di Ylenia Cecchetti
La Nazione, 2 marzo 2015
Dubbi, punti interrogativi, preoccupazioni e perplessità. Tra i tanti nodi ancora da sciogliere, la chiusura dell'Opg - ormai vicina, è prevista per il 31 marzo - porta con sé un'unica, grande certezza: la lettera di licenziamento per una decina di infermieri, liberi professionisti e storici operatori sanitari all'interno della struttura montelupina. "Non abbiamo più bisogno di voi, arrivederci".
Questo il contenuto, in sintesi, della lettera raccomandata che a metà gennaio 10 infermieri a partita Iva (di cui 4 non ancora in età pensionabile), si sono visti recapitare. Con grande amarezza. "Dal 31 marzo - si sfoga una delle infermiere mandate a casa dall'Asl 11 - siamo senza lavoro. E questa è l'unica cosa certa in un abisso fatto di proroghe e ritardi".
Non ci sono soltanto gli agenti penitenziari a chiedersi quale sarà il loro futuro dopo il 31 del mese. C'è tutto un indotto, fatto di professionisti che per anni hanno prestato servizio all'interno dell'Opg. E che oggi, proprio come gli internati, aspettano di conoscere il loro destino. Voltare pagina e ricominciare. Sì, ma come? Dove?
"Lavoro all'Opg da 16 anni - racconta l'infermiera che ha deciso di rompere il silenzio anche a nome di altri colleghi e dipendenti della struttura - presto servizio anche alla Casa circondariale di Empoli. Da metà gennaio le cose sono cambiate. Ci siamo visti costretti a dimezzare i turni di servizio; siamo stati avvisati dall'Asl che dal 31 al nostro posto subentrerà una cooperativa. La motivazione? In questo modo sarà migliorata l'assistenza infermieristica. E questo a prescindere dal fatto che ancora non si sa dove finiranno gli internati".
Ignorate, emarginate, umiliate. Si sentono così quelle persone che hanno dedicato una vita al servizio dei pazienti detenuti in viale Umberto I. "Ci siamo rimasti male. Ma siamo sicuri che lasciare tutto in mano ad una nuova cooperativa, di punto in bianco, sia la soluzione giusta? Non possono accusarci di non aver svolto il nostro lavoro al meglio. Per anni abbiamo lavorato a ritmi frenetici: di giorno, di notte, per le feste. Non ci siamo mai tirati indietro: la situazione, anche se migliorata gradualmente negli anni, è restata e resta difficile".
In prima linea c'erano loro, quelli che oggi sono stati esclusi dall'attività lavorativa. "Sì, lo scriva, sul "fronte Opg" c'eravamo noi. Che abbiamo esperienza da vendere. All'interno dell'ospedale abbiamo fatto di tutto, sacrificandoci all'occorrenza: abbiamo pulito i bagni, fatto il bucato per gli internati, li abbiamo assistiti quando gli educatori non c'erano".
Tra meno di un mese a casa senza lavoro. "Diventa problematico cercare un altro impiego per chi come me ha due anni alla pensione. Molti di noi sono padri e madri di famiglia, ora dovremo reinventarci una vita. Come liberi professionisti non abbiano sindacati che ci tutelino, ma vogliamo far sentire la nostra voce e chiedere alle istituzioni di tenere presente la nostra difficile condizione".
di Marco Madonia
www.alessandrianews.it, 2 marzo 2015
Prosegue il nostro viaggio all'interno del carcere. Oggi intervistiamo Manuela Allegra, Capo Area Educativa della Casa di reclusione di San Michele, per scoprire tutte le attività che vengono svolte all'interno del carcere, quali sono i percorsi di reinserimento possibili, quali le difficoltà maggiori e le più grandi soddisfazioni.
Quante persone compongono l'organico degli educatori a San Michele? Sono sufficienti?
"Per ora siamo 6 persone in tutto, ma da pianta organica dovremmo essere 11. Essere praticamente la metà di quanto sarebbe necessario ovviamente ci dà qualche problema, ma questo per fortuna è un periodo con meno detenuti rispetto al passato e diciamo che riusciamo comunque a gestirci abbastanza bene".
Qual è il ruolo dell'educatore all'interno del carcere?
"Quella dell'educatore è una figura istituzionale che ha il compito di svolgere attività di osservazione e trattamento del detenuto. In pratica ciascuno di noi ha certo numero di detenuti in carico, ripartiti in ordine alfabetico. Attualmente sono circa 50 a testa. A San Michele esiste un polo scolastico un polo scolastico interno con un educatore specifico. Io in particolare seguo poi le persone in articolo 21 e i semi liberi, quindi i detenuti che hanno già contatto con l'esterno della struttura".
Come funziona la vostra attività di osservazione?
