Pamela Bevilacqua
www.spoletonline.com, 28 febbraio 2015
Sono 14 le persone imputate, tra cui esponenti di spicco della criminalità organizzato. Corruzione in carcere, rimangono in piedi 14 posizioni. "Creare" un quadro sanitario e le certificazioni giuste da fare avere agli avvocati dei detenuti ristretti nel carcere di Maiano. Era questo che faceva il dottor Fiorani ex medico del carcere, già giudicato con rito abbreviato e condannato a 3 anni e 10 mesi, insieme a sette detenuti.
Quattordici imputati sono ancora sotto processo per corruzione. Si tratta di alcuni detenuti e loro parenti. Ieri davanti al collegio penale, la ricostruzione puntuale, fatta dal commissario titolare della maxi inchiesta che portò all'arresto del professionista e delle altre persone. Quello che ne esce dal racconto è un sistema organizzato, mogli, generi, figli, cognati, dei detenuti che avrebbero portato direttamente il denaro in bustarelle, al professionista spoletino, all'interno del suo studio al centro di Spoleto. Cinquemila, diecimila, trentamila euro, l'interessamento del medico, per un loro congiunto, costava. I contatti sarebbero avvenuti nel carcere. Il recluso di turno parlava col professionista poi era il parente che avrebbe pagato per il favore.
Il giro si era talmente allargato che alcuni detenuti facevano da tramite ad altri carcerati. "Man mano che i casi aumentavano, però il dottore inizia a diventare sospettoso e sempre più attento - ha spiegato al pm Iannarone, il commissario titolare dell'inchiesta - tanto che in un'occasione, il medico fa bonificare l'intero ambulatorio del carcere da un detenuto.
A un parente di un altro carcerato invece fa controllare il telefono del suo studio per paura di essere intercettato e seguito. Si prende un cellulare al quale toglie la batteria ogni volta che non lo usa". Intercettazioni telefoniche, ambientali, pedinamenti, osservazioni, riprese video. Diverse le prove che incastrerebbero i protagonisti di questa vicenda giudiziaria. "Abbiamo rinvenuto anche un planning dove il medico - dice il testimone - alla fine di ogni incontro con i parenti di qualche detenuto, segnava se quel colloquio era stato positivo o negativo". Alcuni imputati sono già detenuti nel penitenziario di Maiano per altri reati gravi, alcuni sono ristretti al 41 bis e sono esponenti della criminalità organizzata.
La Provincia di Cremona, 28 febbraio 2015
Ancora tensione nel carcere di Cremona. Un detenuto ha dato fuoco ad un materasso all'interno della propria cella. Il penitenziario torna così al centro delle cronache dopo la rissa tra detenuti nei giorni scorsi e il tentativo di un altro ristretto di colpire un poliziotto penitenziario con del liquido bollente.
"Un detenuto romeno ha dato fuoco ad un materasso in cella: subito è intervenuto il collega della Polizia Penitenziaria che ha fatto uscire il detenuto dalla cella, spingendo fuori anche il materasso e scongiurando così conseguenze più gravi", ha raccontato Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria).
"Poi lo stesso detenuto ha reagito nei confronti dell'agente con offese e sputi. Non solo Un altro poliziotto penitenziario si è punto ad un dito durante perquisizione ordinaria con una macchinetta tatuaggi e ora è comprensibilmente in forte stato di ansia per l'accaduto. Si tenga conto che nel carcere di Cremona mancano anche i guanti in lattice e tutto ciò che occorrerebbe per operare in sicurezza".
Martedì i vertici regionali del Sappe - il neo segretario regionale Alfonso Greco ed il segretario nazionale lombardo Franco Di Dio - incontreranno a Cremona i vertici locali del Sappe. "I problemi a Cremona ci sono, come in ogni penitenziario, ed è sbagliato affrettarsi a sminuire quel che è accaduto nei giorni scorsi. Non ha alcun senso. Certo deve fare riflettere seriamente se un carcere come Cremona, con una media di 300/350 detenuti presenti in media, ha un numero di tentati suicidi e di episodi di autolesionismo dei ristretti più alto rispetto a carceri con un numero significativamente più alto di detenuti presenti, come ad esempio quelli milanesi. Chiedere una ispezione ministeriale vuol dire dare tutele e maggiori garanzie a coloro che in carcere lavorano nella prima linea delle sezioni detentive, ossia i poliziotti penitenziari".
di Chiara Dino
Corriere Fiorentino, 28 febbraio 2015
C'è vento, sempre, e poi ci sono costoni di roccia appuntiti che sembrano sul punto di franare giù in mare. E anche il nome - Gorgona - di questo scoglio a 37 chilometri dall'Italia, a sud di Livorno è aspro e cattivo. Trovarci loro, 70 detenuti con lunghe pene alle spalle, in dirittura d'arrivo sembra una beffa.
