di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 marzo 2015
La Corte costituzionale "apre" sull'archiviazione per tenuità del fatto. Mentre il Governo si appresta ad approvare definitivamente il decreto legislativo con la nuova possibilità di archiviazione in caso di non abitualità della condotta e di sua limitata portata offensiva, la Consulta, con la sentenza n. 25, depositata l'altro ieri, ha da una parte respinto perché inammissibile la questione sollevata dal giudice unico di Brindisi sull'estensione ai reati di competenza del tribunale della causa di non procedibilità prevista per gli illeciti di competenza del giudice dipace, ma, nello stesso tempo, ha anche spiegato, in un passaggio della pronuncia, che il legislatore è libero di procedere diversamente.
Il giudice unico di Brindisi avrebbe voluto dalla Corte un giudizio additivo, ammettendo l'estensione ai procedimenti penali di competenza del tribunale la formula di esclusione della procedibilità per la "particolare tenuità del fatto", prevista dall'articolo 34 del decreto legislativo n. 274 del 2000, che detta disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace. Per il giudice non si sarebbe dovuto procedere a fronte di un furto di modestissima rilevanza avvenuto in un supermercato.
Tuttavia l'ordinanza di rimessione non è stata, nella valutazione della Corte costituzionale, in grado di chiarire elementi chiave come l'occasionalità del fatto, il grado di colpevolezza dell'imputato e il pregiudizio che il proseguimento del procedimento gli avrebbe provocato. Ragioni che non rendono chiara la rilevanza della questione nel caso specifico e che portano la Consulta a giudicare inammissibile la questione.
Non prima però di avere svolto alcune considerazioni che, nella fase data, assumono rilevanza. Scrive infatti il giudice relatore Giorgio Lattanzi che "certo, il legislatore ben può introdurre una causa di proscioglimento per la "particolare tenuità del fatto" strutturata diversamente e senza richiedere tutte le condizioni previste dall'articolo 34 del dlgs n. 274 del 2000, ed è quello che ha fatto con la legge 28 aprile 2014, n. 67. Con l'articolo 1, comma 1, lettera m), di tale legge, infatti, il legislatore ha conferito al Governo una delega per "escludere la punibilità di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria o con pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni, quando risulti la particolare tenuità dell'offesa e la non abitualità del comportamento".
Si tratta di una disposizione, però, assai diversa da quella dell'articolo 34, perché configura la particolare tenuità dell'offesa come una causa di non punibilità, con una formulazione che, tra l'altro, non fa riferimento al grado della colpevolezza, all'occasionalità del fatto (sostituita dalla "non abitualità del comportamento"), alla volontà della persona offesa e alle varie esigenze dell'imputato. Delega comunque poi sul punto attuata dal Governo che lo scorso 1 dicembre ha approvato in prima lettura un decreto legislativo che introduce nel Codice penale un nuovo articolo (il 131 bis) con questa nuova causa di archiviazione.
Redattore Sociale, 5 marzo 2015
Il commento di Cristina Avonto (Fiopsd) all'ipotesi avanzata dal ministro Alfano che domani incontra l'Anci: "Intento demagogico, da tempo i comuni non pensano più che la povertà estrema sia un problema di decoro urbano". Appello a Fassino: "Spieghi al governo quale è la strada giusta".
"Da tempo non vediamo più, se non in rarissimi casi, dei territori e degli amministratori locali che pensano che il problema dei senza dimora e della povertà estrema vada affrontato come un problema di decoro urbano: questo è un approccio demagogico molto lontano dalla realtà e speriamo che il presidente dell'Anci Fassino riesca a farlo capire al ministro dell'Interno e al governo". A bocciare senza mezzi termini l'intenzione del governo di pensare ad una legge contro il degrado urbano con misure severe contro l'accattonaggio e la carità molesta è Cristina Avonto, presidente della Fiopsd, la federazione italiana organismi per le persone senza dimora (che rappresenta oltre 500 servizi a loro dedicati in tutta Italia).
Una reazione, la sua, alle parole con il cui ministro dell'Interno Angelino Alfano, annunciando un suo prossimo incontro (fissato per domani) con il presidente dell'Anci Piero Fassino, ha parlato della necessità di "fare insieme una legge contro il degrado urbano e sulla sicurezza della città", nonché di "delimitare i poteri d'ordinanza dei sindaci e varare norme più severe contro comportamenti come l'accattonaggio e la carità molesta". Un incontro sul più generale tema della sicurezza, dunque, ma che riguarderà anche il decoro, il rispetto, la salvaguardia dei luoghi urbani.
"La prima impressione - dice Avonto - è che questo non sia altro che il tentativo di spostare sul diverso e sul nemico la non soluzione di problemi un po' più complessi: laddove i cittadini vivono un senso di insicurezza, il tentativo è quello di arroccarsi nel castello, ma - come avviene ormai ciclicamente - questo è un uso demagogico e strumentale da parte dei politici. Non posso immaginare infatti che persone dotate di un minimo di intelligenza possano davvero pensare questo". "Il tema del decoro urbano - racconta - è stato più volte riproposto in riferimento ai senza dimora, e abbiamo visto nel corso del tempo sindaci di sinistra e di destra che, anziché affrontare in modo progettuale i temi della povertà e della mancanza di risorse e di prospettive, ne facevano un uso demagogico e strumentale".
"Eppure - continua la presidente di Fiopsd - sono sempre meno oggi i sindaci o gli assessori che pensano di risolvere la questione ordinando alle aziende municipali dei rifiuti di sgomberare i senza dimora e i loro cartoni: al contrario, invece, si avanzano strumenti che consentano alle persone di galleggiare laddove vi siano degli incidenti di percorso, con politiche promozionali che favoriscano l'uscita da questa situazione. Stiamo incontrando grande ascolto da parte delle regioni e dei comuni, e tanti ci chiedono di essere aiutati a capire quali politiche possono implementare per affrontare questo tema".
