di Liana Milella
La Repubblica, 9 marzo 2015
Falso in bilancio e prescrizione verso una settimana "positiva". Ma si apre lo scontro tra Csm e governo sul decreto antiterrorismo e soprattutto sui poteri della Procura nazionale antimafia, che sta per diventare anche Procura nazionale antiterrorismo. Già mercoledì due commissioni di palazzo dei Marescialli, la sesta che valuta la congruità delle riforme, e la settimana che si occupa dell'organizzazione giudiziaria, voteranno un parere che suonerà assai critico sull'impianto del decreto. Non funzionano, in quel testo, né i poteri di coordinamento attribuiti all'ufficio di Franco Roberti, né tantomeno la regolamentazione dei rapporti tra la Superprocura e i servizi segreti. Questioni delicate, che determineranno il futuro effettivo di una struttura che da anni i magistrati impegnati nelle indagini sul terrorismo sollecitano, ma che a questo punto potrebbe nascere zoppa. Sarebbe un'occasione mancata che il nostro Paese non si può permettere soprattutto a fronte di un grave allarme internazionale per via del terrorismo islamico. La commissione Giustizia della Camera sta esaminando il decreto.
Il Csm ha fatto altrettanto. Anche con un seminario di approfondimento in cui hanno sfilato sia i protagonisti dell'intelligence che i magistrati, tra cui ovviamente lo stesso capo della Superprocura Roberti. Adesso i presidenti delle due commissioni, l'ex gip di Palermo Piergiorgio Morosini per la sesta commissione, e l'ex pm di Napoli Antonello Ardituro per la settima, stanno già scrivendo il parere. Che mette in rilievo tre criticità. La prima riguarda l'effettivo coordinamento che la futura Superprocura antiterrorismo potrà avere nel rapporto con le polizie centrali. Di fatto essa non se ne potrà avvalere direttamente. La mancanza di informazioni fresche e dirette rappresenta ovviamente un pesante vulnus sull'effettiva possibilità di coordinamento del nuovo ufficio. Ma non basta.
Ad aggravare la situazione c'è il capitolo dei futuri rapporti tra la Superprocura e gli 007. Qui, di fatto, l'ufficio di Roberti è tagliato fuori da un'interlocuzione diretta ed effettiva, perché il decreto ha affidato al procuratore generale di Roma il potere di autorizzare sia i futuri colloqui investigativi in carcere, sia il via libera alle intercettazioni preventive. Due "poteri" che Roberti rivendica per sé, per evitare che la Superprocura resti un ufficio più di rappresentanza che operativo. Ovviamente il parere del Csm, di cui si sta occupando anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini e che già mercoledì sarà votato in commissione, potrà avere un peso sul futuro dibattito parlamentare. Tra martedì e giovedì invece si dovrebbe finalmente chiudere, tra Senato e Camera, la doppia partita della corruzione, falso in bilancio compreso, e quella della prescrizione che vanno in aula rispettivamente il 16 e il 17 marzo.
Ancora ieri chi ha parlato con il ministro della Giustizia Andrea Orlando conferma che il testo del falso in bilancio è, e resta, quello: tre diverse punibilità, 3-8 anni per le società quotate, 1-5 per le non quotate, 6 mesi-3 anni per le piccole imprese, senza alcuna soglia di non punibilità. Resta la procedibilità d'ufficio e il rinvio alla legge sulla tenuità del fatto che domani sarà definitivamente approvata dal consiglio dei ministri, per cui potrà essere ben citata nella legge sulla corruzione. Restano anche ambiguità nel testo, come gli avverbi "concretamente" e "consapevolmente" che sollevano più di un dubbio e saranno sicuramente oggetto di scontro in aula. Come l'impossibilità di fare intercettazioni per le società non quotate, a meno che non "entri" il lodo Grasso, un'aggravante per quotate e non quotate che le renderebbe possibili. Sulla prescrizione per la corruzione è in vista un compromesso tra Pd e Ncd.
di Fabrizio Roncone
Corriere della Sera, 9 marzo 2015
Il responsabile della commissione a Palazzo Madama: ha fatto il furbastro.
Iroso, scostante, permaloso. "Se il ritratto che suppongo stia per tracciare contiene accuse infondate, vorrei potermi difendere...". Anche ironico, se vuole. E con una memoria di ferro ("È stato scritto che perdo regolarmente a Burraco con il senatore di Forza Italia Ciro Falanga: è una volgare menzogna messa in giro dalla senatrice del Pd Monica Cirinnà, che si diverte, evidentemente, a diffamarmi. La verità è che a volte vinco, a volte perdo").
Poi rumore di forchette, tavolata in riva al mare, domenica pomeriggio. Francesco Nitto Palma, 65 anni, ex magistrato, è il temuto presidente della commissione Giustizia del Senato: la commissione politicamente meno stabile, meno gestibile dell'intero Parlamento (tra i suoi componenti, alcuni personaggi straordinari: Carlo Giovanardi, Ncd, memorabile su temi come eutanasia, omosessualità, droga; Felice Casson, Pd, che fa Casson, civatiano con ostinazione; Lucio Barani, Gal, che sulla responsabilità civile dei magistrati aveva proposto, in caso di colpevolezza, dovessero chiedere scusa sulla pubblica piazza). Nitto Palma li guida tutti - raccontano - con piglio quasi militare.
"Non esageri. Io mi limito ad applicare, in modo ordinato, il regolamento". Lo conosce alla perfezione, e lo sa interpretare e usare. Questo spesso scatena ondate di panico a Palazzo Chigi: quando un emendamento arriva in commissione Giustizia, tutti sanno come entra, nessuno sa come esce. Comprensibile l'apprensione di queste ore: domani, martedì, forse arriverà l'emendamento sul "falso in bilancio" (il governo avrebbe preferito andare direttamente al voto in Aula). "Sulla faccenda, il presidente Pietro Grasso ha fatto il furbastro: dicendo che io gli avrei promesso tempi brevi. Ma io non ho fatto alcuna promessa. Dovrebbe sapere, Grasso, che in commissione non è previsto il contingentamento dei tempi".