"Dobbiamo cercare di conoscere il più possibile delle persone che abbiamo in carico: ricostruiamo le loro storie di vita, cercando di capire quali possano essere le loro risorse positive da sviluppare e gli aspetti nei quali invece ciascuno è più carente. La legge ci impone 9 mesi di osservazione prima di costruire con loro un vero e proprio percorso, ma è chiaro che non è possibile incasellare rigidamente le persone. Dopo questo periodo viene steso un documento di sintesi che tiene conto delle osservazioni di tutto lo staff che ha a che fare con il detenuto, non solo gli educatori quindi, e si delinea un possibile percorso da seguire, che sia di studio o di lavoro all'interno del carcere, o la concessione dei primi permessi premio o in coinvolgimento in altre attività. Diciamo che ogni percorso è personalizzato".
Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate nel vostro lavoro?
"Il nostro compito è anche quello di progettare e organizzare tutte le attività all'interno del carcere. Dobbiamo cercare di dare ai detenuti l'opportunità di innescare in loro una riflessione profonda su quanto accaduto e lavorare a un cambiamento che consenta loro di reinserirsi meglio in società. Per capire le difficoltà maggiori che incontriamo è necessario ricordare che l'ordinamento penitenziario è del 1975. Da allora nella società ci sono stati cambiamenti radicali. Circa la metà dei detenuti di San Michele è straniera: la lingua è il primo grande problema che incontriamo e ovviamente è un ostacolo per l'inserimento nelle attività. I detenuti tendono a fare gruppo con i propri connazionali e questo non aiuta. Tantissimi poi non hanno poi parenti o legami sul territorio: le procedure di espulsione e di estradizione sono spesso molto lunghe e quindi si ritrovano qui senza nessuno che possa dare loro sostegno, sia psicologico che economico. Si tratta di persone sulle quali non riusciamo a intervenire più di tanto, anche perché è impossibile pensare a reinserimento in società se si sa già che verranno espulse una volta uscite dal carcere. Finiscono così per essere discriminati due volte: non avendo legami sul territorio non possono contare su una serie di diritti e benefit disponibili invece per altri. È odioso dirlo ma finiamo in qualche modo per discriminarli anche noi: quando le risorse sono scarse si sceglie di puntare su chi avrà più occasioni di reinserirsi in società potendo contare su maggiori legali con il territorio".
Tantissimi detenuti sono a San Michele per reati legati alla droga. Molti di loro sono tossicodipendenti. Come viene gestito questo problema e come incide sul vostro lavoro?
"È vero, circa la metà della popolazione carceraria giunge qui con problemi di tossicodipendenza. È difficilissimo lavorare con loro, più per gli effetti della dipendenza psicologica che per veri e propri malesseri fisici. Abbiamo degli operatori del Sert che operano qui con noi. Paradossalmente chi ha problemi di tossicodipendenza è però avvantaggiato nel poter usufruire di una serie di programmi speciali e può contare su maggiori legami con il territorio. Il problema è così sentito che esistono comunità di recupero pronte all'affidamento e ci sono misure alternative alla detenzione che per altre situazioni non esistono. Due educatori, due psicologhe, un assistente sociale e un medico qui in carcere hanno il compito specifico di seguire tutte le persone con problemi di dipendenza da sostanze".
Quali sono le attività che proponete come educatori?
"Essendo San Michele caratterizzato da una popolazione di detenuti con condanne mediamente lunghe, si possono proporre moltissime attività. Già a partire dal 1956 nel carcere è presente una scuola, fra le prime esperienze in Italia di questo genere. Oggi copriamo tutti gli ordini scolastici, dalla scuola primaria alla media, dall'istituto tecnico per geometri all'odontotecnico (ora sospeso), dai corsi professionali di falegnameria e aiuto cuoco a quelli universitari di giurisprudenza, scienze politiche e informatica. Ovviamente cerchiamo di selezionare le attività che più possano essere utili ai detenuti, offrendo loro qualche opportunità di reinserimento una volta scontata la propria pena. A questo proposito stiamo puntando forte sul settore agro-alimentare. Con la cooperativa Pausa Caffè dal 2012 abbiamo avviato un forno al quale lavorano 8 detenuti e che distribuisce pane e grissini nei presidii coop e Eataly. Quest'anno parteciperemo anche a Expo 2015 e per questo assumeremo a tempo determinato altri 9 detenuti. Questa è la classica attività con importanti potenzialità di reinserimento. Bisogna ricordare che il livello culturale di chi si trova in carcere di solito è molto basso, anche fra gli italiani. Consentire loro di studiare e di fare percorsi di questo tipo vuol dire dar loro la possibilità di aprire la mente e di guardare al futuro con più forza e speranza, anche se in un periodo di crisi come quello attuale non è facile".
Quali sono le altre attività?
"Stiamo lavorando per dare alla cooperativa Company la gestione di un ettaro circa di terreno all'interno del carcere, sperando che ci potranno lavorare altri detenuti. Abbiamo poi in mente di avviare un laboratorio di pasticceria perché un detenuto quando era in libertà era un cuoco professionista specializzato in pasticceria. Per noi può essere una risorsa importante da valorizzare. Siamo alla ricerca del partner giusto per poterlo realizzare. Oltre a questo ci sono in carcere attività artistiche con laboratori di pittura e da quest'anno anche di fotografia, gestiti da Piero Sacchi. Il valore aggiunto di queste attività è il contatto con l'esterno del carcere. C'è stata una collaborazione con la scuola Galilei e sono stati organizzati incontri sia all'interno di San Michele che in città. Noi tendiamo a dimenticarci un po' dell'esterno e la città si dimentica di noi, ma fra qui e l'istituto Catiello Gaeta (ex don Soria) ci sono più o meno 500 persone che sono comunque parte di Alessandria.
