di Angela Nocioni
Il Dubbio, 12 giugno 2019
Non era imparziale il giudice che ha spalancato prima delle elezioni dell'ottobre del 2008 le porte del carcere all'ex presidente brasiliano Lula da Silva, candidato favorito secondo tutti i sondaggi (di tutti gli istituti di indagine, anche quelli considerati ostili al partito di Lula, il partito dei lavoratori al governo dal 2003 al 2011). Liberando così la strada per il Planalto all'allora candidato di estrema destra e attuale presidente Jair Bolsonaro. Questa è l'accusa che vien fuori dallo scoop clamoroso del sito Intercept Brasil, diretto dal giornalista statunitense Glenn Greenwald, quello del caso Snowden.
L'accusato di parzialità è Sergio Moro, l'ex giudice sceriffo diventato ministro della giustizia, il nemico mediatico dell'ex presidente Lula.
Il sito d'inchiesta ha pubblicato il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra l'attuale ministro ai tempi in cui era ancora giudice di prima istanza a Curitiba, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula da Silva, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare.
I due, si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi, si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Si dice insoddisfatto dell'evidenza di una prova. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell'indagine. Gioisce per il successo mediatico e per le ricadute politica dell'inchiesta. Si complimenta via chat con se stesso e con il pm per il repulisti provocato. "Complimenti a tutti noi" scrive.
Tutto ciò, in base se non altro all'articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consente alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice "sospetto di non essere imparziale". E di chiedere quindi l'annullamento del giudizio.
Le chat, essendo state acquisite illegalmente, non sono utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni. Ma sono materiale prezioso per la difesa di Lula che è ricorsa davanti a tutti i tribunali possibili per denunciare, inascoltata finora, la violazione del diritto dell'imputato ad essere condannato da un giudice imparziale.
Ciò inizia a risolvere i guai giudiziari Lula? No. La Corte suprema ha fatto sapere che riesaminerà il dossier e forse Lula uscirà di galera per continuare a scontare la pena ai domiciliari. Ma l'aspetta tra poche settimane la sentenza di primo grado per un secondo processo (ne ha cinque in piedi) per corruzione.
Le accuse, sempre passate al vaglio dell'allora giudice Moro, di questo secondo processo sono molto simili a quelle per cui l'hanno condannato per corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Si tratta sempre di una casa vicino a San Paolo messagli a disposizione, secondo l'accusa, da una grande azienda in cambio di contratti di favore con imprese di Stato.
Stavolta non un appartamento sulla costa, ma una casa di campagna. La denuncia della pubblica accusa accolta a suo tempo da Moro parla di una ristrutturazione del valore di 280 mila dollari pagata interamente dalle imprese di costruzione Odebrecht, Oas e Schahin, in cambio di contratti con l'impresa petrolifera statale Petrobras. La villa è stata frequentata dalla famiglia di Lula, ma non è di sua proprietà. Lo sarebbe "di fatto" secondo i pm.
Secondo la difesa le accuse "si riferiscono a contratti firmati da Petrobras che lo stesso giudice ha riconosciuto, in un'altra sentenza, non aver portato nessun beneficio a Lula". Fatto sta che la sentenza è imminente e la partita giudiziaria per Lula potrebbe ricominciare dall'inizio. Moro non ha negato la autenticità dei messaggi divulgati. Ha detto che è del tutto normale che giudici e pm si parlino durante le inchieste.
La presidenza della repubblica è sembrata imbarazzatissima. Bolsonaro che di solito twitta più di Donald Trump ha taciuto per due giorni, poi un laconico messaggio della segreteria di comunicazione ha ribadito la fiducia in Moro. Che non dà segni, per ora, di prendere in considerazione le dimissioni.
Il sito annuncia di avere da parte messaggini audio privati di Moro ancor più clamorosi. Dovesse saltar fuori che c'è stato un accordo per far condannare Lula in secondo grado, e renderlo così incandidabile come è avvenuto, rendere inoffensivo lo scoop diventerebbe impossibile.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 11 giugno 2019
Dalla nuova circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenzia "Tutela della quiete notturna negli Istituti penitenziari. Incentivazione a tenere salubri ritmi sonno-veglia. Garanzia di un'inderogabile fascia oraria di rispetto di sette ore per notte":
È necessario "incentivare tutti i ristretti a tenere salubri ritmi sonno-veglia".
