di Giulia Bosetti
La Repubblica, 27 maggio 2019
Ci sono cumuli di rifiuti in decomposizione infestati da insetti e parassiti. Mancano acqua ed elettricità e non ci sono condizioni igieniche sufficienti. Vivono così circa settecento persone, per la maggior parte eritrei e somali, rinchiuse in condizioni disumane in un capannone nel centro di detenzione di Zintan, 170 chilometri a sud-est di Tripoli.
Tra i reclusi, molti dei quali malati di tubercolosi, ci sono anche quattordici donne e tre bambini. Il dramma quotidiano dei detenuti: dopo cinque giorni senza mangiare e bere, hanno ricevuto una scatola di cibo ogni due persone. Amnesty International ha documentato che negli ultimi dodici anni decine di migliaia di rifugiati e migranti sono stati imprigionati ingiustamente, le donne violentate, gli uomini costretti ai lavori forzati.
di Andreas Solaro
linkiesta.it, 27 maggio 2019
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che uno straniero non può essere espulso se nel proprio Paese rischia di essere perseguitato. Nei giorni scorsi, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che uno straniero non può essere espulso dal Paese in cui si trova "fintanto che (...) abbia fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese d'origine o di residenza".
In Italia il principio di non refoulement già trova applicazione, come ha spiegato Matteo Villa (Ispi), quindi la pronuncia non è destinata ad avere un particolare impatto. Basti pensare che tra il 2013 e il 2017, sono stati emessi 23.045 ordini di espulsione verso Paesi che possono essere considerati insicuri - come la Siria, l'Iraq, la Somalia, l'Eritrea o il Sudan - ma solo il 4% di questi ordini è stato effettivamente eseguito. Tuttavia, nonostante non sia innovativa, la sentenza merita un rilievo particolare: recenti misure in tema di immigrazione, ispirate da un clima politico ad essa avverso, rendono essenziale ribadire certi principi essenziali.
È necessario, innanzitutto, spiegare il contenuto della decisione, che interpreta una direttiva e, quindi, vincola i giudici dei Paesi Ue per i casi analoghi. Essa fa chiarezza fra disposizioni non conformi: da un lato, la direttiva 2011/95/UE, in tema di protezione internazionale, consente di revocare o negare il riconoscimento dello status di rifugiato a chi per seri motivi rappresenti un pericolo per la sicurezza dello Stato in cui si trova oppure, a causa di una sentenza definitiva per un reato di particolare gravità, costituisca un pericolo per la collettività, ma vieta che egli possa essere espulso se nel luogo di destinazione rischia di essere sottoposto a tortura o a pene e trattamenti inumani o degradanti (in conformità alla Carta dei diritti fondamentali dell'UE); dall'altro lato, la Convenzione di Ginevra invece legittima l'allontanamento anche verso Paesi non sicuri se lo straniero rappresenta un pericolo o una minaccia per lo Stato ospitante. A fronte di questa differenza normativa, la Corte ha deciso che lo straniero vada tutelato dai rischi che correrebbe tornando in patria e, pertanto, anche se ha perso lo qualifica di rifugiato, non può comunque essere espulso.
Come si accennava, nonostante la sentenza ribadisca un principio già applicato in Italia - cioè il divieto di respingimento verso Paesi in cui la vita o la libertà possano essere minacciate - essa merita di essere evidenziata. Perché in un periodo in cui l'immigrazione è oggetto, da un lato, di disposizioni che paiono andare oltre i paletti dell'ordinamento, dall'altro, di atteggiamenti politici comunque ostili, non si può avere la certezza che principi rispettati in passato continuino a esserlo anche in futuro.
Ad esempio, prima del governo in carica non si sarebbero potute immaginare norme come quelle contenute nel cosiddetto decreto sicurezza, che presentano profili di legittimità dubbia: dalla perdita della cittadinanza per lo straniero che commette determinati reati, con disparità di trattamento rispetto agli italiani, i quali non perdono la cittadinanza anche se compiono i medesimi reati; alla possibilità di espulsione, a seguito del diniego di asilo, dell'immigrato sottoposto a procedimento penale per alcune violazioni di legge, pur in assenza di una condanna definitiva e anche in pendenza di ricorso avverso la decisione della Commissione territoriale, con buona pace del principio di non colpevolezza e del diritto alla presenza in giudizio.
