di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 31 luglio 2018
L'atto in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d'asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro. Per la prima volta una nave italiana ha riportato in Libia migranti soccorsi nel Mediterraneo. La Asso 28, nave di supporto a una piattaforma petrolifera, è stata coinvolta nelle operazioni di soccorso di un gommone con 108 persone a bordo. Come avviene ormai da settimane, la sala operativa di Roma ha dato indicazioni di coordinarsi con la Guardia costiera libica e, prese a bordo le persone, la Asso 28 ha seguito le indicazioni e le ha sbarcate nel porto di Tripoli.
Un fatto senza precedenti in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d'asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro in cui, secondo la convenzione di Ginevra, devono essere sbarcati i migranti soccorsi. Nessuno dei migranti riportati a Tripoli, infatti, ha avuto la possibilità di chiedere asilo come garantito dalla legge.
Nelle scorse settimane la portavoce del Consiglio d'Europa aveva ribadito che "nessuna nave europea può riportare migranti in Libia perché contrario ai nostri principi". Venti giorni fa, un'altra nave di supporto a una piattaforma petrolifera, la Vos Thalassa, dopo aver soccorso dei migranti stava per consegnarli ad una motovedetta libica quando un tentativo di rivolta di alcuni dei soccorsi ha convinto il comandante ad invertire la rotta e a chiedere l'aiuto della Guardia costiera italiana che prese poi a bordo della nave Diciotti i migranti sbarcandoli a Trapani dopo l'intervento del presidente della Repubblica Mattarella.
Ieri è stata una nuova giornata di soccorsi nel Mediterraneo. Sei i gommoni avvistati dall'aereo della Ong francese Pilotes Volontaires con almeno 600 persone a bordo, 350 quelle di cui si ha notizia perché riportate in Libia dalla Guardia costiera libica ma anche dalla nave italiana.
Un episodio su cui chiede spiegazioni il deputato di Liberi e Uguali Nicola Fratoianni, in questi giorni a bordo della nave della Ong spagnola Open Arms tornata in zona Sar. "Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia Costiera Italiana, ma se così fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l'Italia e il comandante della nave risponderanno davanti a un tribunale. Il diritto internazionale prevede che le persone salvate in mare debbano essere portate in un porto sicuro e quelli libici, nonostante la mistificazione della realtà da parte del governo italiano, non possono essere considerati tali", afferma Fratoianni.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 31 luglio 2018
C'è tanta Libia nelle aspettative di Giuseppe Conte al suo primo viaggio a Washington, due mesi dopo l'inattesa nomina a Palazzo Chigi. La Libia come terra di transito e di partenze dei migranti verso l'Italia. Ma la Libia anche come crocevia di importanti business. Atterrato ieri sera negli Stati Uniti, il presidente del Consiglio italiano varcherà il portone d'onore della Casa Bianca con una short list di richieste per Donald Trump.
La più importante: una "cabina di regia permanente per il Mediterraneo", così definita dal premier, tra Usa e Italia, da attuarsi attraverso i reciproci ministri degli Esteri e della Difesa, per unire le forze contro il terrorismo e rafforzare la sicurezza nell'area. Conte chiederà esplicitamente a Trump di legittimare l'Italia come "interlocutore privilegiato" degli americani sulla Libia e punto di riferimento in Europa.
Una partita che si gioca sulla stabilizzazione del Paese nordafricano e sulla sfida con la Francia dell'attivissimo Emmanuel Macron, deciso a portare i libici alle urne il 10 dicembre, come stabilito durante il vertice di primavera a Parigi, nel pieno del vuoto di potere post-elettorale a Roma. È anche e soprattutto per contrastare le mire geopolitiche del presidente francese e per neutralizzare i risultati di quel summit, che Conte chiederà di formalizzare questo ruolo dell'Italia attraverso l'appoggio dell'amministrazione Trump alla Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, proprio allo scopo di studiare un percorso di maggiore sicurezza verso le elezioni. Servirà più tempo, più uomini, più soldi, per far sedere allo stesso tavolo le tribù e le fazioni in lotta tra di loro, da Tripoli fino al vasto territorio dell'ex Cirenaica in mano al generale Haftar.
