di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 luglio 2019
Il sistema penitenziario miete un'altra vittima. Non si arrestano i suicidi nelle patrie galere e questa volta riguarda il carcere di Vigevano dove un detenuto, tentando di suicidarsi una decina di giorni fa, era stato trasportato d'urgenza in ospedale. Dopo giorni di agonia, alla fine mercoledì è morto. Parliamo di Antonino Benfante, detto "Palermo", il killer dei fratelli Emanuele e Pasquale Tatone e di Paolo Simone, autista tuttofare di Emanuele, uccisi a ottobre del 2013 con due esecuzioni a distanza di 72 ore.
Benfante, 55 anni, di origini siciliane, era stato condannato all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, pena resa definitiva dalla Cassazione ad aprile dello scorso anno. Da allora, più volte aveva manifestato segni di insofferenza dietro le sbarre del carcere di Vigevano dove si trovava rinchiuso, e più volte avrebbe tentato il suicidio. In un'occasione avrebbe cercato di incendiare una cella e, in un'altra, di aggredire un detenuto. Fatti culminati una decina di giorni fa nell'ennesimo tentativo di togliersi la vita stringendosi attorno al collo la maglia che indossava per impiccarsi. È caduto battendo violentemente la testa.
Alla fine in ospedale non c'era stato nulla da fare. Ma si sarebbe potuto evitare? Secondo il suo avvocato difensore Ermanno Gorpia, sì. Era in isolamento, aveva tentato più volte il suicidio e quindi necessitava di un costante piantonamento. Inoltre, malato di Parkinson, era reduce da un'operazione non andata a buon fine: gli era stato installato un microchip nel tentativo di migliorare le sue condizioni, ma aveva contratto un'infezione. E gli era stata negata la scarcerazione chiesta in virtù del suo stato di salute.
Siamo giunti quindi al 26esimo suicidio. Ma poteva aggiungersi un altro ancora. Sempre nella giornata di mercoledì, questa volta nel carcere napoletano di Poggioreale, un 30enne calabrese ha usanto i lacci delle scarpe per costruirsi un cappio con il quale ha tentato il suicidio appendendosi per il collo alle inferriate della finestra della cella. L'intervento, in extremis, degli agenti della Polizia penitenziaria ha evitato il peggio.
A rendere noto l'episodio è stato il segretario provinciale Osapp Napoli Luigi Castaldo. Il detenuto, un 30enne calabrese, prima di compiere l'insano gesto ha atteso che i suoi compagni di cella uscissero per andare al passeggio. "In molti definiscono Poggioreale un ' inferno, un mostro di cemento, - sottolinea il segretario provinciale Osapp - nel quale però lavorano tanti angeli in uniforme che, con tanta umanità, coordinati dal commissario capo Diglio operano in un contesto di disgrazie e sofferenze, dove spesso gesti estremi come quello di oggi vengono risolti in maniera encomiabile".
Però nel carcere di Poggioreale troppi sono i suicidi e alcuni decessi sono tuttora da chiarire. Come il caso di Claudio Volpe, morto nel carcere di Poggioreale all'età di 34 anni lo scorso 10 febbraio. È avvenuto dopo tre giorni di febbre alta e non ha mai convinto i parenti che da subito decisero di approfondire la vicenda. Nessuna indicazione però, sarebbe venuta dall'inchiesta dalla Procura di Napoli e dai risultati dell'autopsia. Cinque mesi di silenzio in cui ai dubbi si alterna lo sconforto.
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 19 luglio 2019
Dopo tre ore e mezza d'interrogatorio nel palazzo di giustizia di Agrigento, gli avvocati di Carola Rackete, accusata di favoreggiamento all'immigrazione clandestina e disobbedienza a nave da guerra nel secondo filone d'inchiesta sul caso Sea Watch, sono convinti di avere dimostrato alla Procura che la capitana della nave battente bandiera olandese salvando i 42 migranti, poi condotti a Lampedusa, agì nel pieno rispetto delle regole.
Carola è entrata nella stanza dei pm intorno alle 10.30 ed è uscita poco prima delle 14. Fuori dal palazzo un gruppo di attivisti e liberi cittadini ha effettuato un presidio mostrando cartelli e striscioni con la scritta "Salvare vite in mare non è reato".
"Rackete, adesso, non è più capitano della Sea Watch 3" perché "c'è stato un cambio di equipaggio, del resto fa anche altro nella vita", spiega l'avvocato Alessandro Gamberini, che la difende assieme al collega Leonardo Marino. Il legale è poi entrato nel merito dell'indagine. "Sono state semplici le cose da dire: questo è un salvataggio in mare fatto con tutti i crismi della regolarità e delle esigenze drammatiche che si erano realizzate. Tutto era documentato nel diario di bordo - spiega Gamberini - Noi avvocati abbiamo prodotto tutto. I pm hanno chiesto i chiarimenti del caso e l'interrogatorio è durato quel tanto che doveva durare".
