a cura di Maria Corbi
La Stampa, 10 giugno 2019
Maria buongiorno, sono la responsabile della Cooperativa sociale "Abc» la Sapienza in tavola e da 15 anni gestisco con detenuti in esecuzione di pena nel carcere di Bollate un catering per la società esterna e dal 2015 il Ristorante "InGalera», primo in Italia dentro una Casa di Reclusione aperto al pubblico. Ieri sera tra gli ospiti una coppia che ci ha scelto per festeggiare il suo 25° anno di matrimonio; fin qui nulla di eccezionale se non fosse che "Lui», ha lavorato con noi per 5 anni durante l'esecuzione di pena.
Difficile sintetizzare in poche righe i percorsi della famiglia che è "fuori» e di chi è "dentro»; per rispetto all'anonimato chiamerò lui Valentino e lei Valentina. Valentino ha passato molti anni in diverse carceri, recidivando più volte e Valentina stanca di questa vita nell'illegalità decise di prendere le distanze da lui. Due figlie cresciute con fatica e con estrema dignità e coraggio, peraltro sempre molto amate da Valentino con cui comunque hanno mantenuto il rapporto attraverso i colloqui.
Arrivato al Carcere di Bollate, dopo anni di botte date e prese, Valentino decide che questa potrebbe essere l'occasione per farla finita con la cocaina e le rapine, aiutato dalla sua forza di volontà, dagli operatori e specialisti e dalla possibilità di lavoro vero con la coop "Abc». Impara a cucinare per grossi numeri, impara a preparare la pasticceria e, nel momento in cui il Magistrato di Sorveglianza lo autorizza al lavoro esterno, esce con la cooperativa per allestire catering, grossi numeri da ristorare ad alto profilo in sale convegno, ville castelli ed ogni mese, mandare a casa lo stipendio. La voglia di dimostrare che questa volta sarà per sempre, la fatica di acquisire la cultura del lavoro ("...Signora Silvia, con lei è come fare il 41bis...»). Questo il prezzo ma il premio del grande impegno è tornare alla vita, fuori dalla prigione, accolto dalla famiglia.. E io condivido con ognuno di loro la sfida, la speranza, la trepidazione perché la società punisce "per sempre» chi è stato in carcere. Ecco allora la funzione di "InGalera», l'impegno in serate "Ristorante cultura». Il 20 giugno, organizziamo la presentazione del libro "Mariti», 27 storie di donne scritte da 27 donne, per raccontare il carcere, per parlare di inclusione sociale. Per dimostrare alla Società che si può fare, che noi ci proviamo. Condivido con te ancora la dolcezza della cena da noi di Valentino e Valentina: abbiamo voluto premiarli con un bouquet di fiori. Valentina, donna della resistenza nell'amore,madre coraggio. Valentino, forte nelle promesse, esempio per i compagni. Mi piace ricordare, quale stimolo a continuare, che a Bollate la recidiva scende sotto il 17% quando in Italia è il 70%. Noi ci proviamo.
Silvia
Cara Silvia quei numeri che metti alla fine della tua lettera sono la dimostrazione di come la vera strada per combattere la delinquenza passi per l'inclusione, la formazione, il lavoro, non certo per un paese far west dove la gente si fa giustizia da sola o dove si ama ripetere "chiuderli in gabbia e buttare la chiave». Se il carcere di Bollate ha solo il 17 per cento di recidive contro il 70 per cento nazionale significa che qui viene applicato il dettato costituzionale che perla di una pena rieducativa e non solo punitiva.
Il 20 giugno nel carcere di Bollate al ristorante "InGalera», il "tuo», si confronteranno ancora una volta due mondi, quello "dentro» e il fuori, una serata con cena e presentazione di un libro per aiutare il tuo progetto, ma anche per aiutare tutti noi a capire, a trovare la strada se non del perdono, se non della comprensione, almeno della razionalità e dell'umanità. Io ci sarò e spero saremo in tanti. Chi volesse prenotare lo può fare mandando una mail a
Vedere con i propri occhi, ascoltare le storie virtuose che nascono dal "male» può aiutare tutti noi a cambiare atteggiamento verso un tema così importante. Mettere un uomo in cattività per punirlo e umiliarlo senza dargli possibilità di rinascita equivale a distruggerlo ma soprattutto a peggiorarlo. La storia dei tuoi Valentino e Valentina e del loro amore ci insegna invece che lasciare aperte le sbarre e la speranza può fare il miracolo. Regole, responsabilizzazione, educazione, dignità. È questa la ricetta che può aiutare chi ha sbagliato a non farlo di nuovo.
di Livia Montagnoli
gamberorosso.it, 10 giugno 2019
Con esperimenti ben avviati a Milano e Torino, la ristorazione in carcere arriva anche a Roma, tra le mura di Rebibbia, dove da tempo operano diverse realtà di produzione gastronomica. Si chiama Osteria degli Uccelli in gabbia, apre solo il venerdì sera e in cucina lavorano i detenuti di Men at Work.