Non è un posto accogliente quest'isola eppure, se si ribalta il punto di vista si scopre che, pian piano, sta diventando un emblema di eccellenza nel nostro sgangherato sistema penitenziario. Ci siamo andati ieri perché i Frescobaldi impiantavano, a 3 anni di distanza dal primo, un secondo vigneto, un altro ettaro per produrre quel vino di cui al momento sono in commercio solo 2.700 bottiglie, e chissà domani forse di potrebbe arrivare a 5.000. Un bianco, Ansonica e Vermentino, che si chiama Gorgona.
Loro, i Frescobaldi, sono titolari di un progetto che ha fatto, molto e bene parlare di sé: perché a lavorare la terra, a far la vendemmia, a mettere il prodotto in botti (di legno e di acciaio) sono i detenuti al confino in questo scoglio sperduto, che però non possono imbottigliare né bere, neanche un goccio di quanto producono. Il progetto è stato avviato tre anni fa grazie alla tenacia di Carlo Mazzerbo, direttore di questa sezione penitenziaria che rischiava di chiudere (alti i costi di gestione se si pensa che per 70 carcerati ci sono 60 agenti di polizia penitenziaria più altri 40 che vanno e vengono con le loro motovedette e che alcuni tengono qui le compagne mentre altri fanno su e giù dalla terra ferma) e di chi lo ha preceduto, Maria Grazia Giampiccolo. Affrontato l'ostacolo si sono inventati un carcere a suo modo modello, dove tutti i detenuti lavorano: c'è chi coltiva l'orto, chi fa il pane o cucina, chi sbriga piccole incombenze meccaniche, chi si occupa della fattoria e ci sono i vignaioli (20 si sono dati il cambio da quando è partito il progetto).
Non basta perché Mazzerbo ha in mente, dato che l'isola offre ingressi contingentati anche ai turisti (75 la settimana) di cercare qualcuno che prenda in gestione il bar, il forno, un ristorante. Progetti di là da venire di un'isola dove abita solo chi gravita intorno al carcere e una donna, una sola. Si chiama Luisa Cetti, ha 87 anni ed è una forza della natura: "Mi sono sposata a 16 anni - racconta - con un fiorentino , quando lui è morto ho deciso di tornare a vivere nella casa dove son nata". E come è ovvio è diventata la mamma di tutti. La coccolano i detenuti che le portano le provviste arrivate da Livorno quando il mare lo consente, la proteggono i poliziotti, le fa compagnia qualcuna delle moglie degli agenti. Ma soprattutto ha un filo diretto con chi come lei qui ha in programma di starci per tempi più lunghi.
Ciro ha 38 anni è a Gorgona da un anno e mezzo e lavora allo spaccio: "Ci resterò fino al 2023, a meno che non mi abbassino la pena". Prima era stato a San Gimignano e Viterbo e ora lo hanno trasferito sull'isola: "Sto bene adesso, in confronto alle altre carceri non c'è paragone". Il perché è presto detto: come ci ha spiegato il sovrintendente Zaccaria: "Le loro stanze si aprono alle 6,30 del mattino e si chiudono alle 8 di sera. Chi ha da lavorare in quell'arco di tempo può stare fuori". È il lavoro che fa la differenza e cambia profondamente il modo di vivere, anche nell'isola delle storie criminali - c'è chi ha più di un omicidio alle spalle - nella Repubblica fondata sul lavoro che dovrebbe essere il nostro Paese.
Carmelo ha 53 anni, è a Gorgona da un anno, lavora in vigna e qui deve starci ancora un decennio: "Ero a Sollicciano prima, ma qui è un'altra cosa, sono libero, lavoro, lì ero sempre chiuso in cella". Ha due ex mogli, una fidanzata e due figli. E se pensa all'uscita ci dice: "Mi fa paura, con la crisi che c'è". Ha voglia di raccontarci la sua vita di prima: aveva un locale e in principio gli sarebbe toccato l'ergastolo. Di più non può dire. Yang è cinese ha già scontato dieci anni di pena, ci racconta mentre impianta i vitigni, tra due settimane sarà fuori e pensa di restare in Italia. Anche se da quando è sull'isola non ha mai ricevuto una visita.
