carceri italiane scoppino di detenuti per corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione. I dati più recenti dell'amministrazione penitenziaria fotografano una realtà per certi versi sorprendente, almeno per chi, sulla scia delle continue inchieste di questi anni soprattutto sulle grandi opere pubbliche, individua nella corruzione, insieme con la mafia, la vera emergenza criminale italiana. La gravità del fenomeno infatti non si rispecchia nel numero dei detenuti: per la corruzione "classica", quella propria, le presenze nelle carceri sono in tutto 226. Oltretutto con l'avvertenza che, nel caso in cui a una persona siano ascritti anche altri reati, appartenenti a categorie diverse da quella dei delitti contro la pubblica amministrazione, il conteggio può essere plurimo.
di Simona D'Alessio
Italia Oggi, 1 aprile 2015
Giro di vite per reati di associazione mafiosa (la pena massima arriverà fino a 26 anni di reclusione). E maggiore severità pure nei confronti di chi, sotto processo per illeciti nei confronti della pubblica amministrazione, chiederà di accedere al patteggiamento: sarà concesso, ma soltanto in caso di "restituzione integrale del prezzo, o del profitto del reato" commesso.
di Errico Novi
Il Garantista, 1 aprile 2015
Il Pd ammette la propria impotenza sulla giustizia davanti all'opinione pubblica. Tre suoi rappresentanti intervengono al convegno organizzato dall'Unione Camere penali dal titolo "Prescrizione: un nodo da sciogliere": si tratta dei deputati Alfredo Bazoli, Anna Rossomando e David Ermini. Ammettono che i processi non possono essere eterni.
di Daniel Rustici
Il Garantista, 1 aprile 2015
Dalle Coop rosse a Mafia capitale passando per commissariamenti e sospensioni, la vita dura dei dem da Milano a Palermo passando per Ischia. "Una vicenda scandalosa. È incredibile diffondere intercettazioni che nulla hanno a che vedere con l'indagine della Procura di Napoli. Lancio un allarme: chi non ha ruoli istituzionali e non ò indiziato di reato non può essere perseguitato in questo modo al solo scopo di ferirne l'onorabilità. Difenderò la mia reputazione in ogni sede, ho già dato mandato agli avvocati".
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 1 aprile 2015
"Negli Stati Uniti il magistrato si tiene le intercettazioni ben strette nel proprio cassetto". Così il giornalista Federico Rampini nella trasmissione Piazza pulita, ricorda, dal Paese in cui vive e lavora, l'anomalia italiana paragonata a un sistema, come quello americano, dove in uno spazio dieci volte più grande, il numero complessivo delle intercettazioni è pari alla metà di quelle italiano.
E del resto, non occorre andare lontano per avere l'esempio di un magistrato che di recente è stato capace di "tenere ben strette nel proprio cassetto" le intercettazioni che lui stesso aveva disposto. Parliamo del Procuratore aggiungo di Venezia Carlo Nordio, che è riuscito a condurre un'inchiesta colossale come quella sul Mose senza che neppure una riga fosse sfuggita dalle maglie del segreto investigativo, intercettazioni comprese.
Il che significa che è possibile evitare lo "sputtanamento", soprattutto di persone non indagate, purché il magistrato, che è il custode naturale della riservatezza delle indagini, lo voglia. E quindi, a contrario, ogni volta che la notizia scappa, significa che il magistrato, prima di tutto (e con lui le forze dell'ordine che dipendono dal Pm) lo ha voluto. Intercettazioni depositate in edicola, si dice, con ammiccamento complice, tra giornalisti.
È capitato, buon ultimo, a un esponente del Pd, Massimo D'Alema, non uno qualunque, ma che ha il torto di non essere sull'inginocchiatoio davanti a San Matteo. Sadicamente, e con un po' di malizia, avremmo preferito che la vittima dell'ennesimo circo mediatico-giudiziario fosse un amico del premier Renzi, secondo il detto del "chi la fa l'aspetti". Perché questo problema delle intercettazioni in edicola in genere viene preso a cuore solo da chi lo subisce e dai propri amici. Inoltre gli argomenti usati per lo "sputtanamento", soprattutto del personaggio politico, sono sempre quelli più adatti a suscitare invidia sociale, dal posto di lavoro per il figlio o l'orologio di valore simbolico come il Rolex (se così non fosse non esisterebbero i falsi ), come nel caso di Maurizio Lupi, o le bottiglie di vino pregiato come nel caso di Massimo D'Alema.
