di Giuliana Ubbiali
Corriere della Sera, 23 febbraio 2015
La frase trascritta negli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Yara. La difesa: il killer è mancino.
"Confessa, così puoi avere uno sconto di pena. Altrimenti rischi l'ergastolo". Consigli, o provocazioni, di questo tenore da parte di altri detenuti a Massimo Bossetti sono negli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Yara Gambirasio che il pm Letizia Ruggeri sta per chiudere.
Ci sono finite anche le risposte che il carpentiere di Mapello avrebbe dato: "Rischierò l'ergastolo, ma non confesso per la mia famiglia", è il senso. E adesso quelle frasi, chiacchiere con altri detenuti nella sezione protetta in cui Bossetti è rinchiuso, sono finite nelle carte dell'inchiesta.
Questo significa che il pm le ritiene interessanti e che il carpentiere era sotto osservazione. Non a caso in carcere erano state piazzate delle cimici (scoperte da altri detenuti) ed è stata annotata ogni sua azione e parola, compreso il modo di affrontare i nuovi indizi contro di lui che gli ha raccontato ogni volta il suo avvocato, Claudio Salvagni. È il legale, il suo ponte con il mondo esterno. Ed è lui che dice: "Non confessa, perché non ha fatto nulla. Non crolla, perché vuole dimostrare la sua innocenza".
Allora che cosa significa quel "non confesso per la mia famiglia?". È uno dei dettagli che il pm intende approfondire a dibattimento. Un dettaglio, appunto. Uno dei tanti che servirà a rafforzare il cuore dell'indagine, quello che riguarda invece elementi scientifici e tecnici.
I principali. Il Dna dell'indagato che - l'accusa non ha dubbi - corrisponde a quello del presunto killer trovato sugli slip e sui leggings di Yara. Le telecamere di una ditta, di un distributore di benzina e di una banca di Brembate di Sopra che riprendono un furgone Iveco Daily identico al suo circolare attorno alla palestra per un'ora, fino a pochi minuti prima della scomparsa della tredicenne. Le fibre di quattro colori (giallo, grigio, blu e celeste) dei sedili del suo mezzo uguali a quelle trovate sui leggings e sul giubbotto della vittima. E, ancora, le ricerche dal computer di casa Bossetti con "tredicenni" e altri termini a sfondo sessuale.
Per la Procura sono elementi forti, sufficienti a sostenere l'accusa in dibattimento. La difesa li attacca con l'arma del dubbio. L'avvocato Salvagni ha organizzato una conferenza stampa nel suo studio di Como per illustrare che cosa non torna alla difesa.
Con lui c'era il pool di consulenti: il medico legale Dalila Ranalletta, gli esperti informatici Giuseppe Dezzani e Paolo Dal Checco, il criminologo Ezio Denti e il professore di logica Sergio Novani. Non c'era invece Sarah Gino, medico legale specializzata nel Dna, "per via di un altro impegno", spiega Salvagni. I dubbi sollevati, dunque, e le ipotesi alternative "di pari dignità di quelle della Procura". L'arma: "La lama di due millimetri e il tipo di ferite indicano che è importante, non può essere un cutter. Il killer potrebbe essere una persona che sa maneggiare le armi, per esempio qualcuno che pratica arti marziali, e sulla base di una simulazione è più convincente che sia un mancino".
Il luogo dell'omicidio: "La posizione del corpo, troppo ordinato, fa dubitare che sia avvenuto nel campo. Inoltre, in corrispondenza delle ferite i vestiti non risultano tagliati, e il collo della maglietta non è sporco di sangue". Le ricerche sul computer di casa Bossetti: "Sono state prodotte in modo automatico dal computer, a seguito di altre navigazioni di Bossetti e di sua moglie. Inoltre, si attribuisce una ricerca a Bossetti perché quel giorno non era al lavoro ma al tempo stesso un'altra in un giorno in cui risultava in cantiere".
Le fibre trovate sui leggings e sul giubbotto di Yara che corrispondono, secondo l'accusa, a quelle dei sedili sul furgone di Bossetti: "Dalle nostre ricerche risulta che quella tappezzeria sia stata usata per molti mezzi, anche su treni e pullman". Domanda dei giornalisti: "Ma al di là di tutto, come si spiega che il Dna dell'indagato sia stato trovato sugli indumenti della vittima?".
È il cuore della battaglia. Per la Procura è un pilastro: basta il nucleare per identificare una persona. "Ma deve corrispondere al mitocondriale per fugare ogni dubbio", contesta l'avvocato. Ieri la difesa ha evidenziato un passaggio della relazione di Carlo Previderè, consulente del pm che ha analizzato tracce pilifere trovate su Yara. È emersa una corrispondenza tra due reperti e il Dna mitocondriale di una delle 532 donne sottoposte al test per la ricerca della madre del killer. Per gli inquirenti il dettaglio non ha rilevanza: il Dna mitocondriale può essere condiviso da persone che non hanno legami di parentela.