Oltre a questo abbiamo avuto un laboratorio di scultura, ora sospeso, e diverse compagnie teatrali che organizzato attività con i detenuti. Quest'anno l'associazione Musica Libera ha organizzato un concerto sia all'interno che all'esterno del carcere. Abbiamo una convenzione con biblioteca di Alessandria per il prestito interbibliotecario, portato avanti grazie all'impegno di 3 ragazzi che svolgono il servizio civile e abbiamo organizzato anche gruppi di lettura, a cui partecipano soprattutto i ragazzi del polo universitario (una decina in tutto).
C'è poi il progetto di volontariato "Cittadella senza sbarre" nel quale sono attualmente inseriti 7 detenuti che svolgono attività di "restituzione sociale" presso la Cittadella di Alessandria per la manutenzione della struttura e la lotta all'ailanto e il progetto in collaborazione con AlessandriaNews.it per raccontare le storie dei detenuti e stabilire così un legame più profondo con la città.
A breve partiranno anche una serie di attività sportive con la Uisp: un corso di calcetto, yoga, tennis tavolo, bodybuilding e un corso di preparazione atletica al rugby (funzionando da potenziale vivaio per la squadra di rugby costituita presso il carcere di Torino). Le attività fisica sono importantissime per sfogare tutta l'energia che si accumula in una situazione di detenzione".
Il livello di recidiva fra coloro che escono dal carcere resta mediamente alto. È frustrante per un educatore? Come lo si può gestire?
La frustrazione non nasce tanto dal vedere fallire dei percorsi, perché questo è un aspetto che chi fa questo lavoro deve tenere in conto. Bisogna lasciare alla persona la possibilità di autodeterminazione: se si parte con il delirio di onnipotenza, ragionando secondo il modello del "io ti salverò" si parte molto male e si finisce con il non rispettare le persone. Su mille se anche solo una persona riesce davvero a cambiare vita questo è sufficiente per dare un senso a ciò che facciamo. L'aspetto più pesante da gestire è il carico quotidiano di rabbia e sofferenza che ci portiamo dentro. I detenuti scaricano su di noi le loro tensioni e dobbiamo essere bravi a restituirgliele elaborate, trasformandole in messaggi positivi e speranza. È un lavoro che a me piace moltissimo e può dare grandi soddisfazioni, anche se sicuramente non è semplice.
Chiudiamo con un sogno nel cassetto. Se avesse da esprimere un desiderio, cosa chiederebbe?
"Magari risorse per costruire legami sul territorio. È essenziale per la buona riuscita di qualsiasi percorso di reinserimento e un'attenzione maggiore al territorio sarebbe anche la migliore forma di prevenzione possibile. Il carcere finisce per essere visto come un luogo dove tenere lontano chi si ritiene socialmente pericoloso, ma bisogna rendersi conto che sono persone che prima o poi usciranno e senza un sostegno adeguato, a tutti i livelli, il rischio è che si finisca per uscire peggiori di quando si è entrati, o con meno risorse ancora, perché i pochi legami prima presenti duranti la detenzione si deteriorano. La conoscenza della vita del carcere può essere il primo passo per sensibilizzare e magari proseguire il percorso di reinserimento anche all'esterno della struttura. C'è molto pregiudizio su questi temi, e non mi sento neppure di biasimare chi pensa male, perché i casi mediatici fanno scalpore. Un clima diverso però sarebbe fondamentale e sarebbe anche in grado di ridurre di molti i casi di recidiva".
Le è mai capitato di incontrare detenuti una volta usciti dal carcere?
"Sì, mi è capitato di rivederli, per esempio alla Ristorazione Sociale di Alessandria. Loro sono il fiore all'occhiello del lavoro che viene fatto, ma è chiaro che il merito è prima di tutto loro. Osservarli oggi dà commozione e soddisfazione. Sono la prova che il reinserimento si può davvero fare e chi si può cambiare vita. Non sono gli unici casi. Abbiamo studenti di informatica che hanno fatto carriera e mi è capitato in qualche caso che ex detenuti mi ricontattassero per raccontarmi cosa avevano fatto nella vita, che si erano sposati, avevano avuto degli figli, avevano aperto una piccola attività. Questo genere di gratificazioni è così grande che giustifica ampiamente tutti i nostri sforzi".
La Sentinella del Canavese, 2 marzo 2015
Presentato il progetto Laboratorio vegetale, promosso dalla cooperativa "Alce Blu" a Cascina Praie si opera sui prodotti ortofrutticoli coltivati in carcere. Si chiama Laboratorio vegetale, ed è un'attività di trasformazione dei prodotti ortofrutticoli delle serre della casa circondariale e di Cascina Praie in marmellate e composte da distribuire e commercializzare localmente.