"Ormai - spiega ancora - solo in rarissimi casi si affronta il tema della povertà come un problema di decoro urbano: gli amministratori nel quotidiano la pensano molto diversamente, sono pronti ad affrontare in tema in modo promozionale. Servono le case, i percorsi di reinserimento, la formazione anche culturale delle famiglie in difficoltà, un approccio più universalistico che affronti l'intera questione. Questa è la strada da intraprendere: ciò che grida vendetta è che esistano così tanti poveri senza che non ci siano gli strumenti per contrastare la povertà. La carità molesta, laddove esiste, è solo una conseguenza di questo".
A Fassino dunque, secondo la Fiopsd, il compito di riportare sui giusti binari il governo (peraltro impegnato con il dicastero del Lavoro e Politiche sociali nella sperimentazione della nuova carta acquisti anche per persone senza dimora). "Fassino è il sindaco di una città, Torino, che oggi è fra le più virtuose in Italia rispetto all'accompagnamento per le persone in povertà, in povertà grave, con morosità incolpevoli e via dicendo: speriamo che nell'incontro con Alfano riesca a rappresentare la voce dei territori, sempre più lontani dalla demagogia e sempre più impegnati nell'azione concreta per contrastare le situazioni di povertà".
Ansa, 5 marzo 2015
"Ci sono già stati un paio di rinvii per la chiusura degli Opg ed è chiaro che stavolta non ce ne saranno altri. Ogni Regione dovrà prendere in carico gli internati in varie forme. Le Regioni che non faranno questo percorso verranno commissariate".
Lo ha detto vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) Mauro Palma, intervenendo oggi a margine di un convegno in Consiglio regionale sulla chiusura degli Opg. Per ovviare al commissariamento, ha spiegato, "c'è la possibilità di prevedere una struttura temporanea in attesa che le strutture definitive siano completate. Le Regioni vengono commissariate se questo percorso non viene attuato".
Corleone: il 31 marzo data storica, come legge Basaglia
Una fotografia degli internati dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino che il 31 marzo chiuderà definitivamente è stata presentata questa mattina nel corso del seminario "Opg addio per sempre" che si è tenuto in Consiglio regionale ed è stato organizzato dal Garante per i diritti dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, in collaborazione con la Fondazione Giovanni Michelucci e l'Associazione di volontariato penitenziario Onlus di Firenze. "Dare un volto per raccontare una storia - ha detto Corleone.
Questo seminario è un'occasione di confronto per parlare dell'Opg, del superamento della logica manicomiale, del destino di villa Ambrogiana e delle prospettive di vita degli internati che avranno bisogno di soluzioni terapeutiche. Un compito non facile - ha aggiunto il Garante - anche dal punto di vista culturale, dobbiamo rompere la paura e superare il quesito "dove li mettiamo?". Non si parla di bestie feroci, ma di esseri umani e per ciò bisogna trovare una soluzione intelligente".
Il presidente della Toscana Enrico Rossi ha inviato un messaggio nel quale ribadisce "l'impegno della Regione a potenziare i servizi territoriali, aggiornare gli operatori, adeguare la dotazione del personale sanitario e i percorsi di dimissione dei pazienti residenti in Toscana e ad adeguare le strutture che accoglieranno i pazienti oggi internati".
Il consigliere regionale dell'Ufficio di presidenza Gian Luca Lazzeri ha portato, invece, i saluti del presidente del Consiglio regionale, Alberto Monaci. "Il 31 marzo - ha detto Lazzeri - è una data che tanto abbiamo atteso. Basta con i rinvii, anche se non siamo proprio pronti. Spetta a noi il compito di individuare le strutture che accoglieranno gli internati".
La ricerca ha analizzato i fascicoli delle presenze in istituto all'8 novembre 2014 e i nuovi ingressi fino al 31 dicembre 2014 con lo scopo di mettere in evidenza, oltre alle caratteristiche generali della popolazione detenuta, gli elementi della presa in carico da parte dei servizi sociali, i meccanismi di proroga delle misure di sicurezza, la durata della permanenza in Opg alla luce dei nuovi limiti di legge.
La parte più consistente dei 124 internati (50 pari al 40 per cento) risulta sottoposta alla misura di sicurezza dell'Opg a seguito di sentenza di proscioglimento per infermità totale di mente. Un dato interessante riguarda gli internati in proroga: trenta persone (il 24 per cento) hanno avuto proroghe delle misure di sicurezza. In tutti i casi è stata dichiarata ancora presente la pericolosità sociale e spesso è stato rilevato un aggravamento del quadro clinico.
"Un dato - ha commentato Franco Corleone - preoccupante soprattutto per la motivazione principale della proroga: l'assenza di un progetto di dimissione seguito dal fallimento della licenza finale di esperimento". "Questo - ha aggiunto il garante - deve farci riflettere. In entrambi i casi nel processo di cura e reinserimento dell'internato sono stati chiamati ad intervenire i servizi territoriali e le rems (residenze di esecuzione delle misure di sicurezza detentive) che con la chiusura degli Opg saranno protagoniste della riabilitazione e presa in carico degli internati".
