Il Gazzettino, 4 luglio 2019
Climatizzatore fuori uso: nel carcere di Rovigo detenuti, agenti e familiari fanno la sauna da tre settimane. Tanto che i sindacati della polizia Penitenziaria sono pronti a una protesta pacifica se il problema non si risolverà. Con la canicola anticipata degli ultimi 15 giorni nelle celle e nei locali adibiti alla sorveglianza la colonnina di mercurio ha raggiunto anche i 41 gradi.
Temperature che mettono a dura prova chi nella casa circondariale ci vive e ci lavora. Aggiungendo, nel caso dei detenuti, un'ulteriore pena a quella che già stanno scontando. Ma anche tra le guardie non sono mancati i disagi a causa del caldo soffocante: alcune di loro hanno avuto un calo di pressione durante il turno di lavoro.
A nulla sono serviti finora i numerosi solleciti inviati dalla Cgil alla direzione del carcere con la richiesta di risolvere il problema all'impianto di climatizzazione.
"Abbiamo ottenuto soltanto rinvii afferma Giampietro Pegoraro, rappresentante del sindacato prima posticipavano di settimana in settimana, adesso rinviano di giorno in giorno. Ma se alla volta di lunedì i condizionatori non saranno operativi, organizzeremo un sit-in insieme alle altre sigle sindacali. È un disagio per noi, per i detenuti ma anche per i familiari che vengono a fare visita. Il carcere è una struttura di cemento armato che si riscalda facilmente. Persino i giudici che vengono qui per gli interrogatori si sono lamentati per le temperature troppo elevate".
L'impianto di condizionamento quest'anno non è ancora entrato in funzione: un mese fa una ditta è intervenuta per il controllo di routine prima di azionarlo, riscontrando però alcune anomalie risolvibili sostituendo dei componenti. I pezzi sono stati ordinati ma, a quanto pare, devono ancora arrivare. A chi entra in carcere a Rovigo, insomma, non si può proprio dire che starà al fresco. Almeno per il momento.
chietitoday.it, 4 luglio 2019
Sedici detenute, sulle 19 fumatrici ospiti dell'istituto penitenziario teatino, hanno risposto alle domande dell'assistente sanitaria Luciana Petrocelli insieme ai tirocinanti del corso di laurea in Assistenza sanitaria.
Smettere di fumare è ancora più difficile in un ambiente ristretto come il carcere, dove le persone sono più fragili: lo conferma uno studio dell'unità operativa di Sanità penitenziaria della Asl Lanciano Vasto Chieti, guidata da Francescopaolo Saraceni, dedicato alle donne ospiti dell'Istituto penitenziario di Chieti.
Le fumatrici sono 19 su 36 detenute presenti, di età compresa tra 26 e 60 anni, con un'età media di 44 anni. Su 16 donne che hanno accettato di sottoporsi all'indagine - condotta dall'assistente sanitaria Luciana Petrocelli insieme ai tirocinanti del corso di laurea in Assistenza sanitaria -, sette dicono di fumare quando sono nervose e altrettante sostengono che il fumo le rilassa e dà loro energia. Eppure per otto di loro è "disperatamente importante" smettere di fumare.
In generale le fumatrici indicano come ragione per smettere la paura di ammalarsi (il 25%) o perché sentono il respiro più affannato e ugualmente temono di sviluppare qualche patologia (un altro 25%), o perché vogliono essere un buon esempio per i figli (il 13%) oppure, ancora, per via del respiro "sempre più affannato" (6%). Il 7% di loro non vuole smettere di fumare. Secondo l'indagine, cinque donne su 16 hanno iniziato a fumare all'età di 13 anni.
Nove su 16 affermano di fumare 20 sigarette al giorno, con un costo giornaliero di 5,50 euro a pacchetto che diventano 38,50 euro a settimana, 154 euro al mese e 1.848 euro l'anno.
Alle detenute è stato sottoposto il test di Fagerstrom, sei domande che valutano il tasso di dipendenza dal fumo: ne è emerso che 12 donne su 16 accendono la prima sigaretta entro i primi cinque minuti dal risveglio; dieci su 16 affermano di non fare fatica a "non fumare" in luoghi chiusi, mentre sei su 16 fanno fatica. Tra le intervistate, due hanno evidenziato un grado di dipendenza molto forte.
