di Giuseppe China
interris.it, 25 giugno 2019
Inaugurato lo scorso 7 giugno alla presenza di Virginia Raggi e Francesco Basentini. Il vialone chilometrico che costeggia l'istituto, l'attesa di fronte all'ingresso dell'edificio fatto di cemento armato e mattoncini, il controllo della prenotazione effettuata giorni prima, le espressioni un po' stranite degli uomini della Polizia penitenziaria, il divieto di portare il telefonino al tavolo e la camminata di qualche minuto, prima che si apra davanti agli occhi incuriositi dei commensali, un ampio spazio incastrato tra l'area verde e la parrocchia dove si trovano i tavoli. È una percezione in crescendo e imprevedibile, come in una sinfonia, quella che travolge i desinanti dell'Osteria Uccelli In Gabbia. Il "locale" del carcere romano di Rebibbia che consente ai detenuti di essere per i venerdì sera estivi, cuochi e camerieri. Inaugurato il 7 giugno 2019 alla presenza della sindaca Virginia Raggi e Francesco Basentini, capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
La storia dell'iniziativa - Men at work è una cooperativa sociale, presieduta da Luciano Pantarotto, che dal 2003 gravita intorno al progetto cucina a Rebibbia. L'obiettivo è la formazione e l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate nelle attività di preparazione e somministrazione pasti, grazie all'utilizzo in comodato d'uso delle cucine dell'istituto di pena. L'idea prende corpo dalla semplice volontà di cambiare la qualità del vitto dei detenuti.
I quali servono un menu degno dei migliori ristoranti: lasagnetta di acciughe e patate alla tellarina, tentacolo di piovra e seppia con patate, gamberoni in lardo di colonnata e zucchine gratinate, mille foglie con crema e lamponi. E per chiudere, oltre alle bevande, l'immancabile "caffè galeotto". Queste le portate servite lo scorso venerdì 21 giugno. È corretto precisarlo dato che ogni cena ha una serie di piatti differente.
L'importanza del lavoro per i detenuti - Va da sé che trovare un impiego per chi è stato privato della libertà personale è un aspetto fondamentale in ottica del reinserimento sociale e non solo. "Perché - spiega Luciano Pantarotto - da una parte crea capacità economica per il detenuto e al contempo amplia la sua libertà di movimento rispetto alla quotidianità della vita carceraria". Tra i 1500 detenuti di Rebibbia, ne lavorano circa 150.
Non solo nella ristorazione, ma anche nelle pulizia o nella manutenzione. E tutto ciò avviene grazie al contratto di categoria applicato alle cooperative sociali, la maggior parte delle quali, se non la totalità sono di ispirazione cattolica.
"Per l'abbattimento della recidiva è essenziale - aggiunge Pantarotto - non solo l'aspetto lavorativo, ma anche soprattutto il tentativo di ricostruire il tessuto familiare che normalmente si lacera con l'inizio della detenzione". Dunque la cooperativa, per opera degli educatori che vi lavorano, funge da "gancio" tra detenuto e famiglia, in particolare favorendo il rincontro. "Per queste persone è importantissimo sapere che quando rientreranno in società ci sarà qualcuno ad aspettarle", conclude Pantarotto.
La selezione per servire ai tavoli - I camerieri dell'Osteria degli Uccelli In Gabbia vengono selezionati attraverso un bando pubblico. Per poter partecipare devono rispettare solo due requisiti: il loro fine pena non deve essere corto e non devono essere reclusi nelle divisioni di alta sicurezza. Per essere più precisi, la Men at work scarta coloro che non possono garantire il servizio per più di un anno. Altrimenti il percorso che si intraprende difficilmente compie i suoi effetti.
