Radio Vaticana, 18 febbraio 2015
"Preghiere del mattino e della sera per le persone in prigione": si intitola così il libretto che la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles (Cbcew) ha donato ai detenuti cattolici del Paese. L'iniziativa ha preso il via domenica scorsa, con una Messa celebrata da mons. Richard Month, responsabile della Pastorale carceraria, nel Centro di detenzione minorile di Feltham.
"È un libro di preghiere facile, da usare ogni giorno - spiega in una nota il card. Vincent Nichols, presidente della Cbcew - perché pregare porta i detenuti oltre le mura nelle quali sono confinati. Le loro singole preghiere, così, diventano parte di un un'unica invocazione che sale a Dio da ogni angolo del mondo".
"Le vostre voci non saranno più silenziose - continua il porporato, rivolgendosi direttamente ai carcerati - ma verranno liberate, unendosi ad un grande insieme di preghiere che include quelle di monaci, suore di clausura, sacerdoti, diaconi, insegnanti, genitori e molti altri". "Pregate! - esorta il card. Nichols - Imparate ad ascoltare Dio nella preghiera e troverete la pace nel vostro cuore". Dal canto loro, molti detenuti hanno espresso soddisfazione per il dono ricevuto, raccontando come la preghiera abbia fortificato il loro spirito, confortandoli nei momenti di difficoltà e tristezza che si vivono in prigione.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 17 febbraio 2015
Si è tolto la vita impiccandosi all'interno della sua cella del carcere di Opera, alla periferia di Milano. Parliamo dell'ennesimo suicidio all'interno delle nostre patrie galere e questa volta è toccato ad un detenuto romeno di 39 anni, condannato dalla Corte di assise d'appello di Venezia all'ergastolo per omicidio.
di Liana Milella
La Repubblica, 17 febbraio 2015
In via Arenula hanno chiuso l'accordo su falso in bilancio e prescrizione. Con una novità sostanziale per il falso e una conferma per la prescrizione. Partiamo dal primo, il più sofferto politicamente. Innanzitutto reato perseguibile d'ufficio, abolita definitivamente la querela di parte. Poi tre diversi step di punibilità. Da 2 a 6 anni per le imprese non quotate.
Il Tempo, 17 febbraio 2015
L'irragionevole durata dei processi provoca un danno erariale altrettanto irragionevole. È questa la denuncia presentata dal partito dei Radicali alla Corte dei conti. Uno dei tanti esposti a carattere politico che ultimamente hanno sommerso gli uffici della Procura contabile per il Lazio. La legge 89 del 24 marzo 2001, cosiddetta "legge Pinto", disciplina il diritto di richiedere un'equa riparazione per il danno subito quando il processo, civile o penale, supera i termini di durata ragionevole stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Ansa, 17 febbraio 2015
Il Sindacato di Polizia penitenziaria Osapp segnala "un grave stato di disagio" del personale del corpo dovuto alle "attuali pessime modalità di gestione-organizzazione presso l'amministrazione centrale". Lo afferma in una nota il segretario Leo Beneduci, che segnala problemi per "quanto attiene la mobilità e i distacchi senza oneri per gravi motivi personali, il mancato riconoscimento degli straordinari nonché la gravissima situazione per quel che riguarda il pagamento delle caserme".
Adnkronos, 17 febbraio 2015
Gli ultimi esami dei carabinieri di Parma proverebbero che i fili ritrovati sui pantaloncini della ragazzina sarebbero gli stessi dei sedili dell'automezzo. Potrebbero essere a una svolta le indagini sull'omicidio di Yara Gambirasio, la ragazzina di Brembate trovata morta il 26 febbraio 2010. I risultati delle ultime analisi dei Ris di Parma proverebbero che la giovane sarebbe effettivamente salita sul furgone di Massimo Bossetti per andare incontro alla morte. Sui leggings che indossava sono stati ritrovati fili che apparterrebbero al sedile del camioncino del muratore di Mapello, in carcere dal 16 giugno scorso, con l'accusa di essere l'assassino della tredicenne. Dopo il Dna nucleare rinvenuto sugli slip, quest'altro elemento potrebbe inchiodare il 44enne alle sue responsabilità.
