www.camerepenali.it, 4 marzo 2015
Dopo l'improvvido intervento dell'onorevole Salvini sul caso dell'Avvocato Canestrini e le numerose adesioni, da parte di numerose Camere Penali, al nostro comunicato di solidarietà, non possiamo non rilevare come la confusione fra l'esercizio dell'inviolabile diritto di difesa e l'avversione abbia toccato limiti davvero non sopportabili.
Dopo l'improvvido intervento dell'onorevole Salvini sul caso dell'Avvocato Canestrini e le numerose adesioni, da parte di numerose Camere Penali, al nostro comunicato di solidarietà, non possiamo non rilevare come la confusione fra l'esercizio dell'inviolabile diritto di difesa e l'avversione nei confronti degli autori di crimini odiosi abbia toccato limiti davvero non sopportabili.
Anche il difensore della famiglia del rapinatore ucciso, nell'ambito del procedimento a carico del benzinaio Stacchio, è stato fatto oggetto del medesimo linciaggio morale e professionale, dimenticando anche in questo caso, come un avvocato sia sempre il tutore e il difensore dei diritti del proprio assistito, imputato o persona offesa che sia, e legittimo portatore di una aspettativa di giustizia e di legalità e dimenticando che nell'esercizio di questi fondamentali diritti, e nel rispetto di tali legittime aspettative, si fonda ogni stato democratico ed ogni convivenza civile.
L'ovvio principio che anche gli ultimi accusati dell'ultimo più spregevole delitto debbano godere, in un paese civile e democratico, del medesimo diritto di difesa, viene sempre più spesso offuscato da un sentimento che irragionevolmente confonde l'avvocato con il suo assistito, la funzione difensiva con la difesa del delitto, sovrapponendo in maniera strumentale due concetti che devono essere tenuti sempre distinti.
Occorre sottrarsi con ogni forza a questo dilagante clima di demagogia e di populismo che ormai invade la comunicazione e la cultura in ogni suo approccio ai fatti della giustizia, trasformando ogni sentimento popolare di pur legittima preoccupazione per il ripetersi di determinati fenomeni criminali, in un cieco, indistinto e diffuso desiderio di vendetta. L'avvocatura penale, da sempre sensibile a questi temi, deve impegnarsi ad affrontare questa battaglia, coinvolgendo i media, le scuole, ogni spazio di comunicazione culturale, per ricondurre il paese ad un nuovo più equilibrato e più maturo approccio ai problemi inerenti l'esercizio del diritto di difesa nel processo penale.
di Massimiliano Gobbi
www.ilcorrieredellacitta.com, 4 marzo 2015
I detenuti del Lazio sono molto colti. Tante le lauree prese direttamente dalla cella. Tra tutti spicca un detenuto di 43 anni con ben 25 anni di carcere alle spalle che, in poco tempo, è riuscito a conseguire la terza laurea in Scienze della Comunicazione dopo quelle ottenute in precedenza nelle facoltà di Economia e Commercio e Scienze Politiche.
L'uomo, da 25 anni in carcere, si è laureato con il massimo dei voti: 110 e lode presso il penitenziario di Paliano, in provincia di Frosinone. La discussione è avvenuta in videoconferenza con l'Università di Tuscia di Viterbo, mentre il detenuto si trovava nella casa circondariale di Paliano. A dare la notizia è il garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni che ha sottolineato l'unicità della storia di questo ergastolano che di fronte alla prospettiva di una "vita in cella" ha compiuto una scelta costruttiva, ha deciso di non abbandonarsi alla disperazione della cella ma ha visto nello studio l'occasione di riscatto sociale. L'ennesima conferma, ove ce ne fosse bisogno, che la criminalità si combatte anche con la cultura e l'istruzione.