Quando la detenzione sta per terminare alcuni chiedono: "E dopo cosa succede?". Questa è la cartina di tornasole, ossia un buon segnale sul ravvedimento del soggetto ormai pronto a iniziare una nuova vita. La squadra che si prende cura del servizio è composta da otto persone. Tra loro c'è chi ha tentato di commettere un omicidio, chi c'è riuscito ed ha occultato il cadavere, chi è stato membro di organizzazioni criminali e chi era dedito al narcotraffico. Eppure quando a fine serata, stringi loro la mano pronunciando "grazie", di quel passato non c'è traccia.
di Luigina Ambrogio*
Ristretti Orizzonti, 25 giugno 2019
Suggestivo concerto finale a conclusione del corso tenuto dalla Fondazione Fossano Musica. Il progetto è stato finanziato dalla Fondazione Alessio; docenti i componenti dei "Rebel bit". Hillary Israel è simpaticissimo: si muove sul palco in modo del tutto naturale portando avanti e indietro, con passi ritmati come solo gli afro-americani sanno fare, il suo peso non indifferente. Tutto in lui fa simpatia: la sua stazza che fatica a stare dentro la camicia troppo stretta, il suo faccione che si allarga in risate strepitose, i suoi movimenti ritmati che fanno ballare tutta quell'abbondanza e la sua voce che va un po' per conto suo rispetto alla musica...
Ma tant'è: l'obiettivo non è la perfezione. I docenti della Fondazione Fossano Musica, che hanno tenuto il corso di canto corale all'interno del carcere di Fossano lo sanno bene: il corso si è posto sin dall'inizio ben altri obiettivi.
"Questo progetto, finanziato dalla Fondazione Alessio, è dedicato alla voce come strumento e momento di inclusione, di confronto, di socializzazione, di allentamento delle tensioni e dei conflitti - ha spiegato il direttore della Fondazione Fossano Musica Gianpiero Brignone introducendo il concerto che si è tenuto venerdì sera nel cortile del carcere di Fossano a conclusione del corso di canto corale. Abbiamo scelto, come insegnanti, persone preparate e motivate: si tratta di docenti della Fondazione Fossano musica che formano un quartetto, i Rebel Bit, molto conosciuto in Italia e all'estero".
"Il nostro lavoro con questi ragazzi è iniziato in ottobre - hanno spiegato i docenti del quartetto facendo salire sul palco i quindici allievi; il percorso ha coinvolto persone che non avevano mai avuto esperienze con il canto. È stato molto interessante sia per noi che per loro. La musica è un collante molo efficace".
I Rebel Bit si sono alternati sul palco al coro dei detenuti stupendo il pubblico con la loro eccezionale bravura. "Tutto quello che ascoltate è prodotto esclusivamente dalle nostre voci supportate da elaborazioni elettroniche" - hanno spiegato gli artisti -; non ci sono basi musicali".
Lo spettacolo di venerdì scorso ("Oltre le barriere - Voci dal carcere") rientra infatti nella rassegna "Vocalmente off" che precede la manifestazione Vocalmente, il festival dedicato alla musica a cappella che Fossano ospita a fine estate.
Al termine della serata il presidente della Fondazione Fossano musica ha ringraziato la Fondazione Alessio per aver sostenuto economicamente il progetto e ha dato la parola alla presidente Annamaria Cevolani che ha consegnato una targa ricordo al coro. La Fondazione Alessio, che sostiene anche la manifestazione Vocalmente, si propone di incentivare, attraverso la musica, la comunicazione interpersonale tra i giovani e di promuovere le realtà musicale sul territorio (e non solo). A conclusione Gianni, a nome di tutti gli allievi, ha ringraziato i docenti per l'impegno dedicato al progetto e soprattutto per la bella armonia che hanno saputo creare nel gruppo.
*Funzionario Giuridico Pedagogico
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 25 giugno 2019
Gli Usa si preparano a schierare nel vecchio continente missili nucleari a gittata intermedia con base a terra, analoghi a quelli degli anni Ottanta che furono eliminati dal Trattato firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan. I ministri della Difesa della Nato (per l'Italia Elisabetta Trenta, M5S) sono stati convocati a Bruxelles domani per approvare le nuove misure di "deterrenza" contro la Russia, accusata senza alcuna prova di aver violato il Trattato Inf.
In sostanza si accoderanno agli Stati uniti che, ritirandosi definitivamente dal Trattato il 2 agosto, si preparano a schierare in Europa missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi a quelli degli anni Ottanta (i Pershing 2 e i Cruise) che furono eliminati (insieme agli SS-20 sovietici) dal Trattato firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan.
