di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 21 giugno 2019
Suicida in carcere l'imputato per l'omicidio del buttafuori Poli a 20 anni di distanza. L'avvocato D'Errico contro procura e investigatori: "Hanno agito con eccessiva aggressività".
Per l'accusa "dire che il processo a carico di Stefano Monti è stato condotto in modo aggressivo non è accettabile". Per la difesa, invece, "ci sono anomalie in una vicenda che è stata trattata in modo aggressivo".
Scoppia la polemica tra il procuratore Giuseppe Amato e l'avvocato Roberto D'Errico, difensore di Monti, l'uomo accusato dell'omicidio del buttafuori Valeriano Poli (commesso il 5 dicembre 1999) che si è tolto la vita alla Dozza mercoledì mattina, una settimana prima della sentenza. Una polemica in punta di penna, ma dai toni fermi per entrambi i protagonisti.
Le parole di Amato sono arrivate dopo che il legale aveva parlato "di un processo aggressivo", che forse ha contribuito ad aggravare lo stato d'animo del detenuto. Per il procuratore si tratta di un "argomento che non si può accettare, perché contrario alla realtà dei fatti e che fa torto alla serietà della Corte di assise e del suo presidente (Stefano Scati, ndr.) che sono stati gli arbitri del processo, condotto in modo assolutamente sereno, lineare e corretto".
Secondo Amato "il procedimento può essere stato la motivazione ultima, ma la scelta suicidaria rientra nell'intimo imperscrutabile delle decisioni umane". Amato dice inoltre che "si è trattato di un processo che ha avuto il merito di cercare di trovare una risposta a un grave fatto omicidiario risalente a venti anni prima". Conclude poi affermando: "Francamente parlare di aggressività è parlare di un qualcosa che non appartiene al modo di fare di questo ufficio".
A stretto giro di boa la risposta di D'Errico: "Non intendo alzare il livello delle polemiche, né attaccare la Procura o la Corte di assise, che non c'entra nulla, ma ho il dovere di segnalare alcune anomalie in una vicenda che è stata trattata in modo energico". Secondo il legale le "anomalie" sono riconducibili a diverse fasi del procedimento, per come emerso durante il dibattimento.
La prima questione è legata all'esposizione mediatica: "Monti è stato sbattuto sui giornali e dipinto dagli inquirenti come un criminale violento. Mentre si tratta di una persona incensurata. Inoltre la notizia della riapertura del caso è stata diffusa ad arte per controllare le reazioni dell'indagato. I giornali sono stati usati dalla polizia e questo non mi sembra un atto consueto e corretto. Monti, poi, è stato fotografato con le manette ai polsi il giorno del suo arresto e rivedersi sui giornali in quelle condizioni di certo non lo ha reso sereno".
Inoltre, ricorda ancora, D'Errico: "Per mesi gli è stato impedito di incontrare la sua famiglia, la moglie e i figli, e questo quando l'inchiesta era già chiusa in attesa del processo immediato. Non capisco quali prove potesse inquinare. È un fatto che persino durante il processo la procura si sia opposta ai colloqui".
Per il legale: "Monti sentiva questo accerchiamento. Nessuno può conoscere le ragioni di un gesto tanto estremo. Non faccio polemica con nessuno ed ho rispetto per la procura e, ovviamente per la Corte che ha condotto il processo, tuttavia ho il dovere di segnalare fatti che di certo non hanno tenuto conto che ognuno è innocente fino a prova del contrario. Tanto più un incensurato di 60 anni accusato di un reato che avrebbe commesso 20 anni fa".
di Maria Laura Amendola
eroicafenice.com, 21 giugno 2019
Il carcere di Poggioreale viene, ancora oggi, definito il "carcere peggiore d'Italia, sia per i diritti umani che per il degrado". Il carcere di Poggioreale fu costruito nel 1914 nel pieno di un processo che, dalla fine del XVIII secolo, rese la prigione sostitutiva della pena di morte e delle punizioni corporali. Queste ultime, in realtà, persistevano anche nelle carceri e, in Italia, fino a circa cinquant'anni fa erano usate per mantenere "disciplina" e sopprimere eventuali ribellioni tra le celle. La pena di morte, invece, fu abolita nel 1945, con la Liberazione dal nazi-fascismo, e ufficialmente nel 1948, con la Costituzione Repubblicana.