Corleone ha avanzato ipotesi su criticità e carenze come le problematiche nella formazione degli operatori oppure come la difficoltà di trasmissione di conoscenza alla società civile che - ha detto - "ha subito un'overdose di spirito di chiusura mentale, adesso difficile da superare". Riguardo alla fascia di età: il 25 per cento della popolazione internata ha dai 35 ai 39 anni, il 16 per cento dai 50 ai 59 anni e il 15 per cento dai 45 ai 49 ed è composta per il 77 per cento da italiani e per il rimanente 23 per cento da stranieri (con prevalenza marocchini e albanesi).
Sono 52 gli internati provenienti dal bacino di utenza dell'Opg, dei quali 16 assegnati all'Asl di Firenze, 7 all'Asl di Pisa, 5 a quella di Prato e 5 a Lucca, 4 a Livorno, 3 all'Asl di Massa e 3 a quella di Viareggio, 2 per Asl a Siena, Pistoia, Arezzo e Grosseto, 1 ad Empoli. I reati commessi dagli internati residenti in Toscana sono per l'84 per cento reati contro la persona, di cui il 44 per cento omicidi e il 10 per cento contro il patrimonio.
La maggior parte degli ospiti di Montelupo viene da istituti penitenziari (56 per cento), il 13 per cento dalla libertà e il 20 per cento accede per aggravamento della misura di sicurezza non detentiva della libertà vigilata. Un dato significativo riguarda il 31 per cento degli internati che è ancora in attesa di giudizio ed è presente in Opg in modo provvisorio. La direttrice della struttura di Montelupo Antonella Tuoni ha sottolineato l'importanza di mantenere ciò che di positivo rimane dall'esperienza dell'Opg, "il confronto multi-professionale con la lettura del dato giudiziale, dei dati socio familiari e di quello psichiatrico".
Nel suo intervento Mauro Palma, vice capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ha ribadito "gli Opg saranno sostituiti dai servizi territoriali che prenderanno in carico gli internati e avranno l'obbligo di garantire loro il diritto alla salute". Palma ha ricordato che l'Italia è il paese europeo che spende più risorse per ogni detenuto, ma le "spende male".
Rossi: servizi territoriali potenziati per accogliere i pazienti
Il presidente della Regione Toscana conferma l'impegno della giunta per arrivare alla chiusura dell'ospedale di Montelupo entro il 31 marzo.
Opg, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi conferma "l'impegno della Regione a potenziare i servizi territoriali, aggiornare gli operatori, adeguare la dotazione del personale sanitario e i percorsi di dimissione dei pazienti residenti in Toscana e ad adeguare le strutture che accoglieranno i pazienti oggi internati". È il messaggio del governatore nel convegno di questa mattina in Consiglio regionale sugli ospedali psichiatrici giudiziari.
Il garante regionale dei detenuti Franco Corleone ha detto: "Questo seminario è un'occasione di confronto per parlare dell'Opg, del superamento della logica manicomiale, del destino di villa Ambrogiana e delle prospettive di vita degli internati che avranno bisogno di soluzioni terapeutiche. Un compito non facile anche dal punto di vista culturale, dobbiamo rompere la paura e superare il quesito 'dove li mettiamo?' Non si parla di bestie feroci, ma di esseri umani e per ciò bisogna trovare una soluzione intelligente".
Gazzarri: no a soluzioni semplicistiche
"A pochi giorni dalla chiusura dell'Opg trovo estremamente preoccupante che ancora non sia chiara la futura collocazione del detenuti. È inammissibile che il problema possa ritenersi risolto con lo spostamento di 12 di loro dalla struttura di Montelupo Fiorentino a quella di Volterra e per i restanti 18 non aver previsto ad oggi alcuna destinazione certa. Serve una soluzione univoca che non passi dalla soluzione semplicistica di dislocarli dove capita".
Lo afferma il capogruppo di Popolo Toscano in Consiglio regionale Marta Gazzarri, sulla chiusura dell'Opg di Montelupo. "Dobbiamo poter creare un'unica residenza sanitaria nella nostra regione - aggiunge Gazzarri in una nota - sulla quale investire. Solo così verranno razionalizzati i costi valorizzando un'unica struttura di eccellenza per la Toscana". Per Gazzarri occorre "guardare ad una soluzione che punti ad assicurare un percorso di qualità per quei pazienti che devono intraprendere un lungo cammino di reinserimento nella comunità. Questa deve essere la priorità".
Nascosti: improbabile chiusura Montelupo il 31 marzo
Sulla chiusura dell'Opg di Montelupo fiorentino "mi pare difficile che le parole del presidente Rossi si traducano in realtà, proprio perché la Regione dall'ultimo proroga ad oggi, non ha compiuto alcun passo verso la soluzione dell'annosa questione della struttura dell'Ospedale psichiatrico giudiziario". Lo afferma il consigliere regionale Fi Nicola Nascosti.
"Circa la paventata chiusura entro la fine del corrente mese - aggiunge in una nota - non sembra che sia stato raggiunto neppure un accordo operativo definitivo. In particolare, resta oscuro il come si intende procedere, considerato che i progetti d'inserimento dei pazienti di cui tanto si è parlato, non si sono in alcun caso concretizzati".
Per nascosti "i soggetti ristretti presso l'Opg sono da considerarsi in prima istanza dei malati, anche gravi o comunque portatori di sospetti disturbi psichici. Il principio generale imposto dalla legge tuttora vigente è quello che devono essere trattati e custoditi all'interno di strutture sanitarie e non carcerarie, sia pure con le cautele relative a quello zoccolo duro di patologie che necessitano di particolari vigilanze e attenzione".
"Nella situazione attuale - conclude - non esistono sul territorio toscano strutture in grado di poter ospitare questi pazienti cosi come prevede la legge. Ne consegue l'inderogabile necessità di procedere ad una ulteriore proroga auspicando che nelle more si arrivi finalmente ad una soluzione dignitosa per questi cittadini".