Le maggiori potenze europee, sempre più divise all'interno dell'Unione europea, si ricompattano nella Nato sotto comando Usa per sostenere i loro comuni interessi strategici. La stessa Unione europea - di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) - ha bocciato alle Nazioni Unite la proposta russa di mantenere il Trattato Inf. Su una questione di tale importanza l'opinione pubblica europea è lasciata volutamente all'oscuro dai governi e dai grandi media.
Non si avverte così il crescente pericolo che ci sovrasta: aumenta la possibilità che si arrivi un giorno all'uso di armi nucleari. Lo conferma l'ultimo documento strategico delle Forze armate Usa, "Nuclear Operations" (11 giugno), redatto sotto la direzione del Presidente degli Stati maggiori riuniti. Premesso che "le forze nucleari forniscono agli Usa la capacità di conseguire i propri obiettivi nazionali", il documento sottolinea che esse devono essere "diversificate, flessibili e adattabili" a "una vasta gamma di avversari, minacce e contesti". Mentre la Russia avverte che anche l'uso di una singola arma nucleare di bassa potenza innescherebbe una reazione a catena che potrebbe portare a un conflitto nucleare su vasta scala, la dottrina statunitense si sta orientando in base a un pericoloso concetto di "flessibilità".
Il documento strategico afferma che "le forze nucleari Usa forniscono i mezzi per applicare la forza a una vasta gamma di bersagli nei tempi e nei modi scelti dal Presidente". Bersagli (chiarisce lo stesso documento) in realtà scelti dalle agenzie di intelligence, che ne valutano la vulnerabilità a un attacco nucleare, prevedendo anche gli effetti della ricaduta radioattiva.
L'uso di armi nucleari - sottolinea il documento - "può creare le condizioni per risultati decisivi: in specifico, l'uso di un'arma nucleare cambierà fondamentalmente il quadro di una battaglia creando le condizioni che permettono ai comandanti di prevalere nel conflitto". Le armi nucleari permettono inoltre agli Usa di "assicurare gli alleati e i partner" che, fidando su di esse, "rinunciano al possesso di proprie armi nucleari, contribuendo agli scopi Usa di non-proliferazione".
Il documento chiarisce però che "gli Usa e alcuni alleati Nato selezionati mantengono aerei a duplice capacità in grado di trasportare armi nucleari o convenzionali". Ammette così che quattro paesi europei ufficialmente non-nucleari - Italia, Germania, Belgio, Olanda - e la Turchia, violando il Trattato di non-proliferazione, non solo ospitano armi nucleari Usa (le bombe B-61 che dal 2020 saranno sostituire dalle più micidiali B61-12), ma sono preparati a usarle in un attacco nucleare sotto comando del Pentagono. Tutto questo tacciono governi e parlamenti, televisioni e giornali, con il complice silenzio della stragrande maggioranza dei politici e dei giornalisti, che invece ci ripetono quotidianamente quanto importante sia, per noi italiani ed europei, la "sicurezza". La garantiscono gli Stati Uniti schierando in Europa altre armi nucleari.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 25 giugno 2019
L'intervento dell'organismo di giustizia sollecitato dalla ong che ha soccorso i migranti da 12 giorni bloccati al largo di Lampedusa. La risposta dovrà arrivare nel pomeriggio. Altri 59 arrivati in Calabria.
La Corte di Strasburgo ha reso noto di aver ricevuto una richiesta di "misure provvisorie" da parte della Sea Watch 3 per chiedere all'Italia di consentire lo sbarco dei migranti. La Corte ha rivolto una serie di domande sia alla Sea Watch 3 che al governo italiano. L'una e l'altro dovranno rispondere entro oggi pomeriggio. La Corte in base ai suoi regolamenti può chiedere all'Italia di adottare quelle che vengono definite "misure urgenti" e che "servono ad impedire serie e irrimediabili violazioni dei diritti umani". Giorgia Linardi, portavoce di Sea watch ha precisato che il ricorso è stato presentato da alcune delle persone costrette a bordo contro un trattamento ritenuto "disumano e degradante"
In attesa dai chiarimenti chiesti ad ambo le parti dalla Corte europea, la diocesi di Torino ha fatto sapere di essere pronta ad accogliere i 43 della Sea Watch "senza oneri per lo Stato"; lo ha fatto sapere l'arcivescovo del capoluogo piemontese Cesare Nosiglia durante le celebrazioni per la festa patronale di San Giovanni.
