di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 5 marzo 2015
Antonio Tonelli, 52 anni, spirò nella sala operatoria della Nuova Itor l'8 febbraio 2010. Per tre giorni, il detenuto fu un paziente invisibile, sbalzato da un ospedale all'altro, malgrado una violenta crisi di appendicite in corso. Visitato al Centro clinico di Regina Coeli, controllato al Santo Spirito, ispezionato pure al Fatebenefratelli, morì nella sala operatoria della Nuova Itor, la sera dell' 8 febbraio 2010, quando l'appendicite era ormai degenerata in peritonite. Per la vicenda si arrivò a un processo, ma fu il medico sbagliato a finire a giudizio. Quel chirurgo che aveva tentato il possibile quando ormai era troppo tardi.
E il giudice lo prosciolse dalle accuse. Ora, cinque anni dopo, è il gip del tribunale di Roma, Stefano Aprile a riaprire la via della giustizia. Il gip ha infatti respinto la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura e ordinato l'imputazione coatta per omicidio colposo nei confronti di due medici del Fatebenefratelli, Andrea Colaci e Paolo Mascagni per una serie di negligenze.
"Appare evidente - scrive Aprile - che l'intervento salvavita avrebbe dovuto essere posto in essere a partire dalle 15 dell'8 febbraio se non addirittura prima. Con un'anticipazione di circa 5 ore. Tenuto conto che, come ha concluso il consulente tecnico del pm, una adeguata anticipazione dell'intervento avrebbe consentito di evitare la morte (del paziente, ndr)". Torniamo, brevemente, a quel giorno.
Antonio Tonelli, 52 anni, in carcere per furto da un anno, altri 11 mesi da scontare, è nelle mani dei medici, in una sezione protetta del Fatebenefratelli. da due giorni combatte con una crisi violenta di appendicite, la Tac ha confermato la prima diagnosi. Lo operano d'urgenza allora? No. I due medici ignorano la procedura d'urgenza, dicono che lì non c'è posto, insistono perché sia ricoverato in un altro ospedale, "disconoscendo la prevista procedura di collocare i pazienti urgenti in astanteria o altre sale".
La consulenza tecnica della procura avvalora l'ipotesi che, così facendo, quei medici lo abbiano condannato: "Tenuto conto che, come conclude il consulente del pubblico ministero, una adeguata anticipazione dell'intervento avrebbe consentito di evitare l'evento morte e che la dilazione temporale verificatasi appare attribuibile ai sanitari che, pur in presenza di indicazioni della direzione sanitaria in ordine all'utilizzo di posti letto di fortuna, non disponevano l'immediato atto operatorio e optavano erroneamente per il differimento dell'intervento". Sul caso avevano presentato un'interrogazione la segretaria dei radicali Rita Bernardini e il garante dei detenuti. La Bernardini chiedeva di sapere "se nel corso della sua detenzione Antonio Fondelli avesse usufruito di tutte le cure necessarie che il suo precario stato di salute".
Comunicato Sappe, 5 marzo 2015
Ennesimo tentativo di suicidio nel carcere di Marassi. Un giovane detenuto straniero ha tentato il suicidio mediante impiccagione, è stato salvato grazie dalla tempestività dell'agente di Polizia Penitenziaria addetto al controllo.
Ennesima tragedia sfiorata - commenta il Sappe ligure - l'episodio non è da sottovalutare benché l'evento critico sia stato risolto positivamente. Il segretario Lorenzo commenta - se il compito della sicurezza penitenziaria è demandata alla Polizia Penitenziaria la quale dell'incolumità dei detenuti ne ha fatto non solo una mission istituzionale ma anche e soprattutto morale, di contro non vengono forniti utili strumenti per eseguire al meglio il nostro mandato. Basti pensare che non sono stati mai programmati di corsi di formazione in tema di pronto soccorso, di Blsd o di difesa personale, corsi che consentono un migliore impiego della Polizia Penitenziaria sia all'interno che all'esterno degli istituti.
Ma nemmeno l'organizzazione interna voluta dal vertici romani, denominata vigilanza dinamica, aiuta la Polizia Penitenziaria ad interventi di maggiore efficacia. In questo episodio- continua il Sappe - l'unico agente di servizio doveva controllare anche i cortili passeggi e solo un caso ha voluto che l'agente abbia udito un tonfo provenire da una cella che ha allertato la sua attenzione ed il suo intervento per salvare la vita al giovane detenuto. Ricoverato in ospedale è stato dimesso perché, fortunatamente non si sono riscontrati danni di nessuna natura.
