Adnkronos, 28 febbraio 2015
L'amianto è presente nel 14% dei penitenziari italiani. Lo rivela una mappatura in possesso dell'Adnkronos. Dietro le sbarre con un killer silenzioso e il rischio, per i detenuti, di una doppia condanna. Sono 28 le carceri italiane dove è ancora presente l'asbesto, il minerale cancerogeno usato comunemente nelle costruzioni fino al 1992 quando una legge, la 257, lo ha bandito dal nostro Paese.
Grondaie, tettoie, pannelli, cassoni, parti di impianti di depurazione, canne fumarie, manufatti all'interno dei vecchi penitenziari continuano a minacciare la salute di chi in galera sconta una pena e di chi ci lavora. Da Alessandria a Trapani sono tante le carceri ancora imbottite di amianto.
Ventotto secondo il ministero della Giustizia, di più stando alle segnalazioni che arrivano dai sindacati di polizia penitenziaria e che aggiungono altri istituti a quelli già presenti nell'elenco fornito dal ministero. Come nel caso di Orvieto, dove "all'interno di un magazzino c'è un deposito di eternit rimosso molto tempo fa e in eternit sono due canne fumarie funzionanti", dice Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del sindacato di polizia penitenziaria Sappe.
La mappatura che l'Adnkronos è riuscita ad ottenere è stata anche oggetto di un'interrogazione parlamentare presentata dal deputato del Movimento 5 Stelle Alessio Villarosa l'11 febbraio scorso. Il ministero chiarisce che nei casi segnalati "le direzioni hanno da tempo avviato le procedure per lo smaltimento" e dunque "tali situazioni sono sotto controllo, riguardano manufatti esterni alle strutture detentive e comunque in corso di rimozione".
Nello stesso prospetto fornito dal ministero si legge, per esempio, della presenza di "pannelli in eternit presso l'impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica" del carcere di Catania Bicocca, un complesso penitenziario dove ha sede anche l'istituto per i minori. E ancora a Catania, nel carcere di piazza Lanza, di una "tettoia nel cortile di passeggio per un totale di 110 metri quadri". Per quanto riguarda poi la bonifica, nella tabella in almeno sei casi si legge, nero su bianco, che "si provvederà nel corrente esercizio finanziario, compatibilmente con le risorse disponibili".
"La situazione è veramente drammatica - dice all'Adnkronos Alessandro De Pasquale, segretario generale del Sippe - noi come segreteria generale abbiamo scritto a vari organi dell'amministrazione penitenziaria" e, aggiunge De Pasquale, "la cosa strana è che sempre nelle lettere dell'amministrazione penitenziaria c'è questo tentativo di minimizzare il problema perché si legge sempre piccolo quantitativo, non pericoloso per i lavoratori ma l'amianto è comunque un pericolo per la salute pubblica.
I colleghi quotidianamente ci segnalano le problematiche ma c'è una scarsa informazione sul pericolo costituito dall'eternit o comunque dalle fonti di amianto". "L'amministrazione statale, il nostro datore di lavoro, ai sensi del decreto legislativo 81 del 2008 ha anche un obbligo di informazione nella propria unità amministrativa. Deve informare i lavoratori - aggiunge De Pasquale - sui rischi che ci sono all'interno della struttura ed è chiaro che molto spesso questo non avviene. Dobbiamo sempre ricordare che all'interno di una struttura penitenziaria ci sono i detenuti che devono scontare una pena, ma non è che devono scontare anche una pena di morte".
Medici penitenziari: fra i detenuti più alta incidenza tumori
"Non tranquillizza sapere che l'amianto è presente nel 14% dei penitenziari italiani. Si tratta di un rapporto che ignoravamo, e che vorremmo studiare per valutare l'entità di questa presenza. Invece sappiamo che negli istituti penitenziari l'incidenza di neoplasie è superiore a quella della popolazione generale". Lo afferma all'Adnkronos Salute Giulio Starnini, segretario generale Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), alla notizia dei risultati della mappatura sull'amianto nelle Carceri, in possesso dell'Adnkronos.
