di Francesco Dandolo
Corriere del Mezzogiorno, 25 luglio 2019
Ogni tanto si torna a parlare di carcere. Lo si fa in termini drammatici, come sta accadendo in questi giorni. La sequela impressionante di suicidi all'interno di Poggioreale inquieta. Rivela quanto la privazione della libertà determini il convincimento di non valere più nulla.
Le carceri, in Campania, sono in uno stato di grave sovraffollamento e alcune case di pena soffrono per carenza d'acqua. Eppure al di là di questi eclatanti problemi, ciascuno di noi potrebbe facilmente capire la straordinaria debolezza che scaturisce dalla perdita della libertà. Debolezza accresciuta dalla solitudine, dalla consapevolezza del fallimento cui si è giunti.
Sono riflessioni che chiunque fa quando da volontario varca le soglie del carcere. E sono tanti i cittadini che si mettono a disposizione per offrire un sostegno a chi è in carcere. È un mondo di persone che non condanna ma rammenda.
L'ho scoperto quest'anno, in occasione delle lezioni di Storia che ho tenuto nel reparto di alta sicurezza del carcere di Scampia, dove si è costituito, per iniziativa della Federico II (a proposito, nello stilare le classifiche degli Atenei italiani si tiene conto di queste attività?) e del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria della Campania, il Polo universitario penitenziario.
Un'esperienza eccezionale: il procedere delle lezioni seguite con grande interesse dagli studenti, il carico di attese che ha accompagnato gli incontri, la curiosità nel voler apprendere sempre qualcosa in più, l'opportunità di parlare e di essere ascoltati, il dialogo che via via è divenuto più intenso, mi hanno dato il senso di come la cultura possa contribuire ad aiutare chi vive una situazione assai difficile.
Perché la fondamentale missione della cultura è di dare dignità a tutti. Ma soprattutto ho capito come le persone possono cambiare, se gli si offre l'opportunità. Mi ha colpito che subito dopo i primi incontri, fra gli studenti è maturata l'esigenza di fare autocritica per il tempo perduto ma allo stesso tempo ho ravvisato la contentezza di potercela ancora fare a dare una svolta alla propria esistenza. Quando la cultura entra all'interno delle carceri si applica la nostra Costituzione, laddove nell'articolo 27 si evidenzia che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
di Milvana Citter
Corriere del Veneto, 25 luglio 2019
Ha sparato e ucciso il genero per un banale litigio il 19 maggio scorso e poi ha subito confessato. Giovanni Padovan, 90 anni, è stato quindi trasferito nel carcere di Santa Bona con l'accusa di omicidio volontario. Oggi, dopo 67 giorni di carcere, è stata chiesta per lui una perizia psichiatrica per trasferirlo in una clinica. Dentro il carcere però Padovan è sereno. È il più anziano di tutti e i detenuti gli tengono compagnia. Ora lo chiamano "nonno".
Giovanni Padovan sarà sottoposto a una perizia psichiatrica. A chiederla il sostituto procuratore Davide Romanelli che intende così accertare le condizioni mentali del 90enne che, il 19 maggio scorso a Silea, durante una lite, aveva ucciso a colpi di fucile il genero Paolo Tamai. Il Gip ha accolto la richiesta della procura e ha incaricato lo psichiatra Tiziano Meneghel di visitare l'uomo che, dal giorno del delitto, è recluso nel carcere di Santa Bona, dove si è ben ambientato ed è considerato dagli altri detenuti come una specie di "nonno". All'udienza ha preso parte anche l'avvocato Stefano Pietrobon, che rappresenta la moglie e le figlie di Tamai e che ha nominato come proprio consulente lo psichiatra Paolo Citron. Lo scopo della perizia è duplice, accertare la capacità di Padovan di affrontare un processo e di intendere e volere al momento del delitto. Il 90enne, che aveva subito confessato, aveva reso dichiarazioni che, secondo gli inquirenti, potrebbero tradire una scarsa lucidità. Per questo è stato disposto l'accertamento sull'uomo che deve rispondere dell'accusa di omicidio volontario aggravato dai futili e abietti motivi.
A scatenare il delitto, sarebbero state le liti, violente e frequenti, tra l'indagato e Tamai, marito di sua figlia. E che avrebbero portato all'esito fatale il 19 maggio quando, come ha confessato Padovan difeso dall'avvocato Michele Visentin, il genero che stava strappando l'erba nel suo cortile, gli avrebbe fatto perdere il controllo: "Si è messo a lanciare erbacce e sassi nel mio giardino. Lo faceva apposta per farmi arrabbiare".