Marroni spiega che, specialmente negli ultimi anni, molto è stato fatto per favorire i percorsi universitari dei detenuti: se dieci anni fa, nel 2005, i detenuti universitari laziali erano appena 17, ora sono 120. L'ergastolano è il primo laureato della casa circondariale di Paliano. Il numero dei carcerati che decidono di intraprendere un percorso di studi universitario è in aumento nel nostro Paese, anche grazie all'avvio da parte di molte carceri che decidono di avviare progetti di istruzione che vadano oltre la tradizionale formazione della scuola dell'obbligo o della scuola lavoro. I progetti di tele università - come quello ideato dal Garante del Lazio che vede impegnati via skype quattro detenuti - potrebbero dare nuove possibilità a coloro che vogliano intraprendere un percorso di studio negli anni della detenzione.
La Provincia di Como, 4 marzo 2015
Respinta la richiesta di archiviazione della Procura: "Probabile istigazione al suicidio". La compagna: "Voleva cambiare vita". "Maurizio non si sarebbe mai ucciso. Il nostro futuro era fatto di progetti e di una vita assieme", dice la fidanzata, Marta. Ma il 31 ottobre scorso il futuro di Maurizio Riunno, 28 anni di Lomazzo, si è improvvisamente coniugato in un presente di lacrime e dolore per amici e parenti.
Suicidio, caso chiuso. Aveva sentenziano la Procura, al termine di una veloce inchiesta sulla morte del giovane, trovato senza vita nella sua cella del carcere del Bassone, ucciso da un lenzuolo stretto attorno al collo. Una conclusione che il giudice delle indagini preliminari non ha condiviso, accogliendo il ricorso presentato dall'avvocato Massimo Guarisco, legale prima di Riunno e ora dei suoi familiari.
"Istigazione al suicidio" è l'ipotesi di reato sulla quale il magistrato ha ordinato di investigare. E dopotutto la stessa Procura aveva ipotizzato che il suicidio di Riunno potesse essere stato provocato, salvo poi chiedere l'archiviazione del caso per mancanza di elementi a carico di papabili sospettati.
Maurizio Riunno era entrato in carcere il 21 ottobre, arrestato con l'accusa di aver partecipato al pestaggio punitivo di Carlo Longo, 35 anni, in un bosco di Limido Comasco. Un raid al quale avrebbe partecipato anche il cugino di Riunno, ovvero Filippo Internicola, in cella perché accusato - tra l'altro - di aver partecipato all'omicidio di Ernesto Albanese a Guanzate.
Insomma, il contesto di conoscenze e relazioni è tale da far suonare più di un campanello d'allarme per quello che, a prima vista, sembrava il suicidio di un detenuto sconvolto per il suo arresto. "Ho conosciuto Maurizio 3 anni fa - ricorda ora Marta Berardinello, la fidanzata. L'ho visto in un bar ed è stato subito amore a prima vista. Volevamo sposarci Io avevo anche già comprato il vestito del matrimonio. Mancavano solo alcune formalità. Lui mi diceva che avrebbe cambiato vita".
La Nuova Sardegna, 4 marzo 2015
Il disperato appello di un ex detenuto rimasto senza famiglia e risorse economiche: "Chiedo soltanto di poter lavorare". Si chiama "inserimento lavorativo", ed è uno dei primi passi nel progetto, molto più ampio e articolato, per il recupero e reinserimento degli ex detenuti nella vita sociale. Una possibilità che viene concessa, con procedure particolari applicabili a chi ha sbagliato, ed è quanto sta chiedendo, da oltre due mesi, un giovane ex detenuto rientrato in città dopo 24 anni di carcere. Per ritrovarsi da solo, senza l'aiuto di familiari, parenti, amici, con insormontabili problemi di natura economica da affrontare giornalmente, tanto da fargli sembrare la vita da carcerato migliore che quella che affronta da libero.
Ha chiesto, senza sinora ottenerlo, l'interessamento degli assistenti sociali del Comune (a Tempio non esiste un centro di accoglienza o una associazione che segua gli ex detenuti), ma il linguaggio burocratico degli addetti al servizio hanno gettato ulteriore sconforto nell'uomo, finito per la prima volta in carcere appena diciottenne e rimesso in libertà dopo i quarantacinque. "La sua esasperazione è pari alla disperazione che mi trasmette ogni qualvolta lo incontro", afferma il suo difensore, l'avvocato Domenico Putzolu, l'unico che riesce ancora a dargli consigli e indicargli la strada da percorrere per l'inserimento sociale. In città l'intervento pubblico è demandato ai servizi sociali del Comune, che da tempo ha avviato una serie di iniziative in sintonia con l'assessorato all'ambiente e l'ufficio tecnico comunale che finanzia percorsi lavorativi destinati alle categorie "protette", tra le quali rientrano quelle previste da una serie di leggi e decreti che comprendono anche gli ex internati.
