www.savonanews.it, 6 marzo 2015
Acque agitate nel carcere di Savona per un sospetto caso di tubercolosi, patologia alla quale potrebbe essere incorso uno dei 55 reclusi nella casa circondariale di Savona, ma alla fine il ricovero si trasforma in evasione. La pensa bene un detenuto di origine marocchine recluso per reati collegati agli stupefacenti ad evadere dall'ospedale dove era stato ricoverato in quanto si sospettava affetto da tubercolosi, patologia poi rilevatasi infondata.
In questa evasione, secondo il parere di Michele Lorenzo segretario del Sappe il maggiore sindacato di categoria dei poliziotti penitenziari, non vi sono responsabilità da imputare a nessuno in quanto il detenuto non aveva obbligo di scorta benché prevista nella fase iniziale del ricovero ospedaliero.
il Sappe minimizzare quindi l'episodio ma ci tiene però a soffermarsi sull'aspetto della gestione dei detenuti affetti da patologia infettiva. Non è il primo caso sospetto in Liguria, e per questo sono stati molti i nostri interventi interessando anche l'assessore alla sanità Claudio Montaldo il quale aveva fornito garanzie affinché il personale di Polizia che opera negli istituti liguri potesse essere dotato di idonei strumenti di protezione per arginare e fronteggiare in sicurezza questi casi anche organizzando corsi di formazione. Ma ad oggi, a parte le promesse, non abbiamo visto ancora nulla e la medicina penitenziaria è una prerogativa delle Regioni - continua Lorenzo - casi come quello di Savona devono essere lo spunto per una buona prevenzione a favore del poliziotto che è a diretto contatto con i detenuti anche a tutela della salute degli stessi detenuti.
L'istituto di Savona non è dotato di un settore dove poter isolare casi sospetti inoltre non vi è la presenza costante del medico e, benché previsto, non vi sono le dotazioni protettive per trattare patologie infettive e questo non è più tollerabile mentre la Direzione non sembra ponga la giusta considerazione alla tutela della saluta in carcere e che il personale possa essere fornito di idonei strumenti e che i detenuti sospetti da patologie infettive possono essere trattati in sicurezza. Comunque una maggiore attenzione sul caso forse avrebbe impedito il ricovero e, di conseguenza, l'evasione. Ora sono in atto le ricerche anche da parte della Polizia Penitenziaria di Savona.
www.certastampa.it, 6 marzo 2015
La Segreteria Provinciale del Sappe, la prima e più rappresentativa organizzazione di categoria, riguardo alla mancata pulizia della neve e del ghiaccio di quest'oggi, del tratto stradale che da Villa Mosca porta all'istituto che ha comportato l'isolamento del carcere da tutto e per tutto con gravissimi disagi al servizio di traduzione dei detenuti e disfunzioni ai servizi d'istituto ponendo a grave rischio d'incolumità il personale di polizia e operatori amministrativi che si sono recati nonostante ciò in servizio per assolvere il proprio dovere e bloccando le visite dei familiari dei detenuti per colloquio, non può non esprime il proprio sdegno.
Non si comprende il perché ogni qualvolta nevica, l'unica strada che porta al carcere è sempre l'ultima ad essere pulita eppure, nonostante che, al pari di altre strutture pubbliche, dovrebbe essere tra le prime ad essere presa in considerazione. Come sempre, si spendono sempre belle parole per il pianeta carcere, nei fatti però, rimane sempre nel dimenticatoio di tutte le istituzioni cittadine. Auspichiamo che le autorità competenti, Sindaco Brucchi in primis, Prefetto e Presidente della Provincia si attivino con urgenza in considerazione che l'evento atmosferico continuerà anche per i prossimi giorni.
www.campanianotizie.com, 6 marzo 2015
Che c'è meglio di un buon caffè, se ti risvegli in una casa ospitale della città dai "mille colori", e sorbito come vuole la tradizione napoletana ma anche con un pizzico di solidarietà? L'Abbac, l'associazione dei B&B ed affittacamere della Campania sottoscrive una convenzione con la coop "Lazzarelle" che rende protagoniste con la produzione di caffè, detenute ed ex detenute della casa circondariale femminile di Pozzuoli.
"Si tratta di una convenzione a cui teniamo molto, nei nostri bed and breakfast sarà possibile degustare il caffè torrefatto da operatrici che con impegno tentano di garantirsi una nuova opportunità dopo l'esperienza carceraria".