Tra gli esperimenti più celebri e duraturi, InGalera è il progetto che in Italia ha dato una forma concreta alla ristorazione in carcere. E dal 2015, tra le mura dell'Istituto penitenziario di Bollate, l'attività va avanti grazie all'impegno della Cooperativa sociale ABC, che opera all'intorno del carcere per favorire la riabilitazione professionale e sociale dei detenuti. Previa prenotazione, il ristorante accoglie gli ospiti a pranzo e cena: uno chef e un maître professionisti seguono i detenuti impegnati in sala e cucina, con l'obiettivo di fornire un'esperienza gastronomica soddisfacente in un contesto decisamente speciale.
Analogamente, alle Vallette di Torino, dal 2016 è operativo il ristorante Liberamensa, che serve cibo agli ospiti in arrivo dall'esterno in collaborazione con l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo: ingredienti del territorio, pane e pasta prodotti nei laboratori del carcere, menu a prezzo fisso a 30 euro, apertura solo serale, il venerdì e sabato. Ma del circuito che impiega i detenuti fanno parte anche la Caffetteria del Tribunale in attività dall'inizio del 2019, il bar del Museo Egizio e la tavola calda di corso Giulio Cesare 208. Due progetti ben avviati, nonostante le difficoltà di fare impresa in carcere per le limitazioni e gli obblighi cui sono sottoposti i detenuti-lavoratori, e la necessità di far tornare i conti a fronte di attività che ancora stentano a confrontarsi col mercato reale (si legga a questo proposito l'intervista al provveditore della Lombardia Luigi Pagano pubblicata da Valori.it).
A Roma, però, c'è un altro carcere illuminato che sulla formazione e l'inserimento lavorativo dei detenuti, specie nel mondo della produzione di cibo, investe da anni. Siamo a Rebibbia, dove dal 2015 opera il caseificio di Cibo Agricolo Libero, coordinato da Vincenzo Mancino. Ma tra le mura del carcere romano si produce anche caffè (nella torrefazione del Caffè Galeotto) e si coltiva l'orto. Un ristorante è quel che mancava per stabilire un contatto più evidente col mondo esterno. Ma da qualche giorno, nell'Area Verde del carcere prende forma, ogni venerdì sera, l'Osteria degli Uccelli in gabbia. Il nome - come spesso accade per le produzioni e le attività di economia carceraria, che certo non difettano di autoironia - è un omaggio al nome storico attribuito dalla guida Osterie Romane (1937) alle osterie che sorgevano nelle vicinanze del carcere di Regina Coeli (nel centro della Capitale), dove chi andava in visita acquistava anche il pasto da portare ai detenuti.
Il progetto nasce grazie all'impegno di Men at Work, cooperativa con più di 15 anni di esperienza nel settore dell'inclusione sociale dei detenuti. All'Osteria si potrà cenare ogni venerdì, previa prenotazione da effettuare online (o telefonicamente) entro il martedì precedente alla cena. Al momento della prenotazione si dovrà comunicare nome, cognome, luogo e data di nascita, numero di telefono e pagare la quota di partecipazione di 42 euro (che finanzierà le attività della cooperativa).
Si cena all'aperto, nel cortile interno del complesso, e per questo l'esperimento si protrarrà per i mesi di giugno e luglio, con la speranza che l'esperienza possa diventare permanente in futuro. In cucina e al servizio opereranno i detenuti dipendenti di Men at Work: menu fisso, piatti di ispirazione romana ma non solo, prodotti in arrivo dal circuito penitenziario.
Dal menu in programma per il 14 giugno, citiamo: ovo fritto, spinaci e primosale di pecora; il tortino di panzanella con bufala, salsa di basilico e granella di taggiasche; la lasagnetta di gricia al forno; "er pollo de Rebibbia" con peperoni, il tiramisù alle fragole con meringa. Caffè Galeotto e pane (del panificio di Lariano della Terza Casa). Ingresso da via Raffaele Majetti 70: appuntamento alle 19.30 per sbrigare le formalità di rito (non sono ammessi cellulari e macchine fotografiche, da depositare all'entrata), inizio della cena alle 20 (e fino alle 22.30).
orizzontescuola.it, 10 giugno 2019
Dal nuovo anno scolastico 2019/20 i detenuti della Casa Circondariale di Ragusa potranno accedere al Percorso di 2° livello, indirizzo enogastronomico (Ipen), per il conseguimento del diploma di istruzione secondaria di 2° grado. È quanto è riuscito a realizzare l'Ufficio Scolastico Provinciale dell'Ambito Territoriale della Provincia di Ragusa attraverso un preciso investimento delle dotazioni organiche destinate al territorio ibleo.
