di Concetta Rizzo
Giornale di Sicilia, 25 febbraio 2015
Assistenza economica post penitenziaria, assistenza finanziaria straordinaria ed assistenza ai tossicodipendenti. Il Comune, guidato dal commissario Luciana Giammanco, ha disposto il pagamento di 6.500 euro quale contributo complessivo per il primo tipo di assistenza, la liquidazione di complessivi 20.300 euro per il secondo tipo e l'erogazione di 1.500 euro per il terzo, arrivando dunque ad un totale complessivo - per il 2014 - di 28.300 euro.
Per l'assistenza post penitenziaria 26 sono stati i richiedenti. E ad ogni istanza sono stati dunque liquidati 250 euro. Si tratta di contributi che l'amministrazione eroga per assicurare ai cittadini meno abbienti interventi mirati a migliorare la qualità della vita dopo l'insorgenza di gravi patologie mediche, eventi luttuosi, sfratti ed altre situazioni improvvise che portano ad uno stato di povertà e rischio di emarginazione.
Per far fronte a tale tipo di richiesta di contributi economici, il Municipio aveva impegnato 10.000 euro sull'apposito capitolo di bilancio. A richiedere l'assistenza economica straordinaria sono stati, invece, ben 203 agrigentini ai quali è stato erogato un contributo di 100 euro, arrivando dunque ad una spesa complessiva per le casse comunali di 20.300 euro. La somma complessivamente impegnata era stata di 23.167,50 euro. Anche in questo caso, gli interventi sono volti a garantire la qualità della vita, eliminando o riducendo le condizioni di bisogno e di disagio individuale e familiare derivanti dall'inadeguatezza del reddito.
www.rsvn.it, 25 febbraio 2015
Forse il pretesto del furioso pestaggio tra detenuti stranieri avvenuto poche ore fa in una cella del carcere di Genova Marassi è tra i più futili, ossia l'incapacità di convivere "seppur tra le sbarre" con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che poche ore fa, nel carcere genovese di Marassi, tre detenuti stranieri se le sono date di santa ragione.
E se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della rissa potevano essere peggiori. La denuncia arriva dal sindacato più rappresentativo e con il maggior numero di poliziotti penitenziari iscritti, il Sappe, che denuncia come resta sempre alta la tensione nelle carceri italiane.
Spiega Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe: "La rissa tra detenuti a Udine è sintomatico di una emergenza penitenziaria che permane, nonostante tutto, sedata in tempo dai bravi poliziotti penitenziari in servizio che mi auguro vengano premiati per l'ottimo intervento operativo. Un saluto in particolare va ad un poliziotto, colpito dai detenuti mentre tentava di separarli, che si trova attualmente al Pronto soccorso di un Ospedale cittadino.
Non so come si possa parlare di emergenza superata, visto che a Marassi si sono contati, nei dodici mesi del 2014, 106 episodi di autolesionismo, 9 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria e 17 colluttazioni". Per il Sappe "la situazione nelle carceri resta sempre allarmante, nonostante in un anno il numero dei detenuti sia calato, a Marassi, di oltre cento unità: dai 773 del 31 gennaio 2014 si è infatti passati agli attuali 684, mentre a livello nazionale sono oggi detenute 53.889 persone rispetto alle 61.449 dello scorso anno (circa 7.500 in meno). Capece sottolinea infine che "per fortuna nostra e delle Istituzioni a Marassi lavorano poliziotti penitenziari molto determinati, che credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d'identità e d'orgoglio. Agenti, Sovrintendenti, Ispettori, Funzionari che lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive genovesi e italiane. A loro va il plauso mio personale e del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il Sappe".