Poggioreale fu, però, una "necessità" per affrontare il sovraffollamento delle carceri in funzione all'epoca. Era, ed è tuttora, una "casa circondariale", i cui detenuti sono in attesa di giudizio o condannati a pene inferiori ai cinque anni. Nel tempo, i reparti hanno preso il nome di città Italiane: Napoli, Milano, Livorno, Genova, Torino, Venezia, Avellino, Firenze, Salerno e Roma.
Il punto massimo di sovraffollamento nel carcere di Poggioreale avvenne nella prima metà degli anni '40 e nell'immediato dopoguerra, vista la presenza di numerosi prigionieri politici e di commercianti della "borsa nera". Fu in parte occupato dai tedeschi che, cinque giorni dopo l'armistizio, aiutarono i detenuti a fuggire. Tra le varie rivolte contro le condizioni igieniche del carcere, quella del 31 maggio 1972, quando dal padiglione Genova i detenuti devastarono ogni cosa, abbatterono i cancelli e saccheggiarono i magazzini. Furono due giorni di scontri con la polizia, durante i quali un detenuto di 19 anni fu ucciso da un colpo di pistola. I detenuti furono poi ammassati nei sotterranei e molti furono trasferiti.
Ma nel carcere di Poggioreale si è consumata anche una vera e propria faida, durante la guerra di camorra tra i Cutoliani e gli appartenenti alla Nuova Famiglia organizzata, durante la quale era la camorra stessa a stabilire le regole di vita tra le celle.
Secondo il rapporto del 2018 dell'associazione "Antigone", la struttura ospita 2.299 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 1.611 posti. Nonostante le numerosi ristrutturazioni, le condizioni generali sono ancora inadeguate e incompatibili con ciò che prevede l'attuale ordinamento penitenziario. Alcuni esempi: celle che ospitano fino a 12 detenuti, assenza di stanze adibite alla socialità, mancanza di docce, umidità degli ambienti.
Tra i più degradanti, il padiglione Roma, che "ospita" detenuti transessuali, tossicodipendenti e sex offender tra muffa, finestre rotte, assenza di intonaco e docce comuni distaccate dalle celle. Ma le criticità presenti nelle celle sono numerosissime: non sono garantiti 3 mq calpestabili per detenuto, non tutte le celle sono riscaldate adeguatamente e dotate di acqua calda, non ci sono schermature alle finestre, non è assicurata la separazione dei giovani dagli adulti. Inoltre, sette reparti su dieci non hanno spazi di socialità all'interno dei padiglioni, comportando una limitazione nei movimenti dei detenuti e la loro permanenza all'interno della cella per moltissime ore.
Solo nel 2017, si contano 290 casi di autolesionismo, 2 suicidi, 8 morti e 199 scioperi della fame. I detenuti in terapia psichiatrica sono 600, ma non è presente un reparto per detenuti con infermità psichica. A febbraio di quest'anno, nel carcere di Poggioreale è morto Claudio Volpe, di 34 anni, deceduto ufficialmente per un infarto. In realtà, Claudio soffriva di una febbre molto alta da giorni prima della sua morte e non aveva ricevuto aiuto nonostante le richieste di essere visitato. Le sue condizioni di salute si sono aggravate al punto da non rendere più necessario l'intervento del 118.