L'accordo è in linea con le tematiche di sostenibilità e identità che l'Abbac persegue fin dalla sua costituzione. "Accogliamo ospiti provenienti da ogni parte del mondo e che scoprono la nostra città e lo facciamo con la consapevolezza di garantire un'ospitalità non standardizzata - dichiara Agostino Ingenito. Offrire il caffè prodotto dalle ex detenute è l'occasione per dimostrare che turismo e solidarietà possono e devono trovare maggiore interazione".
Hanno preso parte alla conferenza stampa anche alcune operatrici della coop Lazarelle accompagnate dalle referenti, Paola Maisto e Imma Carpiniello.
"Siamo felici di questo accordo che premia il progetto di inclusione sociale che abbiamo avviato già dal 2010 nella convinzione che le prigioni non dovrebbero essere un luogo buio e dimenticato ma che è possibile garantire un riscatto sociale".
All'incontro hanno preso parte anche il Presidente Federconsumatori Campania, Rosario Stornaiuolo che ha inteso condividere la proposta dell'Abbac di aprire verso una più ampia rete di commercio equo e solidale. Anche per Legambiente Campania, presente con il consigliere Nabil Pulita, è opportuno condividere tali buone prassi in linea con il turismo responsabile ed eco sostenibile.
Il Centro, 6 marzo 2015
Verranno esposte e vendute domenica prossima, in piazza Rossetti, le Pigotte, le bambole di pezza dell'Unicef, realizzate da alcuni internati della Casa lavoro. Un'iniziativa di alto valore sociale che va di pari passo con il trattamento rieducativo.
"L'esperienza, coordinata dal capo area educativa Lucio Di Blasio, rappresenta un altro dei piani strategici degli interventi rieducativi che consentono ai reclusi di avere un ruolo ed una partecipazione attiva, di rimettersi in discussione e soprattutto confrontarsi", si legge in una nota della Casa Lavoro diretta da Massimo Di Rienzo, "impegnarsi per una iniziativa tanto nobile partecipando, quindi, agli obiettivi che il progetto, sin da subito, si era prefissato, è da considerarsi un altro percorso virtuoso e che risponde in pieno alle indicazioni dell' articolo 27 della Carta costituzionale". Le bambole fatte dagli internati verranno esposte in uno stand allestito per l'occasione in piazza Rossetti, domenica dalle 9 alle 18,30.
www.irpinianews.it, 6 marzo 2015
"Tutti devono entrare all'Expo, ma anche l'Expo deve andare da tutti": è questa la filosofia che ha ispirato il Progetto "Liberi dentro" ideato da Rai Expo, la struttura della Rai creata per raccontare all'Italia e al mondo tutto ciò che gira attorno a "Expo Milano 2015".
L'iniziativa intende promuovere alcune esperienze attivate all'interno delle carceri italiane e incentrate sulla produzione di eccellenze agroalimentari e sull'educazione alimentare. In queste realtà, il progetto servirà a testimoniare anche come l'amore e la passione per il cibo possono agevolare il reinserimento nella società di chi nella vita precedente ha sbagliato, meritando la giusta punizione.
Tra gli istituti carcerari selezionati per l'occasione c'è anche la Casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi dove si producono prodotti di autentica eccellenza, tra i quali un ottimo miele biologico e pregevoli bottiglie di vino tratto da antichi vitigni del territorio; prodotti che hanno già meritato successi e consensi alle diverse rassegne a cui sono stati presentati. Ai giornalisti e ai tecnici di Rai Expo, il direttore del carcere altirpino, Massimiliano Forgione, ha mostrato sia il tenimento agricolo sia il lavoro che compiono i reclusi per produrre quelle eccellenze agroalimentari: un lavoro supportato dall'aiuto ed il concorso della Cooperativa Sociale "Il Germoglio" che ha assunto tutti i detenuti che lavorano nel tenimento agricolo.
Una bottiglia del vino prodotto nel carcere santangiolese è stata consegnata di recente anche a Papa Francesco, che ha mostrato molta attenzione al percorso lavorativo che sta dietro l'etichetta emblematica "Frescodigalera", con cui viene commercializzato il prodotto. Di particolare interesse, durante la visita, l'intervento di alcuni ristretti che al microfono della troupe Rai hanno raccontato le loro storie di vita, senza enfatizzare la propria vicenda umana ma ponendo l'accento sull'esperienza che stanno maturando all'interno delle mura del carcere santangiolese.