E poi c'è Benedetto, detenuto eccellente con quasi trent'anni di galera alle spalle, che deve scontare ancora un anno e mezzo di pena. Ha 53 anni, è un siciliano dagli occhi smarriti. Qui a Gorgona fa il cantiniere. Prepara il vino che poi sarà imbottigliato nella tenuta di Colle Salvetti. È elegante, gentile, ma sembra infastidito dalla nostra presenza. A coordinare tutti quanti lavorano in vigna c'è Federico Falossi: li conosce uno a uno. E conosce le ragioni che li hanno portati fin qui. Tra tutte le cose che racconta una fra tutte è quella che colpisce di più: "Hanno tutti fame di lavoro. Bisogna talvolta frenare il loro entusiasmo".
Qualcosa vorrà pur dire questo bisogno di fare. Ce lo suggerisce il commissario Salzano che è qui in servizio da un anno: "Le altre carceri dove ho lavorato sono luoghi terribili. La vera pena è il nulla, la condanna a non avere niente da fare. Le giornate sono talmente uguali l'una con l'altra che poco a poco i detenuti si spengono e anche quando sono fuori per l'ora d'aria camminano su e giù in modo meccanico. Il cervello inizia ad adeguarsi al vuoto". Già la vera pena è non avere nulla da fare. E qui da fare per fortuna ce n'è. C'è anche un progetto di tutela degli animali coordinato da un veterinario napoletano, Marco Verdone, che lavora quasi esclusivamente con l'omeopatia. C'è Francesco Simi un fotografo free lance che ha avviato un corso di foto in pellicola. C'è chi organizza corsi di sub. All'ombra di questa selva aspra e forte però, e circondati dalle motovedette della polizia.
www.romatoday.it, 28 febbraio 2015
Firmato un Protocollo d'Intesa con il Provveditorato Regionale dell'amministrazione penitenziaria. Dieci persone in esecuzione di pena, a titolo volontario, contribuiranno al decoro urbano ed alla manutenzione del verde. Decoro urbano ed inclusione sociale, un binomio virtuoso che presto caratterizzerà le aree verdi del Municipio XI. L'ente di prossimità ha sottoscritto un Protocollo d'Intesa con il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria del Lazio. Ed a trarne beneficio saranno tanto i detenuti quanto il territorio municipale.
"Quando l'Amministrazione penitenziaria del Lazio ci ha manifestato il suo impegno sul fronte dell'inclusione sociale delle persone in esecuzione di pena e messa alla prova - ha commentato il Presidente Veloccia a latere della sottoscrizione del protocollo - ci siamo attivati immediatamente per avviare specifici progetti e per l'individuazione di occasioni di sviluppo e di nuove attività lavorative nel nostro territorio, che valorizzassero le risorse delle persone in esecuzione penale".
Con l'accordo, il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria individuerà una decina di detenuti che potranno beneficiare dell'opportunità di lavoro all'esterno. All'Ente di prossimità invece spetta il compito di individuare e mettere a disposizione le situazioni finalizzate alle attività di reinserimento sociale.
Le misure alternative alla pena , nel Comune di Roma, sono oggi 1568 e di queste, già 52 riguardano il Municipio XI. Grazie all'accordo sottoscritto in giornata, circa 10 persone nel lungo periodo e tre di loro nell'immediato, saranno selezionati e coinvolti in lavori di pubblica utilità, a titolo volontario e per periodi determinati "avvalendosi per la presa in carico assicurativa e lavorativa - viene specificato in una nota - della collaborazione di soggetti affidatari dell'attività di manutenzione del decoro urbano e delle aree verdi del Municipio XI".
di Roberto Davide Papini
La Nazione, 28 febbraio 2015
Scelta simbolica della cittadina che ospita uno degli ospedali psichiatrici giudiziari che a fine marzo dovranno essere chiusi. Insolita, ma simbolica scelta dei radicali fiorentini dell'associazione "Andrea Tamburi": il loro congresso annuale, infatti, si svolgerà sabato 28 febbraio a Montelupo Fiorentino, "per ricordare che la città è una delle sei sedi di Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) ancora attivi in Italia e che il 31 marzo scade la proroga del Governo per la chiusura di queste strutture con la conseguente presa in carico degli internati da parte del servizio sanitario nazionale".
