di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 giugno 2019
Per ora sarebbero due i magistrati finiti nel registro degli indagati con l'ipotesi di reato di concorso in calunnia aggravato dall'avere favorito Cosa nostra. Parliamo del nuovo colpo di scena relativa alla vecchia indagine sulla strage di Via D'Amelio, definita dal Borsellino Quater il "il più grande depistaggio della Storia".
Ma è un depistaggio che ha visto anche come protagonista l'irritualità dello svolgimento del processo, tant'è vero che lo scorso novembre la Procura di Caltanissetta, che ha istruito il processo del Borsellino Quater, aveva trasmesso una tranche dell'inchiesta ai colleghi messinesi perché accertassero se nella vicenda, ci fossero responsabilità di magistrati.
Così la Procura di Messina ha aperto in un primo tempo un fascicolo di atti relativi, una sorta di attività pre- investigativa sfociata adesso in una inchiesta per calunnia aggravata. Ora dovranno conoscere i contenuti delle registrazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino quando era nel programma protezione, dove aveva a disposizione un telefono fisso e poteva solo ricevere le chiamate. Parliamo di un accertamento tecnico non ripetibile, avente ad oggetto il riversamento di 19 supporti magnetici contenenti registrazioni prodotte con strumentazione della Radio Trevisian, denominata RT2000, trasmessi alla procura di Messina, in originale, dalla procura di Caltanissetta.
Ma rimane ancora inevaso un interrogativo, proprio sulla conduzione dell'iter processuale che è costata la condanna di otto innocenti, sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. Lo spartiacque, o meglio quello che avrebbe dovuto essere, è da ritrovare nella data del 13 gennaio del 1995, quando c'è stato il confronto tra Scarantino e i collaboratori di giustizia Totò Cancemi, Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo. Ed è proprio in quel confronto che emerse la totale mancanza di attendibilità di Scarantino.
Ma è accaduto che il verbale del confronto è rimasto nel cassetto per diverso tempo. Alla data dei confronti, ovvero il 13 gennaio 1995, nessuno dei processi riguardante la strage di via D'Amelio era stato ancora definito. La sentenza del primo processo concluso, il Borsellino 1, viene pronunciata solo nel gennaio del 1996, a distanza di oltre un anno dall'avvenuta assunzione dei confronti. Il deposito di quei verbali demolitori della figura di Scarantino, quanto al profilo e criminale quanto al contenuto delle dichiarazioni, avrebbe potuto quindi incidere sensibilmente sulle conclusioni di quel processo. Che invece, com'è noto, si concluse accettando l'intero impianto accusatorio basato sulla parola di Scarantino e condannando all'ergastolo.
Il verbale uscì fuori grazie alla tenacia dell'avvocato Rosalba Di Gregorio, che all'epoca difese alcuni imputati poi condannati ingiustamente per la strage. Lo racconta in audizione dinnanzi la commissione antimafia della Sicilia presieduta da Claudio Fava. "Siamo all'udienza preliminare del bis, quindi siamo se non ricordo male nel 1996 - ha spiegato Di Gregorio - facciamo le copie degli atti, tra le copie degli atti spunta fuori una missiva strana, una lettera di trasmissione dal Procuratore aggiunto di Caltanissetta Paolo Giordano, al procuratore aggiunto Guido Lo Forte di Palermo dove gli dice: "Ti mando, per quanto di interesse, i confronti fra Scarantino- Cancemi, Scarantino- Santino Di Matteo, Scarantino - Gioacchino La Barbera". Cerchiamo questi confronti ma non ci sono, cioè non sono stati depositati, quindi noi chiediamo al giudice dell'udienza preliminare di fare depositare i confronti. La risposta a verbale è "Non esistono". Gli abbiamo detto: "Non è possibile che non esistono, se li avete trasmessi a Palermo, evidentemente esistono quindi non ci dite non esistono, dite non ve li vogliamo depositare", "Non esistono e se esistono non riguardano gli imputati di questo processo, quindi voi non li potete avere".
A quel punto l'avvocato ha fatto un'istanza al dott. Guido Lo Forte come indagine difensiva ed è andata a parlargli. "Mi ha detto - racconta sempre la Di Gregorio: "Lei è pazza - graziosamente, cordialmente - se pensa che io le do una cosa che Caltanissetta non le vuole dare". Io ho detto "No, no, ma io lo voglio messo per iscritto: non te la posso dare, fattela dare da Caltanissetta".
E così abbiamo fatto. Il dott. Lo Forte scrive nella mia istanza "Non te la do, te la fai dare da Caltanissetta", quindi io prendo la risposta e la porto a Caltanissetta a Paolo Giordano dicendo: "Siccome esistono e me li devi dare tu, ti dispiace che me li dai?" "Non se ne parla assolutamente, non ti interessano, non ti riguardano, non riguardano gli imputati, non riguardano questo processo". Alla fine, nel febbraio del 97 (e cioè dopo più di un anno dalla richiesta rigettata in udienza preliminare), l'avvocato Di Gregorio chiese e ottenne il deposito del confronto tra i collaboratori di giustizia e Scarantino nel processo "Borsellino ter".