Il Mattino, 4 luglio 2019
L'annosa questione carceraria vive alternando tragedie (come le tre avvenute di recente a Poggioreale) e opportunità - come quelle che operatori del settore e volontari cercano di dare ai detenuti. Stavolta, al centro dell'attenzione ci sono una buona notizia e le attività del Progetto IV Piano per i tossicodipendenti reclusi proprio a Poggioreale, afferente alla Uosd Strutture intermedie del dipartimento dipendenze della Asl Nal centro, che offre ai circa centoventi detenuti del padiglione Roma un confronto e la possibilità di frequentare diversi laboratori- creativi, sportivi, di meditazione.
La buona notizia è un evento (che chiude una fase del programma, in attesa dell'inizio di quello estivo) organizzato con la direzione della casa circondariale e con il Consorzio di cooperative sociali Gesco Campania: si tratta del concerto che Eugenio Bennato terrà nella struttura lunedì. Bennato non ha bisogno di presentazioni, come il suo interesse per le questioni sociali. L'occasione si preannuncia di svago e conforto per i detenuti, ma anche per coloro che li seguono.
Nell'ambito dell'iniziativa, è prevista pure una visita ai locali dove si svolgono le attività del Progetto IV Piano e al "giardino di dentro": l'area confinante con il padiglione Roma (gestita con poliziotti, educatori e operatori) ospita oggi grandi aiuole dove i detenuti tossicodipendenti possono impiegare il proprio tempo libero occupandosi della manutenzione del verde, e partecipando agli "incontri sull'affettività", che coinvolgono anche le loro famiglie. L'organizzazione si avvale del sostegno della pizzeria La Notizia, dell'agenzia Motorvillage e della libreria locisto, che fornirà una lettura estiva ai detenuti.
Alla giornata prenderanno parte: per l'Asl Nal centro (l'unica della Regione Campania a aver organizzato una Uo SerD strutturata all'interno di istituti penitenziari), il commissario straordinario Ciro Verdoliva, il sub-commissario sanitario Anna Borrelli, il direttore del dipartimento dipendenze Stefano Vecchio, la dirigente responsabile della Uosd Strutture intermedie Marinella Scala, il provveditore dell'amministrazione penitenziaria Giuseppe Manone, la direttrice della casa circondariale di Poggioreale Maria Luisa Palma, il presidente del tribunale di sorveglianza Adriana Pangia.
di Cinzia Debiase
turiweb.it, 4 luglio 2019
Un riscontro positivo per l'appuntamento di venerdì orso, 21 giugno, presso la Casa di Reclusione di Turi. Chiudendo fuori dalle mura il caldo torrido della giornata, Tina Ottavino ha regalato ai detenuti del carcere di Turi un'occasione di conoscenza e una nuova chiave di lettura di Dante Alighieri e della sua Divina Commedia, fuori dai classici schemi.
A permetterla, Trifone Gargano con il suo "Dante Pop". La materia, spesso poco curiosa e interessante per molti, si è rivelata un'ottima occasione di conoscenza e di riflessione a partire dalla modernità della penna dantesca, che trova nell'oratoria del professor Gargano, una grande facilità di affascinare e piacevolezza nell'ascoltare.
È una "provocazione culturale" quella che porta in Carcere il professor Gargano, è un incontro con la musica, con i grandi autori del panorama artistico musicale che scuote le curiosità dei detenuti, spaziando dagli anni 70 ad oggi raccontando un lavoro di ricerca - "perché questo lavoro prosegue ancora oggi" - il Dante della Commedia.
Incuriositi e partecipi anche gli ospiti del pomeriggio di cultura portato dalla signora Ottavino, dal Sindaco Tina Resta a Nico Catalano, proseguendo con Angelo Palmisano e il consigliere Teresita De Florio, oltre che la Direttrice del carcere, la dott.ssa Rosa Musicco, gli Agenti della Polizia Penitenziaria e gli Educatori che lavorano nella struttura.
Da De Andrè a Venditti, dai Negramaro passando per Jovanotti, Vinicio Capossela, Caparezza, Ligabue, lo Zecchino D'oro o Pierdavide Carone, i versi della Divina Commedia trovano spazio nella musica di tutti i giorni. Inconsapevolmente, ognuno di noi li canta. Una contaminazione artistica che il dantista di Adelfia ha ricercato per diversi anni e ancora oggi continua a cercare.
