di Stefano Zurlo
Il Giornale, 3 marzo 2015
I tre anni per il risarcimento si calcolano dall'arresto: così richieste impossibili. Una legge sbandierata dal governo Renzi come una pagina di civiltà. Ma una dose di robusto scetticismo è d'obbligo dopo aver letto gli articoli della nuova norma sulla responsabilità civile dei magistrati, appena approvata dopo interminabili polemiche dentro e fuori il Palazzo.
di Errico Novi
Il Garantista, 3 marzo 2015
A voler giocare con le iperboli si potrebbe dire che De Magistris rischia di beccarsi una causa pure dall'Anm. Il sindacato delle toghe ha fatto di tutto per affermare che la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati è ingiusta, vessatoria, insomma una provocazione. Poi arriva l'ex pm di Catanzaro, oggi sindaco di Napoli, e ti rovina tutta la campagna mediatica. Come?
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 3 marzo 2015
Intervista. Fine degli Ospedali psichiatrici giudiziari. "Senza ulteriori proroghe", dal 1° aprile l'amministrazione penitenziaria inizierà "gradualmente" il trasferimento degli internati. Parla Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap.
www.ilfarmacistaonline.it, 3 marzo 2015
L'iniziativa promossa dal Comitato StopOpg è partita l'altro ieri perché la data del 31 marzo 2015 per la chiusura dei presidi "sia rispettata". Prevista una staffetta del digiuno per tutto il mese e manifestazioni in varie città italiane.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 3 marzo 2015
In 28 Istituti, il 14 per cento del totale, è presente il minerale cancerogeno fuori legge dal 1992.
C'è un killer silenzioso nei penitenziari italiani che potrebbe aver mietuto vittime a lungo termine, Parliamo dell'amianto che è presente nel 14 per cento delle carceri. A rivelarlo è una mappatura aggiornata al gennaio del 2015 in possesso del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
"Attualmente - comunica il Dap in una nota - sono in corso tutti i controlli e le opere necessarie per rimozione, smaltimento e messa in sicurezza. Il Dipartimento, in continuità con il passato, assicura massima attenzione e tempestività negli interventi futuri". Grondaie, tettoie, pannelli, cassoni, parti di impianti di depurazione, canne fumarie, manufatti all'interno dei vecchi penitenziari continuano a minacciare la salute di chi in galera sconta una pena e di chi ci lavora. Su un totale di 28 carceri è presente il minerale cancerogeno, l'eternit, usato comunemente nelle costruzioni fino al 1992, poi bandito dal nostro Paese attraverso la legge 257.
Il quadro presentato dalla mappatura risulta inquietante. Nelle carceri del Piemonte, il Dap segnala ad Alessandria coperture di un locale tecnico con lastre ondulate tipo eternit; presso il carcere di Fossano ci sono lastre di cemento-amianto ricoperte da tegole.
A Novara e presente il minerale cancerogeno utilizzato per la copertura della caserma degli agenti e della palestra dove i detenuti fanno attività. A Torino sono in corso verifiche circa il materiale utilizzato per piani interrati del carcere e della caserma, Nelle carceri della Toscana risulta quello di Grosseto con le canne fumarie rivestito di amianto; a Lucca è in corso lo smaltimento di manufatti in eternit; a Massa e a Pisa la direzione carceraria ha chiesto alla Asl la verifica della pericolosità di alcuni manufatti; a Montelupo Fiorentino dopo l'eliminazione di manufatti cancerogeni nel 2013 e stata avviata un'altra procedura di smaltimento ; a Prato sono presenti due coperture in eternit e la direzione carceraria sta valutando delle possibili soluzioni. In Umbria rimangono da risanare dei locali nella struttura carceraria di Spoleto. Nelle carceri sarde sono in corso lavori di rimozione di manufatti in amianto al carcere di Isili e Is Arenas con termine previsto entro il primo trimestre
2015; al carcere di Mamone si e in attesa del nulla osta dei Beni Culturali per la demolizione di un fabbricato e a quello di Alghero sono in fase di programmazione gli appalti per la rimozione, Nelle carceri siciliane ci sono presenze a Castelvetrano con due recipienti di eternit, a quello di Catania il minerale cancerogeno e presente in una tettoia, al carcere di Enna sono accantonati materiali da smaltire, nell'istituto dismesso di Favignana ci sono 150 pannelli in eternit; a Giarre risultano piccoli manufatti in eternit; a Noto sono presenti 10 contenitori in eternit e al carcere di Trapani c'è amianto nelle coperture del magazzino.