Una versione tutta da verificare. Testimoni della lite e del delitto non ce ne sono. L'unica cosa sentita distintamente dai residenti nella strada, è stato il colpo esploso dal 90enne. Perché, subito dopo aver urlato contro Tamai, Padovan sarebbe entrato in casa a prendere il suo fucile con il quale ha sparato un pallettone, di quelli usati per la caccia al cinghiale, contro il 63enne. L'uomo, colpito al volto, è morto sul colpo. Da quel giorno Padovan è in carcere, e a Santa Bona sembra stare bene. Lui, che da molti anni viveva da solo, con l'aiuto dell'unica nipote con la quale aveva rapporti e degli assistenti domiciliari, si sarebbe infatti ambientato molto bene alla vita da recluso. Gli altri detenuti lo hanno accolto come un "nonno", come conferma la nipote Mirca Amendola che gli fa visita regolarmente: "Si trova bene, gli altri carcerati lo aiutano molto".
Nonostante l'età avanzata, la reclusione in carcere era l'unica via percorribile per la procura. Impensabili gli arresti domiciliari per un uomo vedovo e solo, che ha ucciso il marito dell'unica figlia. Non solo perché per lui avrebbe significato, tornare a vivere nella casa che è stata teatro del delitto. Ma anche perché la sua presenza potrebbe innescare ritorsioni o tensioni da parte di chi si è ritrovato senza il marito o il padre. Ora però le cose potrebbero cambiare, proprio in virtù della perizia che, se dovesse accertare problemi psichiatrici, potrebbe fargli ottenere un trasferimento in una Rems, le strutture riabilitative che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici.
di Oriana Liso
La Repubblica, 25 luglio 2019
Per la prima volta nel carcere milanese i detenuti studenti hanno sostenuto l'esame di maturità dopo le lezioni tenute dai professori dell'istituto Calvino di Rozzano. E alcuni di loro sono pronti a iscriversi all'università. Due Cento e lode, tanti altri voti che non sono un numero, ma rappresentano una vittoria importante, una affermazione che dà un senso a quello che spesso è soltanto scritto nei manuali: l'obiettivo della detenzione in carcere deve essere quello della rieducazione e del reinserimento sociale dei detenuti.
A Opera, da qualche settimana, ci sono i primi detenuti diplomati all'interno della casa di reclusione alle porte di Milano: e alcuni di loro hanno già deciso che continueranno il percorso, iscrivendosi all'università. Il progetto è nato nel 2016, con l'istituzione dei primi due percorsi didattici all'interno dell'istituto, considerato una delle carceri di massima sicurezza, che ospita molti detenuti in regime di 41 bis e soprattutto detenuti con condanne definitive. Un progetto nato dalla collaborazione dell'amministrazione penitenziaria con l'istituto Calvino di Rozzano e con il Cpia 3 (il centro provinciale per l'istruzione degli adulti).
Tre anni fa, appunto, sono stati creati due indirizzi scolastici professionali di secondo grado in carcere: Enogastronomia e ospitalità alberghiera e Servizi per l'agricoltura e lo sviluppo rurale. Lezioni giornaliere, ogni pomeriggio (e anche il sabato per i corsi di cucina con la pratica), il primo biennio in un anno, gli altri due in un altro anno e, da settembre scorso, l'ultimo anno, quello della maturità. L'area pedagogica trasformata per realizzare delle classi, il personale della polizia penitenziaria che si organizza per coprire anche questi turni. Una cinquantina di studenti, dai 20 ai 60 anni, con le storie e i percorsi, fuori e dentro dal carcere, più diversi. Tanti italiani, ma anche nordafricani, romeni, albanesi, sudamericani. C'è uno studente, un uomo già avanti con gli anni, che è entrato in carcere da analfabeta, e che qui ha iniziato da zero, ha imparato a leggere e scrivere ed è arrivato alla maturità. Perché lo ha fatto? Perché voleva poter scrivere a sua moglie che lo aspetta fuori, e voleva poter leggere le sue lettere senza chiedere ai compagni di cella di farlo per lui, condividendo così quei frammenti di intimità.
Non sempre è facile frequentare le lezioni, non tutti vanno avanti. Ma un gruppo di loro ce la fa, arriva al quinto anno e, il mese scorso, all'esame di maturità. Esame uguale a tutti gli altri studenti, quelli del mondo fuori: commissione esterna, membri interni, prove nuove per tutti, con l'esame riformato. E quel risultato, festeggiato dai professori con una soddisfazione doppia. Anche vedendo le reazioni degli studenti: il pianto liberatorio del ragazzo che ha frequentato ogni giorno le lezioni, anche quando era difficile, anche quando poi studiare in cella, in mezzo agli altri, gli faceva passare la voglia. Per alcuni non è finita, adesso: in autunno ricominceranno a studiare. In cinque, infatti, hanno già detto di volersi iscrivere ai corsi universitari che la Statale organizza sempre a Opera.