Ente capofila del progetto, presentato venerdì proprio a Cascina Praie di Salerano, è la cooperativa Alce blu, in partenariato con Consorzio Copernico, proprietario di cascina Praie, e la casa circondariale di Ivrea e con la collaborazione operativa della cooperativa sociale agricola Vivai Canavesani . Il finanziatore della fase di start-up del laboratorio è Compagnia di San Paolo.
Il progetto occuperà tre persone in semilibertà del carcere di Ivrea e coinvolgerà anche altri soggetti in situazioni di difficoltà o disabilità che già lavorano in cascina. "Laboratorio vegetale - illustra Gabriella Levrio, presidente di Alce blu- non è una semplice iniziativa commerciale, ma un tentativo di creare un collegamento forte tra realtà marginali del territorio e la comunità locale attraverso l'occupazione stabile di persone che hanno poche alternative a livello lavorativo e di progetto di vita".
"La nostra realtà di Cascina Praie - ricorda Cristina Arrò, presidente di Copernico - poggia da sempre sull'idea di fare sperimentazione sociale, di mettere insieme competenze e risorse delle cooperative aderenti, che oggi sono sei, per cercare soluzioni innovative alla oggettiva crisi di servizi e del sistema di welfare in generale che il nostro territorio sta vivendo. Siamo convinti che solo coinvolgendo attori diversi nella realizzazione di un progetto si possa arrivare a un risultato efficace e duraturo che abbia ricadute positive sul territorio".
"Il progetto è importante - rimarca Assuntina Di Rienzo, direttrice del carcere - in quanto offre ai detenuti la possibilità di essere produttivi e poter sperare, attraverso l'operosità, in un futuro migliore. Se le persone detenute non hanno la speranza di un futuro migliore, non ci può essere recupero e la possibilità di imparare un mestiere, di lavorare, di essere produttivi è la loro principale fonte di speranza". "È importante dare prospettive alle persone - aggiunge Giorgio Siri, responsabile dell'area trattamentale del carcere. Solo così l'esperienza della detenzione diventa formativa". "Sono trascorsi 25 anni da quando Cascina Praie accolse per un inserimento lavorativo la prima persona in semilibertà", ha ricordato Armando Michelizza, da sempre impegnato nella realtà carceraria e, dal 2012, Garante dei detenuti.
La presentazione del progetto si è conclusa con un buffet preparato dalla cooperativa Divieto di sosta che lavora con i detenuti all'interno del carcere. I prodotti del Laboratorio vegetale e del Forno del gabbio si possono già trovare in commercio a Cascina Praie, con il progetto Filiera corta, allo Zac e presto in altri esercizi commerciali.
di Marco Leone
www.dazebaonews.it, 2 marzo 2015
In videoconferenza con Viterbo dall'interno del carcere di Paliano (Fr), ha conseguito, con 110 e lode la Laurea magistrale in Scienze della Comunicazione, sostenendo una tesi di laurea intitolata "Comunicazione e socializzazione in carcere".
La vera notizia - diffusa dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni - è però che il 43enne Massimo (nome di fantasia), in carcere dall'inizio degli anni Novanta con un "fine pena mai", di lauree in carcere ne ha conseguite addirittura tre: una nel 2007 in Economia e Commercio sul "Recupero del detenuto: una prospettiva economica" (110) ed una nel 2010 in Scienze Politiche intitolata "Dal vecchio mondo al nuovo continente: interconnessione e complementarità nella storia della Mafia" (110 e lode).
Massimo aveva iniziato, nel carcere di Viterbo, il Corso di Laurea in Scienza della Comunicazione dell'Università della Tuscia, dove già aveva conseguito la sua seconda laurea. Alla discussione della tesi di laurea hanno assistito i familiari, i volontari e gli operatori del trattamento che lo hanno incoraggiato e sostenuto durante il cammino universitario in questi anni.
Massimo è il primo laureato del carcere di Paliano. La scorsa estate a Rebibbia N.C, avevano conseguito la laurea triennale i primi 4 detenuti del progetto "Tele università in carcere" ideato dal Garante dei detenuti del Lazio, uno dei quali in collegamento via skype dal carcere di Tirana. A dicembre, sempre a Rebibbia, in videoconferenza con l'Università di Roma Tor Vergata, aveva conseguito la prima Laurea Magistrale in legge un altro detenuto del reparto di Alta Sicurezza.
