Aki, 5 marzo 2015
Sono stati impiccati nel carcere di Rajaishahr a Karaj, nell'Iran settentrionale, sei prigionieri di etnia curda che erano stati condannati a morte per l'omicidio di un religioso sunnita. Lo ha riferito l'ong Iran Human Rights (Ihr), che si batte contro la pena di morte, citando fonti nella Repubblica islamica. Secondo Ihr, che definisce l'ondata di impiccagioni un atto "barbaro" di cui è "responsabile la Guida Suprema Ali Khamenei", i sei detenuti Jamshid e Jahangir Dehgani, Hamed Ahmadi, Kamal Molayee, Sedigh Mohammadi e Hadi Hossein sono stati giustiziati all'alba.
A nulla sono servite le proteste dei loro familiari e di alcuni attivisti per i diritti umani che si erano riuniti davanti al carcere alcune ore prima dell'esecuzione. I sei erano stati arrestati nel 2009 e condannati a morte dal tribunale della rivoluzione di Teheran per il reato di "Moharebeh" (inimicizia nei confronti di Dio). Gli imputati hanno sempre negato il loro coinvolgimento nell'omicidio del religioso.
Reuters, 5 marzo 2015
La condanna, effettuata nell'ambito della "legge del taglione", è stata eseguita in un carcere iraniano. Un detenuto di un carcere a venti chilometri da Teheran, capitale dell'Iran, è stato privato dell'occhio sinistro: la condanna è stata eseguita nel rispetto della cosiddetta legge del taglione, consentita dal diritto islamico. L'uomo era stato ritenuto responsabile di aver attaccato con l'acido corrosivo la sua vittima, rendendola totalmente cieca.
Il quotidiano locale Hamshahri e l'Iran Human Rights raccontano che il detenuto verrà privato anche dell'altro occhio, quello destro, dovrà pagare la "Diyeh" (il "prezzo del sangue") e dovrà scontare 10 anni di carcere. Secondo il quotidiano iraniano, l'occhio sinistro gli è stato estirpato martedì scorso, non è chiaro se da personale medico o del carcere Rajaishahr di Karaj. Secondo Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Ihr, "le autorità iraniane hanno mostrato un altro lato della loro brutalità e la mancanza di condanna da parte della comunità internazionale rappresenta di fatto l'accettazione di tali barbarici atti". Se venisse accertato che alla pratica ha partecipato personale medico, fa notare ancora Amiry-Moghaddam, avrebbero "rotto il giuramento di Ippocrate e non potrebbero considerarsi medici".
Adnkronos, 5 marzo 2015
Andrew Chan e Myuran Sukumaran, due cittadini australiani accusati di essere a capo di un traffico di droga tra Indonesia e Australia sono stati trasferiti dal carcere di Bali dove erano detenuti nel braccio della morte del carcere dell'isola di Nusakambangan, dove nei prossimi giorni verranno giustiziati da un plotone di esecuzione. Come riporta la Bbc, l'Australia ha fatto forti pressioni sulle autorità indonesiane affinché l'esecuzione venga sospesa e il premier Tony Abbott si è detto "disgustato" dall'idea che i due vengano giustiziati. Con loro verranno giustiziati anche altri stranieri, tra cui cittadini francesi, brasiliani, del Ghana e della Nigeria. una cittadina filippina, anch'ella condannata a morte, è in attesa dell'esito della sua domanda di revisione del processo. Chan e Sukumaran vennero condannati nel 2005 dopo essere stati arrestati per avere organizzato un traffico di droga tra Bali e l'Australia. L'Indonesia è uno dei Paesi con le leggi anti droga più severe al mondo e ha interrotto nel 2013 la moratoria sulle esecuzioni capitali.