Ma ciò che più inquieta ancora del Carcere di Poggioreale è la "cella zero", creata nel 1981, nella quale - stando alle testimonianze degli ex detenuti - gli agenti della polizia penitenziaria sottoponevano i carcerati a pestaggi e maltrattamenti. La storia della "cella zero" è raccontata nel documentario di Salvatore Esposito, fotografo documentarista, in collaborazione con il giornalista Andrea Postiglione e Pietro Ioia, attivista per i diritti dei detenuti.
di Giuseppe Ferlicca
tusciaweb.eu, 21 giugno 2019
Vittorio Ferraresi, sottosegretario al ministero di Giustizia prova a dare qualche risposta al termine del consiglio comunale straordinario sulla difficile situazione al carcere di Viterbo. Risposte a volte generali, altre particolari. Problema serio, servono risposte dello stesso tenore. Agenti sotto organico e sicurezza, appunto, anche per la presenza del reparto 41 bis. "La sicurezza è un tasto dolente - osserva Ferraresi - anche a Viterbo, pure per la presenza di detenuti difficili. Abbiamo messo in piedi un tavolo con la polizia penitenziaria, una task force tra istituti che interessa la struttura di questa città".
La mancanza di agenti: "Il vuoto d'organico lo colmiamo con assunzioni - prosegue il sottosegretario - sono 1300 più altri 350. Andranno a colmare il vuoto esistente. Non a coprire il turn over. Poi 260 persone nell'ambito civile e 35 dirigenti, oltre a mediatori culturali. Vogliamo investire sul personale, è una priorità". Anche attraverso il confronto con i sindacati sulle piante organiche: "Nello studio rientra anche Viterbo". La Casa circondariale è finita alla ribalta, suo malgrado della cronaca nazionale. "Quando abbiamo notizie, sono partite segnalazioni in procura. Ci sono anche due indagini ispettive interne".
Sul 41 bis Ferraresi la vede in modo diverso, oltre la preoccupazione che amministratori e cittadini possono avere per la sua presenza. "Il reparto è uno strumento imprescindibile per la lotta alla criminalità organizzata, che tende a comandare per mantenere i rapporti fuori ma anche dentro gli istituti". Un consiglio comunale affollato di presenze, parlamentari, rappresentanti dell'istituto penitenziario, consiglieri regionali, professionisti dell'ambito penale. Dalla seduta è partita la richiesta al sindaco Arena, affinché istituisca la figura del garante dei diritti dei detenuti o delle persone private della libertà personale, per il comune di Viterbo.
Proposta presentata da Massimo Erbetti (M5s), sottoscritta da altri esponenti dell'opposizione e avanzata anche da Andrea Micci (Lega). Nel lungo dibattito, durato fino a quasi le 21,30, c'è stato spazio anche per un aspro confronto fra senatori. Da una parte Francesco Battistoni (FI) e dall'altra Alessandra Maiorino (M5s). Battistoni, dopo avere ascoltato diversi interventi si è meravigliato di come non si sia parlato in modo chiaro delle carenze di organico della polizia penitenziaria. Il caso, finito sulle cronache nazionali della morte di un detenuto in cella lo prende a esempio. "Penso allo choc - ricorda Battistoni - della guardia che ha dovuto rilevare la situazione. Nessuno si è posto il problema del perché accada. Ho sentito parole, ho sentito parlare d'indagini, ma il personale che opera all'interno meriterebbe altro trattamento".
Battistoni ha presentato un'interrogazione sul sovraffollamento a Mammagialla e sulla carenza d'organico. Risposte deludenti. Maiorino attacca e sposta l'attenzione: "Quale choc - incalza la senatrice M5s - avrà provato la madre della persona morta, quando si è vista restituire in un sacco dei rifiuti, anonimo, gli effetti del figlio? Senza una parola". Diritto di replica per Battistoni: "Ho detto di guardare le due facce della medaglia, non solo i detenuti ma anche chi nel carcere ci lavora". Sull'agente che ha scoperto il ragazzo morto in cella, il sottosegretario rassicura: è stato spostato ad altro incarico.
