di Emilio Sacchetti (Presidente Società Italiana di Psichiatria)
Il Sole 24 Ore, 21 aprile 2015
La legge di superamento degli Opg ha avuto un travaglio lungo e laborioso soprattutto a causa delle difficoltà di trovare un punto condiviso di equilibrio tra due tipi di garantismo. Da un lato, quello che sancisce il diritto dell'individuo, indipendentemente dalla sua posizione giudiziaria, ad usufruire pienamente dei servizi sanitari messi a disposizione della comunità.
Dall'altro, quello non meno importante che sancisce il diritto della società ad essere debitamente protetta da qualsiasi azione criminosa, indipendentemente dallo stato di salute mentale di chi commette tale azione. Risulta quindi facile comprendere il perché una buona parte del dibattito della legge di superamento dell'Opg sia stata spesa per discutere in merito all'organizzazione strutturale e funzionale delle Rems, e alla dotazione complessiva dei posti letto da predisporre nel loro interno. Infatti si è spesso usato il paravento delle Rems per chiedere rinvii all'attuazione della. Quasi che il numero di posti letto da prevedere nelle Rems rappresentasse l'asse portante della Legge. Che invece è un altro, come altri sono i problemi veri.
Ma già prima della sua piena ed effettiva entrata in vigore, la legge di superamento degli Opg ha riscosso almeno due apprezzabili successi: diversamente da altri interventi legislativi su problematiche di competenza anche psichiatrica sono stati finalmente sollecitati e largamente recepiti i suggerimenti provenienti dalle associazioni scientifiche più accreditate, da ampie frange di operatori e dal mondo delle associazioni dei pazienti e dei famigliari; inoltre il dibattito ha promosso un primo, del tutto iniziale ritorno al dialogo tra importanti componenti del mondo psichiatrico che avevano da tempo sostanzialmente interrotto ogni canale di comunicazione.
È però evidente che un processo innovativo come quello del superamento degli Opg non può avere una efficace trasduzione sul campo senza risorse. Invece restano insoluti i problemi della carenza di fondi ed è sempre più evidente che una buona applicazione della legge comporta una revisione più generale di vari temi medici e legali connessi ai rapporti tra reati, disturbi mentali e loro cura. In primo piano a questo riguardo c'è la necessità di creare una buona assistenza psichiatrica in carcere. Qualsiasi previsione di superamento degli Opg che non scalfisca in maniera apprezzabile anche l'assistenza psichiatrica in carcere è espressione di un pensiero irrealistico. Inoltre è fondamentale rivedere il concetto di pericolosità sociale, l'individuazione di linee guida chiare che regolamentino possibili conflitti di interesse tra il consulente tecnico e lo specialista che opera all'interno della struttura carceraria. In questo senso la collaborazione con le procure e con il ministero di Grazia e Giustizia è fondamentale.
L'assistenza psichiatrica in carcere
Attualmente, più che di psichiatria carceraria si dovrebbe per correttezza parlare di psichiatrizzazione del carcere. Infatti, la psichiatria che opera nei penitenziari è chiamata a svolgere in proprio e/o a condividere compiti, ad esempio di tipo eminentemente psicologico, che non sono propri della psichiatria. Inoltre, gli psichiatri che operano in carcere si trovano ad agire in un contesto che è comprensibilmente governato da regole sue proprie ma che risulta spesso restio ad accettare anche le regole proprie di un corretto agire psichiatrico. Rappresentativi a questo riguardo sono i casi relativi ai ridotti standard di sicurezza, all'insufficiente flessibilità dei livelli garantiti di sorveglianza, all'erogazione di gran parte di cure da parte di operatori non professionalmente qualificati, alla mancata disponibilità di opzioni terapeutiche oggi routinarie nella prassi del Dsm.
