di Luigi Saraceni
Il Manifesto, 3 marzo 2015
Poteri dello Stato. La Cassazione dà l'ultimo colpo alla Fini Giovanardi, sbagliata come la legge sulla responsabilità delle toghe. Le Sezioni unite della Cassazione, risolvendo un contrasto interpretativo fra i giudici, hanno stabilito nell'udienza di giovedì scorso che le pene in corso di esecuzione per fatti relative alle "droghe leggere", irrogate sulla base della famigerata legge Fini-Giovanardi (che prevedeva pene da 6 a 20 anni di reclusione), dichiarata incostituzionale nel febbraio dell'anno scorso, devono essere rideterminate sulla base della ripristinata legge precedente, che prevede pene più miti (da 2 a 6 anni).
Bene. La giurisdizione ha fatto il suo dovere; sia pure con i tempi propri della nostra giustizia, ha stabilito che la galera illegittima va rimossa, perché questo vuole la legalità costituzionale.
Chi non ha fatto il suo dovere è invece il legislatore, che, mentre i giudici risolvevano i loro prevedibili contrasti, è rimasto inerte e ha consentito che i condannati continuassero a scontare la loro pena illegittima. E continueranno ancora a scontarla, perché la meritoria decisione della Cassazione non ha effetti immediati, generalizzati e automatici. Sarà pur sempre necessario, per riavere la libertà, che il condannato (o il suo difensore, se ce l'ha) si attivi per aprire e portare a compimento la "pratica" e sempre che il giudice cui è affidata non voglia "ribellarsi" - com'è nei suoi poteri - alla decisione del vertice giudiziario.
Perciò un anno fa, all'indomani del verdetto della Consulta, sarebbe stato necessario un intervento urgente del legislatore che disponesse, con effetti generali immediati per tutti i condannati, l'obbligo dei giudici di provvedere d'ufficio a rideterminare le pene in corso di esecuzione, per riportarle ai ripristinati parametri legali della legge precedente.
Questo è quello che avrebbe richiesto, e continua a richiedere, un effettivo rispetto della libertà personale. E invece l'inerzia della politica ha condannato, e continua a condannare, migliaia di detenuti delle nostre affollate galere a scontare pene costituzionalmente illegittime.
In compenso quella stessa politica ha approvato una legge - sulla responsabilità civile dei magistrati - che solo la demagogia e il garantismo confuso, anche di certa sinistra, può presentare come efficace presidio di libertà e di garanzia dei diritti dei cittadini, e soprattutto di coloro che più avrebbero bisogno della tutela giudiziaria.
La vicenda di Enzo Tortora, strumentalmente evocata per propagandare le virtù di questo intervento legislativo, è invece la miglior riprova della sua inutilità: se all'epoca fosse stata in vigore, la decantata legge non avrebbe né risparmiato l'ingiusta galera preventiva né assicurato un risarcimento alla vittima più emblematica della nostra malagiustizia.
La verità è che questa legge - al di là delle semplificazioni demagogiche che la rendono popolare - non ha alcuna attitudine né a mettere i cittadini al riparo da iniquità, errori ed abusi che certamente affliggono l'esercizio della giurisdizione né a modellare una figura di giudice indipendente e rispettoso delle regole.
Il cittadino comune danneggiato nella libertà o nel patrimonio dalla negligenza di un giudice, difficilmente avrà tanta pazienza e fiducia nella giustizia, da affrontare, anticipandone le spese, un altro processo della durata di qualche lustro e il cui esito è affidato alla decisione di un altro giudice. Una simile trafila può affrontarla solo chi dispone di floride condizioni economiche e di attrezzati studi legali, interessato, più che ad avere un lontano risarcimento, ad esercitare una immediata pressione sul giudice o a delegittimarne il giudizio.
Non è questa la strada per risanare gli innegabili malanni della nostra giustizia. Occorrerebbero se mai incisivi interventi per elevare il livello della cultura della giurisdizione tra i nostri giudici. Una strada lunga e impegnativa, ma non valgono scorciatoie, che servono soltanto alle esigenze propagandistiche della cattiva politica.