Ancora in tema di espulsioni, assume un significato particolare pure la previsione, sempre nel primo decreto sicurezza, di un elenco di "Paesi sicuri", da adottare con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con i Ministri dell'interno e della giustizia, per velocizzare l'iter delle domande di protezione internazionale, ma anche dei respingimenti.
Come osservato dall'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), a decidere quale Paese possa essere considerato "sicuro" "sarà di fatto la Commissione nazionale per il diritto d'asilo, che non è organo amministrativo indipendente ed è fortemente connesso per composizione e struttura organizzativa al potere politico": pertanto, il rischio è che certe valutazioni possano non essere oggettive.
Inoltre, fino a qualche tempo fa sarebbe stata impensabile una lettera come quella in cui l'ONU rimarca "il clima di ostilità e xenofobia" che il governo italiano sta creando nei confronti dei migranti con le direttive sui salvataggi in mare del Viminale e la bozza di decreto sicurezza bis, a causa di un "approccio adottato dal ministro dell'Interno" che incide "seriamente" sui diritti umani e criminalizza "le operazioni di ricerca e salvataggio" delle ONG.
Dunque, a fronte di quanto sta accadendo in tema di immigrazione - sotto il profilo normativo e non soltanto - forse appare più chiaro che lo spazio dato dai media alla sentenza può essere servito a rendere il pubblico più consapevole del principio da essa affermato e di eventuali tentativi politici di superarlo: del resto, il ministro dell'Interno ha già affermato che procederà al rimpatrio anche di coloro i quali secondo la Corte non sono rimpatriabili.
Detto questo, sul piano giuridico quale potrebbe essere in Italia la sorte di colui al quale sia stato revocato o negato lo status di rifugiato, ma che non possa essere espulso perché proveniente da uno Stato non sicuro? La pronuncia della Corte afferma che chi si trovi in questa situazione continua comunque a "godere di un certo numero di diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra", cui la direttiva 2011/95/UE rimanda (ad esempio, il diritto di adire i tribunali e l'educazione pubblica). E poiché è necessario un titolo che attesti tale situazione e consenta la fruizione di quei diritti, è presumibile che allo straniero possa essere accordato un permesso per "protezione speciale" - della durata di un anno (rinnovabile finché dura il pericolo nel Paese di provenienza) - che viene rilasciato dalla questura quando non sia possibile concedere la protezione internazionale né procedere all'espulsione per il rischio di persecuzioni o torture in patria. Chissà se tale soluzione sarà adottata o se lo straniero non rimpatriabile resterà fra gli irregolari (che intanto continuano ad aumentare). Anche per questo motivo la sentenza è importante: per non perdere di vista la distanza che può esservi tra la realtà e il diritto.
di Elíf Shafak*
La Repubblica, 27 maggio 2019
Ho trascorso la mia infanzia in parte ad Ankara e in parte a Madrid. Spostarmi come una pendolare tra Spagna e Turchia all'inizio degli anni Ottanta fu un'esperienza bizzarra. Dopo la dittatura, la prima era tornata alla democrazia, mentre la seconda aveva appena vissuto un ennesimo colpo di Stato. Entrambi i Paesi erano ai confini estremi dell'Europa.
Né l'uno né l'altro facevano parte dell'Unione europea. Adoravo la Spagna. L'ho conosciuta e vissuta come un Paese straordinario, vivace, dalla popolazione generosa, accogliente e cordiale. Dietro la sua magnifica cultura, tuttavia, si percepiva in sottofondo l'ansia.