Lo "sputtanamento" è costruito ad hoc per istigare i cittadini all'odio e all'invidia. Il personaggio individuato serve da cappello su inchieste che spesso non conquisterebbero le prime pagine (con conseguente tam tam televisivo e sui social ) senza "il nome" del politico da rosolare. E qui si apre un problema di politica giudiziaria molto serio.
Da un po' di tempo i magistrati delle indagini preliminari hanno introdotto il costume di allegare all'ordinanza di custodia cautelare il testo delle intercettazioni. Il documento complessivo è "a disposizione delle parti", il che non vuol dire che siano atti pubblici. Ma ormai è come se lo fossero, perché magistrati e forze dell'ordine li distribuiscono a piene mani ai giornalisti dietro l'alibi che i responsabili di queste propalazioni potrebbero anche essere gli avvocati.
Ma quale difensore avrebbe interesse a rendere pubbliche intere pagine che danneggiano il loro assistito? La risposta è ovvia. Inoltre, in mezzo alle intercettazioni, ne viene allegata abilmente qualcuna che riguarda un uomo politico famoso, che non è indagato, che spesso non è neppure intercettato (come nel caso di D'Alema), ma di cui parlano altri. Che cosa si imputa, con titoloni e strilli, al non indagato che diviene immediatamente un imputato al Tribunale del popolo? Il "comportamento".
Il re dei cattivi comportamenti resta sempre Silvio Berlusconi, e giù moralismi a palate. Ma insomma, anche Lupi e D'Alema: era opportuno che... e giù moraleggiando. A nessuno (o quasi) viene in mente di considerare che il magistrato dovrebbe limitarsi, se proprio deve, ad allegare all'ordinanza solo le intercettazioni relative alla commissione di reati, e non ai comportamenti, soprattutto se di persone estranee. E comunque che dovrebbe tenerle ben strette nel proprio cassetto, come Nordio e tutti i magistrati Usa insegnano.
Purtroppo queste questioni non riguardano più solo il mondo della politica, come insegna tutto quanto il processo a Massimo Bossetti, che è già diventato il processo della pubblica moralità, di cui sono diventate vittime, oltre all'imputato, tutte le donne della sua famiglia, nella cui vita affettiva e sessuale si fruga con rara morbosità, in modo che tutti noi "spettatori" possiamo sentirci più virtuosi. Il problema delle intercettazioni (una volta erano i verbali d'interrogatorio ) in edicola non ha soluzione, purtroppo.
Perché ogni volta che il Parlamento o un Governo cercano di metterci mano, partono sempre con il cercare di erogare sanzioni all'utilizzatore finale, il giornalista, arrivando persino a tentare di punirlo con il carcere. Si sa già come va poi a finire, con i sindacati, gli articoli ventuno, le "se non ora quando", tutti a protestare con il bavaglio sulla bocca e la cosa finisce in niente. Del resto una parte (ma solo una parte) di ragione i giornalisti l'hanno, perché il cane cui viene dato l'osso, come fa a non rosicchiarlo?
L'unica punizione che veramente meriterebbero certi giornalisti è di essere intercettati, non solo al telefono, anche in camera da letto o sulla Comasina, che è una strada abitualmente popolata da prostitute. Per il resto, l'unico che dovrebbe essere sanzionato (ma da chi? Dai suoi colleghi?) è il naturale custode della notizia, colui che l'ha prodotta e che dovrebbe tenerla "ben stretta nel proprio cassetto". Ecco perché il problema non ha soluzione, ecco perché è inutile lamentarsi, caro compagno D'Alema. Benvenuto tra noi.
di Pietro Mancini
Il Garantista, 1 aprile 2015
"Sì, sono Antonio Gava, anzi lo ero". Così, il leader doroteo, figlio di don Silvio Gava, ministro nella Prima Repubblica, e a sua volta titolare, negli anni 80, delle Poste e dell'Interno, rispose ai carabinieri, che erano andati ad arrestarlo, nella sua villa all'Eni. Poi s'impuntò, spiegò di essere stato il numero 1 del Viminale e pretese di essere portato al carcere militare di Forte Boccea. Seguì un processone, per presunta collusione con la camorra, che durò 13 anni e 2 mesi e si concluse, in Appello, con l'assoluzione definitiva dell'imputato.