Da 12 giorni 43 migranti soccorsi dalla ong tedesca al largo della Libia sono fermi a 15 miglia da Lampedusa: è l'effetto dell'ennesimo braccio di ferro tra le organizzazioni umanitarie e il vicepremier Salvini che chiede invece un intervento del governo olandese. Il quale ha ribadito la sua linea di chiusura totale: "L'Unione europea vuole risolvere il problema Sea Watch? Facile. Nave olandese, Ong tedesca: metà immigrati ad Amsterdam, l'altra metà a Berlino. E sequestro della nave pirata. Punto". Ma la Ue non ha competenze dirette in materia di immigrazione, sono i singoli governi a doversi accordare. Questa volta l'approdo è stato negato dal Viminale sulla base del decreto sicurezza bis che dà facoltà di impedire l'accesso nelle acque territoriali italiani a imbarcazioni "indesiderate" o considerate dal ministero dell'interno fonte di pericolo. La Ong replica che prevalgono le leggi del mare (che obbligano sempre a prestare soccorso ai naufraghi) e i trattati internazionali che da un lato obbligano a sbarcare i richiedenti asilo al più presto nel porto sicuro più vicino.
di Liana Vita
Il Manifesto, 25 giugno 2019
Ai più sarà sfuggito ma in Parlamento da alcune settimane si sta discutendo di riformare e finalmente superare l'impianto della legge Bossi-Fini, grazie all'iniziativa tenace di 90.000 cittadini e di decine di organizzazioni impegnate nella campagna "Ero straniero" che, di fronte all'immobilismo delle forze politiche nelle ultime legislature, hanno deciso di prendere in mano la situazione ed elaborare e depositare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare.
Quella proposta, dal titolo "Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari", è ora all'esame della Commissione affari costituzionali della Camera. Relatore è il deputato Riccardo Magi, che come Radicali italiani è stato promotore dell'iniziativa popolare insieme a Casa della Carità di Milano, Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A Buon Diritto, Cild, con il sostegno di decine di sindaci e organizzazioni, laiche e religiose, tra cui Legambiente, Oxfam, ActionAid, Scalabriniani, Chiese evangeliche e tante altre. Domani alcuni dei promotori saranno ascoltati in Commissione per raccontare com'è nata l'iniziativa popolare e cosa si prefigge, nell'ambito di una serie di audizioni di approfondimento e confronto sui punti proposti.
Oggi più che mai è indispensabile l'avvio di un confronto nel dibattito pubblico e nell'agenda politica sul tema dell'immigrazione centrato finalmente sui due aspetti centrali per il nostro Paese, al di là degli schemi securitari abusati su cui si insiste in maniera strumentale: gli ingressi dei cittadini stranieri per lavoro e l'integrazione di quanti in Italia già vivono e lavorano. La proposta di legge vuole superare i limiti di un sistema, introdotto nei primi anni 2000, che ha ormai dimostrato di non funzionare, principalmente perché non rispondente alla realtà del nostro paese e al fabbisogno del mondo produttivo italiano. E così i canali d'ingresso attuali sono inutilizzati e criteri troppo rigidi impediscono a chi è in Italia di emergere dal nero e mettersi in regola.
La proposta in discussione, invece, prevede l'introduzione di nuovi meccanismi di ingresso per lavoro ricorrendo all'intermediazione tra domanda e offerta, svolta da parte di enti pubblici o privati per facilitare l'incontro dei datori di lavoro italiani con i lavoratori stranieri selezionati, i quali avrebbero un permesso per venire in Italia e sostenere il colloquio di lavoro.
Quanto al secondo aspetto, il pieno inserimento nella società della popolazione straniera residente nel nostro Paese, oltre a una serie di garanzie di parità di accesso alle prestazioni sociali per gli oltre cinque milioni di stranieri regolarmente residenti, la proposta di iniziativa popolare cerca di sanare alcune situazioni di irregolarità dovute essenzialmente alla poca duttilità del sistema in vigore, non più adeguato alla realtà italiana, soprattutto dopo l'intensificarsi degli arrivi negli ultimi anni.