Al congresso dei radicali fiorentini prenderà parte anche il leader storico del Partito Radicale, Marco Pannella. "La chiusura, o meglio il superamento, degli Opg - si legge in una nota - si porta dietro, infatti, tanti problemi, sociali, culturali, politici e amministrativi, molti dei quali tuttora aperti. L'intenzione dei radicali è far chiarezza sulla situazione è scongiurare una chiusura degli Opg solo di facciata". L'inizio del congresso (che si terrà presso il circolo "Il Progresso) è previsto per le 11 e durerà per tutto l'arco della giornata: Marco Pannella prenderà la parola alle ore 18.
www.bologna2000.com, 28 febbraio 2015
Lunedì 2 marzo alle 9,30, una delegazione istituzionale incontrerà i detenuti alla Casa Circondariale della Dozza: la visita, rivolta agli uomini detenuti, affronterà il tema della violenza contro le donne. L'incontro sarà curato da Giuditta Creazzo, Paolo Ballarin e Gabriele Pinto dell'associazione Senza Violenza. Hanno aderito anche i consiglieri Melega e Barcelò. Una seconda visita, il 6 marzo alle 15, coinvolgerà invece la Sezione femminile del carcere in un incontro con le volontarie del progetto Non solo Mimosa, rivolto alle donne detenute e centrato sui temi della salute ed il benessere femminile.
Le due iniziative sono state organizzate in accordo e con il pieno appoggio della Direttrice della Casa circondariale, Claudia Clementi.
Gli incontri sono promossi dalla Presidente della commissione delle Elette, Maria Raffaella Ferri, insieme alla Presidente del Consiglio, Simona Lembi, e alla Garante per i diritti delle persone private della Libertà, Elisabetta Laganà, nell'ambito delle iniziative per la Giornata internazionale della donna.
Ristretti Orizzonti, 28 febbraio 2015
Balamòs Teatro organizza un incontro di laboratorio con Pippo Delbono, Venerdì 6 Marzo 2015, alle ore 16.00 nell'ambito del progetto teatrale Passi Sospesi diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, (incontro riservato alle donne detenute) in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto. La compagnia di Pippo Delbono sarà presente dal 4 all'8 Marzo al Teatro Verdi di Padova con lo spettacolo Orchidee.
Pippo Delbono, autore, attore, regista, è nato a Varazze (SV) nel 1959. Negli anni 80 ha iniziato gli studi di arte drammatica in una scuola tradizionale che ha lasciato in seguito all'incontro con Pepe Robledo, un attore argentino proveniente dal Libre Teatro Libre. Insieme si sono trasferiti in Danimarca e si uniscono al gruppo Farfa, diretto da Iben Nagel Rasmussen, attrice storica dell'Odin Teatret e Delbono ha iniziato un percorso alternativo alla ricerca di un nuovo linguaggio teatrale. Si è dedicato allo studio dei principi del teatro orientale che ha approfondito nei successivi soggiorni in India, Cina, Bali, dove fulcro centrale è stato un lavoro minuzioso e rigoroso, dell'attore sul corpo e la voce. Nel 1987 ha incontrato Pina Bausch che lo ha invitato Wuppertaler Tanztheater, segnando profondamente il percorso artistico del regista.
Lo stesso anno ha creato il suo primo spettacolo, Il tempo degli assassini e in seguito: Morire di musica, Il Muro, Enrico V, La rabbia, Esodo, Itaca, Her Bijt, Il Silenzio, Gente di plastica, Guerra (e l'omonimo documentario), Urlo, Racconti di Giugno, Questo buio feroce, Grido (lungometraggio), La Menzogna, La Paura (lungometraggio), Blue Sofa (lungometraggio), Dopo la battaglia, Obra Maestra (opera lirica). Barboni è stato lo spettacolo che vede protagonista Bobò, un piccolo uomo sordomuto e analfabeta, incontrato casualmente in un laboratorio nel manicomio di Aversa, dove era rinchiuso per 45 anni. Pippo Delbono ha riconosciuto in Bobò e nella sua capacità gestuale i principi del teatro orientale.