Lazzeri: Villa Ambrogiana sia istituto attenuato
"La sorte del dopo Opg di Montelupo viaggia ancora su un doppio binario: mentre la data di chiusura è ormai fissata per il 31 marzo ancora non si sa quale sarà la sistemazione per buona parte dei 48 pazienti toscani e delle oltre 80 guardie penitenziarie, che insieme ad altri 9 fra amministrativi e assistenti pedagogici, si trova nei reparti della struttura".
Lo afferma il consigliere regionale di Più Toscana Gian Luca Lazzeri a margine del convegno "Opg addio, per sempre". "Sulla futura destinazione dell'immobile - aggiunge in una nota - la mia posizione non cambia: nella villa dell'Ambrogiana la Regione avrebbe potuto dirigere la partita per realizzare un carcere attenuato per i detenuti in attesa di giudizio che solo a Firenze superano quota 300: in pratica un terzo degli internati nel carcere di Sollicciano che ospita 1200 persone a fronte di una capienza di 1.000".
Adnkronos, 5 marzo 2015
"Vediamo realizzare un sogno". Luciana Delle Donne, fondatrice della cooperativa no profit Officina Creativa, è entusiasta del progetto che ha coinvolto donne detenute in diversi penitenziari italiani nella realizzazione di 380mila braccialetti sartoriali "Made in Carcere", che è possibile acquistare nei negozi Conad in tutto il territorio nazionale in occasione della festa dell'8 marzo. Un'iniziativa solidale a sostegno delle donne che vogliono lasciarsi alle spalle un passato difficile.
"È un progetto molto ambizioso perché il nostro desiderio è quello di far lavorare in Italia quante più carceri femminili possibili - spiega Delle Donne all'Adnkronos. È stata una bellissima esperienza perché si vede proprio quanto l'essere umano ha bisogno di lavorare e di ricostruire la propria dignità. Per me è una palestra di vita continua". Attraverso il marchio Sigillo, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria certifica la qualità e l'eticità dei braccialetti e di tutto ciò che è realizzato all'interno delle sezioni femminili di alcuni istituti penitenziari.
Perché il braccialetto? "Oggi tutti al polso vogliono avere qualcosa di colorato. Possedere un braccialetto "Made in Carcere" significa scegliere di sostenere un approccio etico, sociale e ambientale importante. I tessuti infatti sono per la maggior parte recuperati - spiega Delle Donne - E poi i braccialetti sono bellissimi: fatti in lycra, colorati ed elastici, hanno mille usi. Possono essere indossati ma possono anche fermare il pacco della pasta o essere usati come fermacapelli".
"Officina Creativa" collabora con diverse aziende italiane, come il consorzio Mare di Moda e in particolare Carvico spa., particolarmente sensibili alle tematiche sociali e ambientali, che offrono le rimanenze della propria produzione tessile. "A me piace dire: tu di che colore sei? - dice la fondatrice di "Officina Creativa". Ogni giorno ci si sente di un colore diverso e trasferire questa emozione cromatica secondo me è importante. Visto che siamo diventati poveri e abbiamo bisogno di arricchirci con le emozioni, allora ricordiamoci che il colore è un'emozione. Se io oggi mi sento fucsia, do un segnale di positività. I ragazzi sono molto attratti dai braccialetti e ne collezionano di tutti i colori".
Il ricavato della vendita andrà alle donne detenute e all'associazione "D.i.re". Donne in rete contro la violenza. Ma non finisce qui. Luciana Delle Donne infatti anticipa che in programma c'è la realizzazione da parte delle detenute anche di 12mila tovagliette che verranno distribuite sempre dalla stessa catena di supermercati. Quanto all'imminenza dell'8 marzo, colpisce "la reazione sui social - conclude. Tutte dicono, infatti, 'quest'anno non vogliamo mimose ma il braccialetto Made in Carcere".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 5 marzo 2015
La procura di Firenze che condusse nel 2008 l'operazione premium da cui scaturì l'arresto di 17 persone - tra le quali Niki Aprile Gatti, morto nel carcere di Sollicciano in circostanze poco chiare - non aveva competenza sul caso. È quello che è emerso durante l'udienza preliminare della settimana scorsa celebrata dopo ben sette anni dagli arresti preventivi.
Un caso clamoroso: i pm fiorentini che nel 2008 spedirono in custodia cautelare decine di indagati - tra i quali pezzi grossi come Piero Mancini, allora presidente dell'Arezzo e imprenditore di successo, e Giovanni Cappietti - non avevano competenza sul caso: spettava invece al la procura di Arezzo occuparsi della presunta associazione a delinquere finalizzata alle truffe telematiche con i numeri 899.
Una vicenda inquietante, un tortuoso percorso giudiziario dalle tinte fosche se si pensa che nell'ambito di quella inchiesta muore Niki Aprile Gatti.
Noi de Il Garantista abbiamo raggiunto Ornella Gemini - la madre del ragazzo che da anni lotta per avere verità e giustizia - e commenta la notizia con dolore: "Apprendo che i giudici fiorentini nemmeno dovevano aprire l'inchiesta per cui Niki era indagato, apprendo che eventualmente la procura doveva essere quella di Arezzo, apprendo che riparte tutto da lì e che tutto ciò che si è svolto è stato azzerato!".
Ornella Gemini a questo punto continua con dolore e rabbia : "Azzerato? Hanno azzerato anche mio figlio portandolo a Firenze. Ma a questo punto mi domando se mio figlio a Sollicciano ci doveva stare, oppure non era il carcere di competenza? Hanno azzerato il riciclaggio di denaro sporco a favore di un'associazione mafiosa, azzerato tutto. Si riparte da zero. Come si azzerano i presunti contatti con la mafia?".