Migliaia di richiedenti asilo, per esempio, in attesa della risposta alla loro domanda di protezione, in questi anni hanno trovato una propria sistemazione e incontrato datori di lavoro che li hanno formati e assunti. Se alla fine hanno ricevuto una risposta negativa alla richiesta d'asilo, quei richiedenti sono diventati irregolari e sono probabilmente rimasti sul nostro territorio senza però poter lavorare e sperare di ottenere un titolo di soggiorno perché la legge attuale non lo permette. In pratica non possono più né essere assunti né sanare la propria posizione e difficilmente verranno rimpatriati.
Cosa prevede invece la proposta popolare per chi si trova in questa situazione? Un permesso di soggiorno per comprovata integrazione, che permetterebbe di mettersi in regola a fronte della disponibilità di un lavoro o di legami familiari, sottraendo così decine di migliaia di persone alla precarietà e all'illegalità, con un apporto positivo per tutti.
Del resto, anche in Germania, su proposta del governo e dello stesso ministro dell'interno Seehofer - non di certo sostenitore della linea "Accogliamoli tutti!" - è stata da poco approvata una legge sull'immigrazione che promuove nuovi ingressi di lavoratori stranieri e offre la possibilità di rimanere ai richiedenti asilo che hanno ricevuto un diniego a patto che abbiano un lavoro. Ai decreti sicurezza, ai trattenimenti forzati di persone in mare, alla contrazione delle forme di protezione, all'abolizione dei servizi per chi è in accoglienza, con tutte le conseguenze sulle persone e sui territori, non ci può essere risposta migliore e più tempestiva.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 25 giugno 2019
In mezzo al mare c'è un bastimento" (canto popolare). Nella sovrapposizione tra realtà e fantasia, che non è prerogativa della sola infanzia, il governo deve essersi convinto che quella nave, la Sea Watch 3 e i suoi 42 naufraghi siano un prodotto onirico o il frutto di una fervida immaginazione. Qualcosa destinato a evaporare oppure, secondo la recente vocazione mariana del ministro dell'Interno, a risolversi grazie all'intervento di quella "colonna" che è "la Madonna dei marinai" (altro verso di quel canto).
Dunque, la strategia a cui sembra ispirarsi Matteo Salvini, persegue con modi brutali un sofisticato processo di rimozione (anche in senso propriamente psicoanalitico). Si fa, cioè, come se quel "bastimento" semplicemente non esistesse. Non si spiega altrimenti il paradosso del 20 giugno scorso, Giornata internazionale del Rifugiato: mentre veniva ribadito che i 42 della Sea Watch 3 dovessero rimanere lì dove si trovavano, altri 45 naufraghi venivano soccorsi, proprio nelle stesse ore, da motovedette Italiane e fatti sbarcare a Lampedusa.
Insomma, i porti italiani erano e restano aperti per ragioni giuridiche interne e internazionali e vengono chiusi esclusivamente in base alla puerile volubilità di un ministro. Il quale, come unica mossa politico-diplomatica, scrive ai governanti olandesi che la Sea Watch 3 è affare loro, dal momento che la nave batte la bandiera di quel Paese.
Ma il processo di rimozione ha già ottenuto che la nave e il suo carico di sofferenza venissero rinchiusi all'interno di una bolla che sembra galleggiare fuori dal tempo e dallo spazio e, soprattutto, dalla politica e dalla sensibilità collettiva. Mentre si attende che, nelle prossime ore, si pronunci la Corte Europea dei Diritti Umani, tornano utili alcune informazioni o rimaste riservate o, se note, totalmente trascurate.
Domani è il quattordicesimo giorno di permanenza della Sea Watch 3 ad appena 15-20 miglia dalle coste Italiane e, in tutto questo tempo, il governo non ha preso la minima iniziativa, non ha proposto una soluzione e nemmeno avviato alcuna mediazione. Per capirci, non una telefonata. É giustificabile tutto ciò? Quarant'anni fa, in tempi di ferro e fuoco, il rifiuto di trattare corrispondeva alla volontà di non riconoscere in alcun modo dignità politica alle formazioni terroristiche.