L'intesa con il presidente americano Donald Trump, o la "simpatia", come la definisce Conte, è nata subito, al G7 degli inizi di giugno in Canada, su una comune base populista e la percezione di una distanza di fondo dagli altri leader mondiali. Conte era stato scelto appena qualche giorno prima dai grillo-leghisti come portavoce di un contratto che anche sulla politica estera cerca una difficile sintesi. L'Italia dei sovranisti ha molte questioni aperte, con l'Europa, con la Russia, sul Mediterraneo. La strategia di Palazzo Chigi sembra sempre più prediligire l'alleanza a due con Washington, anche a scapito della famiglia europea. Anzi, Conte si considera un "facilitatore" in grado di mediare tra gli Stati Uniti e Bruxelles, in un momento non proprio esaltante dei loro rapporti.
L'Italia sembra muoversi da sola, come a marcare una differenza dai partner del Vecchio Continente, senza troppo preoccuparsi dei rischi di isolamento. Anche sul fronte commerciale, il governo gialloverde era pronto, e lo è ancora, a cercare una scorciatoia per mettersi al riparo dai dazi Usa. Con Trump, Conte si dichiarerà "soddisfatto dell'accordo raggiunto" con la Casa Bianca dal presidente della commissione europea Jean Claude Juncker, che a Washington la scorsa settimana è riuscito a strappare una tregua nella guerra commerciale.
Ma il premier chiederà anche ulteriori "garanzie perché non vengano toccati gli interessi delle aziende italiane" in particolare "nell'agroalimentare e nel settore delle auto di lusso". Insomma, Conte vorrebbe continuare a muoversi su un parallelo canale bilaterale con gli Usa, pur sapendo che gli americani vorranno in cambio qualcosa. Una o più prove di fedeltà e di amicizia. Sulle missioni internazionali (vedi Afghanistan), sulle armi (vedi F35), sugli interessi energetici (vedi il gasdotto Tap, che per la Casa Bianca va completato, senza troppi ripensamenti).
di Alberto C. Ferro
italiastarmagazine.it, 31 luglio 2018
Jalil Muntaqim ha trascorso 47 anni in prigione. Ex membro del Black Panther e della sua organizzazione segreta, il Black Liberation Army, era stato accusato di avere avuto un ruolo nell'omicidio di due poliziotti di New York nel 1971. Una delle vittime era Giuseppe Piagentini, padre di Diane.
Oggi lei non ne vuole sapere di dare un parere favorevole alla sua liberazione: "È un tradimento, un oltraggio alla memoria di mio padre", ha ribadito recentemente in tv. Anche in Italia è in corso un dibattito simile, a proposito degli ultimi prigionieri delle Brigate Rosse del periodo storico e, anche in questo caso, i detenuti italiani per reati politici non si sono mai dissociati dai loro crimini. Così come le Black Panther. Muntaqim è uno dei 19 radicali, tra cui due donne, ancora in carcere 40 o più anni dopo essere state arrestati per atti violenti legati a quella che veniva definita "guerra di liberazione".
Nel 2019 il detenuto più anziano delle Black Panther, Romaine "Chip" Fitzgerald, "festeggerà" 50 anni di galera. La detenuta più anziana, Sundiata Acoli, ha 81 anni. Dal 2000, altri 10 detenuti politici sono morti in carcere per cause naturali, forse aggravate anche dalla condizione carcerarie. I 19 militanti incarcerati sono stati condannati per avere ucciso - anche se molti professano la loro innocenza - e per molti vale lo slogan "fine pena mai".
