di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 9 giugno 2019
Mobilitazione sulla chat interna dell'Anm dopo l'allontanamento del pm della Dna per un'intervista. Un altro caso spinoso per il Consiglio superiore. "In mezzo a questa bufera cerchiamo di non disperderci e difendere chi lo merita", ha scritto un giovane giudice che lavora nel civile. Un appello per Nino Di Matteo, il pm della procura nazionale antimafia espulso dal pool d'indagine sulle stragi per un'intervista.
"Il Csm e l'Associazione nazionale magistrati prendano posizione", ha scritto un altro giudice. Sulla mailing list dell'Anm sono già novanta i messaggi di magistrati che esprimono solidarietà al pubblico ministero palermitano del processo "Trattativa Stato-mafia" dal 2017 passato alla Dna: due settimane fa, il suo capo, il procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho ha deciso di estrometterlo dal nuovo pool d'indagine sulle "stragi e le entità esterne nei delitti eccellenti" contestandogli l'intervista rilasciata ad Andrea Purgatori nel programma Atlantide, su La 7. Un'intervista in cui Di Matteo avanzava il sospetto di presenze esterne sul teatro della strage Falcone.
"Ha anticipato temi di indagine", è l'accusa di Cafiero De Raho. "Ha tradito la fiducia del suo gruppo di lavoro e delle procure distrettuali impegnate nelle inchieste". Di Matteo si difende ribadendo di aver parlato di questioni note da anni: il ritrovamento, accanto al cratere di Capaci, di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti, e poi anche di un guanto con un Dna femminile. In Tv, il magistrato ha ricordato pure la scomparsa del diario di Falcone da un computer del ministero della Giustizia e ha ribadito l'ipotesi che alcuni appartenenti a Gladio abbiano avuto un ruolo nella fase esecutiva della strage del 23 maggio 1992. "Questioni note da anni".
Di Matteo ha inviato le sue osservazioni al Csm, che De Raho ha investito della questione, anche se il provvedimento di revoca dal pool è già esecutivo. E nei giorni scorsi, una pratica è stata aperta dalla settima commissione dell'organo di autogoverno della magistratura, che può confermare o revocare l'espulsione. A Palazzo dei Marescialli è un altro caso che divide.
Il gruppo di Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita - Autonomia e Indipendenza - ha preso posizione: "La revoca dell'assegnazione di Di Matteo al pool, in mancanza di chiare informazioni sui motivi, rischia di essere percepita come la delegittimazione di un magistrato esposto a gravissimi pericoli".
La protesta corre anche sul web: sono 60 mila le adesioni all'appello lanciato dalla rivista Antimafia Duemila in sostegno di Nino Di Matteo. Un'altra lettera aperta alle istituzioni è stata promossa da Wikimafia, l'enciclopedia sul crimine organizzato: in pochi giorni, 6.000 adesioni. Ma è la mobilitazione dei magistrati a diventare un caso.
A Catania, un documento di solidarietà è stato sottoscritto da tutti i pm della Direzione distrettuale antimafia, con cui Di Matteo lavora da quando è arrivato alla Dna, occupandosi dei risvolti nazionali delle indagini che nascono nella Sicilia orientale. "Pur non ritenendo opportuna una valutazione del merito - hanno scritto i magistrati - ribadiamo la stima e l'ammirazione per la dedizione con la quale Di Matteo svolge la sua attività di coordinamento nel distretto di Catania, e per i sacrifici umani e professionali affrontati".