Legale: Bossetti vuole dimostrare innocenza per figli
"Massimo Bossetti ha sempre detto a chiunque in carcere che non confessa perché vuole dimostrare la sua innocenza per la sua famiglia: non ha nulla da confessare e vuole che i suoi figli camminino a testa alta". A spiegarlo è stato il difensore del muratore, Claudio Salvagni, in relazione a notizie di stampa secondo le quale il muratore, in carcere dal 16 giugno scorso, avrebbe detto a un detenuto, la cui testimonianza è agli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Yara Gambirasio, di non voler confessare "per la sua famiglia". Salvagni, nei mesi scorsi, aveva parlato di "inaccettabili pressioni", all'interno dell'istituto di pena, per far confessare il muratore.
Corriere della Sera, 23 febbraio 2015
Anticipò lo scandalo dei rifiuti. A verbale disse: i clan hanno devastato terre nelle quali, visti i veleni sotterrati, si poteva immaginare che in 20 anni sarebbero morti tutti". Tutto quello che negli ultimi anni è emerso in tema di rapporti tra rifiuti, smaltimento, camorra e politica, lui lo aveva raccontano almeno 20 anni fa, tra il 1993 e il 1997, alla magistratura. Spesso ascoltato con attenzione. Talvolta no. Parliamo del pentito di camorra Carmine Schiavone, morto nella sua casa di Viterbo a 72 anni. La causa del decesso sarebbe un infarto. Da alcuni anni era uscito dal programma di protezione per i pentiti.
Schiavone è noto per aver portato, con le sue dichiarazioni alle commissioni parlamentari d'inchiesta, alla magistratura e ai media, alla ribalta il caso della "Terra dei fuochi" vale a dire dei rifiuti tossici nascosti abusivamente dalla camorra nel casertano. "Il traffico e l'interramento dei rifiuti in provincia di Caserta era un affare da 600-700 milioni di lire al mese, che ha devastato terre nelle quali, visti i veleni sotterrati, si poteva immaginare che nel giro di vent'anni morissero tutti". Parole che mettono i brividi quelle pronunciate nel 1997 da Schiavone davanti alla Commissione ecomafie, in una audizione i cui verbali furono desecretati nel 2013.
La sentenza senza appello pronunciata dall'ex boss riguardava tanti centri del Casertano, "gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita". Rifiuti radioattivi "dovrebbero trovarsi in un terreno sul quale oggi ci sono le bufale e su cui non cresce più erba", raccontava Schiavone. Fanghi nucleari, riferiva, arrivavano su camion provenienti dalla Germania. Nel business del traffico dei rifiuti, secondo il pentito, erano coinvolte mafia, 'ndrangheta e Sacra Corona Unita.
"C'era di tutto: rifiuti speciali, rifiuti chimici, rifiuti ospedalieri e anche fanghi termonucleari. Arrivavano da aziende del Nord - raccontò Schiavone - ma anche aziende della zona di Roma. E neanche alcuni imprenditori del nord Europa erano esenti dalla relazione criminale con il clan dei Casalesi che questi rifiuti andava a sversare", aveva detto in un'intervista che suscitò clamore e, negli ultimi tempi, scettico sulla fine delle organizzazioni criminali ripeteva: "La mafia non sarà mai distrutta perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico sia a livello elettorale. L'organizzazione mafiosa non morirà mai". Carmine Schiavone si era attribuito circa settanta omicidi e centinaia quelli commissionati.
Tuttavia la sua rimane una figura controversa. Cugino del ben più noto Francesco Schiavone, soprannominato dai mass media Sandokan, attualmente all'ergastolo, il suo nome, come detto era tornato d'attualità nel novembre del 2013 quando divennero di dominio pubblico alcune dichiarazioni fatte già nel 1997 alla Commissione parlamentare d'inchiesta. Ragioniere, sposato con sette figli, Schiavone "si pente" perché, come racconterà lui stesso, ritiene di essere stato "tradito" dal clan. Schiavone, infatti, viene arrestato nel luglio del 1991, e poi, ottenuti i domiciliari, una seconda volta l'anno successivo con l'accusa di evasione: viene infatti sorpreso in Puglia invece che a Casal di Principe.
È proprio questa circostanza a fargli sospettare che qualcuno l'abbia "venduto" e a spingerlo a collaborare: è il 1993 e con le sue dichiarazioni l'ex boss darà vita al processo Spartacus, che porterà alla condanna, tra gli altri, di Sandokan, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti.
L'ex boss dei Casalesi aveva iniziato a collaborare con la giustizia nel 1993. Le sue deposizioni furono determinanti per il maxi blitz che portò a 136 arresti di affiliati al clan, operazione da cui derivò il processo "Spartacus". Anche qui le dichiarazioni di Schiavone furono al centro delle accuse.