Però lei è abilissimo a rallentare o accelerare.
"Mi vengono attribuite capacità che non ho. Del resto, anche sul mio carattere si fanno sciocche illazioni".
Ho scritto che è iroso, scostante e permaloso.
"Ho un carattere tosto come tutti quelli che ne possiedono uno".
È la stessa cosa che dice Renato Brunetta di sé.
"Sì, ma io non sono uno che parte per la tangente senza motivo. E, soprattutto, non mi sentirete mai usare parole forti e sgradevoli".
Lei è forse l'unico, tra i potenti di Fi, a non essere inquadrato in qualche corrente.
"La mia idea è che Forza Italia esiste solo perché c'è Silvio Berlusconi. La sua leadership è indiscutibile. Ed è necessario, quindi, essergli leali. Punto. Io, perciò, rispondo soltanto a me stesso e a lui".
È forse anche questo uno dei motivi che le permette di gestire con severità i lavori della commissione che presiede?
"Guardi, si favoleggia troppo su questa commissione: le ricordo che il 95% dei provvedimenti vengono approvati all'unanimità. Se succede che non siamo d'accordo, è perché spesso, all'interno della commissione, si creano maggioranze alternative tra Pd e grillini e qualcosa del genere si creerà, immagino, anche con il ddl corruzione".
Non mi ha risposto sulla sua severità: lei è molto severo, quasi autoritario.
"Ma chi le ha fatto una descrizione così stupida?".
La fonte deve restare segreta. Però la fonte ha anche aggiunto qualche aneddoto; il più divertente è questo: sembra che nel corso di una seduta notturna, durante il passaggio della "responsabilità civile" dei giudici a Palazzo Madama, Nitto Palma fu accusato da alcuni membri della sua commissione di essere stato sleale nei loro confronti. Era notte fonda, tra stanchezza e nervosismo volò qualche parola ruvida.
A quel punto, profondamente indignato e offeso, Nitto Palma pretese che ciascun senatore prendesse la parola chiedendogli, formalmente, scusa. Una volta disse: "Ho sfidato le Br e la mafia, figuriamoci se mi spavento più di qualcosa". Quattordici anni alla Procura di Roma (processo Moro, Frank Coppola, Santapaola, ma anche Gladio e Ustica). Dal 2001, deputato per il Cavaliere. Accolto in Transatlantico con il soprannome di "Toga azzurra". Sistematicamente ricordato per essere tra i promotori (2002) di una proposta di legge che reintroduceva l'immunità parlamentare (aiutino per Cesare Previti). Ministro della Giustizia nel governo Berlusconi IV. "L'avverto: se scrive qualche sciocchezza sul mio conto, domani la chiamo e mi arrabbio di brutto".
di Lionello Mancini
Il Sole 24 Ore, 9 marzo 2015
Il rimedio anti-corruzione è composto da tanti ingredienti - prevenzione, repressione, responsabilità, etica - ciascuno di volta in volta esaltato dalle cronache in occasione di arresti, firme di codici etici, denunce, analisi. Ma ancora manca il mix che risulti finalmente efficace. Nessuno degli ingredienti si ritrova in natura, ciascuno di essi va preparato e unito agli altri con cura (il che dovrebbe escludere apprendisti stregoni e disonesti seriali).
La repressione funzionerà quando potrà disporre di uomini e risorse adeguati, oltre che dei tempi necessari per arrivare alle condanne; quando norme e procedure saranno concepite per svelare l'illegalità e non per favorirla; quando, infine, polizia e Procure potranno dedicarsi ai pochi casi che deturpano un ambiente sociale sano e dunque ostile a chi voglia delinquere. Quanto alla prevenzione, sappiamo che i più grandi scandali da colletti bianchi sono resi possibili dal silenzio di centinaia di persone. Non sarebbero altrimenti durati così a lungo i traffici intorno al Mose o all'Expo, né si sarebbe raggiunto l'attuale degrado ambientale di certe aree, se in tanti non avessero taciuto nonostante vedessero, udissero, sapessero, o quanto meno intuissero.
Esistono, nel nostro Paese, comportamenti borderline, o peggio, che curiosamente non offendono, non spingono il cittadino ad attivarsi per renderli meno facili e meno redditizi: dall'evasione fiscale agli spazi pubblici usati come discarica, all'abusivismo edilizio, fino alla corruzione spicciola e organizzata.
Per decenni, nemmeno sono stati contati i miliardi dilapidati in malaffare, mentre il tema della trasparenza (dei flussi finanziari, delle gare d'appalto) era percepito come un problema di qualcun altro, non del cittadino, dell'impresa o della comunità. È stato così a lungo anche per la sicurezza sul lavoro, per i costi della politica, per la tutela dell'ambiente.
Se oggi, finalmente, l'esattore del pizzo mafioso è percepito come un pericoloso nemico di cui liberarsi (salvo per chi si ostina a sottomettersi), la reazione non è altrettanto netta verso i gestori meno onesti delle inefficienze della burocrazia, quelle sabbie mobili che consegnano nelle loro mani il rilascio di un permesso o di una concessione. Così come, nel privato, non sempre s'indigna il dipendente che assista (o sia chiamato a collaborare) a passaggi di mazzette, creazione di fondi neri, manovre evasive.
Come se alla fine il conto non arrivasse da pagare a tutti. Solo oggi si comincia a parlare con minor avversità, per esempio, di whistleblowing (la denuncia di anomalie sospette sul posto di lavoro), di rotazione di incarichi e di altre modalità che permettono a chi voglia collaborare di attivarsi senza rischiare il mobbing o il licenziamento. Strumenti indispensabili, senza i quali il desiderio di partecipazione diventa sacrificio o eroismo personale.
Bene, quindi, che dopo l'impegno volontario di imprese, enti e singoli cittadini, queste possibilità stiano facendo il loro rodaggio anche in contesti sensibili (per esempio, l'agenzia delle Entrate) che incidono sulla vita di milioni di persone. Finché un collega o un capo che preparano bustarelle o un burocrate di qualunque livello che le incassa non faranno scattare la stessa avversione per il ladruncolo o lo scippatore (riprovevoli, ma assai meno dannosi di corrotti ed evasori), non potrà esserci azione repressiva che tenga.