Un altro magistrato dell'Anm è stato ancora più diretto: "Di Matteo, con l'equilibrio e il rispetto del proprio ruolo istituzionale, ha rinfrescato la memoria collettiva su ciò che già è scritto nelle sentenze. Ed è stato defenestrato". Un altro messaggio ancora: "Chi tace si assume la responsabilità di isolare un magistrato in grave pericolo, ben sapendo cosa questo atteggiamento ha portato in passato". Per il Csm, già lacerato dalle polemiche, si annuncia un altro dibattito animato. A Palazzo dei Marescialli c'è chi ricorda di quando fu Paolo Borsellino a finire sotto inchiesta al Csm per un'intervista. Era il 1988.
di Emanuele Maffi
piacenzaonline.info, 9 giugno 2019
Lo spettacolo messo in scena nella cappella delle Novate è stato voluto dall'associazione "Oltre il Muro" e diretto da Mino Manni. Sulla rieducazione della pena ci sono pagine e pagine di letteratura. Cominciò tal Cesare Beccaria nel 1764 con un breve saggio dal titolo Dei delitti e delle pene, nel quale l'autore milanese cominciò ad interrogarsi circa l'accertamento dei delitti e delle pene allora in uso, per proseguire poco meno di 200 anni dopo con la Costituzione italiana, che all'art. 27 comma 3 recita proprio che "le pene devono tendere alla rieducazione del condannato".
Sulle modalità di questa rieducazione il carcere di Piacenza, da poco passato in mano alla "gestione" della direttrice Maria Gabriella Lusi, intende dare una risposta attraverso l'arte e la creatività, in modo che l'orizzonte dei detenuti vada oltre le quattro mura grigie della casa circondariale.
Da qui l'idea di realizzare uno spettacolo teatrale da parte dell'associazione "Oltre il Muro", con la collaborazione vitale di un regista affermato a livello teatrale come Mino Manni. 13 incontri laboratoriali iniziati a marzo e conclusi con la messa in scena di "Giulio Cesare" di William Shakespeare, andato in scena questa mattina nella cappella delle Novate. Ogni detenuto si è cimentato ad interpretare grandi personaggi della storia (Cesare, Bruto, Cassio, Antonio, Ottaviano, Decio, Casca) calandosi in diverse realtà esistenziali, sia positive che negative, sperimentando le contraddizioni dell'animo umano, con la possibilità di riscatto finale.
"Il teatro rappresenta disciplina, conoscenza di sé e degli altri - sottolinea la direttrice Lusi - e attraverso la regia di Mino Manni c'è stata la possibilità di raccontare una storia, ma anche le proprie storie. Il teatro è anche questo, capacità di raccontarsi, arricchendo il personaggio da interpretare. Trovo bellissimo che i detenuti si siano lasciati andare in questo avvolgente percorso".
Il testo di Shakespeare è stato definito "fortemente stimolante" dal regista Mino Manni. "Parla del mistero dell'uomo, del fatto che l'uomo è fallibile, che può fare degli errori e che nonostante questo può recuperare, vedere una luce in fondo al tunnel. Perché tutti noi possiamo fare delle cose di cui possiamo pentirci. Non bisogna vergognarsene, bisogna parlare". "Abbiamo fatto tutto questo senza giudizio - continua Manni - perché Shakespeare è un autore che non giudica mai, proprio perché l'uomo è un mistero".
di Carlo Rovelli
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Il fenomeno, ovviamente, genera problemi ma irrisori rispetto alla stagnazione economica, alla mancanza di lavoro, alle disparità sociali, alle mafie sanguinarie. Nella furia della polemica, la politica della Lega, ora primo partito d'Italia, viene più volte tacciata di "fascismo". Per una parte considerevole del nostro Paese, "fascista" è il peggior insulto politico. Per un'altra, non so quanto estesa, evoca quasi nostalgia, se non vanto.
Talvolta i leader della Lega hanno strizzato l'occhio a quest'altra parte, con linguaggio o piccole azioni più o meno simboliche. Ma ci sono davvero somiglianze fra l'attuale politica della Lega e la politica dei partiti fascisti degli anni Trenta, in Italia, Germania e Spagna? Ce n'è una importante. Riconoscerla può essere indicazione utile per chi si oppone alla politica della Lega: la risposta attuale a questo aspetto della politica leghista, infatti, è forse nobile, ma mi sembra politicamente inefficace.