Per i legali "è una vicenda chiara: è giusto che ci sia un'indagine ma, su questo, montare strane idee sui salvataggi di Sea Watch è fuori dal mondo". "Si è parlato del soccorso, di alcune ore successive e del passaggio della nave alle acque territoriali italiane perché questo era l'oggetto dell'attenzione della Procura in questo momento - riferisce - Abbiamo ribadito lo stato di necessità.
Tutti dicono che la Libia non è in grado di offrire porti sicuri, allora questo esigerebbe, se ci fosse coerenza, che i Paesi europei si decidessero a presidiare le acque Sar libiche. Chi lo deve fare? Le organizzazioni dei volontari? La Sea Watch è una di queste organizzazioni e criminalizzarla per una cosa che dovrebbero fare gli stati Europei è incoerente. È inutile rimandare alle responsabilità dei libici".
E Carola lasciando il tribunale ha lanciato un appello: "Ci sono migliaia di profughi che vanno evacuati da un paese in guerra. Mi aspetto dalla commissione europea che trovi al più presto un accordo per dividere i profughi". Mentre l'avvocato Gamberini va giù duro nei confronti del ministro dell'Interno: "Che il clima di odio ci sia e venga alimentato da dichiarazioni aggressive, irresponsabili e false, come quelle che il ministro Salvini ha presentato nei suoi profili social è pacifico".
Per il legale "un conto che lo fa uno al bar, un altro è se arrivano da un uomo che ha responsabilità istituzionali". "In questo senso noi crediamo - sostiene il penalista - che questo abbia una valenza istigatoria. Crea come un grande macigno buttato nello stagno, grandi ripercussioni". E ricorda che "il ministro degli Esteri dice espressamente che la Libia non è un porto sicuro", dunque, "questo esigerebbe, se fossimo in una situazione coerente, che i Paesi europei si obbligassero a presidiare le acque Sar libiche". Perché "criminalizzare le associazioni umanitarie per quello che dovrebbero fare i Paesi europei è una cosa incoerente, una vergogna". D'altronde durante il salvataggio, rivela il legale, "la motovedetta libica che si è avvicinata esibiva un'insegna del comandante di una milizia ed è una cosa documentata".
Intanto, il consiglio comunale di Palermo per un solo voto ha bocciato il blitz dei consiglieri della Lega che con un ordine del giorno avevano proposto la concessione della cittadinanza onoraria ai finanzieri "speronati" a Lampedusa dalla della Sea Watch durante le concitate fasi dell'approdo a Lampedusa: 9 voti favorevoli, 4 contrari e 10 astenuti.
Del resto, nell'ordinanza con la quale il gip di Agrigento non ha convalidato l'arresto di Carola Rackete, tornata libera, il giudice ha scritto che non ci fu alcuna intenzione da parte della Sea Watch di speronare la motovedetta della finanza che su ordine del Viminale voleva impedire l'accesso al molo e che lo sbarco dei migranti fu necessario per le condizioni in cui si erano ridotti dopo due settimane in mare.
di Ilaria Carra
La Repubblica, 19 luglio 2019
L'ultimo noir milanese si chiude in una cella del carcere di Vigevano. L'insofferenza al posto, la malattia, una t-shirt come cappio al collo, l'ennesimo tentativo di farla finita che stavolta è senza ritorno. È morto in galera Tonino Benfante, 55 anni, nome di battaglia "Palermo" dalla sua città natale: era il killer dei fratelli Tatone e dell'autista di uno dei due che nulla c'entrava ma era nel posto sbagliato e andava eliminato.
Tre omicidi in quattro giorni nell'ottobre 2013 per riprendersi il controllo dello spaccio a Quarto Oggiaro e per regolare vecchi conti che sembravano chiusi e invece no. "Palermo" era stato arrestato il 1° dicembre 2013, a poco più di un mese dagli omicidi commessi a fine ottobre dello stesso anno. Cinque settimane di piombo, terrore, omertà. Benfante, con quella famiglia che all'inizio dei Novanta spacciava coi nemici, coi Batti-Flachi poi vinti col piombo, ce l'aveva da tempo. Lui stava con i fratelli Crisafulli, e l'eroina a Quarto Oggiaro era cosa loro.
A incancrenire i rapporti, un ricordo che "Palermo" si portava dietro dal 1992, da quella detenzione comune a San Vittore "quando Emanuele - è la compagna di Benfante che racconta, nel verbale chiave di questa vicenda - gli aveva messo lamette da barba nel cuscino per ferirlo".
Vecchie storie, pensavano i Tatone. E lo riteneva anche la madre Rosa, "Nonna eroina", che dall'estate 2013 l'antico nemico lo aveva riaccettato in casa, in via Sabatino Lopez 8. E invece "Palermo", appena uscito dopo anni di carcere e in affidamento in prova ai servizi sociali, non aveva dimenticato.