La commissione antimafia della Sicilia, nella sua relazione, ha evidenziato che il mancato deposito di detti verbali nella segreteria del pubblico ministero ha "sicuramente determinato una grave deviazione processuale, perché ha impedito alla Corte di Assise di Caltanissetta una piena cognizione ed una corretta valutazione dell'inesistente affidabilità di Scarantino". Un iter processuale, quindi, che già nel 1995 avrebbe avuto un esito diverso, se solo si fosse portato a conoscenza di quel verbale, il perno principale che avrebbe fatto decadere tutte le accuse senza arrivare fino al Borsellino Quater.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 giugno 2019
Più tempo per la riforma delle intercettazioni. Con il decreto sicurezza bis, approvato dal Consiglio dei ministri di martedì, si affidano altri 6 mesi al ministero della Giustizia per mettere a punto la nuova disciplina che modificherà quanto previsto dalla riforma Orlando. Sarebbe peraltro più corretto sostenere che l'azzererà, tenendone in piedi solo qualche aspetto. Perché, come noto, la proposta Orlando che sarebbe dovuta andare in vigore a luglio dell'anno scorso, indirizzata a conciliare diritto alla privacy e salvaguardia delle necessità investigative, non ha mai convinto il ministro della Giustizia del Governo gialloverde Alfonso Bonafede. Che ne dispose subito il congelamento, di fatto prorogato l'altra sera sino alla fine di quest'anno.
Al ministero si sta però già mettendo a punto un modello che in buona parte ricalcherà la situazione preesistente, conservando però l'ormai realizzato, presso quasi tutte le procure, archivio riservato, nel quale dovranno confluire tutte le intercettazioni effettuate, lasciandovi collocate anche quelle ritenute irrilevanti dopo la valutazione di stralcio. Resterà fermo il diritto alla copia da parte dell'avvocato, che era stato invece eliminato dalla riforma Orlando. Quest'ultima vietava la trascrizione, anche sommaria, delle comunicazioni o conversazioni irrilevanti per le indagini e di quelle su dati personali sensibili, imponendo che nel verbale fossero indicate solo la data, l'ora e il dispositivo su cui la registrazione è stata effettuata. Il pubblico ministero, a cui spettava di verificare l'irrilevanza delle comunicazioni intercettate o di chiederne la trascrizione aveva poi il compito di dettare le istruzioni e le direttive necessarie agli ufficiali di polizia giudiziaria per rendere concreto l'obbligo di informare il pm sui contenuti delle conversazioni di dubbia rilevanza.
Per Bonafede una legge bavaglio, che sotto la maschera di volere tutelare la riservatezza di chi poteva finire coinvolto in intercettazioni del tutto insignificanti sul piano investigativo, nascondeva invece la volontà di tutelare soprattutto gli esponenti politici. Divisi poi i pubblici ministeri. Dove alcune Procure avevano anticipato la riforma mettendo a punto, come a Roma, sotto la direzione Pignatone, un proprio modello di protezione della privacy. A ruota seguirono poi altri uffici come quello di Torino e Napoli.
Ma sulla stessa riforma Orlando a pronunciarsi in maniera critica era stata la stesa Anm sostenendo che a venire compromessi sarebbero stati sia il diritto di difesa sia soprattutto il lavoro d'indagine. Le intercettazioni, sosteneva l'Associazione nazionale magistrati, continuano a rappresentare uno strumento indispensabile di investigazione, fondamentale nel contrasto a reati gravi come, per esempio, la corruzione. E su questo punto va invece sottolineato come la legge "spazza-corrotti", questa sì fortemente voluta da Bonafede, criticata sotto alcuni profili (anche di costituzionalità), ha almeno reso possibile l'utilizzo dei virus informatici anche per la corruzione, con immediati risultati come testimoniato dalla recente indagine dei Pm di Perugia sui fatti di presunta corruzione che sono arrivati a coinvolgere esponenti attuali e passati del Csm.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 13 giugno 2019
Intervista a Davide Steccanella, avvocato dell'ex terrorista dei Pac, in cella di isolamento dopo la sua cattura in Bolivia e l'estradizione in Italia dal Brasile (ha ammesso di avere avuto un ruolo materiale o come mandante in quattro omicidi). "Lui deve scontare il dovuto ma non vedo perché debba essere sottoposto a un trattamento diverso rispetto agli altri detenuti".
"Il mio impegno è far sì che Cesare Battisti non muoia in carcere. Tu non puoi rimproverare di avere violato la legge se non sei il primo a rispettarla e uno Stato che non rispetta la legge perde autorevolezza anche nei confronti di chi la viola".