Gli elementi che Delbono aveva appreso dopo lunghi anni di training erano presenti come dote acquisita in Bobò, un attore capace di accompagnare con precisione il suo gesto teatrale nella totale assenza di retorica. In seguito si sono aggiunti Nelson Lariccia, un ex clochard, e Gianluca Ballarè, un ragazzo down. Delbono ha motivato la scelta di questi attori, perché ritenuti tra i più capaci ed abili ad incarnare la sua visione poetica di un teatro basato sulle persone e non sui personaggi, un teatro non psicologico, lontano dai cliché insegnati nelle scuole e nelle accademie. Gli spettacoli di Delbono non sono allestimenti di testi teatrali ma creazioni totali, gli attori sono parte di un nucleo che si mantiene e cresce nel tempo.
Intorno a queste figure ed oltre alla presenza di Pippo Delbono e Pepe Robledo, si sono aggiunti anche gli attori Dolly Albertin, Margherita Clemente, Ilaria Distante , Simone Goggiano, Mario Intruglio, Gianni Parenti e Grazia Spinella. La Compagnia Delbono, ha fatto tappa in più di cinquanta paesi e oggi rappresenta una delle più note realtà italiane teatrali nel mondo.
di Silvano Privitera
www.vivisicilia.it, 28 febbraio 2015
Troina. La compagnia teatrale troinese amatoriale "I Viandanti" in missione umanitaria nella casa circondariale "Luigi Bodenza" di Enna dove, grazie alla disponibilità e sensibilità della direttrice Letizia Bellelli e dei suoi collaboratori, hanno messo gratuitamente in scena la commedia "A futtuna do puvirieddu".
La commedia è un adattamento in dialetto siciliano di una commedia scritta nei primi anni 40 del secolo scorso da Eduardo De Filippo e Armando Curcio. Nella commedia si racconta di quello che può capitate a chi povero in canna, costretto a vivere di stenti e di espedienti, viene improvvisamente baciato dalla fortuna. Per gli ospiti della casa circondariale di Enna è stata un'occasione per trascorrere un paio d'ore in maniera diversa dalle solite giornate.
Si sono divertiti ed hanno apprezzato lo spettacolo applaudendo ripetutamente a scena aperta. In segno di gratitudine, gli ospiti della casa circondariale di Enna hanno regalato alla compagnia teatrale amatoriale troinese un'anfora costruita da loro utilizzando dei pezzetti di legno. Ma come è nata l'idea di questa "missione umanitaria"?
L'abbiamo chiesto alla compagnia teatrale che abbiamo incontrato l'altro ieri sera nell'oratorio " Frà Vittorio Calandra" del convento dei cappuccini. Nei locali del convento gli attori non professionisti preparano e provano le commedie che poi rappresentano altrove. Molti di loro dedicano una parte del loro tempo libero all'organizzazione e alla gestione dell'oratorio.
All'incontro c'erano quasi tutti i componenti della compagnia teatrale. "Molti di noi sono impegnati nell'attività di solidarietà in favore degli ultimi che trovano accoglienza nel convento dei cappuccini. Da qui è scaturita l'idea di presentare nella casa circondariale di Enna la commedia che avevamo allestito e già presentato a Troina riscuotendo un certo successo. L'abbiamo proposta agli altri che l'hanno condivisa con entusiasmo", ci hanno detto i componenti della compagnia incontrati nell'oratorio "Frà Vittorio Calandra".
Tra attori, comparse, scenografi, costumisti sono 16 i componenti della compagnia amatoriale troinese "I Viandanti", che hanno messo in scena la commedia: Roberto, Bottitta, Morena Compagnone, Nina Giamboi, Agostina Impellizzeri, Tanina L'Abate, Nuccia Macrì, Salvatore Maiorca, Antonio Marino, Salvatore Monastra, Delia Palmigiano, Vito Paraspola, Rocco Piccione, Angela Privitera, Marisa Privitera, Sebastiano Saladdino e Nanita Suraniti.
www.glianni70.it, 28 febbraio 2015
"È qui in galera che l'ordine ti si rivela per quello che è: violenza quotidiana che ti si abitua ad accettare come ordine" (Lettera dal carcere di Torino, autunno 1969).
Per la stragrande maggioranza delle persone il carcere è un universo sconosciuto. La paura che esso evoca genera un meccanismo di rimozione. E così il carcere si sottrae allo sguardo pubblico e alla critica della sua funzione, supposta, di risocializzazione. Da qui la necessità di provare a spiegare "cos'è il carcere", e di discutere la "possibile utopia" della sua abolizione. Questo tentativo riesce bene a Salvatore Ricciardi, che il carcere ha conosciuto a fondo per averci trascorso un lungo tratto della sua esistenza.