La madre di Niki non si dà pace: "Da zero? E mio figlio che era in custodia "cautelare" come è stato cautelato dallo stato Italiano? Portandolo in un carcere duro e "lasciandogli" i lacci? Consegnandogli un telegramma che non avrebbero dovuto ricevere visto che era in isolamento? Affiancandogli un avvocato che nulla aveva a che fare con il nostro contesto? Mettendolo in cella da incensurato con due detenuti ad alta pericolosità?
Non consentendogli di fatto i contatti con la famiglia? Cosa devo pensare. che se si fosse avvalso della facoltà di non rispondere oggi sarebbe vivo? Devo pensare che è stato tutto un errore e che tutto verrà archiviato o prescritto? E perché hanno svaligiato il suo appartamento dopo la morte, queste persone cosa cercavano?".
Ornella continua: "Che azzerassero allora anche le archiviazioni per suicidio! Visto che mio figlio mai si sarebbe suicidato, devo pensare che non sono stati valutati a Firenze tutti gli elementi che avevano a disposizione?". E conclude: "Non ci ho creduto neppure per un attimo, così come non lo crede chi ha conosciuto Niki in vita e chi ha avuto modo di conoscere la sua vicenda attraverso il suo blog. Cosa devo pensare che ho perso un figlio che era la mia vita per errore? Sono pronta ad azzerare tutto, fatemi tornare a casa mio figlio, una casa in cui dal 24 giugno 2008 non si vive più!".
La vicenda di Niki Aprile Gatti è piena di ombre. Muore all'età di 26 anni nel carcere di Sollicciano il 24 giugno del 2008, all'interno della cella numero 10, IV sezione. Era in carcerazione preventiva da appena quattro giorni. Ufficialmente si sarebbe suicidato con un laccio delle sue scarpe annodato alla grata della finestra del bagno.
Ma per i familiari ci sono elementi e discordanze che fanno pensare a un suicidio simulato: il verbale del carcere attesta un sereno dialogo tra Niki e un agente alle ore 10 del 24 giugno, stessa ora e data in cui la perizia indica la morte di Niki; c'è il dubbio sul fatto che un laccio di scarpe possa sorreggere il peso di un uomo di 92 chilogrammi; ci sono testimonianze discordanti dei due compagni di cella; c'è la presenza illegittima dei lacci di scarpe nella cella con due detenuti autolesionisti e ad alta sorveglianza; l'autopsia in un primo momento parla di impiccagione con strisce di jeans, nonostante l'evidenza del segno sottilissimo sul collo e la restituzione dei medesimi pantaloni intatti.
Niki Aprile Gatti viene arrestato il 19 giugno del 2008 a San Marino, insieme ad altre diciassette persone, con l'accusa di presunta frode informatica nell'ambito dell'inchiesta Premium: incriminate la Oscorp SpA (dove lavorava Niki), Orange, OT&T e Tms, tutte residenti a San Marino; la Fly Net di Piero Mancini, Presidente dell'Arezzo Calcio, più altre "società offshore" con sede a Londra.
L'inchiesta Premium è stata avviata grazie alle denunce di migliaia di utenti di Firenze e Arezzo truffati a causa della tariffa maggiorata degli 899 o attraverso connessioni illegali a internet. Tale inchiesta si è andata a intrecciare ad altre indagini che approdano al filone perugino legato alle dichiarazioni del pluri-pentito - e molto spesso smentito per le sue dichiarazioni fasulle - Salvatore Menzo: mafia, broker che viaggiavano tra Londra e l'Italia, business di compagnie telefoniche, odore di riciclaggio di denaro sporco tramite società finanziarie, omicidi, conoscenze importanti come un esponente importante della Guardia di Finanza. Uno degli indagati dell'inchiesta Premium era stato intercettato mentre parlava con il mafioso Salvatore Menzo per aiutarlo a riciclare il denaro - si parla di 55 milioni di euro - tramite lo Stato di San Marino.
Niki Aprile Gatti non viene trasferito al carcere di Rimini così come avviene per gli altri 17 arrestati, ma, solo fra tutti, presso quello di Sollicciano.
Al termine dell'interrogatorio di garanzia, Niki è l'unico tra gli indagati a non avvalersi della facoltà di non rispondere. Si dichiara innocente e vuole uscire dal carcere al più presto. Nonostante ciò, gli viene confermata la custodia cautelare: poche ore più tardi, nella mattinata di martedì 24 giugno 2008, Niki viene trovato morto dai suoi compagni di stanza.
La madre, Ornella Gemini, viene avvisata direttamente sul suo cellulare: rito inusuale e senza rispetto del protocollo. Niki, secondo i familiari e gli avvocati, è stato ucciso proprio perché, da innocente, forse poteva rivelare alcuni elementi che avrebbero potuto creare enormi problemi.
Il Magistrato Lupi ha archiviato definitivamente la morte di Niki come suicidio. Ma senza chiarire le contraddizioni ben esposte dall'opposizione fatta dai familiari della vittima. La prima opposizione fatta dalla famiglia, tra l'altro, sparì misteriosamente nei meandri della Procura. Così come sparirono i computer nell'appartamento di Niki a San Marino e che non furono mai sequestrati dalla Procura di Firenze: ma Niki non era stato arrestato e rinchiuso preventivamente in galera proprio per reati informatici? Ad oggi, domande senza risposta e con un'altra inquietante notizia: la Procura di Firenze non era di competenza e il processo si è azzerato. La prescrizione è vicina.
di Valter Vecellio
Notizie Radicali, 5 marzo 2015
Vale la pena, letterale, di sfogliare la relazione annuale presentata dalla Direzione Generale del ministero della Giustizia per il contenzioso e per i diritti umani si evince che "la materia dei ritardi della giustizia ordinaria costituisce la gran parte del contenzioso seguito. Per altro il numero e l'entità delle condanne rappresentano annualmente una voce importante del passivo del bilancio della Giustizia, voce la cui eliminazione dovrebbe porsi come prioritario obiettivo dell'amministrazione".