"A questi uomini, che hanno una gran voglia di riscatto, il lavoro è servito e serve sia per prendere coscienza degli errori commessi sia per creare i presupposti per il loro successivo reinserimento nella società", ci tiene a ribadire il direttore del carcere. Un obiettivo assolutamente condiviso dalla struttura di Rai Expo che, con "Liberi dentro", miniserie di sei documentari patrocinata dal Ministero della Giustizia, intende accendere i riflettori sul mondo del lavoro agricolo e delle eccellenze enogastronomiche presenti nelle carceri italiane perché, per assecondare il tema portante dell'Esposizione Universale di Milano 2015. I mini-documentari, prossimamente inseriti e visibili sul portale web di Rai Expo, saranno presentati in una serata dedicata al tema durante Expo 2015 e quindi trasmessi nel palinsesto della Rai, in armonia con la mission di servizio pubblico.
Ristretti Orizzonti, 6 marzo 2015
"La psicologia penitenziaria tra interventi attuali e prospettive future" è il titolo del convegno organizzato dagli Ordini degli psicologi dell'Emilia Romagna e del Veneto per sabato 7 marzo a Bologna, in piazza San Domenico 13 (dalle 9 alle 18 al convento di San Domenico). L'incontro intende approfondire il ruolo dello psicologo nel restituire dignità ai detenuti e nel favorirne il reinserimento sociale. Nell'occasione verranno presentate le esperienze condotte in Emilia-Romagna e in Veneto. Interverranno al convegno esperti nazionali del tema, psicologi professionisti, giuristi, docenti e responsabili di strutture sanitarie. Tra i temi trattati: la genitorialità in carcere (ore 10,15), il trattamento dei sex-offenders (ore 15,45), il reinserimento sociale degli ex-detenuti (ore 16,15).
Corriere di Siena, 6 marzo 2015
Immaginatevi un mercoledì come tanti, in un piccolo carcere nel cuore di Siena, a due passi dal monumentale ex-manicomio, immaginatevi un cantante famoso che ha vinto Sanremo, un attore che da anni porta in giro spettacoli di teatro-canzone sulla malattia mentale, sulla memoria della seconda guerra mondiale, sull'esodo giuliano, istriano e dalmata del dopoguerra.
Ora pensate a un piccolo teatro, ma piccolo davvero, con 50 detenuti, 4 insegnanti, una preside e un direttore; l'artista su un palco quasi improvvisato, senza copione, senza scaletta, con vicino soltanto la sua chitarra. Se vogliamo dirla tutta, questo artista non è nemmeno in vacanza: la sera prima si è esibito a Rapolano Terme con uno spettacolo, questa sera si esibirà (si sta esibendo vista l'ora) a Santa Croce sull'Arno con un altro spettacolo.
Per questo evento non ci sono i riflettori dei grandi media né i compensi delle grandi performance. "Chi glielo fa fare?" verrebbe quasi da dire. Allora potreste pensare che in questo piccolo carcere il grande artista passi solo per fare una comparsata veloce, per firmare un po' di autografi e rispondere a qualche domanda dei detenuti...
L'artista sul palco invece, dopo una rapida occhiata al pubblico atipico del momento, comincia a raccontare e a raccontarsi. Canta le canzoni che lo hanno reso celebre, alterna racconti sulla prima guerra mondiale a barzellette. Il pubblico (multi-etnico) lo segue, si commuove ai suoi racconti, sorride alle sue battute. L'artista non si risparmia e stabilisce un contatto particolare con gli spettatori. Difficile dire quanto tempo sia durata la "performance", viene da dire "troppo poco", il tempo è volato via veloce. Di certo questa mattinata se la ricorderanno in tanti.
Immaginatevi un artista come Cristicchi intonare, accompagnato dalla sola chitarra, "Ti regalerò una rosa" o "I matti de Roma", riportare i momenti più toccanti di "Mio nonno è morto in guerra" o leggere la Relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912, parlare e interloquire con un pubblico di 50 detenuti (poco più o poco meno) visibilmente emozionati...
Immaginatevelo soltanto, perché non vedrete mai quanto è accaduto oggi, perché non c'erano né televisioni né giornalisti, non c'erano le grandi autorità della città, del comune o della provincia. È venuto per i detenuti, per parlare e comunicare con loro, per la sua attenzione alla gente che sta dall'altra parte del cancello, per regalare un sorriso, un'emozione, a queste persone che- come i pochi presenti- vi assicuro, non dimenticheranno mai.
E se poi verso la fine, la metà dei detenuti ha cantato insieme a Cristicchi un brano di Gigi d'Alessio beh... allora, noi educatori, dobbiamo farci la domanda sul dove abbiamo sbagliato. Ma questa è un'altra storia.
