di Gianni Riotta
La Stampa, 11 giugno 2019
Trent'anni fa la Cina di Deng Xiaoping represse nel sangue il movimento degli studenti, mobilitato a piazza Tiananmen, "non perché ce ne fosse davvero bisogno, ma per dare l'esempio" e scoraggiare i dissidenti per la democrazia, secondo il giudizio dell'allora ambasciatore Usa Winston Lord.
Ora la Cina del presidente Xi Jinping, assurta a superpotenza economica e presto geopolitica, affronta un analogo dilemma con il movimento di piazza di Hong Kong contro la legge sull'estradizione e sembra decisa a ostinarsi nella strategia del pugno di ferro. Tutta Hong Kong, l'ex colonia inglese tornata alla madrepatria nel 1997 mantenendo però un originale sistema giudiziario e qualche margine di autonomia, ha marciato contro la proposta di cancellare ogni garanzia contro i cittadini, di qualunque paese, in caso di estradizione a Pechino.
I membri della comunità del business, gli agenti di borsa, i manager che fanno scalo nella storica e frenetica metropoli, rischiano di finire in cella, impigliati nelle dispute tra il presidente americano Donald Trump e Xi. Come la Meng Wanzhou, figlia del fondatore del colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei, e capo finanziario dell'azienda, è stata arrestata in Canada e minacciata di estradizione verso gli Stati Uniti, così Pechino potrebbe ordinare, senza diritto di appello, che cittadini stranieri le vengano consegnati, ottenendo una chance preziosa di immediata rivalsa.
I cortei, le assemblee, i comizi, punteggiati da ombrelli gialli in ricordo dell'ondata di proteste, poi rientrata, del 2014, riportano in scena la Hong Kong che non intende rinunciare alla propria identità, decadendo a incolore periferia della sterminata nazione che fu l'Impero di Mezzo cinese. Studenti, dirigenti, ceto medio colto, operatori economici son consci, con a disposizione il web senza le censure che lo accecano nella Cina continentale, che Xi sta organizzando la maggior operazione di repressione sociale della storia umana, dalla campagna di arresti e processi in corso contro la minoranza musulmana degli uiguri, alla schedatura digitale via riconoscimento dei volti per milioni di persone, fino al "voto personale" che tutti i cinesi ricevono in base ai post online, al comportamento privato e pubblico, all'attività nelle cellule di partito.
La bocciatura esclude da carriera e scuola e tanti cinesi, ossessivamente, cliccano "Sì" sui test di fedeltà politica, pur di restare nelle grazie del governo. Le prime reazioni ufficiali ai cortei sono preoccupanti. La dichiarazione di condanna del segretario di Stato americano Pompeo è stata subito rintuzzata dalle autorità di Hong Kong e Pechino come una provocazione e le più diplomatiche sortite dell'Unione Europea, timorosa di ritorsioni, respinte con uguale fermezza. Carrie Lam, leader filocinese di Hong Kong, ha comunicato di voler andare avanti, già da domani, con il provvedimento contestato, mentre Geng Shuang, portavoce del ministero degli Esteri cinese, denuncia "ingerenze internazionali negli affari interni" del paese.
Il vicepremier Han Zheng, come da copione, fa sapere che la nuova legge rafforzerà Hong Kong. I diritti umani di chi è sceso in piazza per quel che resta di non dittatoriale a Hong Kong sono purtroppo ostaggio del duello Usa-Cina, guerra dei dazi, attrito militare per le rotte commerciali del Pacifico, sfida su tecnologia, dati, intelligenza artificiale, 5G. Per questo, la disperata protesta suona ancor più nobile e da sostenere, per ogni libera coscienza e per le democrazie: l'Italia del governo Conte, assai accondiscendente finora con l'ultimo regime comunista per un pugno di contratti, potrebbe spendere almeno una parola di solidarietà, nello spirito dell'articolo 10 della Costituzione, che tutela giusto i diritti umani internazionali a proposito di estradizioni.
di Federico Rampini
La Repubblica, 11 giugno 2019
Con il tipico riflesso dei regimi autoritari, e un copione collaudato dai tempi delle "rivoluzioni arancioni", il complotto americano è una comoda teoria anche per spiegare la protesta di Hong Kong. I media governativi di Pechino alludono alla mano di Washington dietro la mobilitazione di massa. Sarebbe bello: se soltanto fosse vero.