In soldoni: irragionevole durata dei processi, più volte denunciata dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano; denuncia che Marco Pannella e i radicali hanno trasformato in vero e proprio programma politico. In soldoni, s'è detto, perché concretamente di soldi si tratta, anche: la relazione quantifica una cifra che, puntualmente, di anno in anno diventa sempre più ingente. Solo per i risarcimenti legati alla ragionevole durata dei processi, lo Stato italiano ha "un debito che a metà del 2014 ammontava ad oltre 400 milioni di euro". Una cifra a cui vanno ulteriormente aggiunti vari milioni di euro di risarcimento per altri danni causati dalla magistratura italiana ai cittadini, tra cui l'ingiusta detenzione o l'errore giudiziario.
Oltre all'ammontare del debito dovuto dallo Stato per i processi lumaca, nel solo 2014 a questa cifra si sono aggiunti "mille ricorsi presentati alla Corte europea dei diritti dell'uomo per lamentare il pagamento ritardato degli indennizzi" già fissati per i cittadini che hanno subito un danno per l'eccessivo ritardo dei processi. Pur non quantificando gli eventuali risarcimenti dovuti né la loro conclusione, la relazione certifica che nel 2014 sono stati presentati 37 nuovi ricorsi per la responsabilità civile dei magistrati (ancora regolamentati dalla vecchia legge). Questi ricorsi vanno a sommarsi agli oltre tremila ricorsi presentati tra il 1989 e il 2012.
Bisogna passare ad un'altra relazione di un'altra direzione generale, quella dei servizi del Tesoro che si occupa materialmente di liquidare i risarcimenti pecuniari, per comprendere quanto sia enorme la piaga degli errori giudiziari in Italia. Nel 2014 si è registrato per gli indennizzi di questi casi un vero e proprio record: dai 4mila euro del 2013 per 4 casi di errore agli 1,6 milioni di euro per i 17 nuovi errori giudiziari. Di questi indennizzi, in particolare, 1 milione è stato disposto come risarcimento per la vittima di un errore a Catania, mentre gli altri 600 mila euro sono andati a 12 persone di Brescia, due di Perugia, una di Milano, una di Catanzaro. Dal 1991, quando con la legge Vassalli sono stati erogati i primi risarcimenti, fino al 2012 lo Stato ha pagato 575 milioni 698 mila euro per i casi di malagiustizia. Nel solo 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3 per cento dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012 lo Stato per questo motivo ha speso 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente sbattuti dietro le sbarre negli ultimi 15 anni.
di Giuseppe Gulotta (arrestato nel 1976 per un duplice omicidio non commesso)
Panorama, 5 marzo 2015
Sono 39 anni che lo Stato Italiano mi ha distrutto e cancellato, me e la mia famiglia, con un'accusa falsa e infamante. Non avevo fatto niente e mi hanno rinchiuso in galera per 22 anni, e nel frattempo mi hanno portato via mio figlio che non ho visto crescere: non l'ho potuto rincuorare nei momenti difficili della sua vita, non l'ho potuto accompagnare a scuola, sostenere mentre la gente lo additava come figlio di un assassino; ogni volta che lo guardo negli occhi piango un dolore immenso che non si può raccontare.
Mi sembra tutto così grave, eppure a distanza di tre anni dalla mia assoluzione definitiva, altri anni persi, sono ancora una volta davanti ad altri giudici, affidato all'ennesima valutazione (questa volta devono decidere quanto vate la mia vita spezzata) e mi domando quando finirà il mio calvario, Nel mentre, ho letto della riforma della legge sulla responsabilità civile dei giudici, ferma però, mi par di capire, la responsabilità indiretta.
In sostanza, paga lo Stato in caso di errore. Per il cittadino sarà impossibile rivalersi direttamente sul giudice ritenuto responsabile di un errore di giudizio anche gravissimo: dovrà sempre ricorrere allo Stato. Lo Stato poi in presenza di determinati presupposti potrà rivalersi col giudice stesso. Di buono c'è che, rispetto al passato, dicono che le possibilità di presentare ricorso per il cittadino siano più ampie. Chissà. Spero non mi biasimerete, però, se non sono fiducioso.
di Sergio Lo Giudice (Senatore Pd)
www.huffingtonpost.it, 5 marzo 2015
Il disegno di legge che inasprisce le pene per il traffico di organi approvato oggi in Senato ci dota di uno strumento normativo in più per affrontare un problema che non possiamo più pensare che non ci riguardi.
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità tra i 63.000 reni trapiantati ogni anno, quasi il 10% viene procurato in modo illegale nei paesi poveri. Da quando le nuove terapie anti rigetto hanno reso più facili i trapianti, soprattutto di reni, si è sviluppato, a partire dall'India, un mercato illegale di organi che sfrutta la miseria dei donatori. Da allora altri paesi con forti sacche di povertà, dal Sudafrica al Brasile, sono stati investiti da questo osceno fenomeno.
