di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Il ministro da Conte per trovare una soluzione, ma Salvini tiene alta la tensione. La ministra Bongiorno non chiude la porta: non siamo su un binario morto. Alla fine la notte dei lunghi coltelli sulla giustizia, con un consiglio dei ministri conclusosi a notte fonda, senza avere messo punti fermi, ha reso evidente (ma non potevano parlarsi prima?) che il vero nodo da sciogliere è quello penale.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 agosto 2019
Prescrizione, separazione delle carriere. I punti di divergenza tra Lega e Cinque Stelle sono così rilevanti che il negoziato sul processo penale sembra destinato al fallimento. Alimentando i sospetti dei grillini sulle reali intenzioni del partito di Salvini.
Il Centro, 2 agosto 2019
Petrilli: "Il parlamento europeo non può intervenire sul governo italiano". La commissione petizioni del parlamento europeo ha risposto alla petizione sul mancato risarcimento da ingiusta detenzione presentata dall'aquilano Giulio Petrilli. È lo stesso interrogante a darne notizia. "La commissione", scrive Petrilli (Comitato per il diritto al risarcimento a tutti gli assolti), "ha risposto dicendo che non può intervenire sul governo italiano". "Questo", prosegue, "perché non esiste una legge dell'Unione europea sul tema. I commissari, nel contempo, riconoscono che si tratta di una mancanza da dover riparare. Riconoscono che i criteri per il risarcimento da ingiusta detenzione non possono variare da stato a stato. Dicono espressamente "nell'ammissibilità, negli importi, nei criteri" tutti devono essere sullo stesso piano".
Secondo Petrilli, pertanto, dev'essere fatta sull'argomento "una legge europea alla quale devono attenersi tutti gli stati membri dell'Unione. Un chiaro riconoscimento alla giustezza del contenuto delle mie battaglie e della mia petizione cioè quella che il risarcimento per ingiusta detenzione va concesso a tutti gli assolti, non si può negarlo per questioni extragiudiziarie, "frequentazioni sbagliate" o perché una persona si sia avvalsa della facoltà di non rispondere al primo interrogatorio. Facoltà garantita dalla legge. Quindi, dopo questa risposta, la battaglia continua per garantire la necessità del risarcimento per tutti coloro sono stati privati ingiustamente della libertà personale. Solleciterò nuovamente i parlamentari europei ad approvare presto una legge europea sulla questione".
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 2 agosto 2019
Il "medico degli ultimi" e la sua testimonianza sulla strage di Bologna. "L'unico accusatore dei Nar uscì per un tumore che non c'era. E infatti sopravvisse per altri 23 anni". Francesco Ceraudo è stato per quasi 40 anni direttore del centro clinico Don Bosco nel carcere di Pisa. È uscito da poco un libro in cui racconta la sua esperienza: Uomini come bestie. Il medico degli ultimi, con prefazione di Adriano Sofri (Ets, pp. 310). Un capitolo centrale è dedicato alla sua testimonianza sulla strage di Bologna.
Lei cercò di non testimoniare al processo per la strage. Perché?
Avevo paura. Un'amica che lavorava nell'ufficio del pm Giovagnoli mi aveva avvertito: girava voce che sarei saltato in aria con la macchina. Per tre volte non mi sono presentato in aula. Poi arrivarono a prendermi 4 carabinieri...
Quando testimoniò conosceva già Francesca Mambro?
Sì. Era stata ferita in una sparatoria con le forze dell'ordine. Rimase ricoverata per mesi. Si instaurò un proficuo rapporto medico-paziente. Mi convinsi che per Bologna fosse innocente. Confessava crimini gravi ma ripeteva che con quell'attentato non c'entrava. Da mille segnali che si strutturano in queste relazioni le credetti. Ma le mie certezze non contano: al processo raccontai solo i fatti caduti sotto la mia diretta attenzione.
Vogliamo ricapitolarli?
È semplice: il certificato medico che permise la scarcerazione di Massimo Sparti, unico testimone a carico dei Nar per la strage, era totalmente falso.