Al termine del processo furono condannati il cugino Francesco Schiavone detto Sandokan, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti, ritenuti la cupola del clan. Con loro furono condannate altre 30 persone. Finito il programma di protezione, da cui era uscito per non aver rivelato tutto ai magistrati, Schiavone si era trasferito con la moglie e i figli nella Tuscia, in una casa nei paraggi del lago di Vico, dove è morto. Il suo nome tornò alla ribalta nel 2008, quando voci raccolte dalle forze dell'ordine lo davano come possibile organizzatore di un attentato contro Roberto Saviano. Ma sulla circostanza non emersero riscontri concreti.
"La collaborazione di Carmine Schiavone fu fondamentale perché fu il primo esponente del clan che ha aperto uno squarcio sul sistema criminale creato dai Casalesi e l'unico che davvero ci ha aiutato capire una realtà in cui accanto alla forza militare c'era una rilevante forza economico-imprenditoriale". Lo afferma il Procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, che nel 1993 raccolse le dichiarazioni di Schiavone e sostenne l'accusa nel maxi-processo "Spartacus" contro i Casalesi.
di Cristiano Vidali
www.articolo21.org, 23 febbraio 2015
Il crollo del miracolo della vita non desta più alcuno sconcerto: tanto più ricorre un evento, tanto più celermente esso ricade nell'insignificanza; "in fondo, non c'è idea cui non si finisca per fare l'abitudine", diceva Camus. Ma, questa volta, il silenzio colpevole di un'intollerabile indifferenza ha subito un insolito riscatto dall'anonimato, generato da una delle infinite manifestazioni della putredine umana. A questo, forse, non ci s'abitua mai.
Venerdì scorso le fredde mura carcerarie del penitenziario di Opera a Milano hanno assistito all'ennesimo suicidio: Ioan Gabriel Barbuta, un trentanovenne rumeno condannato all'ergastolo nel 2013 per omicidio, si è impiccato nella propria cella.
Alla pubblicazione da parte dell'Alsippe, Alleanza sindacale polizia penitenziaria, di un link sul proprio sito dichiarante il suicidio avvenuto è seguita la condivisione sulla pagina Facebook del Giornale della Polizia Penitenziaria; qui, sudici utenti in divisa hanno commentato, corroborati da abietti "mi piace", l'accaduto: "Ottimo. Speriamo abbia sofferto"; "Uno in meno"; "Uno in meno, che sicuramente non avrebbe scontata la pena per intero, ci sarebbe costato parecchi denari e che all'uscita avrebbe creato nuovi problemi. Spero che abbia sofferto. 3mq a disposizione per qualcun'altro"; "Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone..."; "Collega scala la conta".
Ho riportato per intero i commenti principali perché il marciume non va nascosto sotto il tappeto, ma dev'essere fissato fino alla nausea così da sentire nel profondo delle viscere cosa l'uomo possa essere e cosa egli possa dire impunemente, celato dal manto fragile delle parole.
Che gli autori dei commenti siano agenti è quasi secondario: è ripugnante che un qualsiasi individuo possa riferirsi alla cessazione della vita, soprattutto nelle disumane condizioni di un ergastolano, con vile asperità e sordida veemenza.
Dalle nauseabonde parole proferite in merito, emerge con tutta evidenza come il suicidio sia solo una circostanziale ricorrenza che nulla aggiunge ad una condizione umana già miserabile: a questi occhi immondi, il detenuto è già da sempre vita morta. L'ergastolano è morto perché consegnato ad una sorte inflessibile, ad un'oscura giustizia che si vede realizzata con la revoca dell'anima, la soppressione di ogni possibilità di riscatto. La vita è già morta perché macchiata dal crimine, che, indipendentemente dall'imprevedibilità delle cause, espropria i corpi della dignità, del diritto, della cittadinanza nel mondo degli uomini liberi e li consegna in catene, come difettosi oggetti inguaribili, ad una fallimentare ortopedia sociale.
Contro qualsiasi morale, questi eventi ci dicono che davvero la vita sembra avere un prezzo; un prezzo desunto dalla miseria a cui l'uomo è stato spinto, che sancisce l'eventuale dignità della conduzione di un'esistenza. Un'asta dove si vende un corpo inerte e a farne la stima è un fantoccio del disumano potere dell'ignoranza. E, fra un corpo convulso che scioglie gli stenti nella luce salvifica della morte ed un'immonda divisa che con le parole dell'istituzione ricopre carcasse vive di frustrazione, chi sia il mostro e chi l'uomo è tutto da vedere.
Non esiste reato d'opinione, ma la bestialità che attenta alla radice dei diritti umani è intollerabile; la denotazione del mostro, la sua svalutazione fino all'annichilimento sono un'aperta violazione dell'ormai attempata Dichiarazione dei diritti umani. Tuttavia, finché le parole non susciteranno altro che corrivo sdegno, al quale, in assenza di riferimento agli atti, non segua provvedimento alcuno, l'educazione alle pur fievoli manifestazioni della giustizia sociale resterà sempre solo una favola inverosimile.