Il caso della Cina è quello più inquietante. Dal 1984, la legge sull'espianto coatto di organi dai detenuti giustiziati - che dovrebbe avere cessato i suoi effetti con l'inizio del 2015 - ha tenuto elevatissimo il numero dei trapianti, più di 10.000 l'anno, con il fondato sospetto che la possibilità di rivenderne gli organi tenesse a sua volta più elevato il numero dei condannati a morte. Ma questo numero era rimasto abnorme rispetto agli standard degli altri paesi anche a fronte di una diminuzione accertata delle esecuzioni. Solo dal 2006 é nato il sospetto che in Cina potesse accadere qualcosa di ancor più terribile.
Già dal 1999, il presidente della Repubblica Popolare Cinese Jiang Zemin aveva dato avvio ad una violenta campagna di sradicamento del Falun Gong, una pratica spirituale tradizionale molto popolare, con arresti di massa degli aderenti. Il sospetto che le persone arrestate potessero essere sottoposte ad espianto del rene da vivi o essere uccise per poterne trapiantare gli organi si è trasformato in un serio allarme internazionale tanto da provocare la presa di posizione dell'Onu. La Commissione contro la tortura delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le accuse di espianto coatto di organi dai detenuti e ha invitato il governo della Repubblica popolare cinese ad aumentare il livello di rendicontabilità e trasparenza del sistema di trapianto di organi.
La persecuzione dei membri del Falun Gong è stato oggetto di una discussione in Commissione diritti umani del Senato il 19 dicembre 2013 alla presenza di David Matas, candidato al premio Nobel per la pace nel 2010, e di rappresentanti dell'associazione italiana Falun Dafa. Pochi giorni prima , il 12 dicembre il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione di denuncia e condanna della pratica di espianto da prigionieri di coscienza non consenzienti. La Commissione diritti umani del Senato ha approvato a sua volta, il 5 marzo 2014, una risoluzione sull'espianto di organi da detenuti in Cina.
Ma oggi è un'altra e più vicina la geografia dell'orrore. Il Mediterraneo, a partire dall'Egitto, sembra essere diventato il centro globale del traffico di organi. I profughi che si muovono spinti dalla disperazione da Eritrea, Sudan, Somalia e Mali pagano a volte con l'espianto di un rene il costo della migrazione verso l'Europa o verso Israele ai trafficanti sudanesi.
Giappone, Israele, Canada, Taiwan, Stati Uniti Arabia Saudita ed anche l'Italia sono i paesi da cui arriva la richiesta. Le indagini sugli sbarchi di Lampedusa hanno portato all'arresto di cinque cittadini eritrei a Roma. La magistratura italiana sta indagando su un traffico di migranti a cui sarebbero stati chiesti gli organi per coprire i costi del viaggio. Nel giugno 2013 Tauber Gedalya, un israeliano su cui pendeva un mandato di cattura internazionale emesso dal Brasile per traffico di organi umani, è stato arrestato all'aeroporto di Fiumicino.
C'è poi un altro luogo a noi vicino in questa mappa dell'orrore. A Danfuss, nell'est Ucraina, sono stati trovati in fosse comuni cadaveri privi di organi interni. Si ripete forse quello che era accaduto già nell'ex Jugoslavia, in particolare nel conflitto in Kossovo, dove, a quanto risulta, é accaduto che albanesi prelevassero ai prigionieri serbi gli organi interni per rivenderli in Europa.
Il disegno di legge, che adesso passerà alla Camera per la seconda lettura, fornirà alla nostra magistratura un nuovo strumento per aggredire il fenomeno. Speriamo che serva anche a tenere alta l'attenzione pubblica su una pratica meno lontana di quel che si pensava.
di Patrizia Penna
Quotidiano di Sicilia, 5 marzo 2015
Al 31 gennaio 2015 gli istituti penitenziari siciliani contano 5.919 detenuti (dati ministero Giustizia). Salvo Fleres, già Garante dei Detenuti: "Con i numeri ufficiali bisogna essere cauti". In Italia, dopo il diritto all'equo processo, è la seconda motivazione più ricorrente dei ricorsi alla Corte europea dei diritti dell'uomo: stiamo parlando del sovraffollamento delle carceri, un problema particolarmente sentito dal Quotidiano di Sicilia che ha affrontato spesso l'argomento, denunciando puntualmente i casi più gravi in cui la violazione dei più elementari diritti dei detenuti è sfociata nel dramma. Oggi, al netto di qualche episodio più o meno sporadico, lo scenario sembra profondamente mutato e a dircelo sono i numeri del ministero della Giustizia che fotografa lo stato degli istituti penitenziari del nostro paese al 31 gennaio 2015. Un'emergenza che sembra rientrata e che sembra essere stata scongiurata dal tanto discusso decreto svuota-carceri che l'allora ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, definì "uno strumento di grande civiltà giuridica" e che ha scongiurato il rischio per il nostro Paese di vedere accolti proprio dalla Corte di Strasburgo una pioggia di ricorsi a suo carico.
Nel caso specifico della nostra Isola, il numero dei detenuti è attualmente di 5.919 (di cui 126 donne e 1.150 stranieri). Si tratta di cifre che rientrano perfettamente nella capienza regolamentare che per i 23 istituti penitenziari isolani, si attesta a 5.927. Ben altri erano i contorni del dramma sovraffollamento nel marzo 2013, ad esempio, quando i detenuti "di troppo" erano ben 1.522. I numeri sembrano confermare che il provvedimento legislativo in questione si sia rivelato efficace. È così? Lo abbiamo chiesto a Salvo Fleres, già Garante dei diritti dei Detenuti per la Sicilia.
"La favola della capienza regolamentare e della capienza effettiva è nota da tempo e ormai non ci crede neppure chi la racconta. Il Dap fornisce dati "accomodati" che spesso non tengono conto di reparti chiusi o inagibili. E poi, il problema del sovraffollamento è solo uno dei tanti, forse persino il meno grave. La verità si può desumere soltanto se si prende in considerazione il numero delle celle effettive ed il numero dei reclusi per ciascuna cella.
