di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 1 marzo 2015
Chi dispone di denaro e buoni avvocati potrà minacciare il magistrato, che rischierà a sua volta di essere giudicato per buone o cattive ragioni. Propongo al ministro della Giustizia Orlando, a cui riconosco una indiscutibile onestà e una profonda incompetenza, di inviare il testo della infausta legge appena approvata dalla Camera (con cui chi ne ha i mezzi può tenere a bada i magistrati e respingere la sentenza) ad un giurista americano, chiunque, ma con un limite di credibilità e di valore.
di Cataldo Intrieri
Il Garantista, 1 marzo 2015
Due iniziative di legge del governo Renzi uniscono nella protesta avvocatura e magistratura. L'approvazione della nuova legge sulla responsabilità civile ha suscitato nella magistratura quello che in gergo calcistico si chiama fallo di "frustrazione", una reazione dettata da emotività e dal contraccolpo psicologico, piuttosto che da un reale pericolo.
di Chiara Rizzo
Tempi, 1 marzo 2015
Intervista a Beniamino Migliucci, il presidente dei penalisti italiani: "Finalmente il giudice pagherà se non valuterà i fatti o le prove in un processo". "Una legge equilibrata e molto attesa": la nuova norma sulla responsabilità civile dei magistrati supera l'esame dei penalisti italiani, come racconta a tempi.it il presidente dell'Unione camere penali italiane, Beniamino Migliucci.
di Maurizio Tortorella
Tempi, 1 marzo 2015
I "partiti" delle toghe sono centrali nel disastro della giustizia. Anche perché governano il Csm, a cui spetta il compito di amministrare le carriere dei circa 9 mila magistrati. Il ministro della Giustizia si chiama Andrea Orlando, ma purtroppo non ha il crisma del paladino. Sulle correnti giudiziarie, per esempio, nel suo primo anno da guardasigilli si è lasciato scappare appena poche parole. Mesi fa lo si è sentito ventilare "una riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura che diluisca il peso delle correnti". Poi, di recente, ha cambiato idea: "Eliminare le correnti è un errore".
di Maria Brucale
Il Garantista, 1 marzo 2015
Nasce la Commissione Carcere della Camera penale di Roma. Un gruppo di avvocati che si oppone alla tortura e che chiede il rispetto dei diritti dei detenuti, tra le iniziative le visite negli Istituti di pena e nei Cie.
Il mondo del carcere sta aprendo le sue porte. Il muro ideale che lo ha sempre separato dall'esterno sta cadendo. Forse è questa una visione ottimistica, forse un anelito fiducioso. Però di carcere finalmente si parla. Le sferzate punitive inferte o promesse dalla Corte Europea allo Stato italiano una volta constatata una qualità del vivere in prigione assai prossima alla tortura, hanno riacceso i riflettori su un pianeta troppo spesso dimenticato, volutamente accantonato, colpevolmente ignorato. L'attenzione non deve, però, smorzarsi.
Il decreto Renzi - inopinatamente denominato, assieme a quello che lo aveva preceduto, "svuota carceri" - finalizzato a risarcire con urgenza i detenuti delle sofferenze patite per una carcerazione inumana e degradante - ha rappresentato uno strumento normativo ambiguo, che nessuna chiarezza offriva su tempi e modalità applicative.
Il risultato è stata la paralisi dei Tribunali di Sorveglianza di tutta Italia - già afflitti da una mole di lavoro abnorme -e il prolungarsi all'infinito delle attese dei detenuti che formulavano speranzose istanze per un permesso premio, la riduzione della pena per buona condotta, l'accesso alle misure alternative al carcere, la restituzione alla vita. Il carcere merita la nostra attenzione, l'attenzione di tutti. È un luogo che ci appartiene e ci rappresenta, tutti.
Proprio in un'ottica di interesse ed attenzione crescenti si inserisce il nostro progetto. L'essenza statutaria delle Camere Penali è la promozione della conoscenza, della diffusione, e della tutela dei valori fondamentali del diritto penale e dell'equo processo penale in una società democratica.