Al contrario, quel che accade a Hong Kong in questi giorni è drammatico anche per il silenzio di Donald Trump e di tutto l'Occidente. Negli ultimi vent'anni lo status di Hong Kong veniva considerato come un test per la Cina. Il rispetto dei "privilegi" (leggi: libertà di espressione, Stato di diritto, tribunali indipendenti, habeas corpus) concordati nel 1997 al momento del passaggio dell'isola dal Regno Unito alla Cina, è sempre stato osservato con vigilanza da Washington, Londra, e dalle altre capitali europee.
Dalla capacità di Pechino di mantenere quelle promesse, e di seguire la massima "una nazione, due sistemi" (cioè tollerare un sistema politico e giuridico diverso a Hong Kong, pur essendo quel territorio tornato a far parte della Grande Cina) veniva misurata l'affidabilità dei dirigenti comunisti come interlocutori in un ordine mondiale basato su regole.
In effetti Hong Kong è rimasta a lungo - in parte lo è tuttora - una felice eccezione, un'oasi dove i giornali e i cittadini possono criticare il proprio governo locale o quello nazionale senza temere di finire in carcere. Dietro il rispetto dei diritti c'era un calcolo: conveniva alla Cina mantenere lo status speciale di Hong Kong anche per il suo ruolo di piazza finanziaria globale, sede di tante banche straniere, multinazionali. Insomma una piattaforma del business con ricadute positive sulla madrepatria. Con Xi Jinping la musica è cambiata.
Già da qualche anno si fanno più frequenti le incursioni della polizia cinese contro i dissidenti di Hong Kong. Alcuni sono stati letteralmente rapiti, scomparsi a lungo, per poi riapparire nelle mani delle autorità cinesi e magari pronunciare "auto-denunce" nello stile staliniano. La riforma della legge sull'estradizione renderebbe il compito ancora più facile per la polizia cinese: non avrebbe più bisogno di organizzare rapimenti, i dissidenti se li farebbe consegnare dalle autorità di Hong Kong. È questo il timore che ha scatenato le proteste di piazza.
Trump si prepara a incontrare Xi Jinping al G20 di Osaka in un clima di tensione, ma ha ridotto tutto il rapporto bilaterale alla dimensione economica. Mentre il vero punto debole della Cina, in particolare in quell'area del mondo ancora affollata di liberal-democrazie alleate degli Usa (da Taiwan al Giappone alla Corea del Sud) è proprio la natura del suo regime.
Avere cancellato la questione dei diritti umani e delle libertà dalla sfera delle nostre "politiche cinesi" indebolisce l'Occidente intero. Compresa quell'Europa che sembra solo interessata alle Nuove Vie della Seta, sempre misurando i rapporti con la Cina nell'ottica mercantilista.
di Rocco Cotroneo
Corriere della Sera, 11 giugno 2019
Brasile, rivelazioni sul magistrato (ora ministro): "Aiutava l'accusa". E dietro la vittoria di Jair Bolsonaro sembra spuntare la mano dei giudici. Lula è stato condannato ingiustamente? Dietro la vittoria dell'estrema destra di Jair Bolsonaro c'è la mano dei giudici? Una bomba in stile Wikileaks è caduta ieri sul Brasile con la divulgazione di anni di dialoghi tra magistrati e giudici del pool "Lava Jato", la grande operazione anticorruzione.
Protagonista è ancora una volta il giornalista Usa Glenn Greenwald, lo stesso che nel 2007 divulgò le carte dell'ex uomo della Cia Edward Snowden, oggi protetto dalla Russia. Greenwald, che vive da tempo a Rio de Janeiro, è alla guida del sito investigativo The Intercept, autore dello scoop, il quale sostiene la tesi del complotto: i giudici avrebbero tolto Lula dalla corsa presidenziale dello scorso anno per evitare che tornasse al potere.
Quasi tutte le intercettazioni (via voce o app di messaggistica Telegram) riguardano il processo che ha condannato Lula per aver ottenuto in regalo un attico sull'Oceano Atlantico come super mazzetta. Il primo punto imbarazzante mostra la collaborazione tra pm e giudice, cioè tra il capo del pool di Curitiba Daniel Dallagnol e Sergio Moro, il quale ha emesso le condanne per Lula e decine di altri politici e imprenditori, e oggi è ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro.
Dai dialoghi risulta evidente un lavoro congiunto tra pubblica accusa e giudice, contrario ai princìpi del diritto penale. I due alternano opinioni e si scambiano consigli su come costruire l'atto di accusa contro Lula. Moro mostra di avere seri dubbi su una prova capitale, la proprietà dell'appartamento, e sull'utilizzo a tal fine di un reportage giornalistico. Poi indirizza i pm sulla cronologia dell'operazione.