E ancora "è comunque necessario tutelare il diritto alla salute che, naturalmente, contempla anche la necessità di un adeguato riposo notturno, riposo che non può in alcun modo essere impedito o disturbato da parte di individui che pretendono di imporre al prossimo i propri, magari scorretti e insalubri, ritmi sonno/veglia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 giugno 2019
Il Dap vieta la tv dopo la mezzanotte, ma il docu-film domenica era alle 23,30 su Rai1. La circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che prevede per tutti i detenuti l'obbligo di spegnere la televisione e la radio a mezzanotte, ha creato una prima problematica.
Il caso ha voluto che domenica scorsa, in seconda serata, è stato trasmesso su Rai1 il film di Fabio Cavalli sul "Viaggio nelle carceri della Corte Costituzionale", e così, con lo spegnimento della tv, i detenuti non avrebbero potuto vedere il resto del film.
fpcgil.it, 11 giugno 2019
In netta minoranza, con pochi posti disponibili nei concorsi, escluse dai percorsi di carriera. Come vive una donna che lavora in un carcere? Con quali condizioni di lavoro ha a che fare ogni giorno? Cosa vuol dire lavorare in un ambiente che negli anni è sempre stato caratterizzato da una presenza prettamente maschile? Esiste la tanto decantata parità di genere nel mondo del lavoro e, in particolare, in quello delle donne in divisa?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 giugno 2019
Dura presa di posizione della Camera penale di Roma contro l'ipotesi, sempre più concreta, di una normativa che vieterebbe ai garanti locali e territoriali di effettuare colloqui riservati con i reclusi al 41bis. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, il 6 giugno 2019 in Commissione Antimafia, ha infatti dichiarato: "Rispetto ai Garanti locali i miei uffici hanno formalizzato e portato all'attenzione del ministero una proposta di modifica normativa nel senso di escludere i garanti locali dal potere di visita e di colloquio con i detenuti al quarantuno bis".
di Giancarlo De Cataldo
La Repubblica, 11 giugno 2019
I giudici sono bianchi, sobri, eleganti. Donne e uomini di studi profondi, vasta cultura, modi compiti, eloquio forbito. Le carcerate e i carcerati hanno tatuaggi etnici, denti guasti, shatush esagerati, in genere poca cultura, e, dentro, l'alternarsi di rabbia e speranza di chi vive l'innaturale condizione della prigionia. Appartengono a mondi diversi.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 11 giugno 2019
L'effetto a catena del caso Palamara. Nell'esecutivo non ci sarà Magistratura indipendente. E i quattro togati restano autosospesi. Il Comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati tornerà a riunirsi domenica prossima, all'ordine del giorno il rinnovo della giunta esecutiva centrale. Gli effetti dell'inchiesta di Perugia sul pm Luca Palamara hanno innescato un effetto a catena che cambierà gli equilibri all'interno del parlamentino delle toghe. A chiedere la convocazione sono stati i gruppi di Area, Unicost e Autonomia & indipendenza. Tutti sul piede di guerra dopo che Magistratura indipendente ha votato un documento in cui si chiede che i togati autosospesi del Csm tornino a svolgere le proprie funzioni.
di Errico Novi
IL Dubbio, 11 giugno 2019
"C'è uno scarto ontologico fra l'elezione di un consigliere Csm e quella di un deputato: il primo non deve rispondere a chi l'ha votato". Parte da tale assunto, il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, e arriva a individuare nel caso Csm le "tipiche degenerazioni dei gruppi di potere più opachi". "I magistrati possono avere diversi orientamenti culturali, in base ai quali offrono quel contributo comune a cui sono chiamati con l'avvocatura, relativo al funzionamento degli istituti processuali e alla loro eventuale revisione. Ma il capo di una Procura va scelto per le sue capacità, non per il suo orientamento culturale".
È un equivoco. Di fondo. Riguarda l'analogia fra correnti e partiti politici. "Non esiste", dice con nettezza Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale e fatalmente scosso dallo spettacolo del caso Csm. "C'è uno scarto che si può definire ontologico, fra i principi che governano l'elezione dei componenti del Parlamento e quelli in base a cui si scelgono i componenti di un organo come il Csm: nel primo caso", spiega Onida, "c'è un legittimo rapporto politico fiduciario con gli elettori e con il partito di appartenenza, nel secondo caso il magistrato eletto nell'organo di governo autonomo non deve assolutamente rispondere a nessuno delle proprie scelte, quanto meno quando si tratta di scelte amministrative relative a singoli, come quando si sceglie il capo di un ufficio fra i candidati che presentano la loro domanda. L'eletto non deve rispondere ai magistrati dai quali è stato indicato. Lo stesso vale anche per i laici, che non devono affatto rispondere ai parlamentari che li hanno eletti e ai partiti da cui provengano".