Ormai da anni, anche attraverso il prezioso lavoro dell'Osservatorio Carcere, l'Unione delle Camere Penali si è mossa nella direzione della tutela dei diritti fondamentali. Le battaglie per il giusto processo e per la riforma dell'art. 111 della Costituzione hanno rappresentato un momento formativo importante ed hanno espresso con forza il ruolo dell'avvocato penalista nella società, una funzione di tutore del Diritto nella sua forma più alta, la garanzia dei diritti individuali, la restituzione all'uomo - con le sue legittime pretese di giustizia - della centralità nell'ambito dell'ordinamento.
Il progetto della Commissione Carcere si inalvea in un cammino già intrapreso, un cammino incessante e dinamico calato nella realtà sociale della quale il mondo delle persone detenute costituisce un segmento fondamentale. Attraverso la conoscenza di esso, l'avvocato penalista si propone come sentinella del Diritto, come creatore di spazi giurisdizionali nuovi, come portavoce autorevole di istanze troppo a lungo rimaste mute.
La commissione è composta da avvocati, iscritti alla Camera Penale di Roma, da sempre particolarmente impegnati nello studio della realtà carceraria e dei diritti delle persone detenute. Vogliamo essere una voce ferma e importante, quella delle persone private della libertà e del loro anelito di giustizia. Per questo saremo raggiungibili attraverso il fax: 06.3207040, l'email:
Nell'ambito della Commissione, saranno oggetto di studio e di approfondimento le tematiche inerenti al Tribunale di Sorveglianza; ai diritti umani delle persone private della libertà; al regime detentivo di rigore del 41 bis, ai reati ostativi - che precludono di fatto ogni accesso alla rieducazione ed alla progressione del reinserimento nel tessuto sociale - al drammatico tema dell'ergastolo ostativo, la pena di morte nascosta, lento, inesorabile stillicidio verso il crepuscolo della vita attraverso la mutilazione del bene supremo, la speranza.
Lavoreremo perché anche nei regimi di massimo rigore, le restrizioni siano autentica espressione di esigenze di prevenzione o di sicurezza e non appaiano sostenute da una bieca logica punitiva o vindice. Spesso, infatti, sfugge ogni correlazione tra esigenze di tutela e restrizioni trattamentali. Quale l'utilità, a fini di prevenzione, del ridimensionare l'aria, il vitto, l'abbigliamento, la possibilità di cucinare, di essere curati, il tempo da trascorrere con i propri congiunti, la possibilità di acquistare libri e riviste, di leggere o di studiare?
Tema di interesse sarà anche la territorialità della pena, la possibilità per il detenuto di patire la carcerazione in luoghi vicini alla famiglia. La reclusione sospende, infatti, la presenza nella società del detenuto. Diviene perno e direzione della vita non solo del ristretto ma anche della sua famiglia e suddivide i giorni in pacchi di vestiario e di alimenti, viaggi per destinazioni lontane dalla propria casa, visite di colloquio, vaglia postali, ricezione di telefonate, spese legali. Una condizione che è in sé mutilazione di vita, frattura di rapporti, interruzione di ogni attività lavorativa, esclusione.
Saranno programmate visite nelle carceri e nei Cie cui seguiranno documenti di relazione di quanto verificato e di denuncia delle criticità emerse.
Il nostro obiettivo è quello di conoscere ed approfondire la vita del carcere e le implicazioni di essa nelle sue molteplici sfaccettature. Le segnalazioni, che speriamo pervengano numerose, relative al diritto alla salute (valutazioni di incompatibilità con il carcere; effettività dell'accesso alla cura e alle visite specialistiche), all'accesso alle opportunità ri educative (rapporto con il personale deputato alle verifiche semestrali del trattamento intra murario), alla fruizione di misure alternative, al sovraffollamento carcerario ed alla conformità delle strutture penitenziarie ai parametri europei e ad ogni ulteriore aspirazione o rivendicazione di diritto, verranno tradotte in documenti di denuncia delle situazioni patologiche verificate.
Vogliamo conoscere capillarmente le pieghe dolorose della detenzione, farne oggetto di riflessione e di studio, raccogliere e catalogare dati statistici dai quali muovere, in modo costruttivo, per un'interlocuzione consapevole e concreta con la magistratura e, in generale, con gli organi politici nella direzione fattiva della salvaguardia dei diritti fondamentali dell'uomo e dei canoni del giusto processo.