Riassumiamo la vicenda...
Nel dicembre 1981 Sparti arrivò al centro clinico di Pisa. Stava subendo un fortissimo dimagrimento. Fu sottoposto a check up completo, inclusi tutti i marker tumorali. Dissi al giudice istruttore che la sua condizione era compatibile con la detenzione. Nel gennaio 1982 ci fu lo scandalo della corruzione al carcere don Bosco, che racconto nel mio libro. Il direttore, ritenendo che fossi stato io a farlo scoppiare, mi dismise da Dirigente Sanitario e al mio posto si insediò il dott. Biagini.
Ritiene che questo trasferimento fosse collegato alla sua diagnosi su Sparti?
No. Fui trasferito perché al don Bosco tutto era in vendita, a partire dai posti letto, e io dovetti segnalare la cosa per non essere complice. La mia ingenuità fu parlarne col direttore mentre a orchestrare tutto era proprio lui.
Cosa successe dopo il suo trasferimento?
Biagini mi disse che aveva mandato Sparti a fare una Tac presso l'Istituto di Radiologia e lì era stato diagnosticato un adenocarcinoma che aveva invaso tutto il pancreas. Due o tre mesi di vita. Non riuscivo a darmi una spiegazione plausibile. Chiesi su quale base avesse deciso la Tac.
Cosa rispose?
Fu evasivo. Dopo un po' io fui reintegrato con tutti gli onori. Andai a controllare la cartella di Sparti e con somma sorpresa scoprii che si parlava di carcinoma gastrico e non di adenocarcinoma del pancreas. Il referto era firmato dal radiologo del carcere, prof. Michelassi, di cui si diceva che fosse iscritto alla P2. All'Istituto di Radiologia un medico amico mi disse che circolava la voce di uno scambio di referti: nella cartella di Sparti erano stati inseriti quelli di un altro paziente. Comunque i fatti parlano da soli. Sparti fu scarcerato. Testimoniò accusando Fioravanti e Mambro. Sopravvisse per 23 anni e morì di tutt'altra malattia.
Lo scambio non potrebbe essersi verificato indipendentemente dalla testimonianza?
A me sembra evidente che la scarcerazione sia stata il prezzo della testimonianza contro i Nar, anche perché questo confessò Sparti al figlio. Ma non sta a me interpretare.
I giudici non le credettero. Perché?
Mi definirono inattendibile e la cosa mi fece piacere: non rischiavo attentati. Non mi perseguirono, però, per falsa testimonianza! Credo che si fossero innamorati di una tesi e posso capire la sete di giustizia dei parenti delle vittime. Ma se si condannano innocenti non è giustizia.
Perché "inattendibile"? Come lo giustificarono?
Dissero che provavo rancore nei confronti di Biagini e del direttore, cosa che ancora mi offende sul piano professionale e su quello etico. Tanto più che a riparare al torto ci aveva già pensato la giustizia, condannando a 10 anni il direttore.
Dopo di allora è più stato ascoltato nei vari processi per la strage di Bologna?
Mai. Ma ora mi hanno preannunciato che verrò ascoltato nel processo in corso contro Cavallini e dirò di nuovo l'unica verità di cui sono in possesso.
di Paolo Cirino Pomicino
Il Foglio, 2 agosto 2019
Dal caso Csm alla Consip passando per la riforma Bonafede. Tre casi di cronaca spiegano il Paese di Kafka. La strana vicenda del Csm e i comportamenti di Luca Palamara sotto indagine della procura di Perugia hanno un significato più profondo degli aspetti squisitamente penali verso i quali il garantismo è d'obbligo per cultura giuridica e morale. Questa vicenda è, purtroppo, però la punta di un iceberg enorme formatosi nel corso degli ultimi venticinque anni e che si chiama "sgretolamento confusionale".