Redattore Sociale, 25 febbraio 2015
È successo in Toscana dopo un piccolo furto in un vivaio da parte di una donna. Insorge il Garante dei detenuti: "Si parla di carceri sovraffollate e poi si tiene in cella una donna per un episodio del genere". Quattro mesi di carcere perché ha rubato tre piante in un vivaio. È successo a una signora che abita in Toscana, dopo che si era inserita all'interno di un vivaio in piena notte per compiere il furto. Fino a pochi giorni fa, la donna è rimasta nel carcere fiorentino di Sollicciano, quindi è stata trasferita a Pisa. La donna, dopo l'arresto, ha restituito le piante ma la pena non è stata attenuata.
Il caso solleva numerose critiche da parte del garante dei detenuti di Firenze Eros Cruccolini: "Si parla sempre di sovraffollamento delle carceri e poi si tiene 4 mesi in cella una persona che ha commesso un piccolo furto. Ci potrebbero essere tante pene alternative, ad esempio quella di far lavorare la donna all'interno del vivaio dove ha commesso il furto. In questo modo, invece, non si fa altro che sovraffollare gli istituti penitenziari, già al collasso".
di Tiziana Montaldo
La Stampa, 25 febbraio 2015
"La favola bella" è uno spettacolo realizzato e interpretato dai detenuti della Casa Circondariale di Saluzzo. "Guardiamoci dentro. Le ragioni di una riflessione sul carcere": mercoledì 25 e giovedì 26 si terranno due giorni tutti dedicati per ragionare sul significato di "pena" e la sua funzione stabilita dalla Costituzione di recupero del detenuto, l'assunzione della responsabilità individuale, le esperienze maturate da cooperative e da volontari con percorsi di formazione e di reinserimento delle persone detenute e, infine per ragionare sulle strategie attuabili in tempi di crisi per diminuire i rischi di recidiva. L'evento è promosso dalla Compagnia San Paolo, dal 1996 sostenitrice di progetti nelle carceri, e dall'Ufficio Pio, sempre della Compagnia, che gestisce il progetto Logos per il supporto delle persone che hanno scontato la pena e devono reinserirsi trovando una casa e un lavoro.
La due giorni comincia con il convegno nazionale - con esperti da tutta Italia - mercoledì 25 alle 13,30 al Campus Einaudi, in lungodora Siena 100 e 4 workshop tematici dalle 15 sulla pena nel quadro normativo, il lavoro di "team" tra volontari, cooperative e personale penitenziario, la pena del non lavoro e il territorio come risorsa. Alle 21,30 al Piccolo Regio, in sala Puccini, piazza Castello 215 spettacolo gratuito fino a esaurimento posti dal titolo provocatorio "Ognuno ha la sua legge uguale per tutti" interpretato e realizzato dai detenuti della Casa circondariale Lorusso Cotugno con il coordinamento di Claudio Montagna di Teatro Società. Giovedì 26 al Foyer del Toro del Teatro Regio alle 9 si tiene la tavola rotonda "Carceri: luoghi (in)credibili e ponti verso l'esterno?" mentre alle 14,30 si parlerà invece de "L'esperienza delle Fondazioni: modelli e prospettive d'intervento". Ingresso gratuito, iscrizioni sul sito.
Sono invece esauriti i posti per la visita guidata al Museo delle Nuove sempre del 26 alle 18 e per lo spettacolo alle 21 de "La favola bella" realizzato e interpretato dai detenuti della Casa di reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo.
In parallelo si svolgono due mostre: una al Campus Einaudi, in lungo Dora Siena 100, fino al 6 marzo, con un percorso fotografico di ritratti in bianco e nero di persone detenute e non con alcune frasi. Al Foyer del Regio, fino al 2, si tiene invece l'installazione di due grandi specchiere montate dove si riflettono da una parte le immagini dei detenuti inseriti in percorsi artistici, culturali e sportive e quelli in cella a simboleggiare un confronto l'opportunità di imparare un lavoro e l'inattività. È previsto anche uno spazio di vendita dei prodotti realizzati in carcere esposti anche da Marte, il temporary shop in via delle Orfane 24/d.