Perché non è difficile pizzicare un pubblico dipendente disonesto in un ambiente di onesti impiegati; mentre ha vita difficile chi intenda svolgere onestamente il proprio lavoro in un contesto che pratica diffusamente la corruzione potendo contare su omertà e scambievoli complicità. Rompere questa indifferenza è il presupposto perché le manette per i corrotti non siano un'eccezione, ma una certezza tale da scoraggiare anche i delinquenti in giacca e cravatta più incalliti.
di Marino Longoni
Italia Oggi, 9 marzo 2015
Dal 1° gennaio di quest'anno l'evasione fiscale sarà sanzionabile anche come auto-riciclaggio. Questo significa che sulle spalle del presunto evasore si andrà in alcuni casi a triplicare il carico delle sanzioni. Con effetti da paura! Facciamo un caso concreto. L'azienda Alfa, a seguito di un accertamento fi scale, viene accusata di aver evaso un milione di euro.
Fino a qualche mese fa avrebbe dovuto, se condannata in via definitiva, versare le imposte evase con l'aggiunta di sanzioni e interessi (più eventuali spese di giudizio). Oggi tutto ciò è solo l'inizio, perché la legge sulla voluntary disclosure ha introdotto il reato di auto-riciclaggio tra quelli presupposto della responsabilità amministrativa delle società (legge 231 del 2001). Questo significa che il dirigente che ha progettato e messo in atto l'evasione potrà essere condannato penalmente e, in mancanza dei modelli organizzativi previsti dalla legge 231 (che peraltro oggi ancora nessuno saprebbe come fare), la società potrebbe essere condannata in via amministrativa per lo stesso reato di auto-riciclaggio.
E le sanzioni potrebbero essere anche molto salate. Sembra folle, ma è proprio così. Quante migliaia di aziende ogni anno vengono condannate per un fatto di evasione che potrebbe integrare il reato di auto-riciclaggio? E quanti procedimenti penali, e quanti procedimenti amministrativi potrebbero essere innescati dalle indagini finanziarie? Ovviamente i conti non li ha fatti nessuno. Certamente i procedimenti innescabili da queste novità normative sono molti, ma molti di più, di quanto il sistema giudiziario italiano è in grado di reggere. In pratica siamo di fronte alla riedizione delle grida di manzoniana memoria.
Oppure all'invenzione della roulette russa fi scale. Più o meno a casaccio, qualcuno sarà chiamato a pagare sanzioni spropositate rispetto all'evasione commessa, e questo dovrebbe fungere da monito per tutte le altre aziende. In realtà le disposizioni sull'auto-riciclaggio dimostrano che è completamente saltato qualsiasi rapporto di ragionevolezza tra l'introduzione di una norma sanzionatoria e la capacità dello Stato di applicarla in modo fermo e uniforme.
Sarà comunque uno spauracchio notevole per le imprese che, non appena se ne renderanno conto, cercheranno di tutelarsi con i mitici modelli di organizzazione aziendale, l'unica arma rimasta nelle loro mani. Un castello di carte di nessuna utilità dal punto di vista sostanziale ma, almeno formalmente, utili allo scopo, come può esserlo uno spaventapasseri in un campo di grano. E meno male che questo governo aveva al centro del suo programma la semplificazione amministrativa e fi scale, altrimenti chissà cosa non avrebbe potuto inventare.
di Gabriele Ventura
Italia Oggi, 9 marzo 2015
Processo civile telematico ancora schiavo della carta. Dagli atti introduttivi, per i quali non c'è obbligo dell'online, al sistema di tassazione che costringe gli uffici a tornare al cartaceo nella fase di trasmissione di atti e sentenze all'Agenzia delle entrate, alla possibilità, per i giudici, di utilizzare sempre la carta tranne che per i decreti ingiuntivi, fino all'utilizzo troppo frequente, sempre da parte dei giudici, delle eccezioni all'online previste per legge.
Se da un lato, infatti, gli ultimi dati diffusi dal ministero della giustizia sul processo civile telematico, aggiornati al 31 gennaio scorso, mostrano una accelerazione decisiva dei depositi telematici da parte di avvocati e magistrati, soprattutto nel primo mese dopo l'entrata in vigore definitiva del Pct, il 31 dicembre 2014. Dall'altro i problemi, in questa prima fase, di certo non mancano: dal punto di vista tecnologico, gli avvocati denunciano spesso difficoltà di collegamento. Addirittura, a Bologna, a causa di un problema di sistema a livello ministeriale, risulta che i documenti depositati telematicamente nei procedimenti avanti al tribunale non vengano acquisiti dalla Corte d'appello, sebbene risultino correttamente visibili e acquisiti.
Per non parlare del recente provvedimento del tribunale di Milano, che ha condannato la parte assistita da un avvocato che non ha depositato la copia di cortesia (in formato cartaceo) al pagamento di una multa di cinque mila. Ma vediamo meglio lo stato dell'arte del processo civile telematico.
I numeri. Il ministero della giustizia ha diffuso i dati del processo civile telematico che riguardano il periodo 1° febbraio 2014-31 gennaio 2015, da cui emerge che le comunicazioni telematiche sono state attivate in tutti i tribunali e le corti d'appello. Nel 2014, sono state consegnate più di 12,8 milioni di comunicazioni, per un risparmio stimato pari a oltre 44 milioni di euro. Vengono consegnati ogni mese, in media, circa 1,2 milioni di depositi telematici a valore legale, da parte di avvocati e professionisti. Inoltre, sono stati ricevuti più di 1,5 milioni di atti, di cui 273.195 ricorsi per decreto ingiuntivo, 1,18 milioni di atti endoprocedimentali e 88.536 atti introduttivi.