E soprattutto voleva prendersi la piazza di Quarto Oggiaro, labirinto di casermoni nella periferia Nord, bande cresciute tra i binari delle ferrovie e balconi a un metro dall'asfalto dove in quegli anni si sparava facile. Così il 27 ottobre dà appuntamento al bar della piazzetta a Emanuele, che arriva con l'amico che gli fa da autista, Paolo Simone, li attira poi agli orti di via Vialba e spara. Un'esecuzione in piena regola. Tre giorni dopo, il 30, alla sera tocca all'altro fratello, Pasquale, crivellato di colpi per la strada in via Pascarella.
"Li ho fatti venire all'orto. Ho sparato prima ad Emanuele, di quell'altro mi dispiace". Tre giorni dopo: "L' aveva capito lui, che ero stato io ad ammazzare Emanuele". Le sue parole, pronunciate in casa e raccontate alla polizia dalla terrorizzata compagna, lo inchioderanno. Assieme alle immagini delle telecamere, ai tabulati telefonici e alle intercettazioni della gente del quartiere che sapeva ma con gli investigatori non verbalizzava.
Benfante, malato di Parkinson, aveva già provato ad ammazzarsi in cella. "Ha tentato di suicidarsi quattro volte in tre giorni. Ha provato a bruciare la cella e ha accoltellato un detenuto. Evidentemente qualcosa non ha funzionato nel regime di controlli del carcere che non ne ha disposto il piantonamento" denuncia il suo legale, Ermanno Gorpia. L'ultima volta la maglia si è spezzata, "Palermo" ha picchiato violentemente la testa. E undici giorni dopo, ieri, è morto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 luglio 2019
Chi coltiva la marjuana per necessità finisce in carcere. La vicenda del fermo da parte dei
carabinieri e relativa denuncia a carico dell'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, riporta di nuovo all'attenzione il problema dell'utilizzo della cannabis terapeutica. Un problema che fa anche ingolfare le nostre patrie galere già in emergenza sovraffollamento.
Ci sono infatti varie storie, finite nel dramma, che coinvolgono numerosi cittadini che soffrono di malattie devastanti e soprattutto dolorose. Accade che, nonostante la legalizzazione dei farmaci cannabinoidi per affievolire i dolori cronici, non è assolutamente facile trovarli e sono soprattutto costosi. In piazza, invece, abbonda a buon mercato e nel web fioccano i manuali per l'autoproduzione. Però coltivarsi da sé le piantine di marjuana è illegale.
Rischiare la galera per curarsi, è una consuetudine. Fabio Valcanover, avvocato di Trento, aveva chiesto invano la grazia al Quirinale per un suo assistito. Un passato da eroinomane negli Anni 80, sieropositivo e malato di epatite, il 63enne riceve un sussidio per invalidità al 100%. Per lenire i dolori coltivava tre piantine di marijuana in casa. In primo grado, il giudice lo ha assolto per via dell'uso medico. In appello, la sentenza è 5 mesi e 10 giorni di reclusione.
C'è la storia emblematica di Fabrizio Pellegrini, sostenuto all'epoca dal Partito Radicale. Affetto da fibromialgia - malattia che provoca problemi del sonno, mal di testa, mal di schiena e una serie di altri disturbi debilitanti si è visto certificare nero su bianco dai medici la possibilità di lenire i forti dolori derivanti dalla sua malattia usando derivati della cannabis, i quali riescono a farlo stare meglio. Tuttavia, la cura a base di cannabis terapeutica ha un costo di 500 euro mensili che l'uomo non poteva sostenere.
Il calvario dell'uomo è iniziato nel 2008 quando si è visto denunciare per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, nonostante il suo legale avesse dimostrato le precarie condizioni di salute dell'uomo e la buona volontà, visto che aveva acquistato di tasca sua la prima confezione del costoso farmaco a base di cannabis, che l'Asl avrebbe dovuto fornirgli gratuitamente.
Ad aggravare la situazione, il fatto che l'uomo è allergico ai farmaci cortisonici e ai classici antidolorifici. Come se non bastasse, era ritornato in carcere dall'11 giugno del 2016 su ordine del giudice. Per Pellegrini c'è stata una vasta mobilitazione fino all'annuncio di verifiche da parte dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando. Riuscì ad ottenere almeno i domiciliari.
Ma di storie come queste, ce ne sono tante. Una in particolare è quella del dottor Fabrizio Cinquini, meglio conosciuto come dottor Cannabis. A febbraio scorso ha ricevuto una condanna definitiva a 2 anni e 8 mesi di carcere. Un procedimento giudiziario cominciato dall'autodenuncia dello stesso medico, che, dopo aver invitato diversi giornalisti per mostrare la sua coltivazione di cannabis a scopo medico e di studio scientifico, fu arrestato dai Carabinieri nel 2013.
In primo grado fu condannato a 6 anni di carcere e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre a pagare una multa di 30mila euro, sulla base della Fini-Giovanardi, che fu dichiarata incostituzionale di lì a poco. E per questo motivo la corte d'Appello, nel 2015, revocò l'interdizione e ridusse la pena a 2 anni e 8 mesi, come confermato dalla Cassazione. Fabrizio Cinquini da anni si batte per affermare le doti terapeutiche della cannabis.