A raccontare questa storia di riscatto è Lucia Ravera, docente di Francese che parla a nome di tutti i colleghi, della preside del Calvino Maria Grazia Decarolis e della coordinatrice delle attività didattiche Luisa Muratore: "Per i nostri studenti è davvero una occasione di riscatto, un momento irripetibile di orgoglio, di dignità". E a settembre si riparte, con nuove classi e nuovi studenti.
di Roberto Cavalieri*
Ristretti Orizzonti, 25 luglio 2019
In riferimento al recente fatto di cronaca che ha visto un cittadino ivoriano rendersi responsabile di fatti che hanno destato preoccupazione sociale in città, il Garante dei detenuti comunica che in data 24 luglio si è recato presso il carcere di Parma per verificare le condizioni di detenzione del paziente psichiatrico.
È stato possibile intrattenersi in un colloquio con il detenuto, giunto sabato scorso in Via Burla, nel corso del quale il recluso ha raccontato di avere ricevuto assistenza dagli operatori penitenziari ma non ancora da uno psichiatra in carcere.
Nel prendere visione dell'ordinanza di convalida di arresto in flagranza e applicazione della misura cautelare emessa dal Tribunale di Parma si è potuto apprendere che, nonostante i tentativi del giudice, non è stato possibile tradurre il detenuto presso il R.O.P. Reparto Osservazione Psichiatrica presso il carcere di Piacenza ne presso il reparto psichiatrico detentivo di Reggio Emilia in quando non vi erano disponibilità di posti.
Allo stesso modo non è stata ritenuta percorribile la misura degli arresti domiciliari presso il reparto di Diagnosi e Cura dell'Ospedale di Parma, stante per il giudice, "l'elevata pericolosità sociale" del soggetto.
La sola soluzione è stata dunque quella della carcerazione presso l'Istituto penale di Parma nel quale il Garante ha potuto verificare che non è stato ancora visitato da uno psichiatra. Solo lunedì scorso il medico del reparto ha chiesto una visita psichiatrica urgente presso il Pronto soccorso dell'Ospedale di Parma, pertanto in ambito esterno al carcere.
Si prende atto che sono trascorsi quattro giorni senza che questo malato abbia avuto alcun consulto psichiatrico in ambito detentivo. Il Garante invita l'Ausl di Parma a volere prendere, con la massima urgenza, in carico il questo paziente psichiatrico e, quindi, a dare effettivo seguito a quanto dichiarato dalla stessa azienda lo scorso 22 luglio in un comunicato stampa dove ha, correttamente, ribadito di volere garantire il diritto alla salute di questa persona anche nel contesto penitenziario. Infine si invitano le autorità sanitarie competenti ad attivare ogni possibile azione, che in casi come quello del cittadino ivoriano, possano preventivamente evitare il precipitarsi della situazione e assicurare che la detenzione di un paziente psichiatrico in un penitenziario senza il necessario presidio psichiatrico, come quello di Parma, possa rappresentare un estremo, breve e temporaneo provvedimento e non la prassi.
*Garante dei detenuti del Comune di Parma
di Marta Lazzari
semprenews.it, 25 luglio 2019
Due anni di galera. Poi la formazione, il lavoro. La possibilità di una nuova vita. La storia di Salvatore e di chi ha creduto in lui. Gli è stata data un'altra possibilità. Una giustizia che educa e accoglie è più efficace di una giustizia che vuole solo punire.
Il lavoro alla cooperativa Il Calabrone Cremona, per iniziare a pensare ad una vita futura. In una società nella quale la crisi economica e la logica competitiva penalizzano i più deboli, creando sempre più ampie sacche di emarginazione, è sempre più evidente il ruolo svolto dalle cooperative sociali per rendere efficaci percorsi di riabilitazione e inclusione.
Una delle sfide dei nostri giorni è riuscire a dare una seconda possibilità alle persone che provengono dal mondo del carcere. Un mondo costituito da individui che non hanno la voce per rivendicare i loro diritti e diventa un "pianeta di invisibili", lontano dalla società. I pregiudizi del contesto sociale nei confronti di chi ha un'esperienza carceraria pregressa, accompagnati alla progressiva deprofessionalizzazione del detenuto, contribuiscono a ridurre le possibilità di reinserimento. Eppure una giustizia che educa e accoglie è più efficace di una giustizia che vuole solo punire.
Lo sa bene Salvatore, ora dipendente della cooperativa Il Calabrone Cremona: la sua storia testimonia come l'attività lavorativa extra-carceraria sia fondamentale per un effettivo reinserimento sociale.
