di Domenico Cacopardo
Italia Oggi, 1 agosto 2019
La riforma della giustizia del ministro Bonafede prevede il termine di 9 anni per concludere un processo. Puniti i magistrati che fanno il loro dovere e premiati gli altri. Ci saranno gli imputati di professione che dovranno dedicare ogni energia e risorsa per difendersi per anni. La riforma della giustizia del ministro Bonafede prevede, infatti, il termine di nove anni per concludere un processo. Non solo. Saranno puniti i magistrati che fanno il loro dovere e premiati gli altri.
La proposta del Guardasigilli è scandalosa perché fa trionfare le inefficienze di un sistema giudiziario che non ha ancora accettato di diventare, come è nel mondo, un servizio per la collettività. Il servizio giustizia che i cittadini italiani hanno il diritto di pretendere ancora di più di quanto non pretendano il servizio sanitario.
Quale fine farà la riforma della giustizia del ministro Alfonso Bonafede è questione da affidare agli aruspici di regime e, quindi, meno importante di ciò che essa contiene e non contiene, denunciando un'impostazione autoritaria, coerente da un lato con i "vaffa" di Beppe Grillo e, dall'altro, con la teoria, autorevolmente prospettata, che in Italia non esistono innocenti, solo colpevoli che non sono stati scoperti. Un'impostazione, quest'ultima, che ha improntato un'effimera stagione giustizialista i cui effetti dannosi si sono riscontrati nei decenni successivi, in quella che è stata definita seconda Repubblica, la cui conclusione, da varie parti affermata, non sembra in realtà avvenuta.
L'aspetto più eclatante e paradossale della proposta Bonafede è costituito dall'accelerazione dei processi, con l'imposizione di limiti di 4 anni per il primo grado, tre per l'appello, due per la Cassazione: 9 anni. L'intervento della ministra Giulia Bongiorno, avvocata di grido con un importante palmares giudiziario alle spalle (e di fronte, naturalmente), ha indotto il proponente a ridimensionare i cosiddetti limiti a 3 anni per il primo grado, 2 per l'appello, 1 per la Cassazione: 6 anni. Confesso che in un primo momento mi è venuto da ridere.
Mi tornavano in mente i tempi della giustizia civile o penale dei paesi dell'Unione europea di cui facciamo parte ed emergeva, quindi, il paradosso di una nazione, l'Italia, che codifica tempi biblici per la sua giustizia. Insomma, termini ben più lunghi che altrove. È come se le università, di fronte al fenomeno dei fuori corso, decidessero di abolire o contenere il problema, dilatando i tempi dei corsi di laurea. Adattandoli cioè al passo degli studenti svogliati e un po' somari che parcheggiano una parte della loro vita negli atenei nazionali.
Mi sono poi reso conto che (e nessuno lo vuol dire) la proposta di Bonafede è scandalosa, volta a far trionfare e a stabilizzare le inefficienze di un sistema giudiziario che non ha ancora accettato dì diventare, come è nel mondo, un servizio per la collettività. Il "servizio giustizia" che i cittadini italiani hanno il diritto di pretendere ancora di più di quanto non pretendano il "servizio sanitario" (da notare che come il sistema sanitario è meno efficiente nel centro, nel Sud e nelle isole, allo stesso modo degli uffici giudiziari che funzionano peggio al centro, al Sud e nelle isole).
Una giustizia che, sostanzialmente, manca, giacché è ritardata, in modo incoerente con i tempi sociali ed economici delle società contemporanee. Gli utenti che ottengono una sentenza definitiva nei tempi lunghi che ci sono usuali, in realtà non ottengono il ristoro dei torti subiti o dei diritti negati: l'attesa ha consumato l'interesse di chi si è rivolto al giudice. Per converso, in zone ad alta intensità criminale, la lentezza favorisce, indirettamente, lo sviluppo delle varie mafie che riescono a fornire soluzioni alternative, loro proprie, alla giustizia di Stato. È facile rivolgersi al "Pezzo da 90", ottenerne la benevolenza e una decisione favorevole, che, poi, diventerà cogente per tutti.
Così, l'ex dj Bonafede regala un premio agli inefficienti e si astiene dal riconoscere il merito di quei tribunali che, nelle attuali situazioni, riescono a svolgere la propria attività in tempi accettabili. Ovviamente, la questione delle questioni (e anche qui siamo ben lontani dalle amministrazioni giudiziarie degli altri paesi dell'Unione), cioè la separazione delle carriere tra giudici giudicanti e giudici inquirenti, non viene affrontata.
Nel non detto del giustizialismo grillino, vale sempre e comunque l'accusa (ma valeva anche per l'ex ministra della giustizia, avvocata Paola Severino), dalla quale si fanno discendere immediate conseguenze politiche. Anche se sono numerosi i casi di non-colpevolezza stabilita anni e decenni dopo le prime condanne. Il caso di Calogero Mannino (riconosciuto non colpevole dopo 35 anni di peripezie giudiziarie) è solo uno dei tanti.
E su di esso, in effetti, si appuntano le critiche di parti importanti della magistratura requirente che, in definitiva, non riescono ad accettare un giudizio difforme dalle loro impostazioni. Peraltro, la riforma della giustizia sembra, a detta di varie fonti ai 5 Stelle, anche autorevoli, l'occasione per esercitare una sorta di ricatto politico nei confronti della Lega: se non passasse ci sarebbero conseguenze sul voto (Senato) per il decreto sicurezza bis.