I magistrati di Curitiba, rivela poi Greenwald, si scambiano considerazioni "politiche" sul loro operato e sugli effetti chiaramente nefasti delle loro indagini per Lula e il suo Partito dei lavoratori. Intercept non ha dubbi: tutta l'imparzialità proclamata dai giudici anticorruzione in Brasile è una menzogna.
Viene alla luce, per esempio, lo sforzo affinché a Lula, già condannato e in carcere, non venga concesso il permesso a rilasciare una intervista che avrebbe potuto rilanciare le carte del suo candidato, Fernando Haddad, il quale ha poi perso il ballottaggio contro Bolsonaro. E prima ancora le frasi di tripudio dei giudici per il successo delle manifestazioni di piazza che aiutarono a far cadere Dilma Rousseff (estromessa con un dubbio impeachment, da lei definito "golpe").
Mentre Intercept promette altre rivelazioni nelle prossime settimane (la quantità di materiale hackerato potrebbe essere enorme), il Brasile si divide sugli effetti dei leaks. La sinistra, e gli avvocati di Lula, parlano della necessità di annullare il processo di condanna all'ex leader. C'è chi chiede le dimissioni dell'ormai ex giudice Moro dal ministero, nel quale sta preparando un pacchetto di misure anticorruzione. La destra al potere parla di tempesta in un bicchiere d'acqua e accusa ancora una volta la vecchia politica, Lula in testa, di manovrare i media per fermare il rinnovamento.
Nonostante l'operazione "Lava Jato" abbia decapitato quasi tutti i partiti e portato in galera i maggiori imprenditori del Brasile, il faro della lotta politica resta acceso sul caso Lula. I numeri delle ultime elezioni con il trionfo dell'estrema destra lasciano dubbi sul fatto che l'ex operaio godesse ancora dei consensi necessari a tornare alla presidenza, ma i suoi non hanno dubbi: Lula è innocente e la sua condanna è stata costruita ad hoc. Da qui l'attacco trasversale a tutta l'operazione, ignorando le evidenze dei miliardi arrivati ai partiti per finanziare le campagne e lo scandaloso arricchimento di ex ministri e governatori di Stato dimostrato dai fatti.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 giugno 2019
"Sono giorni che cerco di convincere il mio gruppo a non suicidarsi e a seguire una condotta realista. Mi pare di vedere dei ballerini che ballano sul ponte mentre il Titanic va verso l'iceberg. Il mio cruccio è di non essere riuscito a far passare un principio che dovrebbe essere condiviso da tutti. Evidentemente sono un illuso».
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 10 giugno 2019
Scontro sulle toghe del Csm che non si dimettono. Magistratura indipendente nel caos. Le mancate dimissioni dei quattro componenti autosospesi dal Consiglio superiore della magistratura - con tanto di appello a tornare al proprio posto sottoscritto da Magistratura indipendente, la corrente moderata a cui appartengono tre dei quattro - se per ora non paralizza l'attività del Csm, provoca una crisi profonda al vertice dell'Associazione nazionale magistrati. Culminata ieri sera con le dimissioni del presidente Pasquale Grasso dalla sua corrente, proprio Mi, irremovibile nella difesa a oltranza dei suoi consiglieri.
di Luisa Adani
Corriere della Sera, 10 giugno 2019
Il ritratto della professione secondo il Censis: note dolenti sul reddito (uguale a 20 anni fa), anche per i giovani. Le nuove norme. Avvocati, il vecchio fascino (ormai discreto) di una professione che si contrae nei numeri, si ridimensiona nettamente nei guadagni, cambia pelle e prospettive; una professione in cui le donne sono sempre di più (se il trend prosegue sorpasseranno presto i colleghi), ma guadagnano il 6o% in meno; e dove i giovani faticano a raggiungere una serenità economica.
di Riccardo Arena
ilpost.it, 10 giugno 2019
È evidente che questo Csm è giunto a un punto di non ritorno. Come è evidente che è imminente il suo scioglimento. E il motivo è semplice. Un imbarazzante conflitto di interessi e un altrettanto imbarazzante crollo della credibilità. Una vicenda complessa quella che ha travolto il Csm, che però trova la sua sintesi in due parole: ipocrisia e degenerazione.
L'ipocrisia. In queste settimane si è fatto un gran parlare di "toghe sporche", di "guerra tra correnti" e di "mercato delle toghe".
