di Armando Spataro
La Repubblica, 21 maggio 2019
Il procuratore di Agrigento non ha bisogno di essere difeso, conosce la solidarietà che il Paese consapevole gli riconosce. La decisione della procura di Agrigento di far sbarcare a Lampedusa i migranti rimasti a bordo della Sea Watch ha suscitato, da un lato, la prevedibile reazione del "Ministro di tutto" e, dall'altro, sentimenti di gratitudine verso la magistratura da parte di chi crede nel dovuto rispetto dei diritti fondamentali e nella separazione dei poteri in democrazia.
L'incompatibilità tra queste opposte posizioni, però, è tale che occorre parlare e spiegare perché un ministro, qualora ipotizzi un reato nelle attività di soccorso in mare, non può, indipendentemente dal fondamento della sua opinione, disporre o richiedere il sequestro di una nave e impedire lo sbarco di migranti.
Il sequestro in un processo penale, con quanto ne consegue, è atto giudiziario, compete solo ai pubblici ministeri e alla polizia giudiziaria che è da loro funzionalmente diretta. Ma secondo il ministro dell'Interno, anche in presenza del sequestro, i migranti non dovevano sbarcare. Al di là dei principi vigenti in materia, forse egli pensa che i migranti dovessero essere custoditi in un ufficio corpi di reato, anziché scendere a terra?
Il procuratore di Agrigento, come ha reso noto, sta indagando sul reato di immigrazione clandestina e ne valuterà la sussistenza, ma tale doverosa attività non attenua in alcun modo, neppure nel caso di accertata responsabilità del comandante o dell'equipaggio della nave, il suo obbligo (non solo "suo" a dire il vero!) di tutelare i diritti delle persone e i loro beni fondamentali, fra i quali in primis la salute, l'integrità fisica e la dignità.
Né attenua il suo dovere di interrompere ogni attività che possa apparire illegale, come già ritenuto dal Tribunale dei Ministri di Catania nel caso Diciotti. L'esecutivo, a sua volta, non può, in ragione di proprie opposte convinzioni e aspettative (rispetto alle quali la magistratura deve essere totalmente indifferente), intaccare il principio della separazione dei poteri costituzionalmente tutelato, addirittura ipotizzando condotte illegali della procura agrigentina (favoreggiamento dell'immigrazione clandestina).
È facile in questa situazione individuare chi ha esorbitato dalle proprie competenze istituzionali, ma - in tempi di difficile partita di civiltà - bisogna "scendere in piazza": un invito che non ha rapporto né con le bandiere di parte e con gli slogan a effetto né con la divisa di Zorro, ma solo con l'immagine luminosa della democrazia. Il procuratore di Agrigento non ha certo bisogno di essere difeso, né di essere applaudito nelle piazze.
Egli ben conosce i sentimenti di solidarietà e rispetto che la parte consapevole del Paese gli dedica: non si è mai soli, infatti, quando si cammina in avanti, pensando e agendo con lucidità per il rispetto della legge e la difesa della dignità collettiva.
Ma i "cittadini consapevoli" - come a me piace definirli - devono "scendere in piazza", dovunque sia possibile, anche nelle scuole, nelle case e nei luoghi di lavoro, dando luogo a una contro-narrazione pacata e chiara che, opponendosi alle logiche elettorali, serva a far comprendere a tutti, da un lato, che è giusto invocare l'intervento dell'Europa per rendere effettivi e operanti gli accordi sovranazionali esistenti in tema di accoglienza dei migranti e così vincere le inadempienze di altri governi e, dall'altro, che questo obiettivo non si può raggiungere né violando gli obblighi che in materia gravano anche sull'Italia, né con atteggiamenti polemici nei confronti dell'Europa. Serve guadagnare autorità e credibilità, dimostrando la propria irrinunciabile fedeltà agli obblighi internazionali e ancor prima ai principi affermati nella Costituzione italiana.
di Luca Tancredi Barone
Corriere della Sera, 21 maggio 2019
Oggi la prima seduta. I presidenti di camera e senato dovranno esprimersi sui cinque indipendentisti in carcere. La decisione peserà sui futuri accordi del governo Sánchez. Si riunisce oggi per la prima volta il parlamento uscito dalle elezioni del mese scorso. Ma non è una formalità come tante altre. La nuova stagione politica si apre con delle grandi novità e molte incognite. La prima grande novità è che la nuova presidenza delle due camere dovrà affrontare un enorme scoglio politico e giuridico.