La Repubblica, 3 marzo 2015
Il periodico resoconto dell'associazione Nessuno Tocchi Caino, sulle esecuzioni in diversi paesi del mondo. In Virginia (Usa) sventato dal Parlamento il tentativo del governatore (democratico) di rendere segrete le iniezioni letali. In Uganda l'inamovibile presidente Museveni (al potere da 29 anni) chiede la pena capitale per gli autori di omicidio.
Dai periodici resoconti di Nessuno Tocchi Caino - una lega internazionale di cittadini e parlamentari impegnati nella abolizione della pena di morte nel mondo, fondata a Bruxelles nel 1993 e costituente il Partito Radicale Transnazionale - si apprende che in Iran i primi quattro prigionieri, condannati per reati di droga, sono stati impiccati il 22 febbraio nel carcere di Arak, a circa 290 chilometri a sud est di Teheran. Lo ha reso noto il sito ufficiale della magistratura nella Provincia di Markazi.
Tre di loro - identificati come Mohammad M., Ehsan J. e Amir Hossein G. - sono stati accusati di partecipazione alla produzione di 59,68 chili di ice. Mohammad M. e J. Ehsan stati inoltre accusati, rispettivamente, di vendita di 2 e 13 chili di ice che avevano prodotto. Il quarto prigioniero, identificato come Reza Z., era accusato di partecipazione in possesso e traffico di 972 grammi di eroina.
Impiccati altri 21 in diverse regioni. Tra il 22 e 23 febbraio, 21 prigionieri sono stati giustiziati in tre diverse prigioni iraniane, ha riferito la Human Rights Activists News Agency in Iran (HRANA). Nove detenuti accusati di traffico di droga e omicidio sono stati impiccati a Bandar Abbas. Sono stati identificati come: Sajad Ghochany, 27 anni, di Teheran, Mohammad Gholami, 33, di Tabriz, Mohammad Kazem Yazdani Doboron, 55, di Mashhad, Alireza Razmi, 45, di Bushehr, Mehdi Shahdadi, 31, di Iranshahr, Mosa Nekoei Zadeh, 22, di Bandar Abbas, Ghasem Moradi Zadeh, 35, di Yazd. Altri nove prigionieri, le cui identità non sono state rese note, sono stati giustiziati nel carcere di Adel Abad a Shiraz, dopo essere stati condannati per crimini legati alla droga e omicidio. Inoltre, 3 prigionieri, che sono stati identificati come Mohammad Hojat Abadi, Rasool Naderi e Hossein Mir Dost, sono stati impiccati nel carcere centrale di Bam per traffico di droga.
Altre esecuzioni pubbliche nelle ultime 48 ore. Infine, la Hrana ha ricevuto numerose segnalazioni di due esecuzioni pubbliche nelle ultime 48 ore. Un prigioniero accusato di reati legati alla droga sarebbe stato impiccato in Piazza Kozeh Garai a Shiraz, mentre un uomo di 27 anni accusato di stupro, Hamid Mohammadi, originario di Haji Abad, sarebbe stato giustiziato nella piazza del Mercato del Pesce a Bandar Abbas.
- Il 23 febbraio un prigioniero identificato come Mohammadreza Ranjbar Kermani è stato impiccato nel carcere di Rasht, ha reso noto il sito web della magistratura provinciale del Gilan. Era stato riconosciuto colpevole del traffico di 195 kg di oppio, della vendita di 13700 g di "crystal" ed il possesso di 325 g di eroina.
- Il 24 febbraio, altri tre uomini sono stati impiccati per omicidio sempre nel carcere di Rasht, ha riportato il sito di notizie Lahijan, citando la magistratura del Gilan. I tre giustiziati sono stati identificati solo come "M. R." (35 anni), "A. Z." (32) e "R. K." (34).