Ogni tanto sentivo qualcuno sostenere che sotto il regime franchista "le cose non erano andate poi così male", e che a quei tempi "quanto meno c'erano ordine e stabilità". In genere, erano gli anziani a dire queste cose, provocando nei più giovani una reazione di insofferenza. La Spagna era pronta per la democrazia. Era pronta per entrare a far parte dell'Europa.
Quanto avrei voluto che la Turchia, la mia madrepatria, facesse altrettanto. A Madrid, un giorno, mentre mi recavo a scuola, vidi i muri di una strada tappezzati di manifesti con immagini di neonati morti gettati nei bidoni della spazzatura. Ne fui paralizzata. Quelle immagini agghiaccianti erano state affisse da un'organizzazione cattolica ultraconservatrice.
Mi allontanai, ma il ricordo è rimasto dentro di me. Su uno dei manifesti c'era scritto che le femministe si erano spinte troppo oltre. Il Paese stava cambiando rapidamente, il cambiamento suscitava paure in alcune persone, e la paura faceva emergere una forte nostalgia per il passato, una nostalgia per il "vecchio ordine".
Le elezioni generali di fine aprile in Spagna ci hanno dimostrato che quella nostalgia si è fatta ancora più forte: per la prima volta da11978, un partito dell'estrema destra, Vox, ha guadagnato posizioni in modo considerevole. Allarmante è che il partito, fondato nel 2013, sia stato il movimento a più rapida crescita nel Paese. Ai nazionalisti populisti piace avere nemici immaginari, e Vox non fa eccezione alla regola. Tra i suoi nemici più importanti ci sono le femministe.
Usando parole incandescenti - con le quali dichiarano che gli uomini stanno soffrendo per mano delle "nazi-femministe" e che le femministe estremiste stanno addirittura mettendo a repentaglio il tessuto sociale - i leader del movimento propongono a più riprese di tornare al passato, a un'epoca idilliaca nella quale uomini e donne sapevano "qual era il loro posto".
I capi di Vox aspirano a una riconquista con la quale strappare il controllo del Paese dalle mani degli elementi estranei. Puntano a "riconquistare" il Paese a cominciare dall'Andalusia, e vogliono riportare in auge i valori tradizionali, incluse alcune pratiche controverse come le corride. I temi su cui Vox ha fatto campagna elettorale, riuscendo a inserirli nella politica mainstream spagnola, sono simili a quelli abbracciati dai nazionalisti populisti altrove: la lotta all'immigrazione, alla diversità, al matrimonio tra gay e ai diritti di Lgbt.
E ciò, naturalmente, si somma al loro desiderio bellicoso di tornare a un mitico e aureo passato. Tenuto conto che io sono di origini turche, la retorica misogina del movimento nazionalista populista spagnolo mi è stranamente familiare. Proprio come è riuscito a fare sotto Erdogan l'Akp, il Partito della giustizia e dello sviluppo, Vox si ripropone anche di trasformare l'attuale ministero per le pari opportunità nel ministero della famiglia.
Finora i politologi hanno dato per scontato in modo compiaciuto che esistessero parecchi Paesi nei quali il fascismo non avrebbe fatto mai più ritorno. Si riteneva che in cima a quell'elenco ci fossero Germania e Spagna: essendo già passate attraverso le atrocità del fascismo e della dittatura, sarebbero state immuni nei confronti delle false promesse dell'estrema destra.
Le elezioni generali in Spagna, invece, ci hanno già dimostrato quanto fossero sbagliate quelle supposizioni. Se è vero che i Paesi possono scivolare all'indietro e precipitare nel dispotismo, nel nazionalismo populista e nell'estremismo religioso, allora noi donne dobbiamo stare maggiormente in guardia. Perché donne e minoranze saranno le prime a perdere i loro diritti. Ovunque saranno ín ascesa il nazionalismo, il populismo e il tribalismo, vi sarà un aumento del sessismo. Di conseguenza, non è un caso se una delle prime iniziative dei nazionalisti populisti in Italia è stata l'organizzazione di una "conferenza sui diritti della famiglia".