Ci sono ben 4 deputati eletti e un senatore che sono in carcere preventivo: i cinque sono tutti indipendentisti (di Esquerra Republicana e di Junts per Catalunya, il partito di Puigdemont) e sono attualmente sotto processo accusati di reati molto gravi come la ribellione. Un processo che continua ormai da molte settimane e che non finirà prima dell'autunno, e che genera molta tensione soprattutto in Catalogna. Il giudice Marchena ha concesso ai politici di accreditarsi (ieri) e di partecipare alla prima seduta del parlamento, oggi, consentendo loro di votare il presidente e gli altri 8 membri della presidenza. Ma ha esplicitamente delegato alla nuova presidenza delle due camere la decisione sul loro futuro.
Vale la pena ricordare che tutti e cinque vennero sospesi dalle loro funzioni come deputati del parlamento catalano (di cui erano membri a pieno diritto) dal giudice per le indagini preliminari in virtù di una controversa legge pensata per i reati di terrorismo. Ma alla Camera e al Senato il procedimento è diverso, e va chiesta un'autorizzazione a procedere prima di sospenderli (come prevede il Regolamento nel caso di carcere). Il tribunale supremo ritiene che l'autorizzazione non è necessaria perché l'incarceramento era già in corso, ma sarà su questo punto che ci sarà battaglia, e la decisione dei presidenti delle nuove Camere sarà certamente letta in chiave elettorale (per domenica) ma soprattutto in funzione dei futuri accordi (l'astensione degli indipendentisti sarebbe sufficiente a Sánchez per superare l'investitura).
I nuovi presidenti saranno entrambi del partito socialista catalano: la deputata Meritxell Batet (attuale ministra) e il senatore filosofo indipendente Manuel Cruz, entrambi federalisti convinti. Entrambi, da deputati, furono tra i pochi (con lo stesso Sánchez) a rompere la disciplina di voto imposta dal partito e votarono no all'investitura di Rajoy invece di astenersi; Batet, in più, anni fa aveva sfidato il proprio partito anche per votare a favore del diritto di autodeterminazione, posizione oggi scomparsa dal programma dei socialisti catalani.
L'ultimo presidente catalano del senato (molto diverso da quello di oggi) fu eletto nel 1872, poco prima dell'istaurazione della prima repubblica spagnola (dopo l'abdicazione di Amedeo di Savoia). Un catalano federalista alla presidenza della camera territoriale, come dovrebbe essere il senato spagnolo, sembra proprio un segnale promettente. Ma il problema (ecco la seconda anomalia) è che Cruz è solo la seconda scelta di Sánchez: Miquel Iceta, segretario dei socialisti catalani, doveva essere eletto senatore dal parlamento catalano (oltre ai 204 senatori eletti direttamente, ogni comunità ne elegge un numero in proporzione alla popolazione).
La prassi è che riflettano la proporzione che ciascun partito ha ottenuto in quella regione, e ciascun partito sceglie autonomamente i propri. Per la prima volta però gli indipendentisti catalani giovedì scorso hanno fatto saltare il tavolo e hanno bloccato la nomina di Iceta, un nome odiato in egual modo sia dagli indipendentisti, sia da Pp e Ciudadanos, impedendogli di essere eletto presidente. Uno sgambetto inaspettato, spia di relazioni ancora molto tese fra indipendentisti e socialisti.