- Il 25 febbraio altri due prigionieri sono stati impiccati in pubblico nella città occidentale di Kermanshah. Le due impiccagioni sono state effettuate alle 10 di mattina, in due diversi punti della città. (Fonti: Iran Human Rights
In Virginia (Usa). "No" alla segretezza delle esecuzioni. Il 24 febbraio scorso, il Parlamento della Virginia ha bocciato il disegno di legge SB 1393 che avrebbe aumentato la segretezza delle esecuzioni. Il ddl, voluto dal governatore democratico Terry McAuliffe, intendeva rendere più agevole per l'amministrazione penitenziaria reperire i 3 farmaci letali usati in Virginia, garantendo l'anonimato ai laboratori artigianali che intendessero collaborare alle esecuzioni. Il Senato lo aveva approvato il 10 febbraio. La Camera ha votato 56-42, con un voto che non ha seguito strettamente le linee di partito. Ad esempio il repubblicano David Albo era favorevole alla legge, mentre un altro repubblicano, Rick Morris, ha votato contro. "Non credo sia un problema di pena di morte, ma di quanto lo stato debba essere aperto e trasparente" ha commentato Morris. Tra i contrari, diversi deputati hanno ritenuto l'iniziativa legislativa "prematura" visto che diverse istanze relative al protocollo dell'iniezione letale sono in discussione sia davanti alla Corte Suprema di Stato che degli Stati Uniti. In Virginia non sono previste esecuzioni a breve, lo stato ha 8 detenuti nel braccio della morte, ma nessuno di loro ha un mandato di esecuzione attivo.
Arabia Saudita, un giordano decapitato per traffico di droga. Il 25 febbraio scorso, un cittadino giordano è stato decapitato in Arabia Saudita per traffico di droga, portando a 32 i prigionieri giustiziati nel Regno dall'inizio dell'anno. Identificato come Omar Mohammed Abdul Muti al-Rubai, l'uomo è stato giustiziato nella regione nord-occidentale di al-Jawf. Lo ha reso noto il Ministero degli Interni saudita. Secondo le autorità di Riad, al-Rubai avrebbe confessato di aver tentato di introdurre una ingente quantità di anfetamine attraverso il confine tra Giordania e Arabia Saudita.
Uganda, il presidente Museveni chiede più condanne a morte. Il 23 febbraio scorso, il presidente ugandese Yoweri Museveni - da 29 anni ininterrottamente al potere - ha chiesto ai giudici di condannare a morte i colpevoli di omicidio. Aprendo la 17a Conferenza dei Giudici presso l'Imperial Golf View Hotel ad Entebbe, Museveni ha detto che i giudici sono inutilmente indulgenti con gli assassini e che le condanne più leggere comminate a chi uccide stanno erodendo la fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura. Il Presidente ha citato i recenti casi di sospetti chiave negli omicidi del leader musulmano Sheikh Abdu Kadir Muwaya nel distretto di Mayuge e di Tito Okware, un leader del Movimento di Resistenza Nazionale (Nrm) nel distretto di Namayingo, che sono stati fermati dalla polizia dopo il completamento delle indagini e rilasciati dai tribunali.
"C'è il rischio di azioni extragiudiziarie". "Le persone che volontariamente uccidono dovrebbero essere condannate a morte e impiccate in base alla legge. A Mayuge e Namayinga, la gente ha lottato dopo che i sospetti chiave sono stati frettolosamente liberati", ha aggiunto. Museveni ha osservato che il rilascio di sospetti di omicidio che non abbiano ancora scontato 180 giorni di carcerazione cautelare potrebbe spingere la popolazione a compiere "azioni extragiudiziarie".
"Che fretta c'è? Volete forse che alcuni di noi compiano azioni extragiudiziarie?" ha chiesto il Presidente. Secondo i registri ufficiali delle prigioni, gli ultimi ad essere impiccati in Uganda sotto il governo Nrm sono stati 29 prigionieri del braccio della morte nel 1999.
Quattordici detenuti erano stati uccisi in precedenza. In origine, per chi veniva riconosciuto colpevole di un reato capitale c'era la condanna a morte obbligatoria. Tuttavia, la sentenza del 2009 della Corte Suprema sulla petizione di Susan Kigula e 417 detenuti nel braccio della morte lascia alla discrezionalità del giudice emettere o meno una condanna a morte dopo aver esaminato le circostanze relative al caso.