di Cristina Morini
Il Manifesto, 25 febbraio 2015
Saggi. "Recluse" di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa per Ediesse Edizioni. Un'inchiesta sulle donne detenute. Le carceri come un'istituzione tesa a "naturalizzare" la condizione di genere. "Come potrebbe la prigione non essere la pena per eccellenza in una società in cui la libertà è un bene che appartiene a tutti e al quale ciascuno è legato da un sentimento universale e costante?", si domanda Michel Foucault in Sorvegliare e punire. Dalla sua origine, tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, l'istituzione carceraria viene pensata innanzitutto come castigo "egualitario". Questa storica vocazione del carcere all'"eguaglianza" viene analizzata da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa nel libro Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere (Ediesse Edizioni, pp. 315, 16 euro. Il libro è stato presentato ieri a Roma da Cecilia d'Elia, Mauro Palma e Stefano Anastasia), attraverso una griglia interpretativa inconsueta, quella della differenza sessuale.
Eppure, l'impianto della macchina-prigione si configura per la perfetta assenza di "alterità", omologandosi sulla prevalenza della "questione criminale maschile" a partire da un elemento statistico: "la maggioranza di arrestati, condannati e detenuti è di sesso maschile" e le donne rappresentano appena il 4,3 per cento della popolazione detenuta italiana. Popolazione "residuale", dunque, rappresentata per negazione e che fatica a trovare autonomi spazi di soggettivazione. Per altro, la depersonalizzazione e il declassamento dell'individuo attraverso la cancellazioni di diritti (alla privacy, all'affettività, alla salute) sono parte integrante dei disegni del carcere. La sofferenza che tali trattamenti generano si traduce spesso in fenomeni autodistruttivi.
I nessi tra il disconoscimento dei vissuti, piegati e domati, le precarietà esistenziali dei percorsi individuali e le ricadute cliniche sono evidenti, ed esplicitati dalle due autrici. Ronconi e Zuffa muovono da una ricerca condotta nel 2013 nelle carceri di Solliciano, Empoli e Pisa, dando voce e cioè corpo alle donne detenuti: corpi sessuati nei loro desideri e nelle loro resistenze. La rimozione della differenza sessuale all'interno degli istituti penali si inserisce in una schema tradizionalmente insito nella società. Ma il carcere è un microcosmo dove l'inclusione consente di amplificare modelli e simbologie parimenti neutralizzanti e naturalizzanti.
La principale letteratura sulla carcerazione femminile, dagli inizi del Novecento, mostra come anche per i "riformisti" alla donna può essere riservata una punizione meno dura a patto di sottolinearne la costitutiva dipendenza, fragilità e irrazionalità. Nel tempo, l'apparato repressivo ha dedicato alle donne la reclusione all'interno di riformatori "a scopo preventivo", per reati connessi alla sessualità, come la prostituzione o l'essere madri nubili. Almeno fino alla riforma del 1975, in Italia la gestione della reclusione femminile è stata affidata alle suore con "riproposizione di ruoli femminili tradizionali e di soggezione a imperativi di tipo religioso".
Nel presente, Tamar Pitch ha ripreso il dibattito circa il modello di giustizia e di pena per le donne, mostrando la difficoltà a uscire da una dicotomia stretta tra "la logica dell'eguaglianza, ritagliata su una norma maschile assunta acriticamente" e la severità della giustizia maschile, insensibile alle circostanze in cui le donne commettono reati.
La ricerca qualitativa che costituisce il cuore del testo, con 38 interviste autobiografiche, mette a fuoco la percezione dei dispositivi di detenzione, le strategie di resistenza e l'immaginazione del futuro. La lettura di genere aiuta nel lavoro di scavo e risulta utile nella decifrazione di un universo costruito sull'imposizione della "dipendenza". La donna in carcere non può sottrarsi alla propria rappresentazione "minorata" che chiama in causa "la natura femminile" dentro le mura. La devianza nella donna imprigionata è sintomo, semmai, della sua debolezza, "non pericolosa ma pericolante" per usare un'efficace immagine di Tamar Pitch. Con il rischio, scrivono Ronconi e Zuffa, che le donne "perdano se stesse" poiché i meccanismi di infantilizzazione e passivizzazione sono meno decifrabili, mentre il paternalismo si esercita più agevolmente nei loro confronti.