Per ora l'unico segnale chiaro è quello dell'elezione della presidenza del Congresso, che avrà maggioranza di sinistra (nel precedente Congresso la maggioranza Pp-Ciudadanos aveva bloccato tutte le iniziative legislative di socialisti e Podemos). Ai socialisti toccano 3 posti (con la presidenza), 2 a Podemos (una sarà la vicepresidente, Gloria Elizo, e uno andrà a Gerardo Pisarello, vice di Colau: anche questo un segnale), e due ciascuno a Pp e Ciudadanos.
Il voto sarà segreto, ma a meno di patti sotto banco nelle file della destra, a Vox non dovrebbe toccare nessun posto. Al senato, dove i socialisti hanno maggioranza assoluta, è più semplice essere generosi: i socialisti cedono due dei cinque posti a cui avevano diritto, uno al Pp e uno ai nazionalisti baschi del Pnv "per evitare situazioni di blocco come nella scorsa legislatura" a maggioranza popolare. Per cui ci saranno 3 posti per i socialisti (inclusa la presidenza), tre per il Pp e uno per il Pnv.
di Maria Cristina Giongo
Avvenire, 21 maggio 2019
I Paesi Bassi hanno deciso di aiutare le donne olandesi radicalizzate che si trovano attualmente nei campi di detenzione nelle zone liberate dallo Stato islamico, al nord della Siria, a rientrare in patria. Hanno deciso di aiutare loro e, soprattutto, i loro bambini.
Il rischio è che queste donne finiscano in Iraq, dove potrebbero essere condannate alla pena di morte - vigente in quel Paese - come è accaduto, in passato, per parecchie di loro, straniere, rinchiuse nel carcere femminile di Baghdad dopo un processo lampo con l'accusa di aver sostenuto il terrorismo. Secondo i dati del Servizi di sicurezza olandesi (Aivd) si tratta di 35 donne e 85 bambini. Tre quarti di questi bimbi sono nati in zone di guerra, quindi la maggior parte ha meno di 4 anni. Negli ultimi mesi nei campi sono stati ammassati migliaia di donne e bambini provenienti da varie zone d'Europa oltre che dall'Iraq e dall'Asia.
Le loro condizioni sono drammatiche: tutti i giorni si verificano liti violente e continuamente subiscono aggressioni da parte di fanatici che credono ancora nell'ideologia jihadista. Nel mirino ci sono soprattutto le donne che vogliono tornare a casa. E i più colpiti sono proprio i loro bambini, come hanno denunciato le organizzazioni umanitarie.
Bambini che hanno già sofferto tanto durante la guerra, che sono stati usati come schiavi dal Daesh, che sono stati indottrinati, abbandonati, traumatizzati. i curdi, che controllano la zona, non riescono a gestire il caos che si è creato. Vogliono solo liberarsi di questa gente.
Il più in fretta possibile. Per questo le organizzazioni americane e le agenzie Onu hanno lanciato un appello ai Paesi Europei affinché "si riprendano i loro jihadisti". Kosovo, Russia e Indonesia l'hanno già fatto (in parte). Il governo olandese sta cercando soluzioni, "fermo restando il principio che queste donne hanno scelto volontariamente di lasciare il Paese per combattere con l'Isis". L'idea è che queste donne con i loro bimbi raggiungano in qualche modo il consolato olandese in Turchia o nella città di Erbil, in Iraq, chiedendo protezione.
Dopo di che saranno poste sotto la tutela del corpo di polizia militare (che si chiama "marechaussee") e accompagnate nei Paesi Bassi. Il Ministro della Giustizia Ferdinand Grapperhaus ha spiegato di comprendere le reazioni di alcuni cittadini preoccupati per il fatto che vengano di nuovo introdotti nel loro Paese donne che hanno un recente passato di terrorismo, o quantomeno di contiguità con il terrorismo, e ragazzini cresciuti sotto l'egida del terrorismo, "ma non si può certo ignorare la loro esistenza - ha detto - e permettere che questi bambini patiscano nuove sofferenze".