Appare evidente, infine, perché un miglioramento delle condizioni degli ultimi resti un'agognata utopia, perché alla malattia dell'anima sembra non si possa trovar cura. Se gli agenti sono i primi ad intervenire con parole abiette e difformi, una rieducazione nelle carceri, il fine esclusivo del penitenziario, ed un miglioramento generale delle condizioni dei condannati, corpi già da sempre privati di ogni residuo di umanità, sono solo speranze vane divorate dall'arida realtà.
Ci sono leggi atemporali che devono intagliarsi irrevocabilmente nel granito della Storia, senza subire la sottomissione delle imprevedibili oscurità dell'uomo. Il cuore di queste terrose norme celesti è l'unanime concordia sul fatto che la vita umana, nel suo incommensurabile enigma, non dev'essere degradata né scalfita in qualsivoglia circostanza. Il tempo tenta di trattenere tali imperativi nelle declinazioni, spesso fallimentari, della giurisprudenza, dell'ipocrita perbenismo, delle morali malleabili di moltitudini fintamente consapevoli e responsabili. Ma eventi come questo concorrono a testimoniare che l'interiorizzazione dei suddetti principi divini hanno manifestazioni bizzarre quanto feroci e che, se la legge dell'uomo è stata scritta, ciò non è avvenuto nel granito, ma sulla sabbia o, forse, nell'incostante liquido dell'ignoranza.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 23 febbraio 2015
Caro Severgnini, in Italia le pene detentive sono irrisorie. Il fenomeno caratterizza tutti i tipi di reati, dagli omicidi alla corruzione. Siamo pragmatici: la natura umana risponde a incentivi e pene. Le azioni degli individui, fatte salve le eccezioni alla Madre Teresa di Calcutta, sono guidate da quei due parametri. In Italia la parte repressiva e correttiva non esiste più. Invece di costruire più carceri, depenalizziamo. Bene. Così tutti vengono qui e fanno ciò che vogliono; se li pescano, sono fuori il giorno dopo. Il caso di Corona è emblematico: è uno dei pochi che sta scontando una pena e sembra un martire.
Davide Vecchi
Risponde Beppe Severgnini
Mettiamola così. Per i corruttori, e per chi si lascia corrompere, i rischi sono minimi. Lo stesso vale per i rapinatori domestici, un incubo collettivo. Pene modeste, tribunali intasati, avvocati esperti, condizionale, patteggiamenti, prescrizione dietro l'angolo: difficile finire in galera, impensabile restarci a lungo.
I detenuti per reati finanziari, in Germania, sono 55 (cinquantacinque!) volte più numerosi che in Italia. Ma se qualcuno, da noi, propone modifiche alle norme e alle procedure, apriti cielo! I simpatizzanti dei gaglioffi, nei media, cominciano a gridare "Manettari! Giustizialisti!". E molti italiani, temendo di finire nella rete, si compiacciono. Su questa inconfessabile complicità la politica ha campato a lungo. Mettiamocelo in testa: corrotti, corruttori e grandi evasori non si fermano davanti agli auspici, agli editoriali, ai discorsi del Presidente delle Repubblica. Non si fermano per senso civico. Non si fermano perché sentono i rimorsi di coscienza. Si fermano solo se capiscono che, se li pescano, finiscono dentro. E ci stanno. Così accade, ripeto, in Germania, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Antiche democrazie, non satrapie mediorientali.
di Monia Melis
www.lettera43.it, 23 febbraio 2015
Si torna indietro di 30 e passa anni. La Sardegna Cayenna di Stato, presto, prestissimo, anzi ora. Come ai tempi del super carcere dell'Asinara e quello di Badu e Carros a Nuoro, quando nell'Isola arrivavano brigatisti e mafiosi.
Fuori dalle sbarre strade blindate e famiglie a seguito che si trasferivano a Sassari e Porto Torres: con un copione simile compravano negozi e pizzerie, spesso mai aperte al pubblico. Dentro c'erano i regolamenti di conti: omicidi e sicari con vere esecuzioni ordinate da lontano. Presto la Sardegna potrebbe ancora aprirsi al rischio infiltrazioni grazie al nuovo piano per l'edilizia carceraria deciso a Roma. Da anni e con finalità precise, non solo svecchiare.
La conferma arriva da una sede istituzionale: la Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi. Lì, il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, durante un'audizione ha confermato che ben 200 detenuti al 41 bis, il cosiddetto carcere duro, saranno destinati alla Sardegna. Unico intoppo: gli ultimi lavori da completare, sia nell'istituto del Sud Sardegna, a Uta, 10 chilometri da Cagliari, sia in quello del Nord, nella borgata di Bancali, a Sassari.