Emergono, dai racconti, le difficoltà quotidiane della sopravvivenza dietro le sbarre, dentro "la danza immobile del carcere", luogo sprovvisto di un "tempo sensato" le cui regole disciplinano il corpo, il corpo malato che attende cura, che ha bisogno di ascolto. Si ricorre a una gestualità quotidiana (pulire, fare ginnastica, scrivere) per difendersi dal vuoto e dall'ansia, dall'assenza di risposte. Si rintracciano i codici di una resistenza, di una "resilienza", "per tener fede a se stesse, per non farsi invadere dall'istituzione totale", facendo appello a "una drastica alterità rispetto a tutto ciò che il mondo carcerario significa". Ricostruire, anche, la propria identità di persona, soprattutto attraverso le relazioni, in particolare le relazioni affettive, con la famiglia d'origine e con i figli. Mantenersi dentro questa traccia, mantenersi legate al domani attraverso gli amori, soprattutto l'amore materno, con parole commoventi, "con tenerezza, sofferenza e concretezza". Ma questo modo di provare a vivere è, contemporaneamente, il modo di soggiacere al compito assegnato.
La conversazione finale tra le autrici e Maria Luisa Boccia interroga il pensiero e alla pratica femminista del "fuori" come sistema utile per inquadrare il "dentro" delle donne in carcere, mettendoli in rapporto. Nelle parole di Boccia, "il carcere può essere considerato una sorta di laboratorio (...) un modello di controllo sociale che anticipa il modello assai vasto di femminilizzazione della società". Un paradigma, questo, che abbiamo visto dispiegarsi con l'ideologia neoliberale e che recupera il femminile "come un insieme di "valori" da mettere a frutto nella società e non solo in famiglia". Nel carcere diventa un distillato di norme che ricollocano la donna a cavallo tra il "femminile" e il patologico: "per le donne la riabilitazione significa tornare a essere una buona madre e una buona figlia", dice Boccia. Fuori da qui c'è l'"anormalità", intesa come devianza da quel "femminile" che si pretende connaturato e al quale le donne detenute vanno riportate attraverso la "correzione" e la "riduzione a minore".
"Dallo sguardo della differenza femminile", scrivono nelle conclusioni Ronconi e Zuffa, "si affaccia una riflessione che può condurre a scelte di politica carceraria "per le donne e per gli uomini": la "minorazione" della persona detenuta è parte integrante e necessaria della pena carceraria? Oppure rientra in una lesione del diritto alla dignità e alla salute che eccede la privazione della libertà?".
La Corte Europea di Strasburgo ancora nel 2013 ha giudicato "inumano e degradante" il trattamento impartito nel sistema penitenziario italiano. Nel 2014 si sono avuti 43 suicidi in cella (fonte, Ristret?tiO?riz?zonti?.it). Al 30 giugno 2013 in carcere con le madri si trovavano 52 bambini sotto i tre anni (Istat).
Ansa, 25 febbraio 2015
La chiusura dell'operazione Mare nostrum ha prodotto "conseguenze ampiamente previste di nuove, tragiche morti in mare, nonostante il pieno dispiegamento dei mezzi e l'impegno della Guardia costiera italiana, lasciata pressochè sola dalla comunità internazionale".
Lo ha affermato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, nel corso della presentazione del Rapporto 2014-2015. Nella parte dedicata all'Italia, l'organizzazione sottolinea le sue preoccupazioni per "la situazione nelle carceri e nei centri di detenzione per migranti irregolari e il mancato accertamento - nonostante i progressi compiuti su qualche caso - delle responsabilità per le morti in custodia. Amnesty punta il dito contro le "indagini lacunose e le carenze nei procedimenti giudiziari" e sottolinea inoltre la "perdurante assenza del reato di tortura nella legislazione italiana" e "la discriminazione nei confronti delle comunità rom.