Mi riferisco alla strategia politica che fa di una questione marginale il centro del discorso politico, addita un gruppo minoritario come problema centrale, ingigantisce i problemi che questo gruppo solleva, ne fa il capro espiatorio per le difficoltà del Paese, e raccoglie consenso convogliando rabbia e paura contro di esso. Questo, che è quello che la Lega fa con l'immigrazione clandestina, è stata strategia caratteristica dei partiti fascisti, sfruttata con particolare efficacia dal nazional-socialismo tedesco.
Ovviamente non c'è nulla nella Lega attuale che possa essere paragonato neppure lontanamente all'orrore assoluto del successivo genocidio ebraico. L'idea di un simile paragone sarebbe ridicola. Ma esiste una somiglianza fra l'uso politico del problema ebraico in Germania negli anni Trenta e l'uso politico del problema immigrazione clandestina nell'Italia (e in altri Paesi) oggi. È utile sottolineare questa somiglianza, non per dare argomenti a sterili rituali d'insulto, ma per riflettere sulla strategia di risposta a questa politica.
Vediamo dunque quale sia e fin dove arrivi la somiglianza. All'inizio degli anni Trenta, sconfitta militare, sanzioni economiche, e lo sconvolgimento sociale seguito alla rapida industrializzazione, avevano gettato parte della popolazione tedesca nella miseria. In quel frangente difficile, è emersa una forza politica capace di fare leva su scontento e disorientamento e trasformarli in consenso. Uno strumento di questo successo è stata la costruzione di un'illusione, un capro espiatorio contro cui convogliare paura e rabbia generate dalle difficoltà: la figura immaginaria del perfido ebreo.
Una martellante propaganda è sorprendentemente riuscita a convincere un intero popolo, peraltro colto, che la colpa del disagio fossero gli ebrei. Le difficoltà della Germania non avevano nulla a che vedere con la presenza di ebrei nel Paese; ma la propaganda ha incantato la gente, e tanti si sono convinti che l'ebreo fosse il problema del giorno. Alcuni strati ricchi della società tedesca, non scontenti che masse in miseria dirigessero il risentimento contro il perfido ebreo anziché contro i privilegi, hanno discretamente appoggiato il partito nazional-socialista.
In Italia non c'è la fame della Germania del Trenta. Ma la lunga crisi economica ha soffocato speranze di futuro migliore. L'aumento delle disparità economiche, seguito come altrove nel mondo al crollo del sistema sovietico e alla fine dell'effetto di freno alle diseguaglianze sociali che aveva avuto in Occidente la paura del comunismo, ha creato disagio e scontento. L'incertezza ideologica delle sinistre, spostate su posizioni sempre più conservatrici, ha aumentato il disorientamento politico. In questo frangente difficile è emersa una forza politica che riesce a fare leva sullo scontento trasformandolo in consenso.
Uno strumento di questo successo politico è la creazione di un'illusione, un capro espiatorio immaginario contro cui convogliare rabbia e timori: lo sporco immigrato illegale, che toglie ricchezza agli italiani, crea insicurezza e mette in crisi la nostra civiltà. Una martellante propaganda contro l'immigrato, un ingigantimento mediatico dei piccoli problemi creati dall'immigrazione, stanno incredibilmente riuscendo a convincere un intero popolo, peraltro colto, che la colpa delle difficoltà del Paese siano gli immigrati.
Le attuali difficoltà economiche e sociali dell'Italia non hanno nulla a che vedere con la presenza di immigrati, clandestini o meno. L'effetto generale dell'immigrazione sull'economia, se lo si vuole misurare, è più positivo che negativo. I reati non sono aumentati in Italia, anzi, sono diminuiti. Ma la propaganda incanta, e tanti si sono fatti abbindolare e si sono convinti che il problema dell'Italia sia l'immigrazione.
Alcuni strati ricchi della società italiana, non scontenti che le masse dirigano il risentimento contro lo sporco immigrato anziché contro i privilegi, discretamente appoggiano la Lega. Che gentilmente ricambia proponendo di diminuire le tasse soprattutto ai più ricchi: le tasse con cui si devono pagare i servizi sociali per tutti.