Bisogna far comprendere all'esterno, che la privazione del bene supremo della libertà è, in sé, una violenta, assoluta afflizione che non può, non deve essere aggravata da una condizione del vivere inumana e degradante, che non consente di impiegare il tempo in modo costruttivo, che non offre spazi di crescita e di formazione alla mente ed al corpo, che ripiega le giornate in un vortice ciclico che si ripete all'infinito e abbrutisce, annichilisce. Il carcere è oggi afflizione, mortificazione quotidiana, negazione dei più elementari diritti, frustrazione costante della personalità, menomazione della sfera affettiva, annichilimento della natura stessa di uomini. Il carcere piega, umilia, spoglia della volontà costringendo ad accantonarla, aliena, annienta gli istinti forzando il recluso a domarli, reprimerli, sconfessarli, trasformarli, custodirli, schiacciarli.
Vogliamo che il carcere non sia un "non luogo" che confonde volti, anime e storie e, privandoli di una individualità, li mescola, informi, in un calderone di sofferenza che resta avulso dal mondo esterno. Vogliamo che volti, anime e storie appartengano a uomini che hanno forse incontrato l'errore e lo caduta ma che possono, devono, tornare alla loro vita; restituire il carcere alla sua funzione costituzionale di "rieducazione", reinserimento nella società.
Garantire che sia offerta la possibilità ad ogni persona detenuta -qualunque pena stia espiando, qualunque reato abbia commesso - di aspirare alla libertà e ad un percorso - patita la carcerazione -scevro dal pregiudizio, ad una emenda socialmente riconosciuta dal proprio errore. Leviamo i nostri scudi contro ogni regime di tortura e di vessazione, contro ogni compressione della dignità umana, padroni del nostro ruolo di difensori e garanti, dentro al processo e fuori.
Commissione Carcere - Camera Penale di Roma
di Tano Gullo
La Repubblica, 1 marzo 2015
Non si può proprio dire che l'imprenditore fosse contento di stare in galera - e chi potrebbe mai esserlo - ma almeno in un aspetto ne aveva apprezzato l'utilità. La sua è stata però solo un'illusione, perché poi le cose non sono andate come sperava. Anzi. Andiamo al fatto, l'uomo si è convinto che nella sua condizione di detenuto non era tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi e quindi avrebbe potuto farla franca per tutti gli anni in gattabuia, presenti e futuri. D'altra parte non lo dice la stesa legge che "per cause di forza maggiore", si può sorvolare sugli obblighi tributari. Seppure in gabbia, forte di questa convinzione, si sente libero come un fringuello, al riparo dalle grinfie rapaci dell'erario.
Quando ormai il furbo "evasore per necessità", pensa di poter dormire sonni tranquilli, almeno per quanto riguarda il dare e l'avere economico della sua vita, gli arriva la mazzata. Il fisco non ha pietà e non perdona, così gli vengono recapitate in cella le cartelle tributarie con tanto di aggravio per la mancata presentazione della dichiarazione di Irpef, di Iva, dei registri e dei documenti previsti dalle norme fiscali. E per sovraccarico viene sanzionata anche la comunicazione tardiva di cessazione delle attività ai fini del saldo dell'Iva.
Lui si era illuso di eludere quei rituali tormentosi e astrusi a mai finire, che scandiscono, ahimè, ogni anno che cade sulla terra, ma deve arrendersi alla famelicità di uno Stato capace di tassare, come è accaduto in Sardegna in questi giorni, perfino l'ombra che "cade" sul marciapiede per occupazione di suolo pubblico; mentre in Emilia c'è chi paga un balzello per l'esposizione di merce in vetrina. Viene in mente la tassa su finestre e balconi ai tempi del duce.
L'imprenditore, residente nel nisseno, prima si stupisce, poi chiede consiglio, si documenta e parte all'attacco, con il ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Caltanissetta. Crede di trovare la sua salvezza nell'articolo 6, comma 5, del Decreto legislativo 472/1997. Una sequela di numeri che sanciscono la non punibilità quando un "reato" viene commesso per cause di forza maggiore. Si sente in una botte di ferro e aspetta fiducioso l'esito della sua istanza. Tanto tempo ne ha.