Ripercorrendo le discografie dei più grandi cantautori italiani dell'ultimo cinquantennio, il professor Gargano ha sottolineato e commentato tutti i riferimenti alla Divina Commedia, presenti nei testi delle canzoni. Lo ha fatto accattivando l'interesse della platea che ha ascoltato e cantato versi danteschi, seguendo le didascalie irriverenti di Gargano.
Si passa da citazioni più esplicite come in "Filippo Argenti" di Caparezza, a riproposizioni più dibattute come in "Dolente Pia" di Gianna Nannini. Dalle note eversive di Fabrizio De André in "Un bombarolo", al racconto critico degli anni tra i banchi di scuola affidato alle ballate di Antonello Venditti.
Ogni autore, ogni verso trasposto sulle basi musicali, si fa veicolo di un inferno terreno, con patimenti terreni; gli stessi descritti da Dante nella prima cantica. Poteva non aver fine il coinvolgente incontro tra Trifone Gargano ed i presenti che anche al termine della giornata hanno dimostrato di voler ancora ascoltare e farsi travolgere dalle analisi dello scrittore che, come ci annuncia l'organizzatrice Ottavino, presto tornerà con un lavoro su Pirandello.
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 4 luglio 2019
È scontro totale tra Matteo Savini e la magistratura. Il caso Carola Rackete - la capitana della Sea Watch 3 - riaccende le polveri e innesca un botta e risposta tra il titolare del Viminale da una parte e l'Anm dall'altra.
Con il ministro degli Interni che parla di magistratura politicizzata e i giudici (Anm) che accusano la politica di creare un clima violento. Intanto, però, il vicepremier incassa la fiducia sui progetti di riforma della giustizia da parte del Guardasigilli Alfonso Bonafede: "Secondo Matteo Salvini bisogna rivedere i criteri di selezione dei magistrati? Sono perfettamente d'accordo ed è quello che dico da settimane. Chiaramente, e su questo non ci devono essere dubbi, gli avanzamenti di carriera dovranno essere fuori da dinamiche correntizie e quindi dovrà essere blindato un perimetro di meritocrazia".
Bonafede poi aggiunge: "Autonomia e indipendenza della magistratura sono valori sanciti dalla Costituzione. Non si dovrebbe arrivare ad attaccare il singolo magistrato parlando di togliersi o non togliersi la toga, di candidarsi in politica o no".
Il riferimento, chiaro, è rivolto alle polemiche sollevate da Salvini nei confronti del gip di Agrigento Alessandra Vella. Il giudice che, martedì, non ha applicato nessuna misura cautelare e non ha convalidato l'arresto di Rackete. La giovane tedesca rimane, comunque, sempre accusata di resistenza e violenza a nave da guerra e resistenza a pubblico ufficiale. Al comando della Sea Watch 3, sabato 29 giugno, Rackete aveva fatto sbarcare 42 migranti al porto di Lampedusa. Era rimasta 14 giorni di fronte alle coste dell'isola senza entrare nelle acque territoriali italiane. Nel suo ingresso in porto non aveva accolto all'alt intimato dalla finanza e aveva urtato la barca delle fiamme gialle durante l'attracco.
Un arresto immediato (domiciliari) sconfessato poi dalla gip. "Togliti la toga e candidati con la sinistra", ha sbottato ieri il ministro degli Interni, rivolto al giudice. L'Anm difende Vella e parla di "clima d'odio" alimentato dal ministro, mentre i togati del Csm chiedono l'apertura di una pratica a tutela per il giudice, coperta da una valanga di insulti sui social.
E Salvini è costretto ad incassare anche il no della procura di Agrigento al nulla osta per l'allontanamento dall'Italia della 31enne tedesca. Dovrà restare fino al 9 luglio, giorno in cui sarà interrogata dai pm che la indagano nell'altra inchiesta, quella per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Il ministro definisce "scandalosa e vergognosa" la decisione, che "mi ha provocato tanta rabbia. Nessuno mi toglie dalla testa che quella di Agrigento è una sentenza politica. Ma avremo la fortuna di imbatterci prima o poi in un giudice che applicherà le leggi e non le disattenderà perché in quel caso si toglie la toga e si candida con il Pd e viene in Parlamento. Fino a prova contraria i giudici devono applicare la legge".
L'Anm insorge. "Ancora una volta - osserva organismo rappresentativo che raggruppa i magistrati italiani - commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, disancorati da qualsiasi riferimento ai suoi contenuti tecnico-giuridici, che rischiano di alimentare un clima di odio e di avversione, come dimostrato dai numerosi post contenenti insulti e minacce nei confronti del gip di Agrigento pubblicati nelle ultime ore".