Lui che le ha scoperte direttamente su di sé, quando lo aiutò a guarire dall'epatite C contratta nel 1997 mentre prestava servizio su un'autoambulanza, da allora non hai mai nascosto le sue intenzioni di coltivare diversi ceppi di cannabis medicale, da lui stesso selezionati per il trattamento di diverse patologie.
La vicenda ha del paradossale soprattutto se si pensa che il dottore vive e lavora in Toscana, una delle Regioni italiane all'avanguardia per quanto riguarda la legislazione in fatto di cannabis terapeutica, che sta attualmente ospitando, presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare, l'unica coltivazione a scopo terapeutico attualmente autorizzata in Italia.
La particolarità della sua vicenda è che, in un altro processo a suo carico in cui fu scoperto a bagnare 24 piantine di cannabis, fu invece assolto perché venne riconosciuto l'utilizzo medico e di ricerca. Un caso che avrebbe potuto creare un precedente. Ma nulla, il problema rimane. E le persone che coltivano la marjuana per necessità, finisco in carcere.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 18 luglio 2019 n. 31853. La Cassazione (sentenza n. 31853) deposita le motivazioni del rinvio (nel giugno scorso) dello "Spazza-corrotti" alla Consulta. A finire sotto la lente della Corte costituzionale, questa volta, non è l'irretroattività in sé della legge n. 3 del 2019 (questione posta dalla Corte d'Appello di Lecce e dal Gup di Napoli), quanto piuttosto l'inserimento del "peculato" tra i reati "ostativi".
Quelli per i quali vige una presunzione di particolare pericolosità sociale che inibisce la concessione delle misure alternative alla detenzione, in assenza di collaborazione con la giustizia. La I Sezione penale redige una sentenza "manifesto" contro il costante ampliamento, negli anni, delle fattispecie di reato a cui sono state ricollegate "presunzioni legali di pericolosità", con la conseguente progressiva riduzione dei "margini di apprezzamento" del giudice, ed il conseguente rischio di pregiudicare sia il "principio di individualizzazione" della pena che il "finalismo rieducativo" previsto dalla Costituzione.
Il Gip di Como (in funzione di giudice dell'esecuzione) aveva accolto la domanda di sospensione della carcerazione disposta, nel febbraio del 2019, nei confronti di un amministratore definitivamente condannato per peculato. E ciò, nonostante il 31 gennaio fosse entrato in vigore lo Spazza-corrotti che bloccava le misure alternative alla detenzione. Per il Gip infatti si trattava di una innovazione normativa di natura sostanziale per cui andava applicato il principio di irretroattività della norma penale peggiorativa. Contro questa decisione ha proposto ricorso la Procura.
Investita della questione, la Cassazione si è concentrata però su una diversa questione, e cioè: se l'inserimento del peculato tra i reati ostativi integri o meno una possibile lesione dei diritti costituzionali. E siccome le scelte relative al "bisogno di pena", argomenta la Corte, sono per loro natura politiche, esse possono essere censurate solo se "trasmodino nella irragionevolezza o arbitrio".
Una valutazione, chiosa la decisione, che va fatta secondo "i dati di comune esperienza". In questo senso, prosegue la Cassazione, "appare lecito dubitare del fondamento logico e criminologico di simile approdo nel caso del peculato". Tale condotta, infatti, "per come configurata dal legislatore, non appare contenere - fermo restando il suo comune disvalore - alcuno dei connotati idonei a sostenere una accentuata e generalizzata considerazione di elevata pericolosità del suo autore, trattandosi di condotta di approfittamento, a fini di arricchimento personale, di una particolare condizione di fatto (il possesso di beni altrui per ragioni correlate al servizio) preesistente, realizzata ontologicamente senza uso di violenza o minaccia verso terzi e difficilmente inquadrabile - sul piano della frequenza statistica - in contesti di criminalità organizzata o evocativi di manifestazione condizionamenti omertosi".
E ancora più chiaramente: "la connotazione di pericolosità di "ogni" autore di simile condotta - che ben potrebbe risolversi in un'unica occasione di consumazione, isolata e marcatamente episodica - espressa dalla legge n. 3 del 2019 pare dunque contrastare con la mera osservazione delle caratteristiche obiettive del tipo legale, in chiave di dubbio circa il rispetto del principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost.".
Ma la decisione va oltre ricordando le recenti novelle, tutte in senso "accrescitivo", subite da una norma nata per combattere la "pervasività di fenomeni criminali di stampo mafioso o terroristico" e che poi si è via via tramutata in una "norma contenitore" di fattispecie che di volta in volta si ritenevano particolarmente pericolose.
"Se questo, argomenta la sentenza, non può comportare - di per sé solo - un dubbio di ragionevolezza, ci si deve comunque interrogare di volta in volta sui criteri adottati dal legislatore". Non solo, la Cassazione ricorda che nella scorsa legislatura sono stati approvati dal Parlamento "più punti di legge delega (n. 103 del 23 giugno 2017) tendenti alla riconsiderazione complessiva delle preclusioni legali di pericolosità in sede di accesso alle misure alternative".