Problemi generati dall'immigrazione esistono, ovviamente, ma sono irrisori rispetto a questioni serie come la persistente stagnazione economica, la mancanza di lavoro, le crescenti disparità sociali, le italianissime mafie sanguinarie, corruzione, evasione fiscale, e diffusa illegalità. Sono ancor più irrisori rispetto a rischi globali come quelli ambientali e di guerre. Eppure la propaganda di televisioni e giornali di destra martella su ogni minima difficoltà generata dall'immigrazione, ne fa esempi paradigmatici, li mette al centro del discorso politico. Un abile gioco di prestigio ha convinto gli italiani che se hanno meno soldi in tasca è irrilevante - per esempio - il fatto che la ricchezza del mondo si concentri nelle mani di pochi Paperoni: è perché un po' di nullatenenti sono venuti d'oltremare a rubarci il pane. Il partito che gioca questo perfido gioco di specchi diventa il primo partito del Paese.
L'opposizione a questa destra risponde soprattutto facendo leva su commozione, simpatia e indignazione per le sofferenze dei profughi. Condivido commozione, simpatia e indignazione; ma questa non è la risposta politica efficace. È una risposta che contribuisce a ingigantire il problema, e quindi al successo della politica della destra: si polarizza la discussione, spaventando ulteriormente quei molti nostri concittadini che si sono già fatti convincere che sia in atto un'invasione. La risposta efficace, mi sembra, è l'opposta: smontare il castello di specchi creato dalle ridicole grida "al lupo al lupo l'invasione", riportando la questione immigrazione all'irrilevanza che le è propria.
Mio padre era persona dolce e intelligente. A oltre novant'anni, viveva serenamente. Una badante lo accudiva con affetto. In una delle mie ultime visite, l'ho trovato inquieto. Gli avevano detto che l'autobus che prendeva la badante era pieno di sporchi e puzzolenti neri portatori di orrende malattie, che lo mettevano in pericolo per contagio indiretto. Nonostante la sua intelligenza e cultura, era ansioso per questo pericolo immaginario e assurdo, di cui però tutti parlano nella sua città. Uomo nero, sporcizia, contagio. Oscuri spettri, paure, avevano trovato dove materializzarsi: il nero portatore di contagio.
Come la maggioranza del Paese, papà gli immigrati li incrociava appena, ma la pestilenziale paranoia collettiva generata dalla propaganda leghista era arrivata alla sua serena vecchiaia. "Ci invadono, corrodono i fondamenti della civiltà, distruggeranno tutto, sono terroristi, stupratori; chiudiamo le porte, barrichiamoci, salviamoci, teniamoli fuori. Votate me e vi salverò dal male che invade".
La sola rilevanza della questione dell'immigrazione è il vantaggio politico che ne stanno traendo Lega e altri partiti di estrema destra in Europa. Trasformare questo problema nel problema centrale è imbambolare i nostri concittadini. Questa, mi sembra es-sere la risposta efficace alla creazione ad arte di un falso problema: mostrare quanto le paure siano ridicole, quanto siano strumentali.
Non siamo ridicoli: la nostra civiltà non è in pericolo per l'arrivo di qualche straniero. I soldi che scarseggiano dalle tasche degli italiani non finiscono nelle tasche di poveracci immigrati: sono magari nelle tasche capienti di famiglie spudoratamente ricche. Convogliare rabbia contro il capro espiatorio immaginario di un invasore è prendere in giro la gente, per interessi di parte. Il messaggio della sinistra, mi pare, dovrebbe essere questo: non fatevi prendere in giro.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 9 giugno 2019
Questo giornale ha pubblicato ieri i risultati di uno studio promosso dall'Associazione Amici della Luiss sul modo in cui i network e le nuove tecnologie possono influenzare le scelte politiche e sociali degli individui, condizionandole od orientandole verso risultati desiderati.
Il nostro editore, Francesco Gaetano Caltagirone, ne ha tratto una stimolante riflessione, ricordando i rischi di questa singolare forma di democrazia diretta. Un tempo - ha scritto - questa manipolazione era operata dalla religione, al punto da imporre l'abiura a Galileo; poi è diventata strumento delle ideologie, fino a svilirsi nel marketing con la creazione di bisogni indotti da un'insinuante persuasione.