I temi trattati sembrano tratti dallo stesso copione che Orban ed Erdogan devono aver studiato. Erdogan chiama "omicidio", l'aborto e considera il controllo delle nascite una cospirazione contro la grande nazione turca. Chiama "subnormali" le donne che non hanno figli. "Le famiglie forti danno vita a nazioni forti, e ogni membro della nazione dovrebbe mobilitarsi per raggiungere questi grandi obiettivi".
Ai nazionalisti populisti la cooperazione internazionale piace. Erdogan ha ricevuto un'accoglienza calorosa da Orban. Matteo Salvini, capo della Lega in Italia, approva Vox e ha già auspicato l'unione delle forze "nell'Europa che stiamo costruendo", ha detto. Sì, è proprio questo che stanno facendo: stanno costruendo l'Europa. Non una nuova Europa. E nemmeno una vecchia Europa, bensì un'Europa monolitica.
Se qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio nei confronti della natura dei cambiamenti politici ai quali stiamo assistendo oggi nel mondo, dovremmo illuminarlo e fargli comprendere che la maggior parte degli scontri dei quali siamo testimoni stanno avvenendo in ambito culturale.
La nostra è un'epoca di scontri culturali, e le battaglie multiple che si stanno combattendo all'interno dei singoli Paesi, dei continenti, lacerano le società e polarizzano la politica in misura tale da alterare in modo drastico la politica mainstream. Perché nessun Paese può considerarsi immune dal ritorno dell'estrema destra.
*Traduzione di Anna Bissanti
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 maggio 2019
Inizierà oggi alle 14 presso la corte d'appello di Douai l'esame del ricorso di Loan Torondel, un difensore dei diritti umani francese, condannato in primo grado per diffamazione a una multa di 1500 euro (poi sospesa) e al rimborso di 500 euro per danni e 475 per spese processuali.
Nel gennaio 2018 Torondel aveva pubblicato sul suo profilo Twitter la foto di un migrante e di due agenti di polizia intenzionati a sequestrare un sacco a pelo nonostante la temperatura rigida. Nel testo, ironico, Torondel proponeva un dialogo immaginario tra uno degli agenti e il migrante: "Ma fa due gradi!, "Forse, signore, ma noi siamo la Nazione francese", rifacendo il verso a un'affermazione simile del presidente Macron.
All'epoca Torondel faceva il volontario nel gruppo "L'albergo dei migranti" a Calais. Se la condanna sarà confermata, si tratterà di un pericoloso precedente che stabilirà il principio che chi agisce con umanità e compassione deve pagare (concretamente) un prezzo: lo stesso principio che era comparso in una prima bozza del cosiddetto "decreto sicurezza bis" proposto dal ministro dell'Interno italiano. Come dimostra l'altra vicenda di un volontario francese raccontata pochi giorni fa in questo blog, sono sempre più frequenti, in Francia e non solo, i casi di persone che praticano la solidarietà alle quali lo stato risponde con multe e carcere.
La Stampa, 27 maggio 2019
Hanno 30 giorni per presentare l'appello. È la prima condanna del genere nei confronti di foreign fighter d'oltralpe. Tre francesi accusati di appartenere all'Isis, arrestati in Siria lo scorso febbraio, sono stati condannati a morte da un tribunale iracheno. Lo riferiscono fonti giudiziarie ad al Jazeera. Si tratta della prima condanna del genere per dei foreign fighter francesi.
I tre hanno 30 giorni per presentare appello. Nel febbraio scorso, l'Iraq ha ricevuto 85 jihadisti dell'Isis di nazionalità francese che si sono arresi in Siria. La consegna all'Iraq dei jihadisti arresisi in Siria fa parte dell'accordo raggiunto a inizio mese tra il governo di Baghdad e quello di Parigi. Durante la sua visita nella capitale francese a inizio anno, il presidente iracheno Barham Salih aveva assicurato alla Francia che questi jihadisti non saranno rimpatriati ma che saranno processati e giustiziati nel Paese mediorientale. In Iraq è prevista la pena di morte per impiccagione. Lo scorso anno, la francese Melina Boughedir, 28 anni, era stata condannata all'ergastolo.