La risposta che arriva, però, trafigge ancora le sue speranze: senza giri di parole nella lettera c'è scritto che l'istanza è stata respinta. Punto e basta. Per i giudici tributari, infatti, si può parlare di forza maggiore, e della conseguente impunibilità, "solamente in presenza di un evento causato dalla natura o dall'uomo, evento che non può essere impedito, anche se fosse possibile prevederlo". Lo stato di detenzione, infatti, impedisce di esercitare l'attività imprenditoriale ma non di adempiere agli obblighi fiscali. Altrimenti chissà quanti si presenterebbero alla soglia dei vari "Ucciardoni" per chiedere asilo momentaneo, giusto il tempo di irridere all'erario. Fine della storia, l'uomo deve rassegnarsi a pagare oppure a prolungare la sua condizione di ospite a spese dello Stato. Morale: non c'è speranza, il fisco ci scova ovunque per presentarci imperturbabile i suoi esosi conti. Nessun posto è sicuro, nemmeno dietro quelle sbarre che tagliano a fette il cielo. E d'ora in poi, attenti all'ombra.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 1 marzo 2015
Pasquale Barra, da braccio destro di Cutolo all'assassinio di Turatello. Fino alle accuse a Tortora. Il "boia delle carceri" (uno dei suoi tre soprannomi) è morto in prigione e altrimenti non poteva essere. Non soltanto perché il camorrista Pasquale Barra da Ottaviano, 25 mila abitanti in provincia di Napoli, nella cintura vesuviana, era un ergastolano per gli omicidi, così numerosi che nemmeno esiste un numero preciso: tra i 65 e i 70. Barra, in galera, si è affiliato, ha scalato le gerarchie criminali, ha ammazzato e "cantato".
Ha collaborato con la giustizia e raccontato anche verità che tali non erano, basti pensare alle accuse contro il giornalista Enzo Tortora. E allora, magari, le immagini dal penitenziario di Ferrara dove venerdì, a 72 anni, Barra si è spento per un malore (le immagini d'un affezionato lettore del quotidiano cattolico "Avvenire", potrebbero essere state una recita. L'ultima. Nella vana speranza di raccomandarsi l'anima nera.
Un vecchio ispettore della Squadra mobile di Napoli dice che non lo piangeranno. Lontani i familiari, scomparsi i soci di malavita. In carcere non andava a trovarlo nessuno. In cella, se gli facevano il caffè, non era certo per deferenza nei confronti d'un boss quanto per pietà verso un signore malandato, inseguito dai problemi cardiaci.
Eppure al Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, un ufficiale che ha lavorato in Campania ricorda che "'o animale" (il suo secondo soprannome) è stato insieme un sicario infallibile e un uomo di "spessore" criminale. Dopodiché, non si sa se più usato oppure poco abile nei propri calcoli, il "boia delle carceri" rimarrà un killer. Un killer famoso, protagonista di agguati "unici" che hanno richiamato sia scrittori che registi; un killer che sconfinava oltre la bestialità di un omicidio per calarsi nella dimensione del cannibalismo.
Ad esempio con Francis Turatello, "re" della malavita milanese, contrapposto a Renato Vallanzasca, ucciso - eccoci di nuovo - in un carcere, quello sardo di Badu e Carros. Il 1980, il cortile del penitenziario e Pasquale Barra che trucidò Turatello con una quarantina di coltellate prima di sventrarlo. La storia scivolosa e traditrice dei collaboratori di giustizia, che spesso parlano per un salvacondotto e raramente per reale pentimento, non ha "ufficializzato" la totale responsabilità dell'"animale".
Secondo altri che in seguito hanno dialogato con la giustizia, potrebbe non esser stato Barra, o almeno potrebbe non aver avuto un ruolo decisivo, o ancora potrebbe non esser stato aiutato "solo" da Vincenzo Andraous, un assassino che oggi fa il poeta e gira per Comunità. Il penitenziario di Ferrara è piccolo, ha una capienza di 300 detenuti. Scarsa la presenza di figure note: scomparso Barra, non resta che una delle "bestie di Satana". Nel carcere ci sono attività sportive (calcio, pallavolo, corsa) e creative (scrittura, teatro).
"L'animale" non partecipava a niente. Se ne stava fermo in branda. Alternava la televisione allo sfoglio di "Avvenire". Non dava noie, non inoltrava richieste, non litigava, non aizzava gli altri detenuti. Se lo lasciavano in pace, era meglio; se lo importunavano, taceva. Alto, negli ultimi tempi per colpa della scarsa mobilità aveva messo su pancia. In precedenti circostanze avrebbe fatto di tutto per dimagrire.