Ansa, 17 febbraio 2015
Lo ha confermato la Corte di Cassazione, l'operaio marocchino Mohamed Fikri ha il diritto di ricevere un indennizzo di circa diecimila euro, per ingiusta detenzione e i danni morali subiti a causa dell'arresto con l'accusa di aver ucciso la tredicenne Yara Gambirasio, un'accusa rivelatasi del tutto falsa per via di una intercettazione tradotta male. Danno che si è andato a rafforzare a causa dell'esposizione mediatica e della lentezza dell'inchiesta che gli ha fatto perdere anche il posto di lavoro.
Un'indagine durata ben tre anni che, però, dovrà discutere ancora una volta nei tribunali, infatti la Suprema Corte ha tenuto in considerazione il fatto di un'ulteriore richiesta d'indennizzo proprio per il tempo "monstre" della sua indagine. Ad avviso della Procura della Cassazione, rappresentata dal sostituto Pg Fulvio Baldi, invece, Fikri avrebbe già adesso il diritto a un risarcimento maggiore per essere stato vittima della giustizia. La Giustizia italiana si rivela, poi, paradossale, infatti nonostante Fikri abbia ragione è stato condannato al pagamento delle spese ed al risarcimento di mille euro al Ministero dell'Economia.
Fikri, che lavorava in un cantiere a Mapello, rimase in carcere in isolamento per tre giorni - dal cinque al sette dicembre 2010 - dopo essere stato arrestato con molto clamore sul traghetto da Genova a Tangeri, dove faceva rientro per un periodo di vacanza e non per darsi alla fuga.
Respingendo la richiesta di Fikri di ricevere un indennizzo più elevato dal momento che - ha fatto presente la sua difesa - il suo coinvolgimento nella vicenda di Yara gli è costato la perdita del lavoro e gli ha causato depressione e spese per i farmaci, i supremi giudici hanno replicato che questi ulteriori danni sono "riconducibili alla lunga durata delle indagini preliminari (oltre un anno dall'arresto)".
Per valutare il loro ammontare, la Cassazione spiega - come ha già osservato la Corte di Appello di Brescia, primo giudice a dare il via libero al risarcimento - che Fikri deve fare ricorso al Tribunale di merito e non alla Corte di Appello perché sono danni che non hanno a che vedere con la carcerazione ma con il prolungarsi dell'inchiesta che ha archiviato la posizione di Fikri solo il 14 febbraio 2013. Per quanto riguarda l'indennizzo definitivamente liquidato a Fikri, si tratta di 1.200 euro per i tre giorni di custodia cautelare, di 8mila euro per i danni morali, e di 580 euro per spese sostenute in diretta dipendenza della carcerazione.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 17 febbraio 2015
Ahmed Ali Rage: mi hanno pagato per accusare un innocente. Il somalo Hashi Omar Hassan sta scontando 28 anni di carcere in Italia. Non si può definire esattamente una sorpresa.
Almeno, non per Luciana Alpi, che proprio a questo giornale aveva dichiarato: "Hashi Omar Hassan, l'unico condannato per l'assassinio di mia figlia Ilaria, è innocente. Non ci sono dubbi. È tornato in Italia dopo l'assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c'entra niente in questa storia. Vorrei la verità anche per lui, definito nella sentenza di primo grado esattamente per quello che è: un capro espiatorio".
E però, adesso, le sue parole sono suffragate addirittura dalla testimonianza del principale accusatore di Hassan: "Io non ho visto chi ha sparato a Ilaria Alpi, non ero là. In Italia mi sono stati offerti dei soldi per accusare un somalo. L'uomo in carcere è innocente".