"Se voi giornalisti siete onesti, ogni volta che vi capiterà di farlo, dovrete scriverlo: Gava è stato assolto". Ma 13 anni sono un'epoca, in politica. Così seguì una richiesta di maxi-risarcimento allo Stato, che gli riconobbe solo 38 milioni, sebbene l'ex ministro, scomparso nel 2008, avesse lamentato "danni di immagine, morali e fisici".
Sono in pochi, in Campania, a non riconoscere che l'epoca dei Cava e di quelli che vennero definiti i "6 viceré" di Napoli - oltre a don Antonio, i Dc Scotti e Cirino Pomicino, Di Donato (Psi), Galasso (Pri) e De Lorenzo (Pli) - fu caratterizzata anche dal malgoverno, dalle lottizzazioni, in primis della "Balena bianca", come Giampaolo Pansa definì la vecchia e vorace Dc.
Ma, di recente, Paolo Mieli, storico ed ex direttore del Corriere della Sera, parlando di Napoli, si è così espresso sui politici degli anni 80 e dei primi anni 90: "Nessuna città italiana ha avuto un personale politico di quello spessore, che fu raso al suolo dalla magistratura".
Non si può non riconoscere che, in quella stagione politica, si assisteva al confronto delle idee, al lancio di opere e di progetti per lo sviluppo del Mezzogiorno. E l'opinione pubblica partecipava, con attenzione, non di rado con passione, ai dibattiti e agli scontri tra i leader. Mentre, qualche giorno fa, il sottosegretario emiliano Delrio, renziano della prima ora, a Cosenza, ha arringato folle tutt'altro che oceaniche, bensì solo i quattro gattoni, di cossighiana memoria.
E, prima del drammatico, cruciale 1992, che Sky sta rievocando con la serie tv di Stefano Accorsi, i partiti, pur con i loro limiti e difetti, erano scuole di buona politica, di efficiente amministrazione e di partecipazione democratica delle comunità. La classe dirigente meridionale, finita sotto inchiesta, a differenza di quella del Nord, era anche classe dirigente nazionale: ascoltata e credibile a Roma, non solo nelle realtà locali, come, 20 e 30 anni prima, lo erano stati i Misasi, i Cassiani, i Cullo, i Mancini. Travolti dalle inchieste giudiziarie ministri, capi corrente, leader di partito, sul campo non rimase più nessuno.
La sinistra fu colta di sorpresa. E si trovò impreparata. In Campania erano tramontati Valenzi, Alinovi e Geremicca, Napolitano s'era ritagliato un ruolo prestigioso, ma appartato, a Roma, e non contrastò l'ascesa del suo antagonista, Bassolino. Bassolino, di Afragola, governò, a lungo, a Napoli e in Campania ma, a differenza dei Gava e dei vecchi "viceré", nelle decisioni, assunte dal vertice nazionale del suo partito, l'ex dirigente del Pci contava poco.
Don Antonio rispose con un esasperato senso dell'autonomismo locale e finì per cedere alle lusinghe del partito personale. Dal 1992 Napoli, in realtà, non ha più avuto ne classe dirigente locale né classe dirigente nazionale. Stavano meglio prima ? Nessuno può dire che, dal punto di vista dei risultati concreti, stiano meglio ora. Oggi, a Napoli, alla luce del flop del sindaco, l'aspirante nuovo Masaniello, l'ex toga don Gigino de Magistris, e in altre realtà, si avverte la profonda esigenza di una classe dirigente moderna, che si formi grazie al confronto delle idee e che non venga cooptata dai capi.
Forse, a Firenze, Matteo Ronzi non è bone informato, Non devo commettere l'errore di affidare, nelle regioni meridionali, il cambiamento agli eterni Gattopardi, ai figli e ai nipoti dei maggiori responsabili della bancarotta delle banche e degli enti. E il premier non accusi, ancora, donna Laura Boldrini di sconfinare dal suo ruolo istituzionale, dal momento che la Presidente della Camera ha definito il Sud "lo scantinato d'Italia" e ha protestato contro la tendenza, in atto, di scaricare la crisi sul Mezzogiorno e sulle donne.