"È il frutto di un lavoro sinergico, al quale lavoriamo da quasi due anni, afferma la Dirigente dell'Ufficio Scolastico Provinciale di Ragusa, Dott.ssa Melina Bianco, d'intesa con l'Assessorato Regionale di Istruzione e Formazione Professionale, l'USR Sicilia, il Ministero della Giustizia nella persona della Direttrice della Casa Circondariale di Ragusa, Dott.ssa Giovanna Maltese, e le due Dirigenti scolastiche del Cpia e dell'Istituto di Istruzione Secondaria Superiore G. Ferraris di Ragusa, Dott.sse Anna Caratozzolo e Giovanna Piccitto".
Dopo la riforma dei Centri Territoriali Permanenti (Ctp), il percorso di 2° livello, cosi come previsto dal nuovo assetto ordinamentale in materia di istruzione degli adulti, e delineato nel Dpr 29 ottobre 2012, n. 263, si articola nei seguenti tre periodi didattici, fino al conseguimento del diploma di istruzione professionale:
a) primo periodo didattico, finalizzato all'acquisizione della certificazione necessaria per l'ammissione al secondo biennio;
b) secondo periodo didattico, finalizzato all'acquisizione della certificazione necessaria per l'ammissione all'ultimo anno del percorso di studi;
c) terzo periodo didattico per il conseguimento del diploma di istruzione professionale.
"È un risultato che ci riempie di orgoglio, continua la Dott.ssa Bianco, perché se è vero che l'istruzione è un diritto fondamentale e costituzionalmente garantito, ancor di più lo diventa presso gli Istituti di prevenzione e di pena.
In questi luoghi diventa diritto alla rieducazione, al reinserimento sociale, culturale e lavorativo. Diventa prezioso antidoto contro il rischio di recidiva e dunque importante investimento per la sicurezza di tutta la collettività".
Le attività didattiche prenderanno il via dal nuovo anno scolastico 2019/20 secondo Piani di Studio Personalizzati, articolati in modelli didattici innovativi, modulari e laboratoriali, finalizzati all'acquisizione del diploma e di specifiche competenze e certificazioni, spendibili al termine del periodo detentivo.
unicaradio.it, 10 giugno 2019
Inizia con una lezione del Rettore Maria Del Zompo una serie di seminari organizzati all'interno della casa circondariale di Uta dal Polo Universitario Penitenziario di Cagliari dedicati al diritto allo studio nelle carceri. È stata una lezione di Maria Del Zompo, Rettore dell'Università di Cagliari, ad aprire il ciclo di seminari organizzati nell'ambito del Polo Universitario Penitenziario di Cagliari, che vede l'Ateneo del capoluogo sardo impegnato nella promozione di attività di formazione universitaria in carcere per garantire il diritto allo studio di condannati e condannate in regime di privazione della libertà.
Nella lezione svolta all'interno del carcere di Uta davanti a una trentina di detenuti, la prof.ssa Del Zompo ha affrontato il tema "Musica, emozioni e cervello": presenti il Procuratore della Repubblica di Cagliari Maria Pelagatti, il Provveditore regionale delle carceri della Sardegna Maurizio Veneziano, il magistrato di Sorveglianza Ornella Anedda, il direttore della Casa Circondariale Marco Porcu, il comandante del Corpo di Polizia Penitenziaria Andrea Lubello, alcuni docenti dell'Ateneo (che terranno i successivi seminari) e un gruppo di studentesse e studenti e del corso di laurea magistrale in Psicologia dello Sviluppo e dei Processi Socio-lavorativi.
L'iniziativa - che proseguirà nelle prossime settimane con altri seminari che vedranno alternarsi docenti e personale dell'Ateneo cagliaritano - rientra nelle attività dei Poli Universitari Penitenziari (Pup), istituiti dalla Crui nel 2018 e coordinati dalla Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari (Cnupp). Sono attualmente 24 gli Atenei coinvolti e livello nazionale, con attività didattiche e formative in poco meno di 50 Istituti penitenziari e sono circa 600 gli studenti e studentesse iscritti in tutta Italia.