Uno dei progetti di lavoro che impiega persone disagiate e ex detenuti riguarda la sistemazione e abbellimento con fioriere e rotonde degli ingressi cittadini sulle arterie principali (sulla statale Olbia -Tempio - Sassari, nelle due direzioni), un lavoro manuale al quale aspira l'ex carcerato. Il quale riesce a tirare avanti grazie alla Caritas, che gli passa i viveri quotidiani. Stando alle sue dichiarazioni l'ex detenuto non avrebbe ottenuto molte speranze per poter essere inserito nelle liste dei lavoratori socialmente utili al pari di tantissimi altri che, come lui, hanno sbagliato e stanno faticosamente recuperando uno spazio vitale in seno alla società.
"Per tutelare il diritto al lavoro dei detenuti è necessario il concorso di tante figure professionali, che devono agire insieme, per non lasciare il percorso a metà. Infatti, il detenuto da solo, se non dotato di grandi risorse (sociali, familiari, economiche) è molto difficile che riesca a concludere il tragitto di reinserimento. Quindi vanno date in primo luogo risposte integrate e coordinate tra tutti gli operatori del privato e del pubblico, sia del Ministero della Giustizia sia degli Enti Locali, e questa è una delle sfide che, quando riesce, è dovuta spesso alla volontà e ai buoni rapporti tra operatori". Lo sostengono i responsabili di "Ristretti" e "AgeSol", due delle associazioni di ex detenuti.
www.pisatoday.it, 4 marzo 2015
La struttura, una volta sistemata con le opportune manutenzioni, ospiterà 12 pazienti provenienti dall'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino. Il sindaco Buselli: "Progetto finalmente realtà, significative ricadute sull'occupazione".
La Regione Toscana, insieme all'Asl 5 di Pisa, ha accettato la proposta di Volterra di stabilire presso l'ex padiglione Morel dell'ospedale il primo modulo residenziale sperimentale ad alta intensità assistenziale per pazienti con disturbi psichici autori di reato. Per le istituzioni tale sede è la più idonea ad ospitare i 12 pazienti che proverranno dall'Opg di Montelupo Fiorentino. L'annuncio lo ha dato il sindaco di Volterra Marco Buselli: "È una notizia che ci riempie di soddisfazione, nei mesi scorsi ci eravamo proposti alla Regione e ora questo progetto può finalmente diventare realtà con significative ricadute occupazionali sul territorio".
La residenza sorgerà al piano terra dell'edificio Morel, di proprietà dell'Asl 5, destinato fino a maggio 2014 ad area di degenza riabilitativa. La struttura, di 450 mq, sarà sottoposta a lavori di manutenzione ordinaria per l'adeguamento e la rifunzionalizzazione dei locali. Ospiterà pazienti autori di reati dimissibili dall'Opg di Montelupo Fiorentino per cui è venuta meno la necessità della misura detentiva, pur permanendo in relazione alla loro condizione clinica la necessità di misure giudiziarie di tutela. Stesso discorso per i pazienti dimissibili dalla Rems (Residenza per Esecuzione di misure di sicurezza), per cui è venuta meno la necessità della misura detentiva pur permanendo l'applicazione di misure di sicurezza.
Oltre ad essi il modulo residenziale riceverà i pazienti autori di reato provenienti dal territorio per i quali l'Autorità Giudiziaria dispone l'invio in struttura per trattamenti riabilitativi con misure di libertà vigilata attenuata, di tipo non detentivo, in alternativa al carcere o alla misura detentiva nella Rems. Per stabilire l'inserimento dei pazienti nella struttura sarà vincolante il parere del Dirigente psichiatra responsabile della struttura in accordo con l'amministrazione giudiziaria.