La maggior parte dei genitori e parenti di queste donne appoggiano in pieno la decisione del governo. Come ha sottolineato un padre in un'intervista al quotidiano AD, raccontando che sono passati cinque anni da quando sua figlia decise di partire per la Siria per lottare a fianco del Daesh, portandosi appresso i bambini.
Questo genitore ha spiegato di capire perfettamente che la figlia dovrà subire un processo, e scontare una lunga pena in carcere, ma almeno, ha detto, lui potrà starle vicino, potrà occuparsi dei nipoti. E seguirli in un percorso di riabilitazione. Lontano dall'orrore di cui sono stati vittima così tante volte.
di Nadia Ferrigo
La Stampa, 21 maggio 2019
Il 30 maggio le Sezioni Unite della Cassazione decideranno se la cannabis light si potrà comprare oppure no. E potrebbe anche aprirsi la strada a un nuovo monopolio di Stato. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini sbotta e minaccia. Ma a decidere sul destino della canapa legale non sarà la politica: sarà una sentenza della Corte di Cassazione. La data è il 30 maggio.
I fiori "light" - cioè con una bassa percentuale di Thc - si possono vendere anche per essere fumati oppure no? A norma di legge, la risposta è "nì". Così, in attesa della decisione delle Sezioni Unite, anche il questore di Macerata Antonio Pignataro - che da tempo ha dichiarato guerra agli smart shop - ha congelato i sequestri disposti nei mesi scorsi dei negozi e dei prodotti a base di cannabis light. Ma come siamo arrivati a questo punto?
E su cosa deve decidere la Corte? Il dilemma non riguarda solo il destino degli oltre 10mila smart shop in Italia. Quello della canapa - povera di Thc, ma ricca di Cbd - e dei suoi derivati è un mercato in piena espansione, con un volume d'affari di circa 150 milioni di euro e 10mila nuovi posti di lavoro, tra negozianti, agricoltori e marchi nati per la commercializzazione.
L'Italia negli anni Cinquanta era uno dei più grandi produttori al mondo. In nemmeno tre anni sono stati rimessi a coltivazione più di 3mila ettari. Decuplicati. Riusciremo mai a riconquistare se non il primato, almeno un ruolo di primo piano nella produzione e nel commercio dell'oro verde?
Bisogna decidere se vale anche per i commercianti la "soglia di tolleranza" - Esempio semplice. Ricordate quando in Svizzera l'erba era venduta come deodorante per gli armadi? La situazione italiana è più o meno la stessa, ma più complicata. Andiamo con ordine. La canapa industriale, che proviene da varietà certificate iscritte nei registri comunitari e con valori di Thc che possono arrivare fino allo 0,6, non è una sostanza stupefacente, ma una pianta industriale e un prodotto agricolo. E infatti si coltiva da sempre, come spiegano bene i soci di AssoCanapa, una delle prime e più note realtà associative del settore nata a Carmagnola, provincia di Torino, più di vent'anni fa.
Secondo la legge - dal 2016 è stata legalizzata la vendita dei prodotti ricavati della canapa con un Thc inferiore allo 0,2 - le infiorescenze di canapa agricola possono essere vendute. Non è semplice coltivare una canapa che sia sempre e rigorosamente sotto lo 0,2, e per gli agricoltori - su cui la guardia di finanza fa dei controlli a campione con cadenza regolare - c'è una soglia di tolleranza che oscilla fino allo 0,6. Questa tolleranza si può applicare anche ai commercianti oppure a chi vende va applicata la disciplina del testo unico sulle sostanze stupefacenti? È un film già visto, spiegato bene da una circolare del ministero dell'Interno dello scorso settembre: se la canapa non rispetta il limite dello 0,2 per cento di Thc oppure non rientra nelle 64 varietà definite "industriali" dal catalogo europeo, va trattata come una sostanza stupefacente. Le conseguenze sono denuncia a piede libero per il titolare del negozio, sequestro dei prodotti e segnalazione dei consumatori al prefetto. A oggi diverse Sezioni della Cassazione hanno dato diversi orientamenti, ed ecco perché la Corte si pronuncerà a Sezioni Unite.