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 10 giugno 2019
Nate negli Anni 60 con ideologie forti, sono state per mezzo secolo un sistema di governo della categoria, con scontri epici. Le riforme hanno cambiato le carriere e la caccia ai consensi per entrare nel Csm. Le storie esemplari di Palamara e Ferri.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2019
Sono passati quattro anni dall'entrata in vigore degli "eco-reati", introdotti nel Codice penale dalla legge 68/2015. La Cassazione, in questo periodo, ne ha specificato alcuni punti essenziali, la cui conoscenza è di aiuto per gli operatori del settore. Il primo è la nozione di "ambiente": era uno snodo interpretativo indispensabile, perché la legge non aveva previsto una definizione.
La Corte ha attribuito all'ambiente un rango primario - qualificandolo come "un bene della vita» - e una dimensione anche culturale: beneficiano perciò del presidio penale sia i beni naturali in senso stretto (acqua, aria, suolo e sottosuolo), sia quelli che, grazie all'intervento dell'uomo, hanno acquisito valore sotto il profilo paesaggistico, storico, artistico, architettonico o archeologico. Ciò significa, ad esempio, che anche l'abusivismo edilizio può ferire l'ambiente, se determina una radicale trasformazione dell'originario assetto del territorio e provoca rischi per l'incolumità a causa della sottovalutazione del pericolo di crollo derivante dal rischio idrogeologico presente sull'area.
Inquinamento e disastro - Inquinamento e disastro sono due eventi che ledono l'ambiente in modo progressivo in base all'intensificarsi del danno: il disastro scatta se la compromissione dell'ambiente, da significativa, ma reversibile, diventa irreversibile, oppure rimediabile solo a condizione di interventi, e costi, eccezionali. Non è un discrimine da poco, perché le pene si alzano sensibilmente: nel caso di inquinamento la reclusione va da 2 a 6 anni, mentre per il disastro sale da 5 a 15 anni. Le sanzioni possono diminuire fino a due terzi solo se la condotta è colposa, cioè involontaria.
In quest'ottica, va considerato che la Cassazione ha stabilito che la prova del danno ambientale non deve necessariamente fondarsi su indagini tecniche e che la nozione di contaminazione prevista dal Codice dell'ambiente (decreto legislativo 152/2006) non equivale all'evento del delitto di inquinamento, che si può dire integrato per il solo fatto di un deterioramento significativo e misurabile della matrice ambientale.
Approccio severo - Si tratta di un approccio severo, che va limitato alla fase cautelare in presenza di fenomeni di eccezionale gravità, come può essere la scoperta in flagranza di un sito agricolo, ove scorrono acque usate anche a fini domestici, ove vengono occultati rifiuti pericolosi: tuttavia, nel processo non si può prescindere da prove tecniche per risalire alle cause della presenza delle sostanze inquinanti, ai loro effetti sull'ambiente, alle responsabilità individuali e al grado della colpevolezza di ciascuno degli imputati (ciò vale soprattutto in presenza di fattori inquinanti concorrenti, nel tempo e nello spazio, come potrebbe essere l'avvicendarsi di attività industriali sopra e nelle adiacenze di un sito inquinato).
Entrambi i reati tutelano l'ambiente in modo esaustivo, perché ne puniscono sia l'effettiva lesione, sia la messa in pericolo: sono indifferenti le modalità della condotta, che può consistere anche nella violazione di norme extra-penali che non riguardano direttamente l'ambiente. Così, ad esempio, è stato stabilito che la pesca di "cetrioli di mare", di per sé attività lecita, se effettuata in modo massiccio con mezzi vietati, può determinare una compromissione dell'ambiente marino, dimostrata dalla scomparsa dei pesci che se ne nutrivano.
In un contesto legislativo estremamente severo - che va a incidere anche sulle persone giuridiche nel cui interesse o vantaggio gli eco-reati vengono commessi, grazie al decreto legislativo 231/2001, con salate sanzioni pecuniarie e afflittive misure interdittive - il legislatore ha valorizzato le attività di ripristino (il "ravvedimento operoso"), che consentono una diminuzione della pena fino a due terzi. Attenzione però: perché scatti l'attenuante speciale, l'incolpato deve sanare il danno in modo esattamente conforme agli obblighi impostigli. Per eseguirli, potrà ottenere una sospensione del processo fino a tre anni, in cui il decorso della prescrizione del reato rimarrà congelato.
di Margherita De Bac
Corriere della Sera, 10 giugno 2019
Oltre 35.600 nuove azioni legali all'anno vengono intentate contro medici e strutture sanitarie. Circa 300 mila sono ferme nei tribunali di tutta Italia. Il 95 per cento di quelle che si concludono nel penale e il 70 per cento del civile finiscono col proscioglimento. Oltre 35.600 nuove azioni legali all'anno vengono intentate contro medici e strutture sanitarie.
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