A gennaio 2015, invece, primo mese dall'entrata in vigore definitiva del pct, sono stati depositati 383.911 atti telematici, il 105% in più rispetto a dicembre e il 500% in più rispetto a giugno 2014. Sono stati inoltre 121.950 i professionisti univoci che hanno depositato almeno un atto (+26% rispetto a novembre), di cui 102.612 avvocati. Sempre nel mese di gennaio, via Arenula ha registrato un aumento di quasi 20 mila avvocati (+23%) rispetto a dicembre e di quasi 60 mila rispetto a luglio (+141%). I depositi telematici da parte di magistrati, invece, sono stati pari a 1,72 milioni di provvedimenti, di cui 507.770 verbali di udienza e 149.553 sentenze.
I giudici (o i Got) che da inizio 2014 hanno depositato almeno un provvedimento sono invece 3.766. A gennaio 2015, si è registrato un aumento di 348 magistrati e Got rispetto a dicembre (+10%), 903 rispetto a luglio (+31%). Criticità. Il Consiglio nazionale forense e gli ordini degli avvocati non mancano di segnalare al ministero della giustizia le criticità legate al processo civile telematico, riscontrate dagli avvocati. In particolare, l'Ordine degli avvocati di Milano, ai primi di febbraio, ha segnalato al tribunale e, di concerto con questo, alla direzione del ministero, una serie di criticità, che riguardano le categorie investimenti, normativa e tecnologia.
A partire dal fatto che gli avvocati segnalano difficoltà di collegamento al sistema giustizia in determinati orari, dovuti probabilmente a picchi di richieste. Anche il flusso di comunicazioni via Pec subisce temporanei ritardi, a causa del sovraccarico di richieste che si crea in alcuni orari della giornata. Dal punto di vista della normativa, invece, segnala Filippo Pappalardo, referente processo telematico degli ordini della Lombardia, è necessario "introdurre una norma che autorizzi a priori il deposito telematico di tutti gli atti relativi al rito ordinario del contenzioso civile, delle esecuzioni mobiliari, immobiliari e presso terzi.
In quest'ottica sarebbe poi opportuna una disciplina che consenta il deposito degli atti telematici con una separazione per "rito" invece che per giurisdizione subordinando l'avvio della facoltatività o dell'obbligatorietà a una decisione del presidente dell'ufficio da prendere di concerto con gli ordini forensi". Inoltre, va regolamentato il sistema di pagamento di copie, marche e contributi "recuperando lo spirito del Contributo unificato quale unica voce di spesa del processo e rendendo obbligatorio il flusso telematico, prevedendo la possibilità di allargare a breve termine il novero dei prestatori di servizi", afferma Pappalardo.
Dal punto di vista tecnologico, invece, secondo l'Ordine di Milano, bisogna uniformare Reginde (Registro generale degli indirizzi elettronici Pec del ministero con tutti i dati degli avvocati) e Ini-Pec, prevedendo per entrambi un registro cronologico che certifichi le variazione di indirizzo tempo per tempo effettuate da ciascun soggetto. "In generale", conclude Pappalardo, "il processo civile telematico sconta il fatto che la procedura, con tutti i suoi attori protagonisti, ha ancora un legame fortissimo con la carta o, per meglio dire, con il supporto della carta. Avere ancora fuori dall'obbligo telematico tutti gli atti introduttivi del processo, di per sé produce carta. Gestire carta è un costo per tutti. Gli uffici non possono destinare tutte le risorse al telematico proprio perché il cartaceo esiste".
In slalom tra decreti e prassi, di Antonio Ciccia
In rodaggio il processo civile telematico. Tra decreti ministeriali, protocolli dei singoli tribunali e sentenze altalenanti, il deposito elettronico di atti e documenti si perde in una selva di regole giuridiche, di prassi e di cortesia, in cui non è sempre facile districarsi.
L'avvocato farà bene a cadenzare la sua attività, tenendosi ampi margini per poter fronteggiare gli imprevisti che non mancano mai. Se il quadro normativo base è omogeneo, la possibilità di una applicazione più o meno estesa della trasmissione telematica dipende anche dalla struttura tecnologica dei singoli uffici giudiziari. Molto dipende anche dalla predisposizione degli operatori a lavorare con gli strumenti telematici.
In realtà convivono in misura più o meno ampia sia il processo telematico sia il tradizionale processo cartaceo. Ci sono giudici che compilano il verbale sulla piattaforma informatica e l'avvocato, tornato, in studio se lo legge dal suo computer; ma ci sono giudici che lo scrivono a mano (anche se poi viene scansionato e inserito nel fascicolo elettronico). Ci sono tribunali in cui si chiede agli avvocati di nominare i fi le in modo che descrivano il contenuto e altri tribunali in cui legali e magistrati uniscono le loro forze per stampare gli atti.
Ma vediamo come trovare il bandolo della matassa. Decreti. Il processo civile telematico non funziona allo stesso modo in tutti i tribunali. Bisogna, quindi, controllare se e per quali atti è obbligatorio o facoltativo il deposito telematico. Se per gli atti successivi a quelli introduttivi la norma obbliga al deposito telematico, la situazione per gli atti introduttivi è a macchia di leopardo. Quindi, una memoria in corso di causa o una comparsa conclusionale vanno depositati in modalità telematica con la posta elettronica certificata.
Un atto di citazione o una comparsa di costituzione e risposta, invece, possono essere depositati telematicamente. Ma solo se c'è un decreto autorizzativo del ministero della giustizia appositamente adottato per la singola sede giudiziaria. Per conoscere le regole in uso nel singolo tribunale si può consultare il portale del ministero della giustizia (http://pst.giustizia. it/pst/). In particolare bisogna accedere alla sezione dedicata alle informazioni sui servizi telematici attivi presso i singoli uff ci giudiziari.
Seguendo il percorso guidato si sceglie il distretto di Corte d'appello e poi l'ufficio e si arriva alla pagina che contiene l'elenco dei servizi telematici: dalle comunicazioni telematiche, ai depositi telematici distinti per tipo di procedimento (esecuzioni, fallimentare, volontaria, giurisdizione, lavoro, processo ordinario ecc.). Sempre da questa posizione si possono conoscere le possibilità di consultazione dei fascicoli delle cause, suddivisi nei vari registri (contenzioso civile, esecuzioni, procedure concorsuali, e così via).