"Abbiamo deciso di rendere nota la storia di Massimo - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - perché è una vicenda unica. Per i gravi fatti in cui è stato implicato ha trascorso più di venti anni in carcere e, davanti a sé, non ha un futuro certo ma solo il "fine pena mai". Di fronte a tale prospettiva, ha deciso di non abbandonarsi alla disperazione della cella ma ha visto nello studio l'occasione di riscatto sociale. L'ennesima conferma, ove ce ne fosse bisogno, che la criminalità si combatte anche con la cultura e l'istruzione. Noi abbiamo investito molto sui percorsi scolastici in carcere. Con il Sistema Universitario Penitenziario (S.U.P.) abbiamo ideato un modello costituito da una rete istituzionale che mette insieme la Conferenza dei Rettori delle Università del Lazio, Laziodisu, Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, le carceri, il Dap, la Regione Lazio e le Università Roma Tre, Tor Vergata, Cassino, La Tuscia e La Sapienza. Con questo Modello, oggi sono 120 i detenuti che, nel Lazio, frequentano l'Università. Nel 2005, i detenuti universitari nel Lazio erano appena 17".
di Federico Genta
La Stampa, 2 marzo 2015
Era al Ferrante Aporti da sette mesi. E malgrado i 18 anni compiuti da poco, era già una vecchia conoscenza del carcere minorile. Pasquale Del Duca è residente a Ivrea. Conosce a memoria gli spazi di corso Unione Sovietica: le celle, i corridoi, le sale comuni e i punti deboli. Così, sabato, è riuscito a scappare. Sono le 12,30, è l'ora d'aria. Pasquale insieme agli altri detenuti esce nel cortile del campo sportivo. Sono in tutto 35 ragazzi. A controllarli c'è un solo agente di polizia penitenziaria.
Pasquale si mette subito a correre. Punta dritto alla cancellata di ferro, regolarmente chiusa, che si affaccia sui campi di allenamento del centro Sisport. "Uno scatto fulmineo e imprevedibile" racconterà poi il personale ai responsabili del centro di giustizia minorile. Del Duca afferra la recinzione e scavalca il muro. Gli agenti della squadra mobile e i carabinieri non hanno mai smesso di cercarlo.
Lui stava scontando una condanna per rapina. L'ultimo episodio, quando era ancora minorenne, risale a novembre 2013. Lo avevano arrestato i militari della stazione di Verolengo. Insieme a un complice di nazionalità marocchina aveva rapinato un sedicenne alla stazione ferroviaria di Chivasso.
Calci e pugni per una macchina fotografica, un cellulare e 40 euro in contanti. I due, per altro, erano sospettati per una serie di episodi analoghi, denunciati dai pendolari della stessa stazione. Sull'accaduto, per ora, la direttrice del carcere, Gabriella Picco, preferisce non rilasciare dichiarazioni. Forse, dietro alla fuga del detenuto, c'è la momentanea distrazione dell'agente che doveva controllarlo.
Uno solo contro 35.Ma la ricostruzione dell'Osapp, l'organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria, è diversa. Il segretario generale, Leo Beneduci, parla apertamente "di molteplici scelte sbagliate da parte del ministero". E ricorda come, solo due settimane fa, un minore sudamericano abbia dato fuoco alla sua cella. "È stato salvato in extremis dal personale, ma ancora oggi stiamo aspettando un provvedimento di allontanamento verso un altro istituto più idoneo.
La verità è che ormai è una prassi trasformare il Ferrante Aporti in un ricettacolo dei casi più delicati e critici di tutto il territorio nazionale". Le colpe? "Le ragioni di questa situazione, non più tollerabile - dice Beneduci, vanno ricercate nell'inerzia dei vertici romani della giustizia minorile e della stessa amministrazione penitenziaria. La polizia lancia un appello al presidente della Repubblica Mattarella per una netta inversione di tendenza, figlia di scelte sbagliate e inutile burocrazia".
Adnkronos, 2 marzo 2015
Un 8 marzo in carcere, per parlare di lotta alla violenza di genere con i detenuti e di salute femminile con le detenute. È quanto avverrà alla Dozza di Bologna, in occasione della Festa della donna. Nello specifico, domani alle 9,30, una delegazione istituzionale incontrerà i detenuti della Casa Circondariale, per approfondire i temi legati agli abusi sulle donne. L'incontro sarà curato da Giuditta Creazzo, Paolo Ballarin e Gabriele Pinto dell'associazione Senza Violenza. Parteciperanno anche i consiglieri comunali di Palazzo D'Accursio Corrado Melega e Leonardo Barcelò.
Una seconda visita, il 6 marzo alle 15, coinvolgerà invece la Sezione femminile del carcere in un incontro con le volontarie del progetto "Non solo Mimosa", rivolto alle donne detenute e centrato sui temi della salute ed il benessere femminile. Le due iniziative sono state organizzate in accordo e con il pieno appoggio della Direttrice della Casa circondariale, Claudia Clementi. Gli incontri sono promossi dalla presidente della commissione delle Elette di Palazzo D'Accursio Maria Raffaella Ferri, insieme alla presidente del consiglio comunale Simona Lembi e alla Garante per i diritti delle persone private della Libertà Elisabetta Laganà.
Ma complessivamente, la Giornata internazionale della donna verrà ricordata a livello metropolitano con oltre 70 iniziative che si svolgono in oltre 30 Comuni del territorio bolognese. Per celebrare l'8 marzo alla programmazione istituzionale si affiancherà quella delle associazioni di donne del territorio, con spettacoli teatrali e musicali, incontri, letture, conferenze, tavole rotonde e mostre.