Nella vita questi scambi si chiamano ricatti. Se, nel caso nostro, uno scambio del genere fosse confermato, avremmo proprio raggiunto il fondo. Bastano queste considerazioni per indurci a considerare la riforma Bonafede un'ennesima prova d'incapacità politica, di condizionamenti inaccettabili e di un metodo estraneo alla storia dell'Italia repubblicana. Se avrà un seguito, ne riparleremo.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 1 agosto 2019
Gli articoli di Iuri Maria Prado e di Gherardo Colombo in polemica tra di loro, pubblicati su "Il Dubbio", sono importanti e significativi perché rappresentano in modo profondamente diverso il ruolo del giudice nell'attuale ordinamento giuridico e nella società moderna. Prado sostiene che "non è compito del magistrato far rispettare la legge "perché "il potere di indagare e giudicare le persone" non può essere interpretato in maniera così distorta. Colombo invoca tanti articoli della Costituzione ma soprattutto l'art. 3 che attribuisce alla Repubblica il compito di "rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese", per attribuire al magistrato un ruolo complesso e multiforme.
Il ragionamento di Colombo in estrema sintesi è che lo scopo finale del magistrato è quello di far rispettare la legge "separando il grano dall'olio" e in più ha un compito del tutto particolare di far ricorso alla Corte Costituzionale per verificare l'aderenza delle leggi alle norme costituzionali. La tesi di Colombo non è corretta ed è pericolosa perché attribuisce una funzione al magistrato non conforme allo spirito e al contenuto delle norme del complessivo ordinamento giuridico. Colombo in verità esplicita in maniera argomentata quello che sostiene dagli anni 80 quando teorizzò, a nome di "magistratura democratica " che la magistratura era costretta "a fare opposizione al sistema" perché il consociativismo tra la Dc maggioranza in Parlamento e il Pci minoranza, aveva affievolito l'opposizione e la contestazione al partito di maggioranza da parte dello stesso Pci. La magistratura cioè doveva farsi carico di contestare "il potere della maggioranza" attraverso la interpretazione della legge.
Questa valutazione "politica" della funzione del magistrato io l' ho contestata sin da allora, e Colombo lo sa bene, ma oggi debbo dire che c'è una coerenza nel suo ragionamento che considero ancora più pericoloso, perché dopo la esperienza del pool di Milano degli anni 90 a Colombo sembra ormai scontato questo ruolo omni comprensivo che rende il magistrato, a suo dire, "protagonista delle istituzioni". Una funzione così indicata farebbe venir meno l'indipendenza della funzione giudiziaria per cui il magistrato non sarebbe più chiamato a reprimere la illegalità, funzione tipica e preziosa, ma a garantire la legalità cioè ad avere una funzione etico- politica.
La funzione del magistrato è in contrasto con la funzione politica- etica, che si vuole attribuire: il reato crea un. vulnus nella società e la sanzione ricuce lo strappo e ricompone la comunità nella sua convivenza civile. Si tratta di un ruolo di garanzia di chi controlla e sanziona. Colombo naturalmente sa bene che c'è un problema enorme negli Stati moderni e non solo in Italia, ed è la funzione del giudice e del pubblico ministero.
Un ruolo diverso è maturato lentamente in questi anni con l'indifferenza del legislatore: il Parlamento ha approvato leggi sempre più imprecise e generiche per assegnare un ruolo di supplenza alla magistratura, la quale non si sente più sottoposta alla legge, ma sta "di fronte alla legge", per ripetere una splendida espressione di un vecchio un giurista come Mastursi. Quando il Parlamento prevede il reato di "traffico di influenze illecite" costruito sul nulla e dà al magistrato il massimo di discrezionalità per definirlo a suo piacere, siamo alla follia legislativa che determina inevitabilmente conflittualità e rapporti cattivi tra le Istituzioni.
Quando i costituenti scrissero la Costituzione la magistratura era altra cosa e la giustizia aveva un valore autonomo e residuale nel senso che la certezza del diritto e delle norme, in un preciso contesto codicistico, garantiva la terzietà del giudice, la sua scontata imparzialità e la sua estraneità rispetto alle passioni politiche. La espansione del potere giurisdizionale ha alterato l'equilibrio tra i poteri così come l'aveva concepito Montesquieu. È questa la questione della giustizia in Italia.
Nessuno finora aveva spinto la riflessione fino ad immaginare che il magistrato avesse la funzione di far "rispettare la legge" perché il rispetto della legge viene prima della devianza e deve essere garantito dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura, dai valori morali, dalla solidarietà civile che è il contrario dell'odio e del rancore.
Quella idea non è solo di Colombo ma sostanzialmente di tutta la magistratura che si attribuisce un potere non controllato perché autonomo e autoreferenziale. Sta al Governo e al Parlamento correggere questo equivoco ma debbo riconoscere che anche governi più solidi, più maturi non hanno fatto niente per evitare questa deformazione. E questo è un problema serio e fondamentale della nostra democrazia esposta sempre a pericoli ricorrenti.
Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2019
Circolazione stradale - Norme di comportamento dei pedoni - Investimento di pedone - Causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l'evento - Colpa esclusiva della vittima - Presupposti. Il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l'evento (cfr. articolo 41 c.p., comma 2). Ciò può ritenersi solo quando il conducente del veicolo investitore - nella cui condotta non sia ravvisabile alcun profilo di colpa, né generica né specifica - si sia trovato, per motivi estranei a ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l'incidente può ricondursi eziologicamente esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente e operante in assoluta autonomia rispetto a quest'ultima.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 5 giugno 2019 n. 24927
Circolazione stradale - Norme di comportamento dei pedoni - Investimento di pedone - Pedone come causa esclusiva dell'evento - Presupposti. Nel settore dei reati in materia di circolazione stradale al fine di accertare se il comportamento colposo della vittima del sinistro costituisca mera concausa dell'evento lesivo, che non esclude la responsabilità del conducente, o piuttosto causa sopravvenuta, da sola sufficiente a determinare l'evento, occorre verificare se esso risulti del tutto eccezionale, atipico, non previsto né prevedibile. Secondo la Suprema corte anche in questo specifico settore appare maggiormente in grado di descrivere il fenomeno della causa da sola sufficiente a produrre l'evento la più recente ricostruzione giurisprudenziale (Cass. pen., sez. U., n. 38343 del 18/09/2014) che indica nell' estraneità del fattore all'esame dall'area di rischio gestita dal garante il connotato che meglio permette di identificare la causa interruttiva.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 22 marzo 2018 n. 13312.
Circolazione stradale - Norme di comportamento dei pedoni - Investimento di pedone - Causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l'evento - Colpa esclusiva della vittima - Presupposti. Il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo (imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale) del pedone, ma occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l'evento. Ciò che può ritenersi, solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi specifica) si sia trovato, per motivi estranei a ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di "avvistare" il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l'incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest'ultima.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 31 luglio 2013 n. 33207.
Circolazione stradale - Norme di comportamento dei pedoni - Circolazione di pedoni - Mancata concessione della precedenza ai veicoli (art. 134 C.D.S.)- Causa esclusiva dell'investimento - Esclusione. Nell'ipotesi di inosservanza del pedone dell'obbligo di concedere la precedenza ai veicoli (art. 134 C.d.S.), può solo essere valutata come concausa dell'evento, ma non come causa autonoma esclusiva che interrompa il nesso di causalità tra la condotta di guida del conducente e l'investimento.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 26 gennaio 2010 n. 3339.
Reati contro la persona - Delitti contro la vita e l'incolumità individuale - Lesioni personali colpose - In genere - Investimento di pedone in autostrada - Prevedibilità - Condizioni - Reato - Sussistenza. È responsabile del reato di lesioni colpose il conducente che investa un pedone il quale si trovi già sulla sede autostradale nell'atto di attraversarla da destra verso sinistra ed essendo visibile fin dall'inizio dall'autovettura del conducente in uscita dalla galleria. (Precisa la Suprema Corte che diverso è il caso di attraversamento di un pedone dalla posizione di fermo sulla piazzola di sosta della sede stradale, che non può considerarsi prevedibile, essendovi un assoluto e comunemente rispettato divieto di attraversamento ed essendo altresì evidente che se si imponesse al conducente di decelerare alla semplice vista del pedone, pure in assenza di motivi di sospetto, ne risulterebbe gravemente compromessa la stessa circolazione e la sicurezza degli automobilisti, costretti a confrontarsi con un improvviso arresto di una autovettura che procede a velocità elevata).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 3 novembre 2008 n. 41029.
di Morena Zingales
umbriajournal.com, 1 agosto 2019
La relazione è di 51 pagine e mette in risalto su qual è il ruolo del Garante. In particolare c'è un quadro d'insieme degli Istituti di Pena per adulti in Umbria. "Tra il 31 dicembre 2017 e il 31 dicembre 2018 - è scritto - la popolazione penitenziaria umbra è aumentata lievemente, di 61 unità, passando da 1.370 a 1.431 detenuti, a fronte di una capienza complessiva compresa tra i 1.331 (al 31.12.2017) a i 1.334 posti-letto detentivi (al 31.12.2018).
In regione, a fine 2018 il tasso di sovraffollamento ha raggiunto quindi il 107%, mentre a livello nazionale era del 118%. La situazione di sovraffollamento riguarda tre su quattro istituti e deve essere prestata un'attenzione specifica a quanto avviene a Perugia e Terni, principali istituti di accesso dalla libertà nel sistema penitenziario umbro e perciò più sensibili all'andamento generale della popolazione detenuta, dove già oggi il tasso di affollamento è superiore al 110%. Dei 1.431 detenuti presenti nei quattro istituti umbri alla data del 31 dicembre 2018, 1.100 erano condannati in via definitiva, mentre 144 erano in attesa di primo giudizio e 187 condannati non definitivi.
Peculiare del sistema penitenziario umbro è l'alta percentuale di condannati definitivi, effetto di una popolazione detenuta in gran parte proveniente da fuori regione, spesso - come nei casi di Spoleto e Terni - con pene medio-lunghe da scontare.
Il Nuovo Complesso penitenziario di Perugia, in località Capanne, è un edificio inaugurato nel 2005 e reso pienamente operativo nel 2009. La struttura è composta da un reparto femminile e due reparti detentivi maschili (penale e circondariale) destinati alla custodia esclusiva di detenuti di media sicurezza, uniti da un raccordo centrale contenente i servizi generali.
A fronte di una capienza totale di 363 detenuti, nel Carcere di Capanne al 31.12.2018 si trovavano ristretti 408 detenuti, 72 donne e 336 uomini, di cui 278 stranieri. La percentuale di sovraffollamento nell'istituto penitenziario perugino arriva al 112,4%, ed è
particolarmente evidente nella sezione Femminile. Sono stati ampliati gli impianti di videosorveglianza ed è stata predisposta una sala
regia per favorire gli spostamenti dei detenuti in maggiore autonomia tra un'attività e l'altra. Nei reparti maschili le sezioni sono aperte fino a 9-10 ore al giorno, mentre nel reparto femminile le camere detentive restano aperte per un massimo di 4 ore, con una evidente disparità di trattamento molto sofferta, e lamentata, dalle detenute.