L'escalation di eventi critici che si stanno verificando in Liguria - conclude Lorenzo - mantiene alto il nostro livello di attenzione, ma è solo la Polizia Penitenziaria ad essere sottoposta ad un livello di continua allerta sempre con una minore presenza di personale; e di numeri a Marassi se ne parla sempre in negativo con 110 agenti in meno che, nel 2014 hanno gestito quasi 90 urgenze un centinaio di casi autolesionismo 10 tentativi di suicidio. Numeri che oggi più che mai deve svegliare le coscienze degli amministratori e dei politici per un impegno concreto sul fronte sicurezza penitenziaria, cosa che ad oggi non ci risulta essere attuato.
www.quicosenza.it, 5 marzo 2015
Gli agenti della polizia penitenziaria hanno salvato un detenuto che ha tentato di suicidarsi nel carcere di Cosenza. A renderlo noto è il segretario generale nazionale del coordinamento sindacale Penitenziario (Cosp), Domenico Mastrulli.
Gli agenti della polizia penitenziaria sono intervenuti immediatamente appena si sono accorti che l'uomo stava per compiere l'estremo gesto e lo hanno tratto in salvo. Si tratta di M.R. accusato di reati contro la pubblica amministrazione il quale approfittando dell'assenza dei compagni di cella che stavano fruendo dell'ora d'aria nei cortili avrebbe tentato di togliersi la vita appendendosi alla grata del bagno con un lenzuolo legato al collo.
Lanciandosi dall'alto avrebbe così provato ad impiccarsi perdendo conoscenza, ma gli agenti avendo notato che l'uomo si stava intrattenendo da troppo tempo in bagno avrebbero aperto la porta e con l'aiuto di un altro detenuto lo avrebbero slegato dal cappio e trasportato d'urgenza in infermeria per rianimarlo. Mastrulli del Cosp ha affermato che la casa circondariale di via Popilia presenta "carenza di poliziotti penitenziari e di risorse evidenti oltre che sofferenti per il doppio e triplo incarico affidati agli stessi. Oggi, ancora una volta grazie alla professionalità degli agenti della polizia penitenziaria, una vita umana è stata salvata". A perdere la vita nel carcere di Cosenza invece nel 2006 fu un trentaduenne di Rogliano che si suicidò il giorno di Ferragosto lasciando sgomenti compagni ed agenti.
Ansa, 5 marzo 2015
Entro marzo si completerà il trasferimento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria della Sardegna e degli Uffici esecuzione penale esterna da via Tuveri alla sezione amministrativa dell'ex carcere di Buoncammino a Cagliari. Secondo quanto si è appreso, il Ministero, con questa decisione, risparmierebbe almeno 500 mila euro l'anno di affitto per gli attuali uffici.
Le sezioni detentive, invece, ospiteranno i visitatori nelle ultime due domeniche del mese, grazie alla disponibilità del Fai e, in una fase successiva, dell'associazione nazionale polizia penitenziaria. Le vecchie celle e le altre sezioni di detenzione, che sino a fine novembre hanno ospitato i carcerati trasferiti poi nel nuovo istituto di Uta, potrebbero essere visitabili già questo mese. Ma le polemiche sul futuro del vecchio carcere cagliaritano non si placano e il deputato di Unidos, Mauro Pili, attacca, annunciando "un'azione giudiziaria collettiva per la sua restituzione.
"Il ministero della Giustizia sta mettendo a segno il grande scippo del carcere di Buoncammino. Con un atto arrogante e furtivo il Dap sta occupando la struttura per farne degli uffici e impedire così alla Regione di ottenere il passaggio immediato del bene al patrimonio regionale in quanto cessata la funzione statale del bene, come previsto dall'articolo 14 dello Statuto Sardo". Secondo Pili, "il blitz di queste prossime ore è arbitrario, grave e soprattutto senza alcuna autorizzazione. Non è pensabile che si trasformi un carcere in uffici senza che il Comune abbia dato alcuna autorizzazione in tal senso". E punta il dito anche contro la Regione: "hanno entrambi gli strumenti per bloccare tutto questo, sia sul piano urbanistico che su quello della sicurezza sul lavoro in capo alle Asl. Si muovano, la smettano di dormire".
www.grossetonotizie.com, 5 marzo 2015
Una rete di ascolto e di assistenza a sostegno dei detenuti della casa circondariale di Grosseto con problemi legati all'alcol. È quanto prevede un progetto, partito a fine 2013 per il recupero delle persone in carcere e con dipendenza da alcol, che coinvolge la Asl 9 di Grosseto, la direzione della casa circondariale, le associazioni Club alcologici territoriali (Acat) "Grosseto Green" e "Grosseto Nord".