Ecco dunque la necessità di una formazione ad hoc del personale carcerario, di un adeguamento degli standard strutturali di sicurezza con livelli più intensi di sorveglianza, l'inserimento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, un monitoraggio forte dell'aderenza alle terapie, screening approfondito delle patologie de novo per separare i casi incidenti da quelli alla ricerca di vantaggi secondari, trasferimento, tout court, delle linee guida diagnostico-terapeutiche utilizzate dai Dsm, messa a punto di specifiche linee guida diagnostico-terapeutiche dedicate all'agitazione psicomotoria e all'aggressività rivolta contro se stessi e/o agli altri.
La pericolosità sociale
Il superamento degli Opg è anche un buon punto di partenza per una ridefinizione della pericolosità sociale. Due sono i punti chiave da considerare. Il primo che l'attribuzione della pericolosità sociale per motivi psichiatrici non poggia su certezze ma su presunzioni (spesso grossolane ed effimere), dal momento che sono molte le variabili esterne più o meno o controllabili che entrano in gioco. Il secondo, molto sottile e suscettibile di falsificazioni, è la linea che separa la libera scelta delinquenziale da quella condizionata dalla presenza di disturbo mentale. Ciò implica la necessità di recuperare con forza la lezione della clinica, dando maggior spazio soprattutto ai percorsi diagnostici e terapeutici pregressi, a scapito della tendenza non sopita a privilegiare interpretazioni poco basate sull'evidenza, arbitrarie e, talvolta, fantasiose. Quindi è fondamentale ridisegnare il modello attuale della consulenza tecnica in psichiatria adeguandolo a questi punti.
La consulenza tecnica in psichiatria
Questo istituto richiede da tempo un sostanziale rimodellamento, ora che sono stati superati gli Opg. È ragionevole quindi prevedere che i tentativi di predeterminare gli esiti di una consulenza tecnica grazie ad un adeguato addestramento probabilmente aumenteranno. È infatti evidente che il gap tra la posizione di carcerato con o senza problemi psichiatrici e quella di autore di reato a causa di un qualche disturbo mentale, si è acuita a tutto vantaggio della seconda proprio grazie alla chiusura degli Opg. Sussistono pochi dubbi che il soggiorno in una Rems o in una struttura afferente al Dsm sia decisamente migliore della permanenza in cella.
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2015
Il magistrato interviene al convegno del M5S su corruzione e mafia: "prescrizione da rifare".
Dopo la politica degli annunci ora sulla giustizia servono fatti, assieme a un severo cambio di direzione". È un messaggio forte e chiaro al governo, quello lanciato ieri dal procuratore di Palermo Nino Di Matteo durante il convegno "Corruzione, il nuovo volto della mafia", organizzato alla Camera dai Cinque Stelle (tra gli oratori, Marco Lillo del Fatto ).
È la prima volta a Montecitorio, per il pm antimafia. E in una sala che lo accoglie con una standing ovation, Di Matteo non usa metafore: "Spero che il sistema della giustizia non si traduca sempre in più in sistema duro con i deboli ma blando nei confronti di colletti bianchi e soggetti istituzionali". Invoca riforme "non più rinviabili", partendo da un tema caldo: "Temo che le nuove regole sulla prescrizione siano un pannicello caldo, volto ad alleviare e non risolvere lo sciagurato sistema che la regola.
La decorrenza dovrebbe essere sospesa a partire dal momento in cui viene scoperto il reato, oppure dall'inizio del processo". Quindi, non dopo la sentenza di primo grado (due anni di sospensione), come previsto dal ddl della maggioranza approvato dalla Camera. Ma Di Matteo critica anche il ddl anticorruzione passato in Senato, lamentando la mancata introduzione dell'agente provocatore (su cui il M5S aveva presentato appositi emendamenti).
E formula forti perplessità sul nuovo articolo 416 ter del codice penale, quello che disciplina lo scambio elettorale politico-mafioso. Lo scambio "di denaro o altre utilità" come condizione per la punibilità non gli pare sufficiente. Va sanzionata anche la "semplice" pressione da parte del mafioso nei confronti del politico, anche quando non accompagnata da minacce. La stessa posizione del pm della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che lo dice chiaro: "Siamo pochi e spesso ci sentiamo soli".