Claudio (Insegnante nel carcere)
di Giuseppe Bizzarri
Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2015
Se il Brasile vuole oggi Henrique Pizzolato, ex direttore marketing del Banco do Brasil, l'Italia desidera l'estradizione di Cesare Battisti, che vive libero a São Paulo. Martedì il giudice federale Adverci Rates Mendes de Abreu ha annullato l'atto di concessione del permesso di soggiorno dato a Battisti e ha ordinato la sua espulsione. Pizzolato deve scontare 12 anni e 7 mesi di prigione per esser stato giudicato dal Supremo tribunale federale come il tesoriere nello schema di corruzione dello scandalo del Mensalão, la tangentopoli brasiliana.
Pizzolato è stato condannato nel 2012 assieme ad altri 25 nomi di spicco del Partido dos Trabalhadores, il Pt, il partito di Lula, ma anche della presidente Dilma Rousseff, nell'ambito del processo sullo scandalo di corruzione avvenuto nel primo mandato dell'ex presidente Lula. "Credo vi sia una mera coincidenza con il caso Pizzolato.
Non penso che il giudice abbia agito per aprire spazio a uno scambio politico tra lui e Battisti. Ricorreremo e, fino a quando ci sarà un ricorso pendente, non avverrà nessuna notifica giuridica", dichiara al fatto Igor Sant'Anna Tamasauskas, nuovo legale di Battisti, aggiungendo che l'azione giuridica è iniziata nel 2011.
Ciò avvalorerebbe la tesi della casualità sostenuta dall'avvocato, il quale aggiunge che il tribunale regionale federale di Brasilia è uno dei più congestionati del Brasile. "Certamente il processo sarà lunghissimo". La sentenza della Cassazione contraddice il patto bilaterale firmato tra Italia e Brasile, i quali hanno il diritto di non estradare propri concittadini. Ormai sono in molti a chiedersi se l'intricata vicenda si risolverà a livello politico.
Molti hanno visto nell'arresto di Pizzolato un'opportunità dell'Italia per far pressione su Brasilia nel rivedere la decisione politica presa da Lula. Italia e Brasile pare dunque stiano trattando da mesi una possibile soluzione che, come sostenuto recentemente anche dalla procura della Repubblica a Brasilia, sarà "politica".
Il fatto che il giudice federale non faccia riferimento a un'estradizione, bensì a un'espulsione di Battisti, libererebbe la Rousseff da una difficile decisione politica che, seppur remota, potrebbe esser chiamata a prendere sul caso Battisti. Anche nel caso di Pizzolato, dopo l'ok della Cassazione all'estradizione, l'ultima parola spetterà alla politica, precisamente al ministro della Giustizia che per i primi di aprile farà sapere se ordinerà l'estradizione dell'italo-brasiliano.
di Fausto Cerulli
Il Garantista, 6 marzo 2015
Battisti fu arrestato la prima volta nel 1979, e condannato a 13 anni di reclusione per l'omicidio del gioielliere Pier Luigi Torreggiani. La sentenza lo ritenne colpevole di aver fatto parte del gruppo che aveva pianificato l'omicidio, anche se l'omicidio fu rivendicato da un altro segmento della "lotta armata" e cioè dai "Nuclei Comunisti per la guerriglia proletaria". Eppure, quando avvenne l'omicidio, Battisti non era presente sul posto. Dopo l'arresto del 1978, furono eseguite perizie sulle sue armi: risultò che non avevano sparato.
Si torna a parlare di Cesare Battisti, l'esponente del Pac, Proletari Armati per il Comunismo, condannato a quattro diconsi quattro ergastoli, essendo stato ritenuto autore di diversi omicidi per fini terroristici. E, poiché se ne parla spesso a vanvera, sarà forse non del tutto inutile ripercorrere le sue vicende giudiziarie ed umane con la maggiore oggettività possibile. Battisti fu arrestato la prima volta come terrorista nel 1979, e condannato a 13 anni di reclusione per l'omicidio del gioielliere Pier Luigi Torreggiani. Da notare che risulta appurato come, quando avvenne l'omicidio, Battisti non era presente sul posto.
La sentenza lo ritenne colpevole di aver fatto parte del gruppo che aveva pianificato l'omicidio, anche se l'omicidio stesso fu rivendicato pubblicamente da un altro segmento della "lotta armata" e cioè dai "Nuclei Comunisti per la guerriglia proletaria". In ogni caso, dopo l'arresto del 1978, furono eseguite perizie sulle armi detenute da Battisti, e da esse risultò che quelle armi non erano state usate per sparare nel periodo precedente l'arresto.