Il primo risultato di questo programma è stata proprio l'apertura, circa un anno fa, di un club alcologico territoriale "pilota" dentro alla struttura di via Saffi, chiamato "Speranza", dagli stessi detenuti che lo frequentano (6 in questo momento). Oltre alla nascita del club alcologico, nel 2014, i detenuti sono stati seguiti dagli operatori dell'Unità funzionale "Dipendenze" Area grossetana della Asl 9; in particolare, un'assistente sociale e una psicologa che si sono occupate della prima fase di valutazione (su richiesta del detenuto stesso o su segnalazione degli operatori, cioè i sanitari o gli educatori che seguono la struttura) sui problemi legati alla dipendenza da alcool.
Quest'anno, l'11 e il 18 febbraio scorso, l'Acat "Grosseto Green" ha organizzato una scuola, cosiddetta di terzo modulo, rivolta all'intera comunità carceraria, per una maggiore sensibilizzazione e informazione sui problemi legati all'abuso di alcol. La scuola alcologica, condotta da un "servitore-insegnate" dell'Acat e alla quale hanno partecipato anche gli operatori dell'Unità funzionale "Dipendenze" e gli educatori della casa circondariale, ha prodotto buoni risultati, in particolare rispetto alla necessità di conoscere a fondo le problematiche alcolcorrelate, per prevenirle e combatterle.
Gli obiettivi più generali del progetto, infatti, sono orientati "a riconoscere subito i detenuti che manifestano problemi da dipendenza da alcol - spiegano gli operatori - attraverso l'incremento dell'attenzione di chi sta costantemente a contatto con loro; ad affinare gli strumenti di lavoro per la soluzione dei problemi alcolcorrelati; ad offrire una rete di assistenza e supporto al cambiamento e a nuovi stili di vita senza il consumo di bevande alcoliche, nonché a mantenere la continuità dell'assistenza per le persone che hanno già avviato un programma di recupero. Proprio con questa finalità, gli operatori del volontariato e quelli delle istituzioni devono rappresentare il tramite tra la struttura carceraria e la realtà esterna del detenuto, in modo da prepararlo gradualmente alla scarcerazione, evitando recidive a breve e medio termine o ricadute facili nell'uso di alcol".
Ristretti Orizzonti, 5 marzo 2015
Riparte dal Villaggio Penitenziario di Uta, nell'area industriale di Cagliari, il progetto "Un sorriso oltre le sbarre" il progetto di solidarietà per le donne private della libertà giunto alla sesta edizione. Promossa dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme", coordinata da Maria Grazia Caligaris, con la collaborazione della sezione cagliaritana della Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari), presieduta da Silvia Trois, l'iniziativa intende sensibilizzare l'opinione pubblica e le Istituzioni sulla condizione delle donne detenute e delle Agenti della Polizia Penitenziaria.
L'iniziativa, in programma domenica 8 marzo alle ore 9.30 nel carcere "Ettore Scalas" prevede un incontro nella sezione femminile dell'Istituto dove verranno affrontate le diverse problematiche relative alla permanenza in carcere. In occasione dell'appuntamento, ciascuna detenuta riceverà un pacchetto contenente dei prodotti per la cura personale. Si tratta di un kit con spazzolino, dentifricio, bagnoschiuma, crema per il corpo e sapone per l'igiene intima. Nel contenitore, grazie alla solidarietà di farmacie e profumerie, anche campioncini di shampoo, balsamo e altri prodotti per la cura del viso. Sarà inoltre donata una pianta per la sezione femminile della Casa Circondariale.
"La lontananza del centro urbano dell'Istituto Penitenziario - sottolineano Caligaris e Trois - richiede da parte delle Istituzioni una maggiore attenzione e richiama l'opinione pubblica a una più intensa partecipazione alle problematiche della perdita della libertà. Per le nostre associazioni acquista un particolare significato soprattutto in questo momento dell'anno. La Festa della Donna è infatti un momento anche per riflettere sulla realtà di chi sconta una pena. La condivisione di idee, sentimenti, sensazioni in una mattinata da vivere insieme è un modo per dare significato all'8 marzo senza cadere nella retorica".