Le istituzioni tutte sembrano in preda a un processo di sgretolamento che produce confusione e genera pasticci e ingiustizie prima ancora di ogni ipotesi. Questo processo investe anche le istituzioni che dovrebbero garantire la legalità e che invece sono aggredite da qualche tempo da una erosione di competenza e di tenuta complessiva anche se le stesse istituzioni tentano poi di fermare questo sgretolamento con iniziative come quella della procura di Perugia.
Ma non si ferma così alcuna erosione, c'è bisogno di ben altro che della riforma Bonafede timida e monca. Di questo sgretolamento vi sono episodi che si rincorrono. La procura di Perugia mette sotto inchiesta Palamara lasciando intravedere che nella procura di Roma possono esserci disordini e lotte fratricide tra pubblici ministeri mentre la stessa procura di Roma indaga da molto tempo alcuni magistrati del Consiglio di Stato e molte procure di Italia mettono cimici nelle stanze di magistrati giudicanti, così come l'arma dei carabinieri, amore profondo degli italiani, vive momenti difficili con alcuni vertici indagati sempre dalla procura di Roma mentre quella di Milano mette sotto accusa pezzi importanti dell'economia italiana e via di questo passo.
Potremmo, ahinoi, continuare ancora per un bel pezzo questo elenco. Nel frattempo, però, il governo per qualche giorno non ha fatto attraccare una nave della propria Guardia costiera perché ospitava a bordo persone che un peschereccio di un povero marinaio ha salvato dall'annegamento. La confusione, insomma, regna sovrana e la società italiana si smarrisce in una guerra di tutti contro tutti.
In questo disordine si realizzano ingiustizie, accanimenti penali e amministrativi contro persone ed aziende. Di quel che è successo a Calogero Mannino ne abbiamo parlato mentre spesso si nasconde quel che accade sul piano della giustizia amministrativa. Mentre emerge la condotta dell'avvocato Amara e i suoi collegamenti con il consiglio di Stato, una grande realtà pubblica come la Consip affonda nella discrezionalità e nella confusione.
Un gip del tribunale di Roma dal nome e dall'eredità genetica di grande livello, Gaspare Sturzo, ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura della repubblica di Roma per Tiziano Renzi e per altri 12 indagati per la gara più importante della Consip dal valore di oltre un miliardo di euro. Vi sono molte stranezze in questa vicenda giunta alla luce per un esposto fatto nel 2016 dalla Romeo gestioni che parlava di turbativa d'asta e senza il quale né la procura, né l'Anac, né l'antitrust avrebbero mai conosciuto nulla.
Sapete come sta finendo? Chi ha fatto l'esposto è perseguito dalla procura, dall'antitrust e dal consiglio di Stato. Il vertice dell'epoca della Consip, tal Marroni, l'unico a non essere indagato, utilizzò alcuni poteri discrezionali eliminando dalle gare più importanti proprio la Romeo gestioni perché, a suo dire, era venuta meno la fiducia senza motivare alcuna inadempienza della società che peraltro non era neanche indagata. Ciò che non poté il diritto forse poté il risentimento? Ma c'è di più! Il presidente della commissione delle famose gare FM4, tal Francesco Licci, fu intercettato dalla procura di Roma mentre diceva al presidente Marroni che non bisognava assegnare alla Romeo alcuna gara.
Come mai la procura indaga Romeo e non a fondo questo presidente della commissione e anzi ne chiede l'archiviazione? E come mai il presidente del consiglio di stato Filippo Patroni Griffi avalla una sentenza che dice di non poter entrare nel merito di questa vicenda dando cosi di fatto ragione alla Consip di Marroni? E come mai lo stesso presidente accoglie una richiesta della Consip per anticipare una udienza tra le parti e respinge invece una richiesta di un breve rinvio per consentire alla Romeo gestioni di poter rappresentare le proprie ragioni con tutto il suo team legale. E Marroni con chi chiacchierava di queste gare?