"Come società scientifica - rileva Starnini, direttore dell'Unità operativa di Medicina protetta del Belcolle di Viterbo - ignoravamo questo rapporto, e davvero vorremmo poterlo esaminare per valutare l'entità e la presenza di questa sostanza nei penitenziari. C'è inoltre un aspetto importante di cui tener conto: l'elevata incidenza delle neoplasie fra i detenuti.
Un fenomeno cui concorrono varie cause, come il fumo. Ma certo sapere che esistono anche aspetti ambientali che potrebbero contribuire a innescare patologie tumorali non rasserena. Finora, comunque, le patologie dei detenuti non sono mai state messe in correlazione con l'asbesto. E che io sappia casi di asbestosi o mesotelioma non sono stati diagnosticati in questa particolare popolazione". Nelle carceri, inoltre, "lavorano anche 50 mila operatori. Per la loro sicurezza e quella dei detenuti, se il dato contenuto nella mappatura fosse confermato, il passo successivo deve essere la bonifica".
M5S: numeri su amianto nelle carceri spaventosi, 20 anni di promesse disattese
Amianto presente nel 14% dei penitenziari italiani, 28 carceri abitate dal killer silenzioso. "Possono sembrare numeri piccoli, percentuali irrisorie invece sono spaventose", dice all'Adnkronos Alessio Villarosa, il deputato M5S che nel febbraio scorso presentò un'interrogazione sul tema. La mappatura in possesso dell'Adnkronos "mostra numeri - osserva Villarosa - che si avvicinano molto a quelli delle caserme".
Numeri "da brividi perché da 20 anni - rimarca il grillino - si promette ai carcerati, così come ai nostri militari, di farli vivere in luoghi sicuri per la loro salute, nonché per la salute dei lavoratori che prestano servizio in penitenziari e caserme per conto dello Stato. Cosa si sta aspettando? - chiede Villarosa - Vogliamo perdere ancora tempo ?
Così avremo nuovi malati e nessuno che pagherà il conto a causa della prescrizioni già sopravvenuta nel processo del principale responsabile", dice il deputato 5 Stelle con un chiaro riferimento alla sentenza Eternit. Poi la frecciatina sulla mappatura, arrivata all'Adnkronos prima che a Villarosa che ne aveva fatto richiesta in un'interrogazione ad hoc. "Rimango stupito ma contento di avere finalmente i dati - dice il presidente del gruppo M5S alla Camera - perché, come al solito, se uno vuole le informazioni anziché chiederle ai ministri deve rivolgersi ai giornalisti".
Sappe: basta scuse, mettere a norma istituti contro rischio amianto
"Gli istituti penitenziari vanno messi a norma. Basta con le scuse delle amministrazioni che tergiversano con il pretesto della mancanza di fondi". Così Donato Capece, segretario generale del Sappe, commenta la presenza di amianto nei penitenziari italiani, rivelata da una mappatura diffusa dall'Adnkronos. Che l'amianto sia presente nel 14% delle carceri italiane "è una questione già fatta emergere dalla polizia penitenziaria tempo addietro", sottolinea Capece evidenziando come sia arrivato il momento di agire prendendo i fondi messi a disposizione dalla legge svuota-carceri.
Risorse, ricorda Capece, pari a "465 milioni destinati alla costruzione di nuovi padiglioni e la ristrutturazione di padiglioni preesistenti. L'amministrazione - incalza il segretario generale del Sappe - si deve fare carico del problema e mettere mano a una riforma che preveda una ristrutturazione seria possibilmente chiudendo quelle carceri che non sono a norma. Adesso che si registra un calo di detenuti, è il momento di avviare i lavori".
Sottosegretario Ferri: avviata rimozione amianto negli istituti penitenziari
"Sono state avviate tutte le procedure di rimozione dell'amianto presente nelle strutture carcerarie. La tutela della salute dei detenuti, delle forze di polizia penitenziaria e dei soggetti pubblici e privati che lavorano all'interno degli istituti è, infatti, una priorità da salvaguardare". È quanto afferma il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, commentando all'Adnkronos i dati diffusi dall'agenzia di stampa in merito alla presenza dell'amianto nelle carceri italiane.