Tra i tanti incontri in programma tra febbraio, marzo e aprile, la mostra sulle donne Masai allestita al centro cultura P. Guidotti a Castiglione dei Pepoli. Il 3 marzo ad Argelato si terrà invece l'incontro con l'autrice Marilù Oliva che presenterà il suo ultimo romanzo "Le sultane" e racconterà la propria esperienza di scrittrice, donna, insegnante. E ancora, dal 4 marzo al 21 aprile ad Imola è in agenda "Contrastare la violenza sui/sulle minori", corso di formazione proposto dal Centro antiviolenza di Trama di Terre rivolto ad educatori ed insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado. Il 5 marzo a San Pietro in Casale spazio al seminario "Gaza - Italia: donne in viaggio oltre i confini della disabilità", per far conoscere la difficile situazione di isolamento culturale ed economico della popolazione della striscia di Gaza e, in particolare, delle persone più vulnerabili, le donne con disabilità.
L'appuntamento permetterà uno scambio di esperienze tra una delegazione di donne della Striscia di Gaza ed esperienze di inclusione sociale dei territori dell'Unione Reno-Galliera. Si prosegue l'8 marzo con la "Stradozza" camminata delle donne non competitiva tra le colline di Dozza, aperta alle donne di tutte le età promossa dal gruppo 'Rina e le sue amiché e l'Associazione calcio Dozzese. Le celebrazioni proseguiranno per diverse settimane. Dal 16 marzo al 14 aprile, infatti, Imola ospiterà il percorso formativo "Mutilazioni genitali femminili. Rappresentazioni sociali e approcci sociosanitari" organizzato dall'Ufficio Pari opportunità e tutela delle differenze del Comune di Bologna, e dall'associazione Trama di terre Onlus, con il patrocinio del Comune di Imola. Infine, il 19 marzo ci sarà un incontro fra le donne dell'Anpi e quelle di Srebrenica, in visita a Bologna nel quadro del programma di eventi promossi da Libera.
Agi, 2 marzo 2015
Lo ha reso noto la moglie, Ensaf Haidar. In una serie di messaggi inviati al quotidiano britannico The Independent, la donna sostiene che i giudici di un tribunale penale saudita vogliono sottoporlo a un nuovo processo per apostasia; e se fosse giudicato colpevole, a questo punto rischierebbe la pena di morte. La donna riferisce di avere notizie "preoccupanti" fornite da "fonti ufficiali" all'interno del regno. Badawi, 30 anni, è stato condannato per vilipendio dell'Islam; e la pena ha fatto infuriare la comunità internazionale: mille frustate (50 a settimana), dieci anni di reclusione e una multa di un milione di rial, pari a oltre 235.000 euro.
Al giovane per ora è toccata solo la prima 'porzionè di frustate, il 9 gennaio scorso; poi, tutte le fasi successive del supplizio sono state sempre rimandate per motivi di salute (la prima volta, il 15 gennaio, perché un certificato medico del carcere accertava che non era pronto ad affrontare la punizione, considerate le ferite riportate la settimana precedente).
Nel 2013, un giudice saudita aveva già respinto l'accusa di apostasia dopo che il blogger aveva assicurato ai magistrati di esse musulmano; in quel caso tra le prove addotte contro di lui, anche il fatto che avesse premuto il pulsante "Mi piace" sui una pagina di Facebook per cristiani arabi. Adesso si ripresenta il rischio. La donna, che nel frattempo è riparata in Canada insieme ai tre figli, a fine gennaio ha denunciato il costante aggravarsi delle condizioni di salute del marito, affetto da forte ipertensione fin dall'epoca dell'arresto, risalente al giugno 2012.
di Leonardo Rossi
Il Tempo, 2 marzo 2015
L'edificio Homan Square al centro delle polemiche per abusi e violenze sui detenuti. "Aprire un'inchiesta". Si tratta, probabilmente, del peggiore caso di abuso di potere da parte della polizia negli Stati Uniti. Più di 100 attivisti si sono riuniti a Chicago per chiedere un'inchiesta ufficiale e anche un'eventuale chiusura di Homan Square, l'edificio in uso alla polizia della città, al centro del caso peggiore di abusi incostituzionali che si sia registrato negli ultimi vent'anni. Così grave da aver dato vita a un movimento che si chiama #Gitmo2Chicago. È stato il giornale inglese Guardian a scoprire l'orrore. È riuscito a entrare in contatto con alcune vittime che hanno raccontato degli abusi e delle detenzioni, durante le quali è stato loro precluso il diritto basico di contattare il proprio legale o perlomeno i familiari.
Il gruppo di manifestanti è variegato. Proprio come in Italia. Si contano gli Anonymous e i Black Lives Matter che spingono perché si renda pubblico l'accesso all'edificio della polizia. La folla si è rivolta a gran voce direttamente al sindaco: Rahm Emanuel, che sta, tra le altre cose, correndo per una nuova rielezione, con una campagna elettorale estesa anche a una possibile riforma della polizia; questo non importa alla folla, lei vuole dal sindaco la verità.