Il dettaglio dei servizi di deposito è descritto nei decreti ministeriali in cui si individuano i depositi telematici aventi valore legale. Per esempio, il decreto per il contenzioso civile ordinario del tribunale di Ivrea del 24 novembre 2014 dispone l'attivazione della trasmissione come documento informatico "di tutti gli atti introduttivi di qualsiasi processo civile comunque denominato"; il tribunale di Catanzaro, per effetto del decreto 11 aprile 2014, ammette la trasmissione telematica di comparsa di risposta, comparsa conclusionale e memoria di replica, memorie autorizzate dal giudice e questo, per esempio, nei procedimenti di ingiunzione, nel contenzioso civile e nei procedimenti di lavoro.
La norma di riferimento è l'art. 16 bis del decreto legge 179/2012, il cui primo comma prevede che in tribunale, il deposito degli atti processuali e dei documenti da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite ha luogo esclusivamente con modalità telematiche. La circolare del ministero della giustizia del 28 ottobre 2014 ha spiegato che dal 30 giugno 2014 le cancellerie devono accettare qualsiasi atto endoprocessuale depositato in via telematica. La stessa circolare spiega che è necessario un provvedimento ministeriale per l'abilitazione alla ricezione degli atti introduttivi e di costituzione in giudizio.
Nel caso in cui si proceda a deposito telematico in una sede non abilitata, sarà, però, il giudice a dover decidere sulla regolarità del deposito (e si arriva a esiti contrastanti); mentre le cancellerie devono, comunque, procedere all'acquisizione dei documenti. Protocolli. I tribunali si sono dotati di protocolli sul processo civile telematico, approvati d'intesa con gli avvocati. Si tratta di documenti che individuano prassi da seguire per una maggiore efficienza del sistema.
Anche qui il deposito di atti e documenti è da conformare a regole non cogenti, ma che integrano la procedura da seguire. Sul sito www.jusdicere.it è possibile consultare i protocolli tribunale per tribunale. Si tratta di vademecum con indicazioni pratiche per il deposito e anche per le cosiddette copie di cortesia, e cioè copie cartacee che, pur non avendo valore legale, sono inserite nei fascicoli per una maggiore comodità.
A Roma si prevede che le copie di cortesia siano inserite in una busta, contrassegnata con i dati delle parti e della causa, e imbucate in un cassetto del magistrato. A Milano il protocollo raccomanda una numerazione standard dei documenti (sempre due cifre, con lo "zero" davanti ai numeri da 1 a 9) e preferisce che, nelle scansioni di documenti con più pagine, si antepongano quelle che contengono l'informazione rilevante (così da evitare di leggersi tutto un lunghissimo fi le per arrivare al punto specifico); stessa accortezza si ritrova nel protocollo del tribunale di Firenze, in cui si chiede di ingrandire la parte del documento che interessa e di inserirla in un file separato, per una migliore fruibilità del testo soprattutto se l'originale è scritto in piccolo (si pensi a minuscole condizioni di un contratto concluso con formulari).
A Foggia ci si preoccupa del nome "parlante" dei fi le dei documenti, raccomandando agli avvocati, quando si deposita un atto telematico, di inserire nella denominazione del fi le che apparirà al cancelliere e poi sulla scrivania del giudice, la natura dell'atto e per i documenti di assegnare un nome descrittivo del contenuto. A Bologna avvocati e magistrati si sono accordati per le stampe delle memorie istruttorie con: i legali forniscono carta, toner e stampanti e i magistrati si impegnano a stamparsi da soli le comparse conclusionali e ad autolimitarsi nella richiesta di stampe agli avvocati.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 9 marzo 2015
Passati alcuni giorni, a bocce ferme, è doveroso mettere tutto insieme. Rewind. L'oscena pubblicazione delle inutili e pruriginose intercettazioni tra Silvio Berlusconi e Gianpaolo Tarantini. L'incapacità per molti giornalisti e molti magistrati di saper distinguere una pettegola conversazione rubata da un capo di imputazione.
La confusione tra materiale probatorio e materiale da rotocalco. L'utilizzo dei tabulati telefonici come nuovo definitivo strumento per dare ai magistrati la possibilità di lavorare per far rispettare la moralità e non solo la legalità.
La scelta dei grandi giornali di utilizzare le proprie pagine come una buca delle lettere, o peggio uno sciacquone giudiziario, e non come strumento con cui informare e formare i propri lettori. L'incapacità delle gazzette delle procure di trattenersi dall'infilare in modo gratuito nel ventilatore tonnellate di ottimo sterco (giù le mani dal Pupone).
La tentazione del governo di riequilibrare il piccolo affronto rivolto alla magistratura con la legge sulla responsabilità civile regalando ai magistrati (vedi le modifiche al falso in bilancio) nuovi strumenti per agire con sempre maggiore discrezionalità all'interno dei processi. La giustificazione ridicola ("Ma non ti preoccupare, non cambierà nulla, alla fine pagherà lo stato, i magistrati saranno pur sempre giudicati da altri magistrati") offerta in privato da alcuni esponenti del governo di fronte alle critiche dell'Anm sugli effetti drammatici che potrebbe avere sulla magistratura l'approvazione di una legge sulla responsabilità civile.
E infine - ma potremmo continuare per ore, per giorni, per mesi - l'assurdo principio di voler aumentare i tempi della prescrizione in un paese come il nostro dove la lunghezza dei processi è di per sé uno degli elementi centrali dell'ingiustizia del sistema giudiziario. Scusate, ma ci siamo un po' rotti le palle. Il punto ci sembra semplice e lineare. La giustizia italiana si presenta al paese come un mosaico con una grande crepa al centro, che coincide con il disgustoso mondo del processo mediatico.
Di fronte a ciò che si osserva in questi giorni, tra sputazzamenti vari, fango, intercettazioni date in pasto ai giornalisti, continue violazioni della privacy, la chiave per capire quello che sta succedendo non è la battaglia scema tra chi dice che i magistrati che sbagliano devono essere puniti e chi invece rivendica la sostanziale impunità della casta - perché c'è qualcuno, a parte l'Anm, che sostenga che sia possibile che un magistrato che sbaglia non debba pagare? E c'è qualcuno che può dire che da quando è stata introdotta la legge Vassalli, negli ultimi ventotto anni, i magistrati hanno sempre pagato per i loro errori giudiziari?