Un modello, quest'ultimo, già criticato a più riprese dalla Corte costituzionale che "nel percorso di ragionata diffidenza verso l'utilizzo di presunzioni legali di pericolosità, correlate alla commissione di uno specifico fatto di reato", anche di recente (n. 149 del 2018), ha ribadito che la finalità rieducativa della pena è "ineliminabile" ed esige "valutazioni individualizzate", rese impossibili da rigidi automatismi legali da ritenersi contrastanti con i principi di proporzionalità e individualizzazione della pena. Per tutte queste ragioni la Suprema corte ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, co. 6, lett. B della legge n. 3 del 9 gennaio 2019, nella parte in cui inserisce all'art. 4-bis, comma della legge 26 luglio 1975 n. 354 il riferimento al delitto di peculato di cui all'art. 314, primo co, cod. pen.
di Chiara Bini
fionline.it, 19 luglio 2019
In arrivo nuovi interventi per le carceri di Sollicciano e Mario Gozzini: saranno illustrati nell'ambito di una conferenza stampa che si svolgerà lunedì 22 luglio, alle ore 13.30, in sala stampa Cutuli, Palazzo Strozzi Sacrati, Piazza Duomo 10. Saranno presenti la vicepresidente e assessore alla cultura, Monica Barni, gli assessori ad ambiente, Federica Fratoni, formazione e lavoro, Cristina Grieco, e di diritto alla salute, Stefania Saccardi. Insieme a loro il direttore della Casa circondariale di Sollicciano, Fabio Prestopino, il direttore del "Mario Gozzini", Antonella Tuoni, il provveditore interregionale alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria, Marco Guardabassi, il provveditore Antonio Fullone, del Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria Toscana-Umbria, e il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Eros Cruccolini.
Quotidiano del Sud, 19 luglio 2019
La Camera Penale irpina in campo su quella che viene definita "emergenza carcere". Una nota, quella per ribadire non solo le doglianze, ma anche l'impegno messo in campo con l'Osservatorio. Quella firmata dal presidente della Camera Penale Luigi Petrillo e dal responsabile regiomnalew dell'Osservatorio Carceri dell'Unione Camere Penali, Giovanna Perna: "In questi giorni, le doglianze segnalate da alcuni detenuti ristretti negli Istituti della Provincia di Avellino (Bellizzi Irpino, Sant'Angelo dei Lombardi e Ariano irpino) hanno fatto accendere i riflettori sull'annoso problema sanitario, più volte oggetto di dibattito e da ultimo di decisione da parte dei Magistrati di Sorveglianza di trasmettere, all'esito dell'ennesimo incontro con i vertici dell'Asl di Avellino, gli atti alla Procura della Repubblica competente sul territorio, al fine di valutare eventuali omissioni da parte di chi ha il dovere di provvedere e non lo sta facendo.
I detenuti chiedono di riappropriarsi dei loro diritti giusti e necessari, uno tra tutti quello alla salute; puntualmente disatteso in tutte le strutture penitenziarie presenti sul territorio della provincia di Avellino.Manca, infatti, lo psichiatra in tutti gli Istituti penitenziari, compreso quello di Sant'Angelo dei Lombardi nel quale è presente la sezione "articolazione".
Ci sono detenuti con gravi problemi respiratori che hanno bisogno della ventilazione notturna per apnea, ci sono ritardi nelle visite, nella somministrazione di farmaci; ci sono disagi per le famiglie nel raggiungere Sant'Angelo dei Lombardi (dove non vi è neppure una fermata del bus) ed Ariano Irpino che ospita molti detenuti dell' hinterland Napoletano che spesso per problemi di natura economica da parte dei familiari non effettuano colloqui da mesi/anni.
Mancano gli operatori che dovrebbero aiutare nei corsi di formazione e di laboratorio del reparto dinamico trattamentale. Ci sono detenuti per i quali è chiara l' incompatibilità del loro stato di salute psichico con il regime carcerario che attendono da tempo immemore una relazione psichiatrica e conseguentemente una decisione da parte del Magistrato di Sorveglianza di Avellino". Rispetto a tutto ciò, viene rimarcato il ruolo da parte della Camera Penale e dell'Osservatorio: "Il responsabile regionale dell' Osservatorio Carcere dell' Unione, nella persona dell' avvocato irpino Giovanna Perna, ogni settimana effettua visite nei penitenziari della provincia, raccogliendo le istanze dei detenuti, cercando di veicolarle con tempestività al Dipartimento dell' Amministrazione penitenziaria.