Le condizioni delle stanze di pernottamento sono generalmente buone, anche negli spazi per l'isolamento. Nelle sezioni maschili le celle sono tutte doppie e dotate di letti a castello, termosifone, acqua calda, doccia e servizi igienici in un ambiente separato. Nel
reparto femminile sono presenti stanze da due o da quattro, dotate di piano cottura e termosifone e bagno con doccia e bidet.
La Casa circondariale di Terni "Vocabolo Sabbione" è stata aperta nel 1992. L'istituto di Terni è composto da 15 sezioni, tutte maschili, comprendenti tutti i circuiti detentivi previsti dall'amministrazione penitenziaria (MS, AS1, AS2, AS3, 41 bis). L'istituto è strutturato in blocchi autonomi, di cui uno dedicato a detenuti in regime di cui all'art. 41 bis, co. 2, Ord. penit. (27 al 3.8.2018) e un altro a detenuti per fatti di terrorismo.
Al 28.2.2019 nell'istituto di Terni i detenuti presenti erano 456 di cui 130 i detenuti stranieri, in prevalenza provenienti da Romania, Marocco e Albania. Il numero delle presenze ha quindi ampiamente superato la capienza regolamentare (411). Gran parte della popolazione detenuta appartiene al circuito della media sicurezza, ma oltre a detenuti dei diversi circuiti di alta sicurezza, sono presenti 27 detenuti sottoposti al regime dell'art. 41 bis o.p. Nell'apposito padiglione, sono ospitati i detenuti in regime di semilibertà o ammessi al lavoro esterno. In occasione delle visite svolte presso il carcere di Terni si è riscontrato che in
generale il complesso penitenziario si trova in buone condizioni. Non è stata ancora sperimentata la sorveglianza dinamica: i detenuti escono dalle stanze di pernottamento per il tempo previsto dell'aria e della socialità da svolgersi negli appositi spazi.
L'istituto di Spoleto è stato costruito nel 1980 e consta di tre padiglioni, ciascuno con cortile esterno esclusivo, rispettivamente destinati ai detenuti in regime di 41 bis, a quelli in alta sicurezza e ai detenuti comuni, nonché agli appartenenti alle categorie riconducibili al circuito penitenziario cd. "protetto". Al 22.2.2019 i detenuti presenti erano 459, di cui 111 i detenuti stranieri, in prevalenza provenienti da Albania e nord-Africa. La grande maggioranza dei detenuti è quindi di nazionalità italiana, prevalentemente definitivi e appartenenti al circuito dell'alta sicurezza. La struttura è in buone condizioni anche se necessita di qualche lavoro di manutenzione, qualcuno intrapreso dai detenuti (pareti esterne) sotto la direzione del personale di polizia addetto.
L'istituto di Orvieto si trova in una struttura risalente al XVI secolo. L'edificio è composto da un'unica sezione che si sviluppa lungo tre bracci dello stesso corridoio. Con Decreto del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del 16.07.2014, la Casa di reclusione di Orvieto è stata trasformata in Istituto a custodia attenuata destinata a programmi intensivi di sostegno al reinserimento sociale.
Al 31.12.2018 nell'istituto di Orvieto i detenuti presenti erano 104 di cui 63 i detenuti stranieri, in prevalenza provenienti dal nord-Africa. Il numero delle presenze ha di fatto raggiunto la capienza regolamentare (106). A causa di trasferimenti di detenuti dagli
istituti della regione Toscana, nel periodo estivo e autunnale, alcune camere di pernottamento hanno ospitato un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare. La popolazione detenuta appartiene tutta al circuito della media sicurezza e sono prevalentemente definitivi. Al 31.12.2018, due detenuti erano in regime di semilibertà.
La Regione Umbria non è sede di istituti penali per minori e quindi non vi sono luoghi di diretta amministrazione pubblica per l'esecuzione di misure restrittive della libertà inflitte a minori o giovani adulti che abbiano commesso reati entro la minore età. Ciò
non toglie che l'Ufficio di servizio sociale per i minorenni competente per territorio segue una pluralità di misure eseguite presso servizi e strutture territoriali a ciò accreditate dal Ministero della giustizia e dal Tribunale per i minorenni. Alla data del 31 dicembre 2018 risultavano prese in carico dagli uffici di servizio sociale per i minorenni di Perugia 487 persone di cui il 15% ragazze e il 40% stranieri.
Complessivamente, nel 2018 sono state prese in carico 128 persone private o sottoposte a misure restrittive della libertà personale (fig. 20), per il 54% ospiti della casa circondariale di Perugia, per il 27% detenute a Spoleto, nel 15% dei casi ristrette a Terni e in solo 4 casi detenute a Orvieto.
Le principali problematiche sottoposte all'attenzione del Garante riguardano ciò che concerne le condizioni di detenzione. In generale, è stata frequentemente segnalata la scarsa qualità del cibo offerto dall'Amministrazione penitenziaria e in alcuni casi l'inadeguatezza del vitto rispetto alle problematiche di salute, la mancanza di acqua calda e del riscaldamento nelle camere di pernottamento, la non idoneità di queste ultime dal punto di vista igienico-sanitario e situazioni di sovraffollamento soprattutto nei periodi estivi, l'impossibilità di detenere oggetti particolari in camera (crocifisso al collo, personal computer, radio, dispositivi mp3 e fotografie dei familiari in 41bis), nonché il contrasto delle disposizioni dei singoli istituti relative al materiale che il detenuto può avere con sé in occasione del trasferimento da uno all'altro.