Il cronoprogramma per l'attivazione della struttura prevede l'adeguamento dei locali entro il 20 marzo, con l'assunzione e la formazione del personale entro il 31 marzo. La succesiva parte di pianificazione e predisposizione delle procedure e dei protocolli dovrà chiudersi entro il 31 marzo, per fare in modo che l'avvio del progetto residenziale parta il primo di aprile. Quando la struttura sarà a pieno regime saranno impiegati 6 operatori socio sanitari, 6 infermieri, 6 educatori, uno psichiatra fisso e uno part time ed uno psicologo.
Cisl: l'Opg chiuderà il 31 marzo... e gli internati?
"Il 31 marzo scade l'ultima proroga alla legge che prevede il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari. Ma dove dovrebbero essere trasferiti gli attuali internati dell'Opg?". Lo chiede il segretario della Federazione sicurezza Cisl toscana, Fabrizio Ciuffini, in una lettera aperta inviata al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi e a tutte le istituzioni, citando il caso toscano di Montelupo, ma ricordando che il problema è generale. Ciuffini spiega che "la legge ha previsto che lo Stato dichiarasse superata la funzione penitenziaria degli Opg" e che secondo la stessa legge "le regioni dovevano realizzare le nuove strutture previste, le Rems", ma che "ad oggi nonostante gli anni trascorsi e le decine di milioni di euro stanziati- le Rems non ci sono".
Così, nota Ciuffini, "emerge la solita politica all'italiana: le regioni potranno utilizzare parte degli stanziamenti previsti per realizzare le Rems, per pagare rette a strutture private". Intanto per domani il coordinamento regionale della Uil ha indetto una assemblea con tutti i lavoratori, della Polizia Penitenziaria e del Comparto Ministeri, con all'ordine del giorno l'annunciata chiusura dell'Opg di Montelupo Fiorentino "Prendiamo atto che a seguito della nostra richiesta del 20 febbraio l'amministrazione penitenziaria regionale ha aperto un tavolo permanente sulla questione con le organizzazioni sindacali del comparto. Ciò per noi è sinonimo di garanzia e di attenzione", afferma Eleuterio Grieco.
di Francesco Turchi
Il Tirreno, 4 marzo 2015
Ha eluso la sorveglianza mentre si trovava all'esterno della struttura ed è fuggito a piedi. Nel 1999 fa aveva ammazzato la madre a Prato.
Un internato dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo, Alessandro Manca, è scappato nella mattinata di martedì 3. Secondo quanto si è appreso l'uomo, un matricida 45enne, si trovava all'esterno della struttura insieme ad alcuni operatori sociali, ha eluso la sorveglianza ed è fuggito a piedi, senza usare violenza. Le forze dell'ordine hanno immediatamente fatto scattare i controlli nella zona. Manca, il 18 maggio del 1999, uccise la propria madre, Franca Fenu, nella loro abitazione a Galciana, una frazione di Prato.
All'internato era stata concessa la fine della detenzione in comunità di recupero su ordinanza del magistrato di sorveglianza di Firenze. L'uomo sarebbe stato accompagnato da tre operatori sanitari in auto in municipio per attivare alla polizia municipale i moduli necessari per la libertà vigilata. A quel punto sarebbe stato lasciato solo in auto e sarebbe fuggito.
L'uomo è alto circa 1,70, ha i capelli neri corti, indossa un giubbotto, maglia chiara a maniche lunghe, jeans e scarpe da tennis. Le ricerche sono dirette dalla polizia penitenziaria assieme alle altre forze dell'ordine e si sono concentrate nella zona di Malmantile dove sarebbe stato visto da alcune persone. Nell'aprile dello scorso anno si era già allontanato dalla comunità terapeutica "Tiziano" di Aulla (Massa). I carabinieri lo ritrovarono poi a Montecatini dopo alcuni accertamenti e in seguito a una segnalazione dell'Ufficio di sorveglianza di Firenze, che aveva ripristinato la misura detentiva dopo l'arbitrario allontanamento dalla struttura. Già nel 2004 era fuggito da una casa famiglia a Donoratico e fu ritrovato pochi giorni dopo in un fosso a San Vincenzo.