Lo dicono le carte, con i francesi di Cofely e molto probabilmente con i tedeschi di Dussmann oltre che con alcuni parlamentari che sponsorizzavano tal Bigotti anch'esso indagato senza che mai avesse parlato invece con la Romeo responsabile dell'esposto dal quale è nata tutta questa scabrosa vicenda. Ma sono errori coincidenti per puro caso o c'è una filiera invisibile che coinvolge i tutori della legalità repubblicana o sono, invece, balle spaziali di un uomo di una certa età come noi?
Se lo fossero, siamo pronti a fare ammenda ma per farlo abbiamo bisogno di risposte ai tanti perché, considerando inoltre che finanche l'accusatore del Romeo, tal Gasparri, accompagnò da Marroni non la Romeo gestione ma alcuni suoi competitor. Siamo davvero a Kafka. Tornando al nostro incipit la curiosità nasce solo dal rischio che si consolidi una morale pericolosa secondo cui chi denuncia un possibile imbroglio viene denunciato e rinviato a giudizio mentre la sua azienda viene privata di ogni diritto anche se, a giudizio di tutti, resta la migliore del settore mentre i veri protagonisti restano liberi di continuare tutto ciò che non potevano fare.
L'altra morale è che continuiamo a dare agli stranieri non solo il meglio delle nostre imprese ma anche alcuni settori di servizi in via di espansione, nel caso specifico ai francesi della Cofely e ai tedeschi della Dussmann. Ciò che ci conforta, però, è che abbiamo trovato per l'ennesima volta un giudice non a Berlino ma a Roma, il gip Gaspare Sturzo che, tra l'altro, ha un cognome a noi molto caro e che con la sua decisione forse farà finalmente chiarezza tra tutti i soggetti richiamati.
Riforma Bonafede, prescrizione, separazione delle carriere: il punto della situazione secondo l'Ucpi
camerepenali.it, 2 agosto 2019
La riforma Bonafede naufraga per l'ennesimo gioco di veti incrociati interni alla attuale maggioranza. Come verrà assolto ora il pubblico impegno, assunto dal Ministro Bongiorno a nome del Governo, e d'altronde mai smentito da alcun esponente 5 Stelle, di revoca della vergognosa riforma della prescrizione in assenza di una efficace riforma dei tempi del processo? Come disinnescheremo la "bomba atomica"? Questo il tema sul quale i penalisti italiani assicurano sin da ora il proprio impegno strenuo, fino a quando quell'impegno non verrà onorato, e quell'abominio cancellato dal nostro sistema giuridico.
La riforma Bonafede sulla riduzione dei tempi del processo penale nasce come condizione posta dalla Lega per assicurare i propri voti alla abrogazione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado inserita nella Spazza-corrotti, differita al 1 gennaio 2020 e definita dal Ministro Bongiorno una "bomba atomica" scagliata sulla giustizia penale del nostro Paese.
Fu sempre il Ministro Bongiorno a rendere pubblico "l'accordo tra gentiluomini" siglato con i 5 Stelle: varo ed approvazione di una efficace riforma dei tempi del processo penale entro novembre 2019, altrimenti revoca di quella norma "bomba atomica".
Il Ministro istituisce un tavolo di consultazione aperto ad Ucpi ed Anm, i quali si accordano nell'indicare al Ministro tre assolute priorità per la riduzione dei tempi: potenziamento dei riti alternativi (patteggiamento ed abbreviato), rafforzamento della funzione di filtro della udienza preliminare, depenalizzazione. Il Ministro Bonafede recepisce quella unitaria indicazione, lasciando fuori tutte le altre proposte sulle quali non vi era intesa tra le parti (abolizione del divieto di reformatio in peius, gravi limitazione del diritto di appello, limitazioni alla formazione della prova nel dibattimento, etc.).
Senonché il testo di legge delega finalmente presentato dal Ministro Bonafede risulterà mutilato di due pilastri fondamentali: tutte le norme che potenziavano il patteggiamento, e l'intera parte dedicata alla depenalizzazione dei reati contravvenzionali. Il Ministro ci informa che lo ha preteso la Lega. Ne prendiamo atto, ma così l'intervento riformatore perde ogni senso ed efficacia. Non farà danni, ma è obiettivamente acqua fresca.