Ma oggi? Oggi siamo in presenza di organizzazioni che - qualunque sia il giudizio che se ne dà - salvano vite umane; e si rifiutano di consegnare i profughi soccorsi agli apparati militari di un regime che, per valutazione unanime (e con la sola eccezione di Salvini e Di Maio), viola sistematicamente i diritti fondamentali della persona.
Ebbene, il governo italiano fa come se non esistessero, né i soccorritori né i soccorsi. Eppure, se un rapinatore, entrato in una banca, sequestra impiegati e clienti, il ministro dell'Interno invia un suo qualificatissimo mediatore, al fine di trattare per salvare i sequestrati, al prezzo di un accordo con il sequestratore. È questo che suggerisce la saggezza dell'arte del comando e della politica razionale.
E qui, dove sono i "rapinatori" se, in quasi 5 anni e dopo le indagini di numerose procure, non è stata formulata una sola richiesta di rinvio a giudizio a carico di queste Ong? Oltre una settimana fa, il comune di Rottenburg, aderente alla rete tedesca delle "città accoglienti", ha dichiarato la propria disponibilità a ricevere i naufraghi e a organizzare una missione che, immediatamente dopo lo sbarco, ne curasse il loro trasferimento in Germania.
Nessuna risposta da parte del nostro governo. E ancora: il ministero degli Esteri e quello dell'Interno tedeschi hanno avviato contatti verso i corrispettivi italiani, ma senza ottenere alcun segnale di interesse. Questo mentre le chiese protestanti tedesche e la chiesa Valdese italiana da giorni e giorni mobilitano tutte le proprie energie e le proprie risorse per indurre l'Italia a consentire lo sbarco dei naufraghi, assumendosi la responsabilità e l'onere, anche economico, del loro inserimento là dove si ritenesse più opportuno (in Germania o in Italia).
Tutto ciò viene ignorato dal nostro ministro dell'Interno che può comportarsi così non semplicemente perché il decreto sicurezza bis sembra consentirglielo, ma perché - altra informazione taciuta - ha chiesto e ottenuto una delega assoluta per la gestione del problema degli sbarchi. Dunque, quella bolla nella quale la Sea Watch 3 è immersa sembra destinata a galleggiare ancora nel vuoto, cancellata dall'agenda politica e, appunto, rimossa dalla coscienza nazionale. Se si osserva bene questa scena, si scoprirà che, tra tutti gli attori, manca il principale: il profugo con il suo dolore e la sua inesausta speranza.
La Repubblica, 25 giugno 2019
Un problema legato ai 55 mila detenuti in Siria e in Iraq. I figli degli ex combattenti stanno subendo "gravi violazioni" dei diritti umani. "Processare o rimettere in libertà" gli ex combattenti dello Stato Islamico, per evitare che persone innocenti continuino a vivere in condizioni di vita inaccettabili: è l'avvertimento lanciato il 24 giugno da Ginevra dal capo dell'Agenzia Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet. Nei centri di prigionia in Siria e Iraq sono circa 55 mila le persone detenute, tra ex combattenti dello Stato islamico e loro familiari. In questo numero rientrano anche molti bambini.
Michelle Bachelet ha invitato i Paesi ad assumersi la responsabilità dei propri cittadini che hanno preso parte allo Stato Islamico, e a riprenderseli indietro quando non colpevoli. Si tratta dei sospetti foreign fighters che provengono da 50 Paesi nel mondo. A riportare la notizia è la Bbc che spiega che spesso c'è riluttanza da parte degli Stati d'origine a rimpatriare gli ex-militari dello Stato Islamico, per non infastidire l'opinione pubblica. Secondo Michelle Bachelet queste persone meritano dei processi equi: "Continuare a detenere persone non sospettate di crimini non è accettabile. I familiari stranieri dovrebbero essere rimpatriati, a meno che non vengano perseguiti per crimini in conformità con gli standard internazionali".