Duro l'intervento di Luca Floris del sindacato Sappe. Riferendosi ai fatti alla ribalta della cronaca nazionale, con al centro il carcere di Viterbo: "Mammagialla non un carcere punitivo - tuona Floris - non è un luogo punitivo. Non si possono sparare ai quattro venti certe cose. Se questo è un carcere punitivo, allora la polizia penitenziaria cosa fa? Sono stufo di essere additato quando giro per la città".
A chiedere la seduta di consiglio, Giacomo Barelli (Viva Viterbo), primo firmatario. Nel suo intervento si è rivolto al sindaco Giovanni Arena. Ha un potere. "Per la legge 102 il sindaco è l'unico all'interno del comune che può effettuare visite di sindacato ispettivo nelle carceri del territorio. Eserciti questa facoltà ogni volta che può. I sindaci sono il primo presidio istituzionale sul territorio ed è giusto che accedano alle carceri, che sono strutture sensibili".
di Maria Letizia Riganelli
Il Messaggero, 21 giugno 2019
"Temiamo una rivolta in carcere e altre aggressioni". Nel giorno in cui il consiglio comunale di Viterbo affronta la situazione del penitenziario del capoluogo, Danilo Primi, agente e rappresentante sindacale dell'Uspp, lancia l'ennesimo allarme. "Non vogliamo finire sotto scacco, come è successo il mese scorso a Campobasso, con alcuni detenuti si sono barricati nella struttura. Ma il rischio che un'eventualità di questo tipo accada è alto. La situazione a Mammagialla è rovente non abbiamo uomini per mandare avanti l'istituto. Non abbiamo forze giovani e le aggressioni al personale sono sempre più frequenti".
L'ultima solo pochi giorni fa, quando un detenuto ha mandato al pronto soccorso tre poliziotti della Penitenziaria con prognosi di 20, 10 e cinque giorni. Da quel giorni la polizia si è messa in sciopero. "Facciamo astensione dalla mensa ha detto ancora Primi -, un gesto dimostrativo che ovviamente ci costa anche in termini di soldi. Vogliamo far capire all'amministrazione centrale che sta diventando sempre più insostenibile".
Oggi il consiglio comunale parlerà di Mammagialla, della situazione di emergenza, del numero di detenuti e delle molteplici aggressioni. Senza dimenticare l'omicidio avvenuto pochi mesi fa e il suicidio, definito sospetto, di un giovanissimo egiziano. Saranno presenti anche amministratori: hanno dato adesione il senatore Umberto Fusco (Lega), il senatore Vittorio Ferraresi del Movimento 5 Stelle, la senatrice Alessandra Maiorino (sempre M5S). Poi i consiglieri regionali Chiara Colosimo (FdI), quella di 5 Stelle, Silvia Blasi, e di +Europa, Alessandro Capriccioli.
E ancora il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, i rappresentanti della locale Camera penale. Ancora in forse, invece, la presenza del direttore del carcere Pierpaolo D'Andria. "Siamo contenti dice ancora il sindacalista che l'attenzione su Mammagialla sia massima, ma abbiamo bisogno di segnali concreti e di fatti, prima che la situazione diventi ingestibile. Presto stabiliremo altre forme di astensione e protesta. E in comunale saremo presenti anche noi". Appuntamento in sala del consiglio è alle 17.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 21 giugno 2019
I sindacati della Polizia penitenziaria: "Ogni due giorni un atto di autolesionismo. In questa struttura per 500 detenuti ce ne sono 850. Con rischi per tutti. Il Garante: "C'è una grave carenza di operatori e educatori. E serve più cura per gli ospiti sotto processo".