Ora è una tecnica di comunicazione telematica, che mira all'accreditamento di gradimenti istantanei svincolati dalla conoscenze e dalla riflessione. Ne è vittima il nostro intero sistema democratico, che dovrebbe reggersi sulla selezione dei rappresentanti del popolo incaricati di comporre i diversi interessi limitando i conflitti sociali.
Aggiungo qualche mia considerazione supplementare sugli effetti perversi dell'irruzione di questa interferenza telematica nella formazione del sentire collettivo: effetti forse non previsti come spesso accade quando la tecnologia, che corre più veloce del buon senso, provoca disastri contro le intenzioni dell'inventore. Come diceva Schiller, la pietra lanciata dall'uomo appartiene al diavolo, e non sai dove andrà a cadere.
Questa nuova forma di persuasione è in effetti più pericolosa delle precedenti. Quando, ad esempio, la Chiesa imponeva a Galileo di rinnegare l'eliocentrismo, si esponeva alla smentita dell'osservazione scientifica, e allo stesso tempo sollecitava le menti libere a continuare la ricerca, con il risultato di smascherare gli errori dell'inquisitore. Le ideologie, di converso, trovavano la compensazione in quelle antagoniste, lasciando così al cittadino l'opzione preferita. Quanto alla "persuasione occulta" evocata da Marcuse come il mostro dell'economia di mercato, essa era inserita nella libera concorrenza, che attraverso messaggi uguali e contrari ne annullava di fatto l'efficacia.
Non era insomma necessario aver letto Popper - che di queste strambe teorie aveva fatto piazza pulita - per capire che si trattava di condizionamenti tutto sommato velleitari ed innocui. Infatti, per quanto almeno riguardava la politica, per cinquant'anni il nostro sistema è stato ingessato da orientamenti elettorali stabili e persino prevedibili. Oggi, con l'intervento dei "like" e dei loro derivati, questa captazione del consenso è precipitata nel buco nero delle pulsioni emotive, e quello che un tempo era il magistero autoritario ed arcigno della Chiesa o del partito è diventato veicolo di ricezione acritica di slogan e di luoghi comuni.
Ma questa è solo una prima conseguenza, e nemmeno la più grave. Perché questa invasività capillare e progressiva provoca una sorta di investitura etica che attribuisce al destinatario del gradimento il potere di distinguere il vero dal falso, il buono dal cattivo, il giusto dall'ingiusto, l'utile dal dannoso. Il voto espresso dall'utente con un semplice "like" diventa così lo strumento illusorio di un potere che di fatto è già stato acquisito ed esercitato da chi lo ha stimolato a quella reazione. Quando infatti il quesito è formulato in un certo modo, la risposta è la mera certificazione sacrificale di un'abdicazione. Mussolini era maestro nel porre queste domande retoriche, ma lì almeno c'era una dittatura.
Ora la narcosi delle coscienze è subdolamente contrabbandata come espressione della rousseauiana volontà generale. Infine, l'aspetto più propriamente politico. Se queste risposte dei social sono - come tutti i frutti di suggestioni enfatiche - volatili ed effimere, i loro risultati sono al contrario permanenti e duraturi. Da esse ormai rischiano di dipendere le approvazioni di leggi, le edittazioni estromissive di ministri e di candidati, la formazione del bilancio e forse un domani la tenuta del governo o della legislatura.