Lui si chiama Ahmed Ali Rage, da tutti conosciuto con il nome di Jelle. Era scomparso, "irreperibile". Ma una troupe della trasmissione "Chi l'ha visto?" è riuscito a rintracciarlo in Nord Europa. Il servizio andrà in onda domani sera. Per la prima volta, ci sarebbe un'intervista in cui Jelle in persona, mettendoci la faccia, conferma quello che la madre di Ilaria Alpi aveva riassunto così: "Cinque magistrati, vent'anni di indagini, un solo colpevole, sicuramente innocente. Non è stato fatto nulla, a parte depistaggi a tutto spiano". Sì, qualcuno avrebbe pagato perché venisse confezionata una verità di comodo. Anche se saperlo non basta per risolvere questo mistero italiano.
Il tempo si è fermato. È ancora la stessa storia sbagliata, di cui sono vittime e prigionieri la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin. Erano andati a Mogadiscio per lavorare. Avevano scoperto un traffico di armi e rifiuti tossici fra l'Italia e la Somalia, coperto da progetti di cooperazione internazionale. Sono stati uccisi in un agguato il 20 marzo del 1994. L'unica verità processuale è la condanna a 28 anni inflitta a Hashi Omar Hassan, che si è sempre dichiarato innocente. Il capro espiatorio. "Un somalo".
"Potrebbe essere la svolta", dice Luciana Alpi. Ma si è illusa troppe volte: "Aspettiamo di vedere il servizio di Chi l'ha visto?". Anche la recente desecretazione degli atti di indagine ha portato più amarezza che verità. È servita solo a ribadire come tutto fosse chiaro fin dall'inizio.
Già l'8 giugno del 1994, nelle prime annotazioni, i servizi segreti scrivevano: "Secondo informazioni acquisite in via fiduciaria, nel corso di un servizio giornalistico svolto a Bosaso qualche giorno prima della morte, i due cittadini italiani in oggetto avrebbero raccolto elementi informativi in merito a un trasporto di armi di contrabbando effettuato dalla motonave Somal-fish, per conto della fazione somala Salvation Democratic Front. Il duplice omicidio potrebbe quindi essere stato ordinato dai trafficanti d'armi per evitare la divulgazione di notizie inerenti l'attività criminosa svolta nel Corno d'Africa". Era tutto chiaro. Ma le vere responsabilità sono state coperte, fino al punto di fabbricare un colpevole. Da chi?
Ansa, 17 febbraio 2015
"Certezza della pena e carceri chiuse a doppia mandata sono due dei cardini attraverso i quali è possibile recuperare legalità e sicurezza per i nostri cittadini. I delinquenti dentro, la brava gente fuori, e basta depenalizzazioni e decreti svuota carceri. Se gli istituti di pena sono pieni il problema non si risolve mettendo fuori chi c'è dentro, ma costruendone altri.
Tocca al legislatore? Giusto, ma allora il legislatore si dia una mossa e agisca interpretando le necessità della gente; e lo faccia subito, perché la situazione è grave e non può essere ridotta ad una sola questione statistica, quando il comune sentire dei cittadini è un misto di sconcerto, paura, e rabbia". Con queste parole, prendendo spunto da un'intervista rilasciata dal Questore di Vicenza Gaetano Giampietro a un quotidiano veneto, il Presidente della Regione Luca Zaia torna a chiedere "interventi urgenti sul piano legislativo e su quello organizzativo" per rispondere a quella che è ormai divenuta "emergenza criminalità".
"Fino a che chi è dentro esce con troppa facilità, e chi delinque non ha paura di andare dentro perché un cavillo giuridico per lasciarlo fuori si trova sempre - aggiunge Zaia - il problema di certo non si risolve. Non essere già intervenuta, e, a quanto appare, non aver alcuna intenzione di farlo, è una grave colpa della politica romana e di tre Governi, Monti, Letta, Renzi, che hanno tagliato il tagliabile anche in settori, come la sicurezza e la sanità, che non andavano nemmeno sfiorati se non per colpire gli sprechi. Con i 40 milioni dell'inutilizzato mega centro cardiologico di Reggio Calabria, ad esempio, si potevano costruire carceri, assumere poliziotti e carabinieri, dotarli di nuovi mezzi, o sostenere la sanità che sa curare".