"Realizzare questa iniziativa è per noi un valore importante - ha detto Maria Del Zompo rivolta ai detenuti - Siamo sensibili alla vostra situazione e grazie all'impegno dei nostri docenti e dell'amministrazione penitenziaria siamo riusciti ad organizzare un fitto calendario di seminari: l'inclusione è una delle parole chiave del nostro Piano strategico. Ricordatevi che il cervello stimolato nel modo corretto può darci sempre un aiuto". Quindi la lezione, tra dopamina, sinapsi e neurotrasmettitori, al termine della quale è cominciato un lungo dialogo con i detenuti che hanno rivolto alla professoressa numerose domande: i meccanismi della mente, con i sogni e i ricordi prima di tutto, sono stati i temi più gettonati nella conversazione. Il Rettore ha insistito in particolare sul ruolo svolto dalla musica nella gestione delle emozioni: "La musica ci aiuta anche a interagire con maggiore successo e migliora l'integrazione e la coesione tra le persone - ha aggiunto - potete utilizzarla qui e quando, spero presto, uscirete da qui".
Ad un anno dalla sua istituzione, il Polo di Cagliari, in stretta collaborazione con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, ha al suo attivo 15 persone iscritte nei corsi di laurea: da ieri si svolgerà all'interno del carcere di Uta e Massama una serie di seminari interdisciplinari. "È un progetto pilota che parte da Cagliari per essere proposto in tutta Italia - commenta Maurizio Veneziano, Provveditore regionale delle carceri della Sardegna - Questa iniziativa ci permette di avvicinare il mondo esterno ai detenuti per realizzare la finalità dell'inclusione sociale: per ottenere ciò, infatti, occorre che quello della pena non sia un tempo sospeso, ma un periodo utile per offrire alla persona le stesse possibilità che avrebbe fuori. Attività come questa possono ridurre anche il rischio di recidiva".
"Garantiamo il diritto allo studio anche delle persone private della libertà - dice Cristina Cabras, la docente delegata del Rettore per il Polo Universitario Penitenziario, che coordina il progetto - È un compito preciso che ci siamo dati: stimolare la vostra capacità di apprendere, aumentare l'interesse verso la conoscenza, favorire un uso proficuo della pena. Per seguire i nostri corsi conta essere curiosi, esercitare il proprio diritto di cittadinanza e promuovere relazioni positive".
Per favorire la partecipazione e l'interesse allo studio negli istituti penitenziari di Uta e Massama il PUP ha quindi organizzato un ciclo di seminari universitari grazie all'impegno di docenti e funzionari dell'organizzazione. I temi proposti durante l'anno riguarderanno l'ambiente, le scoperte scientifiche, il sistema globale, la cittadinanza attiva, storie di vita, la salute. Il progetto PUP-UniCa si propone inoltre di sperimentare per la prima volta in Italia l'erogazione dei corsi e-learning, già erogati dall'Ateneo, negli istituti di Uta e Massama, opportunità che ieri è stata illustrata ai detenuti da Gianni Fenu, docente di Informatica e direttore del Centro e-learning dell'Ateneo.
casertanews.it, 10 giugno 2019
Domenico Belforte può usufruire di due ore d'aria al giorno e di un'ora di socialità con gli altri detenuti. È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione respingendo il ricorso presentato dal Ministero della Giustizia contro il boss del clan di Marcianise detenuto al carcere duro.
Il Ministero aveva presentato ricorso contro il provvedimento del tribunale di Sorveglianza di Sassari che aveva "aumentato" il periodo di uscita dalla cella del capoclan, in particolare relativamente all'ora di socialità.
"La permanenza del detenuto all'aria aperta - si legge nelle motivazioni della Cassazione rese note pochi giorni fa - risponde ad esigenze igienico-sanitarie, mentre lo svolgimento delle attività in comune in ambito detentivo è valorizzata nell'ottica di una tendenziale funzione rieducativa della pena, che non può essere del tutto pretermessa neppure di fronte ai detenuti connotati da allarmante pericolosità sociale, come appunto quelli sottoposti al regime differenziato di cui all'art. 41bis".
statoquotidiano.it, 10 giugno 2019
Detenuti protagonisti con spettacolo teatrale, declamazione di poesie ed esibizioni musicali. In Via delle Casermette, momento toccante con le famiglie. Una giornata all'insegna degli affetti e del talento. Giovedì scorso il Cpia1, il Centro di Istruzione Provinciale per Adulti di Foggia, ha concluso le attività scolastiche nelle Case Circondariali di Foggia e Lucera con due importanti appuntamenti, che hanno visto la collaborazione dell'Area Comunicazione del Csv Foggia.