Ora però siamo agli antipodi di una simile idea di neutralità...
È un fatto di malcostume. Non ci sono reati, è vero. Ma il malcostume sì. Le faccio un esempio.
Prego..
Se un uomo di governo deve compiere scelte delicate e, per approfondire ogni possibile aspetto, si consulta con dei tecnici, magari colleghi di partito o di gruppo, fa benissimo. Ma se il componente di una commissione di concorso discute delle scelte cui è chiamato con persone estranee, magari addirittura direttamente interessate all'esito di quel concorso, la sua condotta denota un malcostume.
È così...
L'incarico di dirigere, ad esempio, una Procura viene assegnato appunto con un concorso. Di questo si tratta. La scelta non può essere determinata da elementi personali o di appartenenza di gruppo: si tratta di individuare il magistrato più adatto, con le migliori capacità per ricoprire quel ruolo. Punto. E allora è mai pensabile che il consigliere Csm, in vista della scelta di un procuratore, ne discuta con ex colleghi ora parlamentari o addirittura con persone interessate a quella nomina in quanto chiamate a rispondere di accuse contestate proprio da quella Procura? Inoltre vorrei ricordare una cosa spesso sottovalutata, a proposito delle nomine deliberate al Csm.
Cosa?
Premesso che la scelta del magistrato più adatto va compiuta in base a criteri anche minuziosamente previsti dalla normativa, esiste, ed è istituzionalizzato, un passaggio in cui l'organo di autogoverno interagisce doverosamente, su ciascuna nomina, con un organo politico: è il concerto del ministro della Giustizia sulla proposta della commissione. Il ministro ha la responsabilità dei "servizi relativi alla giustizia", come sancisce l'articolo 110 della Costituzione, dunque deve occuparsi dell'efficienza degli uffici giudiziari, e per questo è tenuto a dire la sua sulle indicazioni emerse in commissione. Ora, la Corte costituzionale ha chiarito che deve trattarsi di una interlocuzione vera, di un effettivo contributo motivato alla valutazione del Csm, anche se poi naturalmente quest'ultimo resta libero di scegliere nel caso di mancato concerto ministeriale. Mi chiedo come questo istituto di fatto funzioni. Ma questo rapporto con "la politica" non ha nulla a che fare con altre forme di "interlocuzione" come quelle di cui si è parlato in questi giorni.
Lei vede una degenerazione?
Mi chiedo cosa c'entri un deputato ex magistrato con la scelta di un procuratore. O cosa c'entri addirittura chi da quell'ufficio è indagato. Non si tratta di reati, ma di malcostume sì. Nella scelta di un capo di ufficio giudiziario, il consigliere del Csm deve essere non solo indipendente ma anche assolutamente imparziale. In quel momento è il giudice di un concorso, appunto.
Ma per rimettere ordine bisogna che i magistrati rinuncino alle correnti?
Le correnti hanno avuto un ruolo positivo per la formazione e la riflessione culturale sulla magistratura: basti pensare al congresso di Gardone del 1965, in cui si discusse in modo ampio e partecipato dell'atteggiamento del giudice dinanzi alla Costituzione. Il magistrato non è solo un tecnico, ma ha un ruolo, amministrare giustizia, di grande rilievo culturale e sociale. Da questo punto di vista l'esistenza di sedi associative e di riflessione è utile. Ma le cosiddette correnti non devono diventare gruppi di potere e comportarsi come tali.
Quindi?
Un gruppo associativo deve occuparsi di cultura della giurisdizione, non di negoziare nomine "a pacchetto". Le scelte di nomina per la guida di una Procura o di un Tribunale non vanno fatte certo in base all'appartenenza e, tanto per essere chiari, neppure con riguardo agli orientamenti culturali del magistrato, ma solo in base alle sue capacità e attitudini direttive e organizzative.
È giusto riformare il sistema per eleggere i togati in modo da limitare il più possibile il peso delle correnti?
È necessario che l'elezione avvenga in modo che chi diventa consigliere del Csm non risponda delle sue scelte a un gruppo o a coloro che lo hanno votato. Certo, è plausibile e naturale che ogni componente, togato o laico, abbia i suoi orientamenti culturali e li esprima, per esempio, quando il Consiglio formula pareri su proposte di legge. Ma nelle scelte per gli incarichi da assegnare deve fare valutazioni solo sul merito, ispirate alla necessità che l'amministrazione della giustizia funzioni al meglio. Forse si potrebbe pensare perfino di trasferire parte dei compiti istruttori e di proposta a commissioni indipendenti anche con membri estranei al Csm, scelti in base alla loro consolidata esperienza e alla loro comprovata imparzialità. Come avviene per un concorso pubblico.