Una rissa tra detenuti ogni due giorni, un atto di autolesionismo ogni trentasei ore. E ancora ventiquattro tentati suicidi (di cui uno riuscito) in dodici mesi. Periodo nel quale si sono registrati anche una ventina di aggressioni ai danni di agenti della Penitenziaria. Benvenuti alla Dozza, il carcere per 500 detenuti che oggi ne contiene oltre 850, in condizioni, secondo i sindacati, "rischiose sia per il personale che per gli ospiti".
Numeri preoccupanti che non riguardano la sola struttura di Bologna, ma che anche nella città delle Torri peggiorano di giorno in giorno. Secondo i dati in possesso del sindacato degli agenti penitenziari Sappe, nel corso del 2018 le colluttazioni tra carcerati sono state 195 a fronte delle 147 dell'anno precedente, mentre calano leggermente gli atti di autolesionismo, passati da 287 a 256.
Costanti i tentativi di suicidio (23 sia nel 2017 che nel 2018) con il dramma di un detenuto che nel 2018 è riuscito a togliersi la vita, mentre l'anno prima la Penitenziaria era riuscita a sventare tutti i tentativi. Numeri a cui va però aggiunto l'incremento di aggressioni nei confronti del personale da persone probabilmente esasperate dalle difficili condizioni di vita all'interno dell'istituto bolognese. Se si guarda ai numeri nazionali si nota l'incremento di tutte le tipologie di episodi violenti in carcere. Solo per fare un esempio, tra il 2017 e il 2018 sono cresciuti i suicidi (61 sui 48 dell'anno prima), come anche i tentativi di togliersi la vita, arrivati ormai a 1.200. L'esasperazione si coglie anche dai numeri sulle risse, 7.784, 350 in più che nel 2017.
Volano oltre i 10 mila gli atti di autolesionismo. Dati che secondo i primi riscontri non migliorano nel 2019. Secondo Giovanni Battista Durante, segretario del Sappe, i numeri sono legati "a diverse variabili: le attività lavorative, la presenza di figure professionali di sostegno, la tipologia di detenuti e l'organizzazione dell'istituto". Ed è qui che conta il personale.
Per Antonio Ianniello, garante dei detenuti di Bologna, a livello locale esiste "una grave ed eclatante carenza di educatori ed operatori, acuitasi nell'ultimissimo periodo". Ianniello, pensando al caso del suicidio di Stefano Monti, è convinto che serva "una cura particolare nel presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale.
Tra queste rientrano i detenuti con un processo in corso con ipotesi di reati gravi: a loro è necessario prestare particolare attenzione nei giorni prima delle udienze e della condanna, e in quelli immediatamente successivi". Preoccupato Giuseppe Merola, segretario del Sinappe (altra sigla sindacale del settore), che riflette su Monti: "Di fronte a casi come questo viene da chiedersi come scorre la vita in carcere, se alcuni detenuti abbiano bisogno di maggiore supporto".
E aggiunge: "Esistono percorsi dedicati e assistenza psicologica, ma da tempo denunciamo il sovraffollamento. Ripetiamo, c'è una situazione di malessere generale, che incide sia sulla popolazione detenuta, sia sugli operatori di polizia penitenziaria".
Particolarmente critica la situazioni del secondo piano giudiziario della Dozza (dove ci sono i detenuti in attesa di giudizio) e dell'infermeria che, dice Merola, "versa in uno stato emergenziale. Vi sono alloggiati detenuti che non necessitano di cure, perché non ci sono posti nei reparti detentivi". Sulla stessa lunghezza d'onda anche Salvatore Bianco della FP-Cgil: "Siamo stufi di ripetere sempre le solite cose: sovraffollamento e carenza di personale".