"Durante il semestre di presidenza dell'Unione europea l'Italia ha sprecato l'opportunità di dare all'Europa un indirizzo diverso, basato sul rispetto dei diritti umani, sul contrasto alla discriminazione e soprattutto su politiche in tema d'immigrazione che dessero priorità a salvare vite umane, attraverso l'apertura di canali sicuri di accesso alla protezione internazionale, piuttosto che a controllare le frontiere", ha dichiarato Rufini.
"Dopo aver salvato oltre 150.000 rifugiati e migranti che cercavano di raggiungere l'Italia dal Nord Africa su imbarcazioni inadatte alla navigazione, a fine ottobre l'Italia ha deciso di chiudere l'operazione Mare nostrum. Avevamo chiesto al governo, e lo stesso primo ministro si era impegnato pubblicamente in questo senso, di non sospendere Mare nostrum fino a quando non fosse stata posta in essere un'operazione analogamente efficace, in termini di ricerca e soccorso in mare".
di Luigi Saraceni
Il Manifesto, 25 febbraio 2015
Nel primo anniversario della sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittime le pene draconiane previste dalla Fini-Giovanardi per le droghe "leggere" (da 6 a 20 anni di reclusione) e ripristinato le più miti pene della legge precedente (da 2 a 6 anni), le Sezioni Unite della cassazione sono chiamate a risolvere i prevedibili contrasti insorti tra pubblici ministeri e giudici, di legittimità e di merito, sulla incidenza della pronuncia della Consulta sulle condanne definitive in corso di esecuzione.
Gli appelli di giuristi e associazioni per un intervento legislativo che prevenisse tali contrasti, adottando una soluzione equa ed uniforme per tutti i condannati, sono caduti nel vuoto e così, nella latitanza della politica, sarà ancora una volta il massimo organo della giurisdizione penale che, nell'udienza di domani, dovrà dire una parola definitiva sulla sorte di migliaia di detenuti che stanno scontando pene "illegittime".
I giudici di piazza Cavour si trovano la strada parzialmente spianata da una precedente decisione delle stesse Sezioni Unite, che, sia pure con riferimento ad una diversa vicenda, nel maggio scorso hanno spazzato via il feticcio del "giudicato", invocato da una parte della magistratura per contrastare gli effetti delle decisioni della Consulta sulle condanne definitive.
Ma i giudici più restii a dare piena attuazione ai valori costituzionali, non potendo continuare ad invocare lo sbarramento del "giudicato", si sono attestati su una nuova frontiera. Dicono che la decisione della Consulta vale solo per i casi in cui la condanna definitiva superi il minimo della pena prevista dalla Fini-Giovanardi, che coincide con il massimo previsto dalla ripristinata legge precedente (6 anni di reclusione). In altre parole, secondo questa giurisprudenza, può considerarsi "illegale" solo la parte di pena che superi il minimo della legge precedente, sicché, per ripristinare la legalità, basterebbe eliminare la pena eccedente.
Questo orientamento non tiene conto di un dato, ben noto a chiunque abbia una qualche conoscenza delle prassi giudiziarie. La commisurazione della pena è una scelta che i giudici compiono collocando il fatto da giudicare nella "cornice edittale" prevista dalla legge vigente e riservando il minimo ai fatti di minore gravità. È perciò evidente che il minimo della pena inflitta nel vigore della illegittima legge Fini-Giovanardi (6 anni di reclusione) potrebbe riguardare, e quasi sempre riguarda, fatti che, se giudicati secondo i parametri legali ripristinati dalla decisione della Consulta, avrebbero meritato un minimo di 2 anni o comunque una pena di gran lunga inferiore.