Dunque, sulle cifre ufficiali ci andrei molto cauto. Così come sarei cauto sul reale rispetto dell'articolo 27 della Costituzione in tema di recupero e reinserimento. La verità è che in Sicilia non c'è il Garante e non c'è proprio perché diceva queste cose, denunciava le direzioni delle carceri che violavano la legge, gli ospedali che non facevano il loro dovere e persino i magistrati, troppo frettolosi nell'archiviazione dei casi di violenza o di suicidio dietro le sbarre. Insomma ero e sarei molto scomodo, soprattutto per chi è abituato alla vita comoda.
Chi non ha provveduto a rinnovare il Garante, o a nominarne un altro con altrettanta indipendenza e anche con un poco di coraggio, dati i potenti ed intoccabili interlocutori istituzionali, ha la responsabilità morale e politica del disastro della vita nelle carceri dell'Isola, delle inadempienze, delle violenze e dei suicidi ma ha la responsabilità, soprattutto, di aver rimesso i reclusi nelle mani della criminalità organizzata, unico loro interlocutore, dato che le istituzioni si sono dati, è il caso di dirlo, alla latitanza".
Garante detenuti: vacatio ingiustificata e paradossale
La Carta di Milano, uno dei documenti di deontologia giornalistica più recenti, ne fa il punto di riferimento irrinunciabile nel rapporto tra informazione e mondo delle carceri: parliamo del Garante dei Detenuti, una figura di tutela e garanzia dei diritti fondamentali dei detenuti, i quali prima ancora che autori di reati, devono essere visti come persone da salvaguardare poiché si trovano in una difficile fase che è quella del progressivo reinserimento nella società.
La Sicilia, che è stata tra le prime regioni d'Italia ad introdurre tale figura, oggi ne è sprovvista. La vacatio si registra dall'agosto 2013, ovvero da quando è scaduto il mandato di Salvo Fleres. La nomina, sulla base della legge regionale n. 5/2005, spetta al presidente della Regione, Rosario Crocetta, ma al momento tutto tace. Pur avendo confermato la sua disponibilità a proseguire l'incarico, Fleres non è mai riuscito ad aprire un dialogo con il governatore Crocetta. Oltre che un passo indietro nella tutela della dignità umana dei reclusi, questo silenzio disattende il decreto svuota-carceri (convertito in L. n. 10/2014) che all'art. 37 istituisce la figura del Garante nazionale il cui compito è quello di dialogare con quelli territoriali.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 5 marzo 2015
Troppi detenuti non vengono scarcerati per motivi di salute e non hanno delle strutture idonee. A denunciare questo problema non sono le solite associazioni che si occupano dei diritti, ma la giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Beatrice Crosti.
"È capitato spesso di dover tenere persone in carcere perché non si sapeva dove mandarle. Oppure di ritardare scarcerazioni per riuscire a trovare una soluzione", così la giudice Beatrice Crosti ha sintetizzato il più grosso problema del sistema penitenziario di Milano. Mancano le strutture adeguate per detenuti che hanno bisogno di un ospedalizzazione una volta usciti dal carcere, così capita che alcuni di loro, i più gravi, restino in infermeria nel penitenziario nell'attesa che si liberi un posto in qualche hospice.
È la denuncia che emerge dall'incontro "Il carcere e la città. Promuovere buoni processi di inclusione sociale e di sostegno all'autonomia", nell'ambito del Forum delle Politiche sociali del Comune di Milano. Il Tribunale dei Sorveglianza - secondo l'agenzia Redattore Sociale - fa quanto può per alleggerire con pene alternative da scontare fuori dal carcere.
E, sempre secondo la testata giornalistica sui temi sociali, i risultati sono apprezzabili: nel 2013 le richieste accolte di affidamento ai servizi sociali sono state 1.116 e 111 le respinte. Nel 2014 1.463 accolte e 100 respinte e nei primi due mesi del 2015 le richieste accolte sono state 184 e 12 respinte. Gli ultimi numeri dell'Uepe (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) di Milano indicano che i casi di affidamento sono stati 1.423, altri 820 i casi di detenzione domiciliare e 190 quelli in libertà vigilata. Numeri che evidenziano l'impegno della magistratura milanese a tenere, chi può, fuori dal carcere. Almeno quando ci sono le condizioni. I problemi sorgono anche nei confronti dei detenuti ai domiciliari: capita spesso che il ristretto a fine pena o che deve espiare a casa sua non possa rientrare nella sua vecchia abitazione perché inquilino abusivo.
E cosa accade? A spiegarlo è Alessandra Naldi, la garante dei detenuti di Milano: "Il più delle volte gli ex detenuti tornano a casa dai loro familiari, evento che spesso crea nuovi conflitti in famiglia". Per questo la giudice Crosti propone di creare "un centro di smistamento di chi va preso in carico fuori dal carcere, per evitare che si debba ricorrere sempre alla buona volontà di qualcuno o ai propri contatti". Una proposta accolta anche dalla Garante dei detenuti.
Sempre secondo i dati snocciolati da Redattore Sociale, ci sono notizie migliori invece per quanto riguarda il sovraffollamento delle carceri: "In tutte le strutture milanesi - ha spiegato il provveditore lombardo Aldo Fabozzi - sono garantiti i tre metri quadri a detenuto, in alcuni casi si arriva anche a quattro". La situazione migliorerà ulteriormente con l'aggiunta di 75 posti nel carcere di Busto Arsizio e un altro reparto a Cremona.
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