Nessuno può dire se con più guardie e operatori Stefano Monti sarebbe ancora in vita, ma tutti sono concordi nell'affermare che in una situazione di sovraffollamento, che si aggiunge alla già difficile condizione carceraria, la sofferenza dei detenuti aumenta in maniera esponenziale. Sofferenza che nelle persone più fragili si traduce in gesti estremi.
lagazzettaaugustana.it, 21 giugno 2019
Si è conclusa la maratona di tre giorni che ha visto detenuti della Casa di reclusione di Brucoli e alunni dell'Istituto superiore "Arangio Ruiz" di Augusta insieme, sul palcoscenico all'interno del carcere, per rappresentare "Gl'innamorati" di Goldoni, la cui regia è stata curata da Antonino Cicero Santalena, attore proveniente dalla prestigiosa accademia dell'Inda di Siracusa.
Lo spettacolo si inserisce nel progetto di educazione alla legalità dal titolo "Il carcere va a scuola", curato da nove anni dalla docente del "Ruiz", Giusi Lisi, coadiuvata dai colleghi Marco Cannarella, Daniela Lo Faro, Lino Traina e Concetta Baffo. Obiettivo fondante del progetto è rendere visibile, attraverso il teatro, l'invisibile, ossia la detenzione.
Un progetto realizzato anche quest'anno per volontà della dirigente scolastica del "Ruiz", Maria Concetta Castorina, della direttrice della Casa di reclusione di Brucoli, Angela Lantieri, con la collaborazione della responsabile dell'area educativa dell'istituto di pena, Emilia Spuches. Presenti allo spettacolo diverse autorità e il cast della tragedia "Le Troiane", in scena in questi giorni al Teatro greco di Siracusa nell'ambito del ciclo delle rappresentazioni classiche.
L'attrice Maddalena Crippa, che interpreta "Ecuba" nella tragedia euripidea, ha letto la poesia di un detenuto, dal titolo "Schegge di felicità", suscitando emozioni fortissime. E quelle stesse schegge di felicità che hanno aiutato il detenuto a sopravvivere all'ergastolo, hanno fatto breccia nell'animo di ciascuno dei presenti.
gazzetta.it, 21 giugno 2019
Ritorno a casa. È stato principalmente questo il senso della visita di Rosita e Angela Missoni, rispettivamente fondatrice e direttore artistico dell'omonima casa di moda, in via Rizzoli a Milano. La Gazzetta, infatti, è stata uno dei centri affettivi nella vita di Ottavio, marito e padre delle due ospiti illustri, fin da quando, come amava ricordare, era spesso ospite della mensa della Rosea nel 1946, subito dopo il suo rimpatrio dalla prigionia in Africa settentrionale.
"Frequentemente mi ha proprio sfamato in quei momenti difficili", raccontava l'uomo che arrivò sesto all'Olimpiade di Londra 1948 nei 400 ostacoli e che proprio la guerra derubò di una carriera che sarebbe stata straordinaria, date le premesse giovanili. L'episodio fu riscoperto proprio grazie a una lettera di Ottavio a Candido Cannavò, che la pubblicò nella sua rubrica. Del resto Missoni rimase per tutta la vita un appassionato di sport a 360 gradi, gareggiando a lungo anche fra i Master. E la lettura quotidiana della Gazzetta, unita a una curiosità polisportiva, rimase un must della sua giornata, fino alla scomparsa, avvenuta nel 2013.
Accolte dal direttore della Gazzetta Andrea Monti, da Raimondo Zanaboni, presidente di Rcs Sport e della Fondazione Candido Cannavò, da Franca Cannavò, vedova di Candido, e da Franco Arturi, direttore della Fondazione, Rosita e Angela hanno ufficializzato un significativo accordo con la Fondazione stessa, in base al quale saranno intitolati a Ottavio Missoni i corsi per detenuti e guardie penitenziarie che si terranno da ottobre 2019 a giugno 2020 nel carcere milanese di Opera. Il legame simbolico è proprio il lungo periodo di detenzione-prigionia che il grande Ottavio, poi divenuto il motore, con la moglie Rosita, di una casa di moda attiva da 66 anni, dovette sopportare. E la sua gratitudine verso il giornale rosa.
termolionline.it, 21 giugno 2019
Presso l'Istituto penitenziario di Larino è istituita una sezione dell'Istituto Agrario, frequentata con profitto dai detenuti e, da oltre un quinquennio, si svolge un percorso di discussione su temi filosofici condotto da un volontario. Nasce, con riferimento a queste due peculiarità il progetto "Dalla Conoscenza alla Tutela del patrimonio ambientale", approvato dall'Arsarp.