La scelta del Direttivo della Camera Penale Irpina di individuare un referente (avv. Ornella Trerotola) dell'Osservatorio carcere dell'Ucpi e un responsabile (avv. Maria Marinelli) dello sportello carcere, in un momento di "straordinaria" emergenza, nella quale i diritti, il trattamento e l'umanità risultano sempre più a rischio, è un segnale per offrire più e concrete garanzie a chi purtroppo ne ha sempre di meno, in un momento in cui le decisioni della Magistratura e della Consulta, fanno ben sperare! Ci auguriamo che anche il resto della società civile faccia la sua parte, tenendosi ben lontana dalle logiche dell'emarginazione e del diritto penale del nemico che certa mala politica va spargendo a piene mani".
di Davide Falcioni
fanpage.it, 19 luglio 2019
Un detenuto nel Centro di Permanenza e Rimpatrio di Torino - da dove documentava le infernali condizioni di vita della struttura realizzando foto e video - è stato trasferito nel CPR di Ponte Galeria (Roma), dove non è consentito il possesso del cellulare. Durante il viaggio avrebbe ricevuto due manganellate da un agente di polizia. Nella capitale è arrivato coperto di sangue. Secondo la Campagna LasciateCientrare non ci sarebbero dubbi: "Si è trattato di un trasferimento punitivo per le denunce che il migrante faceva quotidianamente".
Uno dei detenuti del CPR di Torino che nelle ultime settimane ha denunciato con più forza le drammatiche condizioni di vita all'interno della struttura e i presunti abusi da parte della polizia è stato trasferito martedì notte dal capoluogo piemontese al Centro di Permanenza e Rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma. Durante il viaggio, Mohamed (nome di fantasia) sarebbe stato picchiato dagli agenti a bordo di un mezzo della polizia, circostanza riferita dall'uomo nel corso di una visita al Pronto Soccorso del Presidio Ospedaliero Giovan Battista Grassi di Ostia Lido. Gli attivisti della Campagna LasciateCientrare ritengono che si sia trattato di un trasferimento punitivo dal momento che l'uomo è stato tra i più attivi nel documentare, anche con video e fotografie, le condizioni all'interno del CPR di Torino, struttura che ospita 158 persone in attesa di essere espulse dall'Italia.
"Picchiato dalla polizia durante il trasferimento da Torino a Roma" - Mohamed è stato prelevato martedì pomeriggio dal CPR di Torino. La polizia gli ha sequestrato il cellulare e messo le manette ai polsi per poi caricarlo su un proprio mezzo e condurlo a Roma, destinazione CPR di Ponte Galeria. Secondo la testimonianza da lui fornita agli attivisti di LasciteCientrare e del Lab! Puzzle di Roma e agli avvocati del Legal Team Italia - che domani presenteranno un esposto in Procura - a bordo di un mezzo della polizia Mohamed avrebbe fatto notare agli agenti che quel trattamento "può essere riservato a chi è recluso in carcere, non a chi è sottoposto a detenzione amministrativa per non avere i documenti in regola". Durante il viaggio da Torino a Roma avrebbe quindi chiesto la restituzione del cellulare, ma in tutta risposta avrebbe ricevuto due manganellate. "Una alla schiena e l'altra alla parte superiore del cranio", ha raccontato Mohamed, che a Ponte Galeria è arrivato con il volto insanguinato, tanto che non è stato accolto nel CPR ma subito trasferito al Pronto Soccorso dell'ospedale Grossi di Ostia Lido. Ai medici ha lamentato forte emicrania e nausea. I dottori hanno effettivamente riscontrato la presenza di un trauma cranico dovuto alle manganellate, come testimonia il referto che Fanpage.it è riuscito ad ottenere.
LasciateCientrare: "Mohamed trasferito a Roma per punizione: denunciava gli abusi nel CPR di Torino" - Secondo gli attivisti della Campagna LasciateCientrare il trasferimento di Mohamed sarebbe stato esclusivamente punitivo. "Era per noi un'importante fonte di informazioni dal CPR di Torino, da dove riusciva a farci arrivare video e fotografie non solo delle condizioni della struttura e dei detenuti. L'hanno trasferito a Ponte Galeria perché lì - a differenza di Torino - non è consentito l'uso del cellulare e i detenuti possono comunicare con l'esterno solo con telefoni pubblici. Ci sembra evidente che quella nei confronti di Mohamed è stata una punizione". In una nota, gli attivisti hanno fatto sapere inoltre che il "certificato di idoneità" alla detenzione in un CPR di Mohamed è scaduto da 15 giorni, motivo per cui l'uomo è stato temporaneamente trasferito in una struttura sanitaria di Fregene.
Il sospetto - spiegano gli attivisti di LasciateCientrare - è che Mohamed sia stato trasferito a Ponte Galeria per la sua costante attività di documentazione nella struttura torinese. A Roma, infatti, è vietato il possesso del cellulare e l'uomo potrà comunicare con l'esterno solo da una cabina telefonica: "Qualsiasi cosa accada lì Mohamed non può raccontarlo". L'avvocato Gianluca Vitale, del Legal Team Italia, ha delegato i colleghi Stefano Greco e Gianluca Dicandia a seguire il suo caso. "Come Campagna LasciateCientrare abbiamo inviato segnalazione al Garante Nazionale dei Detenuti perché attenzioni il caso. Benché Mohamed si senta senza tutela, ciò che davvero lo garantisce è il suo coraggio e l'onesta intellettuale, un esempio per tutti noi".