Anche Lombardo critica le norme anticorruzione approvate in Senato: "Per i soggetti pubblici corrotti serve l'interdizione perpetua". Tanti gli interventi di parlamentari del Movimento. tra questi, il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, che si rivolge ai due magistrati: "Montecitorio paga i vitalizi a politici che voi avete fatto arrestare". A margine, lo stesso Di Maio precisa: "Se le proposte di Di Matteo entreranno nel ddl anticorruzione lo voteremo".
di Marcello Calvo
Giornale d'Italia, 21 aprile 2015
Niente braccia incrociate, ma una protesta simbolica di sospensione per 3 giorni dalle cosiddette attività di supplenza. L'Anm si divide. Non passa neanche questa volta la linea dura dello sciopero contro la riforma della responsabilità civile delle toghe. All'assemblea prevale nuovamente la mozione della maggioranza di Area e Unicost, che chiede al legislatore di introdurre un filtro contro le "azioni temerarie".
Ma con una protesta simbolica di sospensione, per 3 giorni a giugno (22, 23 e 24), delle "attività di supplenza". Ossia quelle a cui i giudici si prestano per far camminare la già lentissima macchina giudiziaria, pur non essendo loro compito. Prevale quindi la linea morbida con 1.212 voti ottenuti dalla maggioranza, contro i 756 "racimolati" da quella che in questo caso potrebbe essere bollata come la "minoranza".
Che voleva già incrociare le braccia lo scorso ottobre ed è raffigurata da Magistratura Indipendente - che un tempo rappresentava l'ala conservatrice del centrodestra e oggi ha invece assunto quel ruolo sindacale che una volta spettava alle toghe rosse - oltre che da Autonomia e solidarietà. Differenze di idee e opinioni. Posizioni contrastanti che hanno creato una forte frattura. Non scomposta. Ad accomunare le diverse correnti, la rabbia.
Delusi dal governo, furiosi per la riforma. È questo il sentimento condiviso da tutti, che non può sfociare in un gesto che creerebbe altri problemi al già inadeguato apparato della giustizia. Il testo approvato chiede di verificare gli effetti della nuova legge e affida al comitato direttivo e alla giunta il mandato di fare in qualche modo da depuratore contro la discussa norma. Attraverso diversi strumenti giuridici da "inquadrarsi nell'ambito della lite temeraria o dell'abuso del processo". La parola d'ordine, per le toghe, è "rispetto".
Anche e soprattutto da parte del Parlamento. L'esigenza è quella di "stroncare sul nascere eventuali azioni pretestuose o manifestamente infondate". Stratagemmi che impediscano insomma un uso strumentale della legge. Tant'è, anche se proseguiranno con le loro attività, nella 3 giorni prevista per l'inizio dell'estate i giudici eviteranno di sostituirsi all'attività dei cancellieri. Nella categoria esiste un forte disagio, forse perché le certezze dei togati cominciano a vacillare. Non si sentono più così intoccabili e quello scagliato dal governo rappresenta un duro colpo inferto a un sistema che adesso appare più vulnerabile.
Altro che responsabilità civile, i magistrati vorrebbero una nuova azione giustizialista. A partire dalla riforma della prescrizione fino ad arrivare a rafforzare quegli strumenti di contrasto da utilizzare contro la criminalità organizzata. Per il momento dovranno accontentarsi di un po' meno giorni di ferie e di essere sottoposti al principio del "chi sbaglia paga". Che vale - o almeno dovrebbe - valere per tutti.
Adnkronos, 21 aprile 2015
Detenuto italiano che vive con la bombola d'ossigeno ed è in gravi condizioni di salute rischia l'estradizione in Albania. Antigone chiede di sospendere l'esecuzione del provvedimento. Paolo Iodice, detenuto presso la casa circondariale di Regina Coeli a Roma, rischia l'estradizione in Albania dove deve scontare una pena di quattro anni perché ritenuto colpevole dei reati di traffico di veicoli e falso documentale. Il suo stato di salute è tuttavia molto grave e l'esecuzione del provvedimento di estradizione potrebbe provocare danni irreversibili. Per tale motivo Antigone ha chiesto alle autorità italiane di sospendere il provvedimento a tutela della sua salute e della sua stessa vita.