Davide Steccanella è l'avvocato del militante dei Pac (Proletari armati comunisti) catturato in Bolivia dopo una latitanza durata 37 anni. Ma è anche uno degli storici più preparati sugli anni del terrorismo italiano e non solo, autore di diversi testi di riferimento. Per la prima volta, da quando il suo assistito è in carcere per scontare due ergastoli relativi a quattro omicidi, Steccanella si fa intervistare a tutto campo sul rientro in Italia di Battisti e indica la strategia che seguirà per garantirgli una pena che ritiene coerente nell'entità e nei modi con la Costituzione e il diritto internazionale.
Cosa significa per lei, che ha studiato anche da storico quel periodo pur non avendolo vissuto, difendere Cesare Battisti?
"Avrei preferito continuare a occuparmene da storico, sicuramente non avrei mai pensato da avvocato di scrivere un'istanza su fatti commessi nel 1979. All'inizio è stato difficile, però nel momento in cui una persona in stato di detenzione mi nomina come avvocato non posso che fare solo l'avvocato e dimenticare di essere anche uno storico. Da quell'istante, considero il mio cliente una persona che ha necessità di una difesa tecnica e quello è il mio approccio, anche se è senz'altro singolare fare diventare cronaca giudiziaria quella che è invece è storia. La situazione di Battisti è molto particolare perché qui non soltanto si parla di fatti commessi 40 anni fa, ma anche di una persona che è andata via dall'Italia 40 anni fa, nel 1979 quando, dopo due anni di galera, è stato fatto evadere da altri, è andato all'estero e non ha più fatto rientro nel nostro Paese. Ora, chiunque abbia potuto vivere in Italia negli ultimi 40 anni sa che questo è un Paese completamente diverso. C'è questo duplice problema: sono vecchi i fatti ed è vecchissimo questo rapporto con lo Stato che in questo momento sta eseguendo nei suoi confronti una pena. C'è anche una difficoltà di comunicazione: Battisti è una persona abituata a parlare da anni altre lingue. Insomma, è tutto molto singolare rispetto alle precedenti mie esperienze professionali".
Prima di tornare in Italia, Battisti a un certo punto dice di essere andato dalla Francia al Brasile grazie ai servizi segreti francesi. Poi non ha mai più smentito questa storia. È davvero andata così?
"Io parlo delle cose che so e questo non lo so, il mio cliente non mi ha mai riferito modalità di questo tipo. In quegli anni sono state molte le persone che si sono sottratte alle sanzioni riparando all'estero. Non era così inusuale che un soggetto riuscisse ad andare all'estero senza bisogno dei servizi segreti. Parliamo di una persona che è da 40 anni all'estero e che di dichiarazioni ne ha fatte tante, ogni volta determinate dalla situazioni in cui si trovava. Per questo, preferisco adeguarmi a quello che mi ha detto di persona e su questo aspetto non ho avuto nessuna conferma. Da quello che ho capito io, mi pare assolutamente compatibile la sua versione. Ai tempi anche prendere gli aerei non era così complicato come oggi, è pieno di casi, non sarebbe né il primo né l'ultimo ad averlo fatto in quegli anni, non è necessario che ci sia dietro chissà quale protezione francese. Tra l'altro con la Francia lui ha un rapporto particolare perché è stato per tanti anni al riparo della cosiddetta 'dottrina Mitterand' che poi è saltata praticamente per lui perché sono pochissimi i casi contrari. Non credo francamente che abbia avuto protezioni al di là di quello che ha dichiarato".
Battisti ha ammesso di avere avuto un ruolo materiale o come mandante in quattro omicidi: quelli del maresciallo degli agenti di custodia del carcere di Udine Antonio Santoro, del gioielliere Pierluigi Torreggiani, del commerciante Lino Sabbadin e del poliziotto Andrea Campagna. Ammettere gli addebiti dopo averli negati per anni è una decisione che ha preso lui oppure gliel'ha suggerita lei?
"Mai nella vita ho preso una decisione per conto dei miei clienti, soprattutto se è di questa delicatezza e di questa importanza. È evidente che è una scelta che ha fatto lui e io gli ho creato i mezzi tecnici per portarla avanti. In quel momento ho ritenuto di scegliere l'interlocutore che mi sembrava più adatto e istituzionale, cioè il procuratore dell'antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili, che, tra l'altro, è un magistrato che stimo tantissimo e di cui mi fido ciecamente. La decisione è stata sicuramente sua ma tenete conto che sono state scritte un po' di inesattezze su questo fatto, nel senso che Battisti non ha mai negato di fare parte dei Pac che erano una delle tantissime formazioni armate di quegli anni. Lui non ha mai detto 'Io non ho fatto la lotta armatà. Se il discorso è relativo ai singoli episodi, il negarli ha un senso di fronte alle autorità che deve riceverli. Battisti non ha mai partecipato ai processi in Italia, era in contumacia e la prima volta che ha trovato un magistrato, cioè dopo il rientro nel nostro Paese, ha fatto quella dichiarazione. Eventuali dichiarazioni fatte ai media all'estero in precedenza vanno prese con le molle. Non è corretto dire che abbia cambiato idea, ha sostanzialmente sempre ammesso la sua situazione storica e politica sulla quale ha anche scritto dei libri. A Nobili ha detto che le sentenze corrispondono al vero perché insieme a tanti altri è stato un militante dei Pac. Teniamo presente che i Pac non erano le Br, ma un gruppo ristretto. Se fai parte dei Pac, le azioni che hanno fatto sono quelle e pensare che fai parte dei Pac senza partecipare a quelle azioni poteva sembrare contraddittorio".
