di Alessandro Bertoli*
Avvenire, 8 giugno 2019
Confusione (e pericolo) dal messaggio politico che non coincide con la normativa. Dal 18 maggio scorso è entrata il vigore la legge 36/2019, che con nove articoli interviene su due istituti di parte generale del Codice penale: la legittima difesa (articolo 52) e l'eccesso colposo (articolo 55).
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 8 giugno 2019
Un fatto di cronaca non dovrebbe mai essere commentato da esponenti delle istituzioni nell'immediatezza degli avvenimenti. Ogni commento è sempre intrusivo rispetto al libero ed indipendente convincimento da parte dei giudici. Tanto più se questo commento giunge da chi riveste rilevanti incarichi governativi. Il ministro Salvini ha espresso solidarietà al tabaccaio di Pavone Canavese che ha sparato ammazzando colui che lo stava probabilmente derubando o rapinando. Seppur con modalità meno truci rispetto ad altre occasioni, il ministro ha voluto comunque esprimersi su un tragico episodio di cronaca, non attendendo le ricostruzioni della procura e affermando che lui è sempre dalla parte di chi si difende.
di Giuseppe Ayala*
Corriere della Sera, 8 giugno 2019
Mai come in questi giorni il Csm è stato investito da uno "tsunami" tanto devastante. Lungi da me la voglia di ergermi a giudice di chicchessia. Non ho resistito, invece, a quella di trasformarmi in una sorta di archeologo istituzionale.
Ho così rispolverato due significativi reperti dello scorso secolo. Il primo è tratto da una relazione pronunciata a Milano il 5 novembre 1988 da Giovanni Falcone. Mi limito a riportarne alcuni brani: "Se i valori dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura sono in crisi, ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l'Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell'ordinamento democratico... le correnti dell'Anm, anche se, per fortuna, non tutte in egual misura, si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm e quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata in seno all'organo di autogoverno della magistratura, con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica".
Falcone ne era stato vittima proprio nel gennaio di quell'anno, allorché la maggioranza dei membri del Csm gli impedì di andare a ricoprire l'incarico di capo dell'Ufficio istruzione di Palermo. E appena il caso di ricordare che quell'infausta scelta decretò il progressivo sfaldamento del mitico "pool antimafia" grazie al cui lavoro lo Stato aveva ottenuto, per la prima volta, risultati davvero straordinari nel contrasto a Cosa Nostra. Basta ricordare il maxiprocesso del 1986-87 nel quale mi toccò l'onere di sostenere l'accusa. Non a caso, dopo il 23 maggio 1992, Caponnetto affermò: "Giovanni cominciò a morire nel gennaio 1988".
Qualche mese dopo scrisse: "Da tempo sono giunto alla conclusione che il Csm funziona male. Il Csm è un groviglio inestricabile di interessi di varia natura, da cui la magistratura non riesce a liberarsi: queste incrostazioni corporativistiche, correntizie e politiche provocano uno stato di paralisi nei rapporti con le istituzioni. Troppe volte il Csm è mancato all'appuntamento con decisioni importanti".
Le odierne vicende consiliari, insomma, possono suscitare qualsivoglia sensazione tranne la sorpresa o lo stupore. Era scontato che, prima o dopo, il verminaio fosse destinato a venire alla luce. Mi sono sempre riconosciuto nei severi giudizi di cui sopra, sino a farli miei. Li ho richiamati, per esempio, durante una trasmissione radiofonica della Rai del 2017. Il mio interlocutore era nientemeno che l'allora membro del Csm Palamara, il quale, infastidito, replicò invitandomi a smetterla con il solito qualunquismo. Incredibile, ma vero!
La mia testardaggine mi indusse a leggere il pensiero di Falcone quando mi fu data la parola durante il plenum straordinario del Csm convocato dal Presidente della Repubblica in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Così, tanto per lasciarlo agli atti a futura memoria. Non a meri fini consolatori, poi, va ricordato che la brutta vicenda è venuta fuori grazie al lavoro di alcuni magistrati.