"La salute - prosegue Ferri - è un bene costituzionale e primario sul cui rispetto non è possibile permetterci cali di attenzione e vuoti di tutela. La situazione è però sotto controllo ed è costantemente monitorata tanto che sono state avviate tutte le procedure di rimozione dei materiali nocivi". "Evidenzio, infine - conclude il sottosegretario alla Giustizia - che il ministero sta ponendo in essere interventi di ristrutturazione e di miglioramento delle strutture, all'interno del più generale programma di edilizia carceraria, finalizzato a mettere in sicurezza gli istituti penitenziari".
Ansa, 28 febbraio 2015
In alcune carceri italiane ci sono ancora strutture o materiali in eternit o presenza di amianto, per il quale sono state avviate verifiche e procedure di smaltimento. È quanto emerge da una mappatura aggiornata al gennaio 2015 resa nota dallo stesso Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
"Attualmente - comunica il Dap - sono in corso tutti i controlli e le opere necessarie per rimozione, smaltimento e messa in sicurezza. Il Dipartimento, in continuità con il passato, assicura massima attenzione e tempestività negli interventi futuri".
Questo il quadro della situazione che si evince dalla tabella fornita. Nelle carceri del Piemonte, il Dap segnala ad Alessandria coperture di un locale tecnico con lastre ondulate tipo eternit; a Fossano, presso la Direzione lastre di cemento-amianto ricoperte da tegole e controllate periodicamente. A Novara sono imminenti lavori per la bonifica della copertura della caserma agenti e della palestra. A Torino sono in corso verifiche del materiale coibente presso i piani interrati di Direzione e II Caserma.
Nelle carceri della Toscana, risultano da verificare due canne fumarie a Grosseto; a Lucca è in corso lo smaltimento di manufatti in eternit; a Massa e a Pisa la direzione ha chiesto alla Asl la verifica della pericolosità di alcuni manufatti; a Montelupo Fiorentino dopo l'eliminazione di manufatti nel 2013 è stata avviata un'altra procedura di smaltimento; a Prato sono presenti due coperture in eternit e la direzione sta valutando due possibili soluzioni.
In Umbria rimangono da risanare dei locali nella struttura di Spoleto. Nelle carceri sarde sono in corso lavori di rimozione di manufatti in amianto a Isili e Is Arenas con termine previsto entro il primo trimestre 2015; a Mamone si è in attesa del nulla osta dei Beni culturali per la demolizione di un fabbricato; ad Alghero in fase di programmazione gli appalti per la rimozione.
Nelle carceri siciliane ci sono presenze a Castelvetrano, con due recipienti (a breve lo smaltimento), a Catania Piazza Lanza con una tettoia, e Catania Bicocca, con pannelli presso l'impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica, per cui "si provvederà nel corrente esercizio compatibilmente con le risorse", segnala il Dap; segnalazione che vale anche per Enna, dove vi sono materiali accantonati da smaltire, nell'istituto dismesso di Favignana, dove ci sono 50 pannelli in eternit; a Giarre, per piccoli manufatti in eternit; a Noto, dove sono presenti 10 contenitori in eternit; e a Trapani, dove c'è amianto nelle coperture del magazzino. All'Ucciardone di Palermo è in corso la rimozione di materiale in eternit; a San Cataldo esiste una quantità non precisata di eternit su cui è stata avviata una verifica.
In Emilia Romagna, nella scuola di formazione della polizia penitenziaria di Parma, c'è una tettoia nel parcheggio automezzi con presenza di amianto sotto soglia; nel carcere di Piacenza si è in attesa dei risultati delle analisi commissionate sulle fibre presenti nella pavimentazione di un locale.