"Il sindaco Emanuel dice "credeteci, stiamo facendo la cosa giusta". Dice l'attivista Andy Thayer della Gay Liberation Network, riferendosi al briefing che il sindaco ha tenuto, proprio riguardo quello che sta accadendo, giovedì scorso. "Mi dispiace, signor sindaco, ci hai mentito molto riguardo ad altre cose, noi non ci beviamo più quello che dici - continua Thayer - non crediamo per niente che in questo palazzo (riferendosi alla sede della polizia ndr) siano state fatte cose eccellenti". "Vogliamo - conclude - che sia chiuso subito".
Il sindaco, che era impegnato in un rally elettorale che lo ha visto incontrare più di 50mila elettori in un solo giorno, non ha detto nulla riguardo Homan Square questo sabato. Per molti manifestanti questo è un "black site" della CIA. Durante questa settimana il Guardian non ha mollato per un solo secondo il posto. Lo scoop era troppo grande. In Usa si stanno usando metodi nazisti per estorcere confessioni. Una lunga serie di avvocati ha dichiarato al giornale inglese che la polizia detiene per lunghi periodi le persone dentro Homan Square, senza il diritto di poter contattare i propri legali o le loro famiglie. Molti di loro dicono di essere stati abusati e malmenati.
Travis McDermott, uno tra i leader che hanno organizzato la manifestazione di sabato, parla riguardo al Ndaa (National Defense Authorization Act), cioè di un documento che autorizza i militari a detenere persone che sono sospettate di azioni terroristiche. Il problema, secondo McDermott, è proprio l'esistenza del Ndaa che autorizza l'uso di edifici orrendi come questo. "Il problema principale - ha spiegato - è quando all'individuo viene tolto il potere politico per contratto - non c'è paura di controllo, non c'è speranza che si autoregolino.
Loro possono negarlo, e quindi è una battaglia sulla fiducia: tra chi l'ha visto e vissuto e chi, invece, lo protegge. McDermott dice di volere delle risposte vere, serie e conclusive riguardo a Homan Square, non semplici alzate di spalle. "Il nostro scopo è arrivare a tenere in mano la smoking gun la prova ufficiale". Dice al giornale. "Perché l'onere della prova per ora sta nelle mani della polizia di Chicago". Brian Jacob Church è stato il primo detenuto a uscire allo scoperto parla al Guardian riguardo ciò che gli era successo dentro il sito. Non potendo partecipare alla manifestazione ha chiesto a McDermott di leggere una dichiarazione, scritta da lui stesso.
Lui era uno di cosiddetto "Nato Three", che ha attraverso la città per protestare contro il summit del 2012 della Nato. Church è finito detenuto per 17 ore a Homan Square, prima di essere accusato e condannato a due anni di galera, solo per aver partecipato, a quanto sembra, a una manifestazione. "Voi oggi siete qui per manifestare - c'è scritto nella sua dichiarazione - perché i diritti umani fondamentali sono stati messi in saldo al mercato". "Sentiamo che queste cose accadono sempre negli altri paesi - ha continuato a leggere McDermott - ma non ci aspettavamo che succedesse da noi".
Vetress Boyce, candidata come assessore per il 24° distretto di Chicago, dice che le comunità della città sapevano perfettamente della inclinazione all'uso della violenza da parte delle forze dell'ordine. Lei ha dichiarato di partecipare di cuore insieme ai manifestanti, chiedendo un'inchiesta lucida e pubblica sul caso che lei definisce di "tortura".
"Il problema è che abbiamo smesso di marciare quando ce n'era bisogno: abbiamo abbassato la guardia". Ha detto Il reverendo Gregg Greer, della Southern Christian Leadership Conference, ha chiesto a tutti gli altri che sono finiti dentro Homan Square di farsi avanti. "Se il Dipartimento di polizia di Chicago non ha niente da nascondere - ha detto Greer - allora apra le porte".
La polizia ha rifiutato di rilasciare ogni commento, fin dall'inizio dell'indagine del Guardian. In una nota, rilasciata a più giornali martedì scorso, il Dipartimento ha dichiarato che "tutto era secondo le norme, leggi e linee guida, riguardo ogni possibile interrogatorio di sospetti o testimoni".
Senza dire nulla riguardo ai modi con i quali i detenuti potessero contattare i loro avvocati, sempre nella stessa nota è scritto: "Se il legale avesse avuto un cliente dentro Homan Square, non ci sarebbe stato nessun problema a farglielo visitare". "Spero torniate tutti ancora - ha continuato Greer - e la prossima settimana, di mattina, lo abbatteremo se necessario. Perché dobbiamo farlo? Per la nostra libertà".