Nell'interrogatorio davanti a Nobili, Battisti ammette di avere ucciso, sparandogli, il poliziotto Andrea Campagna "su indicazione data dal collettivo di Zona Sud in quanto Campagna era stato ritenuto uno dei principali responsabili di una retata ai danni dei compagni del collettivo Barona che erano poi stati torturati in caserma". Come si lega quell'episodio alla vicenda di Battisti che, comunque, non lo usa per discolparsi?
"Quello è un fatto provato, ormai storico, anche se chi denunciò venne accusato di diffamazione, e riguarda tutti i militanti del collettivo Barona (quartiere di Milano, ndr) che furono sottoposti a tortura in caserma. Si sanno anche i nomi. C'entra fino a un certo punto con Battisti. Certamente fu un episodio orrendo, che però in realtà aveva riguardato una serie di persone che non c'entravano nulla coi Pac anche se li conoscevano coi militanti ed erano vicini come zona. Ho trovato onesto da parte di Battisti non strumentalizzare per se stesso quell'episodio che effettivamente non aveva nessuna attinenza. Questa è una brutta pagina di quella storia che ho anche riportato in un libro, facendo parlare i protagonisti. Il problema di quella storia è che non si è trattato di una serie di episodi giuridicamente delittuosi ma si è inserita in un gigantesco conflitto sociale che ha coinvolto il nostro Paese per più di 15 anni. Per durare più di 15 anni in uno Stato capitalista, che non sono le montagne della Sierra Nevada, evidentemente era una situazione storica molto particolare al cui interno si colloca la micro-esperienza di Battisti e di migliaia di altre persone. Che lo Stato in qualche modo abbia reagito andando oltre i mezzi consentiti è abbastanza normale, cioè tu dichiari guerra e l'attaccato risponde. Battisti è stato un combattente di quel periodo e trovo anche che sia abbastanza coerente che non faccia il "piangina" rimproverando lo Stato. Aveva messo in conto che lo Stato reagisse in quel modo. Cioè lui non è un democratico, non puoi chiedere a Battisti di utilizzare lo sdegno democratico perché sarebbe anche contraddittorio. Battisti è l'ultimo a sorprendersi che la polizia torturasse i militanti arrestati. Non toccava a lui parlarne, ma allo Stato ammettere".
Lo Stato italiano continua a cercare i latitanti all'estero. Alcuni protagonisti di quegli anni e diversi intellettuali ritengono che lo Stato dovrebbe non limitarsi a ridurre quelli commessi all'epoca come dei fatti criminali ma anche espressione di un conflitto sociale. È possibile che prima o poi accada?
"C'è stato un conflitto di classe che si è inserito perfettamente in quel ventennio molto particolare di un secolo molto particolare, con guerriglie sparse in tutto il mondo. Questo lo Stato non lo vuole ammettere ma ai tempi del sequestro Moro sarebbe stata sufficiente una dichiarazione che c'era un conflitto sociale in corso per salvare la vita del politico. Lo Stato decise di non farlo allora ed è ovvio che non lo fa 40 anni dopo, ma così si continuerà a raccontare una storia monca che non fa capire né com'è nata né com'è finita, con ciò lasciandola sospesa. Tu puoi raccontare la storia solo se la definisci, se no resta lì e queste sono delle protuberanze che assomigliano a una forma di vendetta tardiva. Io sono contrario anche a recuperare i criminali nazisti, c'è poco di giuridico e tanto di vendetta, oltre al discorso della propaganda politica. Sapere che un ministro, Matteo Salvini, dice che un detenuto deve marcire in galera mi fa orrore e in questo do atto alla Corte d'assise d'appello di Milano, che si è occupata del caso, di avere ristabilito i giusti termini giuridici. La storia di un Paese non doveva essere delegata alla magistratura che non ha il compito di risolvere un conflitto sociale. Battisti non ha inventato la lotta armata ma faceva parte di altri 6 mila cittadini condannati per lotta armata. Ho trovato ripristinato il principio secondo cui nessuno deve marcire in galera proprio nell'ordinanza che ha respinto la mia istanza di commutare in 30 anni la pena dell'ergastolo (nel provvedimento, i giudici hanno stabilito che Battisti "potrà godere dei benefici penitenziari, in virtù di un trattamento che è diretta attuazione del canone costituzionale della funzione rieducativa della pena", ndr). In quell'ordinanza, il percorso penitenziario arrivato dalle leggi approvate negli anni 70 ha trovato un senso anche perché se lo Stato si limita a essere una retina che raccoglie tutti i ruderi di una guerra finita ci fa brutta figura lui. Uno Stato forte chiude i conti col passato. C'è stato bisogno di una mia istanza per ottenere il riconoscimento del 'presofferto', cioè i quasi 8 anni di carcere che Battisti aveva già scontato. I media hanno fatto passare il concetto che abbiamo chiesto uno sconto di pena, ma non è così. Io mi sono limitato a osservare che una parte di galera l'aveva già fatta".