In Consiglio dei Ministri la Lega esprime dissenso dalla riforma Bonafede sul processo penale, perché non c'è la separazione delle carriere, né la riforma delle intercettazioni. Ci limitiamo qui ad osservare che si tratta di temi sin dal primo giorno del tutto estranei alla logica ed alle finalità della legge delega, che non intendeva "riformare il processo penale" ma più semplicemente intervenire per ridurre i tempi dei processi.
Quanto alla separazione delle carriere, da sempre riforma-simbolo dell'impegno politico delle Camere Penali Italiane, segnaliamo che la riforma è già in discussione in Commissione Affari Costituzionali presso la Camera dei Deputati. È la nostra legge di iniziativa popolare, sottoscritta da 72mila cittadini tra i quali proprio Matteo Salvini. Basta adottarla ufficialmente, e sostenerla con determinazione nel suo percorso parlamentare fino alla sua approvazione, per assicurare davvero, e non solo a parole, una riforma epocale oltre che largamente popolare della giustizia penale in Italia.
Quanto alle norme che riformano alcune parti dell'ordinamento giudiziario, esse sono un fuori sacco inserito dal Ministro senza mai averci nemmeno consultato. Su di esse ci limitiamo ad osservare che la riforma dell'ordinamento giudiziario non si improvvisa con qualche norma-spot, meno che mai introducendo il sorteggio per la elezione dei membri del Csm, una autentica umiliazione delle regole democratiche e dei principi costituzionali sull'elettorato attivo e passivo.
È dunque chiaro che la riforma Bonafede naufraga non per questioni di merito, ma per l'ennesimo gioco di veti incrociati interni alla attuale maggioranza. A noi preme ora che si risponda ad una semplicissima domanda: come verrà assolto il pubblico impegno, assunto dal Ministro Bongiorno a nome del Governo, e d'altronde mai smentito da alcun esponente 5 Stelle, di revoca della vergognosa riforma della prescrizione prossima ad entrare in vigore il primo gennaio 2020 in assenza di una efficace riforma dei tempi del processo? Come disinnescheremo la "bomba atomica"? Questo il tema sul quale i penalisti italiani assicurano sin da ora il proprio impegno strenuo, fino a quando quell'impegno non verrà onorato, e quell'abominio cancellato dal nostro sistema giuridico.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
La parola chiave è certezza. Serve una riforma complessiva. "La nostra richiesta, la nostra parola chiave è una sola: certezza". Giulia Bongiorno, il ministro alla Pubblica amministrazione, è stata la protagonista del campale Consiglio dei ministri di mercoledì che doveva varare l'epocale riforma della Giustizia. Indipendente della Lega, è stata l'interlocutrice del ministro pentastellato alla Giustizia Alfonso Bonafede con cui ha trattato in modo serrato punto su punto.
di Luca Bottura
La Repubblica, 2 agosto 2019
Mentre la Lega guadagna il consenso di 4 italiani su 10, il Movimento Cinque Stelle si avvita veloce verso l'impatto al suolo, l'opinione pubblica nemmeno percepisce, ove anche esistesse, una proposta politica e culturale alternativa, il Pd danza sul proprio ombelico dedicandosi a lotte intestine.
Che, com'è noto, tendono a produrre residui organici fastidiosi. L'ultima riguarda la visita del deputato Scalfarotto agli americani in carcere per l'omicidio del carabiniere, che il Ministro ombra per Twitter, Carlo Calenda, ha commentato con l'abituale pacatezza: "Spero sia il sole. Stiamo raggiungendo vertici di stupidità mai toccati nella politica contemporanea".
Un post scritto con la mazza da baseball che apre a una riflessione di fondo su cosa accidenti voglia essere il Pd, per modi e proposta politica. Anche e soprattutto perché Zingaretti ha subito ritenuto di precisare che Scalfarotto era andato a titolo personale, Emanuele Fiano si è dissociato dal collega pressoché in diretta, e il reprobo ha dovuto infine chinare il capo in una sorta di mesto autodafé.