In Sicilia c'è l'Ucciardone di Palermo dove è ancora in corso la rimozione di materiale in eternit e al carcere di San Cataldo esiste una quantità non precisata di eternit su cui è stata avviata una verifica. In Emilia Romagna, nella scuola di formazione della polizia penitenziaria di Parma, c'è una tettoia nel parcheggio automezzi con presenza di amianto sotto soglia; nel carcere di Piacenza si è in attesa dei risultati delle analisi commissionate sulle fibre presenti nella pavimentazione di un locale, In Calabria, nel carcere di Lamezia Terme, si sta valutando la rimozione di un manufatto in amianto. Non si registra infine presenza di amianto nelle strutture di Lombardia, Basilicata, Lazio, Puglia, Campania, Veneto e Liguria.
Nonostante la messa a bando, di amianto si continua a morire. Dalla legge 257 del 1992 che ha sancito la messa al bando delle fibre "velenose", solo 500mila tonnellate di materiale killer sono state bonificate: ovvero solamente il 2% di quello presente sul territorio. L'Italia è fra l'altro uno dei Paesi più esposti: è stato fino alla fine degli anni 80 il secondo maggior produttore europeo di amianto dopo l'ex Unione Sovietica, nonché uno dei maggiori utilizzatori. La sua dannosità era stata riconosciuta addirittura nel 1932 quando alcuni operai americani avevano fatto causa alla loro ditta. In Italia - come abbiamo ricordato - solo nel 1992 ne hanno vietato l'impiego. Il risultato è che ogni anno, nel nostro "Bel Paese", muoiono migliaia di persone che sono state in contatto con l'amianto. L'epicentro è la Venezia Giulia perché lì ci sono i cantieri navali di Monfalcone visto che tutto era fatto in amianto.
In quella regione, più o meno tutte le famiglie hanno il proprio morto di amianto. Le fibre di amianto ti penetrano nella pleura, poi d'un tratto, anche a cinquant'anni di distanza, si risvegliano e ti annegano di liquido in un mese. Di amianto si continua a morire e la statistica è inquietante: 5.000 morti all'anno con ancora 34mila siti da bonificare.
www.rinnovabili.it, 3 marzo 2015
C'è amianto sui tetti, nelle grondaie, negli impianti di depurazione di una trentina di penitenziari italiani. A rischio anche il carcere minorile di Catania.
Il fantasma dell'amianto non si aggira soltanto nelle case, nelle scuole e nelle fabbriche, ma serpeggia anche nelle carceri italiane, già sovraffollate e oggetto di condanna per l'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo. Oltre al trattamento disumano, i detenuti presenti nel 14% dei penitenziari italiani devono fare i conti anche con il killer silenzioso, che uccide ogni anno 4-5 mila persone. E il peggio deve ancora venire, dato che il picco è atteso per il 2020-2025.
La presenza di asbesto è rivelata da una mappatura in possesso dell'Adnkronos. Secondo il Ministero della Giustizia sono 28 le carceri in cui è presente il minerale cancerogeno. Si trova in grondaie, pannelli, cassoni, parti di impianti di depurazione, canne fumarie, manufatti. Il pericolo non riguarda soltanto chi sconta la pena dietro le sbarre, ma anche gli agenti di custodia e tutti i lavoratori del carcere. I sindacati di polizia penitenziaria aggiungono altri istituti oltre a quelli censiti dal ministero. L'elenco sarebbe più lungo, denunciano. Come nel caso di Orvieto, dove "all'interno di un magazzino si trova un deposito di eternit rimosso molto tempo fa, e due canne fumarie funzionanti contengono amianto", dichiara Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del sindacato di polizia penitenziaria Sappe.