Secca la replica del ministro. Salvini punta il dito sull'inchiesta giudiziaria che ha travolto, nelle scorse settimane, il Consiglio superiore della magistratura: "Con quello che stiamo leggendo sulle spartizioni di poltrone e procure a cura di qualche magistrato penso che siano gli ultimi che possano dare lezioni di morale a chiunque".
La replica, senza nominare mai il titolare del Viminale, arriva dal presidente Anm Luca Poniz. "Ho letto oggi una dichiarazione che trovo inaccettabile perché violenta e che respingo al mittente, che i magistrati per colpa di queste vicende (inchiesta di Perugia che ha travolto il Csm, ndr) hanno perso la loro credibilità. Questo va respinto con forza, perché noi siamo i magistrati italiani, siamo parte della storia migliore di questo paese".
E infine chiude Poniz: "Nessuno ci ha mai intimidito non le pallottole, non il tritolo, non le oscene manifestazioni della politica sulle scalinate di questo tribunale". Si fanno sentire anche i consiglieri togati del Csm che chiedono l'intervento del Consiglio "a tutela dell'indipendenza ed autonomia della giurisdizione".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 4 luglio 2019
Il Guardasigilli del M5S Bonafede chiede una tregua. Ma il leghista rincara: "Su Carola decisione politica". È un Matteo Salvini scatenato, che per l'intero giorno si slancia irridente contro la magistrata di Agrigento che ha scarcerato Carola, contro l'Anm, contro le Ong, contro l'opposizione.
Fa dirette Facebook, ma usa toni durissimi anche dai banchi del governo a Montecitorio. Una frase per tutte: "È una sentenza vergognosa. Una scelta incredibile con motivazioni incredibili. Una motovedetta della Gdf non è una nave da guerra? È un pedalò? C'è una legge, chi se ne frega".
È talmente scatenato da ipotizzare una riforma complessiva della magistratura, di cui vorrebbe cambiare tutto: accesso, percorsi formativi, progressione di carriera (e si sa che il vicepremier spinge per una separazione delle carriere). Tanta foga mette in imbarazzo i partner di governo. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede tenta di frenarlo: "Non voglio fare polemiche, ma dal mio punto di vista l'autonomia e l'indipendenza della magistratura sono valori sanciti dalla nostra Costituzione, che vanno rispettati. Ciascuno può essere d'accordo o no con una decisione della magistratura, ci mancherebbe, ma non si dovrebbe arrivare ad attaccare il singolo magistrato parlando di togliersi o non togliersi la toga, di candidarsi in politica".
Bonafede non intende assolutamente litigare. Perciò si mostra ultra-conciliante: "Sapete - dice ai suoi, sorseggiando il caffè - purtroppo le leggi vanno sempre interpretate, come qualunque cosa che è scritta in lingua italiana, una lingua che ha le sue sfumature". Parla così, Bonafede, uscendo dall'Aula dove Salvini ha appena ribadito a brutto muso un ritornello di questi giorni: "Sono convinto che, anche sul tema immigrazione, avremo la fortuna di imbatterci prima o poi in un giudice che applicherà le leggi e non le disattenderà, perché, in quel caso, si toglie la toga, si candida con il partito democratico e viene in Parlamento".
Non appena gli riferiscono della cauta presa di posizione del collega, però, il leghista rimbrotta anche lui: "È una chiara sentenza politica, avrò il diritto di denunciarlo? Mettere a rischio la vita di cinque militari della Guardia di Finanza merita il carcere? Secondo questo giudice, no. È una sentenza che a me ha provocato rabbia, poi ognuno dica quello che vuole". Altri nel M5S sono meno concilianti. Il senatore Nicola Morra, presidente dell'Antimafia, non fa mancare la sua solidarietà alla magistrata "stigmatizzata, denigrata, delegittimata sol perché non ha accolto le ipotesi accusatorie avanzate dalla Procura di Agrigento".
E non usa giri di parole per criticare una "rabbia parossistica figlia di furor ideologico". L'attacco è così furibondo che in Parlamento non manca chi s'indigna. L'ex ministro Andrea Orlando, ad esempio, attuale vicesegretario del Pd: "Salvini non esita ad insultare chi amministra la giustizia in modo diverso da ciò che desidera. È la negazione del principio della separazione dei poteri".