Negli Usa è in corso una specie di battaglia, etica e morale, per restituire l libertà a queste persone. Robert Seth Hayes, come Muntaqim ex membro del Black Panther e del Black Liberatione Army, che in allora teorizzava la lotta armata, è stato liberato, all'età di 69 anni, dalla stessa prigione di massima sicurezza di New York dove ha trascorso gran parte della sua vita, 45 anni in cella per l'omicidio di un poliziotto, Sidney Thompson, durante uno scontro in una stazione del Bronx nel 1973.
Nel 1998 aveva ottenuto la libertà sulla parola, ma ogni due anni gli è stata detta la stessa cosa: nonostante la buona condotta tenuta in carcere, agli occhi della commissione, Hayes continuava a rappresentare una minaccia per la società. Fu solo all'undicesimo tentativo, 20 anni dopo, e con la sua salute in rapido declino, si convinsero che era degno di essere riabilitato.
Scrive il Guardian: "La libertà di Hayes innalza ulteriormente la posta in gioco, costringendo le autorità di New York e di tutto il paese a considerare questioni fondamentali: esiste la possibilità d una riabilitazione per coloro che sono stati giudicati colpevoli di aver ucciso agenti di polizia a causa della rivoluzione nera? Devono rinunciare alle loro idee per meritare il rilascio? Oppure il sistema di giustizia penale statunitense li indica per un trattamento particolarmente duro e per una prigionia senza fine come prigionieri politici, come sostengono gli stessi uomini e le stesse donne in carcere?".
Nessuno di loro ha rinunciato alle proprie idee sui concetti-base del pensiero di Malcolm X, sulla "Black Liberation". Sarà per questo che Muntagin, nonostante abbia maturato i diritti per la condizionale libertà, si vede sistematicamente respingere, ogni due anni, il sospirato ritorno a una vita normale. I tempi non sono maturi, suggeriscono i giudici, Ma quando lo saranno?
di Marisa Marraffino
Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2018
La "vanità" nella rete non perdona e può costare caro. Fingere di essere un'altra persona, spacciarsi per single quando si è invece sposati, usare come fotografia del proprio profilo sui social network quella di un'altra persona, magari nota. Sono alcuni esempi delle nuove falsificazioni digitali che negli ultimi anni sono finite sotto la lente dei giudici, dando vita a una giurisprudenza fatta di fake, finti status e identità inesistenti. L'obiettivo degli autori è quello di avere più visibilità, ingannare gli utenti o estorcere denaro. Il reato presupposto è sempre lo stesso: la sostituzione di persona, punita con la reclusione fino a un anno e procedibile d'ufficio. Eppure, gli autori sembrano non temere le conseguenze delle attività ingannatorie online, soprattutto se si muovono con un nickname o usano falsi account. Tutti accorgimenti che, da soli, non scongiurano l'eventualità di un processo penale.
L'attribuirsi uno status fittizio - Per la Corte di cassazione è reato anche spacciarsi per single quando si è sposati. Lo ha stabilito con la pronuncia 34800 del 15 giugno 2016, che mette in guardia gli utenti dall'uso di falsi status sui social network. Così come integra il reato anche soltanto utilizzare come foto del proprio profilo Facebook l'immagine di un'altra persona, come ha stabilito la Suprema corte con la sentenza 4413 del 10 ottobre 2017. Si tratta di un reato contro la fede pubblica: a essere tutelata è la fiducia che gli altri utenti della rete devono poter riporre nelle identità altrui. A pesare sono non soltanto le falsificazioni delle identità ma anche le false attribuzioni di qualità alle quali la legge attribuisce effetti giuridici, come lo stato civile o l'età.
Già da tempo, poi, i giudici avevano sottolineato che la finalità non deve essere necessariamente economica: il vantaggio descritto dalla norma può essere dato anche semplicemente dalla visibilità, nuovo patrimonio degli utenti della rete. Per la legge, il profilo digitale costituisce oggi una proiezione di diritti della personalità nella comunità virtuale.