Il sollecito arriva sempre dal capo del Dap, Consolo: "Non è allora tollerabile che ci siano due istituti, Cagliari e Sassari, costati moltissimi soldi allo Stato, dove potremmo sistemare quasi 200 detenuti al 41 bis: ma uno, quello di Sassari, non può essere aperto perché non è stato ancora attivato il sistema di multi-conferenze, l'altro, quello di Cagliari, è in via di ultimazione ma con lavori da accelerare".
Le carceri sono congestionate ovunque: da Strasburgo avevano già storto il naso per il sovraffollamento italiano. Spesso non sono rispettati nemmeno i criteri minimi di isolamento e sicurezza per reclusi di spicco: due stanze che fronteggiano lo stesso corridoio, oppure una sopra e una sotto. Non impermeabili, dunque, alle comunicazioni.
È sempre Consolo a tracciare il quadro: in tutta Italia i detenuti a regime 41 bis sono 720 distribuiti in 12 istituti di pena, 200 da destinarsi alla Sardegna. Più di un quarto del totale. E non è un caso che circa un anno fa si fosse espresso anche il procuratore generale di Cagliari, Mauro Mura, con un allarme sui legami stretti tra criminalità sarda e 'ndrangheta calabrese.
Tra blitz nei cantieri, comunicati e post sui social il più attivo nel denunciare è Mauro Pili, deputato del movimento Unidos e già presidente della Regione di centrodestra. Posizioni di lotta che arrivano dopo quelle di governo. Tra i consiglieri regionali spicca Anna Maria Busia, avvocato, del Centro democratico, per il resto l'allarme non sembra condiviso e urgente. E comunque per la concertazione Isola - Stato centrale c'è poco spazio, al di là dell'Autonomia. Tutto è già stabilito.
Alcune carceri sono mezze vuote, altre senza posto
A Uta la nuova struttura è stata inaugurata a novembre, con il trasferimento di massa dallo storico carcere cagliaritano di Buoncammino, costruito a fine Ottocento. Cinque pullman blindati hanno fatto la spola per trasferire i circa 340 detenuti. Ed è finita così un'epoca: quella delle celle con la città attorno. Un'apertura rinviata di continuo per un cantiere infinito: i bracci destinati al 41 bis, 92 detenuti, sono stati costruiti con appalti affidati d'urgenza per un costo totale di 95 milioni di euro. Procedure simili per Bancali, qualche chilometro fuori Sassari. Chiuso per sempre il terribile carcere di San Sebastiano, la nuova struttura è pronta a ospitare anche i capimafia: è costata, per ora, circa 90 milioni di euro. Manca ancora da ultimare qualcosa, però: da qui il sollecito del capo del Dap.
Si apre e si chiude: in un continuo vortice. Appena due anni fa, sempre nel 2013, era stata inaugurato un altro istituto in Gallura, nella frazione di Nuchis, a Tempio Pausania. Nemmeno questo è un carcere qualsiasi: bensì di Alta sicurezza.
I detenuti di Iglesias sono stati smistati, stessa cosa a Macomer, ex area industriale del Nuorese: niente più casa di detenzione. E a qualche chilometro di distanza si ridimensiona pure la scuola di polizia penitenziaria di Abbasanta. Al momento sono quindi operative meno di 10 strutture: si tagliano, insomma, quelle di provincia.
I numeri della popolazione carceraria oscillano di continuo. Gli ultimi disponibili li ha forniti lo scorso ottobre l'associazione Socialismo diritti e riforme, filo diretto tra il dentro e il fuori. A settembre dello scorso anno c'erano 1.888 detenuti (35 donne e 493 stranieri) per 2.427 posti. Ma la metà degli istituti è sovraffollata, questo il quadro tracciato dalla presidente Maria Grazia Caligaris su dati forniti dal ministero. I casi da manuale nella struttura di Oristano-Massama (302 detenuti per 266 posti) e a Cagliari nell'ormai ex carcere di Buoncammino.
Così si consuma il paradosso perché se in alcuni istituti non c'è posto, in altri ce n'è fin troppo. Si punta sul 41 bis e sull'Alta sicurezza mentre le colonie penali sono vuote. Nell'Isola sono tre con altrettante aziende agricole in cui si coltiva o si allevano animali, o almeno, si dovrebbe. I reclusi hanno la possibilità di imparare e di lavorare per ottenere prodotti da consumare e vendere.
Ebbene, a fronte di 750 posti disponili, attualmente vi lavorano solo 284: nei tre presidii, di fatto, si marcia a un regime ridottissimo, meno della metà. Insomma, il rischio è che ci sia un collasso, non solo una perdita di entrate ma anche un danno per le finanze statali. Da qui la proposta dell'associazione Sdr di destinare ad Arbus, costa occidentale, a Isili, Campidano centrale, e a Mamone Lodè, nel Nuorese, i detenuti con una pena residua di almeno 6-8 anni. Attualmente chi arriva qui ha un conto in sospeso di circa quattro anni.