Come ha trovato Battisti dal punto di vista umano?
"L'ho visto per la prima volta nel carcere di massima sicurezza, è una persona di 65 anni che ha tutta una storia particolare, completamente diversa dalla mia, per cui all'inizio è stato un po' difficile. Quello che posso dire è che mi pare una persona sincera. Il mito che era stato costruito non mi sembra corrispondere per niente alla persona fisica e reale che in questi mesi sto conoscendo. Sicuramente la mia impressione è migliore di quella che la stampa aveva trasmesso".
Lei sostiene che Battisti non sia stato espulso ma estradato e, per questo, gli vada applicata la pena massima dei 30 anni di carcere perché in Brasile non è previsto l'ergastolo, a differenza che in Bolivia. Perché ne è convinto?
"In tutti gli atti pubblici della Digos non si parla mai di una procedura di espulsione, Battisti viene sempre definito come estradato e, come tale, va trattato secondo quanto stabilito dall'accordo tra Brasile e Italia del 2017 (la tesi non è stata accolta dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano e Steccanella ha presentato ricorso alla Cassazione, ndr). A mio parere l'Italia non può fare questa figuraccia di non rispettare l'accordo col Brasile nel quale si era impegnata a fargli scontare una pena di 30 anni. Non capisco le levate di scudi alla mia richiesta di commutare la pena dal carcere a vita a 30 anni su un uomo di 65 anni. Chiunque dotato di un minimo di buon senso capisce che trasformare in 30 anni la pena su una persona di questa età è di assoluta irrilevanza. Allora mi chiedo: perché tutto questo accanimento su cose che non hanno un rilievo effettivo? Significa che lo Stato va oltre, che in qualche modo vuole fargliela pagare un po' di più e questo è sbagliato. Prendo però atto che, in questi sei mesi, gli unici soggetti coi quali ho potuto interloquire rimanendo nell'ambito del diritto sono stati i magistrati e la poliziotta Cristina Villa (tra le principali artefici della cattura in Bolivia, ndr). Meno male che loro mi hanno consentito di fare il mio mestiere. Battisti ha fatto parte di una storia dolorosa, anche in questo Palazzo di Giustizia (di Milano, ndr) vediamo tutta una serie di targhe che ci ricordano le persone che sono morte in quegli anni, ma ricordiamoci che sono morte tantissime persone anche dall'altra parte e non vengono mai ricordate. Lo dicono i numeri che è stata una guerra".
A luglio scadono i sei mesi di isolamento. Cosa succederà dopo?
"Battisti è stato rinchiuso nel carcere di Oristano dove non ci sono altri detenuti qualificati come lui, cioè As2 (Alta sicurezza livello 2, ndr). Questo significa che quando scadrà la pena dell'isolamento lui continuerà a scontare in maniera illegittima l'isolamento se non verrà trasferito in una carcere dove potrà stare con altri. Che uno Stato pretenda di eseguire una pena è legittimo ma questa non deve trasformarsi in una tortura. L'isolamento è una pena ulteriore che non può andare un giorno oltre la pena comminata. Se non lo spostano da lì è invece destinato a prolungare una pena a quel punto illegale. Lui deve scontare il dovuto ma non vedo perché debba essere sottoposto a un trattamento diverso rispetto agli altri detenuti. Proverò a rivolgermi al Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) per farlo trasferire in un altro carcere ed evitargli l'isolamento oltre la pena. Bisogna trovare un carcere dove ci sono altri As2. Battisti sta scontando una pena per una storia alla quale hanno partecipato tantissimi in questo Paese, non ha inventato niente, è figlio di un'epoca. Il mio obbiettivo è che non muoia in carcere perché quando ho scelto di fare l'avvocato l'ho fatto per un Paese dove ero convinto e lo sono tuttora che i detenuti non debbano marcire in galera. In Italia manteniamo in vigore la pena dell'ergastolo che quasi tutti gli altri Stati a cui l'Italia si sente superiore per civiltà, ritengono superata. Nell'accordo su Battisti, l'allora Ministro della Giustizia Andrea Orlando scriveva in tre pagine, quasi scusandosi col Brasile, di avere ancora l'ergastolo e sembrava di percepire il suo imbarazzo per questo. Due anni dopo sentire l'attuale Ministro che la rivendica e si augura che un detenuto marcisca in galera lo trovo inquietante non per me bensì per tutto il sistema, in primis per gli stessi operatori del diritto, avvocati e magistrati: perché allora che ci stiamo a fare? Per marcire in galera non c'è bisogno di noi".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 giugno 2019
Anche lo straniero pregiudicato può avere diritto al permesso di soggiorno per accudire il figlio minore in Italia. A queste conclusioni arrivano le Sezioni unite civili della Cassazione, con la sentenza n. 15750 depositata ieri. Il principio di diritto messo a punto dalla pronuncia stabilisce che, per quanto riguarda l'autorizzazione all'ingresso o alla permanenza in Italia del familiare di un minore straniero già presente sul territorio nazionale, una decisione negativa non può essere diretta conseguenza di una precedente condanna. Neppure se questa è stata inflitta per uno dei reati che il Testo unico dell'immigrazione considera impedimento all'ingresso o soggiorno dello straniero.