Una pena costruttiva - Il 18 Aprile 2017, dopo quasi due anni di reclusione, ha iniziato il percorso di formazione presso la cooperativa, grazie ad un progetto di collaborazione con la Casa Circondariale di Cremona. Salvatore era consapevole di aver sbagliato e che, se avesse voluto rialzarsi, avrebbe dovuto scontare la sua pena in modo costruttivo. Decide così di impegnarsi attivamente all'interno del carcere: "Sono diventato piantone di un altro signore che aveva una disabilità - racconta - e poi cuoco della Casa Circondariale", fino ad arrivare al progetto di formazione con la cooperativa.
Quando il detenuto si pente del suo reato, e si è certi di tale pentimento, è necessario attivare tutte le possibilità affinché possa vivere esperienze esterne al carcere. Il lavoro "fuori" è diventato un impegno per la cooperativa Il Calabrone Cremona e un'opportunità concreta, per il detenuto, per iniziare a pensare ad un reale progetto di vita futura. Ci racconta Enzo Zerbini, presidente della Cooperativa: "Oggi sono 6 le persone assunte presso la nostra azienda che provengono dall'esperienza carceraria e rappresentano il 15% del personale dipendente".
L'importanza della formazione - Prima della definitiva assunzione, sono importanti i mesi di formazione extra-carceraria: i ragazzi, provenienti dal carcere, affiancano un dipendente della cooperativa e, guidati, prendono dimestichezza con il lavoro. Salvatore, grazie al suo percorso di formazione, ha acquisito le competenze necessarie che hanno poi portato all'assunzione e, grazie al suo impegno, a febbraio ha ottenuto il contratto a tempo indeterminato. È per questo, spiega Zerbini, che "cerchiamo di offrire ogni anno la possibilità di un percorso di formazione a 3/5 detenuti. I numeri contenuti sono frutto di una scelta: dare una possibilità concreta di assunzione a coloro che hanno preso parte, con impegno, alla formazione promossa".
Una nuova vita per Salvatore - Il percorso di formazione è stato l'inizio di una nuova vita per Salvatore, che racconta: "Ero in semi libertà, uscivo la mattina alle 6.00 e rientravo alle 17.30. Andavo in cooperativa e, mentre imparavo un lavoro, mi confrontavo con il mondo esterno: per me erano momenti di aria, mi sembrava di tornare quasi alla normalità".
È così che nella cooperativa Il Calabrone Cremona, dove l'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate è l'obiettivo principale da conseguire, il lavoro è visto come alternativa tangibile alla vita in carcere ed è essenziale strumento di rieducazione e di reinserimento sociale. Un'opportunità per il detenuto di entrare in contatto con l'esterno, confrontandosi con dinamiche simili a quelle che dovrà affrontare all'uscita dal carcere. In tal senso il lavoro fuori dal carcere diventa uno strumento di preparazione graduale alla vita libera: il detenuto comincia a percepirsi utile per la società, a crearsi un sistema di relazioni, a crearsi dei punti di riferimento e a progettare una vita fuori dalla cella.
Apprendere capacità lavorative è una forma di educazione alla legalità e avere una professionalità da spendere sul mercato del lavoro, una volta fuori dal carcere, sarà la prima forma di protezione dal pericolo di recidiva e quindi anche fonte di sicurezza collettiva. È assunzione di responsabilità. "Solo l'acquisizione di capacità e competenze specifiche - sottolinea Zerbini -consentirà a coloro che hanno commesso un reato di introdursi in un mercato del lavoro che necessità sempre più di caratteristiche di specializzazione e flessibilità". A tal fine è necessario che il lavoro svolto durante la pena consista in un'attività qualificante dal punto di vista professionale, che permetta al detenuto di acquisire delle capacità lavorative spendibili sul mercato del lavoro, una volta ritornato in libertà.
Salvatore oggi ha terminato di scontare la sua pena, vive a Cremona, vicino alla cooperativa ed è ritornato ad essere una risorsa per la società: "Oggi vivo in una casa da solo, riesco a gestire tutte le spese e ho un lavoro sicuro che mi permette di stare sereno. Sì, ho toccato il fondo, ma oggi sono contento di quello che ho. Sono stato fortunato".
di Silvia Dipinto
La Repubblica, 25 luglio 2019
Abbiamo visto in anteprima la nuova biblioteca nella Casa circondariale di Bari: 7 mila libri in tutto e l'impegno quotidiano di detenuti e volontari. Dietro le sbarre, vicino alle celle, un detenuto sorride: "La lettura è l'unica evasione possibile qua dentro".
La biblioteca della sezione "Media sicurezza" profuma di legno nuovo e vernice fresca. Le mensole sono cucite su misura, in questo vecchio disimpegno un tempo adibito a deposito e ora trasformato nel piccolo incubatore di cultura e sogni per la vita che verrà. Vincenzo Leone ha 35 anni e tre figli da riabbracciare là fuori. Nella biblioteca del carcere di Bari che sarà inaugurata il prossimo autunno ha incontrato per la prima volta la psicologia.