Il direttore dell'Opg, Antonella Tuoni, puntualizza: "Non si tratta di un'evasione, ma di un allontanamento. Perché la persona in questione era in "licenza finale esperimento": doveva raggiungere una comunità di recupero ed era stato assegnato agli operatori dell'Asl di Prato. Per disbrigare le pratiche burocratiche legate alla concessione della libertà vigilata, è stato accompagnato alla polizia municipale".
E mentre i suoi accompagnatori si trovavano all'interno dell'ufficio, lui è scappato: "Non è la prima volta, era già successo in passato , così come è accaduto altre volte con soggetti che hanno problemi di salute mentale. Questa persona aveva scontato la misura di sicurezza e il tribunale gli aveva concesso un periodo di prova in comunità, che può essere revocata. Ma non si tratta di una misura detentiva: semplicemente vengono fatti dei controlli saltuari dalle forze dell'ordine all'interno della comunità dove il soggetto è collocato".
Il direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario cerca di tranquillizzare la comunità: "Si tratta di un uomo che ha commesso un reato gravissimo all'interno delle mura domestiche e in occasione dei precedenti allontanamenti non ha mai commesso reati. Credo che non andrà molto lontano, è senza soldi e senza un posto dove andare".
Infine puntualizza: "L'accompagnamento in comunità viene sempre effettuato da operatori sociali, non lo facciamo noi perché trattandosi di una "licenza finale esperimento" non è più sotto il nostro controllo, almeno fino alla revoca del provvedimento".
Intanto l'avvocato Francesca Meucci di Prato, legale del matricida, spiega che "Alessandro non è pericoloso, è debole e inerme. Lo ritroveranno sicuramente a breve e non farà del male a nessuno. Come del resto è accaduto nelle altre occasioni in cui è fuggito.
Aveva da poco riallacciato i rapporti con i suoi familiari e voleva restare all'Opg invece di essere trasferito in una struttura, quella di Monte Grimano, che non riteneva idonea. Abbiamo impugnato l'ordinanza che lo riconosce socialmente pericoloso e di conseguenza proroga la misura di sicurezza, perché la perizia è stata sbrigativa e non esaustiva".
Secondo Meucci "Alessandro è uno schizofrenico paranoide e in questi anni è stato trattato in maniera non idonea, così come non è adatta la struttura che è stata individuata per ospitarlo. Siamo di fronte - conclude l'avvocato pratese - a una situazione molto complicata, ma non va fatta una "caccia al mostro".
www.gonews.it, 4 marzo 2015
Si sono conclusi sabato scorso a Montelupo F.no i lavori del XV Congresso dell'Associazione per l'iniziativa radicale "Andrea Tamburi". Il Congresso ha approvato all'unanimità (con un astenuto) una mozione generale con la quale si delinea l'impegno dei radicali fiorentini per i prossimi 12 mesi: verifica sulla reale chiusura dell'Opg di Montelupo F.no come previsto dalla Legge 81/2014; controllo delle attività della Città Metropolitana di Firenze in relazione ai diritti dei cittadini e ai servizi da essa erogati; sostegno all'impegno di Marco Pannella per la realizzazione in chiave internazionale del diritto umano alla conoscenza; incremento delle attività di lotta nonviolenta sulla giustizia giusta per lo stato di diritto contro la ragion di stato, a partire dalla situazione di illegalità delle carceri della Provincia.
Il Congresso, tenutosi presso il circolo "Il Progresso" di Montelupo, ha registrato una buona partecipazione, oltre che da parte di iscritti e simpatizzanti radicali toscani, anche della cittadinanza montelupina. Ai lavori hanno partecipato il leader dei radicali Marco Pannella, la segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, il tesoriere del Partito Radicale, Maurizio Turco, l'ex deputata radicale Maria Antonietta Farina Coscioni.