Non c'è una destinazione d'uso valida, e questo è un altro problema - Ma dove sta scritto che possano essere anche fumate? Da nessuna parte, e questo è parte del problema. La destinazione d'uso - e qui siamo nel campo del diritto amministrativo - va indicata su ogni prodotto. Sulle etichette si parla di "uso tecnico" e "non atto alla combustione". Spesso se ne danno definizioni fantasiose come "finalità di ricerca e sviluppo".
E i tanti "È una piantina ornamentale" e "Io la vendo, ma il cliente potrebbe non fumarla" sono "scuse" che non reggono. Soprattutto se le infiorescenze si trovano - come sempre più spesso capita - in un negozio strapieno di grinder, cartine e dentro a bustine con immagini di cannoni fumanti. Il problema poi si ripropone anche per altri derivati della cannabis, come gli alimenti o i cosmetici. Diversi esponenti del settore da tempo propongono di inserire la definizione "uso umano". Se n'è parlato per la prima volta in una circolare del ministero dell'Interno destinata a questori, forze dell'ordine e prefetti, ed è legittimo chiedersi se non verrà usata dalla Corte il prossimo 30 maggio.
Il Governo gialloverde non potrebbe essere più diviso - Il governo gialloverde è spaccato a metà. Lo scorso 22 giugno il ministro della Salute Giulia Grillo commentò su La Stampa il parere - negativo - del Consiglio superiore di Sanità sulla cannabis light, rassicurando i commercianti: "Non ci sarà la chiusura dei canapa shop, casomai una loro regolamentazione". Ma il ministro dell'Interno e leader della Lega Matteo Salvini ha detto che "chiuderà i negozi uno a uno" ed è "pronto a far cadere il governo se non sarà così".
Dichiarazioni a parte, la politica che fa? Detto semplice, se ne lava le mani e aspetta la decisione dei giudici. Lo scorso 5 febbraio sono iniziate le audizioni davanti alle commissioni riunite Agricoltura e Affari Sociali della Camera sulla questione cannabis light. L'obiettivo è - o sarebbe meglio dire, era - approvare una raccomandazione al Governo per specificare e definire il fenomeno legato alle infiorescenze di canapa agricola. Ma si sono tenute solo due sedute - il 5 e il 26 febbraio, con i rappresentati di AssoCanapa, FederCanapa, Canapa Sativa Italia, Crea, Stabilimento farmaceutico di FI, Cia, Istituto Mario Negri e un comandante dei carabinieri dei Nas - ma poi tutto si è fermato.
Si deciderà per il monopolio di Stato come per la cannabis terapeutica? - Sulla canapa non c'è, o meglio non c'è del tutto, il monopolio di Stato.
Se si parla infatti non di cannabis light, ma di cannabis terapeutica, cioè con alti quantitativi di Thc e da usare con una prescrizione medica, l'unico autorizzato a produrla è proprio lo Stato. E questo è un problema, perché a più di dieci anni dalla legge che consente alle farmacie di vendere cannabis a uso terapeutico, migliaia di pazienti sono costretti nella migliore delle ipotesi a infiniti e costosi pellegrinaggi per trovare i farmaci, nella peggiore a interrompere le terapie. La Fm2, coltivata dall'esercito a Firenze, non basta per tutti i pazienti.
Lo scorso anno il ministero della Difesa ha pubblicato un bando per acquistarne all'estero 100 chili, per una spesa di circa 600 mila euro. Di più, la legislazione è molto diversa da Regione a Regione: alcune rimborsano le terapie altre invece no. Una delle possibilità, un pochino più complicata da mettere in atto ma abbastanza coerente con il sistema ora in uso, sarebbe quella di estendere il monopolio anche alla light. Che potrebbe garantire un'entrata in più alle casse - per definizione malmesse - dello Stato.