"Leggendo questi libri ho capito quali errori ho commesso - ci racconta - Oggi mi sento un uomo diverso, voglio vivere aiutando il prossimo e gestire una cooperativa di reinserimento sociale e lavorativo per i detenuti".
Vincenzo conta uno a uno i libri catalogati negli ultimi mesi: "Sono 1.475, con gli scaffali e il pavimento ristrutturato questo posto sembra il salotto di casa". E mostra timbri e registri dei prestiti, compilati con dedizione perché neppure una pagina vada perduta.
"I detenuti della media e dell'alta sicurezza non possono incontrarsi: abbiamo quindi realizzato una biblioteca per ogni sezione - spiega Rosa Mele, l'educatrice responsabile del progetto - Ogni biblioteca è un angolo di cultura, con libri, film, dvd, audiolibri. Settemila in tutto, raccolti negli anni grazie alle donazioni di privati e associazioni e selezionati dai nostri volontari".
La storia della piccola, grande rivoluzione culturale nel carcere di Bari parte dalle date e dai numeri. Le date, innanzitutto. "L'edificio che ci ospita è del 1924 - spiega Valeria Pirè, direttrice della Casa circondariale di Bari - Non c'è un cinema, non un teatro. C'è soltanto una saletta multimediale dove facciamo tutto.
Il carcere ha molti spazi angusti, che stiamo recuperando con enormi sforzi per ricavare stanze di socialità altrimenti inesistenti". I numeri, poi. Più di 450 detenuti, a fronte di una capienza massima di 299 posti: 150 sono soggetti con patologie psichiatriche, 90 stranieri.
"Il sovraffollamento è un problema ormai cronico in Italia, ma è innegabile che stiamo vivendo uno dei periodi più critici - ammette Pirè - anche perché restiamo un punto di riferimento nel Sud Italia per la sezione sanitaria, che richiede un grande impegno di personale". E invece di poliziotti in servizio ce ne sono 50 in meno rispetto a una pianta organica già risicata: alcuni con età prossima alla pensione, costretti a fare turni massacranti.
"Nonostante le difficoltà, continuiamo a volare alto e a non fermarci ai servizi minimi essenziali - Valeria Pirè mostra le aule scuola e la falegnameria - Con questo spirito sta nascendo un vero e proprio sistema di quattro biblioteche gestito da tre associazioni e da un gruppo di detenuti volontari bibliotecari, in rete fra loro e presto collegato con il dipartimento di Scienze della formazione, psicologia e comunicazione dell'Università di Bari".
Il filo diretto con l'Ateneo è un passaggio non scontato, visto che i detenuti non possono accedere liberamente a Internet. Sarà quindi un catalogo speciale a garantire il collegamento virtuale con l'esterno per consultare l'offerta della facoltà e accedere al prestito, senza limitazioni nella scelta. Le anime volontarie delle biblioteche arrivano dal mondo di fuori e bussano alle porte del carcere il martedì e il giovedì. Hanno i nomi e i volti delle attiviste dell'associazione "Il carcere possibile", Maria Milella e Virginia Ambruosi (è la moglie dell'avvocato Giuseppe Castellaneta, che tante battaglie di civiltà ha combattuto per la dignità dei detenuti): sono state loro a donare al carcere i pc per dotare le biblioteche di un sistema informatico.
A raccogliere e selezionare i libri ci sono anche le associazioni "Insieme per ricominciare" e "Liberos", assieme a una docente del Cpia 1 di Bari, Mariangela Taccogna, che ha lanciato sui social network un appello ai donatori di testi di qualità.
Per accompagnare le volontarie nelle biblioteche (due delle quattro sono già operative, una è in ristrutturazione, l'ultima arrivata è pronta e sarà inaugurata il prossimo autunno), poliziotti e guardie organizzano i turni perfino rientrando da ferie o riposo.
"Ormai ci avvisano direttamente sul cellulare se c'è qualche inghippo - Virginia e Maria sono considerate due di famiglia - In un carcere con scarso personale e tante emergenze l'imprevisto è dietro l'angolo, ma tutti hanno a cuore il progetto". "Leggere per essere liberi" è il messaggio all'ingresso della biblioteca dell'alta sicurezza. Nella sezione in cui convivono i boss pugliesi, campani e calabresi con i condannati per traffici internazionali e associazione mafiosa, le regole sono scritte sui cartoncini colorati e ricordano che "è un diritto anche non leggere (per dovere)". Fra romanzi e saggi, spuntano le classiche, intramontabili enciclopedie.