di Sergio Segio
Vita, 26 maggio 2019
La notizia di oggi è che Amazon aprirà due "poli di servizio" in altrettante carceri italiane (Torino e Roma-Rebibbia) con l'impiego di alcuni detenuti come magazzinieri e addetti alla logistica. A dire il vero, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ha subito smentito l'annuncio fatto dal direttore dell'istituto piemontese, ma forse solo per la sua intempestività, dato che la firma dell'accordo è (o era) prevista per il 30 maggio.
lecceprima.it, 26 maggio 2019
Il 32enne di Lizzanello trovato morto in cella, aveva assunto i medicinali adeguati, considerando la sua instabilità psichica? Si è svolta in giornata l'autopsia sul corpo di Matteo Luca Tundo, il 32enne di Lizzanello trovato morto in una cella d'isolamento del carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, dov'era stato confinato in seguito all'arresto eseguito dai carabinieri per via di un'evasione dai domiciliari. A eseguirla è stato lo specialista Roberto Vaglio, designato dal pubblico ministero Giovanni Gallone, alla presenza della consulente incaricata dalla famiglia, il medico legale Sara Sablone.
Il decesso, stando alle prime constatazioni, sarebbe compatibile con il suicidio provocato da impiccagione. Il giovane si sarebbe procurato la morte usando alcune lenzuola e creando così una sorta di rudimentale corda. Ma non è questo l'aspetto più rilevante.
La famiglia, rappresentata dall'avvocato Roberto De Matteis - una denuncia è stata presentata dalla madre - intende capire se Matteo abbia ricevuto o meno un trattamento terapeutico. L'avrebbe indicato senza indugio la stessa madre, al momento dell'ingresso in carcere del figlio, tanto da proporsi di lasciare alcuni medicinali, per stabilizzare le condizioni del giovane; cosa impossibile, senza una prescrizione medica.
Considerando il probabile lo stato d'astinenza da cocaina (sembra che la fuga stessa, usando l'auto della madre, sia stata alimentata proprio dalla ricerca della sostanza), l'instabilità psichica e quanto rilevato dal 118 al momento dell'arresto eseguito dai carabinieri dopo un inseguimento, un forte stato d'ansia e vertigini, per la famiglia un trattamento sarebbe stato più che auspicabile: un dovere. Ma per avere un quadro preciso, bisognerà attendere l'esito delle analisi e il deposito di una relazione.
Il decesso risale alle 22 circa del 23 maggio. Inutile l'intervento degli agenti di polizia penitenziaria e dei medici del 118, arrivati in carcere per soccorrerlo. Vano ogni tentativo di rianimazione. E quello del giovane salentino, è stato solo l'ultimo caso in ordine di tempo, nelle carceri pugliesi.
"Un bilancio che lascia amarezza e perplessità in un quadro sempre più drammatico", ha commentato ieri Domenico Mastrulli, segretario nazionale della federazione sindacale del Cosp. "La polizia penitenziaria, il cui organico è ormai allo stremo, paga il prezzo più alto in termini di carichi di lavoro dovuti all'incremento dei servizi di controllo delle postazioni in rapporto all'elevato numero di reclusi da sorvegliare per garantire la sicurezza di tutti".
di Antonio Lufrano
quotidianosociale.it, 26 maggio 2019
Sulla linea... il romanzo-memoir di un detenuto entra nelle scuole della Calabria e della Basilicata grazie al progetto per la lettura della Fondazione Carical. La storia vera, straordinaria e dura di un detenuto, condannato a un "fine pena mai", che racconta il potere dell'illegalità, la crudeltà del clan, la via d'uscita e la forza del cambiamento. Sulla linea... La mia vita dietro le sbarre il romanzo-memoir, scritto da Francesco Carannante, in collaborazione con M. Letizia Guagliardi, pubblicato dalla Ferrari Editore, è tra le opere selezionate dalla Fondazione Carical per la XV edizione del progetto Incontro con l'Autore.