Spesso conseguenti alle criticità relative alle condizioni di detenzione sono le numerose richieste di intervento del Garante rispetto alle istanze di trasferimento avanzate dai detenuti sia al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria che al Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria Toscana-Umbria. Gli istituti penitenziari della Regione Umbria sono caratterizzati dalla presenza di detenuti che per la maggior parte sono non residenti. Ciò determina notevoli disagi per i detenuti e per le loro famiglie che, spesso, non riescono a far fronte ai continui spostamenti per i colloqui mensili.
di Danilo Loria
strettoweb.com, 1 agosto 2019
L'incontro era finalizzato a presentare il programma per capire quali possano essere gli interventi utili a garantire il rispetto e la dignità della persona, agli ultimi tra gli ultimi, ancora più emarginati per la tipologia di reato commesso.
In data 30 luglio 2019 una delegazione dell'Ufficio del Garante Metropolitano per i Diritti dei Detenuti, composta dal garante stesso dott. Paolo Praticò, dall'avv. Maria Cristina Arfuso e dall'avv. Giuseppe Gentile si è recata presso il Carcere di Arghillà per una visita programmata, come avvio delle attività di questo Ufficio. A ridosso del tragico episodio che ha visto morto suicida un detenuto rumeno da pochi giorni ristretto.
Ad accompagnare i componenti l'ufficio c'erano il dott. Emilio Campolo responsabile area educativa e il dott. Speranza coordinatore degli educatori di Arghillà. L'incontro era finalizzato a presentare il programma, preannunciando una serie di colloqui conoscitivi individuali, per capire quali possano essere gli interventi utili a garantire il rispetto e la dignità della persona, agli ultimi tra gli ultimi, ancora più emarginati per la tipologia di reato commesso.
Abbiamo precisato loro come a noi non interessa conoscere cosa hanno fatto e per quale motivo si trovino ristretti, se colpevoli o innocenti ma, il nostro impegno è volto a garantire una corretta escussione della pena e ad offrire loro, ove possibile, un reinserimento nella società civile, con l'acquisizione di competenze artigianali ed altro, come un minimo d'istruzione e la conoscenza della lingua italiana per i detenuti stranieri, la possibilità di comunicare con i propri familiari, anche attraverso l'interessamento del consolato d'origine.
Tutte azioni che allentano le tensioni che inevitabilmente si creano a seguito di episodi tragici e che vengono amplificate da disservizi come un rubinetto che gocciola o l'umidità delle pareti che ci impegniamo a segnalare alla direzione.
Abbiamo detto loro delle attività sportive che potremo implementare per via di un accordo con il Coni regionale e rientra nel programma la costituzione di un "centro d'ascolto" esterno per chi gode dei benefici di legge e per i familiari, spesso vittime collaterali delle situazioni dei propri congiunti. In tal senso anche il sindaco della Città Metropolitana si è impegnato a fornirci il giusto supporto.
di Massimo Romano
napolitoday.it, 1 agosto 2019
Il Garante: "Sovraffollamento inaccettabile". Nel carcere di Poggioreale arrivano i frigoriferi. "Ogni cella avrà un refrigeratore - annuncia Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania - per un totale di 200 frigoriferi. Un'iniziativa possibile grazie a una mia proposta e all'impegno dell'Assessorato alle Politiche sociali della Regione".
Sicuramente si tratta di una buona notizia, in un periodo in cui le temperature sono proibitive. Ma le problematiche di Poggioreale restano tutte: "In questo carcere si soffre di un sovraffollamento del 150 per cento, è inammissibile - prosegue il garante - Il Governo continua ad annunciare la realizzazione di nuove carceri, ma per ora sono le solite chiacchiere.
A questo va aggiunto che nel dicembre 2016 sono stati stanziati 15 milioni per la ristrutturazione delle case circondariali. Da allora, a Poggioreale abbiamo assistito solo a un paio di visite del provveditorato ai lavori pubblici. Anche in questo caso, mi sembra una cosa non accettabile".
lucerabynight.it, 1 agosto 2019
Ottima partecipazione al torneo organizzato dal volontario Luigi Talienti: "Importante valorizzare la dimensione ludica come opportunità di socialità". In autunno, nuovo appuntamento alla presenza delle famiglie. Gran finale giovedì 1 e sabato 3 agosto per "Sportivamente", il torneo organizzato nella Casa Circondariale di San Severo dal volontario Luigi Talienti. La manifestazione, che vuole promuovere lo sport e affermare i valori fondanti del senso civico, del rispetto del proprio prossimo e del valore della regola, si sta svolgendo contemporaneamente anche nel carcere di Foggia.
"La manifestazione - spiega Talienti - nasce per animare le giornate "dentro" durante l'estate, periodo in cui si fermano le attività scolastiche e diventa più forte la necessità di trascorrere qualche ora all'aria aperta. Una cosa però voglio precisarla: in carcere fa freddo anche quando ci sono 40 gradi, perché gli affetti che scaldano il cuore sono lontani".