Ma i piani nazionali hanno altre ambizioni: chi è destinato alla Sardegna ha pene diverse, decisamente più lunghe, e regimi più restrittivi. Non da scontare nei campi, ma nelle nuove maxi carceri.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 23 febbraio 2015
Roberto Saviano nell'intervista rilasciata a Fabio Fazio durante la trasmissione "Che tempo che fa", ha parlato del carcere di Poggioreale come di un luogo "di totale assenza dei diritti, uno spazio che non è pensabile in uno stato democratico".
Ci sembra, quella dello scrittore, sembra una visione che non tiene conto dei grandi processi di cambiamento che sono in corso. A partire dalla scorsa estate, infatti, è in atto una profonda trasformazione di questo istituto. Poggioreale, infatti, sta diventando a poco a poco un carcere più umano e normale.
Innanzitutto il numero dei detenuti è sceso di oltre mille unità, passando da quasi tremila alle milleottocento persone recluse. Una riduzione significativa che rende più efficaci le attività trattamentali per il recupero e la rieducazione dei carcerati.
Certo, i problemi relativi al sovraffollamento restano e sono gravissimi ma l'aria che si respira e le innovazioni che la direzione sta mettendo in campo che danno la cifra del cambiamento che sta avvenendo dentro quelle mura. Appena si varca il portone di ingresso non si sente più quell'aria di sospetto e di paura che si avvertiva negli anni passati. Indubbiamente anche la prossima visita di papa Francesco, che il 21 marzo pranzerà con i detenuti, contribuisce a creare un clima di entusiasmo e a migliorare la condizione degli spazi grazie ai lavori di ristrutturazione messi in campo. Ma non si tratta solo di un restyling esteriore. Infatti tra gli interventi innovativi bisogna segnalare quello realizzato al padiglione Firenze, dove sono collocate le persone alla prima esperienza detentiva, che è diventato un reparto dove si applica il cosiddetto "regime aperto".
Qui i detenuti durante le ore del giorno sono liberi di circolare all'interno della sezione e di entrare nelle altre celle, per poi tornare nella propria nelle ore notturne. Nei prossimi mesi questo regime verrà applicato anche ad altri padiglioni. Una svolta c'è stata anche per lo svolgimento dei colloqui.
L'apertura di nuove sale d'aspetto e l'introduzione dell'ingresso in ordine alfabetico hanno fatto si che scomparissero quelle file vergognose di mamme e bambini fuori al carcere. Gli incontri con i propri familiari oggi avvengono in un clima più sereno, senza banconi divisori e, a turno, nell'area verde dove poter abbracciare liberamente i propri figli. È stata inoltre offerta la possibilità di fare i colloqui il sabato, in modo da permettere ai bambini di non saltare la scuola.
Non da ultimo va considerato l'ampliamento delle ore d'aria, che da due sono ora diventate quattro.
Ripetiamo: i problemi di Poggioreale sono ben noti, e ancora molto resta da fare. Un cambiamento di mentalità chiesto al personale ma anche ai detenuti non è facile e ha bisogno di tempo e perseveranza. E sicuramente i commenti beceri su Facebook di quegli agenti che commentavano con soddisfazione il suicidio di un detenuto ergastolano restano una brutta pagina di disumanità. Bisogna piuttosto ricordare quei tanti episodi che hanno visto i poliziotti penitenziari protagonisti di salvataggi all'ultimo secondo, tagliando corde già al collo e tamponando le ferite di chi si tagliava le vene. Gesti che sono rimasti anonimi e non sono finiti sulle pagine dei quotidiani.
La storia cambia, talvolta in modo improvviso e repentino come avvenne per la caduta del muro di Berlino. Altre mura si sgretolano più lentamente, come quelle di omertà e violenza che nel passato sono state consumate nel carcere di Poggioreale.
di Marianna Vicinanza
www.corrieredilatina.it, 23 febbraio 2015
La nota della Cisl-Fns: 165 detenuti a fronte di una capienza di 76 posti. Incremento in tutto il Lazio dove al 31 gennaio le presenze sono aumentate di 500 unità. Aumentano i detenuti nel carcere di Latina, una situazione al limite già da parecchio tempo con una capienza regolamentare di 76 posti e una presenza effettiva di 165 persone. A richiamare l'attenzione sul problema il segretario regionale della Cisl-Fns Massimo Costantini. A Latina si è passati dai 139 detenuti censiti il 9 novembre ai 161 registrati lo scorso 31 dicembre fino ai 165 di oggi.
Secondo il dato ufficiale del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) in verità aumentano, anche se di poco, i detenuti in tutte le carceri del Lazio e al 31 gennaio 2015 i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione Lazio risultano essere 5.629, 515 in più rispetto ai 5.114 posti disponibili, e 29 detenuti in più rispetto al dato del dicembre 2014. Per quanto riguarda invece le detenute recluse attualmente raggiungono un numero di 408 unità.