In Via delle Casermette, alla presenza della responsabile dell'Area Educativa Giovanna Valentini, la dirigente del Cpia1 Antonia Cavallone ha ringraziato "i docenti che quotidianamente si impegnano oltre le sbarre in progetti didattici e non solo, tracciando percorsi che contribuiscono a valorizzare l'aspetto emotivo dei ristretti".
Per l'occasione, gli alunni del primo e del secondo ciclo didattico hanno potuto abbracciare i propri cari, cui hanno dedicato storie e poesie e alcuni brani musicali, diretti dal maestro di musica, Sergio Picucci. Hanno poi condiviso con i presenti un banchetto da loro allestito, ricreando un momento di intimità familiare.
"Speriamo che tali iniziative che valorizzano l'affettività, con la collaborazione preziosa della Direzione, dell'Area Educativa e della polizia penitenziaria - sottolinea il docente e volontario Luigi Talienti - possano anche aumentare la sensibilità della cittadinanza a determinate tematiche. Per noi volontari, che ci mettiamo il cuore, è importante che possa realizzarsi appieno il principio riabilitativo della pena. È stato emozionante vedere le famiglie riunite in una mattinata in cui le sbarre sembravano meno vicine: l'atmosfera intima e la serenità hanno riscaldato i cuori dei presenti. L'istruzione in carcere non può nutrirsi solo di libri e interrogazioni: questi momenti sono fondamentali".
Grandi emozioni ha regalato anche l'iniziativa organizzata nel carcere di Lucera, dove gli alunni ristretti hanno portato in scena lo spettacolo di "teatro delle ombre", rielaborazione scenica del testo "Il gabbiano Jonathan Livingston" di Richard Bach sotto la guida del docente Alfonso Rainone. Tra gli applausi dei presenti, altri detenuti si sono poi esibiti in canti con Sergio Picucci. Al termine della manifestazione hanno ringraziato il direttore Valentina Meo Evoli, il funzionario pedagogico Cinzia Conte, il Comandante Daniela Raffaella Occhionero e tutta la polizia penitenziaria, la Dirigente Cavallone e i docenti del Cpia1, donando alcuni manufatti da loro realizzati.
veronasettegiorni.it, 10 giugno 2019
Un progetto che rientra nel percorso di "Cittadinanza e costituzione" ha consentito loro di scoprire la realtà del penitenziario ed entrare in contatto con i sentimenti dei detenuti. Porte che si aprono invece di chiudersi. Sembra una banalità ma in un luogo come il carcere non è un gesto così scontato. Ecco perché il progetto dell'Istituto Tecnico Industriale "Guglielmo Marconi" di Verona ha una valenza così alta: perché ha permesso da un lato agli studenti di prendere contatto con una realtà quasi impenetrabile e troppo poco conosciuta da chi si trova al di fuori, dall'altra ha consentito ai carcerati di far sentire la loro voce e sentire che vi è speranza dopo la pena.
La visita, voluta dal prof. Gaetano Scognamiglio e che rientra nel progetto "Io nel mondo", è avvenuta lo scorso giovedì, 6 giugno, ed ha visto come protagonisti gli studenti di una classe quinta dell'istituto veronese. I giovani, che precedentemente avevano fatto un percorso con la dott.ssa Lucia Marchesini, sono stati accompagnati all'interno del carcere da due detenuti che li hanno guidati all'interno dei vari "bracci" del penitenziario, dove i detenuti sono divisi per tipologia di reati ma anche per provenienza etnica e fede religiosa, facendo capire quanto sia complessa la convivenza e l'integrazione in un luogo come quello. I detenuti hanno spiegato come funziona la vita del carcere e quanto sia lungo e difficoltoso il percorso del reinserimento nella vita di tutti i giorni; proprio per questo esistono alcuni progetti, che vedono coinvolte anche delle cooperative, che mirano a fornire delle competenze nel mondo lavorativo a queste persone.
La seconda parte della visita è stata quella più emozionante, perché i detenuti si sono messi a disposizione degli studenti per soddisfare la loro curiosità, raccontare il loro passato ed esternare le proprie emozioni. Così è emerso che è la paura il sentimento più diffuso, perché dopo un percorso riabilitativo che ha fatto cambiare loro ideali e valori e gli ha fatto ripensare a tutti gli errori commessi, ora li attende la scarcerazione e il ritorno alla libertà.