Garante dei Detenuti: "Nei CPR situazione preoccupante, il Governo intervenga" - Il Garante dei Detenuti - organismo statale indipendente che monitora i luoghi di privazione della libertà - è stato informato del caso di Mohamed: "Il trasferimento punitivo - ha dichiarato a Fanpage.it lo staff del presidente Mauro Palma - non è ammesso neanche in campo penale, dall'Ordinamento penitenziario. Qui parliamo di detenzione amministrativa, quindi se si trattasse davvero di un trasferimento punitivo noi agiremmo presso le autorità competenti per impedire che riaccada in futuro e lo faremmo presente pubblicamente, magari attraverso un rapporto di monitoraggio da rendere pubblico". Quanto alle manganellate, invece, verranno avviati approfondimenti.
Le condizioni dei detenuti dei sei CPR italiani sono molto preoccupanti. Ai fatti di cronaca degli ultimi giorni, con la morte di un uomo a Torino e la fuga di 13 migranti da Ponte Galeria dopo una rivolta, si sono aggiunte le denunce di parlamentari (determinati a costituire un'apposita commissione d'inchiesta) e dello stesso Garante dei Detenuti. Quest'ultimo, in una nota del 21 giugno scorso, spiegava: "La situazione degli ospiti rimane molto dura e preoccupante, sia dal punto di vista della vita quotidiana, che scorre senza nessuna attività, con evidenti ripercussioni sulla salute psicofisica delle persone ristrette (fino a sei mesi o anche più), sia per quanto riguarda le condizioni materiali degli ambienti, spesso danneggiati o incendiati da precedenti ospiti ma mantenuti in tali condizioni di deterioramento e di assenza di igiene". E ancora: "Alcune criticità appaiono persino più gravi che in passato, in primo luogo perché la possibile prolungata permanenza rende ancora più inaccettabili talune condizioni, in secondo luogo perché nuove criticità si sono prodotte nel tempo: per esempio il guasto, riscontrato in un Centro, di tutti i telefoni pubblici che, unito alla mancata disponibilità di telefoni cellulari da destinare agli ospiti, rischia di comprimere il diritto alla difesa e quello all'unità familiare. In alcuni Cpr non esistono ambienti forniti di tavoli e gli ospiti si trovano costretti a consumare i pasti sul proprio letto. Una privazione della libertà disposta perlopiù non in conseguenza di reati ma per irregolarità amministrative non può essere simile o peggiore a quella di chi sconta una pena. Tantomeno può prevedere minori garanzie di tutela dei propri diritti: per questo il diritto al reclamo e il potere di vigilanza dell'autorità giurisdizionale devono essere introdotti per le situazioni di privazione della libertà delle persone migranti, come il Garante nazionale ha da tempo raccomandato".
di Rosario Sorrentino
Corriere della Sera, 19 luglio 2019
Non si tratta di una questione politica: riguarda la salute e l'interesse di tutta la collettività. Legalizzare la cannabis, regolamentarla. Ma perché? Ci risiamo, il tema torna politicamente alla ribalta, più caldo e appassionato che mai. Neurologi, psichiatri, psicologi e chiunque abbia a cuore la questione: se ci siete battete due colpi, anzi tre.
Si può, si deve fare di più uscendo allo scoperto, tutti insieme, dicendo chiaramente quello che la maggior parte di noi pensa, ma che non ha il coraggio di dire. E cioè, che siamo contrari! Quella sulla cannabis, "light" o meno, non è una battaglia ideologica, né politica, ma tutta scientifica e si gioca ancora una volta sul terreno della prevenzione, nell'interesse della collettività, mettendo al centro la salute, il futuro equilibrio mentale dei giovani. E non è poco.
Non è più ammissibile, il nostro silenzio, oppure le tiepide prese di posizione, qua e là, verso un tema così cruciale.
Molti di noi, forse un po' intimiditi dal clima politico che si è creato nel Paese, temendo di andare controcorrente, non si esprimono o lo fanno con qualche mugugno, e solo in separata sede. Usciamo dalla nostra "torre d'avorio", e interveniamo pubblicamente, partecipando al dibattito in corso perché, come è già accaduto più recentemente coi vaccini, qualcuno non ha tenuto conto dei dati in possesso del mondo scientifico. Due realtà, quella politica e quella scientifica, che continuano a parlarsi poco e male, con la Scienza divenuta ormai la convitata di pietra, sacrificata ai calcoli politici del momento, pur di catturare nuovi consensi.
Le più recenti ricerche, hanno confermato che la cannabis ad uso ricreativo-socializzante è nociva per il cervello e la salute dei giovani. Altra cosa è la "cannabis terapeutica", ma quella va prescritta dal medico e in casi ben selezionati. Facciamo un po' di autocritica, molti uomini di scienza sono affetti da "individualismo cronico", ed evitano di farsi coinvolgere nelle discussioni e nei confronti più accesi, da chi intende ignorare i risultati della ricerca.