Ma a preoccupare è proprio la situazione di Latina dove c'è maggiore sovraffollamento insieme alle strutture di Cassino, Civitavecchia, Frosinone, Rebibbia, Regina Coeli, Velletri e Viterbo. A Latina ci sono 165 detenuti (di cui 35 donne) e per il sindacato si tratta di un "sovraffollamento che assume carattere emergenziale".
"Per la Fns-Cisl si è ancora lontani dall'assicurare condizioni tollerabili di vivibilità all'interno di gran parte degli Istituti della Regione e le aggressioni al personale di Polizia Penitenziaria, ultimo quello di Civitavecchia dove un Assistente Capo ha riportato prognosi per 10 giorni, la difficile realtà dell'Istituto di Velletri e quella di quello di Latina, sono tutte spie di una tensione che, in troppe realtà, resta ancora troppo alta.
La Fns-Cisl Lazio purtroppo evidenzia, come aggressioni del genere, si stanno verificando in quei istituti dove è in atto una "vigilanza dinamica" che invece di creare situazioni di benessere ai detenuti provocano situazioni critiche, quali aggressioni, a danno del personale penitenziario. Per Fns-Cisl Lazio occorre che in istituti dove è in atto una vigilanza dinamica, al fine di evitare episodi del genere, sia data la possibilità ai detenuti di poter lavorare, anche per lavori di utilità, e non come accade ora e per mancanza di fondi di oziare nei luoghi preposti alla detenzione Per quanto concerne invece i dati forniti dal Dipartimento Giustizia Minorile anche per i minori i dati sono lievemente in aumento, infatti, sono presenti all'Istituto "Casal del Marmo" 56 utenti con presenza media giornaliera di 53 presenze, nove in più rispetto a dicembre 2014.
di Marco Galvani
Il Giorno, 23 febbraio 2015
"La chiusura del Reparto detentivo femminile per il momento è un progetto al vaglio del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria". La direttrice della Casa circondariale di via Sanquirico, Maria Pitaniello, mette i puntini sul piano che, sulla carta, dovrebbe portare al progressivo trasferimento delle detenute attualmente recluse a Monza, al completo restauro delle celle e alla riconversione del Femminile in una sezione maschile a regime attenuato con celle che sono più delle stanze di una pensione e doccia privata.
Una sezione destinata a ospitare detenuti impiegati tutto il giorno in lavori all'interno della casa circondariale che rientreranno nelle celle soltanto la sera per dormire. "I lavori al tetto (dopo i pesanti problemi di infiltrazioni che un anno fa avevano costretto alla chiusura di una delle due sezioni, ndr) sono finiti e presto verrà avviata la bonifica degli impianti - continua la direttrice.
L'obiettivo è di arrivare ad avere una sezione moderna", adeguata agli standard di abitabilità. Ci saranno stanze più grandi e, se le risorse lo consentiranno, ognuna avrà la propria doccia, a differenza del detentivo maschile dove ne è presente una comune con più box per ciascuna sezione.
Un progetto che si potrà concretizzare una volta che arriverà il via libera del Dipartimento e quando saranno ultimati gli interventi di ristrutturazione. Un riammodernamento e una riorganizzazione con cui il carcere monzese prosegue sulla strada che ha già portato all'attivazione della sorveglianza dinamica in quattro sezioni.
Un sistema a "regime aperto" dove i detenuti a media e bassa pericolosità (esclusi i reparti di osservazione, dell'Alta sicurezza, dei protetti e dell'infermeria) vengono controllati da un gruppo di agenti di polizia penitenziaria in pattuglia nelle varie aree del detentivo e, in remoto, 24 ore su 24 con il sistema di videosorveglianza. Novità che si aggiungono al programma di potenziamento delle attività lavorative, sportive, culturali, didattiche e ricreative: dal laboratorio di vetreria con la ditta Paci di Seregno all'assemblaggio di filtri d'acqua con la coop San Giuseppe, dall'assemblaggio di giochi e piccoli elettrodomestici con la cooperativa Opportunity alle attività avviate dalla Cooperativa sociale 2000 come la falegnameria e lo storico servizio di lavanderia, primo esempio in Italia a occuparsi anche della biancheria personale dei detenuti.
E ancora il laboratorio teatrale, quello di arte-terapia e di ascolto musicale, le attività sportive (calcio e rugby). mentre nelle ultime settimane un paio di detenuti hanno iniziato tre mesi di tirocinio al Parco grazie alla collaborazione del carcere con il Consorzio Parco e Villa: si stanno occupando della manutenzione del verde, della raccolta delle foglie e della sistemazione dei vialetti. Un'occasione per imparare un mestiere con un lavoro di pubblica utilità.
Libertà, 23 febbraio 2015
Il carcere sta attivando percorsi di recupero dei detenuti, e non pochi È questo il punto sul quale si sofferma un ampio intervento della direttrice della Casa circondariale, Caterina Zurlo, inviato a Libertà dopo l'intervista rilasciata dal Garante dei detenuti, Romano Gromi.