Semmai, la condanna "è destinata a rilevare, al pari delle attività incompatibili con la permanenza in Italia, in quanto suscettibile di costituire una minaccia concreta e attuale per l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale, e può condurre al rigetto dell'istanza di autorizzazione all'esito di un esame circostanziato del caso e di un bilanciamento con l'interesse del minore". La sentenza invita il giudice che sarà chiamato a decidere sulla domanda di ingresso per un periodo determinato ad accertare in prima battuta l'esistenza di gravi motivi collegati con lo sviluppo psicofisico del minore.
Esaurito questo accertamento in maniera positiva, davanti al fatto che il familiare che ha presentato la richiesta emerge anche come colpevole di attività incompatibili con la presenza in Italia, l'autorità giudiziaria potrà negare l'autorizzazione solo dopo una valutazione complessiva svolta in concreto e non in astratto sul bilanciamento tra i i diversi interessi. Quello del minore a potere godere dell'assistenza del familiare e quello dello Stato alla protezione dell'ordine pubblico e della sicurezza.
In questo senso vanno, oltre che le sentenze della Corte costituzionale, anche i riferimenti internazionali. E, in particolare, l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo nella sua applicazione da parte della Corte di Strasburgo. Infatti, la giurisprudenza è concorde nel ritenere da una parte che lo straniero non ha un diritto assoluto a entrare o risiedere in un determinato Paese, ammettendo quindi che lo Stato possa espellerlo se condannato per reati puniti con la pena detentiva, e, tuttavia, dall'altra, quando nel Paese dove lo straniero intende soggiornare vivono i componenti della sua famiglia occorre bilanciare il diritto alla vita familiare con quello dello Stato. Per questo esame, possono pesare la distanza di tempo dalla commissione del reato, la gravità dello stesso, la condotta di chi ha fatto domanda e la sua condizione familiare.
La Repubblica, 13 giugno 2019
Si apprestano a vivere l'ennesima estate senza acqua gli oltre mille detenuti reclusi a Santa Maria Capua Vetere (Caserta), istituto penitenziario che sconta questa carenza da decenni. Da una recente visita dell'associazione Antigone nel carcere risulta, infatti, che nonostante i fondi messi a disposizione per i lavori di allaccio alla rete idrica cittadina, dentro e fuori le mura, "non si prevedono - rivela l'associazione - tempi brevi" per la fine dei lavori.
La Regione Campania ha trasferito al comune di Santa Maria Capua Vetere 2 milioni di euro di fondi europei. Il progetto esecutivo è stato presentato ma bisogna ancora indire la gara d'appalto europea. Nei mesi estivi "la situazione è intollerabile", sostiene Antigone anche se la direzione del carcere ha spiegato che lo scorso anno "non si sono riscontrati problemi seri". Anche quest'anno, intanto, per il mancato allaccio sarà necessario servirsi di un pozzo semiartesiano con impianto di potabilizzazione, auspicando che l'estate non sia troppo torrida.
L'istituto, infatti, dista solo 600 metri dal vicino stir e "soprattutto d'estate - denuncia Antigone - fa sì che si debba sopportare un olezzo nauseabondo dovuto allo stoccaggio ed al trattamento dei rifiuti". È dello scorso novembre l'ultimo devastante incendio a uno dei capannoni dello stabilimento di tritovagliatura e imballaggio di rifiuti di Santa Maria che, per il forte impatto ambientale, portò il governo a dichiarare guerra ai roghi in terra dei fuochi e molte istituzioni locali, cittadini e comitati, dopo le fiamme, denunciarono un avvenuto "disastro ambientale".