Lo sottolineo a conferma di ciò in cui ho sempre creduto: il corpo della magistratura italiana è un corpo sano capace anche di fare pulizia al suo interno. I cittadini italiani, insomma, possono ancora fidarsi dei loro giudici. Un accenno a una delle proposte di riforma tornate in questi giorni agli onori della cronaca, quella dell'elezione a sorteggio dei membri del Csm.
A parte la assai dubbia costituzionalità della stessa, mi chiedo se esista qualcosa di simile nelle altre democrazie occidentali per determinare la composizione di un organo di rilevanza costituzionale. Penso proprio di no. E allora è meglio non esagerare con l'originalità e ponderare bene ogni intervento innovativo. In ogni caso "mala tempora currunt".
Il mio pensiero solidale va al mio vecchio amico Sergio Mattarella. Settennio più complicato non poteva capitargli. Da semplice cittadino mi conforta pensare che forse, proprio grazie alla sua riconosciuta saggezza, riusciremo a evitare il disastro. Non sarà facile.
*Vice presidente Fondazione Giovanni Falcone
di Francesco Grignetti
La Stampa, 8 giugno 2019
A molti magistrati, l'idea non piacerà. Ritrovarsi dall'altro lato della barricata: da soggetti e a oggetti di indagini. Eppure è proprio questo ciò che pensa il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, grillino, che si ripromette di uscire dalla vertiginosa caduta d'immagine dei magistrati con un pacchetto di riforme.
La prima: applicare anche a chi veste la toga il sistema delle denunce anonime, in gergo il "whistle-blowing", che è stato appena inserito nell'ordinamento attraverso la Legge Spazza-corrotti. "Il ministero - ha fatto sapere Bonafede ai suoi interlocutori politici - non si vuole limitare a un intervento spot dettato dal momento".
L'idea di fondo, su cui il ministro si è confrontato giovedì con il Capo dello Stato, è di un intervento complessivo, anche per sgombrare il campo dal sospetto di una rivalsa del potere politico sull'ordine giudiziario. Perciò Bonafede, negli interventi pubblici come nei colloqui privati, sta insistendo che occorre intervenire "sulle fondamenta", per far sì che "la meritocrazia sia centrale a partire dalla quotidianità".
Di sicuro ci sarà una proposta sul Consiglio superiore della magistratura e il meccanismo di elezione dei suoi membri. Nel frattempo, l'ufficio legislativo del ministero ha immaginato il "whistle-blowing" dedicato ai comportamenti impropri o scorretti dei magistrati. Ci si dovrebbe arrivare con una piattaforma digitale specifica, in cui soggetti qualificati possono procedere in forma criptata alle segnalazioni. Rigorosamente anonime.
Resta da vedere se i soggetti denuncianti potranno essere tutti i cittadini, o soltanto gli avvocati e i dipendenti civili della Giustizia, oppure alcune figure apicali che facciano da tramite. In questo caso, i soggetti abilitati alla denuncia potrebbero essere il presidente del consiglio del locale ordine degli avvocati e il dirigente amministrativo dell'ufficio giudiziario. Si vedrà. A ricevere la segnalazione, sarebbe il Consiglio giudiziario presso la Corte d'Appello.
È un istituto poco noto, dove si redigono le note di valutazione dei giudici: ne fanno parte il presidente della Corte d'Appello, il procuratore generale del distretto, e cinque magistrati eletti per 2 anni da tutti i colleghi in servizio. Con la novità delle denunce anonime, il Consiglio giudiziario diventerebbe innanzitutto un organo di disciplina. L'oggetto delle segnalazioni - si spiega poi a via Arenula - potrebbero essere i fatti inerenti la cattiva gestione degli affari come, ad esempio, ritardi, irregolarità, disordine gestionale, assenze ingiustificate.
Oppure situazioni di conflitto d'interesse, vedi le incompatibilità, gli incarichi extragiudiziari, certe relazioni inopportune. Se mai la segnalazione dovesse essere verificata e ritenuta valida, questa finirà per incidere sulle valutazioni sulla professionalità, sugli incarichi dirigenziali, e potrebbe anche funzionare da attivatore dell'azione disciplinare. Un problema spesso segnalato a proposito del "whistle-blowing", però, dato che la denuncia rasenta la delazione, è l'uso distorto che qualcuno ne fa per consumare piccole vendette personali.