Anzitutto la direttrice vuol "rassicurare in primis la cittadinanza, e poi anche il Garante dei diritti delle persone private della libertà, che il dettato normativo relativo alle finalità della pena e della carcerazione, che sta nella stessa Costituzione prima ancora che nella Legge, è assolutamente nella testa e nel cuore degli operatori penitenziari".
E prosegue: "se mai si verificasse qualche disagio, non è senz'altro per impostazione culturale, ma per carenza di strumenti, per disposizioni che si eseguono, per situazioni di inopportunità che vanno sanate".
Zurlo elenca poi nella nota per tranquillità di chi ha a cuore le vicende carcerarie, che nella Casa circondariale di Piacenza sono stati attivati: "Un corso di teatro, uno di legatoria, uno di coltivazione di erbe officinali che porterà alla produzione di the, tisane, miele alle erbe, grazie al felice incontro con altra esperienza, attiva da anni, di produzione di miele all'interno, e sta per prendere piede anche un corso di produzione di pasta fresca che porterà il marchio del carcere".
Si sta concludendo, sottolinea ancora Zurlo, un corso di formazione per piastrellisti, tenuto dalla Scuola Edile e grazie al contributo del Comune, "che ha reso possibile il ripristino del locale palestra, prima assai vetusto e oggi rinnovato, e ha permesso di dare professionalità a un gruppo di detenuti, da spendere all'interno oltre che nella vita".
Non è tutto: "È appena il caso di ricordare che nel carcere sono attivi corsi di scuola elementare, media e superiore condotti dagli istituti Calvino e Raineri Marcora - scrive Zurlo - mentre è davvero opportuno segnalare che l'ultimo istituto citato cura un giornale interno, che dà voce ai detenuti e che è anche stato destinatario di premi".
Tra i progetti in vista: "incontri con Scuola e Università al fine di mettere a punto progetti di interazione con i detenuti e cicli di seminari. Tutte esperienze a cui si tiene moltissimo e che si ritiene ricadano nel concetto di rieducazione e socializzazione che il Garante sostiene invece mancare all'interno del carcere". Zurlo non si sofferma invece, se non brevemente, sulla sospensione della testata Sosta Forzata, aveva già dichiarato a Libertà le sopravvenute "difficoltà di approccio e di relazione con la direzione della rivista". In quanto al "dialogo tra uomini liberi e uomini ristretti, nelle forme corrette, si vuole e si ricerca sempre", conclude.
Il Sole 24 Ore, 23 febbraio 2015
E stata una delle dieci cooperative sociali che il 15 gennaio scorso hanno perso la gestione del servizio della mensa carceraria, ma non chiuderà come successo ad altre. Anzi, è pronta a investire in nuovi settori: stiamo parlando della coop "Sprigioniamo sapori", partner di "La città solidale", consorzio aderente al gruppo cooperativo Cgm e presente nel penitenziario di Ragusa da più di un decennio.
Con 160 mila euro dì fatturato per le attività collaterali alla distribuzione dei pasti (di cui 80mila per il servizio di catering all'esterno) "siamo pronti a rimboccarci le maniche e a ripartire dopo 1o stop al servizio mensa", come spiega Aurelio Guccione, presidente di "Sprigioniamo sapori". L'organizzazione è nata ufficialmente nel 2013 (sulla scia dì un progetto di formazione culinaria finanziato dal Fondo sociale europeo) con laboratori di produzione di torroni e altri prodotti dolciari, che oggi vengono venduti su tutto il territorio nazionale.
"Ora sono rimasti tre ide-tenuti dipendenti in pasticceria - sottolinea Guccione, un'attività che fin dall'inizio ha camminato con le proprie gambe e che ora dovremo necessariamente ampliare, per esempio puntando anche sulle creme spalmabili, che finora non avevamo trattato".
Nelle varie lavorazioni legate alla produzione di dolci la coop utilizza materie prime provenienti dal l'agricoltura biologica e, quando possibile, a chilometro zero, che entrano in carcere per essere lavorate nei locali della pasticceria (separati dalle cucine, dove vengono preparati i pasti per i detenuti ).
"Le conseguenze dello stop sono state inevitabilmente negative - sottolinea il presidente di "Sprigioniamo sapori", ma il Dap si è comunque messo a disposizione per ogni necessità logistica relativa alle nostre attività", mentre, anche dal punto di vista del finanziamento di nuovi progetti, farà da tramite tra le imprese sociali e la Cassa delle ammende, l'ente preposto a erogare contributi per quei progetti assimilabili a una start up che nel giro di un certo periodo di tempo si rendano auto-sostenibili.
Sprigioniamo sapori ha già in mente i progetti per cui chiedere i finanziamenti: "Oltre all'ampliamento delle lavorazioni di pasticceria - spiega Guccione, vogliamo attivare un percorso imprenditoriale dì falegnameria e un servizio di manutenzione di una masseria che abbiamo a disposizione".
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