Questo vuol dire cercare un mestiere e ottenere la fiducia delle persone, e quindi abbattere il muro del pregiudizio e della diffidenza. Gli studenti hanno terminato l'intensa giornata con il pranzo nel ristorante "inGalera" che, seppur ubicato tra le mura del carcere, in realtà è aperto a tutti e dove all'interno lavorano alcuni detenuti. Questa bella esperienza, che rientra a pieno titolo nel percorso di "Cittadinanza e costituzione", è stata poi descritta da ognuno degli studenti in una relazione inviata ai responsabili del carcere.
di don Maro Pozza
Il Mattino di Padova, 10 giugno 2019
Sono arrivati da tante parti d'Italia raccogliendo una proposta lanciata dalla parrocchia del carcere e dalla Difesa del Popolo. Il ferro è rigido: "Santo Spirito, piega ciò che è rigido». Il cemento è gelato: "Scalda ciò che è gelido».
Le storie, dietro quelle mura, son state deformate dal male: "Drizza ciò che è sviato». Il carcere, nell'urbanistica di una città, staziona ai margini, chi sbaglia è mandato a soffrire fuori dalle mura: somiglia più ad un parcheggio incustodito che ad un paese cordiale, il male ha un'altezzosità tale da spaventare i passanti.
A sentire la massa parlante, tutti dicono di conoscere così bene quel posto da giurare che quelli meritano di marcire là: certi cervelli sono così pigri da prendere in affitto pensieri già pensati, aggrappandosi come ostriche al primo affittavolo di turno.
Altri accettano la sfida: la vita è un incontro di scherma, è importante sentire la lama. Se non s'allena, il cervello s'atrofizza. Quasi centocinquanta persone ieri, giusto nel giorno della Pentecoste, han varcato le sbarre del carcere "Due Palazzi" di Padova. L'occasione era ghiotta: siccome son tutti d'accordo a giurare, in teoria, che "Dio-è-amore", entriamo per vederlo all'opera, guerreggiando con la Grazia di Dio, che a guardarla da fuori non è sempre comprensibile.
Sono arrivati da tante parti dell'Italia, raccogliendo una proposta ideata dalla parrocchia del carcere, alla Direzione e al giornale La Difesa del Popolo: un'intera domenica - quella dello Spirito Santo - da passare fianco a fianco con persone detenute. I racconti in viva voce, il Pane spezzato, il pasto condiviso: "Passo da vent'anni qui davanti - dice un ospite all'ingresso: mi ha sempre fatto venire il vomito. Oggi mi sono detto: vado a vedere chi c'è là dentro».
Eh già: la teoria verrà abbandonata se produce più oscurità che luce. I pass, le sbarre, i cancelli. Gli agenti di polizia, il direttore, i volontari. Il ferro rumoroso, il cemento grigio, il garrito dei gabbiani. Entrano a passi lenti: più che entrare, scendono nel sottoscala buio della società, per visitare gli inferi. Poi, d'improvviso, li han davanti, faccia a faccia: "Ero una bestia, facevo sanguinare anche la mia ombra.
Sono rimasto intrappolato nella mia libertà»: è una delle persone detenute a parlare. Gli sguardi, nell'auditorium, sono tutti fissati su quei volti-da-galera: "Mi impressiona la dignità con cui questi dicono la verità dei loro sbagli - ammette uno mentre gusta la bontà genuina del pranzo cucinato dalla cooperativa Work Crossing - spiegano i fatti senza vergogna.
Gliel'ho detto: "Il mio rispetto per te oggi è cresciuto». A parlare è tutta gente che ha scaricato inferni di piombo. Poi, dentro, l'agguato esile di un incontro: con l'uomo, con il bene, con se stessi: "In carcere ho incontrato me stesso. Ho scoperto di valere assai». Prima il suo unico linguaggio era la provocazione. Ora non più, o molto poco: d'altronde prima che ti capiti, non puoi mai sapere come reagirai. A messa s'invoca lo Spirito: "Vieni, scendi».
Piega, scalda, drizza (Amen). Poi, "buon appetito! ": seduti tutti assieme a tavola, a dilungarsi nei racconti. Si è innescata una trasfusione di storie, la realtà ha battuto il sospetto dieci a zero.
Finito tutto, i più escono, gli altri restano: i peccati van saldati fino all'ultimo. Sul portone uno s'avvicina: "Sono sottosopra: ho capito di vivere molto più vicino al carcere di quello che immaginavo». È poco? Ognuno, poi, è rincasato.