Anche per questo Battisti fu condannato soltanto per il reato di insurrezione e per quello di detenzione illegale di armi. Nel 1981 Battisti riuscì ad evadere dal carcere e si rifugiò a Parigi, per poi trasferirsi in Messico con la compagna e una figlia.
In Messico svolse attività del tutto estranee alla mentalità di un omicida, sfornando tra l'altro una rivista pacifista dal titolo "Via libre". Le condanne
all'ergastolo gli furono tutte comminate in contumacia, con una prassi estranea ai Paesi comunque fedeli al principio garantista del contraddittorio, e nei quali non è prevista la condanna di un imputato contumace, proprio per l'assenza di contraddittorio. E su questo aspetto, Battisti incontrò l'appoggio di Amnesty International, oltre a quello dei radicali italiani, primi tra tutti Pannella e Sergio D'Elia, fondatore dell'associazione garantista denominata "Nessuno tocchi Caino".
Successivamente Battisti tornò a Parigi, forte anche della "dottrina Mitterand" che prevedeva una ampia concezione del diritto di asilo per chi era stato condannato per reati a carattere comunque politico. A Parigi frequentò gli ambienti intellettuali, e pubblicò alcuni libri con l'editore Gallimard. Da uno dei suoi romanzi fu tratto uno spettacolo teatrale interpretato da Pier Giorgio Bellocchio. Passata l'era Mitterand, Battisti fu di nuovo arrestato a Parigi, in forza di un patto intervenuto tra il nostro ministro leghista Castelli e il suo omologo francese Perben che prevedeva l'estradizione per reati gravissimi.
Di fronte a questa nuova situazione, Battisti fu costretto a far perdere le proprie tracce, finché non fu di nuovo arrestato in Brasile, nel marzo 2007. Due anni dopo il ministro della Giustizia brasiliano concesse lo status di rifugiato politico a Battisti, motivando il provvedimento con "il fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche" e per dubbi sulla regolarità dei processi di condanna. Sulla decisione influì anche il fatto che l'ergastolo, cui era stato condannato Battisti, era stato abolito in Brasile, in quanto considerato "trattamento inumano e degradante". Tesi da sempre sostenuta in Italia dai radicali, particolarmente dalla associazione "Nessuno tocchi Caino".
La decisione del ministro brasiliano, inizialmente bloccata dal tribunale Suppremo Federale, fu successivamente ratificata dalla Procura Generale della Repubblica, che chiese ed ottenne l'archiviazione de procedimento di estradizione. Una decisione che provocò indignazione nel centrosinistra italiano ed indusse addirittura Napolitano, presidente della Repubblica, a scrivere a Lu-la, presidente del Brasile, una lettera in cui, con poco elegante intromissione nelle decisioni di un altro paese, esprimeva stupore e rammarico.
Battisti visse dunque un profondo travaglio psicologico e fisico, a seguito dell'alternarsi di decisioni di diversa natura. Si pensi che nel 2009 il Tribunale Supremo Federale espresse di nuovo parere favorevole all'estradizione. Nel dicembre dell'anno successivo Lula ribadì la propria contrarietà all'estradizione, e questa volta il Tribunale Supremo ratificò la decisione del Presidente. Una girandola di decisioni che avrebbe mandato fuori di senno chiunque; fortunatamente Battisti fu confortato dalla solidarietà di scrittori come Marquez, e di autorevoli intellettuali come Bernard-Henry Levi e Daniel Pennac.
Più tiepida la solidarietà da parte italiana, con notevoli eccezioni quali quelle di Erri De Luca, e di 1.500 firme pro Battisti raccolte da un sito Internet. L'ambiguo Roberto Saviano, dopo aver firmato l'appello, ritirò la propria adesione, illuminato sulla via di Damasco dal rispetto per le vittime. Non sarà inutile ricordare che tutte le condanne di Battisti si fondavano sulla testimonianza di un pentito pluriomicida confesso, tale Pietro Mutti.
Fu tanto attendibile che quando gli fu chiesto di descrivere il fisico di Battisti, parlò di un uomo alto circa un metro e novanta, mentre Battisti ha una statura che si aggira sul metro e sessanta. Ma Mutti ottenne lo stesso i suoi bravi sconti di pena, mentre Battisti, in base a prove fantasiose di questo tipo, collezionava quattro ergastoli. Proprio come succedeva a Renaro Curcio, che pur essendo detenuto prima che il terrorismo dilagasse, veniva condannato puntualmente all'ergastolo, ogni volta che accadeva un omicidio politico. In base al famigerato e indegno principio della nostra poco degna giustizia che ebbe a coniare il concetto di concorso morale; concetto che avrebbe fatto rivoltare nella tomba Cesare Beccaria.