La mappatura che l'Adnkronos è riuscita ad ottenere è stata anche oggetto di un'interrogazione parlamentare presentata dal deputato del Movimento 5 Stelle, Alessio Villarosa, l'11 febbraio scorso. Il ministero chiarisce che nei casi segnalati "le direzioni hanno da tempo avviato le procedure per lo smaltimento" e dunque "tali situazioni sono sotto controllo, riguardano manufatti esterni alle strutture detentive e comunque in corso di rimozione". Ma la rimozione, sempre stando a quanto scrive il ministero, avverrà "compatibilmente con le risorse disponibili". Il che equivale a dire che, se non ne verranno messe a disposizione, si potrebbe anche non rimuovere un bel nulla. Via Arenula rivela poi la presenza di "pannelli in eternit presso l'impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica" nel carcere di Catania Bicocca. Il complesso penitenziario ospita anche il carcere minorile. Altri bambini e ragazzi vanno a gonfiare il numero dei 342 mila minori a rischio amianto che il Censis ha individuato nelle scuole italiane.
Il segretario generale di un altro sindacato, il Sippe, Alessandro De Pasquale, ha duramente criticato l'operato del governo: "L'amministrazione statale, il nostro datore di lavoro, ai sensi del decreto legislativo 81 del 2008 ha anche un obbligo di informazione nella propria unità amministrativa. Deve informare i lavoratori sui rischi che ci sono all'interno della struttura ed è chiaro che molto spesso questo non avviene. Dobbiamo sempre ricordare che all'interno di una struttura penitenziaria ci sono i detenuti che devono scontare una pena, ma non è che devono scontare anche una pena di morte".
di Liana Milella
La Repubblica, 3 marzo 2015
È già marcia indietro sul falso in bilancio. Oggi il governo - il Guardasigilli Andrea Orlando - presenta in commissione Giustizia al Senato l'ultimo emendamento partorito in via Arenula, frutto delle estenuanti mediazioni con il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e con i tecnici del Mef, il ministero dell'Economia. I risultati si vedono.
Se sarà confermata l'ultima bozza che ieri sera i tecnici hanno messo sulla scrivania del ministro della Giustizia, il falso in bilancio già vede calare la pena dagli iniziali 2-6 anni a 1-5 anni per le imprese non quotate in borsa, che ovviamente sono la stragrande maggioranza. L'effetto della diminuzione di pena, che piace a Ncd e soprattutto a Forza Italia, non è affatto di poco conto. Il falso in bilancio non potrà più essere un reato intercettabile, perché su questo il codice di procedura penale è chiaro.
All'articolo 266 infatti stabilisce che il presupposto ineludibile per ottenere gli ascolti è che il reato preveda una "superiore nel massimo a 5 anni". La pena "fino" a 5 anni quindi non è sufficiente. Anche oggi, grazie alla "cura" di Berlusconi che risale ormai al 2001-2002, il falso in bilancio, punito fino a 2 anni dai 5 originari, non permette ai pm di chiedere le microspie. Proprio questa è stata, dai tempi della riforma, una delle principali critiche dei magistrati impegnati nelle indagini sui reati finanziari.
Ci sono decine e decine di dichiarazioni, interviste, saggi su riviste giuridiche che discettano sulla necessità di poter mettere sotto controllo i telefoni di chi viene beccato a falsare i bilanci. A chi sostiene che questo non è necessario perché il reato è documentale, le toghe obiettano che gli ascolti possono far scoprire l'intenzionalità del falso.
Ma su questo reato si è scatenata ormai una vera e propria guerra. Non si contano più nuove versioni e rifacimenti rispetto alla versione approvata in consiglio dei ministri il 29 agosto. Nella testo di quel giorno non c'erano le soglie di non punibilità, dell'1 e del 5%, che poi sono state reintrodotte, giusto le stesse del "falso" in versione Berlusconi; c'era la pena da 3 a 8 anni per le società quotate, che è rimasta; c'era quella da 2 a 6 anni per le non quotate, che si è ristretta a 1-5 anni, dopo l'ultima riunione di tecnici - Giustizia, Mise, Mef - che si è tenuta venerdì scorso. Ma non basta ancora.
Ecco, per "salvare" le piccole imprese, un'ulteriore mini-punibilità, 1-3 anni, che dovrebbe restare, ma spesa solo come una sorta di attenuante. L'ennesima aggiunta riguarda la legge sulla tenuità del fatto, espressamente citata nel testo per evitare che qualcuno possa dimenticarsi che esista. La legge che sarebbe dovuta servire per i casuali furti di mele adesso si dovrà applicare ai falsi in bilancio visto che copre reati "fino a 5 anni". Già, questo spiega la diminuzione della pena originaria, quei 2-6 anni che adesso diventano 1-5 anni.