La cosa ormai non gli dava pensiero: lo affaticavano i quattro passi dentro la cella. Barra aveva cominciato come tanti. Rapine, aggressioni. E come tanti l'avevano catturato e spedito nel carcere di Poggioreale. Lì si era inchinato alla Nco, la nuova camorra organizzata, struttura fondata da Raffaele Cutolo per "ristabilire" in Campania il dominio campano contro la mafia siciliana e i clan dei "marsigliesi". Non ha avuto una lunga vita, la Nco. Un contributo fondamentale l'ha dato Barra, che con le dichiarazioni ha mandato in galera quasi novecento persone. Pensare che di Cutolo, "l'animale" diventò braccio destro e braccio armato, punto di riferimento, interlocutore privilegiato.
E pensare che, laddove Barra raccontò che fu proprio Cutolo a ordinargli di eliminare Turatello, il fondatore della Nuova camorra organizzata negò ogni responsabilità. Naturalmente scaricando Barra. E anzi progettando di disfarsene. Turatello nacque in Veneto da padre ignoto che secondo fonti era Franck Coppola, mafioso, trafficante di droga, figura ingombrante per gli intensi rapporti con le alte sfere istituzionali e politiche.
La morte di Turatello fu un "errore strategico". Cutolo provò a giocarsi la carta del colpo di testa di un incontrollabile, impazzito Pasquale Barra in cerca di chissà quali vendette personali. Fu l'inizio della fine. Il "boia delle carceri" riuscì sì a evitare la vendetta votandosi alla collaborazione, ma nella discesa si tirò dietro chiunque. Fu in prossimità del ventesimo interrogatorio che Barra fece improvvisamente il nome di Tortora, "reo" di appartenere alla Nco e di muovere quantità di stupefacenti. Non passò molto che Barra ritrattò la versione, con quell'italiano che intanto migliorava. Entrato in galera analfabeta, "'o animale", il "boia delle carceri", aveva faticosamente iniziato a leggere. E si era guadagnato il terzo soprannome: lo "studente".
Ansa, 1 marzo 2015
Nel nuovo carcere di Oristano, inaugurato due anni fa nella frazione di Massama, ci sono 307 detenuti, 102 in più rispetto ai 205 previsti dalla capienza regolamentare. In compenso ci sono molti meno agenti di quanti ce ne dovrebbero essere. Quelli attualmente in servizio sono infatti solo 180 a fronte dei 250 previsti. La conferma che i conti non tornano è arrivata dalla visita di una delegazione del sindacato della Polizia penitenziaria della Uil composta dal segretario regionale Michele Cireddu, dal coordinatore provinciale di Cagliari Raffaele Murtas e dalla segretaria provinciale di Cagliari Stefania Massidda.
"Quello dell'organico è il vero punto debole dell'istituto di Oristano - ha commentato Cireddu - i vuoti più importanti riguardano in particolare le figure apicali, ispettori e sovrintendenti, che in un carcere dedicato al trattamento dei detenuti in regime di Alta sicurezza come quello di Oristano sono di fondamentale importanza".
La questione non è di poco conto. In gioco ci sono, infatti, la sicurezza dell'Istituto, degli agenti di Polizia penitenziaria e degli stessi detenuti. Sicurezza che in questo momento appare tutt'altro che garantita, come confermano altri tre dati emersi nel corso della visita. Nel 2014 dentro le mura del carcere di Massama si sono registrati un tentativo di suicidio (sventato dalla Polizia penitenziaria) due aggressioni nei confronti del personale di Polizia penitenziaria e ben 110 episodi di autolesionismo da parte dei detenuti.
La visita della delegazione della Uil-Pa Penitenziari ha confermato anche che non sono state risolte le carenze strutturali segnalate all'indomani della inaugurazione, umidità, infiltrazioni d'acqua nelle giornate piovose e crepe nei muri sono ancora un problema tutto da risolvere, ma i soldi necessari non sono mai arrivati.
www.gonews.it, 1 marzo 2015
Il 20 febbraio del 2014, il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria della Toscana, Carmelo Cantone, ha incontrato le OO.SS. della polizia penitenziaria annunciando ufficialmente che entro il 31 marzo 2015 gli effetti della legge n. 9/2012 avranno luogo.