È questo il ruolo del Pd? Rinculare contrito quando, per una volta, un proprio esponente ha preso un'iniziativa senza inseguire il senso comune? Continuare a essere la copia perdente dell'originale populista? Perseguire a tentoni il consenso delle classi sociali che un tempo rappresentava?
Oppure riaffermare due principi di civiltà, l'habeas corpus da opporre alla sacertà, anche con atti concreti, come la visita di Scalfarotto? Mica c'è andato in gita, a Regina Coeli. Ha fruito delle sue prerogative di deputato dopo che uno degli arrestati era stato violato nella dignità personale. Cosa che non può e non deve capitare neppure al peggiore dei delinquenti.
Che il leader della corrente "moderata" del Pd, seguito a ruota del suo segretario, dedichi i propri commenti di getto alla cosiddetta pancia del Paese, attiene alla famosa ricerca del fu voto, appunto, moderato. Il quale nel frattempo è diventato un gorgoglio indistinto e vendicativo, mentre il consenso progressista si disperde nei rivoli dell'astensione, almeno quello che non transitò ai Cinque Stelle per poi finire in pasto alla Lega.
A Matteo Renzi e al suo governo, anche i critici più acerrimi riconoscono i risultati raccolti nell'ambito dei diritti civili. Un Partito democratico che abbandoni pure quell'ultima trincea, è destinato a rintanarsi nel vaniloquio delle dirette Facebook a suon di "quando c'eravamo noi sì che il Pil correva".
Meglio avere qualcosa da dire e dirlo chiaro e forte. Un'idea di Paese nel quale anche i rei vanno trattati con civiltà, come ha suggerito Piero Grasso, uno che interrogò, garantendone i diritti, chi aveva progettato il suo omicidio. Per questo Scalfarotto ha fatto benissimo a varcare quei cancelli. Perché prima dei voti, va ricostruito un immaginario di normalità. Non negoziabile. Alternativo. E, in potenza, vincente. Perché l'unica idea da copiare a Salvini è la perseveranza.
di Saverio Ferrari
Il Manifesto, 2 agosto 2019
Trent'anni di sangue. 1967-1984: la strategia della tensione corre sui binari, poi nel 1993 da Capaci inizia l'offensiva stragista di Cosa nostra contro lo stato. "Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L'opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l'ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto". A parlare in questo modo era Pino Rauti, il giovane leader della corrente evoliana, nel corso di una riunione interna dell'Msi, a Roma, negli anni Cinquanta. A riportare le sue parole fu Giulio Salierno, all'epoca dirigente giovanile della sezione di Colle Oppio, nella sua Autobiografia di un picchiatore fascista (Einaudi, 1976). Certo è che a partire dagli anni Sessanta i treni e le linee ferroviarie furono oggetto di un'infinità di attentati da parte del terrorismo neofascista.
Trento, 30 settembre 1967 - Il primo tentativo di strage fu quello compiuto il 30 settembre 1967 alla stazione di Trento, quando fu segnalata sull'Alpen Express una valigia sospetta abbandonata. Due agenti la prelevarono e tentarono di portarla il più lontano possibile. Alle 14.44, zeppa di esplosivo, scoppiò tra le loro mani, uccidendoli. L'attentato fu addebitato al terrorismo sudtirolese.
1969, verso Piazza Fontana - Nell'escalation degli attentati che nel 1969 portarono alla strage in piazza Fontana, un posto di rilievo ebbe la collocazione, tra l'8 e il 9 agosto 1969, su dieci treni di altrettanti pacchi esplosivi. Due fecero cilecca ma otto scoppiarono. Dodici furono i feriti, tutti in modo lieve. Per questi episodi Franco Freda e Giovanni Ventura di Ordine nuovo, l'organizzazione fondata da Rauti, furono condannati con sentenza definitiva.