Oppure l'associazione nazionale magistrati: "Ancora una volta, commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, disancorati da qualsiasi riferimento ai suoi contenuti tecnico-giuridici, che rischiano di alimentare un clima di odio".
Fa male soprattutto l'accusa di giustizia politicizzata. "Quando un provvedimento risulta sgradito al ministro dell'Interno - sostiene l'Anm - scatta immediatamente l'accusa al magistrato di fare politica". Ma Salvini non è in vena di lasciar correre: "Con tutti i problemi che stanno emergendo al vostro interno, non penso sia il momento più adatto per dare lezioni ad altri".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 4 luglio 2019
La scarcerazione di Rackete. La motovedetta della Gdf non è una nave da guerra in acque territoriali, Libia e Tunisia non sono porti sicuri, le direttive ministeriali non hanno "nessuna idoneità a comprimere gli obblighi del capitano": la giudice di Agrigento fa a pezzi la bandiera di Salvini. La gip di Agrigento Alessandra Vella, negando la convalida dell'arresto per la capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete, ha smontato il decreto Sicurezza bis, eretto da Matteo Salvini come un bastione contro le Ong. L'ordinanza - Costituzione, codici e normative internazionali alla mano - dimostra come proprio Rackete sia stata quella che ha rispettato il diritto, al contrario della misura bandiera di Salvini.
La procura aveva chiesto per la comandante la convalida dell'arresto eseguito dalla Guardia di finanza il 29 giugno, quando la comandante ha deciso di entrare nel porto di Lampedusa nonostante il divieto. Il pm l'ha accusata di resistenza e violenza nei confronti della nave da guerra della Fiamme gialle e ancora di violenza per essersi opposta ai pubblici ufficiali della vedetta. Il primo capo d'accusa viene cassato perché le unità della Gdf sono considerare navi da guerra solo "quando operano fuori dalle acque territoriali".
Il secondo pure è giudicato infondato perché "sulla scorta di quanto dichiarato dall'indagata e dei video, il fatto deve essere molto ridimensionato". La manovra pericolosa viene giustificata perché l'indagata "ha agito in adempimento di un dovere". Vella spiega qual è il dovere: "L'attività del capitano, di salvataggio di naufraghi, deve considerarsi adempimento degli obblighi derivanti dal complesso quadro normativo" nazionale e internazionale.
La gip boccia il decreto Sicurezza bis in base al diritto e non alle convinzioni politiche (come Salvini ha insinuato, furioso, martedì sera via social): "Su tale quadro normativo non si ritiene possa incidere il decreto legge 53 del 2019": il divieto interministeriale di ingresso, transito e sosta può scattare solo in presenza di attività di carico e scarico di merci o persone, ma non è il caso in esame perché la gip ricorda che si tratta di un salvataggio e per questo la nave non può considerarsi "ostile". Anche la resistenza a pubblico ufficiale viene giudicata come inevitabile, come cioè "l'esito dell'adempimento del soccorso" che, ricorda Vella, si esaurisce solo con "la conduzione fino al porto sicuro".
La gip mette in fila due elementi fondamentali, in contrasto con il decreto voluto da Salvini: non si può arbitrariamente bollare come offensivo il passaggio di una nave, soprattutto se è impegnata in un salvataggio; anche allo straniero entrato illegalmente durante un salvataggio devono essere assicurati sbarco e assistenza, solo dopo si può procedere al rimpatrio. Infine la gip sgombra il campo: Libia e Tunisia non hanno porti sicuri.
Vella conclude: le direttive ministeriali in materia di "porti chiusi" o il provvedimento del ministro dell'Interno, firmato da Difesa e Infrastrutture, in base al quale si è stabilito il divieto di ingresso, transito e sosta alla Sea Watch 3, non ha "nessuna idoneità a comprimere gli obblighi del capitano", e persino sulle autorità nazionali, in materia di soccorso e salvataggio.
L'avvocato della capitana, Alessandro Gamberini, spiega: "Si è trattato dell'adempimento di un dovere, rispetto a norme che impongono di sbarcare le persone pena il pregiudizio di valori assoluti, come la tutela dell'integrità fisica di chi viene raccolto in situazioni di naufragio".
E sul decreto Sicurezza bis: "Il giudice dimostra, attraverso il richiamo a norme internazionali cogenti, sia l'illegittimità della pretesa di chiudere i porti da parte del ministro dell'Interno, sia del divieto finale di attracco ripristinando l'equilibrio dei valori e la prevalenza dell'incolumità della vita, rispetto all'arbitrarietà di scelte operate per motivi propagandistici".