Gli internati attualmente presenti nell'Opg di Montelupo Fiorentino dovranno cosi lasciare la struttura penitenziaria per essere consegnati al servizio sanitario nazionale o in altre cd. strutture intermedie o nei casi di non dimissibilità trasferiti nella Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitarie) individuato nella città di Pistoia, presso un ex convento da ristrutturare.
Le parole dell'Amministrazione Penitenziaria sembrano smentite da una relazione del Governo, di recente riportata in Parlamento, dove parrebbe invece che la Rems per la Toscana e l'Umbria sia stata individuata in luogo dell'attuale Casa Circondariale di Massa Marittima.
Il Sappe plaude all'evidente passo in avanti compiuto dalle istituzioni con la definitiva "cessione" dei malati di mente al Servizio Sanitario Nazionale, ma non comprende le ragione per cui il prezzo da pagare sia la chiusura definitiva dell'attuale sito penitenziario.
Sono svariati milioni di euro "dai 5/6 milioni" quelli spesi dal Dap per adeguare la sede dell'Opg di Montelupo Fiorentino agli standard di detenzione moderna, all'indomani dei lavori della Commissione parlamentare, presieduta dall'Onorevole Marino. Pertanto tutto faceva presagire il mantenimento della struttura per altre finalità penitenziarie. Ad oggi l'Amministrazione Penitenziaria continua a sborsare migliaia di euro al mese per delle impalcature ancora installate presso la struttura di Montelupo e € 180.000,00 sono le spese inutilmente elargite per un modernissimo impianto di aereazione mai andato in funzione.
Non esiste, secondo quanto riferito in sede d'incontro, un concreto piano di riconversione-utilizzo della struttura, eventualmente con detenuti a basso indice di pericolosità. Se da un lato le notizie sul destino degli internati si rincorrono a vicenda dall'altro lato nessuno a speso ancora una sola parola per giustificare lo spreco di un così imponente investimento di denaro pubblico per una struttura penitenziaria che andrà perduta per sempre.
I Baschi Azzurri di Montelupo Fiorentino e di Massa Marittima non sanno a quale destino affidarsi ed è per questo che il Sappe, congiuntamente alle altre OO.SS. regionali, ha richiesto un urgente incontro con i vertici dell'Amministrazione Penitenziaria centrale.
www.riviera24.it, 1 marzo 2015
"Chi parla di pubblici dipendenti fannulloni venga a fare il lavoro della polizia penitenziaria - così chiude Pagani - riportando una frase del massimo esponente Uil Carmelo Barbagallo". Venerdì 27 Febbraio, alle ore 14.00, così come annunciato, la delegazione della Uil capitanata dal Segretario Regionale Fabio Pagani, ha visitato la Casa Circondariale di Sanremo.
"Abbiamo verificato l'indecenza e lo stato dei luoghi di lavoro della Polizia Penitenziaria e non solo - commenta il sindacalista della Uil - penoso è anche lo stato delle camere detentive e soprattutto della Caserma Agenti - irritato Pagani aggiunge - la nostra iniziativa denominata "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori" - anche a Sanremo conferma, le infamanti e difficili condizioni di lavoro dove sono costretti a lavorare gli Agenti Penitenziari e le incivili condizioni di detenzione - si spera che i nostri servizi fotografici - spiega Fabio Pagani - siano un momento di riflessioni e per l'Amministrazione Penitenziaria e per le Istituzioni - le immagini dicono molto più delle parole sperando possano contribuire ad una presa di coscienza collettiva di come sia ancora distante la soluzione al dramma sociale delle condizioni di lavoro e di detenzione nelle nostre carceri - chiosa il Segretario della Uil-Pa Penitenziari - l'Istituto sanremese ha bisogno di un rinnovamento generale, dai luoghi di lavoro della Polizia Penitenziaria fino ai luoghi occupati dalla popolazione detenuta, veramente si può dire che Cristo si è fermato a Valle Armea non ad Eboli - chi parla di pubblici dipendenti fannulloni venga a fare il lavoro della polizia penitenziaria - così chiude Pagani - riportando una frase del massimo esponente Uil Carmelo Barbagallo".
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