A domanda diretta del direttore di questo giornale al presidente dell'Anm, l'onorevole Rodolfo Sabelli come provocatoriamente lo chiama Roberto Giachetti, il dottor Sabelli ha ammesso di non sapere un solo nome di un solo magistrato condannato negli ultimi ventotto anni per dolo o colpa grave. No, il punto non è questo. La vera battaglia culturale che si combatte oggi attorno alla giustizia è invece un'altra.
Da una parte c'è chi considera uno schifo sputtanare a mezzo stampa qualcuno senza pagarne le conseguenze, chi vomita di fronte alla continua violazione della privacy messa in scena dalle intercettazioni; chi insiste a denunciare un incredibile squilibrio dei poteri, tra politica e magistratura; chi gode quando la politica sceglie di sanare questo equilibrio; chi apprezza che la parola garantismo venga utilizzata non come un modo per difendere i propri amici da qualche indagine ma come un principio costituzionale semplicemente da rispettare; chi di fronte all'utilizzo strumentale di un'inchiesta si ribella e si incazza; chi di fronte a un magistrato che utilizza la sua attività da magistrato per fare politica si indigna e non ci sta; chi di fronte a un processo costruito sul nulla non si ricopre gli occhi di fette di prosciutto; chi pensa che i magistrati debbano applicare le leggi e basta, senza proporle e senza avere la presunzione di essere potere legislativo oltre che giudiziario; chi pensa che c'è qualcosa di anormale, se c'è una magistratura che da vent'anni e più dice che ogni riforma della magistratura è un attacco alla magistratura; chi, ancora, pensa che non sia doveroso che un magistrato che con dolo o colpa grave calpesta i diritti fondamentali di un cittadino violando manifestamente la legge o travisando macroscopicamente fatti o prove vada espulso senza diritto di reintegro; chi pensa che costruire inchieste e indagini con il sentito dire, con le impressioni più che con le prove, sia un atto da denunciare non da assecondare; chi pensa che il giornalista ha il diritto di pubblicare quello che è presente in un fascicolo giudiziario non coperto da segreto ma ha il dovere di distinguere il cioccolato dal letame.
E infine - come facciamo in questo giornale - chi pensa che non pubblicare un'intercettazione priva di rilievo penale, e che sputtana qualcuno che magari non c'entra nulla con l'indagine, è una scelta che non farà guadagnare copie, ma farà di certo guadagnare un po' di dignità. Da una parte c'è chi la pensa così. Dall'altra parte c'è invece chi pensa che tutto quello che abbiamo elencato sia solo un modo per stare dalla parte dei furfanti.
A volte, pensandola con i principi che abbiamo elencato, si potrà anche finire per difendere qualcuno che si dimostrerà essere un furfante. Ma ne sarà comunque valsa la pena. Perché, parafrasando Ligabue, per chi viene sputtanato senza una ragione valida per essere sputtanato, semplicemente non va più via l'odore del cesso. E se leggete questo giornale sapete già da che parte stiamo. Non contro i magistrati. Ma contro chi utilizza i processi e le indagini con lo stesso criterio con cui si utilizza un ventilatore per sparare spazzatura addosso a qualcuno.
di Fabrizio Boschi
Il Giornale, 9 marzo 2015
Giuseppe Soffiantini, sequestrato nel 1997, fu liberato dopo 237 giorni di prigionia. "Nella vita odio e vendetta non servono. Adesso però la violenza è diventata spaventosa. Con le rapine in villa abbiamo paura anche di stare in casa".
"Bene, abbiamo parlato di molte cose. Ma non ne capisco una: come le è venuta l'idea di tornare a parlare proprio di me?". Un uomo d'altri tempi, mite e gentile, che conserva la pacatezza propria di un uomo perbene. Da un sequestro si torna cambiati. Per sempre. E di questa semplice ma terribile verità Giuseppe Soffiantini appare ancora oggi, mentre spegne le sue 80 candeline, consapevole.
La memoria resta l'unica difesa per riappropriarsi del proprio corpo e della propria storia. È il 17 giugno 1997 quando, allora 62enne, l'imprenditore viene sequestrato nella sua villa di Manerbio, paese di 13mila abitanti a 20 chilometri da Brescia e 30 da Cremona. Sono le 22,30. I rapitori legano e imbavagliano la moglie Adele e la chiudono in un sottoscala. La donna riesce a dare l'allarme solo la mattina successiva. Prima di andarsene con l'ostaggio, i banditi dicono alla donna: "Non ti preoccupare, te lo faremo ritrovare".
Passeranno 237 interminabili giorni. È il 9 febbraio 1998, sono circa le nove di sera quando Adele risente al telefono la voce del marito: "Sono libero, venitemi a prendere". Soffiantini è all'Impruneta, alle porte di Firenze. "Il mio primo pensiero è stato quello di tenere il cuore calmo perché mi batteva talmente forte che avevo paura mi scoppiasse. L'unica cosa che mi preoccupava in quel momento era dire ai miei cari che le lettere che avevo scritto erano state dettate sotto la minaccia delle armi. Avevo paura che ci fossero rimasti male...".
Soffiantini apre la porta della sua bella villa di Manerbio. La stessa dove venne rapito 18 anni fa. Non l'ha mai cambiata. Il primo a fare gli onori di casa è Olly, un labrador tutto feste e coccole. "Mi piace stare qui. Adesso ci vivo solo con mia moglie. Ma prima c'erano anche i miei figli. È una casa in campagna molto comoda, abbiamo anche i polli, con un grande giardino come piace a me. Io amo le piante e stare fra la natura. Pensi che ho tre tipi di querce e molti pini ? precisa compiaciuto - guardi". Si avvicina alla finestra e punta il dito fuori.