Il nickname altrui - Non salva nemmeno usare un nickname o un fake di un personaggio famoso. Ad avviso dei giudici, anche gli pseudonimi utilizzati in rete hanno una dimensione concreta, in grado da sola di produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui. Per questo, quando non ci sono dubbi sulla riconducibilità del nickname a una persona fisica, questo ha natura di "contrassegno identificativo" e può condurre a una responsabilità penale.
La falsa identità per truffe - Più spesso le falsificazioni delle identità passano attraverso la commissione di altri reati, come la truffa. È il caso di chi crea falsi account per accedere al car sharing (e poi si tradisce usando un'utenza realmente nella sua disponibilità) oppure per godere di un buon rating online per ottenere un credito da privati, il cosiddetto peer landing. È pacifica ormai la giurisprudenza delle sostituzioni di persona che si aggiungono alle estorsioni. L'autore si finge un'altra persona per attirare a sé virtualmente un possibile partner al quale chiede fotografie o video erotici per poi ricattarlo se si rifiuta di pagare una certa somma di denaro. La tecnologia ha poi modificato le possibili modalità esecutive del reato, ad esempio in tutti i casi in cui l'autenticazione dell'interessato avvenga attraverso tecniche biometriche o di identificazione facciale. L'identità digitale è ormai espressamente tutelata dalla legge 119/2003, che ha inserito nell'articolo 640-ter del Codice penale l'aggravante per l'ipotesi in cui il fatto sia commesso "con furto o indebito utilizzo dell'identità digitale". Il nuovo Regolamento europeo sulla privacy (2016/679) ha, tra gli obiettivi, anche quello di rendere meno attaccabili i database e, di conseguenza, ridurre la possibilità di sostituzioni di persona e accessi abusivi in generale.
di Marina Turi
Il Manifesto, 31 luglio 2018
Il caso Juana Rivas. Il movimento contro la condanna a 5 anni di carcere: "È la giustizia patriarcale". Anche l'Amje, l'Associazione delle donne giudici, critica il verdetto. "Il governo del Psoe, il più femminista della storia, è lo stesso che ci chiede di rispettare la condanna di Juana Rivas o la messa in libertà della #manada. Non abbiamo cacciato il Pp per rimanere allo stesso punto. Continueremo a lottare fino a raggiungere le condizioni di vita che ci spettano. Non ci calpesteranno! Libertà per #JuanaRivas". Si legge sulla pagina facebook del collettivo femminista di Madrid Libres y Combativas.
Tutto il movimento femminista spagnolo si è subito autoconvocato di fronte al ministero di Giustizia a Madrid, e in tante altre città, per manifestare contro quella che chiamano giustizia patriarcale. È la reazione alla sentenza, non definitiva, della settimana scorsa, che condanna Juana Rivas a 5 anni di carcere per sottrazione di minori, a pagare 30mila euro al suo ex-marito come risarcimento, al pagamento di tutte le spese processuali e all'interdizione per 6 anni dalla potestà genitoriale, per non aver restituito i figli a Francesco Arcuri, l'ex-marito italiano, da lei accusato di maltrattamenti. Difficile un riassunto delle tante puntate precedenti e la storia non manca di colpi di scena.
Come accade in molti matrimoni ad un certo punto non tutto fila liscio. Dopo un primo figlio c'è una denuncia a Francesco Arcuri per maltrattamenti, la condanna, una separazione, ma poi i due tornano insieme. Poi nasce un secondo figlio, vivono sull'isola di Carloforte, in Sardegna, dove gestiscono un b&b. Ma Juana Rivas non ce la fa, torna in Spagna con i due figli, con il pretesto di una visita alla sua famiglia, vorrebbe restare lì con loro. Qui denuncia di nuovo Arcuri per maltrattamenti. Si susseguono problemi di competenze giuridiche tra la Spagna e l'Italia, troppi ritardi nelle traduzioni degli atti giudiziari. La giustizia italiana, chissà perché, ancora oggi non si pronuncia su quei maltrattamenti. Intanto l'ex-marito rilancia e sporge denuncia per sottrazione di minori e i figli, dopo un tira e molla legale, tornano in Italia dal padre che continua a negare qualsiasi abuso e sostiene di essere vittima di una campagna mediatica ostile.