Anche i grillini, pur sostenitori entusiasti dell'anonimato, se ne rendono conto. Oltretutto, essendo oggetto di denuncia i magistrati, è facile immaginare l'indagato che voglia sbarazzarsi dell'inquirente scomodo. Succede già con le denunce al Csm, figurarsi con quelle anonime. E allora si pensa a istituire dei paletti per i "segnalatori": se il sistema rivela che un dato soggetto ne porta avanti di infondate, alla terza il denunciante potrebbe essere sottoposto a sanzioni. Infine, questo sistema "whistle-blowing" potrebbe valere anche nei confronti dei membri del Csm.
di Liana Milella
La Repubblica, 8 giugno 2019
Gole profonde per smascherare i magistrati corrotti, o comunque quelli che violano le regole. Ecco la nuova idea del Guardasigilli Alfonso Bonafede contro le toghe sporche. La figura del "whistle-blower" - colui che svela un comportamento scorretto o addirittura illegale (letteralmente dall'inglese "soffia il fischietto") - è destinata a entrare non solo nei palazzi di giustizia ma anche al Csm, dopo aver rivoluzionato quelli della Pubblica amministrazione con l'entrata in vigore della legge del novembre 2017.
Proposta e voluta da M5S, è stata votata anche dal Pd. Nel pacchetto "spazza toghe sporche", anticipato per sommi capi al presidente Sergio Mattarella giovedì sera, tra le nuove regole - che Repubblica anticipa - Bonafede propone un sistema che finora, come ha confermato dati alla mano giusto giovedì il presidente dell'Anac Raffaele Cantone, ha dato ottimi risultati. Di che stiamo parlando?
Semplice. L'idea, cui corrisponde già una prima bozza di articolato, è creare una piattaforma informatica per la galassia della giustizia, in cui sia garantita al cento per cento la tutela della fonte che resterà anonima, nella quale chi lavora nei palazzi di giustizia e al Csm possa inserire, con una modalità criptata, informazioni su comportamenti scorretti, o vere e proprie disonestà e ruberie. Tra i soggetti titolati a scrivere rientrano anche i dirigenti amministrativi, i componenti del consiglio giudiziario, ma anche singoli magistrati e dipendenti.
Tutti potrebbero segnalare episodi di cattiva gestione degli affari, ritardi, irregolarità, assenze, o ancora palesi situazioni di conflitto d'interesse, come relazioni inopportune, incompatibilità, incarichi extragiudiziari. Se la soffiata, una volta verificata, dovesse risultare valida, influirebbe, una volta portata al Consiglio giudiziario e ai capi degli uffici, sulle valutazioni di professionalità, sugli incarichi dirigenziali, e porterebbe anche all'azione disciplinare. Il progetto di Bonafede mette anche dei paletti su chi segnala il falso per tre volte e rischia delle sanzioni.
Ma via Arenula non si muove solo per la prossima legge "spazza toghe sporche", ma anche sul piano disciplinare, proprio nelle stesse ore in cui al Csm il vice presidente David Ermini sostituisce già in tutte le commissioni i consiglieri o già dimessi (Luigi Spina di Unicost) o autosospesi. Quindi via anche i tre di Magistratura indipendente (Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre) e il componente di Unicost Gianluigi Morlini.
Al vertice della quinta commissione che nomina i procuratori va Mario Suriano di Area. Ma all'opposto Mi, anche contro l'Anm (a guida Mi, si badi) schierata per le definitive dimissioni, chiede che i suoi consiglieri rientrino nei ranghi. Ma giusto su di loro potrebbe incombere la scure disciplinare che di fatto li renderebbe incompatibili con il Csm e li costringerebbe alle immediate dimissioni. Tutto dipende dalle carte di Perugia, adesso esaminate dalla prima commissione di palazzo dei Marescialli, che dispone i trasferimenti d'ufficio.
A sentire Luca Palamara, pm a Roma, ex presidente dell'Anm e membro del Csm, iscritto nel registro degli indagati per corruzione, non c'è nulla di vero nell'indagine. In una lunga memoria presentata a Perugia assicura che "dimostrerà di non essere corrotto", di non aver mai ricevuto 40mila euro per favorire una nomina, e produrrà le pezze d'appoggio.