di Angela Nocioni
Il Garantista, 6 marzo 2015
Sul caso di Cesare Battisti, assicura il ministro Orlando, "il ministero ha attivato tutti i canali diplomatici. Aspettiamo di capire le conseguenze di una sentenza che non è definitiva" e di sapere in che Paese sarà espulso ma, promette, "se il provvedimento sarà confermato, auspichiamo che consenta di dar luogo a una richiesta di estradizione, già fatta da tempo". Ma venire a capo della vicenda non sarà facile, e non richiederà tempi brevi: lo status dell'ex Pac è regolato da norme tali, che portano a confliggere potere esecutivo e giudiziario brasiliani.
Ripubblichiamo qui di seguito l'intervista che Angela Nocioni ha realizzato in Brasile a casa di Cesare Battisti nell'aprile scorso, che è stata pubblicata dal Garantista il 20 giugno del 2014. Scordatevi le leggende sul rifugio dorato in Brasile. Cesare Battisti vive con la moglie e la figlia in un modesto bilocale fuori San Paolo perché la vita in città è troppo cara. Magro, pallido, all'apparenza più giovane dei suoi cinquantanove anni, l'ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) - condannato per quattro omicidi avvenuti negli anni Settanta dei quali si è sempre dichiarato innocente - sembra sereno, ma non in pace. Non cerca grane, ma parla con rabbia della tortuosa vicenda dell'estradizione chiesta dall'Italia e negata dal Brasile il 31 dicembre del 2010 per decisione dell'allora presidente Lula da Silva.
"Se il governo italiano avesse mentito meno, probabilmente avrebbe ottenuto la mia estradizione ", dice Battisti. "Lula non l' ho mai visto, non ha nessuna simpatia per me. Ma quando dall'Italia sono cominciate ad arrivare notizie contraddittorie e assurde sulla mia vicenda, Lula ha deciso di prendere informazioni per conto suo. A un certo punto nel governo di qua si sono sentiti presi in giro dall'Italia, mica sono scemi i brasiliani". Battisti giura di non aver ucciso nessuno. Non ha mai visto le quattro persone per il cui omicidio è stato condannato, dice. E di passare per un criminale scampato alla galera grazie a una premurosa gentilezza del governo brasiliano, proprio non gli va. O questo, quanto meno, gli piace raccontare.
Se attraversi la frontiera puoi essere arrestato. Ti pesa non poter uscire dal Brasile?
"Non ci penso neppure ad attraversare la frontiera. Spero di fermarmi qui. L'Italia da almeno quarant'anni non è casa mia. Restava la Francia per me, ma ormai nemmeno quella. Non tornerei più neanche lì. Tornare indietro tanti anni dopo, non funziona. Hai lasciato una realtà che non esiste più, tutto si è modificato. Torni con un'idea del posto che non corrisponde più alla realtà. Ho visto cosa è successo ai rifugiati italiani a Parigi che poi sono tornati in Italia. Nessuno ha resistito. Dopo sei mesi rientravano in Francia di nuovo".
Dicevi di voler appellarti al presidente Napolitano per tornare in Italia. Non era vero?
"Non era un'invenzione. È che Napolitano fa tanto il furbetto. Alla fine, vediamo un po', volete farmi un processo? E fatemelo! Io ci sto. Sono loro che non ci starebbero mai. Sono stato processato in contumacia, senza avvocati, dovrebbero essere considerati nulli i processi che mi hanno condannato".
Sei stato processato in contumacia perché eri latitante. È stata una tua scelta.
"Ah sì? Dovevo andare in Italia a farmi un ergastolo, o a farmi ammazzare. Certo, come no".
Ti consideri un perseguitato dalla giustizia?
"No, mi considero una persona che ha fatto quello che doveva fare negli anni Settanta. Con errori o con meriti, questo è un altro discorso. Ma la giustizia con la lettera maiuscola non ha niente a che fare con l'attitudine dello Stato italiano in quegli anni lì. Sono un perseguitato dalla vendetta dello Stato italiano degli anni Settanta".
Come consideri adesso la tua militanza politica di allora nei Pac?
"La considero un'esperienza positiva. Perché quello era un gruppo che si era formato allontanandosi dallo stalinismo delle Brigate rosse e aveva uno sguardo sulla società molto più ampio rispetto al marxismo-leninismo di altri gruppi. A me ha insegnato molto".
È vero che ti sei politicizzato in carcere dopo l'arresto per rapina?