Ora c'è la sentenza del giudice Manuel Piñar, ma duramente criticata da più parti. È stato facile per lui decidere se ci sono stati maltrattamenti o se Juana Rivas è una donna bugiarda che ha sottratto i figli al padre. Per lui Juana Rivas è una bugiarda e una cattiva madre. La sentenza nega l'esistenza di violenza di genere, ma le denunce non sono state analizzate, forse spetta all'Italia farlo o forse le prove presentate non sono credibili. Ci vorrebbero indagini ulteriori. La giustizia spagnola ha unità di indagine forense specializzate sulla violenza di genere e l'Andalusia, il foro competente, ne vanta una tra le più operative. Ma Juana Rivas e i suoi figli non sono mai stati interrogati. Dire che non c'è violenza senza indagare abbastanza diventa allora un sopruso, un messaggio per tutte. I collettivi femministi spagnoli hanno fatto della vicenda di Juana Rivas una battaglia contro quella giustizia misogina che applica le leggi ignorando l'obbligo di integrare la prospettiva di genere. In questo caso il giudice Piñar ha volutamente ignorato la prima condanna per maltrattamenti e addossa a Rivas la responsabilità di non aver denunciato il marito negli anni vissuti in Italia. Quindi, se non c'è una denuncia, non esistono neanche vessazioni, abusi, minacce, pericoli. Come se fosse facile denunciare, in più con due figli piccoli, quando c'è un clima costante di paura e ricatto, come quello descritto da Juana Rivas.
Anche la Amje, l'Associazione delle donne giudici di Spagna, in un comunicato, critica la sentenza e avverte della "persistenza di stereotipi nel lavoro giudiziario". Le giudici spagnole parlano del "rischio di consacrare un'ingiustizia manifesta". E aggiungono "dobbiamo smettere di essere eredi di una giustizia patriarcale che la società non tollera e la comunità internazionale condanna". In Spagna, anche questa volta, sembra una giustizia che condanna una donna per educare tutte le altre.
Nova, 31 luglio 2018
Oltre 160 detenuti sono fuggiti dalla prigione di Ndop, nella regione anglofona del Nord-ovest del Camerun, in seguito ad un attacco alla struttura da parte di uomini armati sospettati di essere separatisti. Secondo quanto riporta l'emittente televisiva statale "Crtv", l'attacco è avvenuto la notte scorsa fronti dopo che gli aggressori hanno fatto irruzione nella struttura rompendo forzando i cancelli della prigione prima di dare fuoco all'intero edificio servendosi di combustibile. Le regioni anglofone del Camerun sono da mesi teatro di tensioni tra separatisti e forze governative, riesplose lo scorso ottobre in concomitanza con la festa dell'indipendenza nazionale. Da allora si è registrata un'escalation di rapimenti di funzionari camerunesi e scontri, che hanno spinto oltre 7.500 persone a varcare il confine con la Nigeria. La popolazione locale è da mesi in agitazione, con i movimenti separatisti che denunciano la discriminazione della comunità anglofona da parte del governo centrale.