Ma restano gli incontri per pilotare la nomina del procuratore di Roma. Uno scenario che il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, al primo congresso dei magistrati amministrativi a Palazzo Spada, sintetizza così: "Un giudice all'altezza dei tempi non può frequentare abitualmente chiunque, se ciò può ripercuotersi negativamente sulla sua attività giudiziaria o possa dare oggettivamente la sensazione che un appannamento della terzietà possa verificarsi".
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 8 giugno 2019
Una penalista urla: "questo non è il film di Kunta Kinte". Interviene l'Ordine degli avvocati. Udienza rinviata. Se ne sta lì seduto con le braccia rannicchiate, sembra infreddolito per l'aria condizionata sparata dai condizionatori del Tribunale. Indossa un paio di jeans e basta: ha i piedi scalzi e il torso nudo, il volto ferito all'altezza della tempia e deve difendersi da una sfilza di accuse che lo tengono in cella.
Solo che a fare notizia non sono le ipotesi che gli vengono mosse (resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato), ma il modo in cui viene tradotto di fronte alla giustizia italiana: dinanzi al pubblico di avvocati, magistrati e cancellieri, al cospetto di quella frase che campeggia in tutti i Tribunali (la legge è uguale per tutti), di fronte alle parole che servono a ricalcare principi cardine della Costituzione e che impongono alla giustizia di rimuovere ogni discriminazione razziale, sociale o religiosa.
Sta lì con le braccia conserte, l'uomo nero. Si guarda intorno, quasi stupito per lo stupore con cui viene messo a fuoco da passanti e addetti ai lavori. Venerdì mattina, aula 214, dura quasi due ore la storia del detenuto scalzo e seminudo. E nato nel 1984, si chiama Ricciard Unucoru, ha un passaporto nigeriano in tasca.
È un ospite indesiderato del nostro Paese, dal momento che è privo di permesso di soggiorno, viene ritenuto pericoloso, anche alla luce di quanto commesso due giorni fa, all'interno dell'ufficio immigrazione: ha preso a calci e pugni gli agenti, tanto da costringere ben undici poliziotti a bloccarlo e a tradurlo in cella.
Un soggetto pericoloso, da espellere, visti anche i recenti dispositivi in materia di immigrazione, destinato al centro di accoglienza di Bari, da dove sarebbe stato poi riconsegnato alle autorità nigeriane. Storia ordinaria, qui nel popolo dei processi per direttissima, che ieri si è trasformata però in un boomerang per la giustizia italiana.
Sono le undici e trenta del mattino, quando il nigeriano viene tradotto in manette in aula. Scalzo e a torso nudo. C'è una penalista che si indigna e urla agli agenti "che non siamo nel film di Kunta Kinte, ma in un paese civile", mentre viene fatto accomodare nella gabbia dell'aula di giustizia. Processo per direttissima, giudice Luca Purcaro, che è però in camera di consiglio a scrivere una sentenza per un altro imputato (fatti di droga), mentre a rappresentare la giustizia italiana c'è una vpo, una viceprocuratrice onoraria, come spesso accade sola e al cospetto di una galleria umana quanto meno problematica.
Indignazione, smarrimento alla vista del detenuto seminudo, mentre la foto dell'uomo nero in gabbia corre sui social media. Eppure nessuno si muove, forse per il temperamento violento del detenuto che - spiegano gli agenti - nel corso delle ore precedenti si era finanche strappato i vestiti di dosso.
Chiarisce un poliziotto in aula: "Li vede quei jeans? Glieli abbiamo forniti noi, questa notte si è strappato di dosso ogni cosa". Ma basta questa spiegazione a giustificare la mortificazione di una persona in un luogo deputato a far rispettare le regole? Interviene il presidente del Tribunale Ettore Ferrara: "Non posso esprimere un giudizio, se non ho una relazione completa su quanto avvenuto. In linea generale posso dire che è stato comunque sbagliato tradurre una persona seminuda in un'aula di Tribunale, in spregio alle più elementari forme di rispetto della dignità umana, sia o meno un soggetto problematico; va dato comunque atto che le stesse forze di polizia hanno poi provveduto a portare una maglietta al detenuto".