Con una narrazione essenziale, Ricciardi racconta in cosa consiste "la casa del nulla", una delle tante definizioni coniate dai prigionieri per nominare l'inferno che sono costretti ad abitare. Una realtà regolata da una violenza quotidiana dispotica e crudele, dai parametri di una pena affatto "rieducativa". Come in un lucido sogno, Ricciardi si addentra nella vita passata, si ricala nei gironi dell'inferno, ne ripercorre i meandri raccontando i corpi e le menti sofferenti che lo abitano, le loro condizioni materiali di vita, le loro tecniche di resistenza all'annientamento psicofisico che fa registrare centinaia di suicidi e migliaia di atti di autolesionismo all'anno. Prefazione di Erri de Luca.
Cos'è il carcere. Vademecum di resistenza, presentazione di Salvatore Ricciardi
Da troppo tempo ormai ho questo articolo in bozza e non mi decido mai di pubblicarlo: non va mai bene, troppo coinvolto personalmente e quindi è una continua correzione, aggiunte, cancellazioni. Prima mi perdo troppo nel mio "personale" poi mi perdo troppo nelle riflessioni, nei ricordi e in tutto quello che questo libro ha risvegliato e che sembrava ormai sepolto nel passato.
Chi è stato in carcere per lungo tempo, che lo voglia o no, sa che ha una partita aperta. È proprio vero, ha ragione Salvatore Ricciardi: l'esperienza coatta ti entra nella carne, nel dna e anche se credi dopo molti anni dopo che è solo un brutto ricordo, tale non è.
È la violenza più forte, più complessa e più subdola che si possa fare ad un uomo, ed è talmente radicata nel nostro essere e nel nostro inconscio, nell'inconscio collettivo che alla fine abbiamo accettato il carcere non solo come una cosa normale, ma addirittura necessaria alla società.
Senza entrare nel tema della punizione e della necessità di punire coloro che commettono reato, del dovere dello Stato di salvaguardare l'incolumità dei propri cittadini, del fatto che da che mondo è mondo i crimini sono stati sempre puniti, poiché in caso contrario la vita in società non sarebbe possibile. Su questo terreno vale il principio "fiat iustitia, pereat mundus".
È il concetto dell'insignificanza della pena privativa della libertà da un punto di vista esistenziale, inteso in senso di rapporto dell'essere umano con se stesso, il punto focale: La pena privativa della libertà non può essere una pena per il semplice fatto che non punisce ma priva di qualcosa senza la quale non si può realizzare le più recondite possibilità, blocca il potere di crescita dell'individuo escludendolo dalla società. È privazione di libertà senza condizioni, senza remore e senza vergogna. È privazione del tempo: Il tempo viene impedito dall'essere vissuto poiché solo nella libertà il tempo presente acquista significato e creatività esistenziale per il singolo individuo.
Questo ci racconta Salvatore nel suo libro: "La lotta contro il carcere è parte della partita infinita per la conquista della libertà". E non ce lo racconta come farebbe un sociologo, piuttosto che uno scrittore navigato che sa catturare l'attenzione del lettore, no, ce lo fa vivere, rivivere. Ti accompagna in questo viaggio nella disperazione, ti fa sentire il battere dei ferri, la conta, la fine dell'ora d'aria. Un grande momento di riflessione e di condivisione, per tutti: sia per chi in carcere c'è stato, sia per chi l'ha visto solo nei film.
Salvatore Ricciardi (Roma, 1940) dopo gli studi tecnici e il lavoro in un cantiere edile è assunto in qualità di tecnico nelle ferrovie dello Stato. Svolge attività sindacale nella Cgil e politica nel Partito socialista di unità proletaria. Partecipa al movimento del '68 studentesco e del '69 operaio. Negli anni successivi è tra i protagonisti dell'autorganizzazione nelle realtà di fabbrica e dei ferrovieri. Dopo aver militato dell'area dell'autonomia operaia nel '77 entra a far parte della Brigate rosse. Viene arrestato nell'80. Alla fine di quell'anno con altri prigionieri organizza la rivolta nel carcere speciale di Trani. Condannato all'ergastolo, alla fine degli anni Novanta usufruisce della semilibertà. Dopo trent'anni di detenzione, recentemente ha riacquistato la libertà. Lavora presso una libreria ed è redattore di Radio onda rossa, a Roma.
di Dario Stefano Dell'Aquila e Antonio Esposito
La Repubblica, 28 febbraio 2015
Questa settimana è stato a Napoli Frederick Wiseman, Leone d'Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia. Wiseman, chiamato anche a tenere una lectio magistralis all'Università Federico II, è uno dei più grandi documentaristi del nostro tempo. Le sue opere mantengono una invincibile attualità.