Così, la partecipazione incontrollata e massiccia della cosiddetta democrazia diretta, unita all'esaltazione isterica dell'emotività capricciosa, rischia di provocare conseguenze stabili e funeste, che gli stessi autori magari proveranno successivamente a rimediare con altrettanti espedienti retorici uguali e contrari. Ed è questo l'incubo di chi abbia a cuore la sorte della nostra democrazia. Non lo spettro di un'inesistente svolta autoritaria o addirittura fascista, ma l'isolamento in un lazzaretto politico delle menti competenti e capaci, e, aggiungiamo noi, l'irruzione caotica del dilettantismo e dell'arroganza.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Negli ultimi due decenni lo sviluppo economico è stato impressionante, eppure 60 milioni di bambini africani non mangiano abbastanza. Da vecchio, Nelson Mandela amava parlare con i bambini (in 27 anni di carcere ne aveva visti pochi). Per loro aveva una domanda ricorrente: "Che cosa hai mangiato a colazione?". Oggi 60 milioni di bambini africani potrebbero rispondere in coro: "Non abbastanza". È come se gli italiani, dal primo all'ultimo, facessero la fame.
Uno studio recente dell'autorevole Acpf (African Child Policy Forum) segnala che 9 bambini su 10 in Africa non raggiungono il minimo di calorie previsto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Due su cinque non mangiano regolarmente. Uno su tre soffre di stunting (arresto della crescita). Questo comporta anche una perdita economica per la società (chi non mangia lavora meno), pari al 17% del Pil. "La fame nel mondo è in calo, ma in alcune parti dell'Africa aumenta" denuncia Graça Machel, la vedova di Mandela che fa parte dell'organizzazione. "Tra il 2014 e il 2017, ben 44 milioni di persone si sono aggiunte alla schiera dei denutriti, e in maggioranza sono bambini".
Machel punta il dito sui governanti. "Negli ultimi due decenni la crescita economica è stata impressionante, ma ha avuto un impatto minimo sulla malnutrizione infantile". L'ex First Lady sudafricana fa l'esempio del Kenya: "Il Pil sale del 2%, e lo stunting aumenta del 2,5%". Crescita e decrescita. Mentre l'economia si irrobustisce, i bambini dimagriscono. "Questo - tuona la 73enne signora Mandela - è un problema politico, figlio di un'alleanza perversa tra indifferenza, mal governo e cattiva gestione delle risorse".
Ogni giorno sulla Terra diecimila bambini muoiono per la mancanza di cibo. E l'Africa peggiora anziché migliorare. Giusto che le prime a risponderne siano le élite africane. Ma anche i governanti del resto del mondo possono fare molto. Oltre a chiedere ai vari leader di rafforzare la sicurezza e le barriere contro il terrorismo, potrebbero esigere che il sostegno esterno sia condizionato al tangibile miglioramento della dieta dei piccoli africani. Oltre che organizzare visite di imprenditori per incrementare il business, potrebbero proporre che la crescita dell'import-export abbia conseguenze sullo sviluppo psicofisico dei bambini. E magari, durante le visite, chiedere qua e là come faceva Mandela: "Che cosa hai mangiato a colazione?".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Non si ferma la fuga dal Paese investito dalla crisi economica. Il Fmi prevede un'ulteriore contrazione del Pil del 25%. Un milione e mezzo in meno rispetto alla Siria, travolta dalla guerra, e un esodo definito "sconcertante". Secondo quanto reso noto ieri dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) il numero dei venezuelani che hanno lasciato il loro paese per fuggire alla crisi politica ed economica in corso ha raggiunto i quattro milioni. "Questi numeri allarmanti mettono in luce il bisogno urgente di sostenere le comunità ospitanti nei paesi che ricevono i flussi", ha commentato Eduardo Stein, inviato speciale dell'Unhcr e dell'Oim per il Venezuela. A contribuire alla crisi la difficoltà di accesso degli aiuti e l'embargo cui il Paese è sottoposto. "L'America latina e i Paesi dei Caraibi stanno facendo la loro parte per rispondere a questa crisi senza precedenti, ma non ci si può aspettare che lo facciano senza aiuto internazionale".