L'iniziativa è stata fortemente voluta dal Direttore della Casa Circondariale di San Severo Patrizia Andrianello, dai Commissari Giovanni Serrano e Giacomo Prudentino e dalla responsabile dell'Area Educativa, Rosanna Caggiano. "Attraverso tali iniziative - sottolinea Talienti - si riesce a carpire la volontà di reinserimento dei reclusi. Per questo motivo risulta particolarmente importante, anche con il supporto del volontariato, valorizzare la dimensione ludica come opportunità di socialità e di allentamento delle tensioni prodotte dalla condizione detentiva. Con questo fine, l'iniziativa nata a Foggia è stata esportata, lo scorso anno, nell'Istituto di Lucera e quest'estate a San Severo". "Lo sport è spesso presente nelle iniziative di volontariato - il commento del Presidente del Csv Foggia, Pasquale Marchese - perché aiuta a superare le barriere sociali. Ha un ruolo formativo e costruttivo e, proprio grazie ai valori che lo animano, svolge una funzione di traino nei processi di integrazione".
La manifestazione vedrà sfidarsi i campioni e i vicecampioni del torneo tra ottobre e dicembre 2019, alla presenza delle famiglie, nell'ambito dell'iniziativa "Bambini senza sbarre".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 agosto 2019
Esce domani un libro che raccoglie l'opinione di cinque giuristi. "Se il fine della pena è la risocializzazione del reo, la reclusione in carcere non può essere senza fine: ecco perché, da sempre, l'ergastolo è e resta un nodo giuridico da dibattere e da sciogliere".
A discuterne, anche coraggiosamente dato il contesto politico e sociale, ci hanno pensato cinque autorevoli giuristi (Emilio Dolcini, Elvio Fassone, Davide Galliani, Paulo Pinto de Albuquerque, Andrea Puggiotto) nel testo - da domani in libreria - "Il diritto alla speranza. L'ergastolo nel diritto penale costituzionale" (G. Giappichelli Editore, Torino 2019, 480 pagine, euro 48).
Un libro attualissimo se si pensa da un lato alla facilità con cui oggi persino alcuni esponenti istituzionali e il tribunale del popolo invochino la pena perpetua, svelando l'ignoranza del diritto e l'indifferenza verso i diritti; e dall'altro lato alla recente sentenza Viola v. Italia per cui l'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Cedu, in attesa della pronuncia della Consulta il prossimo 22 ottobre sulla legittimità del 4bis. Ma ci sono altri due importanti obiettivi sottesi al testo, che spiegano propri gli autori: il primo è quello di permettere agli studenti universitari di studiare la pena dell'ergastolo, tema spesso sottovalutato insieme a quelli dell'amnistia e dell'indulto.
Inoltre gli autori avvertono "la sensazione che oggi nessuna maggioranza parlamentare e nessun esecutivo sarebbero disposti ad un aperto e serio confronto sulla pena perpetua con il mondo accademico". Ed hanno ragione se ricordiamo gli sforzi dell'accademia negli Stati generali dell'esecuzione penale svaniti quando il precedente Governo ha abortito per convenienza elettorale la riforma dell'ordinamento penitenziario, trasformatasi poi in un sistema sempre più carcerocentrico nella prospettiva nel nuovo Esecutivo.
Il secondo obiettivo è "propriamente scientifico" perché attraverso la riproposizione delle sentenze più importanti della Cassazione, della Corte Costituzionale e della Cedu essi, con anche le loro interpretazioni, vogliono "ricostruire il passato, analizzare il presente, prefigurare un possibile futuro, pensando soprattutto ai tanti giudici e avvocati che della questione ergastolo dovranno occuparsi".
Ma l'altro tema chiave del libro è la speranza. Ad illuminare il lettore su come la giustizia deve essere speranza anche nel comminare una pena è il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, che firma la prefazione: "L'esercizio di giustizia deve offrire un elemento di speranza se non vuol guardare soltanto a ciò che è stato". Per il Garante è necessario "sentenziare" ossia emettere il giudizio che riconosca alla vittima il disvalore creatosi nell'aver subito un grave torto. Ma occorre intraprendere anche la direzione del futuro, ricomponendo la lacerazione avvenuta tra vittima, reo e società. Però c'è un reale futuro per chi è condannato all'ergastolo?
Evidentemente no se un recluso, come narra Palma, gli ha fatto pervenire la "terribile e irricevibile richiesta di veder convertito in condanna a morte il proprio ergastolo". E allora è necessario parlarne perché, in questo difficile periodo per i principi democratici e costituzionali, non bisogna dare nulla per scontato. Potrebbe essere addirittura breve il passo per ripristinare i lavori forzati. Con la conoscenza che ci offre questo libro percorriamo invece il sentiero in cui "il diritto alla speranza altro non è se non la presa d'atto che dietro a qualsiasi perpetuità e a qualsiasi automatismo esiste una persona".
di Luciana Castellina
Il Manifesto, 1 agosto 2019
A proposito di "Migrazioni. La rivoluzione dei Global compact", di Valerio Calzolaio. Lo sapevate che l'Italia - quella di ieri già bruttina, ma ancora non così brutta come quella di oggi - è fra i ventisette paesi che non hanno firmato il secondo accordo del Global Compact on Refugees approvato dall'Assemblea generale dell'Onu il 17 dicembre 2018, quello che riguarda specificamente i migranti non di necessità bensì di parziale libertà, categoria come si sa difficile da definire visto che si tratta comunque di disgraziati che non rischiano certo la vita sui barconi per divertimento?