C'è il rischio di una magistratura delegittimata in modo analogo a quanto avvenuto per i partiti?
Il pericolo c'è. Ma si tratta di una delegittimazione paragonabile, più che a quella sofferta dai partiti, a certe prassi degenerative della politica.
Cioè al lobbismo?
Una lobby promuove determinati interessi, in modo esplicito e trasparente. Ma nei fatti emersi in questi giorni emergono modalità opache, interferenze indebite.
Alcune correnti evocano lo spettro di una nuova P2...
La loggia P2 vedeva dei collegamenti fra persone che esercitavano a vario titolo poteri diversi, e magari perseguivano fini comuni o comunque fini di potere. Qui non vedo alcuna "cupola" esterna: è piuttosto una vicenda interna alla magistratura. Bisogna intendersi sul fatto che il valore del governo autonomo della magistratura non è solo nell'indipendenza ma anche nell'imparzialità del modo di esercizio di queste funzioni di governo.
Crede che la magistratura ne possa uscire con le proprie sole forze o che debba cercare di farlo nel confronto con l'avvocatura e con la politica?
Se parliamo di modificare i criteri per l'elezione dei consiglieri, ciò richiede evidentemente l'azione del Parlamento, e non può essere certo compito riservato alla magistratura come una sorta di corpo separato. Il punto sta nel modo in cui si intende la designazione elettiva: non è un "mandato" politico. Si pensi al modo di elezione dei giudici della Corte costituzionale: non è che essi debbano rispondere, nelle loro scelte di giurisdizione costituzionale, ad attese o interessi di chi li ha eletti, siano essi il Parlamento o le alte magistrature o il Capo dello Stato.
Certo che no...
Bene, anche per il Csm deve essere così, non può esserci un "interesse" del loro elettorato a vederli agire in funzione di logiche di gruppo. Anzi, si dovrebbe eleggere consigliere un certo magistrato, ma anche un avvocato o un professore fra i laici, in vista della sua prevedibile capacità di essere imparziale quando concorre alle scelte affidate al Csm. La magistratura non può governarsi in base a logiche di appartenenza, anche se è vero che ciascun magistrato può legittimamente avere una propria visione culturale. L'avvocatura è un'altra cosa, con essa una interlocuzione è possibile e utile quando si discuta ad esempio del funzionamento di istituti processuali e di garanzie dei diritti. Ma la doverosa ricchezza e il pluralismo nella cultura della giurisdizione non deve aver nulla a che fare con logiche che trasfor-mino le correnti della magistratura in "partiti" politici che puntino a conquistare ed esercitare il potere nel governo dei magistrati.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 11 giugno 2019
Il giudice antimafia anticipò la crisi delle toghe. Parlando a Milano, il magistrato ucciso da Cosa nostra spiegò che le degenerazioni del correntismo esasperato avrebbero minato la credibilità dell'intera categoria.
È fastidioso giudicarsi fra di noi, ma mi chiedo lo stesso perché mai il Corriere della Sera abbia ritenuto di prendere sabato scorso le distanze con la formula epistolare del "Caro direttore", pur nella onorevole pagina dei commenti, da un articolo di Giuseppe Ayala sulla crisi gravissima esplosa nel Consiglio Superiore della Magistratura.
Dove alla fine sono venuti al pettine tutti i nodi avvertiti sulla propria pelle da Giovanni Falcone e da lui stesso denunciati in un discorso pronunciato a Milano il 5 novembre 1988: un anno apertosi il 18 gennaio con la sua bocciatura alla guida dell'Ufficio dei giudici istruttori al tribunale di Palermo. Seguì, fra l'altro, lo smantellamento dello storico pool antimafia costituito da Antonino Caponnetto.
Del Consiglio Superiore della Magistratura e di Falcone, che ne fu in qualche modo vittima ben prima di essere assassinato dalla mafia a Capaci con la moglie e la scorta il 23 maggio del 1992, il 74enne Giuseppe Ayala ha scritto e può tornare a scrivere a ragion veduta per essere stato magistrato di lungo corso, interrotto per 14 anni dall'impegno politico di deputato, di senatore e - per 4 anni- anche di sottosegretario alla Giustizia. Di Falcone, e di Paolo Borsellino, trucidato dalla mafia pure lui nel 1992, Ayala fu grandissimo amico, e non solo collega, condividendone le fatiche nel primo maxi- processo alla mafia nel ruolo di pubblico ministero.