Il signor Iodice è affetto da numerose e gravi patologie (obesità, insufficienza respiratoria in trattamento con macchina produttrice di ossigeno, ipertensione polmonare secondaria, cardiopatia ipertensiva, opertensione arteriosa), che lo obbligano a continue visite mediche ed esami, nonché lo costringono a sottoporsi a cure salvavita, tra le quali l'ossigenoterapia domiciliare e l'assunzione continua di farmaci. La gravissima ipertensione arteriosa di cui soffre, infatti, se non ben controllata ne aumenta in maniera esponenziale il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari significative.
Motivi di salute resi evidenti anche dal primo trasferimento del signor Iodice dal carcere di Arezzo a quello di Sollicciano, dotato di un centro clinico attrezzato, nonché il ricovero sempre presso il centro clinico del carcere romano di Regina Coeli. È evidente che il solo viaggio Italia-Albania comporti un concreto rischio per l'incolumità fisica del sig. Iodice. Inoltre il sistema albanese non assicura standard avanzati nelle cure sanitarie. Consegnare Paolo Iodice alle Autorità Albanesi in questo momento potrebbe significare sacrificare la vita di un nostro concittadino. Per questo chiediamo che sconti la sua pena in Italia. Per informazioni sul caso del sig. Iodice si può far riferimento all'avvocato Gennaro Santoro, 349/4740379
www.agensir.it, 21 aprile 2015
Sarà presentato oggi alla stampa e alla città, presso il Consiglio regionale della Campania, il progetto "Dentro e fuori. Percorsi di integrazione". Al convegno parteciperanno in qualità di relatori, padre Carlo De Angelis, cappellano del carcere di Lauro e presidente dell'associazione "La sorgente", Adriana Tocco, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, Claudio Flores, dirigente del Dipartimento Amministrazione penitenziaria del Provveditorato regionale della Campania, Nicola Caracciolo, presidente dell'associazione Laici Caracciolini.
Il progetto, sostenuto dalla Fondazione con il Sud e promosso da una partnership di 8 attori privati costituitisi in rete (associazioni di volontariato, cooperative ed enti) con capofila l'Associazione La Sorgente, nasce per attivare un servizio di informazione e orientamento rivolto ai detenuti e alle loro famiglie, con lo scopo di favorire percorsi di integrazione e facilitare il reinserimento sociale dopo la dimissione dal carcere.
Il progetto prevede l'apertura di sportelli di ascolto sia all'interno degli istituti penitenziari campani, rivolti ai detenuti, sia all'esterno, rivolti alle famiglie. Fine ultimo del progetto è anche la creazione di una rete locale di associazioni di volontariato che opera sul territorio per sensibilizzare la società che si trova a riaccogliere gli ex detenuti.
di Biagio Salvati
Il Mattino, 21 aprile 2015
Ancora un dramma nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere dove ieri mattina, gli agenti di polizia penitenziaria hanno tentato di salvare, senza riuscirci, un giovane detenuto originario del Napoletano suicidatosi nel bagno della sua cella che condivideva con uno straniero.
Carmine Martino, 35 anni, accusato di tentato omicidio (doveva trascorrere almeno altri cinque anni nel penitenziario), stando a quanto si è appreso, si è recato di buon mattino nel piccolo bagno della cella, ha inzuppato d'acqua una maglietta intima e se l'è stretta al collo fino a strangolarsi. Un gesto autolesionistico difficile da portare a termine su sé stessi e che purtroppo non ha trovato ostacolo nell'azione messa in atto dal recluso.