Ed è questo il secondo aspetto della storia. Già perché a comprare la maglietta al cittadino nigeriano, ci hanno pensato gli stessi agenti arrivati in aula per verbalizzare la resistenza del giorno prima. Lo hanno visto lì accovacciato e scalzo in gabbia e non hanno pensato ai pugni e ai calci ricevuti per immobilizzarlo, ma gli hanno comprato una t-shirt grigia, che gli viene consegnata tra le grate della gabbia, sempre e comunque in un'aula di giustizia aperta alla curiosità del pubblico.
Prima dei poliziotti, era intervenuto l'avvocato Arturo Frojo, chiamato in aula come ex consigliere dell'Ordine e veterano dei penalisti a Napoli: "Mi hanno chiesto di intervenire, ho visto una scena poco gratificante per tutti, ho chiesto di essere ricevuto dal giudice (che era lo ribadiamo - in camera di consiglio per un precedente processo per fatti di droga, ndr) e ho trovato massima disponibilità a risolvere in tempi brevi la questione".
Sono quasi le 13, quando il processo a carico di Ricciard Unucoru (difeso dall'avvocato Giancarlo Di Iorio) viene rinviato a sabato mattina, formalmente per problemi legati alla mancanza di un interprete, anche se il giudice mette a verbale la condizione del detenuto: in sintesi, il giudice "dà atto che l'imputato è stato tradotto senza scarpe e senza maglietta", in una condizione che è stata poi definita "risolta". Resta quel buco di un'ora e mezza, con un detenuto di colore, scalzo e seminudo dietro le gabbie di un'aula di giustizia, quasi stupito di tanta attenzione ricevuta da quando è arrivato qui in Italia.
blogsicilia.it, 8 giugno 2019
Per il quarto appuntamento, l'unico a giugno, di #aspettandoilfestino2019, la rassegna di eventi ideata da Vincenzo Montanelli e Lollo Franco, che culminerà con la celebrazione finale del 395° Festino di Santa Rosalia, domani 8 Giugno, a partire dalle ore 17, si svolgerà l'incontro "I detenuti raccontano... Rosalia", parte del calendario ufficiale della manifestazione "Una Marina di Libri", festival dell'editoria indipendente che si svolge all'interno dell'eccezionale cornice dell'Orto Botanico di Palermo.
In continuità con il lavoro svolto in questi mesi all'interno della Casa di Reclusione Ucciardone, sede del cantiere per la realizzazione del Carro Trionfale del 395° Festino di Santa Rosalia di Palermo, i protagonisti di questo appuntamento saranno gli attori-detenuti che frequentano il Corso del Laboratorio Teatrale del Carcere, condotto da Lollo Franco.
Durante l'incontro, che si svolgerà sul Palco allestito per Una Marina di Libri all'interno dell'Orto Botanico, dopo un'introduzione curata dallo stesso Lollo Franco, direttore Artistico dell'edizione 2019 del Festino, i detenuti, che saranno anche gli attori che nello storico quartiere Monte di Pietà metteranno in scena a luglio il "Festinello", leggeranno brani della storia di Santa Rosalia tratti dalle scritture e dai racconti tramandati dalla tradizione popolare. Ad arricchire la narrazione ci saranno le musiche proposte da Gaspare Palazzolo, che suonerà il sax, e da Fulvio Buccafusco, al contrabbasso.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 8 giugno 2019
Debutta oggi al Pagliarelli il nuovo spettacolo della compagnia "Evasioni". La regista, Daniela Mangiacavallo: "Il lavoro è stato molto faticoso, ma il risultato è straordinario". "Un viaggio chiamato vita, tra imprevisti, attese e qualche volta un profondo vuoto da attraversare. Una riflessione intima sul valore che diamo al tempo". La compagnia teatrale 'Evasioni', attiva da tre anni nel carcere Pagliarelli - Lo Russo di Palermo, presenta così 'Transiti' il nuovo spettacolo che sarà messo in scena domani, alle 18.00, sul palcoscenico della Casa circondariale, con i costumi realizzati dagli stessi detenuti.
Frutto di un anno di lavoro delle persone ristrette nell'istituto di pena, dirette dalla regista Daniela Mangiacavallo, la piece riprende i testi originali del drammaturgo Rosario Palazzolo.