Fare-pentecoste, ieri, è stato accettare di fare un trasloco in carcere per poi mettere a fuoco meglio la vita fuori. E imbarazzarsi nel noleggiare pensieri già pensati. Dentro o fuori poco cambia: non uccide il peccato, ma la disperazione.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2019
Cassazione – Sezione III penale - Sentenza 12 aprile 2019 n. 16056. In tema di esigenze cautelari è previsto che il pericolo che l'imputato commetta altri delitti deve essere non solo concreto, ma anche attuale; ne deriva che non è più sufficiente ritenere - in termini di certezza o di alta probabilità - che l'imputato torni a delinquere qualora se ne presenti l'occasione, ma è anche necessario, anzitutto, prevedere - negli stessi termini di certezza o di alta probabilità - che all'imputato si presenti effettivamente un'occasione per compiere ulteriori delitti. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 16056/2019.
Il requisito dell'attualità del pericolo di reiterazione del reato, dunque, presuppone la riconosciuta esistenza di occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati, che può però essere apprezzata anche sulla base delle modalità della condotta concretamente tenuta, della personalità dell'indagato, del contesto entro il quale i fatti si sono svolti, nonché su altri elementi obiettivi che consentano la formulazione del giudizio prognostico richiesto, che resta necessariamente tale.
Si tratta di affermazione ampiamente convincente in tema di ricostruzione del pericolo di recidiva, alla luce del novum normativo di cui alla legge 16 aprile 2015 n. 47, laddove si richiede che il pericolo che l'imputato commetta altri delitti deve essere non solo concreto, ma anche attuale. In effetti, secondo la lettura più corretta, "l'attualità" dell'esigenza cautelare non costituisce un predicato della sua "concretezza".
Si tratta, infatti, di concetti distinti, legati l'uno (la concretezza) alla capacità a delinquere del reo, l'altro (l'attualità) alla presenza di occasioni prossime al reato, la cui sussistenza, anche se desumibile dai medesimi indici rivelatori (specifiche modalità e circostanze del fatto e personalità dell'indagato o imputato), deve essere autonomamente e separatamente valutata, non risolvendosi il giudizio di concretezza in quella di attualità e viceversa (efficacemente, sezione III, 18 dicembre 2015, Gattuso; nonché, autorevolmente, sezioni Unite, 28 aprile 2016, Lovisi).
Detto altrimenti, deve riconoscersi un significato innovativo nelle modifiche introdotte dalla legge 16 aprile 2015 n. 47, attribuendosi un diverso significato ai parametri della "concretezza" e della "attualità" delle esigenze di cautela.
Con la conseguenza che, per ritenere "attuale" il pericolo "concreto" di reiterazione del reato, non è più sufficiente ipotizzare che la persona sottoposta alle indagini/imputata, presentandosene l'occasione, sicuramente (o con elevato grado di probabilità) continuerà a delinquere e/o a commettere gravi reati (in ciò consistendo la "concretezza" del rischio di recidiva), ma è necessario ipotizzare anche la certezza o comunque l'elevata probabilità che l'occasione del delitto si verificherà.
Pertanto, il giudizio prognostico non può più fondarsi sul seguente schema logico: "se si presenta l'occasione sicuramente o molto probabilmente, la persona sottoposta alle indagini/imputata reitererà il delitto», ma dovrà seguire la seguente, diversa impostazione: "siccome è certo o comunque altamente probabile che si presenterà l'occasione del delitto, altrettanto certamente o comunque con elevato grado di probabilità la persona sottoposta alle indagini/imputata tornerà a delinquere» (cfr. sezione III, 19 maggio 2015, Sancimino).
In altri termini, se la concretezza significa esistenza di elementi "concreti" (cioè non meramente congetturali) sulla cui base possa argomentarsi il rischio cautelare, il requisito dell'attualità impone un ulteriore sforzo motivazionale, risultando necessario che il rischio cautelare si basi su riconosciute "occasioni prossime favorevoli», accreditanti, per quanto interessa, il rischio della reiterazione del reato.