Un altro delicato problema è quello dei figli di questi ex combattenti, che spiega Bachelet, stanno subendo "gravi violazioni" dei loro diritti umani: "Gli Stati dovrebbero fornire lo stesso accesso alla nazionalità per i bambini nati dai loro cittadini nelle zone di conflitto. Infliggere l'apolidia ai bambini che hanno già sofferto così tanto è un atto di crudeltà irresponsabile". Secondo le stime dell'Unicef i figli dei foreign fighters sarebbero 29 mila, la gran parte dei quali sotto i 12 anni.
di Michele Sasso
La Stampa, 25 giugno 2019
Rocco Morabito, boss della 'ndrangheta calabrese arrestato nel settembre 2017 in Uruguay, è evaso dalla prigione di Montevideo. Il boss, 53 anni, considerato al vertice dell'omonima cosca calabrese, era stato catturato dopo 23 anni di latitanza. Da un carcere della capitale uruguaiana è riuscito a evadere con altri tre detenuti.
La loro fuga è avvenuta attraverso un passaggio creato nel tetto, da dove si sono calati in una fattoria confinante, dove hanno rubato denaro alla proprietaria. L'associazione mafiosa Il boss calabrese deve scontare una condanna a 30 anni in Italia per associazione mafiosa, traffico internazionale di droga e altri gravi reati, ed era in attesa di estradizione, concessa appena tre mesi fa.
Dopo la conferma dell'estradizione concessa in Appello, i legali di Morabito hanno presentato, come ultima opzione, un ricorso alla Corte suprema di giustizia. Il boss ha cercato di evitare in ogni modo il suo trasferimento nel nostro Paese giungendo perfino ad insultare durante il dibattimento in tribunale la giudice per far sospendere il processo. Morabito, boss di primissimo piano nell'organigramma delle 'ndrine, è nato ad Africo, in provincia di Reggio Calabria, il 13 ottobre del 1966, e da una decina d'anni ed era inserito nell'elenco dei latitanti di massima pericolosità stilato dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale.
È accusato di aver importato per anni ingenti quantitativi di droga sulla rotta Sud America-Calabria: nel 1992 e nel 1993 furono intercettati due carichi di cocaina da 592 e 630 chili. Nel 1994 fu condannato a 30 anni e da quel momento diventò latitante, entrando nell'elenco dei latitanti più pericolosi.
Ha vissuto per molti anni in Sudamerica: per almeno 13 anni a Punta del Este, la famosa località balneare uruguaiana dove grazie a un documento falso brasiliano aveva ottenuto la carta d'identità uruguaiana. Al momento della cattura a settembre 2017 era ricercato da 23 anni, trascorsi in varie parti d'Italia e del mondo.
"È sconcertante che un criminale come Rocco Morabito sia riuscito a fuggire da una galera dell'Uruguay mentre era in attesa di essere estradato - dice il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che aggiunge: "Mi prendo due impegni: far piena luce sulle modalità dell'evasione e continuare a dargli la caccia per sbatterlo in galera".
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2019
Lo so, dei temi della maturità ho già scritto. Ma c'è una piccola perla di cronaca che vorrei offrire in più ai lettori del Fatto. E riguarda una speciale combriccola di candidati, fatta di tre ragazzi che hanno tra loro un legame affettivo particolare. Sono uno studente, Nicola Hasan, e due studentesse, Francesca Fiore e Valentina Corrao.
Cognomi e città diverse. Il primo si è presentato al liceo scientifico "Fardella" di Trapani. Le ragazze, invece, rispettivamente al liceo scientifico internazionale "Capponi-Machiavelli di Firenze" e al liceo classico "Don Bosco-Ranchibile" di Palermo. Che cosa li lega, dunque? Una parentela impegnativa: sono tutti e tre nipoti di Paolo Borsellino.
Tutti e tre appartenenti a quella grande nidiata di giovanissimi allevata nel nome del giudice, discendenti di Rita o di Adele, le sorelle. Quando mercoledì scorso ho ricevuto da Chiara Corrao, la nipote maggiore di Rita, il messaggio che "tutti i maturandi della famiglia Borsellino hanno fatto il tema sul tuo papà" ho riavvertito d'improvviso la forza dei fili magici che si sono formati nel tempo a costituire una grande comunità morale che attraversa le generazioni. Una comunità senza vincoli di sangue, salvo quello versato da centinaia e centinaia di persone in nome della democrazia italiana. E allora ho voluto sapere. E ho chiesto.