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 21 maggio 2019
Sono 29 tra i prigionieri e 3 tra le guardie le vittime della rivolta avvenuta in Tajikistan nel carcere di Vahdat, a 10 km dalla capitale Dushambé. Secondo quanto riportato dalla Tass la strage sarebbe stata la conseguenza del tentativo "di evasione di alcuni militanti dell'Isis che con rudimentali coltelli avrebbero rapito alcuni secondini". Non si tratta del primo caso di questo genere: lo scorso novembre una rivolta nel carcere di Chudjande si concluse con l'uccisione di 13 guerriglieri mentre a ottobre una sommossa guidata sempre da ex-Isis si era conclusa con la morte di 25 detenuti.
Negli anni 90 il paese centroasiatico era stato teatro di una sanguinosa guerra civile tra le forze del Partito della rinascita islamica e quelle del governo guidato dal Partito democratico di Rahmon che aveva provocato decine di migliaia di morti e oltre un milione di profughi tra la popolazione civile. Il fondamentalismo islamico è comunque restato attivo nel paese anche negli anni recenti e ha fornito molti foreign fighers allo Stato islamico in Iraq, Afghanistan e Siria.
Recentemente la situazione si è complicata perché molti tajiki ex-Isis sbandati hanno raggiunto le fila del "Battaglione internazionale Sheikh Mansur", un gruppo armato volontario del fondamentalismo islamico che partecipa al conflitto armato nel Donbass a fianco delle forze di sicurezza ucraine. Per questo motivo parte dei detenuti tajiki proverrebbero dall'Europa e sarebbero stati estradati recentemente dalla Bielorussia e dalla Russia dove stavano cercando di organizzare cellule terroristiche pronte ad attivarsi nelle grandi città russe. Rahmon, in precedenza dirigente comunista, guida uno dei paesi più poveri del mondo (164° nel rating mondiale per Pil procapite) con il pugno di ferro sin dalla sua indipendenza dall'Urss nel 1991, mentre mantiene ottime relazioni con la Federazione Russa di Putin dove vive e lavora il 12% della sua popolazione totale, oltre un milione di migranti. Il Tajikistan è sotto costante osservazione da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Secondo Amnesty International gli avvocati dei prigionieri politici sono costantemente perseguitati, le ultime elezioni non hanno garantito i minimi standard di libertà di voto e le libertà sindacali oltre che i diritti umani sono inesistenti.
di Andrea Palladino
La Stampa, 20 maggio 2019
Invasione di campo a Catania. L'Albania chiede l'arresto di un giovane, ma la domanda arriva dal Viminale invece che dal dicastero di Bonafede. Il giudice annulla. Nelle scorse settimane la disinvoltura del ministero dell'Interno ha creato attriti con altri dicasteri come Trasporti e Difesa. Ma ora, pare che anche con la Giustizia, l'invasione di campo del ministero di Matteo Salvini stia provocando qualche problema.
di Benedetta Cacace
studiolegalebusetto.it, 20 maggio 2019
Corte di Cassazione, prima sezione penale, sentenza n. 16557 del 2019. La legge non prevede, né per i detenuti in regime ordinario, né per i detenuti sottoposti al regime di cui all'articolo 41bis ord. pen., videoconferenze o video colloqui e nemmeno permette di costruire "colloqui visivi sui generis", in quanto la legge delinea con precisione il concetto di "colloquio", così come quello di "corrispondenza telefonica".
Il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato il reclamo proposto dal Ministero della Giustizia avverso quella del Magistrato di sorveglianza che, in accoglimento dell'istanza presentata da un detenuto in regime di cui all'art. 41bis ord. pen., aveva ordinato alla Direzione della Casa Circondariale di consentirgli colloqui visivi periodici con il fratello, anch'esso detenuto, con il sistema della videoconferenza.