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 4 luglio 2019
A Tajoura, periferia ovest di Tripoli, un raid notturno di Haftar colpisce un centro dove le milizie arruolano a forza i detenuti. Un ammasso di polvere e detriti, ciabatte infradito rotte, materassi insanguinati, brandelli di vestiti e pezzi di cadavere sotto le lamiere contorte verso il cielo del tetto: ciò che resta del capannone chiamato "detention camp", con al centro un cratere di meno di un metro di diametro, segno che la bomba è caduta dal cielo, in piena notte, a Tajoura.
"Avevamo visitato il centro il giorno prima e nella cella che è stata colpita c'erano 126 persone ammassate", ha detto ieri Prince Alfani, coordinatore medico di Msf in Libia, che ha aiutato la Mezzaluna rossa a raccogliere i feriti. Di quelle 126 persone, un'ottantina sono state recuperate ancora in vita, i morti, i cui corpi giacciono sparsi si contano per sottrazione: almeno 44, forse di più.
Dopo il boato notturno un'onda di terrore ha abbattuto ciò che restava in piedi, le paratie, il cartongesso, i muri graffiati di scritte dai prigionieri - "we love", "I live", nomi, cose così - e bucati da precedenti razzi. "Tanti erano feriti, scappavano, alcuni sono morti in strada mentre correvano, non sappiamo cosa altro dire, solo che speriamo che l'Onu ci aiuti a uscire da questo posto che è pericoloso", ha raccontato Othman Musa, nigeriano sopravvissuto, intervistato dai media arabi tra i migranti sdraiati all'ombra delle macerie davanti al campo di Tajoura.
Tajoura più che una cittadina, è un conglomerato di case, ristori all'aperto e bancarelle lungo uno stradone alla periferia ovest di Tripoli. E, dall'inizio dell'offensiva del generale Haftar, il 4 aprile, questa è la strage di civili più grande, che in un colpo solo ha eguagliato il bilancio dei civili libici rimasti vittime del conflitto in questi tre mesi esatti. Hussein bin Attieh Al Ahrar, anziano di Tajoura ha raccontato che nella notte sono stati due i raid che hanno colpito la prigione per migranti. Un attacco deliberato del generale Haftar ora in difficoltà, dopo la disfatta e la cacciata dalla strategica cittadina di Gharyan dove aveva il suo centro logistico?
È questa l'accusa che gli viene dai nemici del cosiddetto "governo di accordo nazionale" guidato da Fayez Serraj, il premier di Tripoli che non più tardi di lunedì scorso era a Milano a colloquio con il ministro Matteo Salvini a chiedere maggiore appoggio, anche militare, in cambio delle solite assicurazioni sul dossier migranti - i respingimenti della sua Guardia costiera - ciò che a Salvini interessa della Libia, più petrolio e affari.
"Un crimine di guerra", ha tuonato ieri Serraj, e così ha detto anche in una nota ufficiale il governo turco, suo dichiarato alleato militare, chiedendo un'indagine indipendente delle Nazioni Unite. Che lo sia, un crimine di guerra, è indubbio, lo ha ripetuto lo stesso inviato speciale Onu per la Libia Ghassam Salamé, più Mogherini per la Ue, l'Unione africana.
Haftar, il principale indiziato con il suo cosiddetto "Esercito nazionale libico", impegnato proprio in questi giorni e in queste notti nel tentativo di recuperare le posizioni perdute sul terreno, ha rigettato le accuse sul campo opposto.
Ma la colpa in guerra è una signora che si vuole infedele sulla bocca di tutti. La missione Unsmil dell'Onu ha dichiarato che al momento non è possibile accertare le responsabilità del massacro, ma l'inchiesta dell'Onu ci sarà, ha confermato il portavoce Charlie Yoxley, naturalmente con i tempi del caso, ed è un caso di guerra.
Un deposito di armi e munizioni è situato proprio a ridosso del "detention camp" ad uso di una delle milizie più grosse di Tajoura, la milizia Daman, la stessa che gestisce, tra torture e degrado, anche il centro per migranti in accordo con la Guardia costiera libica, tant'è che il giornale Libyan Express lo chiama "Daman camp". La milizia in questione combatte insieme alle forze di Misurata in appoggio a Serraj, perciò non è escluso che i 44 migranti uccisi non fossero il vero target, ma solo vittime "incidentali", in quanto impossibilitate a fuggire dei raid di Haftar.