Tutti i falsi in bilancio delle società non quotate potrebbero rientrare nella legge sulla tenuità e quindi non dar luogo ad alcun processo. Orlando aveva ipotizzato di presentare l'emendamento in aula, dove il ddl anti-corruzione Grasso dovrebbe approdare già da giovedì. Ma l'ostruzionismo di Forza Italia lo sta bloccando in commissione Giustizia, anche per via delle carte ancora coperte sul falso in bilancio. Il rischio è che non si esca dalla commissione, o peggio che il testo vada in aula senza l'attuale relatore, l'avvocato Nico D'Ascola di Ncd, ma "portato" dal presidente della commissione, il forzista Nitto Palma. Per questo Orlando presenta l'emendamento che, per la sua natura, dovrebbe tranquillizzare almeno i berlusconiani. Vedremo come.
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 3 marzo 2015
Ma solo per i fatti posti in essere fra l'entrata in vigore della legge 49/2006, dichiarata incostituzionale, e l'avvento del decreto legge 36/2014, approvato dal governo per porvi rimedio: si tratta delle sostanze inserite nelle tabelle soltanto dopo l'entrata in vigore delle modifiche apportate dalla Fini-Giovanardi al Testo unico degli stupefacenti. È quanto emerge in una delle tre informazioni provvisorie depositate dalla sezioni unite penali della Cassazione in materia di stupefacenti.
Trova sostanzialmente ingresso la tesi dell'ordinanza di rimessione 50055/14, secondo cui la pronuncia di incostituzionalità della norma incriminatrice ha determinato una vera e propria abolitio criminis perché viene a cadere l'intero sistema tabellare. Il massimo collegio chiarisce anche che i medicinali come il nandrolone, uno degli steroidi anabolizzanti più diffusi nel doping sportivo, sono compresi nella Tabella V introdotta dal decreto legge 36/2014 e sono sanzionati ai sensi dell'articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti "in quanto contengono i principi attivi di cui alle Tabelle da I a IV".
Veniamo alle droghe leggere. Gli "ermellini" hanno deciso che anche i piccoli pusher di hashish e marijuana che in passato hanno patteggiato la condanna in base alla "Fini-Giovanardi" hanno diritto al ricalcolo della pena. E ciò nonostante che l'entità della sanzione inflitta rientri a pieno titolo nella nuova cornice edittale applicabile.
Ancora: nel giudizio di cassazione, anche quando il ricorso risulta inammissibile, deve ritenersi rilevabile d'ufficio l'illegalità della pena scaturita dalla dichiarazione d'incostituzionalità della nonna che riguarda il trattamento sanzionatorio, come nel caso della legge 49/2006. Infine l'ipotesi dell'aumento di pena irrogato a titolo di continuazione per i reati di spaccio in relazione alle draglie leggere quando i delitti costituiscono reati satellite: anche in questo caso scatta il ricalcolo in base alla più favorevole cornice edittale della Vassalli-Jervolino.
di Antonio Ciccia e Alessio Ubaldi
Italia Oggi, 3 marzo 2015
La condotta di sottrazione di merce all'interno di un supermercato, avvenuta sotto il costante controllo del personale di vigilanza che interviene subito dopo il superamento della barriera delle casse, si risolve in un mero tentativo di furto. È quanto hanno stabilito le sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 52117, depositata il 16 dicembre 2014.
Nel caso di specie una coppia è stata sottoposta a processo per direttissima con l'accusa di furto all'interno di un supermercato. In dettaglio, secondo la procura, i due avrebbero prelevato alcuni beni di modico valore dagli scaffali (profumi, caffè e biscotti), rimuovendo i sistemi antitaccheggio per poi nascondere la refurtiva fin dopo il superamento delle casse. Una volta usciti dal magazzino, è prontamente intervenuta la sicurezza ed è scattato l'arresto in flagranza operato dalla polizia giudiziaria.
All'esito del giudizio di primo grado il tribunale ha condannato gli imputati per furto tentato, disattendendo la volontà del pm che aveva chiesto la (ben più grave) pena per furto consumato. Secondo il giudice, infatti, l'azione delittuosa si era "svolta sotto gli occhi dell'addetto alla sicurezza il quale aveva monitorato ogni spostamento", decidendo di bloccare gli imputati all'uscita dei locali solo per ragioni di opportunità, sicché l'apprensione definitiva del bene non poteva dirsi avvenuta.