Perciò la giurisprudenza più attenta a dare effettiva attuazione ai valori costituzionali, ritiene che tutte le condanne in corso di espiazione inflitte nel vigore della Fini-Giovanardi per droghe leggere vadano annullate e il trattamento sanzionatorio vada rideterminato dal giudice della esecuzione sulla base delle pene previste dalle precedenti norme costituzionalmente legittime (più miti, anche se ancora troppo severe).
Sono appunto questi contrastanti orientamenti giurisprudenziali che i giudici della Cassazione dovranno risolvere nell'udienza di domani. L'auspicio è che le Sezioni Unite proseguano il percorso della ragione intrapreso nel maggio scorso, ponendo fine alla esecuzione delle pene illegittime.
Resta comunque il rammarico per tutti coloro che l'inerzia della politica ha nel frattempo condannato ad espiare, nell'ancora sovraffollate galere, una pena che per i principi costituzionali del nostro ordinamento non avrebbero dovuto espiare.
Adnkronos, 25 febbraio 2015
Una prigione segreta dove i detenuti vengono picchiati e sottoposti ad altri abusi. Non si tratta di un nuovo "black site" della Cia, ma di centro di detenzione, noto come Homan Square, della polizia di Chicago dove, secondo quanto rivela oggi The Guardian, fermati sono scomparsi per ore, anche un giorno intero, senza che venissero informati i loro legali. Tra di loro anche un ragazzo di 15 anni, scrive ancora il giornale britannico che rivela quanto emerso da un'inchiesta interna della polizia di Chicago.
Il quotidiano britannico ha anche intervistato un manifestante fermato durante la conferenza della Nato del 2012 che racconta di essere stato tenuto in questa prigione segreta per quasi un giorno, negandogli la possibilità di chiamare un avvocato, prima di essere trasferito nel vicino commissariato dove è stato formalmente incriminato. "Homan Square è veramente un posto strano - ha detto Brian Jacob Church - mi fa pensare ai centri per gli interrogatori che la Cia ha in Medio Oriente e chiama black site. È un black site interno, quando ci finisci nessuno sa quello che ti succede".
Secondo quanto riferisce il giornale, la prigione segreta di Chicago appare modellata proprio su quelle diventate tristemente famose nella guerra al terrorismo, con tanto di cellette per gli interrogatori, mezzi militari e persino una gabbia. E se nelle prigioni segrete Cia sono finiti sospetti terroristi stranieri, in queste di Chicago finiscono rinchiusi soprattutto americani poveri, afroamericani o ispanici. "È un po' un segreto di Pulcinella per gli avvocati che frequentano i commissariati, se non puoi trovare un cliente nel sistema, ci sono buone possibilità che sia lì", racconta l'avvocato Julia Bartmes.
Asca, 25 febbraio 2015
Era caduto in disgrazia ed era in carcere in Austria. È stato il secondo uomo più potente del Kazakistan, genero del padre-padrone del Paese, il presidente Nursultan Nazarbayev, e uomo d'affari ricchissimo. Oggi le autorità austriache hanno annunciato di averlo trovato impiccato nella sua cella di Josefstadt, dove era detenuto dopo essere caduto in disgrazia. L'ipotesi più accreditata dalle autorità è quella che si sia ucciso, ma i legali di Rakhat Aliyev hanno avanzato il fondato sospetto che, più che suicidarsi, sia stato "suicidato".
Aliyev aveva 52 anni. Avrebbe usato delle garze per impiccarsi a un appendiabiti nel bagno della sua cella, dove era detenuto da solo, ha spiegato Peter Prechtl, capo dell'amministrazione penitenziaria. L'ex uomo d'affari ed ex diplomatico era in carcere da giugno 2014, dopo essersi consegnato per rispondere delle accuse di omicidio per l'uccisione di due manager di una banca kazaka, scomparsi nel 2007 e poi rinvenuti morti quattro anni dopo. Aliyev ha sempre negato ogni addebito e il suo processo era atteso per aprile.