L'idea è quella di affidare ai detenuti, nel contesto già consolidato degli studi etici, il compito di approfondire la cultura della biodiversità, per adesione a strumentalità vivaistiche predisposte dalla Regione Molise a favore delle specificità del proprio territorio. Il concetto astratto di spazio; verrà sostituito dal concreto vivente, inteso come spazio ambiente, la cui cura, così come la "non cura" determina conseguenze collettive vitali.
Il territorio è uno dei settori in cui la malavita coltiva i propri interessi: il progetto vuol far maturare nell'attentatore reale o potenziale, il valore della conservazione e salvaguardia dell'ambiente, perché si renda parte attiva e consapevole di un processo di recupero della biodiversità.
Il progetto si articolerà in due fasi, la prima prevalentemente teorica come forma di riflessione filosofica, la seconda eminentemente pratica legata a percorsi coerenti con il vivaismo forestale e agricolo pianificato in ambito regionale. In data 24 c.m. alle ore 10,00 verrà presentato il progetto, gli obiettivi e le modalità per raggiungerli. Sarà presente l'Assessore Regionale all'Agricoltura Nicola Cavaliere, il Dirigente dell'Arsarp, l'Associazione che realizzerà il progetto.
di Sergio Harari
Corriere della Sera, 21 giugno 2019
Così non è in Europa, dove l'avanzata dei movimenti Verdi è stata chiara e la sensibilità dei cittadini è ben diversa. Si sente un gran parlare di questi tempi di ambientalismo, sono in molti a improvvisarsene alfieri e a ricordare come in anni passati già erano stati paladini di questa o quella campagna politica, delle quali però nessuno si ricorda. In realtà con pochissime eccezioni l'ambientalismo nel Belpaese non ha mai fatto notizia né tantomeno attecchito, Verdi e similia non hanno mai avuto gran fortuna e quando hanno avuto un qualche spazio politico se lo sono lasciato accuratamente sfuggire (chi ricorda il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio?), mentre gli altri partiti non ci hanno mai creduto davvero.
Nella appena trascorsa campagna elettorale per le europee, malgrado il successo del movimento Fridays for future e della sua animatrice Greta Thunberg, in Italia non si è praticamente parlato di ambiente, sebbene sia un tema tipicamente comunitario. È una emergenza che può essere seriamente affrontata solo coinvolgendo in strategie e interventi ampie regioni europee, ma da noi è totalmente dimenticato, salvo ricordarsene un po' opportunisticamente in qualche occasione.
Sono anni che si discute sulla necessità di aggiornare le norme comunitarie sui valori soglia per gli inquinanti atmosferici (peraltro regolarmente non rispettate dall'Italia), non allineate con quanto suggerito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e assai meno protettive di quelle americane, ma l'argomento è lontanissimo da qualsiasi agenda politica e latitava nei vari programmi elettorali.
Anche alcuni provvedimenti sull'agricoltura e l'inquinamento del suolo che hanno importanti ripercussioni sull'ambiente meriterebbero di essere presi in considerazione, ma tutto tace o quasi. Stessa filosofia del silenzio sulla sicurezza alimentare e la salute pubblica, meno se ne parla e più ci si dimentica dei problemi, anche se non sarà rimuovendoli dalle nostre menti che si risolveranno. Salute, ambiente e sicurezza alimentare non a caso costituiscono un'unica commissione nel Parlamento europeo ma ci si chiede quale ruolo potrà mai avere il nostro Paese nella prossima legislatura visto il nazionale disinteresse. Oggi, in Italia, nessuno sembra minimamente sensibile ai valori più importanti per il nostro futuro.