Cito per prima questa informazione che fornisce l'ultimo libro di Valerio Calzolaio (uno dei pionieri del Manifesto e poi del Pdup nelle Marche, persino sottosegretario all'ambiente nel famoso governo Prodi bis) - che in realtà prende molto alla larga, e dalla preistoria, il fenomeno delle migrazioni - perché mi ha sbalordito. (E mi ha fatto anche vergognare, perché non lo sapevo neppure io). Con una parte di giornali stracolmi di indignazione per quanto accade nel Mediterrano nessuno ha trovato il modo di farci sapere l'ennesima malefatta del nostro paese. E noi siamo tanto distratti dal non averlo saputo.
Lo dico perché non si finisce più, ormai, di indignarsi a vuoto. Penso all'esaltazione di Greta, per esempio, allegramente accompagnata dal silenzio su quanto non viene rimosso sebbene sia causa grave della catastrofe climatica perché farlo disturberebbe il sistema. Nel libro di Valerio Calzolaio - Migrazioni. La rivoluzione dei Global compact (edizioni Doppiavoce, pp. 80, euro 11) - questo è tuttavia un dettaglio, perché di migrazioni, quando non si cavillava sul fatto che fossero di necessità o meno ed eventualmente di quale categoria, ce ne sono da decine di migliaia di anni. Anzi: non c'è mai stato - ci racconta l'autore - un tempo di isolamento abbastanza lungo da far divenire un gruppo razza o specie tanto diversamente definita da giustificare una distinzione così netta.
E infatti sembra che ciascuno di noi condivida un antenato comune vissuto entro gli ultimi 3mila anni; e che abbiamo persino, per il 99,9%, cioè quasi tutto, lo stesso Dna. (Ahimè, lo abbiamo in comune anche con Salvini).
Vuol dire che ci siamo mossi sempre, camminando e camminando (e perciò abbiamo tutti più o meno belle gambe), in seguito sviluppando il cervello fino a farci scoprire che era più comodo navigare.
Solo le piante - come ci ha informato un altro bellissimo libro, quello di Stefano Mancuso (L'incredibile viaggio delle piante) - riescono invece a stare ferme e tuttavia a procurarsi, grazie all'intelligente movimento di rami e fogliame, quanto gli serve per svilupparsi e vivere. L'essere umano no, non possiede questa duttilità, nonostante abbia le gambe. Spesso pur avendo il vantaggio degli arti, e anche facendo salti mortali, al contesto in cui è finito non è riuscito ad adattarsi mai.
Sarebbe indispensabile - nota Valerio - un atlante geo-storico globale delle migrazioni umane, per capire meglio da dove veniamo e come ci siamo mossi nei millenni attraverso la Terra. Purtroppo non c'è, l'impresa, pur urgente, non è stata mai davvero tentata. E viene da pensare che il disimpegno non sia stato del tutto casuale: perché ci avrebbe costretto a prendere atto che ogni popolo è nato "altrove". (Con una sola eccezione: sembra infatti che gli aborigeni australiani, pur arrivati anche loro in quel continente da un altrove, siano riusciti a restare nel medesimo territorio per 50mila anni).
Valerio suggerisce un'altra, specifica e a me pare interessantissima ricerca: ricostruire la storia dell'umanità - e dunque dei suoi movimenti attraverso il globo - assumendo un'ottica di genere. Anche questa mai affrontata, un altro enorme buco che abbiamo patito senza protestare. Oggi di migranti, ogni categoria inclusa, ce ne è pressappoco un miliardo: un numero grande quasi come quello dei cittadini della Cina o dell'India. Un'enormità.
Calzolaio, che oltre a essere uno studioso è sempre stato anche un militante, termina il libro con indicazioni pratiche: leggere e attuare, ognuno nel proprio ruolo sociale o istituzionale, i principi e gli indirizzi del primo accordo Global Compact, quello sottoscritto anche dall'Italia, e però anche del secondo che il nostro paese non ha votato, sì da adoperarsi per siglare patti che riducano le migrazioni forzate, e per regolare la libertà di migrare - e di restare - renderla ordinata e sicura, prendendo in considerazione tutte le cause che spingono a fuggire, compresa quella, sempre più importante, del disastro climatico che non ha tutt'ora alcun riconoscimento, nonostante l'invocazione di papa Francesco.
Cito letteralmente le ultime righe del libro, che è un'affascinante storia del nostro passato, perché ci consegnano un programma di lavoro per il che fare domani: "Non c'è niente di irregolare o pericoloso se regioni o enti locali, imprese, università o centri culturali, perseguono concretamente alcuni degli obiettivi indicati nel Global Compact, l'abbia o meno approvato l'Italia". Stiamo infatti parlando di atti dell'Onu, che come sapete non sono purtroppo vincolanti. E però guai se non ci fossero stati e qualcuno non li avesse presi sul serio. Per ottenere leggi vincolanti, si comincia così.
di Salvatore Bragantini
Corriere della Sera, 1 agosto 2019
Sta tornando una situazione in cui al conflitto armato si sostituisce, per ora, quello commerciale: adesso la parola chiave non è più collaborazione, ma competizione. Declina l'era in cui i Paesi sviluppati collaborarono per scongiurare le tensioni alla radice della seconda guerra mondiale; i nazionalisti, ormai al governo negli Usa, nel Regno Unito e in Italia, sono prima forza d'opposizione in Francia e Germania.