In Calabria, nel carcere di Lamezia Terme, temporaneamente chiuso si sta valutando la rimozione di un manufatto in amianto. Non si registra infine presenza di amianto nelle strutture di Lombardia, Basilicata, Lazio, Puglia, Campania, Veneto e Liguria.
di Andrea Priante
Corriere Veneto, 28 febbraio 2015
"L'astensione proclamata in sede collettiva è un diritto di libertà garantito". All'avvocato è stato negato il diritto a scioperare, e quindi il condannato torna libero. La corte di cassazione, in una sentenza depositata due giorni fa, ha disposto l'annullamento della condanna a dieci anni di carcere di un tunisino che era stato arrestato a Padova nell'ambito di una grossa operazione contro il traffico di droga. La vicenda prende le mosse nel 2005, quando la squadra mobile fermò cinque persone che stavano trattando la cessione di un grosso quantitativo di sostanze stupefacenti.
Tra loro, il tunisino Hichem Ben Abdelhami Rahali, che all'epoca aveva 30 anni e abitava a Selvazzano. Vennero sorpresi al casello di Padova Ovest, mentre armeggiavano intorno a una vettura che, si scoprì, aveva il motore e i sedili imbottiti di droga. La polizia sequestrò sedici chili di cocaina e nove chili di hashish, suddivisi in 44 panetti: una volta immessi sul mercato della movida padovana avrebbero fruttato oltre un milione di euro.
Hichem Ben Abdelhami Rahali, difeso dall'avvocato Carlo Bermone, in seguito venne condannato dal tribunale della città del Santo a dieci anni di carcere e centomila euro di multa. Una sentenza contro la quale il tunisino decise di presentare ricorso, e la corte d'Appello fissò l'udienza il 20 settembre del 2013, cinque anni dopo la condanna di primo grado. Proprio per quel giorno, però, l'Unione delle camere penali aveva proclamato l'astensione collettiva per protestare "contro una politica sempre più debole sulla Giustizia e inadempiente sull'emergenza carceri".
Il giorno prima dell'udienza, la Corte d'Appello informò l'avvocato Bermone che la discussione si sarebbe comunque svolta, in base al principio che una decisione che incide sulla libertà di un imputato è preponderante rispetto al diritto a protestare degli avvocati. "Quando sono arrivato in aula - racconta il legale - ho subito spiegato ai magistrati che intendevo aderire alla giornata di astensione indetta dalle camere penali e che quindi l'udienza andava rinviata. Ma i giudici hanno deciso di proseguire ugualmente, anche senza la mia presenza". Risultato: confermata la condanna a dieci anni per il trafficante di droga. Ma l'avvocato Bermone ha deciso di ricorrere in Cassazione, sostenendo che la sentenza era stata pronunciata "in violazione della legge", vista la scelta dei giudici di procedere nonostante la sua assenza.
Ora arriva la decisione della Suprema Corte, che ha dato ragione al legale sulla base dei più recenti indirizzi dettati dalle Sezioni Unite: "L'adesione del difensore all'astensione dalle udienze proclamata in sede collettiva costituisce l'esercizio di un diritto di libertà costituzionalmente garantito", si legge nel dispositivo della nuova sentenza. Per questo motivo "dev'essere rilevata la nullità dell'intero giudizio di appello, siccome illegittimamente celebrato in assenza del difensore avente diritto".
In altre parole, la condanna di Hichem Ben Abdelhami Rahali viene annullata e lui - che nel frattempo, vista la lentezza della Giustizia italiana, era uscito di galera in attesa della sentenza definitiva - se ne resta in libertà. L'intera vicenda ora tornerà alla Corte d'Appello che dovrà ricominciare tutto. Un errore di procedura che da un lato fissa il diritto, anche per gli avvocati, di "scioperare", ma dall'altro cancella con un colpo di spugna la condanna di un pericoloso criminale. "È una sentenza importante perché ribadisce che anche ai difensori degli imputati va garantita la libertà di manifestare le proprie idee", spiega Daniele Grasso, già componente di giunta dell'Unione delle camere penali. "Resta l'amarezza perché una iniziale valutazione sbagliata da parte dei giudici ha provocato un danno sociale conseguente alla mancata definizione del processo nei tempi che avrebbero dovuto essere fisiologici".
di Katia Bonchi
Il Manifesto, 28 febbraio 2015
G8. Sospeso per sei mesi il medico che "visitava" in mimetica i manifestanti brutalizzati: L'ordine dei medici di Genova, quattordici anni dopo i fatti, esclude Toccafondi appena fino a ottobre. L'amarezza delle parti civili.