Il personale di polizia penitenziaria è riuscito ad arrivare in tempo e a trasferire il giovane nel reparto sanitario del carcere per sottrarlo alla morte, purtroppo quando sono arrivati i medici del 118 (che nel frattempo erano stati già allertati), Martino era già deceduto. La salma è stata trasferita presso l'Istituto di Medicina Legale di Caserta per l'autopsia disposta dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, così come da prassi. Carmine Martino era stato arrestato due anni fa per un
tentato omicidio commesso nel Casertano. Dopo un periodo trascorso ai domiciliari era entrato in carcere dove, peraltro, si stava reinserendo con buoni risultati: aveva conseguito un diploma di cucina ed era addetto nell'area giardinaggio. Qualcosa, però, è scattato ieri nella sua mente, aggravando così un suo disagio psichico.
La notizia della morte del giovane ha lasciato sgomenti anche gli operatori del penitenziario che seguivano le attività di reinserimento del detenuto e la stessa direttrice Carlotta Giaquinto sorpresa dal gesto del giovane detenuto. Di recente, nel penitenziario sammaritano, dove sono ospitati oltre mille detenuti (417 nel reparto cosiddetto di Alta Sicurezza), tra cui 77 donne, aveva fatto visita il presidente dell'associazione Antigone che da anni si occupa dei problemi dei detenuti nelle carceri italiane oltre a realizzare dei dossier sul pianeta carcere.
Nella struttura sammaritana negli ultimi dieci anni si sono registrati una decina di suicidi mentre sono di numero superiore gli atti di autolesionismo. Intanto, con le richieste avanzate dal sindacato del Sappe, è stato assicurato al penitenziario di Santa Maria Capua Vetere un rinforzo di personale di polizia penitenziaria, la risoluzione di alcune criticità interne e la liquidazione di missioni e straordinari. La situazione del personale era stata richiamata nei mesi scorsi a seguito dell'aggressione ad un agente da parte di un detenuto violento avvenuta nel settembre dello scorso anno ed un'altra a distanza di tre mesi.
Dei problemi dei detenuti si occupa anche una speciale commissione per la tutela dei diritti dei detenuti attivata qualche anno fa in seno alla Camera Penale di Santa Maria Capua Vetere. L'organismo, presieduto dall'avvocato Nicola Garofalo, interagisce con la direzione carceraria e segnala eventuali criticità lamentate all'interno della struttura.
www.ciociarianotizie.it, 21 aprile 2015
Da venti giorni C.B. quarantadue anni, detenuto nel carcere di Frosinone per reati sessuali, sta lottando tra la vita e la morte dopo che ha tentato di impiccarsi in cella con un lenzuolo. "L'uomo - ha riferito a Tg24 il direttore del penitenziario di Frosinone dr. Francesco Cocco- a differenza degli altri che in genere mettono in atto il proposito suicida a scopo dimostrativo, voleva veramente farla finita. Quella detenzione stava diventando ancora più dura da quando una maculopatia lo stava rendendo cieco.
A questo c'è da aggiungere che la famiglia, proprio a causa del reato per il quale era finito in carcere lo aveva abbandonato. Da qui la depressione che lo ha portato all'insano gesto". Dicevamo che l'uomo sta lottando ancora tra la vita e la morte. Quella morte a cui fortunatamente lo ha sottratto quel giorno un suo compagno di cella che ha subito chiesto aiuto.
Prova a togliersi la vita poco prima dell'assoluzione
Aveva rinunciato a comparire all'udienza dibattimentale fissata per i primi giorni di aprile e così, lo scorso 25 marzo, ha tentato di togliersi la vita in carcere, impiccandosi con le lenzuola legate alla grata della finestra. A distanza di anni dalla maxi operazione "Dolmen", l'ex latitante Pietro Bassi torna, in un modo o nell'altro, a far scalpore.
Il 57enne tranese, noto come "Bobby Solo", è tra i pochi reduci dell'organizzazione mafiosa capeggiata da Salvatore Anacondia, storico boss della mafia del Nord barese, di cui Bassi era uno dei più fedeli collaboratori. Accusato di duplice omicidio e associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga, era stato condannato a 30 anni di carcere, pena confermata sia in Appello che in Cassazione, ma a dicembre del 2008 era svanito nel nulla. Rintracciato dai Carabinieri, in collaborazione con la Quick Unit Response del Police Department di Amsterdam, era stato arrestato in Olanda mentre passeggiava con due tranesi. Dopo un lungo periodo di detenzione nella Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, era stato da poco trasferito nel Carcere di Frosinone.