A questo punto la folla ha cominciato a urlare contro la polizia. A fine giornata, molti pensano di tornare domenica per organizzare una manifestazione lunedì vicino all'ufficio del sindaco Emanuel. Intanto Anonymous ha assicurato che comincerà una guerriglia informatica contro Homan Square. Insomma, la situazione si fa incandescente. Si profilano scontri tra la polizia e i cittadini di Chicago, stanchi dei metodi da Gestapo che le forze dell'ordine spesso usano contro sospetti e testimoni.
di Francesco Semprini
La Stampa, 2 marzo 2015
Saranno espulsi 150 cittadini riconducibili a stragi compiute nei Balcani La prima volta che il nome di Slobodan Mutic viene menzionato in un documento delle autorità americane è il 25 febbraio 2008. Si tratta di un cablogramma riservato del dipartimento di Stato, che contiene il resoconto di una visita di funzionari del ministero di Giustizia Usa in Croazia.
Al paragrafo otto vengono elencati nove nomi, nove cittadini serbo-bosniaci immigrati negli Usa, tutti sospettati dalle autorità di Zagabria di essere criminali di guerra. Mutic è ritenuto il carnefice di una coppia di civili croati uccisi durante il conflitto nei Balcani, e l'autore di violenze perpetrate nell'ambito della sistematica pulizia etnica condotta durante la guerra. In quel memo si chiede di emettere un ordine di estradizione nei suoi confronti, entro 90 giorni.
Quasi tre anni dopo il cablogramma diventa di dominio pubblico con lo scandalo Wikileaks, ma Mutic risiede ancora in Ohio dove lavora in una fonderia di Akron. Continua a essere un immigrato apparentemente qualunque, come gli altri 150 concittadini della ex Jugoslavia nei cui confronti è stata avviata procedura di estrazione, nell'ambito di una gigantesca inchiesta condotta dalle autorità giudiziarie Usa, in coordinamento con quelle dei Paesi dei Balcani.
Dieci annidi indagini L'inchiesta ha mosso i primi passi oltre dieci anni fa, quando le autorità federali del Massachusetts ordinarono l'arresto di Marko Boskic, cittadino serbo-bosniaco fermato con l'accusa di aver mentito sui suoi trascorsi militari durante la disgregazione della ex Jugoslavia e la guerra dei Balcani. Viene accusato di essere l'autore di esecuzioni nella regione di Srebrenica, e quindi deportato in Bosnia dove è condannato a dieci anni di prigione. Ma Boskic è solo la punta dell'iceberg, visto che come lui, ovvero di cittadini dal nome slavo e trascorsi con crimini di guerra, cene sono tanti altri negli Usa.
Sono giunti nella seconda metà degli Anni 90, senza essere intercettati dai radar della Giustizia, "mimetizzati" nella grande onda di profughi che lascia i Balcani a causa delle persecuzioni. Almeno 150 persone che - secondo le autorità Usa - si sono macchiate di crimini di guerra e attività di "pulizia etnica" durante le ostilità nella ex Jugoslavia. Ex soldati o affiliati a gruppi paramilitari riconducibili al leader serbo Slobodan Milosevic, che si sono integrati perfettamente nella società Usa, come ad esempio un allenatore di una squadra di calcio della Virginia, diversi impiegati di società private in Arizona, e quattro dipendenti di casinò di Las Vegas.
La maggioranza sono coinvolti nel peggior massacro compiuto dalla Seconda guerra mondiale, quello di Srebrenica del 1995, dove le forze serbo-bosniache hanno sterminato circa ottomila musulmani completamente indifesi. Un atto di "genocidio", secondo la definizione data dall'Onu nel 2004.Non solo di origine serba sono tuttavia i 150 cittadini finite nelle maglie della Giustizia e destinati alla estradizione. Come la croata Azra Basic, ad esempio, una donna del Kentucky con trascorsi come guardia carceraria in un centro di detenzione. È stata arrestata perché accusata di aver compiuto, proprio nel corso del suo servizio in guerra, torture nei confronti di prigionieri serbi, e di averli costretti a bere benzina e sangue umano. Edin Sakoc, musulmano bosniaco, è stato invece condannato per stupro, duplice omicidio e incendio doloso nei confronti di serbi nel 1992.
L'inchiesta, condotta osservando la massima riservatezza da parte delle autorità Usa, è destinata ad allargarsi, secondo quanto riporta il "New York Times". La Giustizia americana avrebbe individuato almeno 300 persone riconducibili ad atti criminali compiuti durante la guerra nei Balcani. Ma i sospetti potrebbero arrivare finanche a 600 man mano che gli inquirenti raccoglieranno altra documentazione. "Più scaviamo, più prove siamo in grado di raccogliere", avverte Michael MacQueen, esperto della Immigration and Customs Enforcement, che ha guidato diverse indagini per conto della sezione "crimini di guerra" dell'agenzia. Ciò che invece non è chiaro è quando potrebbe avvenire la deportazione, visto che a causa delle lungaggini giudiziari, in alcuni casi gli ordini potrebbero non diventare esecutivi prima del 2019.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 1 marzo 2015
Hanno preso carta e penna, hanno aperto il portafoglio e hanno comprato mezza pagina del Corriere della sera. Non gliela volevano pubblicare, perché diceva così: "Il Parlamento ha finalmente approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
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