"I detenuti sono fra i pochi cui le enciclopedie sono ancora davvero indispensabili per fare una ricerca - riflettono le volontarie - essendo interdetto loro l'accesso al web". Da qualche tempo nella stanza dei libri di carta sono arrivati a gran richiesta i volumi di cucina e i dvd coi film di Checco Zalone e di Massimo Troisi. Il 19 settembre è in calendario il primo incontro con l'autore all'interno del carcere: l'hanno voluto gli stessi detenuti, che hanno letto e amato L'intestino in testa del medico barese Antonio Moschetta.
"Non solo, ci stiamo candidando a un progetto del Salone del libro che permette di adottare idealmente uno scrittore - anticipa Rosa Mele - grazie al quale potremo ospitare autori da fuori regione". Per recuperare testi in lingua per i detenuti stranieri, la direzione del carcere si è appellata al buon cuore e alla generosità delle ambasciate.
"I primi pacchi sono arrivati dall'ambasciata araba a Roma - è la soddisfazione della direttrice Pirè - Insieme con la mediazione è un passo necessario per rompere l'isolamento di chi transita dalle nostre celle e spesso non trova neppure un'altra persona della sua stessa etnia".
Il Tempo, 25 luglio 2019
Firmato il Protocollo da avvocati, Coni e Tribunali. Calcio, karate, pugilato, atletica, nuoto, vela, motociclismo, basket. Non solo sport, ma un'occasione di riscatto per i minori e i giovani adulti sottoposti a procedimento penale, che attraverso il beneficio della concessione della messa alla prova, chiesto dal difensore, possono sperimentare un percorso virtuoso finalizzato non solo all'estinzione del reato, ma raggiunto l'esito positivo della prova, il valore aggiunto delle acquisizioni delle competenze spendibili subito dopo nel mondo dell'inserimento professionale.
Il Protocollo veste la duplice funzione educativa e di inserimento sociale del minore e del giovane adulto, vuole essere una chance istituzionale concordata, di apporto di maggior senso critico del minore imputato, e di capacità dello stesso di mettersi in gioco attraverso la condivisione delle regole, del valore dell'aggregazione, della disciplina sportiva e del Fair Play. È questo il senso del Protocollo d'intesa firmato dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Roma, Coni, dal Tribunale per i minorenni di Roma, dalla Procura minorile presso il Tribunale per i minorenni di Roma e dal Centro per la Giustizia Minorile del Lazio, Abruzzo e Molise per l'inserimento di ragazzi minorenni e giovani adulti fino a 25 anni in attività sportive intese come offerta formativa e di inserimento sociale.
L'obiettivo dell'intesa realizza la ratio legis che ispira tutta la procedura penale minorile, della detenzione quale extrema ratio, volta al recupero dei giovani valorizzando le soluzioni offerte dal Sistema - Giustizia dalla fuoriuscita anticipata del circuito penale, quindi la messa alla prova di carattere sportivo. Il Protocollo quindi diventa propulsore per eccellenza delle garanzie procedurali per i minori e giovani adulti imputati nel procedimenti penali, indicati già col nostro DPR 448/88 e nella attualità anche dalla disciplina europea Direttiva U.E. 2016 n. 800.
La possibilità di accedere a questo tipo di offerta formativa di carattere sportivo naturalmente dovrà essere valutata caso per caso a seconda del profilo personologico del giovane imputato. Difensore, giudici, servizi, e coni task force a servizio del recupero del minore. In caso di esito positivo, lo Stato e la Società civile potranno riappropriarsi di un cittadino più consapevole e responsabile, oltretutto con un'evidente riduzione dei costi di giustizia.
"La pena tende alla rieducazione del condannato, recita la nostra Carta fondamentale - commenta il Presidente del Coa Antonino Galletti - ma non c'è solo la pena, specialmente quando ci si occupa di minori. E allora davvero l'attività sportiva può divenire un elemento rieducativo e formativo straordinario, che aiuti ad acquisire comportamenti e regole e sia di supporto all'inserimento o al reinserimento sociale del giovane. Un'alternativa vera, concreta ai circuiti devianti".
La firma del Protocollo è stata fortemente voluta dalla Commissione Attività Sportive del Coa, con delega di fattibilità del Progetto all'Avv. Gerardina Gargiulo, coordinata dal Vice Presidente Mauro Mazzoni, che spiega: "È l'idea stessa dell'attività sportiva, con le sue regole, col suo carattere partecipativo, a rappresentare un ambito di recupero sociale del giovane, insegnando comportamenti rispettosi di sé e dell'altro e favorendo l'acquisizione di competenze che incidono sull'autostima, sottraendo il ragazzo a un destino di esclusione e pregiudizi.