È domenica. Oggi non si va in azienda. Ma Soffiantini mantiene la sua solita eleganza. Anche in casa. "Metto sempre giacca e cravatta, in particolare quando vado in ufficio. Ho continuato a fare la mia solita vita diminuendo man mano il mio impegno diretto, ma faccio sempre parte del consiglio di amministrazione - sorride. Ogni mattina affido i compiti da fare al mio giardiniere e poi vado in azienda. Poi pranzo a casa. La famiglia per me è la cosa più importante. La domenica stiamo tutti insieme. Mi riposo un po' e torno al lavoro anche il pomeriggio, a rompere un po' le scatole".
Anche dopo la sua drammatica esperienza, Soffiantini non ha mai smesso di occuparsi della sua azienda di abbigliamento femminile che ha fondato negli anni Sessanta. "Ho vissuto molto intensamente e ho lavorato tanto nella mia vita. Ogni mattina andavo in azienda alle 7, un'ora prima dei miei collaboratori. Giravo l'Italia per vendere i nostri prodotti, ma ho sempre fatto un lavoro che mi piaceva". Seduto nello studio del salotto a leggere i giornali, tanti libri intorno a lui, molte foto in cornici d'argento, innumerevoli ricordi.
Avvolto dall'affetto di sua moglie, dei suoi sette nipotini e dei tre figli che oggi si occupano di mandare avanti l'attività di famiglia: Paolo, 44 anni, il più giovane, colui che i rapitori avrebbero voluto sequestrare al posto del padre. "Per fortuna all'epoca faceva il servizio militare e quella sera era stanco, così decise di rientrare in caserma un'ora prima del solito. Altrimenti avrebbero preso lui e non me", sospira. Carlo, 54 anni, il più grande, che abita a Brescia e Giordano, 47, a Manerbio. "Tre bravi figlioli".
"Qui ho tutta la mia vita. Ma non è una casa da ricchi. È stata fatta da un geometra, non da un architetto", puntualizza. Negli anni bui dei sequestri, mai avrebbe pensato che sarebbe toccato pure a lui. "Mi dicevo, se dovesse succedere a me morirei ancor prima di essere sequestrato. Ma evidentemente tutti noi abbiamo dentro delle risorse impensabili. Arrivati all'estremo, quando la paura supera tutti i limiti, non abbiamo più paura di niente: tanto è vero che dopo due giorni dal sequestro affrontavo verbalmente i carcerieri chiamandoli bestioni: ?Guardate che voi avrete pure diritto di morte su di me ma non paragonatemi a voi, perché voi siete dei banditi e io sono una brava persona!?".
E il pensiero scivola sui sequestri del terzo millennio, molto diversi per i modi, ma identici per un aspetto. "Il dolore è lo stesso. In quel periodo ci sequestravano a casa nostra, oggi andiamo a farci sequestrare all'estero. Ma è una questione troppo delicata per essere banalizzata così. Non voglio entrare in questi argomenti perché le sofferenze personali e dei familiari sono identiche. Voglio solo dire che nei sequestri di adesso lo Stato italiano si comporta diversamente.
A noi bloccavano i conti correnti, congelavano i beni per non permetterci di pagare il riscatto mentre oggi lo Stato paga tanti e tanti soldi per liberare gli ostaggi. Denaro che serve per armare i terroristi. Per il mio riscatto abbiamo pagato 5 miliardi di lire, soldi che non ho più rivisto, e che sono stati autorizzati otto mesi dopo il sequestro per dare il tempo alla polizia di fare le ricerche. Otto mesi però sono moltissimi. L'unica consolazione è che dopo di me i banditi hanno capito che questo tipo di crimine non conveniva più e gli specialisti del sequestro sono stati tutti catturati".
Orecchie mozzate, vestito di stracci fradici in pieno inverno, senza lavarsi per quasi un anno, come cibo una fetta di lardo e una mela, come rifugio buche nel terreno o tende improvvisate e incatenato. Questo il trattamento riservato a Soffiantini. Ma lui ha deciso di voltare pagina. "L'ho fatto quasi subito, in verità, per istinto di sopravvivenza. Vede, io non ho perdonato quelle bestie per spirito di buonismo. Sarei uno sciocco. L'ho fatto per me, per salvarmi. Ho imparato che nella vita covare sentimenti di odio e di vendetta non serve a niente.
Quello era l'unico modo per liberarmi dalle catene della prigionia. Se non l'avessi fatto mi sentirei sequestrato ancora oggi. La giustizia degli uomini ha fatto il suo corso: Farina è in carcere a vita, altri sono stati condannati a 25, 18 e 12 anni. Qualcuno è già fuori. Uno di loro, Cubeddu, non è neppure mai stato trovato e il basista di Manerbio dopo 8 anni di galera l'ho rivisto in giro per il paese. La giustizia divina farà altrettanto. Per quanto mi riguarda ho voluto prendere le distanze da tutto e tutti".
Malgrado tutto questo Soffiantini oggi ha ancora un po' paura. "Noto una spaventosa recrudescenza della violenza. Non siamo più sicuri nemmeno nelle nostre case. Le rapine, soprattutto ad opera di extracomunitari, sono sempre più frequenti". Come il caso di Graziano Stacchio, il benzinaio che ha sparato a un bandito nomade per salvare una commessa: "Bisogna vedere come sono andate esattamente le cose, ma come si fa a non essere dalla sua parte? Anche io ho un'arma e se dei rapinatori entrassero in casa mia farei lo stesso".
Oggi, come 17 anni fa, mantiene quell'aria serafica di un uomo appagato dalla vita che tanto gli ha dato e tanto gli ha tolto. "Vede, la vita dà e toglie e a 80 anni ci si accorge che è passata in un baleno". Una grande fede l'ha sempre guidato sulla strada giusta, permettendogli di superare quel trauma. Tanti oggetti e tante foto in casa ne sono la testimonianza. Una su tutte quella con Papa Wojtyla: "Una volta mi disse: ringraziamo il Signore, sia tu che io l'abbiamo scampata bella?". Le uniche immagini che restano ben nascoste sono quelle che raccontano quella terribile storia. Sono lì, schiacciate sotto i suoi ottant'anni straordinari.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 9 marzo 2015
La barba lunga e bianca, il cellulare all'orecchio: è l'ex boss della camorra di Mondragone Augusto La Torre, oggi collaboratore di giustizia anche se non più sotto protezione, ritratto mentre lascia il carcere di Ferrara per un permesso premio di tre giorni, già terminato.