Così non è in Europa, dove l'avanzata dei movimenti Verdi è stata chiara e la sensibilità dei cittadini è ben diversa. Nella bella intervista che ha rilasciato al Corriere Annalena Baerbock, leader di successo dei Verdi tedeschi, pone la questione europea al centro dell'impegno politico in una nazione come la Germania, dove non era per nulla scontato, e dichiara che l'Unione per la difesa del clima è il futuro della Ue. Al successo della Baerbock, futura cancelliera ad alta probabilità, fa da contraltare l'ennesima sconfitta dei Verdi e più in generale dei temi ambientali nel nostro Paese. È venuto il momento che gli italiani decidano di riempire un vuoto che i politici non vedono o non sanno riempire, il successo dei movimenti ambientalisti prova che si può fare anche senza avere dietro particolari partiti, anzi forse meglio.
La Nuova Sardegna, 21 giugno 2019
La mostra racconta l'ambiente esterno attraverso i quadri e i lavori artigianali. Secondo Harari, il giovane storico israeliano le cui opere sono oggi degli autentici best-seller, ciò che ha reso l'uomo quello che in effetti è diventato è l'immaginazione. Per Jean-Paul Sartre, questa non solo qualificherebbe l'homo sapiens, proprio come dice Harari, ma addirittura gli conferirebbe il potere di trasformare il mondo e infrangere le barriere di un presente opprimente. Qualcosa di simile lo hanno sperimentato i detenuti della struttura carceraria di Nuchis realizzando i lavori che saranno in mostra allo Spazio Faber sino al 22 giugno. Per giungere a questo risultato è stato necessario il coinvolgimento di più soggetti, a partire dalle professionalità che operano nel carcere, la stessa direzione e gli enti (Comune, Lions, cooperativa Il piccolo principe) che hanno patrocinato l'evento.
L'effetto finale è stato il prodotto di una sinergia collaborativa che ha consentito ai detenuti che si sono cimentati in diverse forme di arte (lavori artigianali, quadri) di raccontare l'ambiente esterno. Non come sarebbe venuto loro in mente di immaginarlo a occhi chiusi, ma con il supporto di un team di fotografi e artisti del territorio che, coordinati da Massimo Masu, hanno fornito materiali su cui riflettere e lavorare.
Una sorta di "in & out" all'insegna della massima creatività, verrebbe da dire, perché, come spiega Edy Baldino, garante dei diritti dei detenuti a Tempio, "l'idea guida è stata quella di porre l'arte come ponte tra il dentro e il fuori".
A giudicare dalla qualità di molti dei lavori esposti, il risultato sembra essere stato raggiunto. Lo pensa Massimo Masu, fotografo professionista, curatore dell'esposizione, e così anche Franco Pampiro, che, insieme a Antonello Naitana e Massimo Gobbi, ha "foraggiato" la creatività degli artisti detenuti, fornendo il materiale fotografico che hanno utilizzato per ispirarsi.
Tra le opere del "Varco nel muro" (titolo a dir poco eloquente della mostra) sono davvero tante quelle che, per così dire, catturano l'occhio. Tra queste non può non richiamare l'attenzione che merita il quadro di Massimiliano Avesani, il detenuto che in carcere ha affinato il suo estro creativo, diventando scrittore e pittore. Il suo quadro colpisce per il valore emblematico dei contenuti: quattro mezze figure, ritratte senza testa e busto, che percorrono l'atrio di un anonimo edificio che non può non far pensare al carcere, sotto la luce artificiale dei neon e in un involucro spaziale diviso in piccoli quadrati che danno l'idea di un ambiente privo di una vera soglia. Un "dentro" che esclude ermeticamente lo spazio esterno e che, seppure per qualche giorno, è riuscito a gettare un ponte con il mondo di fuori.