Nell'ambito delle iniziative dedicate all'8 marzo Sdr e Fidapa attribuiranno il "Premio Solidarietà Donna" a Giuliana Biasioli e al "Progetto Eugenio". L'appuntamento è sabato 7 marzo alle ore 16.30 nella Sala Conferenze della Fondazione Banco di Sardegna. Nelle precedenti edizioni hanno ricevuto il riconoscimento Suor Angela Niccoli, Valentina Pitzalis e Alessandra Tanzi.
www.radicali.it, 5 marzo 2015
Lo scorso 23 febbraio il sindaco di Vercelli, Maura Forte, ha nominato per la prima volta nella storia del Comune il "Garante dei diritti delle persone private della libertà personale", nella persona di Roswitha Flaibani, militante storica radicale a Vercelli. La carica di Garante non è retribuita.
Fin dagli anni 90 del secolo scorso, Roswitha Flaibani ha seguito la vita della Casa Circondariale di Vercelli, collaborando sia con i vari Direttori succedutisi sia con l'area Educativa dell'Istituto, al fine di instaurare un rapporto costante tra la struttura e il territorio. Dal 1999 ha compiuto visite ispettive nel carcere di Vercelli, accompagnando parlamentari e consiglieri regionali; in tal contesto, negli anni 2009, 2010 e 2011 ha organizzato a Vercelli l'iniziativa nazionale di Radicali Italiani "Ferragosto in carcere".
Roswitha Flaibani è stata membro del Comitato nazionale di Radicali Italiani. Dal 2005 al 2011 è stata consigliere comunale a Prarolo (Vc). È attualmente iscritta all'Associazione radicale Adelaide Aglietta.
Igor Boni e Giulio Manfredi (presidente e segretario Associazione radicale Adelaide Aglietta): "Chi conosce Roswitha Flaibani sa che il sindaco di Vercelli ha fatto la cosa giusta; da decenni, su Vercelli, abbiamo sempre potuto contare sul suo impegno a sostegno dei diritti dei detenuti e degli agenti di polizia penitenziaria; un impegno, vale la pena ricordarlo, da sempre non retribuito, come non retribuita sarà questa carica. Oggi, finalmente, questo impegno ha ottenuto un giusto e opportuno riconoscimento pubblico; siamo sicuri che Roswitha cercherà di dare ancora di più del tanto che ha già dato in questi anni.
Ringraziamo il sindaco Forte sia per aver istituito il Garante sia per la volontà manifestata di visitare quanto prima il carcere. Vercelli è la quarta città in Piemonte ad aver istituito la figura del garante comunale (dopo Torino, Ivrea e Asti). Sarebbe importante che ciascuna delle 12 città piemontesi sede di carcere riuscisse a nominare un garante comunale capace e determinato come Roswitha Flaibani, per creare una rete regionale di garanti in grado di scambiarsi informazioni e di lavorare in sinergia con il garante regionale".
www.isernianews.it, 5 marzo 2015
È accaduto lunedì notte: l'uomo ha anche ferito e aggredito i poliziotti ma è stato poi bloccato da altri agenti mentre tentava la fuga. Il sindacato lamenta troppe criticità all'interno della struttura. Ha tentato di evadere dal carcere di Larino, dove era appena stato portato dai Carabinieri che lo aveva arrestato, ma i poliziotti penitenziari sono riusciti a fermarlo in tempo. È accaduto nella notte tra lunedì e martedì e a darne notizie è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
Racconta Donato Capece, segretario generale del Sappe: "L'uomo era stato portato in carcere dal personale dell'Arma alle 2 di notte. Dopo le operazioni di rito da parte del personale (assai ridotto) della Polizia Penitenziaria, mentre veniva portato in cella, l'uomo ha aggredito repentinamente gli agenti e li rinchiudeva all'interno del Reparto, sottraendo loro anche le chiavi. I poliziotti, ancorché feriti, riuscivano a contattare gli altri agenti di servizio in carcere, che hanno rintracciato l'uomo all'interno della struttura detentiva e lo hanno immobilizzato, conducendolo in cella. Grazie alla professionalità dei Baschi Azzurri di Larino, dunque, una clamorosa evasione dal carcere è stata sventata in tempo.
Questo grave episodio deve però far riflettere sull'opportunità che gli arrestati vengono portati in carcere nelle ore notturne, quando il già esiguo personale di Polizia Penitenziaria è ridotto ai minimi termini e deve svolgere servizio contemporaneamente in più posti. In questi casi, sarebbe opportuno che gli arrestati passassero la notte in caserma, in guardina o comunque nei locali a disposizione delle forze dell'ordine che hanno operato l'arresto e venissero condotti in carcere al mattino successivo".