Tra i Paesi della regione ad ospitare il maggior numero di migranti e rifugianti venezuelani è la Colombia (1,3 milioni), seguita da Perù (768 mila), Cile (288 mila), Ecuador (263 mila), Brasile (163 mila), Argentina (130 mila). Anche il Messico e i paesi dell'America centrale e dei Caraibi ospitano un numero significativo di migranti e rifugiati venezuelani, rendono noto le agenzie."Le persone con cui ho parlato hanno dipinto un'immagine molto cupa della situazione sanitaria nel Paese", ha detto la direttrice Comunicazione del Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), Paloma Escudero. "Molti medici e infermieri hanno lasciato il paese. I centri medici funzionano alla minima capacità a causa della penuria di medicinali. La mancanza di pezzi di ricambio ha lasciato a terra unità mobili e ambulanze. Le donne incinte, molte delle quali troppo giovani e anemiche, non riescono a ottenere le cure di cui hanno bisogno. Con il peggioramento delle carenze di carburante, a volte non sono nemmeno in grado di raggiungere i centri sanitari (...) Per un paese che ha fatto notevoli progressi sulla qualità della sua assistenza sanitaria, questo è abbastanza drammatico", ha dichiarato la funzionaria Onu.Inoltre, sempre secondo Escudero, un terzo dei bambini in Venezuela, circa 3,2 milioni, ha bisogno di assistenza umanitaria e il tasso di mortalità tra i bambini sotto i cinque anni è piu' che raddoppiato tra il 2014 e il 2017.
A causare questa crisi umanitaria, il collasso economico del Paese. Secondo stime dell'Fmi diffuse ad aprile l'economia venezuelana registrerà quest'anno una contrazione del 25 per cento, rispetto alla stima del 18 per cento diffusa a gennaio. L'organismo mantiene invece stabile la previsione dell'inflazione, che resta del 10.000.000 per cento. "Prevediamo che l'economia del Venezuela si contrarrà nella quarta parte del 2019 e del 10 per cento nel 2020; un crollo maggiore rispetto a quello previsto a ottobre 2018, che rappresenta un freno notevole alla crescita nella regione", si legge nel rapporto World economic outlook. La crisi in corso in Venezuela ha visto un'escalation dopo che lo scorso 23 gennaio Guaidò ha prestato giuramento come capo dello Stato "ad interim". Subito dopo sono arrivati i riconoscimenti, tra gli altri, del presidente degli Stati Uniti Trump, del brasiliano Jair Bolsonaro e del segretario generale dell'Organizzazione degli stati americani (Osa) Almagro. Si sono aggiunti poi altri paesi latinoamericani, tra i quali l'Argentina, il Cile, la Colombia e il Perù. Guaidò ha quindi ottenuto il riconoscimento di molti paesi europei. Al fianco di Maduro, denunciando pesanti ingerenze negli affari interni del Venezuela, rimangono la Bolivia, Cuba ma anche la Turchia, la Federazione Russa e la Cina.
Nel frattempo Angelina Jolie, inviata speciale dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati è arrivata in Colombia visitare il dipartimento di La Guajira, alla frontiera colombiano-venezuelana, e verificare le condizioni di vita dei migranti che hanno abbandonato il Venezuela per gli effetti della grave crisi umanitaria esistente. Durante la sua permanenza nel Paese l'attrice incontrerà anche esponenti del governo colombiano e responsabili di organizzazioni umanitarie che assistono i migranti. È previsto che al termine della visita, domani pomeriggio, Jolie terrà una conferenza stampa insieme all'Alto Commissario aggiunto dell'Unhcr, Kelly Clements, illustrando le informazioni raccolte. Il suo primo contatto con il dramma dei rifugiati e migranti venezuelani è stato nell'ottobre dello scorso anno, quando visitò il Perù per tre giorni, incontrando il presidente Martin Vizcarra ed i migranti trasferitisi dal Venezuela in quel Paese. L'iniziativa fu criticata dalle autorità di Caracas ed in particolare dal presidente dell'Assemblea nazionale costituente (Anc), Diosdado Cabello, secondo cui si trattava di una strumentalizzazione, "utile ai media di destra per non parlare dei migranti centroamericani e dell'accoglienza "amorevole" che hanno negli Usa.