Il Capo del governo narra, direbbe Vendola, un "Paese che riparte". Forse, ma senza il Sud. La questione meridionale è, infatti, uscita dall'agenda dell'esecutivo. E, in grandi città, come Napoli, ostaggio della malavita, e dove persino i carabinieri fanno le rapine, chiedono, disperati, al ministro degli Interni, don Angelino Alfano, siciliano di Agrigento: "Lo Stato c'è ancora?".
di Valerio Spigarelli (Ucpi)
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015
La legge specifica i requisiti della non punibilità: l'offesa deve essere di particolare tenuità e il comportamento non abituale. L'introduzione della causa di non punibilità per tenuità del fatto è da salutare con favore. Se utilizzata in maniera equilibrata, questa nuova causa di non punibilità offrirà l'opportunità di valorizzare il requisito di extrema ratio della sanzione penale e di alleggerire il peso dei processi che approdano alla fase dibattimentale o a quella della esecuzione. Proprio al fine di arrivare ad una significativa deflazione del carico processuale complessivo, questa innovazione è stata proposta, e fortemente sostenuta, dalla avvocatura penale. La scelta operata dal legislatore muove dalla premessa di una sostanziale distinzione tra l'ipotesi in esame e quella della "inoffensività del fatto", cioè della eventualità che il fatto stesso sia contraddistinto da totale mancanza di attitudine ad offendere il bene tutelato dalla norma penale.
Viceversa, nei casi previsti dalla disciplina appena introdotta, il fatto ha un suo rilievo criminoso ma, per la tenuità della offesa ai beni costituzionalmente garantiti dalla norma incriminatrice, viene ritenuto "non punibile in ragione di principi generalissimi di proporzione ed economia processuale", così come sottolineato dalla commissione ministeriale presieduta da Francesco Palazzo che ha lavorato sullo schema di decreto legislativo.
La legge specifica in maniera sufficientemente dettagliata i requisiti che debbono ricorrere per l'applicazione della causa di non punibilità, stabilendo che essa "è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l'esiguità del danno o del pericolo" valutate in base all'articolo 133, primo comma, del Codice penale, "l'offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale".
Un doppio criterio di valutazione che, unito alla limitazione della sua portata applicativa ai reati puniti con pena detentiva non superiore a cinque anni, scongiura i rischi di "depenalizzazione selvaggia" che sono stati denunciati in alcuni commenti. Semmai, in un ottica realmente deflattiva, la pecca è esattamente all'opposto. Introdotta la possibilità di sgravare dal carico penale complessivo i fatti di scarsa rilevanza, sarebbe stato più utile, infatti, estendere la possibilità di applicazione anche a reati di maggior gravità, che ben possono vedere ipotesi attenuate.
Ciò vale sicuramente per alcuni reati contro il patrimonio, così come per taluni reati contro la pubblica amministrazione che rimangono esclusi dall'ambito di operatività della norma; rilievo che risulta ancor più evidente nella attuale congiuntura politica che vede una tendenza all'aggravamento delle pene, sia nei minimi che nei massimi edittali, per reati del più diverso tipo. Il fatto è che l'iter legislativo è stato, da ultimo, influenzato dalla ventata di populismo penale che si sta abbattendo sulle istituzioni parlamentari a seguito di alcuni fatti di cronaca giudiziaria.
Ciò ha prodotto, ad esempio, l'inserimento nella normativa in esame di una puntualizzazione superflua per alcuni aspetti, ovvero illogica per altri, laddove si è specificato che rimane escluso dal concetto di tenuità "l'aver agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà anche in danno di animali", ovvero approfittando "delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all'età della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato la morte o le lesioni gravissime di una persona".
Previsioni che, in taluni casi, erano già implicitamente ricomprese nella concetto di tenuità, ed in altri, come i fatti riguardanti gli animali, appaiono del tutto irragionevoli. Tolti questi ultimi aspetti, in ogni caso, le norme appaiono equilibrate dal punto di vista procedurale anche se, per ciò che concerne l'eventuale opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dal Pm per tenuità del fatto nel corso delle indagini preliminari, la soluzione proposta dalla commissione ministeriale, risultava di maggior garanzia rispetto a quella accolta nella versione finale dubbia pare anche l'efficacia di giudicato in base all'articolo 651 del Codice di procedura penale.
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