Non è neanche la prima volta che succede, ricorda Alfani di Medici senza Frontiere: il centro per migranti di Tajoura è stato colpito anche all'inizio di aprile e un'altra volta due mesi fa, quando per poco non è stato ucciso un bambino e una donna è rimasta ferita. Infatti a maggio l'Unsmil aveva chiesto al governo che i 600 detenuti in quel capannone fatiscente fossero evacuati, perché troppo vicini alla linea di fuoco.
Una tragedia annunciata, più che un danno collaterale. Il portavoce dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni Flavio Di Giacomo sottolinea: "I migranti soccorsi in mare vengono trasferiti nei centri di detenzione dove la loro vita è a rischio, mentre continuano gli scontri, non dovrebbero essere rimandati in Libia". E così il portavoce dell'Lna di Haftar ha facile gioco a propagandare la disponibilità a farsi carico dell'accoglienza a Bengasi. "Le milizie di Serraj - dice al Mismari - li usano come scudi umani".
di Mauro Barberis
Il Secolo XIX, 4 luglio 2019
Mai come stavolta l'opinione pubblica s'è polarizzata attorno ai due protagonisti: il ministro degli interni, percepito come incarnazione del Popolo, e la capitana della Sea Watch, trasfigurata in Angelo vendicatore. Ora, i giudici sono imparziali, ma il diritto no, dando ragione a una parte e torto all'altra.
Così, chiamata a decidere sulla conferma dell'arresto della capitana, la giudice delle indagini preliminari non ha potuto esimersi dal negarlo. Qui cerco di spiegare questa decisione, che stupisce solo chi crede ancora alla televisione, cioè alla politica. L'ordinanza, in tredici scarne paginette, smonta le richieste dell'accusa. Carola Rackete era accusata addirittura di resistenza a nave da guerra, in base all'art. 1100 del Codice della navigazione.
Ma la motovedetta della Finanza urtata dalla Sea Watch non è una nave da guerra: non sinché opera nelle nostre acque territoriali. Poi, era accusata anche di resistenza a pubblico ufficiale, ex art. 337 del Codice penale, sempre e solo per aver urtato la motovedetta. Ma se mai un urto potesse considerarsi resistenza, osserva la gip, sarebbe giustificato dall'adempimento di un dovere, secondo l'art. 51 dello stesso Codice penale.
La capitana, infatti, era tenuta a soccorrere i naufraghi: se non l'avesse fatto, sarebbe incorsa nel reato di omissione di soccorso. Il suo obbligo di soccorso, poi, cessa solo quando i naufraghi sono portati nel più vicino porto sicuro: dunque né in Libia, paese in guerra da cui i naufraghi fuggivano, né in Tunisia, dove non esiste il diritto d'asilo. Se qualcuno avesse tentato di riportare i naufraghi in Libia, anzi, questi avrebbero avuto diritto alla legittima difesa, per salvare se stessi e i propri figli.
Questa è legittima difesa: non la libertà di sparare a casaccio. L'ordinanza tocca molte altre questioni di fatto e di diritto che non posso approfondire qui. Il lettore non prevenuto, però, si sarà già chiesto come mai la ricostruzione dei fatti compiuta dal gip differisce così profondamente da quella fornita dai media, anche moderati.
Ad esempio: come mai nell'ordinanza il preteso "speronamento" della motovedetta torna a essere un semplice urto, che non poteva certo mettere a rischio l'incolumità dei finanzieri? Ma forse questa domanda bisognerebbe girarla agli stessi media, i cui vertici sono nominati e controllati dal governo: il quale vorrebbe fare lo stesso con la magistratura, travolta dallo scandalo del Csm. Ma c'è un abisso fra le alte cariche corrotte, e una gip che ha avuto il coraggio di fare solo e tutto il proprio dovere.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 4 luglio 2019
È una strage annunciata quella dei profughi di Tajoura, provocata dai raid aerei delle forze militari del leader della Cirenaica Haftar. E riguarda da vicino, a quanto pare, il governo di contratto Lega-M5s; visto che ieri il ministro razzista della sicurezza bis, Matteo Salvini - con evidente coda di paglia - si è sentito in dovere di denunciarla. Invitando l'Europa, non si capisce bene, a quale "intervento".