È il caso di Titicut Follies, il documentario di Frederick Wiseman realizzato nel 1966 nello State Hospital for the Criminally Insane at Bridgewater nel Massachusetts, l'equivalente dei nostri Ospedali psichiatrici giudiziari, che mostra la vita disumana degli internati in quest'istituzione. Al di là della specificità proprie del tempo e del luogo restituite con forza dalla pellicola, quello che resta maggiormente scioccante è verificare il perpetuarsi immutato delle logiche e delle prassi di disumanizzazione e mortificazione dell'umano proprie di queste strutture totali.
Al di là della denominazione e dello spazio in cui sorgono, le istituzioni manicomiali si strutturano sulla base di un principio di alienazione che resta indifferente al fluire del tempo, fissato in un'immobilità funzionale a meccanismi di potere estranei alla cura, piuttosto legati al contenimento e all'annullamento di quanto viene identificato come anomalia e quindi reso patologico. Prendiamo spunto da Wiseman per tornare a un tema aperto da Giuseppe Del Bello su queste pagine sulla prossima chiusura dei due Opg di Napoli e Aversa prevista per il 31 marzo prossimo.
Chi ha incontrato la realtà degli Ospedali psichiatrico giudiziari italiani, riconosce, tra le pieghe di quella brutale violenza raccontata dal documentario di Wiseman la realtà che soggiace tutt'oggi al funzionamento delle strutture delegate alla reclusione degli internati e delle persone detenute finite in osservazione psichiatrica. Si potrebbe obiettare - c'è chi lo fa - che le forme estreme di contenzione e pseudoterapia mostrate dalla pellicola non appartengono più alla nostra quotidianità o che occuparsi di Opg sia una questione residuale.
Sono obiezioni sensate, ma solo in parte veritiere. Perché c'è la concreta possibilità che la maggioranza degli attuali internati non saranno presi in carico dai servizi territoriali con progetti individualizzati, ma resteranno all'interno delle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, nelle quali la psichiatria riacquista esplicitamente una funzione custodialistica o nelle cosiddette articolazioni sanitarie delle carceri.
Come sempre c'è il rischio che si cambi per non cambiare nulla. Occorre anche con onestà ammettere che per molte persone affidate alle comunità gestite dal terzo settore non sempre si dà luogo a interventi di inclusione sociale, quanto piuttosto a nuove forme di marginalizzazione e abbandono, nuove prassi di contenimento farmacologico, e spesso al rientro nelle strutture manicomiali di provenienza per il fallimento del progetto terapeutico. La legge 81/2014, che ha sancito la chiusura degli Opg, non ha inciso sul meccanismo delle misure di sicurezza e di internamento. Pur rappresentando un fondamentale passo avanti il superamento formale del meccanismo degli ergastoli bianchi e la spinta a individuare misure di pena alternative all'internamento, la valutazione psichiatrica della pericolosità sociale rischia di determinare più di un corto circuito. Ben oltre la strutturazione fisica del manicomio criminale, ciò che si sarebbe dovuto smantellare e resta invece intatto è il dispositivo psichiatrico e normativo che le determina. Ancora, non si può essere soddisfatti nell'evidenziare che le torture cui sono sottoposti i pazienti filmati da Wiseman oggi sono superate.
La violenza cambia forma e strumenti, ma le pratiche di contenzione, anche quelle fisiche, restano ancora un dogma della psichiatria. Non hanno abbandonato le fascette per legare e finanche elettrochoc, a volte si sono forse raffinate con la contenzione farmacologica, ma le prassi psichiatriche, oggi ancora più che in passato, sembrano legate piuttosto alla criminalizzazione medicalizzata di ciò che è considerato devianza piuttosto che alla presa in carico della sofferenza. Le vite raccontate da Wiseman nei manicomi americani del 1966 sono terribilmente identiche a quelle degli internati di oggi, negli Opg della Campania e del resto del paese. Perché terribile e identica è la logica di annullamento sottesa al manicomio, in qualunque forma si manifesti.
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