"È un'altra stronzata. Vengo da una famiglia comunista, militavo da sempre. I miei genitori erano del Pci, mio fratello era stato eletto nelle liste del Pci. Io ho fatto parte di Lotta continua, poi di Autonomia operaia. Sono finito dentro per una rapina, era un esproprio. Gli espropri non si rivendicavano. Non mi sono politicizzato in carcere, semmai in carcere ho conosciuto persone attraverso le quali sono entrato nei Pac".
Hai partecipato a qualcuna delle azioni armate in cui sono stati commessi i quattro omicidi per i quali sei stato condannato?
"Non facevo più parte dei Pac quando sono stati commessi quegli omicidi. Sono stato giudicato in Italia e condannato a 12 anni e mezzo per associazione sovversiva e detenzione di armi, dopo che gli omicidi erano già avvenuti. Nessuno mi ha mai interrogato riguardo quegli omicidi. Nello stesso processo in cui io sono stato condannato a 12 anni e mezzo, sono state condannate alcune persone per quegli omicidi. Il mio nome non è mai stato fatto, neanche dai torturati. Durante l'operazione Torreggiani alcune persone sono state torturate, queste persone hanno parlato sotto tortura e neanche lì il nome di Cesare Battisti è mai venuto fuori. Quando ero in Messico hanno rifatto il processo grazie alle dichiarazioni false di Pietro Mutti. Una delazione premiata, solo che lui ha mentito. E mi hanno condannato all'ergastolo senza prove. Non c'è una prova tecnica contro di me, non c'è un testimone, non c'è niente".
E le prove documentali?
"Le prove documentali mostrano la mia innocenza. La pistola che avrebbe sparato l'agente della Digos è stata trovata a un altro che avrebbe anche confessato, per esempio. Nessuno mi ha mai accusato, nessuno".
E perché ti avrebbero coinvolto?
"Quello che ha messo in mezzo me è uno solo, si chiama Pietro Mutti. Scaricando tutto su di me, invece di prendere alcuni ergastoli, ha preso pochi anni di galera, ubbidendo alle indicazioni di un procuratore della Repubblica abbastanza famoso che continua a perseguitarmi. E chiudiamola qui perché non c'è bisogno di fare nomi già noti".
Hai mai sparato?
"Contro persone no".
E a chi sparavi? Agli uccelletti?
"Agli uccelletti, agli alberi, alle persone mai".
In nessuna di quelle quattro azioni armate sei stato presente fisicamente?
"Non facevo più parte dell'organizzazione".
Ma c'eri o no?
"No! Non facevo più parte dei Pac, come facevo a esserci?".
Se ti si garantissero delle condizioni di incolumità personale e un processo imparziale, torneresti in Italia?
"Lo rifarei il processo perché non hanno nessuna possibilità di vincerlo. Nessuna. Il problema è che non mi fido dell'Italia, servirebbero degli osservatori internazionali, perché non me l'hanno mai fatto un processo, non sono mai stato interrogato riguardo questi omicidi da un poliziotto, da un giudice. Mai".
Se non fossi fuggito ti avrebbero interrogato.
"Che Paese è un Paese in cui si fa un processo e si condanna qualcuno senza interrogarlo?".
Cosa è successo con Alberto Torreggiani?
"Ma che ne so, avevo una corrispondenza con lui, avevamo una buona relazione, l'ho aiutato anche a scrivere un libro, lui sa benissimo che io non c'entro niente con la morte del padre, ma poi è stato minacciato".
Da chi?
"L'hanno minacciato di togliergli la pensione e lui ha eseguito gli ordini e si è messo a urlare contro di me. Ha cambiato idea all'improvviso, si è messo a dire che io sono un criminale quando sa benissimo che non c'entro io con la morte di suo padre".
Non c'è nessuno in Italia di cui ti fidi, qualcuno su cui conti?
"Ho molti amici, associazioni che mi aiutano anche economicamente".
Francesi o italiane?
"Francesi e italiane, amici, scrittori soprattutto".
È vero che quando ti hanno arrestato a Rio de Janeiro nel marzo del 2007, ti hanno preso seguendo una persona che ti stava portando dei soldi?
"No. Sapevano che ero qui da quando sono arrivato. Mi controllavano continuamente".
E perché a un certo punto hanno deciso di arrestarti?
"Perché era arrivato il momento, conveniva a qualcuno".
Ti eri accorto di essere seguito?
"Era evidente, non si sono mai nascosti".
Allora perché ti nascondevi tu?
"Non mi sono mai nascosto io. Tutti sapevano che ero a Copacabana, come facevo a nascondermi se la polizia mi stava sempre dietro? Ci parlavo con i poliziotti".