Dove la vittoria più grande resta la possibilità che il minore saluti concretamente il circuito penale così da realizzare il principio cardine della Carta dei diritti dei ragazzi allo sport che è il diritto a non essere sempre un campione. Il progetto si inserisce nell'ambito delle iniziative del Coa Roma tese al recupero di chi cerca di rimediare ai propri errori. Fra queste ricordiamo - per i maggiorenni - i corsi universitari organizzati in collaborazione con le tre università romane e la Casa Circondariale di Rebibbia. C'è vita oltre le sbarre".
di Maria Corbi
La Stampa, 25 luglio 2019
Storia di Davide, chef del primo ristorante d'Europa nato dentro un carcere, a Bollate. Davide, una testa di capelli color platino, arriva dalla scuola di cucina Alma di Gualtiero Marchesi. "Ma non chiamatemi chef", dice con un po' di tristezza che vela gli occhi inquieti. Geloso delle sue ricette, alla fine acconsente di condividerne qualcuna. La sera, finito il lavoro, Davide rientra nella sua cella. Lui, come tutti qui, ha l'articolo 21, ossia il permesso di lavorare all'esterno che si può ottenere dopo aver scontato gran parte della condanna.
Vuole parlare della sua storia adesso, non del passato, del "prima", quando la vita non aveva sbarre a nascondere il cielo. Il suo sogno è sempre stato lo stesso: cucinare. Inventare ricette, amalgamare gusti e colori, usare la creatività tra fornelli e ingredienti, orgoglioso delle sue creazioni come "l'Ombrina label rouge in gazpacho" o "la mousse di after eight al cioccolato bianco". O il tortino "variazione al cioccolato".
Sono solo alcuni dei piatti in menù nel primo ristorante nato in un carcere in Europa, "InGalera", a Bollate, istituto penitenziario di eccellenza, "stellato", come dice giocando sul riconoscimento Michelin, Silvia Polleri, anima di questo progetto e presidente della cooperativa sociale Abc, La Sapienza in Tavola.
Tutto inizia nel 2004, quando organizza con i detenuti un servizio di catering. E i clienti non mancano. Si preparano pranzi, cene, feste di anniversario, cocktail aziendali per privati e per aziende pubbliche. Un successo. Sono tanti i detenuti che vogliono partecipare. E imparare. Tanto che, nel 2012, si apre una scuola con l'aiuto dell'Istituto alberghiero Paolo Frisi.
L'obiettivo è creare professionalità da spendere una volta scontata la pena. Ma Silvia non si accontenta e inizia a pensare in grande, a un ristorante vero e proprio, in carcere. Le difficoltà sono enormi, burocratiche, legali, culturali, economiche, ma alla fine ce la fa grazie a una direzione del carcere illuminata ma anche a sponsor privati. Così eccoci in questo spazio dentro il perimetro del carcere, appena fuori il grande portone che si chiude sulla libertà. Alle pareti i manifesti di film "in tema". Fuga per la vittoria, Le ali della libertà, Fuga da Alcatraz.
Perché questo vuole essere un luogo dove non ci si piange addosso. Anzi. Tanto che vengono organizzate serate "a tema" come le "cene con delitto". "Dove se non qui?", scherza la Polleri che sprizza energia e ottimismo. Ma ha anche il piglio di una "madre" severa, attenta ai suoi "dipendenti", tutti detenuti del carcere. Vietato deluderla. Davide lo sa. Dodici di loro sono in esecuzione di pena e 2 in affido al territorio. "Assunti regolarmente", precisa.
Qui non si educano solo i detenuti ma anche i clienti che si confrontano con un tema, quello delle pene e della detenzione, troppo spesso lasciato in balia dell'emotività e della rabbia. "Speriamo che questa osmosi tra dentro e fuori riesca a far capire che perla società è più utile rieducare che abbandonare chi sbaglia", dice ancora Silvia. E basta qualche numero a dimostrarlo: a Bollate il tasso di recidiva è del 17 per cento, contro il 70 per cento nazionale.