Secondo il Ministero il sistema di videoconferenza era stato introdotto a fini processuali ed era un errore autorizzarlo per altri scopi, perché così facendo si introduceva una nuova fonte di spesa in violazione dell'art. 81 della Costituzione. Gli Ermellini, intervenuti sulla questione hanno chiarito che il comma 2 quater dell'art. 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che regolamenta la materia dei colloqui per i detenuti sottoposti a tale regime, prevede che i colloqui siano svolti "in locali attrezzati in modo da impedire il passaggio di oggetti".
Inoltre la norma prevede che "solo per coloro che non effettuano colloqui può essere autorizzato con provvedimento motivato del direttore dell'istituto e solo dopo i primi sei mesi di applicazione, un colloquio telefonico mensile con i familiari e conviventi della durata massima di dieci minuti sottoposto, comunque a registrazione". L'articolo 39, comma 10, del regolamento prevede espressamente il caso di corrispondenza telefonica con un congiunto o un convivente anch'esso detenuto, disponendo che è possibile se entrambi gli interlocutori sono stati autorizzati.
In sostanza di tratta di un ambito ampiamente regolamentato dalla legge che non prevede, né per i detenuti in regime ordinario, né per i detenuti sottoposti al regime di cui all'articolo 41bis ord. pen., videoconferenze o video colloqui e nemmeno permette di costruire "colloqui visivi sui generis", in quanto la legge delinea con precisione il concetto di "colloquio", così come quello di "corrispondenza telefonica".
La Corte di Cassazione ha chiarito che non intende negare l'interesse per l'evoluzione tecnologica al fine di rendere più agevole la corrispondenza telefonica tra i detenuti, tuttavia è compito del legislatore fornire le indicazioni vincolanti che sono dettate per i vari ambiti della vita penitenziaria. Pertanto dovrà essere una norma a disciplinare la materia, stabilendo in che modo i colloqui telefonici permessi dalle norme sopra richiamate possano essere estesi a quelli videotelefonici.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 20 maggio 2019
Il decreto sicurezza bis può attendere. Matteo Salvini ha fretta di impugnare un'altra arma legislativa contro "scafisti, camorristi, spacciatori e teppisti da stadio", ma l'energica moral suasion del Quirinale e la forte preoccupazione dell'Onu frenano l'iter del provvedimento. "Non vedo l'ora che diventi realtà", spronava domenica Salvini, mentre il premier Giuseppe Conte cercava una soluzione al rebus del Consiglio dei ministri.
di Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 20 maggio 2019
Maggiore coinvolgimento degli Ordini professionali nella messa a punto della normativa antiriciclaggio, anche perché sono poi le rappresentanze istituzionali dei professionisti da dover mettere a punto le regole tecniche per valutare il rischio di circolazione del denaro sporco. Lo hanno già fatto i dottori commercialisti e i notai attraverso i propri Consigli nazionali, mentre per gli avvocati si stanno muovendo gli Ordini territoriali.
Il tema si è riproposto nei giorni scorsi dopo la presentazione del documento del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili (Cndcec) e del Consiglio nazionale forense (Cnf) sullo schema di decreto legislativo di modifica del Dlgs 231/2007, come modificato dal Dlgs 90/2017 (si veda anche Il Sole 24 Ore del 16 maggio). Le due categorie hanno auspicato, per il futuro, un più fattivo coinvolgimento degli organismi di autoregolamentazione.
Il ruolo dei professionisti - In effetti, il decreto 90, di recepimento della direttiva 2015/849 (cosiddetta IV direttiva), ha attribuito agli organismi di autoregolamentazione, ma anche alle loro articolazioni territoriali e ai Consigli di disciplina, inediti poteri regolamentari e sanzionatori esercitabili nei confronti degli iscritti. In particolare, gli Ordini professionali sono responsabili dell'elaborazione e aggiornamento delle cosiddette regole tecniche in materia di procedure e metodologie di analisi e valutazione del rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo cui i professionisti sono esposti nell'esercizio della propria attività.