Il Messaggero, 13 giugno 2019
Rissa tra detenuti italiani e nigeriani all'interno del carcere di Vazia. "La situazione è stata davvero pericolosa", denuncia il segretario nazionale del Lazio del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe Maurizio Somma. "Nel pomeriggio si sono fronteggiati due fazioni di detenuti italiani contro nigeriani all'interno della Sezione detentiva G3. Un detenuto italiano è ricoverato in ospedale a seguito delle botte che ha preso.
Il tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari ha fatto sì di riportare tutto alla calma. Diversi genti sono stati richiamati a casa e si sono precipitati in servizio dimostrando buonsenso e spirito di corpo. Forse, il pretesto del furioso pestaggio tra i detenuti a Rieti è tra i più futili, ossia l'incapacità di convivere - seppur tra le sbarre - con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che si è scatenata una pericolosa rissa che ha coinvolto ancora una volta i poliziotti penitenziari, a cui il Sappe rivolge espressioni di vicinanza e solidarietà".
Nell'istituto penitenziario di Rieti la protesta è ampiamente rientrata. Sono stati già attivati gli interventi necessari e tutti i detenuti sono rientrati dai passeggi. All'origine della protesta, gli strascichi di una colluttazione verificatasi ieri fra detenuti italiani e africani.
Il Provveditorato regionale del Lazio-Abruzzo-Molise ha comunque già disposto, ai sensi della circolare del Capo del Dap sul trasferimento di detenuti per motivi di sicurezza, 19 trasferimenti ad altri istituti del distretto: 7 nigeriani sono stati già trasferiti nel pomeriggio di oggi e 12 italiani saranno trasferiti domani.
cn24tv.it, 13 giugno 2019
Ha parlato del consolidamento della comunicazione e della collaborazione traenti e amministrazione penitenziaria, Federico Ferraro, il garante dei detenuti di Crotone, nella sua relazione fatta in occasione del consiglio comunale. E il garante ha espresso viva soddisfazione l'arrivo in carcere dell'app Skype. Da aprile è infatti arrivato il sistema che permette alle famiglie di poter colloquiare con i cari detenuti in carcere.
Rapporto collaborativo che Ferraro afferma di avere anche con Forze dell'ordine e l'Autorità giudiziaria. Nel corso del suo discorso ha inoltre illustrato le situazioni di criticità nella struttura. È partito dal numero di detenuti nel carcere cortonese: "130 persone, di cui il 60% sono stranieri; le Sezioni sono 3, tutte di Media Sicurezza".
Poi ha illustrato le criticità, come le "difficoltà di comunicazione per i detenuti stranieri per carenze di mediatori linguistici"; è stata lamentata dai detenuti "una carenza saltuaria del servizio di riscaldamento, rispetto all'orario previsto". A più riprese è stato richiesto "un collegamento permanente tra la casa circondariale e la città di Crotone".
Altra urgenza è il "reinserimento lavorativo, a tal proposito risultato positivo è la conclusione della fase burocratica della Convenzione per lo svolgimento dei lavori socialmente utili, e del lavoro gratuito previsto dall'ordinamento penitenziario. Sono certo che l'Amministrazione comunale e il Consiglio, che si sono attivati con solerzia per l'istituzione del Garante dei detenuti e per l'avvio della sua operatività, vi daranno al più presto piena attuazione ".
Per quanto riguarda le celle di ricovero per motivi sanitari al San Giovanni di Dio, come Garante Ferraro ha fatto "sopralluoghi ispettivi, già in presenza dell'Autorità nazionale in visita a Crotone lo scorso settembre, accolta insieme al Presidente del Consiglio Serafino Mauro", e ha raccomandato "la dotazione di biancheria per garantire una decorosa degenza, possibilmente un punto per l'appoggio di effetti personali del detenuto, ed il potenziamento una postazione lavorativa congrua anche per il personale di Polizia penitenziaria."
Durante la Conferenza dei Garanti territoriali dello scorso 19 ottobre, Ferraro ha esplicitato al Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria "le problematiche non trascurabili su scala nazionale quali: la carenza delle camere di sicurezza, la più generale, grave situazione del sovraffollamento carcerario, causa questa di numerosi ed intollerabili suicidi in diverse aree geografiche del nostro Paese. Come pure le carenze di organico nell'ambito della DAP e della Polizia, a tal proposito è stato assunto l'impegno una richiesta di assunzioni straordinarie per un totale di 1300 unità che ricoprano tali carenze di unità lavorative".
potenzanews.net, 13 giugno 2019
Ieri mattina il Prefetto di Potenza, Annunziato Vardè, ha ricevuto in Prefettura il Direttore della Casa Circondarle di Potenza, Maria Rosaria Petraccone, accompagnata dal Commissario Coordinatore, Arianna Bosso, e dal Funzionario, Giuseppe Palo. Il Direttore Petraccone ha voluto porgere gli auguri di un buon lavoro a nome dell'Amministrazione Penitenziaria, nello spirito di collaborazione in continuità con l'importante azione di coordinamento messa in campo in questi anni tra Prefettura e Casa Circondariale.