di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 25 luglio 2019
Ieri sera l'Osteria degli uccelli in gabbia nel carcere di Rebibbia a Roma ha avuto un ospite d'eccezione: Sergio Mattarella. Al presidente della Repubblica, ha raccontato all'AdnKronos il presidente della cooperativa promotrice del progetto, Luciano Pantarotto, è stata servita una lunga lista di pietanze, a partire da un mantecato di baccalà e patate con polvere di taggiasche e uno sformato di triglia con patate e cipolla rossa. A seguire, gnocchi alla romana di semolino gratinati al pecorino con amatriciana di pesce spada e tortino di spigola con purea di ceci, funghi porcini e finferli. Dulcis in fundo, cheesecake di lamponi con crema allo strega e "caffè Galeotto", così denominato perché torrefatto tra le stesse mura dell'istituto penitenziario. Il Capo dello Stato sarà accompagnato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
La notizia della visita è arrivata alla cooperativa una settimana fa: "Abbiamo saputo dalla direttrice che il Presidente sarebbe venuto a trovarci, e l'amministrazione penitenziaria ci ha chiesto di preparare la cena per l'occasione", ha ricordato il presidente di Men at Work. Ma l'Osteria, aperta da circa un mese e mezzo, ha una storia che nasce da lontano: "Il progetto nasce da un lavoro iniziato nel 2003 - ha continuato Pantarotto - un mese fa abbiamo lanciato l'idea di un'osteria all'interno del carcere, come già fatto in altri istituti. Il progetto rappresenta un'opportunità di lavoro per i detenuti e per i soci della cooperativa, che sono persone in esecuzione penale. L'Osteria nasce anche per portare la gente all'interno dell'Istituto, per far vedere in azione delle persone che hanno sbagliato e che stanno scontando una pena: il lavoro, per noi, è un fattore di reinserimento per i detenuti, una scommessa di rientro nella società con dignità". "Esiste un'emergenza lavoro all'interno degli istituti di pena - ha evidenziato l'organizzatore -, solo il 30% delle 60mila persone detenute ha un lavoro, e la metà collabora con l'amministrazione penitenziaria".
L'Osteria offre a chiunque sia interessato l'opportunità di prenotare una cena nel cuore di Rebibbia, in quella che viene comunemente chiamata 'area verdè: un giardino all'aperto al centro dell'istituto intorno al quale si ergono le sezioni detentive. "È dove i detenuti normalmente incontrano le loro famiglie, dove ospitiamo le visite quando ci sono dei bambini", ha detto Pantarotto.
E i 60 coperti che l'area riesce ad ospitare non sembrano mai bastare per la grande richiesta di prenotazioni che la cooperativa riceve ogni venerdì: "Facciamo sempre il tutto esaurito, anzi, c'è un vero e proprio problema di overbooking", ha continuato il presidente di Men at Work. "Dopodomani abbiamo 68 prenotazioni. Ad agosto ci prenderemo una pausa, ma da settembre siamo pronti a ripartire".
"Progetti come questi - ha concluso - si riescono a fare quando c'è collaborazione con l'amministrazione penitenziaria e la direzione. Ci troviamo in una fase di sovraffollamento delle carceri e di carenza di personale, bisogna gestire molte persone che entrano in orario extra attività, quando tutto si interrompe ed il personale torna a casa.
Siamo riusciti nel nostro intento anche grazie alla comandante ed alla direttrice, che hanno compreso la bontà del progetto e la sua importanza culturale. Spesso si presenta un'immagine distorta del carcere senza rendersi conto che si sta parlando di persone con voglia di ricominciare, che prima o poi usciranno dalle mura degli istituti: sta a noi riuscire a renderle migliori".
di Antonio Pintori
L'Unione Sarda, 25 luglio 2019
È in programma per sabato alle 19, nella sala conferenze del municipio di Ales (SS), la cerimonia di premiazione del terzo concorso di pittura "Peppinetto Boy", organizzato dall'associazione culturale "Casa Natale Antonio Gramsci", sempre di Ales. "Il tema del concorso, Gramsci visto da dietro le sbarre, ha coinvolto ancora una volta detenuti da tutta Italia", ha spiegato Alberto Coni, presidente dell'Associazione Casa Natale Antonio Gramsci. "Tramite questo concorso abbiamo messo in rapporto l'esperienza della detenzione di Gramsci con quella dei detenuti che popolano le carceri italiane. L'iniziativa si aggiunge ai progetti rieducativi e culturali che offrono a chi è ristretto in carcere la possibilità di evadere mentalmente dalla propria routine quotidiana".
Sempre Coni ha aggiunto: "Le opere sono state giudicate, oltre che per tecnica e il messaggio, con la considerazione che i partecipanti non sono artisti professionisti, ma sottoposti ai limiti del regime carcerario e che non tutti hanno ricevuto un'adeguata informazione e i mezzi necessari a svolgere il lavoro richiesto per il concorso". Nella giuria il presidente Paolo Sirena, direttore generale della Fondazione Meta di Alghero, il pittore Alberto Scalas e l'artista Massimo Spiga. 110 le opere arrivate da venti istituti di pena italiani. Sabato pomeriggio alla cerimonia di premiazione interverranno Paolo Sirena, che illustrerà i lavori premiati e le motivazioni della giuria, e Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e direttore della rivista di educazione e formazione "Cercare".
- Saluzzo (Cn): "Destini incrociati", dai laboratori nei penitenziari 7 spettacoli teatrali
- Malvaldi: "Io e Glay, scrittore assassino. Il nostro libro civile"
- Cybersecurity: nasce il "fortino" della sicurezza
- Cannabis terapeutica insufficiente, Coldiretti si propone per coltivarla
- Quando la religione serve al potere