Nicola ha intitolato il suo tema "La memoria che cambia il mondo", Francesca "Antimafia: una memoria operante", Valentina "Un passato presente". Tutti e tre hanno messo al centro la memoria e il suo rapporto con la contemporaneità, la sua forza propulsiva per costruire un mondo più giusto. E questo nella società senza memoria, in cui i nomi trionfano e scompaiono, in cui si dissolvono i disastri dell'uomo e le sue sofferenze, in cui si è incapaci di trarre lezioni dal passato, come guerre, genocidi e dittature insegnano, non è banale affatto.
È anzi il contrario di quel conformismo che Ernesto Galli della Loggia ha evocato a proposito delle tracce di italiano sul Corriere. I ragazzi non dovevano parlar bene dei protagonisti dei temi civili assegnati loro, ma trarre dalle loro storie insegnamenti per il presente. Spiega Nicola, per esempio, che "il solo ricordo non basta per portare avanti la loro battaglia, occorre una memoria che ci porti a far nostre le loro idee.
Si faccia memoria, dunque: se ne parli in famiglia, la si insegni nelle scuole", ovvero si costruisca esattamente quel "sapere" che Galli della Loggia giustamente reclama per le scuole, anche se su certi temi, chissà perché, il sapere è poi sempre un minus, perdita di tempo, divagazione un po' cialtrona. E proprio l'importanza del sapere è stata sottolineata da Francesca, che perciò ha scelto di iniziare il suo tema con una breve storia della mafia.
Per poi spiegare che i caduti per la democrazia non devono essere acriticamente considerati degli "eroi", ma che occorre piuttosto interrogarsi sui loro valori e sui nostri doveri; tra cui quello, richiamato anche da Nicola, di fare "camminare le loro idee sulle nostre gambe", secondo la celebre frase di Falcone. Nel tema di Francesca si trovano peraltro diversi passaggi sui problemi più acuti dell'oggi. Il suo essere siciliana anti-mafiosa in Toscana, ad esempio, con l'obbligo di contrastare i pregiudizi sui siciliani "mafiosi" quasi per definizione.
E la domanda urgente, urgentissima, se "davvero si può scherzare su tutto?". Valentina, invece, ha chiamato in causa la virtus stoica di Seneca e Lucano, l'apatheia da intendersi come controllo della paura, in un tentativo di leggere il generale dalla Chiesa alla luce della letteratura e della filosofia latina e greca. È tutto questo al di fuori della sfera del "sapere"? È pura ideologia? Di più: la cultura classica si mescola nel suo tema con il riferimento alle proprie letture sulla vita del generale (anche questo è un sapere...) e al tenero passaggio sulla nonna Rita (di cui non ha scritto di essere parente), ovvero la guida di cui sentirebbe ancora il bisogno, collegamento ideale - nella sua esperienza - tra il passato e il presente.
Ecco, questo hanno scritto i nipoti di Borsellino, di questo hanno scelto di parlare all'insaputa l'uno dell'altra. Non per conformismo, ma anzi finalmente liberi dal conformismo di una scuola che di queste cose (vitali per loro tre, ma anche per un pezzo di nazione) non parla su ilibri di storia.
P.S: A Milano, ho poi saputo, il tema sul generale è stato svolto, tra gli altri, anche da un ragazzo di nome Stefano Mattacchini. Curiosità: è il nipote di Giorgio Ambrosoli.
di Ornella Favero* e Nicola Boscoletto**
La Repubblica, 24 giugno 2019
Caro direttore, abbiamo partecipato a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla proiezione del docu-film che racconta il viaggio nelle carceri della Corte costituzionale. A questo evento siamo stati invitati in quanto espressione del volontariato e delle cooperative sociali che operano in carcere e nell'area penale esterna da quasi trent'anni.
- "Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo muoveva le sue toghe
- Ricostruire il legame tra carceri e città
- Scioglimenti per mafia, ai Commissari servono più strumenti
- Intervista a Alfonso Bonafede: "basta con le porte girevoli tra politica e magistratura"
- Ordinamento giudiziario e riforma, cosa è giusto attendersi dal Parlamento