"Volti assonnati, infreddoliti, stanchi e malinconici attendono un treno di cui un misterioso speaker annuncia il ritardo - spiega la compagnia presentando lo spettacolo -. Da quel momento un'umanità distratta e assetata di ignoto si aggira tra i binari in attesa di intraprendere una metaforica avventura. Un'interminabile attesa fatta di incontri addii, arrivederci per scoprire che il cammino è prima di tutto un'occasione per incontrare se stessi".
"Transiti" va in scena con i costumi prodotti all'interno del carcere al termine di un corso di sartoria teatrale realizzato dall'associazione "Baccanica": i detenuti armati di ago e filo hanno lavorato alla preparazione dei costumi guidati da Giulia Santoro. Anche le scenografie sono state realizzate dagli ospiti del Pagliarelli impegnati in un progetto sui mestieri in carcere, finanziato dalla Fondazione Acri - programma Per Aspera ad Astra.
"Metro, stoffe, colori per tessere una nuova vita e un sogno oltre le sbarre - spiega la regista, Daniela Mangiacavallo. Ringraziamo la Direzione della Casa circondariale, l'Area educativa, l'Amministrazione penitenziaria, il Ministero di Giustizia, l'Assessorato al turismo sport e spettacolo e la Fondazione Acri. Quest'anno il lavoro è stato molto faticoso e impegnativo, ma il risultato è straordinario. Il viaggio sul treno, poi il guasto. L'attesa. Non si parte... un pretesto per capire che gli imprevisti a volte non sono sempre così catastrofici, arrivano qui e ora per fermare la nostra routine, la nostra vita in corsa".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 giugno 2019
Domani al Teatro Gobetti lo spettacolo "Lascia la porta aperta". Titolo evocativo di uno spettacolo musicale dedicato alla tragedia del 3 giugno 1989, avvenuta al carcere delle Vallette, a Torino. Trent'anni fa undici donne (nove detenute e due agenti di custodia) morirono in un incendio divampato nella sezione femminile del carcere.
Alle 23.19 di quella maledetta sera, al centralino del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Torino pervenne una telefonata nel corso della quale una persona sollecitò un intervento per l'incendio di un'autovettura all'interno del carcere Le Vallette di Torino.
Una prima squadra composta da 14 vigili partì immediatamente e fu sul posto alle 23.25. Fu subito chiaro che l'incendio, che presentava un fronte di circa dieci metri ed era divampato sotto il porticato della palazzina in cui alloggiavano le detenute, non riguardava affatto un'autovettura, ma del materiale plastico che il calore aveva decomposto in modo tale da non poter essere subito riconosciuto.
L'incendio aveva provocato una notevole quantità di fumi che avevano invaso i piani superiori della palazzina nella quale si trovavano ristrette 96 detenute. Considerata la gravità della situazione, venne chiesto l'intervento di altre squadre e si dette inizio all'opera di spegnimento del fuoco, che venne domato nel corso di pochi minuti.
Immediatamente iniziò l'opera di soccorso all'interno del padiglione femminile, proseguita con l'intervento di altre due squadre frattanto sopraggiunte. Dentro la palazzina furono rinvenute due vittime sulla seconda rampa di scale, due vittime nell'atrio del primo piano, due in fondo al corridoio dell'atrio. Altre due vittime furono trovate al secondo piano, nell'atrio ed in fondo al corridoio, ed infine altri corpi inanimati di donne vennero rinvenuti in alcune celle del primo e del secondo piano.
Contemporaneamente si svolse l'evacuazione dell'intero edificio, peraltro ostacolata dalla difficoltà di reperire le chiavi delle celle; al termine delle operazioni furono poste in salvo, anche con l'ausilio del personale carcerario, tutte le altre donne ed un bambino, figlio di una delle detenute; 24 furono ricoverate in vari ospedali cittadini per intossicazione da ossido di carbonio e 6 agenti di custodia e 2 vigili del fuoco riportarono lesioni durante l'opera di salvataggio.