Qui la Corte opportunamente precisa che l'apprezzamento - nei termini suesposti - del parametro della "attualità" del rischio di recidiva può essere effettuato (e non potrebbe essere altrimenti) anche sulla base delle modalità della condotta concretamente tenuta, della personalità dell'indagato, del contesto entro il quale i fatti si sono svolti, nonché su altri elementi obiettivi che consentano la formulazione del giudizio prognostico richiesto, che resta necessariamente tale (cfr. in termini sezione IV, 23 maggio 2018, Storlazzi, nonché sezione IV, 5 giugno 2018, Fall Baye, dove si è precisato consegue che il giudizio sull'"attualità" non richiede la previsione di una specifica occasione per delinquere - che esula dalle facoltà del giudice - ma una valutazione prognostica fondata su elementi concreti, desunti sia dall'analisi della personalità dell'indagato - valutabile anche attraverso le modalità del fatto per cui si procede-, sia dall'esame delle concrete condizioni di vita di quest'ultimo, tale da indurre a ritenere "probabile" una ricaduta nel delitto "prossima", anche se non specificamente individuata).
recensione di Carmelo Caruso
Il Giornale, 10 giugno 2019
Si tratta di un libro che potrebbe diventare presto neologismo d'epoca, l'autobiografia di questo esperimento di governo. È infatti il primo tentativo scientifico, compiuto da un giurista, di dare un nome al programma giudiziario del M5s e della Lega. Ennio Amodio quel nome lo ha trovato ed è "populismo penale».
L'autore è un professore emerito di procedura penale all'università di Milano e ha scritto sempre di materie giuridiche, dunque se ha avvertito il bisogno di occuparsi di attualità è solo perché ne ha afferrato la novità o forse la gravità. A pubblicarlo è la casa editrice Donzelli. Il titolo del libro è A furor di popolo. La giustizia vendicativa gialloverde e arriverà in libreria il 20 giugno.
Per Amodio lo scenario penale che si presenta oggi è un vero inedito italiano, "una regressione a modelli di penalità premoderni», perché "si concepisce la sanzione penale come uno strumento di collera e di ritorsione». La giustizia, insomma, come vendetta. L'idea che anima questo governo secondo il professore non è altro che quella del carcere come "medicina sociale» e della difesa legittima ma, attenzione, da intendere come gogna pubblica e furore.
È così che si sta rendendo possibile l'impossibile ovvero far sposare un partito che è a favore della difesa privata (la Lega) e che quindi diffida del potere di difesa da parte dello Stato, con un altro (il M5s) che è invece il più tenace sostenitore della repressione di Stato.
Da qui, la legge rinominata "spazza-corrotti» che l'autore definisce il trionfo dell'estremismo punitivo, il falò di tutte le conquiste illuministe. È la stessa galera che subito dopo il crollo del ponte di Genova, il premier Giuseppe Conte, un professore di diritto (ma quale?), invocò per i vertici di Autostrade. Non chiese un processo regolare ma un plotone.
Come spiega Amodio, con le nuove norme emanate da questo governo, la galera è stata estesa anche per reati contro la pubblica amministrazione, reati dove è possibile applicare regimi alternativi. La ragione, e torna la vendetta, è quasi sadica: infliggere "un assaggio di carcere». Per comporre questa analisi, Amodio è andato a riprendersi il contratto di governo e soprattutto il paragrafo dove si discute di "certezza della pena» prima di giungere alla conclusione che per M5s e Lega l'unica certezza "è quella di colpevolezza».
Per il governo gialloverde anche reati come atti osceni in luogo pubblico e ingiuria andrebbero puniti con pene inflessibili: carcere! Una vera e propria passione per i penitenziari, anzi, una vera e propria "ossessione della penalità».
Tra le ossessioni c'è naturalmente la prescrizione fatta passare come una scappatoia per i delinquenti. Riformata e allungata, ma senza accorciare la durata dei processi, l'autore dimostra anche la scarsa conoscenza dei fenomeni giudiziari. La prescrizione, modificata dal governo, scatta infatti dopo la sentenza di primo grado ma è nella fase dibattimentale, che la precede, che molti reati si prescrivono. Come dire: inasprire sì, ma ciecamente.
In questo nuovo e speciale codice penale, per Amodio, c'è una "litania del dolore» e l'orizzonte promesso non è altro che "una carcerazione di massa». Nel libro manca invece una riflessione che sembra opportuno riportare. È quella sulla Giustizia del ministro Alfonso Bonafede. In un convegno, Bonafede spiegò quale fosse la sua idea di giustizia: "Il percorso della giustizia inizia con le indagini, prosegue nel processo e si conclude con la condanna. Fine». A volte, e speriamo che in questo paese possa accadere ancora, si può concludere anche con l'assoluzione.
- Trani (Bat): partita di calcio tra dipendenti della Asl Bt e i detenuti
- Repressione a Khartoum. Quel sogno rubato ai sudanesi
- Russia. Prima vittoria dei sit-in a Mosca per il reporter anti corruzione
- Hong Kong. Un milione in piazza contro l'ingerenza cinese
- I giudici costituzionali alla scoperta delle carceri