"Alla Diaz dovevano fucilarvi tutti". Così nella caserma-carcere di Bolzaneto il dottor Giacomo Toccafondi, responsabile dell'infermeria durante il G8 di Genova, accolse una manifestante arrivata dalla scuola Pertini dove la polizia aveva appena compiuto quella che oggi è universalmente definita la "macelleria messicana". Ad altri diede dei "bastardi". A una ragazza tedesca, a cui la polizia alla Diaz aveva fatto saltare la metà dei denti, puntò il manganello alla bocca mentre altri cantavano "Manganello, manganello". Oggi, a distanza di quasi quattordici anni, l'Ordine dei medici di Genova ha sospeso Toccafondi per sei mesi. A ottobre potrà tornare a lavorare, quantomeno come libero professionista, poiché l'ex ufficiale della Croce Rossa, che oggi ha 61 anni, nel marzo 2014 è stato licenziato dalla Asl 3 genovese per il "venir meno del rapporto fiduciario in seguito ai fatti accertati dalla magistratura sotto il profilo deontologico, morale e professionale".
Toccafondi ha così perso il suo posto da chirurgo all'ospedale di Pontedecimo ma non è detto che, allo scadere della sospensione, non possa riacquistare anche quello visto che a giorni è prevista la sentenza del giudice del lavoro sul ricorso presentato contro il licenziamento. Secondo i beninformati ci sarebbero alcuni problemi di natura formale che potrebbero portare alla sua riassunzione. Tornando al provvedimento disciplinare, la sospensione di sei mesi dall'esercizio della professione "non è certo stata un buffetto sulla guancia" commenta l'avvocato Alessandro Vaccaro, che lo ha difeso nel processo penale e anche davanti alla commissione di disciplina dei medici: "I suoi colleghi hanno fatto le loro valutazioni sui comportamenti deontologici utilizzando come base le carte del procedimento penale che si è concluso con la prescrizione". "Abbiamo una legge istitutiva che prevede direttamente il passaggio dalla censura di sei mesi alla radiazione" si difende il presidente dell'ordine dei medici di Genova Enrico Bartolini. "Era indubbio che meritava una sanzione pesante e la commissione, formata da tre professionisti super partes, ha scelto una delle più gravi". Perché non la radiazione allora? "Perché sono stati valutati tanti elementi negativi, ma anche alcuni positivi. È stata una valutazione laboriosa durata oltre un anno e mezzo".
Se sugli elementi positivi, in assenza del testo del provvedimento, è arduo lavorare di fantasia, gli elementi negativi sono tanti e per ognuno di loro, come sancito dalla Corte di Appello di Genova, Toccafondi dovrà risarcire le sue vittime. Come per "l'aver costretto o consentito che le persone stessero nude nell'infermeria oltre il tempo necessario, che le persone di sesso femminile rimanessero nude anche davanti a uomini, osservate nelle parti intime e costrette a girare più volte su se stesse" o come l'aver "insultato direttamente le persone visitate... anche rivolgendo domande sulla vita sessuale con evidente segno di scherno". Oltre a omissioni di referto e minacce di vario tipo come la frase "se non stai zitto ti diamo anche le altre" rivolta a un arrestato a cui stavano saturando senza anestesia la mano appena lacerata da un agente.
Toccafondi, che "visitava" i fermati indossando la tuta mimetica invece del camice bianco, è responsabile di aver "effettuato triage con modalità non conformi ad umanità e tali da non rispettare la dignità della persona, sottoponendoli ad un trattamento inumano e degradante".