Alcune delle volontarie dell'Associazione Sapere Plurale erano allora compagne di detenzione di queste donne: dopo l'incendio, hanno lottato per mesi e anni per un processo giusto, fondando l'Associazione "3 Giugno", sostenute dall'avvocata Bianca Guidetti Serra, e da molte e molti altri. Ma giustizia non fu fatta, allora, nessuna responsabilità è stata stabilita. Lo ricorderanno, quindi, con uno spettacolo di racconti e di canzoni a loro dedicato, domenica, al Teatro Gobetti di Torino.
napolitoday.it, 8 giugno 2019
Incontro-lezione su ex Opg e su un esempio virtuoso di penitenziario a Lauro durante il laboratorio di produzioni audiovisive teatrali e cinematografiche della Facoltà di Scienze Politiche.
Accendere i riflettori sui diritti umani e stimolare una riflessione sulla dignità da preservare oltre ogni barriera fisica o morale, ma anche un tentativo di abbattere muri tra il dentro e il fuori, costruendo ponti ideali. È quanto prova a fare, squarciando silenzi, il docu-film "Le stanze aperte" dei fratelli Maurizio e Francesco Giordano, prodotto dall'associazione culturale Ved e con la sceneggiatura di Giuliana Del Pozzo, che è anche interprete insieme a Vincenzo Merolla, unico attore professionista.
Il docu-film che, in maniera sperimentale, si snoda su un doppio filo narrativo tra realtà e finzione, girato nell'ex Opg di Secondigliano, è stato presentato nell'ambito dell'ultimo appuntamento aperto al pubblico del ciclo di incontri-lezione, formula ideata dal professore Francesco Giordano, per il laboratorio di produzioni audiovisive teatrali e cinematografiche della Facoltà di Scienze Politiche, presso l'Università Orientale di Napoli, che ha suscitato anche quest'anno interesse e sempre più richieste di partecipazione.
Un lavoro sul tema dei diritti negati e del diverso in un momento storico in cui l'interconnessione globale e i fenomeni contemporanei ci impongono di relazionarci alla diversità. Un film, con sensibilità e professionalità, dà voce al silenzio e assume, nei momenti più alti un aspetto onirico, spiazzante, dovuto all'uso della poesia e di musiche sinfoniche classiche, in rapporto ad un contesto affatto armonico.
All'intervento ha preso parte anche il vice direttore del carcere di Poggioreale Stefano Martone, all'epoca delle riprese direttore dell'ex Opg di Secondigliano, che ha sottolineato come il cinema ha valore terapeutico all'interno delle strutture carcerarie ma anche un valore di messaggio alla società per favorire un'apertura mentale.
Martone ha raccontato agli studenti la sua esperienza nell'ex Opg, da direttore "illuminato" che di giorno permetteva l'apertura delle celle del piano superiore, da cui il nome del film suggerito da un internato e che ha sempre provato ad evitare pratiche molto dure, invasive e irrispettose della dignità umana, che solitamente, come documentato, riguardavano le realtà degli ospedali psichiatrici giudiziari come i letti di contenzione.
La realtà degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ora è stata superata dalle cosiddette Rems "Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" affidate al Servizio Sanitario nazionale e territoriale. La questione anche alla luce della carenza di personale oltre che di risorse resta complessa, se si pensa che l'istituzione carceraria, come fa riflettere Michel Foucault, nasce come strumento di governo dell'insicurezza sociale attraverso la criminalizzazione della povertà urbana.
Dalla dignità negata a quella recuperata nel saggio, opera prima della giornalista Valentina Soria: "La leadership nella Pubblica Amministrazione. Viaggio nel penitenziario Di Lauro", edito da Europa Edizioni, in cui si mostra attraverso un caso virtuoso, quello dell'Icatt di Lauro, in provincia di Avellino, oggi istituto a custodia attenuata per madri detenute, come l'inflazione carceraria e la recidiva non siano un fenomeno ineluttabile ma solo una deriva culturale e che attraverso progetti di reinserimento, di formazione e risanamento dei rapporti con la comunità esterna, abbattendo i pregiudizi e creando rete, un cambiamento sia percorribile.
Come sostiene il filosofo Marcel Mauss: "Ogni fenomeno sociale deriva da precise scelte culturali. L'importante è che le opzioni in campo siano sempre presentate come chiare e identificabili". Forse dunque un'alternativa alla deriva del sistema carcerario italiano, criminogeno e criminofago, sembra possibile.
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