Premier australiano Abbott: disgustati da prossima esecuzione
Il premier australiano Tony Abbott si è definito "disgustato" dalle prossime esecuzioni che saranno condotte in Indonesia, tra cui quelle di due cittadini australiani. "Penso che ci siano milioni di australiani he si sentono disgustati per quel che probabilmente accadrà a questi due uomini, che hanno commesso un crimine terribile", ha detto Abbott alla radio Australian Broadcasting. "La posizione dell'Australia è di provare orrore per i crimini legati alla droga, ma di provare orrore anche per la pena di morte, che crediamo non sia degna di un Paese come l'Indonesia", ha aggiunto.
I due australiani sono stati traferiti ore fa dal carcere di Bali all'isola di Nusakambangan, dove le esecuzioni vengono condotte. Saranno fucilati da un plotone d'esecuzione, nonostante le critiche internazionali che hanno travolto il Paese. I rapporti con l'Australia si sono fortemente incrinati, dopo che l'Indonesia ha rifiutato di graziare i due condannati. Myuran Sukumaran, 33 anni, e Andrew Chan, 31 anni, sono due degli 11, in gran parte stranieri, condannati a morte per accuse di traffico di droga. Sull'isola ci sono già un francese e un brasiliano, mentre altri che attendono l'esecuzione sono cittadini di Filippine, Ghana, Nigeria e Indonesia. "Vogliamo mandare un messaggio a tutti, al popolo del mondo, sul fatto che l'Indonesia sta tentando di contrastare con durezza i crimini di droga", ha dichiarato un portavoce dell'ufficio del presidente, confermando il trasferimento. Il consueto avviso emesso 72 ore prima dell'esecuzione deve ancora essere diffuso.
di Ornella Favero
Ristretti Orizzonti, 4 marzo 2015
Ancora a proposito dei giornali dalle carceri, e di Sosta Forzata.
"Il redattore porta in sé la voglia, l'ansia di mostrare la propria coscienza, provata senz'altro dalla condizione di restrizione vissuta, ma libera interiormente, (...) perché di uomini si tratta, all'interno di un carcere ma uomini, che pensano e raccontano agli altri di sé e della loro visione delle cose, rivendicando pari dignità rispetto ai cosiddetti uomini "liberi", imbrigliati da una serie infinita di condizionamenti di ogni tipo propri del nostro viver sociale".
di Mirco Paganelli
www.ilponte.com, 4 marzo 2015
Il sistema penale italiano è inefficiente. Eusebi: prevenzione, recupero e sistema più capace. L'Italia è stata sanzionata dall'Unione europea per la condizione disumana delle sue carceri, sovraffollate e malridotte, dove i criminali vengono rinchiusi e dimenticati dato che solo una piccola parte di essi partecipa ad attività riabilitative. I numeri parlano da sé. L'80% dei detenuti che studiano e lavorano in carcere non torna a commettere lo stesso reato una volta uscito, mentre chi è lasciato a se stesso torna a delinquere - secondo i dati ministeriali - nel 75% dei casi.
di Rita Bernardini (Segretario di Radicali Italiani)
Il Garantista, 4 marzo 2015
Oggi c'è una ragione di più per rendere obbligato un provvedimento completo, articolato e ragionato di clemenza sotto la forma del provvedimento di amnistia e indulto. La ragione sta tutta nel tempo che passa in attesa che il legislatore si decida a mettere mano, con riforme adeguate e non più rinviabili, al disastrato settore della "giustizia" nostrana.
di Selene Cilluffo
www.today.it, 4 marzo 2015
La Cassazione ha ribadito la necessità di intervenire sulle pene illegittime dopo aver confermato che vanno rideterminate. Se così fosse il carcere potrebbe "respirare" dal sovraffollamento.
di Francesca Sironi e Giovanni Tizian
L'Espresso, 4 marzo 2015
Ci sono 10 mila reclusi musulmani in Italia e non esiste alcun controllo su chi va a predicare nei penitenziari. E già cinque ex detenuti sono passati dalle celle alle legioni dell'Is. Ore 12:29, carcere della Dozza, Bologna. Una voce passa fra le sbarre: è l'invito alla preghiera di un detenuto-muezzin.
di Claudio Sarzotti
www.osservatorioantigone.it, 4 marzo 2015
È pronto il nuovo numero della Rivista di Antigone dedicata interamente agli Opg che, dopo una serie di rinvii, dovranno chiudere - secondo l'attuale normativa - il 31 marzo prossimo. Di seguito riportiamo l'editoriale di Claudio Sarzotti.