Per Clizia Nicolella, consigliere comunale e medico, che aveva chiesto un anno fa in una lettera pubblica indirizzata proprio a Bartolini, la radiazione di Toccafondi "si tratta di un provvedimento che sembra rientrare in una sorta di bon ton dell'Ordine, mentre sarebbe stato importante dare un segnale rispetto al limite che ha superato con un comportamento lesivo della dignità di tutti i medici". "Giustizia è fatta - è il commento carico di amara ironia dell'avvocato Emanuele Tambuscio, che ha difeso alcune delle centocinquanta parti civili nel processo di Bolzaneto, diversamente Toccafondi sarebbe stato l'unico tra tutti i condannati del G8 ad essere radiato o destituito".
di Silvia D'Onghia
Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2015
C'è una definizione dell'enciclopedia Treccani che stona pesantemente con quanto accaduto in questi giorni a Genova: "medicina" è, in senso lato, "il complesso dei provvedimenti, spesso di carattere non strettamente medico, ma comunque rivolti, nell'intenzione di chi li adotta, a combattere o a prevenire fattori morbosi".
Come fa questa definizione ad adattarsi alla figura di un uomo, definito dai testimoni "il seviziatore", che all'interno della caserma di Bolzaneto durante i giorni del G8 agì "con particolare crudeltà" - così hanno scritto i giudici di Corte d'appello - nei confronti di vittime inermi, "spesso già ferite, atterrite, infreddolite, affamate, assetate... sostanzialmente già seviziate"? Di certo questa non sembra prevenzione di fattori morbosi, tutt'altro.
Eppure Giacomo Toccafondi, il medico che gestiva l'infermeria di Bolzaneto, non solo è stato salvato dalla prescrizione rispetto ai reati di omissione di referto, violenza privata, lesioni e abuso d'ufficio. Con una sentenza che non potrà essere impugnata, l'Ordine dei medici di Genova ha decretato che il dottor Toccafondi, scontata una sospensione di sei mesi, potrà tornare a fare il medico. A prevenire fattori morbosi su cittadini malati e, proprio per questo, inermi come i ragazzi del 2001. Il dottor "mimetica" è stato licenziato un anno fa dall'ospedale Gallino di Pontedecimo, dopo aver ricevuto, gli anni scorsi, promozioni e "retribuzioni di risultato".
Hanno scritto ancora i giudici: "Anziché lenire la sofferenza delle vittime di altri reati, l'aggravò, agendo con particolare crudeltà su chi, inerme e ferito, non era in grado di opporre alcuna difesa, subendo in profondità sia il danno fisico, che determina il dolore, sia quello psicologico dell'umiliazione causata dal riso dei suoi aguzzini". Ma neanche questo è bastato al suo Ordine di riferimento, in un procedimento che è andato avanti otto mesi, per radiarlo dall'albo e impedirgli di prevenire nello stesso modo altri fattori morbosi. La verità è che, come in un disturbo da incubi, Genova sembra non finire mai. A 14 anni da quelle immagini di una nazione impegnata a distogliere l'attenzione dai problemi del capo a colpi di manganelli, le beffe continuano a sommarsi ai danni.
E anzi, rischia di manifestarsi qualche segnale di ciclicità. Da un lato le botte ingiustificate, nell'ottobre scorso, agli operai ThyssenKrupp di Terni sotto il ministero dello Sviluppo e, ieri, i manifestanti anti-Salvini trascinati fuori dalla chiesa degli Artisti in piazza del Popolo, a Roma, e poi caricati e fatti piangere con i lacrimogeni. Dall'altro, gli ultras del Feyenoord lasciati agire indisturbati nel centro di Roma, liberi di danneggiare la Barcaccia e orinare in Piazza di Spagna: "Non potevamo fermarli nelle metropolitane", si è giustificato il Questore di Roma, D'Angelo. Non c'è da fare dietrologie ipotizzando regie occulte. C'è però da considerare che, dalla morte dell'ex capo della Polizia Manganelli, l'ordine pubblico nelle piazze più importanti d'Italia è tornato nelle mani delle squadre mobili. Di chi fa le indagini e non ha alle spalle un solo giorno di piazze.