Un tribunale kazako aveva già condannato in contumacia l'ex genero di Nazarbayev a 40 anni di prigione per lo stesso reato. Tuttavia Aliyev, che era ambasciatore in Austria al momento della sua caduta in disgrazia, ha chiesto rifugio a Vienna e le autorità austriache si sono rifiutate di estradarlo in Kazakistan dove, a loro dire, non avrebbe potuto avere un giusto processo. Rakhat Aliyev, prima d'incorrere in questi rovesci a partire dal 2007, era il marito di Dariga Nazarbayeva, la figlia del presidente che molti davano come principale candidata alla successione dell'anziano genitore.
La caduta nella polvere del potente uomo d'affari segnò anche la fine del matrimonio con Dariga. La morte di Aliyev è venuta alla vigilia di un'importante testimonianza che il kazako avrebbe dovuto rendere nel processo contro altri due detenuti che, secondo lui, avevano richiesto somme di denaro per assassinarlo facendo sembrare l'uccisione un suicidio. "Supponiamo che qualcuno l'abbia ucciso", ha dichiarato Stefan Prochaska, uno dei legali di Aliyev.
E, sull'ipotesi suicidio, anche l'altro avvocato, Klaus Ainedter, ha avanzato "considerevoli dubbi". Aliyev ha sempre accusato delle sue digrazio il potente ex suocero, Nazarbayev. Tuttavia s'è sempre trovato isolato: la debolissima opposizione kazaka non l'ha mai voluto inquadrare nei suoi ranghi, ricordando la sua partecipazione al regime repressivo di Nazarbayev, che guida col pugno di ferro il Kazakistan dall'indipendenza nel 1991 e che, nel 2010, è stato nominato "Leader della Nazione" ("Elbassy"), titolo che gli dà voce in capitolo sulle scelte fondamentali del paese fino alla morte.
di Sara Creta
La Repubblica, 25 febbraio 2015
È in corso una vasta operazione di detenzione di migranti d'origine sub-sahariana: al di fuori di tutte le procedure legali, in violazione alla legge marocchina e contro tutte le convenzioni internazionali. La denuncia del Gadem (Gruppo antirazzista di difesa e d'accompagnamento degli stranieri e dei migranti) e del Ccsm (Consiglio dei Migranti Sub-sahariani in Marocco). Tra i migranti detenuti ci sono minori, richiedenti asilo e persone in attesa di regolarizzazione. Sono trattenuti in diversi centri di detenzione.
In Marocco è in corso una vasta operazione di detenzione di migranti d'origine sub-sahariana: al di fuori di tutte le procedure legali, in violazione alla legge marocchina e contro tutte le convenzioni internazionali ratificate dal regno, denunciano Gadem (Gruppo antirazzista di difesa e d'accompagnamento degli stranieri e dei migranti) e Ccsm (Consiglio dei Migranti Sub-sahariani in Marocco). Almeno 1.200 persone sono state arrestate il 10 febbraio 2015 secondo le informazioni diffuse dall'Amdh (Associazione Marocchina per i Diritti Umani) e trasferite "contro la loro volontà" su autobus in varie città marocchine. Tra i migranti detenuti ci sono minori, richiedenti asilo e persone in attesa di regolarizzazione. Sono in queste ore trattenuti in diversi centri di detenzione a Errachidia, Goulmina, El Jadida, Safi, Kelaat, Sraghna, Chichaoua, Tiznit, Essaouira, Youssoufia e Agadir.
La mappa dei centri di detenzione. Realizzata grazie ad una missione in tutto il paese, la mappa localizza i diciotto centri di detenzione che il gruppo di attivisti di Gadem è riuscito a documentare. L'associazione per la difesa dei migranti ha denunciato i fermi come arbitrari. I migranti sono stati divisi nelle città costiere e interne, dove alcune strutture nazionali come centri sportivi o colonie estive sono state trasformate in luoghi di detenzione, che non sono idonei secondo la legge. "Abbiamo paura di essere deportati. Cosa ci succederà? Quali sono i nostri diritti? Le autorità marocchine non ci danno risposta".