Come se lui non c'entrasse nulla. Come se lui non avesse descritto ripetutamente, in modo ossessivo quanto menzognero, il mantra che lì tutto è tranquillo per i migranti, che "La Libia è un posto sicuro" dove riportarli indietro anche con la forza, bombardando le navi delle "Ong-scafiste" se necessario per affondarle come ha chiesto a viva voce la degna sodale Giorgia Meloni. Farebbe meglio a tacere Salvini. Forse che non sapeva che i centri di detenzione e i campi dei rifugiati - che in visita allegra a Tripoli arrivò a definire "all'avanguardia" - sono - come a Tajoura nella retrovia militare delle milizie di Misurata - accanto a caserme e depositi di armi, vale a dire target di guerra nemmeno mimetizzati in questa nuova sanguinosa guerra civile?
È quello di Tajoura un massacro "scontato" di decine e decine di inermi e indifesi che anche da morti resteranno senza nome. Tra loro aleggia la memoria coloniale italiana: sono tutti eritrei e somali. E noi invece vorremmo conoscerli uno per uno quei nomi di donne, uomini, bambini, anziani. Una infamia che urla contro la sordità politica di questo governo irresponsabile e ambiguo che strizza l'occhio a Serraj e stringe le mani a Haftar, purché entrambi, subito e in prospettiva, garantiscano il blocco dei migranti. È un massacro che diventa spartiacque tra verità e menzogna di Stato. Anche grazie all'ordinanza sulla Sea Watch 3 della gip di Agrigento che ha ripetuto che la Libia e anche la Tunisia non sono porti sicuri; quello libico è territorio conteso a mano armata da eserciti e milizie contrapposte ed è in guerra.
E non solo non è sicuro, è da evacuare e da soccorrere. Visto che le agenzie dell'Onu e Amnesty International parlano ormai di 100mila sfollati libici, mentre insistono a denunciare i "crimini di guerra" commessi sia dalle forze del generale Khalifa Haftar, all'offensiva per conquistare la Tripolitania con appoggi nemmeno nascosti di Francia ed Emirati Arabi; sia da quelle del "nostro" alleato di Tripoli, riconosciuto dalla cosiddetta "comunità internazionale, Fayez al Serraj. Ma è forse una novità oppure una scoperta recente la definizione della Libia come Paese in guerra? E dichiarare come criminale ogni respingimento dei migranti in fuga da quell'orrore fatto di torture, carceri, campi di concentramento?
Il manifesto ha denunciato questa condizione addirittura quando la guerra non c'era, quando c'era ancora al potere l'alleato Gheddafi; e non ha smesso di farlo quando, dopo proditoria azione armata della Nato durata almeno sei mesi, si sono insediate al potere a Tripoli forze islamiste, sedicenti democratiche e d'opposizione. E soprattutto abbiamo alzato la voce due anni fa, inascoltati, quando il governo Renzi, con il ministro degli interni Minniti, insieme all'Unione europea hanno deciso di esternalizzare nel "posto sicuro" della Libia la disperazione dei migranti: perché l'accoglienza, diceva Minniti, metteva in discussione la democrazia; e già, due anni fa si cominciavano a criminalizzare le Ong che invece soccorrevano a mare gli scampati ai tanti naufragi che hanno trasformato il Mediterraneo nella nostra rimossa fossa comune.
Così alla fine Salvini, il ministro dell'Inferno, ha continuato lo "stile coloniale" che ha trovato per gestire la sua aggressiva campagna sulle "invasioni", sulla criminalizzazione estesa dell'accoglienza, sul Decreto sicurezza bis, trovando non un sentiero in salita ma un'autostrada aperta. Ora con grande ritardo il Pd ne discute e si accorge dell'errore-orrore provocato e non ha partecipato al voto sui nuovi aiuti al regime di Tripoli.
Meglio tardi che mai. Ma intanto il sì al sostegno alle milizie a caccia di migranti che recitano la parte della Guardia costiera libica - forte delle corvette già consegnate dal governo Gentiloni - era già stato dato un mese fa.
Così la scelta di "smarcarsi" all'ultimo momento, rimane all'interno di una ideologia: l'adesione sostanziale "all'ingerenza umanitaria" dell'intervento militare Nato nel 2011. A quando una riflessione sui risultati di destra di una scelta interventista considerata in modo scellerato "di sinistra", e sull'attualità dell'articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle crisi internazionali?