A mutare il quadro è stata la globalizzazione che, intensificando gli scambi internazionali, ha avuto effetti contrastanti fra Paesi sviluppati ed emergenti. Su questa s'è innestata la finanziarizzazione dell'economia, sfociata nella crisi del 2007, che contraddiceva le scelte decise nel '44 alla conferenza di Bretton Woods grazie a J.M. Keynes, un gigante del pensiero. Memore delle esose riparazioni inflitte cent'anni fa alla Germania sconfitta e della crisi del 1929, egli convinse gli Usa a scongiurare nuovi conflitti diffondendo lo sviluppo economico, la piena occupazione e la stabilità finanziaria.
Allo spirito di collaborazione multilaterale di Bretton Woods si deve l'accordo di Londra del febbraio '53 quando - a meno di otto anni dalla resa di Berlino -i Paesi vincitori condonarono alla Repubblica Federale Tedesca (Rft) metà dei debiti accesi dal Terzo Reich per aggredire l'Europa libera. Gli Usa volevano certo sottrarre la Rft all'influenza sovietica, ma c'erano altri, più rudi, modi per farlo: non era quella la scelta ovvia. Con l'approccio cooperativo la "Guerra fredda" l'han vinta le democrazie occidentali che, pur operando per la sconfitta dell'Urss, han sempre escluso di ottenerla con le armi.
Quello spirito ha propiziato la rinascita post-bellica, poi agevolato il più ambizioso progetto politico della storia, l'attuale Unione Europea, e perseguito lo sviluppo condiviso con le organizzazioni multilaterali. Queste han sospeso - fatto senza precedenti nella storia - il vigore della legge di gravità politica, per la quale il più forte ha ragione. Se gli Usa nel '45 avessero perseguito l'America first, il nostro destino sarebbe stato assai peggiore; ora la vittoria di Trump, col tramonto del multilateralismo cooperativo nello "Stato guida", è il punto di svolta.
Quell'assetto declina forse per troppo successo: la Brexit e la crisi d'identità della Ue son dovute proprio ai progressi, per tanti eccessivi, dell'integrazione europea. L'esplosione degli scambi internazionali, poi, ha immesso nell'economia moderna centinaia di milioni di persone prima escluse, migliorandone il tenore di vita. Sono emigrati nei Paesi emergenti molti lavori prima svolti in Occidente ove, invece, aumentano i poveri che lavorano e per centinaia di milioni di persone peggiora la vita. Esse soffrono la perdita di status sociale, sperimentando l'incertezza sul futuro, ben nota ai Paesi emergenti.
Visto dallo spazio, il mondo è oggi più equo, o meno iniquo, di ieri, ma gli elettori dei Paesi sviluppati si oppongono col voto. L'avanzata del nazionalismo esprime, magari inconsciamente, il rifiuto della nuova realtà, che ha dato il benessere a tanti "là" e l'ha tolto "qua", vorrebbe ricacciare le masse che si affacciano al benessere nella miseria da cui sono uscite, nell'illusoria nostalgia di un passato che non tornerà. Torna, invece, un mondo nel quale al conflitto armato si sostituisce, per ora, quello commerciale, nel quale la parola chiave non è più collaborazione, ma competizione.
Donald Trump sfrutta la potenza militare per imporsi negoziando con i singoli Stati, più deboli. Così, per riequilibrare la bilancia commerciale Usa, mission impossible, finge che le importazioni d'acciaio canadese o di auto europee mettano a rischio la sicurezza Usa.
È il ritorno alla legge di gravità, cui solo la Ue si può opporre: sono perciò assurde le parole del sottosegretario leghista Michele Geraci, che dice alSole 24 Ore, sui negoziati commerciali: "La politica (della Ue, ndr) è comune, ma le negoziazioni, per noi, si devono fare one to one con ogni partner: Usa, Cina e altri".
Le pratiche illecite della Cina van combattute, ma ciò non autorizza a bloccare il suo sviluppo per impedirle di crescere negli equilibri mondiali. I rischi dell'autocrazia cinese, gravissimi, non si affrontano impedendo - con la forza o con i suoi sostituti, come l'overreach legato al ruolo del dollaro Usa nei pagamenti - a uno Stato sovrano le politiche di crescita che ritiene opportune. Con metodi simili l'Occidente, lungi dal vincere la "Guerra fredda", ci avrebbe precipitato in quella calda, senza vincitori, forse senza sopravvissuti.
Trump prima scatena i conflitti commerciali, poi vuole che la Federal Reserve abbassi il costo del denaro per attutirne le conseguenze: cinica scelta volta a propiziarsi la rielezione, manipolando la valuta. Per questo "alto fine", dovremmo tutti correre verso l'inevitabile bolla, giunta la quale le banche centrali sarebbero quasi prive di spazi di manovra.
Quando il XX secolo si chiuse nel trionfo dell'Occidente, parve che una visione lungimirante degli interessi nazionali potesse ancora prevalere; il XXI sta dandoci un mondo diviso da ampi fossati, dove gli Stati si affrontano brandendo interessi nazionali dalla corta vista. La critica alla globalizzazione continua, ma sono poche e sparse, chissà perché, le voci che vorrebbero ricondurre la finanza al ruolo di serva dell'economia. La finanza padrona ha invece acuito i lati negativi della globalizzazione e, a differenza di questa, è assai dannosa.
- Migranti. Sulla Gregoretti Salvini ha violato una legge scritta da Salvini
- Egitto. 130 prigionieri in sciopero della fame da sei settimane
- Brasile. Quattro detenuti uccisi in evacuazione carcere Altamira
- Colombia. Lotte tra narcos nelle carceri per controllare il mercato dello spaccio
- Messico. Presentato programma di lavori di pubblica utilità