“Mio padre è un sepolto vivo, ridatemelo almeno per il giorno del mio matrimonio” di Francesco Vivia
di Francesco Viviano
Quotidiano del Sud, 8 giugno 2019
Voci dal Fine Pena Mai. Lacrimoni le scivolano su quel bel viso innocente, piange tentando di non farsi vedere da quell'uomo grande e grosso, sorvegliato con discrezione da due agenti dalla polizia penitenziaria, che non le toglie lo sguardo di dosso neanche per un momento, come per proteggerla e non perdere neanche un istante di stargli vicino perché tra alcune ore tutto sarà finito, lui tornerà in cella nel carcere di massima sicurezza di Padova, lei tornerà nella sua casa in Calabria.
Italia Oggi, 8 giugno 2019
Il Consiglio dei ministri è stato convocato per martedì 11 giugno 2019. E al primo punto dell'ordine del giorno reca il decreto legge "Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica", il cosiddetto dl sicurezza bis portato avanti dal vicepremier e ministro dell'interno Matteo Salvini.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 giugno 2019
Il ricorrente è assistito dagli avvocati Antonella Mascia, Valerio Onida e Barbara Randazzo ed è affiancato da un qualificato gruppo di "amici curiae". Giovedì prossimo, il 13 giugno, la Corte europea dei diritti umani (Cedu) potrebbe mettere in discussione, per la prima volta dalla sua istituzione, l'ergastolo ostativo in quanto tale, condannando o meno l'Italia.
di Riccardo Bruno
Corriere della Sera, 8 giugno 2019
Che cos'è la legittima difesa e quali sono i presupposti per invocarla?
"La legittima difesa è una causa di giustificazione che rende lecito l'uso della forza, da parte di privati cittadini, per autodifesa. Anche dopo la riforma in vigore dal mese scorso, può essere invocata solo da chi si sia trovato di fronte al pericolo attuale di un'aggressione e abbia reagito con un'azione difensiva necessaria e proporzionata. Ciò significa che non esisteva un modo lecito o meno lesivo per evitare l'aggressione e che, secondo la scala dei valori costituzionali, il bene difeso non deve essere di valore sproporzionatamente inferiore rispetto a quello offeso".
La riforma ha stabilito che la difesa è sempre legittima all'interno della propria abitazione? Quali sono i limiti?
"Dire che in casa, o negli esercizi commerciali, la difesa è sempre legittima è una semplificazione. La facoltà di difendersi lecitamente è soggetta a limiti, previsti dal codice penale, e ancor prima dalla Costituzione, che non consente di sacrificare la vita dell'aggressore per difendere beni patrimoniali, e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che autorizza l'uso della forza letale, per fini di difesa, solo quando ciò sia assolutamente necessario".
Che cosa si intende per necessità e come si configura questo concetto dopo la riforma?
"Occorre dimostrare, per non rispondere penalmente della propria reazione, che la difesa era necessaria e cioè: a) che non esisteva un'alternativa lecita (non era possibile un pronto intervento della polizia, oppure non vi erano vie agevoli di fuga); b) che non esisteva un'alternativa meno lesiva (non era possibile per esempio difendersi a mani nude, invece che usare un'arma)".
Quando si verifica l'eccesso colposo di difesa e che cos'è il grave turbamento?
"La difesa è legittima solo entro certi limiti. Se si superano per colpa si risponde del reato a titolo di colpa. Modificando la disciplina in materia, la riforma ha previsto che tuttavia un simile eccesso non è punibile se chi ha agito si trova in stato di "grave turbamento" psichico, per via dell'aggressione. Deve però trattarsi di una situazione oggettiva da accertare caso per caso, senza spazio per alcuna presunzione: con tutte le difficoltà che derivano dall'accertamento di uno stato psichico".
Lo Stato paga le spese legali di chi si è difeso?
"Sì, in caso di procedimento che si concluda con l'archiviazione o il proscioglimento". (Le risposte sono state redatte grazie al contributo di Gian Luigi Gatta, ordinario all'Università degli studi di Milano e direttore di "Diritto penale contemporaneo", ed Ennio Amodio, avvocato penalista e professore emerito all'Università di Milano).