Sono intervenuti il sindaco di Montelupo, Paolo Masetti, la direttrice dell'istituto penitenziario di Firenze "Mario Gozzini", Margherita Michelini, la responsabile Politiche Sociali dell'Arci - Toscana, Chiara Salvadori, il cappellano del carcere di Sollicciano, Don Vincenzo Russo. Alla conclusione dei lavori, per le cariche statutarie, sono stati riconfermati Maurizio Buzzegoli ed Emanuele Baciocchi, rispettivamente come Segretario e Tesoriere, mentre è stato eletto come nuovo Presidente dell'Associazione, Massimo Lensi.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 4 marzo 2015
Il penitenziario deve realizzare una nuova ala da 400 posti. E l'unico spazio disponibile è quello dove giocavano i detenuti. Pallone addio, servono celle. D'altronde cos'era Free Opera, la squadra di calcio dei detenuti di Opera, se non - a partire dal nome - il paradosso di un impossibile progetto di evasione, per via sportiva, dalla routine carceraria? Così si prende atto dell'ineluttabile.
La squadra è sparita da un pezzo, adesso sparisce anche il suo campo. D'altronde il carcere in fondo a via Ripamonti scoppia, ancor più di San Vittore. Bisogna allargarlo, e stavolta ci sono i soldi per farlo. Oltre i soldi però serve lo spazio. E l'unico spazio disponibile è quello del campo da pallone. Per cui ecco la decisione; dove finora i detenuti si sfogavano inseguendo un pallone, stanno arrivando ruspe, impalcature, calcestruzzo. Dove si incrociavano dribbling e cross, sorgerà una nuova ala del grande penitenziario, destinata a ospitare 400 detenuti in più. Per giocare a pallone, si ritaglierà forse da qualche parte uno spazio per un campo da calcetto. Roba da poco.
Nelle ultime statistiche sull'affollamento carcerario, diffuse dalla presidenza della Corte d'appello il mese scorso, la situazione di Opera è fotografata con nettezza: 911 posti disponibili, ma 1.285 detenuti effettivi, pari al 41,1 per cento in più della capienza. Una situazione ancora peggiore di quella di San Vittore, che si ferma a un 29 per cento di sovraffollamento. Certo, Opera è un carcere più moderno, e alla ressa non si aggiunge il peso delle strutture fatiscenti. Ma intervenire era inevitabile, anche perché l'Italia si trova a fronteggiare il rischio di sanzioni da parte dell'Unione Europea se continuerà a non garantire lo spazio minimo vitale a ogni detenuto.
Così sta prendendo il via il progetto di ampliamento già contenuto nel "piano carceri" all'epoca del commissario straordinario Angelo Sinesio. Del piano fa parte anche la ristrutturazione dei due bracci di San Vittore chiusi ormai da quasi dieci anni, il secondo e il quarto, a lungo dati per irrecuperabili e invece destinati a tornare a nuova vita: il cantiere è destinato ad aprire tra non molto, aumentando il numero dei posti letto, e - effetto collaterale - chiudendo forse definitivamente l'interminabile dibattito sulla chiusura di San Vittore. La casa circondariale di piazza Filangieri resterà al suo posto per sempre, fino a quando la giustizia non inventerà un rimedio più umano della galera per mantenere l'ordine pubblico.
I 400 posti che sorgeranno a Opera sull'area del campo da calcio non saranno destinati a detenuti di massima sicurezza. Del resto nel piano carceri i detenuti ad alto rischio verranno destinati soprattutto nelle strutture apposite in corso di realizzazione in Sardegna, a Sassari e Cagliari. A Opera il reparto del cosiddetto 41bis resterà aperto, anche per appoggiarsi al centro clinico, ma con i numeri attuali. Addio, invece, agli ultimi emuli del Free Opera, utopia di libertà scontratasi con la dura realtà: anche perché in alcune inchieste è emerso che qualcuno dei reclusi approfittava di quei minuti in braghette corte per scambiarsi messaggi e accordi con i vecchi compari.
di Maria Scaramuzzino
Gazzetta del Sud, 4 marzo 2015
Il 27 marzo scorso alla presenza di numerose autorità venne inaugurato in pompa magna lo sportello per l'impiego creato appositamente per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. Il giorno dopo, con un'operazione simile a un blitz, la struttura venne chiusa: gli agenti di polizia penitenziaria e i carcerati vennero trasferiti nel carcere di Siano a Catanzaro. Dopo quasi un anno la casa circondariale rimane chiusa, nonostante al ministero della Giustizia non sia mai stato firmato un documento che ne decreti ufficialmente la chiusura. È l'ennesima anomalia di Lamezia, città sede di tribunale ma privata del carcere, dopo oltre un secolo di presenza sul territorio di quello che da tutti viene considerato un presidio di legalità e giustizia.