1970, da Gioia Tauro a Verona - La prima strage riuscita su un treno fu quella del 22 luglio 1970, quando il direttissimo Palermo-Torino (la "Freccia del Sud") fu fatto deragliare nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Alla fine si contarono sei morti, di cui cinque donne, e 72 feriti. Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio. La verità emerse solo 23 anni dopo, quando alcuni pentiti confessarono che la strage fu eseguita su mandato del "Comitato d'azione per Reggio capoluogo" e che a portarla a termine fu un commando neofascista. Poche settimane dopo, il 28 agosto 1970, fu rinvenuta nella sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona una valigia abbandonata da cui proveniva un ticchettio di orologio. Notata da un sottufficiale della Polfer, fu portata in un luogo isolato dove esplose un'ora dopo.
1971, la visita di Tito in Italia - In concomitanza con la preannunciata visita del maresciallo Tito in Italia, un grave attentato fu, invece, organizzato, il 28 marzo 1971, per colpire il treno diretto a Venezia, all'altezza di Grumolo delle Abbadesse. Settantadue centimetri di binario furono tranciati da un ordigno. Il convoglio rischiò di deragliare, salvandosi solo grazie alla sua velocità.
1974, l'Italicus - Tra il 1973 e il 1974 gli attentati sui treni furono ben 14 con una strage riuscita. Questi gli episodi principali: il 7 aprile 1973, sulla linea Genova-Roma, con il tentativo di Nico Azzi, di Ordine nuovo, di innescare una carica esplosiva in una toilette del treno. Azzi rimase ferito dallo scoppio del detonatore e immediatamente arrestato. Il 29 gennaio 1974 a Silvi Marina, in provincia di Teramo, con l'inatteso passaggio del locomotore di un treno merci che tagliò la miccia dell'ordigno posto sui binari. Il 21 aprile 1974 a Vaiano, in provincia di Firenze, quando la strage fu, invece, evitata grazie al blocco automatico dei treni in caso di interruzione dei binari. La carica esplosiva aveva, infatti, divelto oltre mezzo metro di rotaie. La strage si compì, invece, il 4 agosto 1974, sul treno espresso Roma-Brennero, l'"Italicus", proveniente da Firenze e diretto a Bologna, a cento metri dallo sbocco della Grande galleria dell'Appennino. Il bilancio fu di 12 morti e 44 feriti.
Tra il 1975 e il 1978 - Si continuò ancora a colpire treni e linee ferroviarie negli anni successivi. Il 6 gennaio 1975 a Terontola, quando 55 centimetri di rotaia furono divelti da una carica di polvere da mina. Il 12 aprile 1975, all'altezza di Incisa Val D'Arno, quando un ordigno fece, invece, sollevare quaranta centimetri di rotaia. Il 6 febbraio 1977, in compenso, la polizia disinnescò alla stazione Tiburtina di Roma sette candelotti di dinamite sull'espresso Napoli-Milano. Il 5 settembre 1978, infine, cinque chili di esplosivo, tra le stazioni di Vaiano e Vernio, avrebbero dovuto scoppiare sotto la motrice dell'espresso "Conca d'oro", che viaggiava da Milano a Palermo. Rimasero feriti i macchinisti di un treno che passò al momento dell'esplosione.
1980, la strage di Bologna - Quella del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna fu la strage non solo più importante sulle linee ferroviarie ma la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica. Alle 10.25 la terribile esplosione. Crollava un'intera ala della stazione, affollatissima per le grandi partenze estive, che a seguito della potenza micidiale dell'ordigno, prima si sollevava e poi ricadeva su se stessa. Il treno Ancona-Basilea, in sosta sul primo binario, veniva investito in pieno dall'onda d'urto. Tra le lamiere fuse e contorte venivano estratti i corpi di decine e decine di persone. Settantacinque le vittime subito recuperate. Altre dieci moriranno nei giorni successivi. Alla fine si conteranno 85 morti, 74 italiani e 11 stranieri, e 200 feriti. È attualmente in corso dal 21 marzo 2018 un nuovo processo nei confronti di Gilberto Cavallini, ex Nuclei armati rivoluzionari (Nar), accusato di concorso per aver fornito supporti e nascondigli per la latitanza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, i primi due all'ergastolo e il terzo, minorenne all'epoca, a 30 anni.