"Credo di interpretare un sentimento molto diffuso - conclude Zaia - se chiedo con forza a Governo e Parlamento di trovare, tra una riforma e l'altra, tra una lite e l'altra, tra un Nazareno e un elezionellum, il tempo di legiferare seriamente per rispondere a un problema serio, che è di tutti i cittadini".
di Diego Neri
Giornale di Vicenza, 17 febbraio 2015
"Una risposta efficace al problema criminalità si compone di mille tasselli collegati. La legge sui recidivi subito corretta dall'indulto". Abolizione della sospensione condizionale della pena per i reati predatori? La proposta lanciata dal direttore del Giornale di Vicenza Ario Gervasutti vede il procuratore capo Antonino Cappelleri perplesso. "Sì, perché per avere efficacia una misura serve che sia collegata all'intero sistema Serve una revisione globale, altrimenti i rimedi mirati non producono gli effetti sperati".
Per Cappelleri è importante tener conto della tipologia di reato, non solamente dell'emergenza. "Per il nostro ordinamento rivestono particolare gravità i reati contro la persona - analizza il numero uno della procura vicentina -. Perché non prevedere misure analoghe per i reati contro l'incolumità personale? Serve un'estrema coerenza nei provvedimenti, non si può intervenire in un singolo punto".
"Non bisogna dimenticare - sottolinea il procuratore - quanto avvenne nel 2005. All'epoca fu salutata con favore la legge ex Cirielli, che prevedeva di imporre la detenzione in carcere per i recidivi, o meglio di non consentire più misure alternative. Sembrava un rimedio efficace contro i mali della criminalità. Ma cosa accadde? Figlio di quella legge fu l'indulto del 2006, perché la norma portò ad un sovraffollamento tale delle carceri da rendere necessario un provvedimento in senso contrario. E la norma fu modificata Quando le riforme sono scoordinate rispetto al resto dell'ordinamento, non si ottiene il risultato voluto, ma in quel caso di ebbe l'esito opposto".
Che la soluzione dell'emergenza criminalità sia un problema politico è di tutta evidenza. Il procuratore lo sottolinea da un punto di vista particolare: "Prevedere misure più dure delle attuali come la carcerazione obbligatoria per determinati reati significa prima di tutto che sono necessarie nuove carceri. Ma fino a quando non ne vengono costruite, i rimedi restano sulla carta".
Da qualche anno, nel Vicentino, l'emergenza legata ai furti si è fatta particolarmente pesante. Dai dati dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, sono emersi circa 20 mila fascicoli in procura legati proprio ai furti, oltre un decimo dei quali in abitazione. Sono risultate in aumento sensibile anche le rapine, come peraltro è avvenuto in tutto il Veneto. La percezione di insicurezza è palpabile, e il fatto che i pochi ladri catturati vengano rapidamente rimessi in libertà con pene miti è una circostanza che fa arrabbiare il cittadino. "Da parte nostra l'unica risposta possibile è la maggiore applicazione possibile alla legge che c'è", sintetizza Cappelleri, che riconosce come le armi in mano agli investigatori non siano sempre efficaci.
Pertanto, una risposta che dia maggiore sicurezza alla cittadinanza è necessariamente quella che passa per una revisione complessiva, "per la quale serve tempo ma soprattutto volontà". Ad esempio, una revisione che tocchi anche la custodia cautelare, uno strumento attenuato dall'attuale governo. "E nel momento in cui una pena passa in giudicato se l'imputato è in carcere vi resta, ma se è libero può godere delle misure alternative.
È per questo che intervenire cambiando un singolo punto sbilancia tutto il sistema con esiti non sempre prevedibili. L'abolizione della sospensione condizionale della pena per i soli reati predatori non può essere una soluzione praticabile, e questo pregiudica qualsiasi altro ragionamento", si limita a concludere il procuratore, che peraltro con i suoi sostituti ha attivato tantissimi procedimenti penali contro bande criminali responsabili di raid o anche di singoli colpi. "Noi svolgiamo il nostro compito al meglio, con le risorse a disposizione. E con le leggi che ci sono".
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