La scorsa settimana le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per le presunte violazioni dei diritti umani nelle due regioni anglofone del Camerun. "L'Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, ha espresso la sua profonda preoccupazione per le denunce di violazioni dei diritti umani e abusi nelle regioni anglofone del Nordovest e del Sudovest", nel quadro delle ostilità in corso tra governo centrale e separatisti, si legge in un comunicato. L'Alto commissario si è detto preoccupato anche per le violazioni denunciate nell'ambito della lotta al gruppo jihadista Boko Haram nella regione dell'Estremo Nord. Nelle zone anglofone, denuncia l'Onu, le violenze fondate su una "discriminazione strutturale" sono in crescita dal 2016. I rapporti "parlano di rapimenti, omicidi mirati contro la polizia e le autorità locali, distruzione di scuole da parte di uomini armati" e denunciano anche violazioni da parte delle forze di sicurezza, come "omicidi, uso eccessivo della forza, incendi di abitazioni, detenzioni arbitrarie e tortura". L'Alto commissario, prosegue il comunicato, "chiede al governo di Yaoundé di lanciare un'inchiesta indipendente sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza e dagli elementi armati".
La denuncia delle Nazioni Unite segue la recente pubblicazione di uno studio dell'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw), che in un rapporto pubblicato il 19 luglio ha denunciato il livello di violenza nel paese e chiede al governo di concedere a osservatori indipendenti e organizzazioni umanitarie accesso alla regione anglofona per monitorare la situazione e fornire assistenza alle migliaia di sfollati interni. Da dicembre 2017, riferisce l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari (Ocha), le violenze hanno provocato 160 mila sfollati nelle due regioni anglofone del paese. Secondo l'Unhcr tra le 20 mila e le 50 mila persone hanno attraversato il confine con la Nigeria, cercando rifugio negli stati di Benue e Cross River.
di Francesco Occhetta
Vita Pastorale, 30 luglio 2018
"Vogliamo giustizia, è stata fatta giustizia, promettiamo giustizia...". Quante volte nelle cronache mediatiche ricorrono espressioni di questo genere per delitti, litio per la percezione di aver subìto un'ingiustizia? Ci dividiamo tra giustizialisti (che fondano la loro idea di giustizia sulla vendetta) e permissivisti (che minimizzano l'accaduto), fino a quando la giustizia non ci tocca nella carne. L'universo giustizia ci impone di riflettere. Per farlo basta partire da tre premesse: 1) le sentenze non riducono il conflitto tra le parti; 2) torna a compiere un reato il 69 per cento dei detenuti; 3) le vittime sono le grandi dimenticate dall'Ordinamento.
di Carmelo Sardo
malgradotuttoweb.it, 30 luglio 2018
Ci sono morti silenziose, di cui nessuno parla. Non fanno "cassetta", come si dice. Scivolano nell'indifferenza e vengono seppellite nell'oblio. Quello stesso oblio in cui gli uomini che sono stati, annaspavano nelle loro vite inutili, prima che decidessero di farle sfumare per sempre. Sono le morti nelle nostre carceri. I suicidi dei detenuti, che non leggerete in nessun giornale, non ascolterete in nessun tg. A meno che il detenuto non fosse "famoso".
Adnkronos, 30 luglio 2018
Giro di vite sulla custodia cautelare in carcere, per rendere più rigidi i criteri necessari per applicare tale misura. A chiederlo è il deputato di Fratelli d'Italia Edmondo Cirielli, con una proposta di legge sottoscritta anche dal capogruppo, Francesco Lollobrigida, e da altri colleghi dello stesso partito.
di Carlo Bonini e Fabio Tonacci
La Repubblica, 30 luglio 2018
Come un consumato Fregoli, il ministro dell'Interno Matteo Salvini da due mesi ripropone un identico canovaccio. Spararne ogni giorno una, possibilmente più grossa di quella precedente. Per ingrassare la paura. La legge slitta a settembre. La riduzione della protezione umanitaria si scontra con le regole Ue, lo stop alle richieste d'asilo con la Costituzione
- Il rischio di dare un alibi all'odio
- Salvini: "Il razzismo? Unico allarme sono i reati degli immigrati"
- Importante motivare e spiegare le modalità del singolo contributo concorsuale
- Così il falso profilo è reato: punita la "vanità" in rete
- Napoli: detenuto suicida a Poggioreale; giallo sulla morte, c'è l'inchiesta