Abbiamo già affrontato in un recente passato sulla nostra rivista la questione dei folli-rei, ma abbiamo deciso di dedicargli un numero monografico in un momento che appare decisivo per il definitivo superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari.
Come si potrà notare leggendo alcuni dei saggi presenti nel numero della rivista, questo settore del sistema penale e penitenziario è stato uno di quelli su cui ha maggiormente e positivamente operato il Governo Renzi, in particolare emanando una normativa (la legge n. 81 del 30 maggio 2014) che ha posto un termine ultimativo alla chiusura degli Opg (31 marzo 2015) e ha stabilito alcuni principi di civiltà giuridica da tempo invocati da gran parte degli addetti ai lavori (in primis la limitazione della misura di sicurezza detentiva alla durata della pena massima edittale prevista per il reato commesso dal folle reo, rendendo in tal modo anche formalmente illegittimi i cd. ergastoli bianchi).
Occorre, tuttavia, non abbassare la guardia perché il clima politico-culturale complessivo pare volgere nuovamente al cupo tintinnar di manette, triste ricordo della stagione di "Mani pulite". Passata la breve infatuazione mediatica per la questione del sovraffollamento carcerario, incassata un'assoluzione per insufficienza di prove da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo subito spacciata come punto di svolta della politica penitenziaria italiana, il dibattito pubblico sembra nuovamente segnato da emergenze criminali che vengono affrontate con la grammatica del diritto penale.
Dalle inchieste su "Mafia capitale" al nuovo successo delle campagne leghiste contro rom, rifugiati politici e stranieri tout court, possiamo trovare numerosi esempi di un populismo penale che potrebbe essere indotto a sfruttare la crisi economica da cui il Paese sembra incapace di uscire per trovare facili capri espiatori su cui focalizzare la rabbia dell'emozione pubblica. Quale miglior bersaglio mediatico, ad esempio, di un folle reo che, magari dopo essere stato appena dimesso da un Opg, commetta un grave reato di sangue?
Del resto, le questioni aperte e le insidie nel processo riformatore sono ancora numerose. Innanzitutto, come sottolinea Stefano Cecconi nel suo articolo, se i dati ci dicono che gli internati non dimettibili sono attualmente circa 370, perché si stanno preparando oltre 900 posti nelle nuove piccole residenze su scala regionale (le cd. Rems) che dovrebbero sostituire gli Opg? Se tali residenze, come quasi certamente avverrà, non saranno pronte per il 31 marzo 2015, verrà nuovamente prorogata la chiusura degli Opg? Del resto, esistono già ora gli strumenti giuridico-formali e operativi (in particolare la misura di sicurezza della libertà vigilata) per garantire il non abbandono di quelle persone che necessitano di cure e di strutture contenitive, come afferma nel suo articolo Francesco Maisto ricostruendo le buone pratiche sviluppate nella regione Emilia Romagna.
Ma, come ricorda nel suo saggio ricostruttivo Dario Stefano Dell'Aquila, la figura del folle reo è da sempre stata oggetto di potere ai confini tra il paradigma medico e quello giuridico attraverso l'ambiguo e fantasmatico dispositivo di sorveglianza della sua presunta pericolosità sociale. Tale dispositivo, per un verso, non è stato ancora abbandonato dal nostro legislatore (non abbastanza coraggioso come afferma Adelmo Manna, ricordando, tra l'altro, alcuni casi di cronaca in cui tale istituto venne utilizzato da Benito Mussolini per neutralizzare personaggi scomodi del proprio entourage familiare). Per altro verso, esso rispunta in quella che Michele Miravalle nel suo saggio definisce "sbornia neuro-scientifica", sindrome di cui pare affetta certa parte della giurisprudenza italiana che si avventura in complesse argomentazioni scientifiche per trovare deterministici nessi tra struttura del cervello umano e comportamenti devianti. In realtà la scienza psichiatrica più avveduta ha posto da tempo in forte dubbio le proprie capacità predittive, così come ha sostanzialmente negato l'esistenza di situazioni in cui il soggetto agente sia totalmente privo della capacità di intendere e volere.