1981 e ancora dopo - Non finì ancora. Il 12 febbraio 1981, otto mesi dopo, ben cinque kg di esplosivo furono rinvenuti sulla linea ferroviaria di Venezia, allo snodo di Porto Marghera. L'innesco non aveva funzionato. Mentre il 9 settembre 1983, il treno 571 Milano-Palermo, mille passeggeri a bordo, in transito sul viadotto alto cinquanta metri del fiume Bisenzio, venne investito da un'esplosione, mentre incrociava un altro treno. Se l'atto terroristico avesse avuto pieno successo i morti si sarebbero contati a centinaia.
Il tratto Arezzo-Bologna - Complessivamente sul solo tratto Arezzo-Bologna di 120 chilometri, ben otto furono i tentativi falliti e tre le stragi riuscite: il 4 agosto 1974 sul treno "Italicus", il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre 1984, sul "Rapido 904", all'interno della Grande galleria dell'Appennino. Fu l'ultima, con 16 morti e 267 feriti.
I legami con Cosa nostra - Con essa si apriva un'altra stagione con l'avvio da parte di Cosa nostra di un'azione offensiva nei confronti dello Stato, che porterà alle stragi di Capaci, via D'Amelio e alle bombe del 1993. La continuità era data dall'impiego di uomini e mezzi provenienti dall'eversione nera. Ne fa fede la condanna nel processo stralcio per la strage del "Rapido 904" del parlamentare missino Massimo Abbatangelo. Non fu condannato per la strage ma per aver detenuto e fornito esplosivi ai clan camorristici. Dalle indagini risultò anche che l'esplosivo usato per la strage di via D'Amelio fosse dello stesso tipo di quello del 23 dicembre 1984, mai utilizzato in precedenza da Cosa nostra.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 2 agosto 2019
La legge è un "fatto". La giustizia è un "valore". Per questo si scrive che "la legge è uguale per tutti" mentre altrettanto non si potrebbe scrivere a proposito della giustizia: che è una categoria mentale, un valore, appunto, variabile secondo ciò che uno crede. Questa distinzione, tanto banale per chiunque abbia un pizzico di dimestichezza con le regole liberali degli ordinamenti avanzati, è tuttavia sconosciuta o anzi negata da una buona aliquota dei rappresentanti della magistratura corporata, che certamente non è "la" magistratura ma insomma ne rappresenta la parte socialmente più attiva.
E non per altro ma esattamente in forza di quella negazione accade che il magistrato ritenga di dover rimettere in riga la società corrotta: non per la sua idea di giustizia, che è legittima come quella di chiunque, ma per l'idea invece sbagliatissima che lui, il magistrato, quell'idea di giustizia possa e debba realizzare con il suo lavoro.
Che è, o almeno dovrebbe essere, occuparsi di "fatti", non di valori: e cioè occuparsi del fatto umano costituito dall'illecito, cioè dalla violazione della legge, quest'altro fatto umano. La pretesa che i comportamenti degli uomini e la società debbano adeguarsi a questo o quel principio costituzionale ( uguaglianza, libertà, rispetto dei diritti civili, eccetera) in forza del lavoro della magistratura, e cioè per il tramite di indagini e processi, denuncia appunto quella confusione tra legge ( fatto) e giustizia ( valore).
E spiega perché sia accaduto e tuttavia accada in questo nostro Paese che al magistrato punga di violentare la norma che invece dovrebbe applicare o di opporsi ai progetti di legge che non gradisce: sono fatti ripugnanti, per il suo senso di giustizia. E a risolvere ( si fa per dire) questo conflitto viene con solerzia il processo indebito, o il comizio davanti alla telecamera democratica che fa conoscere al popolo lo sdegno del magistrato al quale si impedisce di far giustizia. Appunto.
- Insubordinazione in servizio, no alla particolare tenuità
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