Per chiedere lumi sul silenzio tombale che da un anno è calato sulla vicenda, il comitato "Riapriamo il carcere di Lamezia" ha organizzato un sit-in per lanciare un appello a politici e istituzioni. All'invito degli addetti ai lavori hanno aderito in tanti tra politici, sindacalisti, avvocati del foro lametino. Il consigliere regionale di maggioranza Arturo Bova ha sentenziato: "La chiusura del carcere significa dare un segnale di cedimento nei confronti della criminalità organizzata. In questo anno di assoluto silenzio sulla vicenda, è stato fatto anche un grave danno all'erario. Questa struttura può accogliere detenuti speciali come i collaboratori di giustizia; la sua riapertura può rappresentare una risposta forte e decisa da parte dello Stato alla criminalità che opprime il territorio".
Damiano Bellucci, responsabile calabrese del Sappe ha rimarcato il fatto che "Lamezia è l'unica città in Calabria ad avere il tribunale e a non avere più il carcere. Si tratta di un problema politico". L'esponente del Sappe ha dichiarato che la priorità per il sindacato è quella di far funzionare il vecchio carcere, puntando a far costruire un nuovo istituto penitenziario, moderno e funzionale, adeguato alle esigenze di un territorio come quello lametino: non solo molto vasto ma a forte rischio criminalità.
Il sindaco Speranza ha ribadito: "Lasciare questa struttura inutilizzata vuol dire fare un torto alla città, oltre che contribuire a sprecare denaro pubblico. Quest'ultimo anno di silenzio sulle sorti del carcere è diventata una situazione kafkiana. È un silenzio inaccettabile". Al sit-in hanno partecipato anche Francesco Grandinetti, Paolo Mascara, Nicolino Panedigrano e Pasqualino Ruberto che sono alcuni dei candidati a sindaco per le prossime elezioni amministrative. Presenti anche il vicepresidente della Provincia di Catanzaro Vittorio Paola e il sindaco di San Pietro a Maida Pietro Putame. A guidare la delegazione degli avvocati, il presidente dell'ordine forense lametino Antonello Bevilacqua. Il vecchio carcere di San Francesco è stato realizzato più di un secolo fa all'interno del convento dei Francescani Riformati.
www.leccesette.it, 4 marzo 2015
Il sindacato Osapp torna ad alzare la voce e chiede più interventi per salvaguardare l'incolumità degli agenti che prestano servizio nei carceri pugliesi.
Gravi episodi di violenza nel carcere di Lecce: la denuncia arriva dal segretario del sindacato Osapp Pantaleo Candido che annuncia lo stato di agitazione e non esclude ulteriori iniziative di protesta da parte degli agenti di polizia penitenziaria pugliesi. Il giorno dopo la sventata evasione di un detenuto, due agenti in servizio a Borgo San Nicola sono stati aggrediti, senza per fortuna conseguenze gravi. Il primo episodio nella prima mattinata di oggi quando un detenuto ha tentato di aggredire un agente impugnando una forchetta, l'altro, più serio, è avvenuto intorno alle 9: un detenuto, riferisce Candido, ha rotto il piede del tavolo in legno presente in cella e lo ha scagliato senza motivo contro un ispettore colpendolo alla fronte: l'agente è stato trasportato in ospedale con una ambulanza del 118 con una ferita lacerocontusa molto profonda a pochi centimetri dall'occhio.
"L'assenza di un'amministrazione sta portando al collasso l'intero sistema" afferma il segretario Osapp "oggi il personale di polizia ha paura di tutto, tanto da non riuscire a capire cosa rappresenta, eppure l'85% del personale degli istituti è formato da uomini e donne che rappresentano l'istituzione e sacrificano la propria incolumità e le loro famiglie".
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