Si tratta di un ruolo cruciale, perché diretto a chiarire agli iscritti la portata effettiva del precetto sancito in astratto dalla normativa primaria. Il che appare di fondamentale importanza sia in considerazione della particolare portata afflittiva delle sanzioni previste per le ipotesi di inosservanza degli obblighi antiriciclaggio sia al fine di evitare che il ruolo proattivo e di garanzia attribuito al professionista possa tradursi in un onere difficilmente sostenibile dallo stesso.
Le regole tecniche - Per espressa previsione di legge, le regole tecniche sono adottate previo parere del comitato di sicurezza finanziaria (Csf) del ministero dell'Economia, a ulteriore garanzia della loro validità. A oggi, il Csf ha dato il via libera alle regole dei commercialisti e del Consiglio nazionale del notariato, mentre stranamente aspettano ancora di essere approvate quelle del Cnf. Questo vuoto regolamentare per gli avvocati sta inducendo gli Ordini più rappresentativi - per esempio, quello di Roma - a valutare la possibilità di dotarsi di regole tecniche territoriali.
Nel contempo, l'intervento nella procedura di adozione delle regole tecniche, da parte del Csf, concorrere a definire il valore giuridico delle regole stesse come fonti normative secondarie e a giustificarne la sanzionabilità sul piano disciplinare. A tale riguardo, la riforma della legge antiriciclaggio attuata in sede di recepimento della IV direttiva ha attribuito agli organismi di autoregolamentazione veri e propri poteri sanzionatori a fronte di violazioni gravi, ripetute o sistematiche ovvero plurime degli obblighi posti dalla legge medesima e delle relative disposizioni tecniche di attuazione. Non va poi dimenticato che gli Ordini possono ricevere le segnalazioni di operazioni sospette da parte dei propri iscritti, che in vista del successivo inoltro alla Uif e sono tenuti a informare prontamente quest'ultima di situazioni ritenute correlate a fattispecie di riciclaggio di cui vengono a conoscenza nell'esercizio della propria attività.
Infine, gli Ordini professionali dispongono di poteri, sia pure limitati, di controllo nei confronti dei propri iscritti, poteri che non sono esclusivi ma concorrono con quelli del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza.
Ne emerge la chiara volontà del legislatore di assegnare agli Ordini, ma anche alle loro articolazioni territoriali e ai consigli di disciplina un ruolo di primo piano nella fase di attuazione della normativa antiriciclaggio che certamente ne avrebbe giustificato un più diretto coinvolgimento nella fase di redazione del nuovo schema di decreto legislativo attuativo della quinta direttiva antiriciclaggio.
Infine, gli Ordini territoriali dispongono di poteri di controllo deontologico-disciplinare in materia antiriciclaggio nei confronti dei propri iscritti, poteri concorrenti alle autorità amministrative e che possono arrivare anche alla sospensione e alla radiazione. Ne emerge la chiara volontà del legislatore di assegnare agli Ordini, ma anche alle loro articolazioni territoriali e ai consigli di disciplina, un ruolo di primo piano nella fase di attuazione della normativa antiriciclaggio, che certamente ne giustifica un più diretto coinvolgimento nella fase di redazione del nuovo schema di decreto legislativo attuativo della quinta direttiva antiriciclaggio.
di Marco Palombi
Il Fatto Quotidiano, 20 maggio 2019
Dalle multe a chi soccorre in mare alle pene severe per i cortei vietati: le obiezioni dei giuristi di ministeri e Colle. Il problema del decreto Sicurezza bis redatto dagli uffici di Matteo Salvini è che non è correggibile, non può essere riscritto in modo da risultare conforme alla Costituzione: quel che il vicepremier leghista pretende di imporre per legge semplicemente non si può fare.
- Decreto sicurezza-bis. Antigone scrive a Conte
- Prescrizione, la vera ipoteca sui giallo-verdi
- Bando che prevede dichiarazione reati: sentenze e decreti penali non sono equiparati
- Viterbo: da 20 anni al carcere duro, prossimo alla laurea in Giurisprudenza
- La desumibilità del dolo omicidiario in assenza di esplicite ammissioni dell'imputato