Al telefono rispondono due migranti della Guinea Conakry, trattenuti in una struttura sorvegliata e inaccessibile alle organizzazioni che in queste ore stanno cercando di entrare per verificare la situazione di detenzione. Abubakari, guineano di 28 anni è detenuto a El Kelâa Des Sraghna (vicino a Marrakesh) insieme a lui 58 uomini tra cui Camerunesi, Maliani, Ivoriani, Guineani, Burkinabè, Congolesi, Gabonesi, Centro Africani e Senegalesi. Abubakari continua: "Ci sono una decina di minori e anche un ragazzo ferito". I migranti raccontano: "Ci hanno fotografato e identificato. Sono passati giorni e nessuno di noi sa cosa ci succederà". Secondo le testimonianze raccolte le ambasciate dei paesi di provenienza sono già state avvisate e alcune tra cui la Guinea Conakry e il Cameron hanno visitato i centri di detenzione.
Gli accampamenti non sono più tollerati. Tutto è cominciato con l'operazione eccezionale di regolarizzazione marocchina che si è conclusa brutalmente lo scorso 12 febbraio, quando il campo di Gougrugu, dove vivevano circa un migliaio di migranti ai piedi di Melilla è stato sgomberato. Linea dura dal Ministero dell'Interno del regno: retate a tappeto per smantellare tutti gli accampamenti dei migranti africani. Pochi giorni dopo anche i campi di Selouane e Zegangan, dove vivevano famiglie con bambini, nei pressi di Nador sono stati evacuati. "Hanno distrutto e bruciato il nostro campo, ora vogliamo essere liberati". Risponde al telefono Fredy, camerunese di 21 anni, da un anno in Marocco. Viveva con altri migranti nella foresta marocchina. Il giovane si trova ora in un centro ad Ain Melloul, a pochi kilometri da Agadir, insieme a lui 65 migranti sono trattenuti in un complesso nazionale.
Una politica securitaria contradditoria. L'ufficio Oim - Organizzazione Internazionale della Migrazione di Rabat parla di tre proposte di legge sul tavolo in tema di asilo, tratta di esseri umani e migrazione, preparate da tre strutture ministeriali sotto la leadership della Delegazione inter-ministeriale dei diritti umani (Didh). L'ufficio Oim di Rabat, inaugurato ufficialmente nel 2007, si prepara a ricevere altri 1.6 milioni di Euro per il biennio 2015-2016 per sostenere un progetto di ritorno volontario assistito (Avrr) e per l'assistenza umanitaria ai migranti irregolari, finanziato dall'Unione Europea/Devco.
Nel 2014 si è sfiorato il record di 1200 ritorni volontari effettuati soprattutto verso il Cameroon, Nigeria, Guinea Conakry e Costa d'Avorio. "Il Marocco deve continuare con un approccio umano alla migrazione come dichiarato dal regno nel 2013 - continua Rudolf Anich, responsabile progetto Oim - storicamente paese di emigrazione, con più di quattro milioni di cittadini oltre confine, il Marocco può riuscire a diventare un modello per la regione, ma resta una grande sfida".
La risposta della commissione europea. Un forte impegno nel sostenere gli sforzi del Marocco per realizzare una politica migratoria genuina è visibile. La commissione ha confermato per periodo 2015-2019 un sostegno finanziario di 10 milioni di euro per facilitare il processo d'integrazione di migranti e rifugiati e per garantire l'accesso ai servizi pubblici nazionali. Critiche e forti preoccupazioni sono però state sollevate anche dal responsabile per Migrazione, Affari interni e Cittadinanza della Commissione europea, Dimitris Avramopoulos, che ha denunciato le violazioni dei diritti umani dei migranti nel regno, soprattutto nelle zone di frontiera di Ceuta e Melilla.
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