Probabilmente a causa del nuovo ed imminente processo penale, Pietro Bassi era caduto in uno stato di profonda depressione e, approfittando dell'ora d'aria degli altri detenuti, ha tentato il suicidio. "Bobby Solo" ha penzolato per circa una quarantina di secondi, fino a quando gli insoliti rumori hanno scatenato l'immediato intervento degli agenti di Polizia penitenziaria. È stato trasportato in gravissime condizioni nell'ospedale di Frosinone, dove tutt'ora si trova in stato di coma. Per uno strano scherzo del destino, di lì a poco, l'avvocato del detenuto, Rolando Iorio, avrebbe comunicato al Bassi l'esito del processo, celebratosi dinanzi al Tribunale di Trani. "Bobby Solo" è stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste, ma questo lui ancora non lo sa.
La Nuova Sardegna, 21 aprile 2015
"Sgomento nel carcere di Cagliari-Uta per la morte di un detenuto. L'uomo, G.P.C., originario di Arbus, si è sentito male nel primo pomeriggio di ieri. Nonostante l'immediato intervento degli Agenti della Polizia Penitenziaria, degli Infermieri e dei Medici è deceduto per un arresto cardio-circolatorio". Lo rende noto Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", facendo osservare che "l'evento luttuoso, il primo nella nuova Casa Circondariale di Cagliari, ha provocato un profondo cordoglio". "L'uomo, che aveva subito diverse carcerazioni, era considerato un detenuto tranquillo. Avrebbe compiuto 70 anni proprio oggi essendo nato il 20 aprile 1946. Diabetico, era ricoverato nel Centro Clinico".
"Una domenica infausta - sottolinea Caligaris - che impone una riflessione. In questo caso si è trattato di un evento acuto imprevedibile ma è chiaro che occorre un'attenzione particolare verso una realtà, a venti chilometri dal capoluogo di regione, dove sono attualmente ristrette oltre 500 persone".
Ansa, 21 aprile 2015
"L'Unione delle Camere penali italiane (Ucpi) e anche la Camera penale fiorentina auspicano che la Casa Circondariale "Mario Gozzini" di Firenze non venga trasformata in Rems" perché "non sussistono le condizioni necessarie per l'accoglimento e la cura dei pazienti dell'Opg (di Montelupo Fiorentino, ndr) e soprattutto verrebbe cancellata una struttura di custodia (ma soprattutto di recupero sociale del detenuto) perfettamente funzionante e confacente al dettato costituzionale in tema di recupero del condannato".
Così, il referente dell'Osservatorio Carceri della Camera Penale di Firenze, avvocato Luca Maggiora, dopo una visita all'istituto Mario Gozzini di Firenze, effettuata unitamente ai colleghi Rosa Todisco e Michele Luzzetti, anch'essi componenti dell'Osservatorio fiorentino, e ai colleghi Riccardo Polidoro, Davide Mosso e Gabriele Terranova rispettivamente responsabile dell'Osservatorio Carcere e membri dell'Osservatorio Carcere dell'Ucpi.
"Abbiamo visitato la struttura in oggetto - riferisce l'avvocato Maggiora. La visita è stata organizzata a seguito della ipotesi di trasferimento degli internati dell'Opg di Montelupo a seguito della dismissione dello stesso. La casa circondariale Mario Gozzini è struttura detentiva a custodia attenuata dove bene viene attuato il principio rieducativo della pena. Molti sono i laboratori in cui i detenuti esprimono le proprie capacità creative e non tese al recupero sociale post delictum". Inoltre, prosegue, "abbiamo riscontrato un oggettivo buon funzionamento della struttura ed un clima disteso e collaborativo non solo dei detenuti ma anche degli operatori, tutti, che ivi prestano la propria attività lavorativa".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 21 aprile 2015
Dal prossimo maggio fino a ottobre sette detenuti della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso saranno impegnati per sei mesi nella digitalizzazione di circa 900 mila pagine di atti del Consiglio superiore della magistratura. Una parte di quelle migliaia di fascicoli che vanno dal 1970 al 2002, oggi stipati nel deposito atti di viale Trastevere di proprietà dell'Agenzia del demanio (che ne chiede la restituzione).