È necessario entrare nelle scuole, organizzare dibattiti con la gente, affinché cresca la consapevolezza sulla pericolosità della cannabis, troppo spesso presentata come "leggera" e perciò innocua. E invece, è una droga a tutti gli effetti, capace soprattutto negli adolescenti, di spalancare le porte a disturbi neurologici e psichiatrici, spesso di difficile gestione terapeutica. Perché, si sa, a quell'età il cervello è particolarmente vulnerabile alle sostanze psicotrope, come alcol, tabacco e a qualunque altro tipo droga.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 19 luglio 2019
Non passa la proposta di abolire il principio del "porto più vicino". Europa sempre più divisa sui migranti, ma soprattutto incapace di trovare una vera soluzione alle migliaia di persone che fuggono da guerre e da miseria. Il vertice informale dei ministri dell'Interno che si è tenuto a Helsinki non supera l'impasse di questi mesi. A parole si mostrano tutti d'accordo a mostrare maggiore solidarietà nell'affrontare la questione, ma nei fatti ognuno va per la sua strada.
"Non possiamo continuare così in futuro affrontando la situazione caso per caso nel Mediterraneo - ammette il commissario uscente alle migrazioni Dimitri Avramopoulos - Serve una scelta condivisa". Ma al di là di questo, le posizioni dei rappresentanti dei 28 paesi membri della Ue restano lontane. Divisioni sono emerse già nella cena ufficiale di due sere fa quando l'asse Parigi-Berlino ha provato a mettere sul tavolo un documento che non è proprio piaciuto al fronte italo-maltese, e cioè che i migranti salvati nel Mediterraneo devono sbarcare nel porto sicuro più vicino. Quindi in Italia e a Malta.
E che dopo lo sbarco e l'identificazione si procederebbe a una redistribuzione, ma solo di coloro che hanno diritto all'asilo, mentre tutti gli altri resterebbero nei centri in attesa di essere rimpatriati. Una proposta che Matteo Salvini ha respinto al mittente giudicandola "inammissibile". Il perché è chiaro: il rischio - spiegano dal Viminale, è che in questo modo Italia e Malta debbano non soltanto sobbarcarsi il peso degli arrivi ma anche la gestione di tutti gli altri migranti ai quali verrà respinta la domanda d'asilo.
La controproposta italo-maltese punta invece su hotspot in tutti i paesi, redistribuzione obbligatoria dei migranti, rimpatri gestiti a livello europeo o ripartiti tra i 28, più espulsioni attraverso la creazione di una lista di "paesi sicuri" (tipo Tunisia o Albania), in modo che chi proviene da lì possa essere rimpatriato automaticamente, un'ulteriore stretta sulle Ong.
"Le priorità sono le espulsioni e la protezione delle frontiere esterne", ha ribadito il vicepremier, che proprio su quest'aspetto ha concordato con Slovenia e Croazia di dare vita a una cooperazione che consenta un maggior controllo della rotta balcanica. Il documento italiano è stato recepito in quello finale, dove si chiede una "complessiva revisione" delle politiche migratorie, a partire proprio dalle regole sul salvataggio in mare. "Fatta salva la necessità di proteggere la vita umana e fornire assistenza a qualsiasi persona in difficoltà".
Posizioni inconciliabili, almeno per il momento, ha sottolineato Christophe Castaner, ammettendo che "l'accordo non c'è". Per tentare di superare il blocco, i tecnici di Italia, Germania, Francia e Malta si vedranno nelle prossime settimane. in vista di un mini vertice a quattro convocato a settembre a La Valletta.
Tutto questo mentre Ursula von der Leyen, neo commissario europeo concorda con Roma almeno su un punto: "Ciò che l'Italia vuole è una riforma del sistema disfunzionale di Dublino – afferma. E devo ammettere che mi chiedo come possa essere stato firmato un accordo così sbagliato. Posso comprendere che i paesi del confine esterno non vogliano essere lasciati soli nella gestione della sfida migratoria. Meritano la nostra solidarietà".
Sul tavolo delle discussioni c'è poi il nodo delle Ong, che Salvini ha chiarito non possono sostituirsi agli Stati. E su questo punto, mentre a Helsinki si dibatte su come limitarne gli interventi in mare, davanti alle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera viene dato il via libera agli emendamenti al Decreto sicurezza bis in una votazione che ha scatenato mille polemiche.
Approvato l'emendamento che prevede l'arresto obbligatorio per il comandante di una nave, nel caso di resistenza o violenza a una nave da guerra. Così come le multe per chi trasgredisce sul diritto di ingresso: sono state elevate fino a 1 milione di euro. Mentre i 5s hanno avuto l'ok all'emendamento in base al quale le navi sequestrate in via cautelare potranno subito passare sotto il controllo della polizia, della Capitaneria di porto o della Marina militare.