Il coordinatore regionale Sappe del Molise, Luigi Frangione, denuncia come "da tempo il Sappe ha rappresentato, al direttore del carcere ed ai vertici regionali dell'Amministrazione penitenziaria, la pessima organizzazione del lavoro nel carcere di Larino, dove sono molti - ben 42 - i poliziotti addetti ai servizi d'ufficio e alle cosiddette cariche fisse, con evidenti conseguenze negative per i servizi operativi e la sicurezza stessa dell'Istituto. Nulla è stato fatto! Si pensi che nella notte della tentata evasione un solo Agente di Polizia Penitenziaria era stato assegnato in più posti di servizio del carcere, consuetudine questa oramai consolidata a Larino dove accade spesso anche che, nei vari turni di lavoro, il personale del ruolo Ispettori e Sovrintendenti è assente, nonostante la buona consistenza numerica, e le funzioni di Sorveglianza generale del carcere devono quindi farle gli Assistenti Capo del Corpo".
Il Sappe, che sollecita le autorità regionali e nazionali dell'Amministrazione Penitenziaria ad assumere urgenti provvedimenti per sanare le troppe criticità del carcere di Larino, evidenzia che "nella struttura larinese si sono verificati, nel corso dell'anno 2014, 18 episodi di autolesionismo e 20 ferimenti".
La Nazione, 5 marzo 2015
Tantissime le segnalazioni arrivate da mezza Toscana alla polizia penitenziaria e alle altre forze dell'ordine, ma nessuna che abbia portato a risolvere il caso. La direttrice dell'Opg: "Forse il pericolo è più per lui che per gli altri".
Sono proseguite senza esito per tutto il giorno le ricerche dell'internato di 45 anni fuggito ieri dall'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino approfittando della temporanea assenza di tre operatori sociali che lo stavano portando in una comunità di recupero. L'uomo era stato internato all'Opg dopo che il 18 maggio 1999 aveva ucciso la madre nella loro abitazione di Galciana (Prato) ed esser stato conseguentemente condannato per omicidio.
Tantissime le segnalazioni arrivate da mezza Toscana alla polizia penitenziaria e alle altre forze dell'ordine, ma nessuna che abbia portato a risolvere il caso. La caccia all'uomo si è concentrata soprattutto, oltre che a Montelupo e sulle colline di Malmantile di Lastra a Signa, anche a Prato, Signa e Pistoia. Non si esclude che, non avendo con sé un telefono cellulare né soldi, qualcuno possa averlo ospitato.
"Non è assolutamente un'evasione e forse il pericolo è più per lui che per gli altri dato che si trova senza soldi, senza farmaci e senza i vestiti adatti. L'episodio va molto ridimensionato e c'è stato un allarmismo ingiustificato": ha detto oggi la direttrice dell'Opg Antonella Tuoni parlando con i giornalisti. Secondo la direttrice, "non si può parlare tecnicamente di evasione perché la persona si è allontanata dagli operatori sanitari ai quali era stata affidata. Questa persona doveva andare in una comunità terapeutica e non è la prima volta che si è allontanata dalle comunità terapeutiche dove era stata destinata. Diciamo - ha osservato la direttrice - che ha solo anticipato l'allontanamento dall'Opg".
Nel frattempo l'Asl 4 di Prato ha fornito una propria versione dei fatti: con il fuggitivo, è stato spiegato, c'erano due operatori sociali e l'autista del pulmino i quali avrebbero tenuto l'uomo sempre sotto la loro vigilanza. Secondo l'azienda sanitaria l'internato non sarebbe fuggito dal veicolo, ma si sarebbe allontanato all'interno del comando della polizia municipale di Montelupo Fiorentino mentre si trovava con gli operatori. Per i tre, conclude l'Asl 4, non è previsto venga preso alcun provvedimento, hanno fatto il lavoro che era stato loro richiesto.
Agi, 5 marzo 2015
Un tentativo di evasione dall'Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) è stato sventato dall'intervento di agenti della polizia penitenziaria, secondo quanto riferisce il segretario generale aggiunto del sindacato di categoria Osapp, Domenico Nicotra. Un detenuto, italiano, aveva già scavalcato la prima barriera quando è stato notato dal personale di custodia in prossimità dell'area esterna della struttura, e ricondotto immediatamente in cella dopo i controlli del caso. "Solo il pronto intervento del personale in servizio ha evitato che il reato si consumasse e che il detenuto lasciasse l'istituto", sottolinea Nicotra.
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