In carcere in Brasile come sei stato trattato?
"Come tutti gli altri. Il periodo in cui sono stato in una cella di un commissariato centrale è stato un inferno perché non c'era posto. Si dormiva a turni. In celle da due stavamo in dieci. Lì sono stato un anno e mezzo. Poi mi hanno trasferito in un carcere normale, è durato molto, ma poi sono uscito".
Nel governo brasiliano chi ti ha aiutato di più? L'allora ministro della giustizia Tarso Genro?
"A me una mano non l'ha data nessuno. A un certo punto quelli che avevano deciso a priori di estradarmi, si sono resi conto che le cose non stavano come gli avevano raccontato e hanno cominciato ad investigare".
Parli di Lula?
"Sì, di Lula e di Genro. L'intenzione di Lula e di Genro all'inizio era di estradarmi perché avevano ricevuto informazioni dall'Italia completamente pompate, assurde. Poi si sono accorti che qualcosa non filava. Un esempio: quando si tratta di condannarmi, si usa la legislazione sul terrorismo e mi si tratta come un terrorista. Ma poi quando si tratta di chiedere l'estradizione, mi si tratta come un delinquente comune. Ahó, ma questi mica sono scemi! E hanno fatto quello che dovevano fare, si sono informati autonomamente, ci hanno messo quattro anni, ma l'hanno fatto".
Perché dici che non ti hanno aiutato? Genro si è molto esposto per te, ti ha anche concesso lo status di rifugiato nel 2009 infilandosi in un guaio, o no?
"Genro all'inizio voleva estradarmi. Quando si è accorto che gli italiani stavano mentendo, ha cambiato posizione. A quel punto ha voluto vederci chiaro, ha chiesto aiuto, ha usato dei consiglieri. Li ha fatti viaggiare, ha fatto fare delle ricerche. Cosa che ha fatto poi anche Lula per conto suo. Se gli italiani al governo fossero stati furbi, se avessero mentito meno, gli sarebbe andata bene probabilmente, non l'hanno avuta vinta perché hanno esagerato".
Secondo te il governo brasiliano si è indispettito?
"Beh, di certo non ha gradito che gli si raccontasse dall'Italia che negli anni Settanta da noi non c'è stata guerriglia. Ma insomma, stiamo parlando a un capo di Stato di un grande Paese, al suo ministro della giustizia, a gente, tra l'altro, che la lotta armata l'ha fatta. Gli raccontiamo una stronzata del genere?".
Non sarà che invece Lula si è trovato in mano il tuo caso quando ormai il dossier Battisti era diventato già una patata bollente, quando la sfida tra lui e il Tribunale supremo era aperta, e a quel punto gli è toccato tenerti in Brasile?
"Lula è uno statista e da statista si è comportato. Ha messo in moto una serie di persone per capire chi ero io veramente. Ha investigato il periodo in cui stavo in Messico, il periodo in cui stavo in Francia e il periodo in cui stavo in Italia. Ha ricevuto intellettuali e politici, tantissimi, di vari Paesi. Compresi gli amici tuoi francesi. Compresi i francesi. E poi ha preso la decisione di farmi restare. Quando Genro decise all'inizio di darmi lo status di rifugiato, Lula era già d'accordo sul farmi restare in Brasile. E non gli stavo simpatico. Se avesse potuto mi avrebbe estradato".
Quindi non ti consideri il regalo che Lula, alla fine del suo secondo mandato, ha fatto all'ala sinistra del suo partito?
"Lula non fa regali a nessuno. Lula è una volpe. Accettare la richiesta italiana di estradizione avrebbe potuto essere una decisione per lui sconveniente. Senti, la giustizia italiana sa benissimo che io non c'entro niente con quei quattro omicidi, sa benissimo che è tutta una pagliacciata. Io ho fatto parte di un movimento, rivendico
di aver fatto parte di questo movimento. E basta. Se poi vogliamo stare alle regole dei tribunali, ci stiamo. Allora però devono mostrare le prove. Non ce l'hanno le prove. Sono loro che devono dimostrare che sono colpevole, non io che sono innocente. Gli autori di quegli omicidi avevano confessato. La verità sta nei processi. Sta tutto lì scritto. Sono stato condannato con una legge retroattiva, una cosa del genere non esiste neanche in Paraguay".
A fuggire dalla Francia ti hanno aiutato i servizi?
"Mi sono aiutato da solo. Tra Chirac e il governo italiano il patto era fatto, mi hanno venduto come merce, io l'ho saputo e sono andato via. Cosa dovevo fare? Aspettare che mi venissero a prendere?".
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