Il verdetto è stato impugnato innanzi alla Corte di cassazione, cui è stato chiesto l'annullamento sul presupposto dell'erronea qualificazione del reato elaborata dal primo giudice. In particolare, la procura ha rimarcato come nel caso in questione la condotta furtiva fosse giunta a consumazione, poiché il superamento delle casse senza "dichiarare" i beni avrebbe segnato definitivamente la volontà degli imputati di impossessarsi arbitrariamente della merce.
La Corte, consapevole del serrato dibattito sulla questione, ha chiesto alle sezioni unite di risolvere una volta per tutte i dubbi sulla qualificazione giuridica della condotta furtiva consistente nel prelievo di merce dai banchi di un supermercato e nel successivo occultamento della refurtiva all'atto del passaggio davanti al cassiere, quando tutta l'azione delittuosa si sia svolta sotto il controllo costante del personale addetto alla vigilanza, intervenuto solo dopo che il soggetto attivo abbia superato la barriera delle casse.
Gli ermellini riuniti, nel rispondere al quesito, hanno dapprima ricapitolato i due opposti orientamenti maturati nel corso degli anni. Per alcuni, infatti, la condotta in questione integra gli estremi del delitto di furto consumato, a nulla rilevando, al riguardo, il dato che il fatto sia avvenuto sotto il costante controllo del personale del supermercato incaricato della sorveglianza; per altri, tra cui il tribunale di primo grado, proprio detta "sorveglianza continua dell'azione criminosa" impedisce la consumazione del reato di furto, in quanto la refurtiva, appresa e occultata permane nella "sfera di vigilanza e di controllo diretto dell'offeso, il quale può in ogni momento interrompere" la commissione definitiva del crimine. Dato questo scenario, i giudici romani hanno scelto di aderire all'orientamento da sempre minoritario che riconduce la condotta di cui trattasi nell'ambito del delitto tentato.
Nella sentenza in rassegna, si motiva l'adesione alla tesi più benevola sul presupposto che l'impossessamento, da soggetto attivo del delitto di furto, postula "il conseguimento della signoria del bene sottratto, intesa come piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva da parte dell'agente".
Detta disponibilità deve ritenersi esclusa dalla concomitante vigilanza, attuale e immanente, della persona offesa e dall'intervento esercitato a difesa della detenzione del bene materialmente appreso che, proprio per questo motivo, non esce dalla sfera del controllo del suo legittimo titolare.
Peraltro, ha osservato la Corte, la condanna alla pena prevista per il furto consumato, oltre a violare il disposto dell'art. 624, c.p., infliggerebbe un duro colpo anche al principio di offensività della condotta.
In conclusione, dunque, il monitoraggio durante l'azione furtiva avviata, esercitato sia mediante la diretta osservazione della persona offesa (o dei dipendenti addetti alla sorveglianza o delle forze dell'ordine presenti in loco), sia mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della mercé, e il conseguente intervento difensivo a tutela della detenzione, "impediscono la consumazione del delitto di furto, che resta allo stadio del tentativo, in quanto l'agente non ha conseguito, neppure momentaneamente, l'autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo diretto del soggetto passivo".
Agi, 3 marzo 2015
"Vado per la strada, passo davanti al carcere e penso: eh, questi se lo meritano". Papa Francesco ha esemplificato così il "sentirsi giusto" che caratterizza molti cristiani. Secondo il Papa sarebbe meglio invece dire a se stessi: 'Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?". "Questo - ha spiegato nell'omelia di oggi alla Domus Santa Marta - è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono".
Nella sua omelia, infatti, Bergoglio ha indicato oggi "un'altra virtù: vergognarsi davanti a Dio, in una sorta di dialogo in cui noi riconosciamo la vergogna del nostro peccato e la grandezza della misericordia di Dio". "A te, Signore, nostro Dio, la misericordia e il perdono. La vergogna a me e a te la misericordia e il perdono", ha pregato ad alta voce il Papa. "Questo dialogo con il Signore - ha poi spiegato ai fedeli - ci farà bene di farlo in questa Quaresima: l'accusa di se stessi. Chiediamo misericordia". "Nel Vangelo - ha poi concluso - Gesù è chiaro: "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso". Quando uno impara ad accusare se stesso è misericordioso con gli altri perché dice: 'Ma, chi sono io per giudicarlo, se io sono capace di fare cose peggiori?'".
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