La foto, postata fu Facebook dal figlio e poi rimossa, ha scatenato aspre polemiche sui social network e anche in alcuni familiari delle vittime di camorra, come l'assessore regionale Daniela Nugnes, cui il clan di Mondragone uccise il padre, che hanno parlato di "beffa" per il permesso a La Torre. Laureatosi in Psicologia durante la detenzione, reo confesso di numerosi delitti fra cui molti omicidi, La Torre è stato protagonista di una controversa collaborazione con la giustizia che va avanti nonostante la revoca del programma di protezione decisa a seguito di un'accusa di estorsione dalla quale è stato assolto.
Ora si è affidato a un legale d'eccezione: l'ex pm di Palermo Antonio Ingroia che, a Repubblica, spiega: "Quella della foto su Facebook è una leggerezza, le polemiche sono esagerate. Comprendo però le reazioni dei familiari delle vittime. La Torre ha scontato un bel pezzo di pena e la sua collaborazione, controversa ma non sul piano dell'attendibilità, ha permesso di processare e arrestare numerosi criminali. Pur dopo aver commesso tanti reati, gli si può consentire un breve permesso, per giunta lontano dal territorio d'origine".
di Marina Valcarenghi
Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2015
Nel cocktail di veleni che un uomo o una donna portano con sé quando escono dal carcere due mi sembrano i principali ingredienti: la rabbia e l'insicurezza. Non sono più detenuti ma nemmeno cittadini a pieno titolo, perché abitano il limbo dei pregiudicati: un banale controllo dei documenti in auto può diventare una perquisizione, in caso di divorzio, anche quando ne hanno titoli e ragioni, è quasi impossibile che ottengano l'affido dei figli, si sentono spesso rifiutare un appartamento in affitto e i nuovi amici e i nuovi fidanzati prendono non di rado le distanze quando vengono a sapere della detenzione.
Per non parlare del lavoro. "Siamo colpevoli per sempre" mi disse un giorno un ex detenuto. Come sorprendersi che ne derivi una rabbia indifferenziata verso tutto e tutti? Allora avere affrontato la vergogna del processo, la condanna, la solitudine del carcere con tutte le sue tremende limitazioni, avere accolto il senso di colpa, allora tutto questo, tutti questi anni, non contano niente? Il debito non si estingue mai?
Solo i potenti non pagano? Forse è anche per questo che la recidiva nel nostro Paese è così alta: la rabbia è in questo caso una cattiva consigliera, ma ormai so che è una recidiva in molti casi indotta proprio da noi, da istituzioni e cittadini. L'insicurezza ha invece origine nella regressione infantile che il sistema carcerario impone: i diritti in prigione sono solo sulla carta, tutto è discrezionale e dipende da variabili sconosciute.
Il detenuto può solo fare la "domandina", cioè compilare un modulo con la richiesta: avere un colloquio prolungato, una medicina urgente, parlare con l'educatore... la risposta forse arriverà e forse no. Il detenuto diventa debole e passivo come un minore sotto tutela, sottoposto a un'autorità con cui non si confronta e da cui tutto dipende. Quando uscirà porterà con sé una penosa sensazione di inadeguatezza, come un bambino catapultato in un mondo di adulti.
di Stefania Sorge
Il Centro, 9 marzo 2015
Circa 150 detenuti del carcere di Villa Stanazzo hanno intrapreso, dai primi di marzo, una protesta contro i provvedimenti adottati dall'Ufficio di sorveglianza di Pescara. "Per ristabilire la centralità della legge nel sistema giudiziario e a salvaguardia della nostra dignità", sostengono in una lettera sottoscritta da tutti i detenuti ostativi delle sezioni 1, 2, e 3B e inviata, tra gli altri, al ministero della Giustizia, "abbiamo deciso ciò in quanto in possesso di copie di ordinanze di magistrati di sorveglianza di altri uffici nazionali, Bologna, Roma e Napoli, per citarne alcuni, le cui decisioni favorevoli riflettono e rispettano gli ultimi decreti leggi promulgati in materia di liberazione anticipata speciale e risarcimento del 10%.
Il magistrato di sorveglianza di Pescara, contrariamente e diversamente dai suddetti colleghi, non applica alcun beneficio. L'inammissibilità delle richieste è motivo preponderante e unico nei rigetti che formula, creando in tal modo anche i presupposti della non ricorribilità alla decisione ad organi superiori, quale il tribunale sorveglianza dell'Aquila o la Cassazione.
Per non dire poi che le istanze vengono corrisposte a distanza di mesi e anche di anni. Nelle more di una decisione che il magistrato, se tempestivamente rispondesse, potrebbe dimagrire i termini del fine pena consentendo la scarcerazione, qui a Lanciano", sottolineano, "i detenuti scontano la pena fino all'ultimo giorno di detenzione.
Quando, dopo lunghe attese, è ottenuta la decisione per il beneficio, ovviamente negativa e sfavorevole, per ricorrere non si ha più tempo. Questa situazione ci umilia", continua la lettera, "così risultano inutili anni e anni di percorso tratta mentale e viene inficiato l'operato dell'amministrazione della Casa circondariale, le valutazioni e i pareri dell'area educativa e della direzione".
Senza contare le condizioni disumane in cui sono reclusi i detenuti di Villa Stanazzo. È del 18 febbraio scorso il decreto del tribunale dell'Aquila, uno dei primi in Abruzzo, che condanna il ministero al risarcimento di un detenuto recluso, per 717 giorni, in condizioni "inumane e degradanti" nel carcere di Lanciano.
Come protesta i detenuti hanno intrapreso la battitura giornaliera contro le sbarre delle celle, lo sciopero della spesa del sopravvitto e la rinuncia del vitto giornaliero.
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