Uno degli eventi culturali più importanti del nostro paese. Un laboratorio creativo che offre a oltre 300 studenti, provenienti da diversi istituti superiori della Calabria e della Basilicata, la possibilità di conoscere il piacere della lettura, favorendo la capacità di analisi e critica.
Gli studenti sono coinvolti direttamente come lettori ma anche come critici, attraverso la stesura di una recensione di alcune opere di narrativa contemporanea, selezionate dalla Fondazione. Una commissione scientifica, nominata ad hoc, composta da giornalisti e rappresentanti del mondo della cultura, valuta e premia i migliori elaborati degli studenti. Le recensioni più votate vengono pubblicate sulle pagine di Gazzetta del Sud e Il Quotidiano della Calabria.
"È una grande soddisfazione per tutta la nostra redazione sapere che un libro congeniale all'intento educativo, perché racconta la realtà, sia entrato nelle scuole grazie al progetto della Fondazione Carical. Leggere questo romanzo può essere un valido aiuto per molti giovani che si lasciano abbagliare dalla criminalità organizzata, quasi sempre per denaro e per il fascino del potere" commentano Settimio Ferrari e Francesca Londino (rispettivamente fondatore e co-fondatrice della casa editrice). L'evento finale del progetto, si svolge sabato 25 maggio 2019, alle ore 10.30, presso il Parco degli Enotri, a Mendicino (CS).
Gli autori - Francesco Carannante, originario della Campania, è uno scrittore detenuto. Dopo molti anni trascorsi nella Casa di reclusione di Rossano (CS), è stato trasferito in Sardegna. In carcere ha conseguito la laurea in Sociologia e collabora attivamente nei progetti teatrali come attore e voce recitante. "Sulla linea... La mia vita dietro le sbarre" è il suo primo libro. Un intenso e forte memoir che ripercorre la sua vita, scritto in collaborazione con M. Letizia Guagliardi, docente, blogger, appassionata di letteratura e coordinatrice di diversi progetti di teatro sociale per il carcere.
di Chiara Marsilli
Corriere della Sera, 26 maggio 2019
L'iniziativa ieri a Verona. Fedrizzi: così si costruisce uguaglianza. Formazione, professione,
sfida, riscatto. Sostenere l'istruzione alberghiera in carcere per dare futuro ai detenuti. Nasce da qui la "Sfida ai fornelli 2.0" che ieri ha visto fronteggiarsi alcuni detenuti del carcere di Spini di Gardolo e di Montorio a Verona impegnati in un percorso di formazione professionale.
Un'amichevole gara di cucina ospitata nel veronese che ha visto vincere, di poco, la squadra di casa, in una gara di tutto rispetto: una settantina di coperti, una giuria che contava anche lo chef di Cuochi d'Italia Andrea Cesaro e tre ore per preparare un menu di quattro portate. L'iniziativa, ideata dalla Camera penale di Verona, è stata immediatamente accolta e fatta propria dalla Camera penale di Trento grazie all'interessamento del presidente, l'avvocato Filippo Fedrizzi, e dall'avvocatessa Sara Morolli.
Un progetto ambizioso e unico in Italia che prende le mosse da una semplice consapevolezza: permettere ai detenuti di apprendere un mestiere durante il periodo di pena aiuta a dare un senso alle giornate, introduce al mondo del lavoro rendendo meno traumatizzante il reinserimento nella società civile e riduce di molto il rischio di recidive.
Della squadra trentina l'unico che frequenta l'istituto alberghiero in carcere è Salvatore, 50enne di "Napoli città", già iscritto allo stesso corso di studi da ragazzo.
Insieme a lui, a seguire le indicazioni dello chef Giuliano Pilati, altri tre detenuti senza formazione specifica ma con un certo gusto per la cucina. Mohammed ha 27 anni, viene dalla Tunisia, sogna dei piatti "fusion" tra la sua terra d'origine e quella italiana ma il ramadan lo costringe a non assaggiare nulla di quello che prepara; Marian, rumeno di 32 anni, aspetta con ansia il fine pena per tornare a casa dai suoi figli, due gemelli di nove anni, dalla moglie e dal suo giardino; Pietro ha 64 anni, è nato in provincia di Mantova e legge il mondo attraverso un filtro di sottile ironia. Per tutti il fine pena è vicino, dai due ai nove mesi.