Durante l'incontro, al Prefetto sono state presentate tutte la iniziative portate avanti dall'Amministrazione Penitenziaria Regionale con il Provveditore Carmelo Cantone e, in particolare, le azioni promosse dalla Direzione della Casa Circondariale di Potenza in progetti di inclusione sociale e lavorativa per i detenuti e di percorsi formativi a favore del benessere del personale.
Il Prefetto si è compiaciuto per la ricchezza di iniziative portate avanti dall'Istituto Penitenziario del capoluogo e ha assicurato tutta la collaborazione possibile. Un particolare ringraziamento è stato rivolto agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria e del comparto ministeri, per il contributo che, con il loro intenso e difficile lavoro, assicurano all'affermazione della giustizia e della sicurezza sociale.
edizionecaserta.com, 13 giugno 2019
A dare l'allarme sono stati i compagni di cella. Non rispondeva alle sollecitazioni e coloro che condividevano con lui la stanza hanno immediatamente capito che qualcosa di grave era accaduto. Se ne è andato via probabilmente per un malore Angelo S., il 38enne originario della zona di Caivano, trovato morto ieri mattina all'interno della Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere.
L'uomo era detenuto in quanto accusato di reati predatori (rapine nello specifico) commesse sul territorio di Caserta. Questa mattina alle 8 la tragica scoperta: immediati sono scattati i soccorsi dopo l'allarme dei compagni di cella, ma nè il personale della struttura carceraria nè il servizio d'emergenza sono riusciti a salvargli la vita. Nelle prossime ore la salma del 38enne dovrebbe essere restituita ai familiari per l'addio nella sua città natale.
L'Arena, 13 giugno 2019
Il carcere di Montorio diploma cinque nuovi tecnici di scuderia. Nella casa circondariale scaligera, diretta dalla dottoressa Maria Grazia Bregoli, i detenuti seguono appunto un corso, promosso dall'associazione Horse Valley, per ottenere il diploma di "Tecnico di scuderia": circa nove mesi di lezioni che culminano con una prova teorico-pratica tenuta da due esaminatori nazionali dell Aics (associazione italiana cultura e sport).
Proprio l'altro giorno, cinque detenuti hanno sostenuto l'esame finale con successo: per molti di loro il diploma è un segno di riscatto e di impegno, che può aprire la strada ad alcuni benefici e offrire una offerta futura di lavoro. Alcuni poi, prima di entrare in carcere vivevano in famiglie che possedevano dei cavalli: per loro questa attività rappresenta dunque un elemento di continuità con la vita prima dell'ingresso in carcere. Il tecnico di scuderia, infatti, si occupa non solo della pulizia dei box e dei cavalli ma impara a monitorarne le attività quotidiane, a individuare segni di stress o di problematiche fisiche, e a consigliare agli appassionati di equitazione l'approccio migliore, legato a una conoscenza specifica dell'assetto emotivo di ogni cavallo.
L'attività. Alcuni di loro si occupano quotidianamente di 3 cavalli (ma anche di pecore e galline) che vivono all'interno della casa circondariale, mentre un altro gruppo si ritrova settimanalmente nella zona maneggio del carcere per apprendere in un corso certificato dalla Aics l'arte del tecnico di scuderia, figura professionalmente ben definita che va al di là di quella che una volta era l'attività meno qualificata dello stalliere.
Non solo cavalli. Il corso è integrato da una attività di Yoga Kundalini guidata da insegnanti certificati del centro "Yoga Benessere Adi Shakti" di Verona. Grazie a esercizi di respirazione e di rilassamento, si favorisce così una interazione tra uomo e cavallo segnata da calma e tranquillità reciproche.
L'associazione. Da anni Corte Molon, con l'associazione "Horse Valley" diretta da Linda Fabrello, lavora nel campo del sociale utilizzando il cavallo in interventi assistiti per affrontare la disabilità e i problemi emozionali degli adolescenti. Ma anche per dare una maggiore qualità alla vita in carcere, preparando gruppi di detenuti della casa circondariale di Montorio a relazionarsi con il mondo animale.
- Macerata: presentato il libro "La luna è dietro le sbarre, il mare ha il colore del sole"
- San Gimignano (Si): premio speciale per tre studenti-detenuti di Ranza
- Andria (Bat): gli studenti del "Carlo Troya" alla scoperta del progetto "Senza Sbarre"
- Padova: Pentecoste in carcere, 150 persone all'iniziativa de "La Difesa s'incontra"
- Cagliari: "Narrazioni Scatenate", il romanzo collettivo dei detenuti di Uta