Dal prossimo maggio fino a ottobre sette detenuti della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso saranno impegnati per sei mesi nella digitalizzazione di circa 900 mila pagine di atti del Consiglio superiore della magistratura. Una parte di quelle centinaia e migliaia di fascicoli oggi stipati nei locali dell'ufficio adibito a deposito atti di viale Trastevere di proprietà dell'Agenzia del demanio (che ne chiede la restituzione).
Atti che peraltro si sarebbe dovuto distruggere in base alla delibera della precedente consiliatura e che invece saranno in parte digitalizzati da cinque detenuti e trasportati dall'ufficio al laboratorio informatico del carcere romano, da altri due. In particolare, si tratta di 595 fascicoli dell'Ufficio studi dal 1970 al 2002, 90 faldoni della Sezione disciplinare dal 1980 al 1990, 253 faldoni della Commissione antimafia dal 1985 al 2001 e di 2662 fascicoli personali dei magistrati, già fuori servizio nel periodo 1985-2001.
Un progetto seguito dalla Commissione di sorveglianza sugli archivi ricostituitasi a febbraio scorso e composta dal vicepresidente Csm, vicesegretario generale, un funzionario dell'Archivio di stato e uno del Ministero dell'interno. L' obiettivo è quello di ridurre il materiale cartaceo del Consiglio e creare opportunità lavorative per i detenuti nel laboratorio informatico dell'istituto romano come già avvenuto per un analogo progetto relativo alla digitalizzazione dei documenti del tribunale di sorveglianza di Roma.
L'importo complessivo del progetto, pari a 43.130 euro, è quasi interamente a carico del Csm e servirà a finanziare la formazione, il pagamento degli stipendi dei detenuti e l'acquisto di cinque scanner in sostituzione dei vecchi già in dotazione a Rebibbia. Per parte sua, il ministero della giustizia, attraverso la Cassa delle ammende sostiene la spesa di 780 euro per l'acquisto di carburante e materiale di cancelleria.
Un'intesa inter-istituzionale tra il Consiglio superiore della magistratura e il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria la cui fase di realizzazione è affi data alla Direzione della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso su cui per ora vige il più assoluto riserbo visto che né il Csm né il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria hanno fornito maggiori ragguagli in merito.
L'unica fonte di riferimento è la delibera che appare sul sito del Consiglio all'indirizzo www.csm.it, dal titolo "Progetto di de materializzazione dei documenti del Consiglio superiore della magistratura situati presso l'immobile di proprietà dello stato sito in Roma, viale Trastevere". Ed è lo stesso testo della delibera che cita la creazione all'interno del carcere di Rebibbia di "una struttura organizzata per l'informatizzazione dei dati cartacei attraverso la scannerizzazione dei documenti".
"Questa attività", è scritto nel documento, "oltre che portare a una significativa professionalizzazione del settore, successivamente spendibile all'esterno, ha permesso di dare lavoro negli anni a molti detenuti creando nella struttura un'attività consolidata che, in via permanente, può garantire quei servizi ad altre amministrazioni pubbliche e private".
Ed ecco come funzionerà il servizio a cui si vuole evidentemente dare un profilo tecnico di lungo respiro: due detenuti ammessi al lavoro esterno trasporteranno i faldoni dall'archivio di viale Trastevere a Rebibbia per poi restituire i documenti in digitale al Csm. Digitalizzazione che avverrà su supervisione del Consiglio Superiore da parte dei restanti cinque detenuti formati sui programmi software di scansione e indicizzazione dello stesso Consiglio mentre il controllo di garanzia sulla riservatezza dati sarà congiunto, con la partecipazione sia del personale Dap - Dipartimento amministrazione penitenziaria sia del Csm.
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