Per tutti la grande incognita è quello che succederà dopo e la difficoltà di tornare a vivere ed agire al di fuori del contesto iper regolamentato del carcere. Incognita che può essere placata da una formazione ad hoc. A Montorio c'è una sorpresa: della squadra veronese fa parte anche Malik, uno dei detenuti trentini allievi dell'alberghiero che in seguito alla rivolta di dicembre è stato trasferito a Verona.
"Quando abbiamo saputo del trasferimento ci siamo attivati perché Malik potesse essere inserito nel programma di formazione del carcere di Verona. In questo modo può continuare a studiare e prendere il diploma - spiega Gianlorenzo Imbriachi, docente di Scienze alimentari a Rovereto e parte del corpo insegnanti di Spini da 5 anni-Insegnare in carcere è un'esperienza che consiglierei a tutti perché aiuta a mettere le cose in una prospettiva diversa, ma molti si fanno spaventare dal pregiudizio".
Proprio il pregiudizio è l'ostacolo che questo progetto vuole abbattere. "Al di là del risultato-spiega Filippo Fedrizzi - iniziative di questo tipo permettono ai detenuti di essere trattati alla pari, non per la loro storia ma come individui. Vogliamo continuare su questa strada coinvolgendo sempre più imprenditori locali come abbiamo fatto con Segata, che ci ha fornito i 10 chili di carne salada necessari per preparare l'antipasto della squadra trentina".
Pensiero condiviso anche da Domenico Luigi Bongiovanni, direttore dell'istituto alberghiero di Verona Angelo Berti: "Il traguardo massimo è nobilitare il lavoro e attraverso esso permettere il reinserimento definitivo nella società dell'ex detenuto, realizzando cioè la finalità più alta: una volta scontata la pena ed estinto il debito, ricominciare in condizioni di opportunità uguali".
A Verona la casa circondariale ferve di vita attiva. Dei 600 detenuti, circa un centinaio sono coinvolti nei diversi progetti lavorativi. Quelle che saltano maggiormente agli occhi sono le attività che coinvolgono gli animali e uniscono la formazione professionale a una sorta di pet therapy. Il canile, convenzionato con il comune di Verona, ospita alcuni randagi, può essere utilizzato come pensione a pagamento da chi ha bisogno di affidare il proprio animale domestico durante le ferie e i detenuti inseriti nel progetto ricevono un diploma utile per trovare un impiego. Ma non solo.
Dentro le mura della casa circondariale cavalli, pecore e agnelli brucano placidi sotto lo sguardo attento di alcuni detenuti impegnati nella cura dell'orto destinato all'autoproduzione. Il futuro della detenzione passa anche da qui e dalla gara di ritorno, in programma a novembre a Trento.
La Repubblica, 26 maggio 2019
Dopo l'approvazione del disegno di legge, lettera aperta al ministro Bonafede: "Il provvedimento non è che una pallida ombra delle richieste avanzate al tavolo tecnico". Il disegno di legge sulla magistratura onoraria, approvato dal Consiglio dei ministri, non piace affatto ai giudici che con il loro lavoro danno una mano, spesso decisiva, al funzionamento della giustizia civile e penale. E che nei mesi scorsi hanno proclamato più volte lo stato di agitazione.
- "Italia, modello di lotta alla corruzione grazie all'Anac". Lo dice l'Onu
- "Spazza-corrotti" bocciata dal tribunale di Potenza
- "La mia Livia, sparita nel fumo dopo la bomba di piazza della Loggia"
- Latina e Velletri, carceri che scoppiano. Morti sospette e manutenzione assente
- In sella sull'e-bike da ubriaco: patente revocata, ma la Cassazione lo aiuta