Ansa, 3 marzo 2015
L'Olanda ha firmato un accordo con la Norvegia per ospitare, ovviamente a pagamento, alcune centinaia di detenuti norvegesi nelle proprie carceri. L'intesa, al momento in attesa dell'approvazione dei parlamenti dei due Paesi, prevede la spesa da parte del governo di Oslo di 25 milioni di euro per l'affitto delle celle olandesi a partire dal primo settembre del 2015 che ospiteranno 242 carcerati nel penitenziario di Norgerhaven. E sarà valida per un periodo iniziale di 3 anni, con possibilità di rinnovo per un anno.
"La ragione di questo accordo internazionale - spiega il ministero della Giustizia olandese - sta nel fatto che l'Olanda ha istituti disponibili, mentre la Norvegia non ha abbastanza spazio per i suoi detenuti", con possibilità di rinnovo per un anno. Oltre alla Norvegia, anche il vicino Belgio ha stretto un accordo simile con i suoi vicini olandesi. Sempre a causa del sovraffollamento, il governo belga prende in affitto dal 2009 molti posti cella nella prigione di Tilburg. Si tratta di circa 650 detenuti belgi per un costo stimato di ? 42 milioni all'anno. Il contratto scade alla fine del 2016.
www.internazionale.it, 3 marzo 2015
Con circa 550mila detenuti, il Brasile ha la quarta popolazione carceraria del mondo, dopo Stati Uniti, Russia e Cina. A causa dell'aumento degli arresti per reati di droga (anche non gravi) e di uno scarso servizio di difesa d'ufficio degli imputati, negli ultimi vent'anni il numero delle persone incarcerate è quadruplicato, causando un grave sovraffollamento degli istituti penitenziari: attualmente servirebbero almeno altri 200mila posti.
Il carcere di Pedrinhas, a São Luis, nello stato di Maranhão, era uno dei penitenziari più pericolosi del paese: solo nel 2013 vi erano avvenuti 62 omicidi. Ma grazie a una diversa distribuzione dei detenuti, a una politica di concessione della libertà condizionale e a nuove misure di sicurezza, dall'ottobre del 2014 non sono avvenuti omicidi.
Il Post, 3 marzo 2015
E c'è un video che mostra cosa è successo e farà parlare di nuovo dei metodi della polizia americana. La polizia di Los Angeles, negli Stati Uniti, ha sparato e ucciso un uomo sospettato di aver compiuto una rapina: è successo nel quartiere popolare di Skid Row, nel tardo pomeriggio, vicino a un accampamento di senzatetto. Un video di quattro minuti girato da un passante e pubblicato su Facebook mostra cosa è successo: si vede l'uomo muovere le braccia contro gli agenti, forse agitando qualcosa, si vedono i poliziotti afferrarlo e gettarlo a terra, si vede una donna che prende un manganello e che sembra prendere le sue difese, si sente il suono di un taser e si sente più volte gridare il comando "Getta l'arma".
Poi, con l'uomo già a terra circondato da agenti, si sentono vari colpi di pistola. L'uomo (di cui si conosce solo il soprannome, "Africa") era nero ed è stato dichiarato morto sul posto. Durante una conferenza stampa il portavoce della polizia, Barry Montgomery, ha dichiarato che gli agenti avevano risposto alla segnalazione di una rapina avvenuta nella zona e che, quando il sospettato era stato rintracciato, si era mostrato molto poco collaborativo.
Non è ancora stato confermato se fosse armato o se avesse tentato di rubare l'arma a un agente, né è stato detto quanti poliziotti siano stati effettivamente coinvolti: nessuno di loro è comunque rimasto ferito. La Bbc scrive che sul luogo dello scontro comunque non è stata recuperata nessun'arma che non appartenesse ai poliziotti. L'uomo è stato ucciso in una parte del centro di Los Angeles conosciuta per i frequenti episodi di violenza e per la presenza di un grande numero di persone senza fissa dimora, autorizzate a piantare delle tende dalle 9 di sera alle 6 del mattino.