Questi assunti scientifici non fanno che rendere quanto mai attuale una revisione della stessa impostazione penalistica del doppio binario e, di conseguenza, la necessità di porre finalmente mano alla riforma del nostro codice penale. Profonda revisione codicistica che viene richiamata anche nell'importante lavoro di Luciano Eusebi di ricostruzione del pensiero della Chiesa sulla sanzione penale che viene qui recensito. Proprio in tale lavoro vengono avanzate proposte di riforma del codice che da anni sono discusse dagli operatori del diritto e verso le quali la doppia radice culturale, cattolica e della Sinistra storica, dell'attuale Governo potrebbero agevolmente convergere. Quanto altro tempo dovremo ancora aspettare per veder "cambiare verso" alle politiche penali e penitenziarie di questo Paese?
di Ignazio Marino (Sindaco di Roma)
Il Manifesto, 4 marzo 2015
Sono passati quasi cinque anni dalla prima volta in cui, insieme ai senatori della Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, sono entrato in un ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Era l'11 giugno 2010 a Barcellona Pozzo di Gotto. Lì abbiamo trovato un uomo della mia età, nudo, madido di sudore e legato con delle garze a un letto di contenzione di ferro, con al centro un buco per la caduta degli escrementi. Lo ripeto: quel letto non era vuoto, c'era una persona in carne ed ossa dentro.
Dopo due anni di sopralluoghi a sorpresa, audizioni e verifiche, la Commissione d'inchiesta ha ottenuto, il 15 febbraio 2012, l'approvazione di una legge che fissava la chiusura dei manicomi criminali al 31 marzo 2013 e l'assegnazione da parte dello Stato di risorse certe per l'assistenza ai pazienti, con infermieri, medici, psichiatri ed esperti di riabilitazione che potessero finalmente fare il loro mestiere: curare la mente e il corpo.
Tuttavia, come spesso accade nel nostro paese, siamo in enorme e colpevole ritardo. Per questo mi auguro davvero che il termine del 1° aprile 2015 sia rispettato. Dei manicomi criminali si parla dal 1978 e le Regioni, specialmente negli ultimi cinque anni, hanno avuto tutto il tempo per esaminare il problema e trovare delle soluzioni.
Per gli internati deve valere un principio essenziale, affermato dalla Corte Costituzionale: le esigenze di tutela della collettività non possono mai giustificare misure tali da recare danno alla salute del malato, quindi la permanenza negli attuali ospedali psichiatrici giudiziari che aggrava la salute psichica dell'infermo non può proseguire. Ecco cosa vuol dire chiudere gli OPG: una sanità degna di questo nome, nel pieno rispetto della comunità e delle vittime dei folli autori di reato. Questa non è una legge "per i criminali". Questa è una legge per tutti noi, per riconoscerci in uno Stato che offre il rispetto che chiede. Perché la malattia mentale non resti uno stigma del quale avere paura.
- Giustizia: il Ministro Alfano vuole norme più severe sul racket dell'accattonaggio
- Giustizia: caro Ministro Alfano... lascia in pace i mendicanti
- Giustizia: ddl sul Falso in bilancio, via le soglie. Si apre il "caso" intercettazioni
- Giustizia: processi-lumaca del Fisco, niente equo indennizzo previsto dalla legge Pinto
- Giustizia: Marcello morì nel carcere di Livorno nel 2003, un incredibile iter giudiziario