In pensione da 7 anni e mezzo, egli è ora vice presidente della Fondazione Falcone, non certo a caso. Anche da pensionato, con la passione della toga che gli è rimasta intatta dentro, e forse anche cresciuta dopo le delusioni forse provate da politico, Ayala continua naturalmente a interessarsi delle vicende della Giustizia, e a discuterne in pubblico quando gli capita, come accadde due anni fa in una trasmissione radiofonica con l'allora consigliere superiore della Magistratura Luca Palamara, già presidente del sindacato delle toghe e oggi inquisito a Perugia proprio per la vicenda delle nomine che ha investito il Consiglio in carica nel Palazzo dei Marescialli. Di quel confronto con Palamara, che gli offrì l'occasione di ripetere le critiche anticipate già nel 1988 da Falcone ai colleghi e all'organo di autogoverno della Magistratura, Ayala ha voluto ricordare nell'articolo sul Corriere della Sera l'invito ricevuto a "smetterla di fare il qualunquista".
Ma veniamo a Falcone e ai suoi rapporti col Csm evocati da Ayala. Che ha selezionato, per segnalarne la preveggenza ai lettori, questo passaggio del discorso del 5 novembre 1988 a Milano: "Le correnti dell'Associazione Nazionale dei Magistrati, anche se per fortuna non tutte in egual misura, si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio Superiore. E quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata nell'organo di autogoverno della Magistratura con pesantezza sconosciuta anche in sede politica".
Rispetto alla situazione stigmatizzata 31 anni fa da Falcone, e 27 anni dopo la morte di quel valoroso magistrato costretto infine a preferire Roma e il Ministero della Giustizia al tribunale della sua Palermo, la situazione si può considerare solo peggiorata. Sul Csm, come già accadde per la Dc con quei severissimi moniti rivolti da Aldo Moro prima di essere ucciso dalle brigate rosse, è in qualche modo caduta come una "maledizione" la spietata analisi di Falcone. Che fu peraltro costretto il 15 dicembre 1991 a subire anche un mezzo processo nel Palazzo dei Marescialli, risparmiatoci nei ricordi di Ayala, per le insinuazioni di Leoluca Orlando contro una sua presunta eccessiva prudenza o copertura, addirittura, dei presunti livelli politici della mafia.
È caduto vittima del tempo e dei costumi anche quell'inciso generoso di Falcone su "non tutte le correnti per fortuna in egual misura" responsabili della deriva politicizzata e castale dell'ordine giudiziario. Già deplorevole di suo, e condotto sul doppio binario delle riunioni negli alberghi con politici e ospiti di ogni tipo e di quelle delle commissioni e del plenum del Consiglio Superiore nel Palazzo dei Marescialli, il mercato correntizio delle carriere si aggiunge ad una organizzazione degli uffici giudiziari che lascio descrivere ad una fonte insospettabile come quella del Fatto Quotidiano, non certo prevenuta contro le toghe. Ha appena scritto, domenica sul giornale diretto da Marco Travaglio, il buon Giorgio Meletti: "L'opacità, spacciata per serietà, è l'arma letale di un potere malato.
Consente ai pubblici ministeri di parlare solo con i giornalisti amici e, per questa via, di decidere a loro capriccio a quali indagini dare risonanza e quali lasciare sconosciute, quali reputazioni distruggere e quali proteggere". In questa situazione ha del temerario pretendere fiducia nella magistratura all'annuncio di ogni inchiesta o avviso d garanzia, e dell'eroico accordarla.
Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2019
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti dei pubblici ufficiali contro la Pa - Abuso d'ufficio - Reato commesso da pubblico ufficiale in pensione - Sussistenza. In tema di reati contro la pubblica amministrazione, la tutela penale apprestata dall'ordinamento in relazione alla qualità di pubblico ufficiale (o d'incaricato di pubblico servizio o di esercente un servizio di pubblica necessità) concerne il pubblico interesse, che può essere leso o posto in pericolo non solo durante il tempo in cui il soggetto investito del pubblico ufficio esercita le sue mansioni, ma anche dopo, quando questi abbia perduto la sua qualifica, sempre che il reato dallo stesso commesso si riconnetta all'ufficio già prestato. Nel caso in esame i giudici hanno ritenuto irrilevante il pensionamento dell'imputato ai fini della configurabilità del reato di abuso d'ufficio perché ancora sussistente un rapporto funzionale fra la commissione del reato stesso e le funzioni già esercitate.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 30 maggio 2019 n. 24186.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti - Dei pubblici ufficiali - Abuso di ufficio - Elemento soggettivo - Dolo intenzionale - Prova - Prova dell'accordo collusivo con la persona da favorire - Necessità - Esclusione - Macroscopica illegittimità dell'atto - Sufficienza - Criteri - Fattispecie. In tema di abuso d'ufficio, la prova del dolo intenzionale non presuppone l'accertamento dell'accordo collusivo con la persona che si intende favorire, potendo essere desunta anche dalla macroscopica illegittimità dell'atto, sempre che tale valutazione non discenda dal mero comportamento "non iure" dell'agente, ma risulti anche da elementi ulteriori concordemente dimostrativi dell'intento di conseguire un vantaggio patrimoniale o di cagionare un danno ingiusto. (Fattispecie in cui la Cassazione ha confermato la decisione impugnata che ha desunto l'esistenza del dolo intenzionale dal fatto che l'imputato, nella qualità di dipendente comunale cui era stata demandata la verifica della legittimità di opere edili, manteneva una condotta inerte e dilatoria, nonostante la macroscopica illegittimità dell'opera e le insistenti richieste di procedere a verifica).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 23 novembre 2018 n. 52882.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti - Dei pubblici ufficiali - Abuso di ufficio - Violazione di legge o di regolamento - Nozione -Art. 97 della Costituzione- Rilevanza - Limiti. In tema di abuso d'ufficio, il requisito della violazione di legge può essere integrato anche dall'inosservanza del principio costituzionale di imparzialità della Pa nella parte in cui, esprimendo il divieto di ingiustificate preferenze o di favoritismi, impone al pubblico ufficiale e all'incaricato di pubblico servizio una precisa regola di comportamento di immediata applicazione, fermo restando che la stessa deve comunque attenere all'esercizio dei poteri attribuiti al pubblico ufficiale.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 29 ottobre 2018 n. 49549.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti dei pubblici ufficiali - Abuso d'ufficio - Elemento materiale - Ingiustizia della condotta - Ingiustizia del vantaggio patrimoniale - Autonomia - Doppia valutazione - Necessità - Fattispecie. Il delitto di abuso d'ufficio è integrato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento, che dell'evento di vantaggio patrimoniale in quanto non spettante in base al diritto oggettivo, con la conseguente necessità di una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi far discendere l'ingiustizia del vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato e, quindi, dall'accertata illegittimità della condotta. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la sentenza impugnata che, in relazione alla condotta di un assessore comunale, consistita nell'assegnazione di un immobile di proprietà dell'ente per lo svolgimento di attività di ristorazione con delibera di giunta adottata senza il previo espletamento di procedure a evidenza pubblica, aveva ritenuto integrato il reato omettendo di verificare se il soggetto assegnatario avesse o meno titolo a conseguire la disponibilità dell'immobile per condurre l'attività di ristorazione).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 10 marzo 2015 n. 10133.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti - Dei pubblici ufficiali - Abuso di ufficio - Ingiusto vantaggio patrimoniale - Conseguenza diretta della condotta abusiva - Necessità - Fattispecie. Per l'oggettiva configurabilità del reato di abuso di ufficio è necessario che l'ingiusto vantaggio patrimoniale sia conseguenza diretta della condotta abusiva. (Nella specie, la Corte ha escluso la configurabilità del reato a carico di un assessore comunale al bilancio cui era stato contestato di aver occultato il disavanzo di un comune per impedire la declaratoria del dissesto, con conseguente vantaggio patrimoniale consistito nel permanere nella funzione ricoperta, non prevedendo l'art. 248, comma quinto, Tuel alcuna automatica decadenza a seguito del dissesto, ma solo una possibile declaratoria di incompatibilità, conseguente, però, ad eventuale giudizio contabile).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 11 luglio 2012 n. 27604.
- L'ora di "socialità" è un diritto anche per i detenuti al 41bis
- Toghe senza controlli
- Permessi di soggiorno per motivi umanitari, alle Sezioni Unite i limiti di applicabilità
- Napoli: Poggioreale, l'inferno dei colloqui e i "condannati di fuori'"
- Non deve pagare la multa il migrante espulso che non ha il soldi per il biglietto aereo