Diversi giornali e televisioni locali hanno intervistato alcuni testimoni: hanno spiegato che l'uomo ucciso non aveva una casa, che viveva accampato nella zona da quattro o cinque mesi, che era mentalmente instabile e che aveva trascorso diversi anni in una struttura psichiatrica. Dopo l'accaduto decine di persone si sono riunite a Los Angeles vicino al luogo dell'uccisione per protestare contro i metodi secondo loro violenti utilizzati dagli agenti.
Anche nel video si sentono alcune persone chiedere il perché dell'uso di tanta forza. Il portavoce della polizia ha detto che le indagini richiederanno del tempo e che nei prossimi giorni saranno visionati anche altri filmati che molto probabilmente sono stati registrati da due telecamere di sorveglianza poste sugli edifici di quella stessa strada.
Il Mattino di Padova, 2 marzo 2015
La Commissione Giustizia della Camera ha avviato in questi giorni l'esame di due proposte di legge in materia di relazioni famigliari e affettive delle persone detenute. È un piccolo passo importante, avvenuto grazie soprattutto alla campagna di informazione partita dalla Casa di reclusione di Padova, dalla redazione di Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, ma sono state anche le migliaia di firme di persone detenute, di loro famigliari e di cittadini attenti e sensibili a sollecitare la politica a occuparsi degli affetti delle persone detenute, delle loro famiglie, delle sofferenze a cui sono condannate se non vogliono abbandonare i loro cari.
di Ferruccio Sansa
Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015
Il punto è uno: noi italiani vediamo nei giudici chi ci punisce e non chi difende i nostri diritti. Il punto è che ci identifichiamo nell'imputato e non nella vittima. È un sentire profondo. Vi hanno contribuito i socialisti anni '90 - tra i primi a puntare su separazione delle carriere e responsabilità dei giudici - che dovevano difendersi da Mani Pulite. Allora i colpevoli erano i pm e non i corrotti che avevano rubato miliardi allo Stato e a noi. Poi è arrivato Berlusconi che ha incarnato il paradosso di un potere dello Stato - l'Esecutivo - in lotta con un altro - il giudiziario.
di Silvia Barocci
Il Messaggero, 2 marzo 2015
L'ultimo errore giudiziario "inescusabile" che lo Stato dovrà risarcire chiama in causa il sindaco di Napoli ed ex "toga" Luigi De Magistris. La legge Vassalli sulla responsabilità civile dei magistrati, da pochi giorni soppiantata dalle nuove norme del governo Renzi, ha concluso i suoi 27 anni di applicazione con un caso clamoroso: Palazzo Chigi dovrà risarcire 22.400 euro (circa 26mila con le rivalutazioni Istat), tra danni e spese legali, in favore di Paolo Antonio Bruno, magistrato di Cassazione che la procura di Catanzaro, nel 2004, aveva perquisito e indagato per concorso in associazione mafiosa. A firmare quel provvedimento, poi rivelatosi abnorme, erano stati l'allora procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi (deceduto nel 2011), il pm De Magistris (dimessosi dalla magistratura a fine 2009 per entrare in europarlamento con l'Idv di Di Pietro) e l'aggiunto Mario Spagnuolo (ora procuratore capo a Vibo Valentia).
di Antonio Manzo
Il Mattino, 2 marzo 2015
Lo Stato solo nel 2014 ha risarcito 1,6 milioni di euro per gli errori dei giudici. Nove errori giudiziari riconosciuti ne gli ultimi dieci anni. Neanche uno all'anno. Ora il decimo è quello dall'ex pm De Magistris che, in pratica, è anche l'ultimo del vecchio "regime" della legge Vassalli.
di Sergio Izzo
Il Corriere della Sera, 2 marzo 2015
È una presa in giro. Questo ti viene da pensare dopo aver scoperto che negli ultimi sei anni lo Stato, le amministrazioni locali e le società pubbliche hanno recuperato appena l'1,4 per cento della somma derivante dalle condanne della Corte dei conti per danno erariale. E fa ancora più rabbia se si pensa alle dimensioni di quella cifra, non lontane da quelle di una manovra economica.
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