I nomi che oggi occupano ruoli strategici nelle stanze del Dipartimento di Pubblica sicurezza del Viminale, così come i capi delle principali Questure italiane vengono dal mondo delle investigazioni, non da quello della polizia di prevenzione. Esattamente come a Genova nel 2001. Sembra di tornare indietro nel tempo. Medicina e polizia sono parole che rientrano nell'ambito della tutela della persona; i medici e i poliziotti sono coloro che hanno l'obbligo di aiutare le persone inermi e di prevenire fattori morbosi. La paura è che qui il morbo sia talmente esteso da diventare insanabile.
La Repubblica, 28 febbraio 2015
Delitto di Cogne, la Suprema Corte spiega perché ha rinviato al tribunale di sorveglianza la decisione sul mantenimento degli arresti domiciliari. Annamaria Franzoni corre il rischio di tornare in carcere e non godere più della detenzione domiciliare concessale a giugno in base alle norme che favoriscono la convivenza tra le madri detenute, che abbiano scontato almeno un terzo della pena, e i figli che non hanno ancora compiuto i dieci anni. È quanto emerge dalle motivazioni, depositate oggi, della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha rimandato alla magistratura di sorveglianza di Bologna la decisione sul futuro della donna.
Da ormai due anni, infatti, scrive la Cassazione, il figlio minore della Franzoni ha ormai compiuto i dieci anni. Quindi i giudici di Bologna devono ora valutare se ci sono le condizioni affinché la donna - condannata a 16 anni di carcere per aver ucciso il figlioletto Samuele il 30 gennaio 2002 a Cogne - ottenga la "proroga" dei domiciliari. Proroga che però richiede, in base alle regole dell'ordinamento penitenziario, che sia stata scontata almeno la metà della condanna (e non solo un terzo come nel caso di detenute con figli minori di dieci anni).
"Il legislatore - spiega la Cassazione - ha articolato un doppio regime normativo: l'uno per regolare l'ipotesi di figli di età inferiore a dieci anni, l'altro per regolare l'ipotesi di figli di età superiore: differenziazione del tutto logica, perché finalizzata a contemperare le esigenze perseguite dalla legge con quelle di non eludere del tutto la pretesa punitiva dello Stato e le finalità proprie della espiazione della pena". Per questo motivo, pur senza accogliere le obiezioni avanzate nel ricorso dalla Procura generale della Corte di Appello di Bologna, la Cassazione aveva annullato il via libera alla detenzione domiciliare e rinviato "per nuovo esame al Tribunale di sorveglianza". Il Pg di Bologna riteneva, tra l'altro, che la Franzoni sia ancora pericolosa, in quanto "manifesta sentimenti esibizionistici e bisogni di centralità, narcisismo, in realtà non compatibili con la capacità di provvedere alla cura ed all'assistenza dei figli".
La Suprema Corte ha replicato al contrario che "attualmente è stata esclusa dal tribunale, motivatamente e sulla base di una serie di accertamenti peritali e istituzionali, la pericolosità sociale della condannata, la quale ha partecipato
positivamente ad un insistito processo risocializzante e rieducativo, e dovrà altresì attenersi alle rigorose e finalizzate prescrizioni imposte dal tribunale".
La questione, dunque, non riguarda le valutazioni sull'eventuale pericolosità della donna, quanto quelle sulle norme che regolamentano la concessione degli arresti domiciliari in relazione all'età dei figli. Dirimerla, sarà compito della magistratura di sorveglianza di Bologna.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 28 febbraio 2015
Pasquale Barra detto 'o animale, il camorrista che uccise con 40 coltellate Francis Turatello profanandone il cadavere e poi scelse di collaborare con la giustizia accusando ingiustamente Enzo Tortora, è morto nel carcere di Ferrara, dove stava scontando la condanna all'ergastolo. Aveva da poco compiuto 72 anni.
Con la sua morte, si chiude una pagina nera della storia criminale italiana, segnata dai delitti commessi da Barra per conto della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e proseguita con la sua controversa dissociazione dalla camorra, che ha ispirato, fra gli altri, uno dei personaggi del film "Il camorrista", diretto da Giuseppe Tornatore e tratto dal libro di Giuseppe Marrazzo. Entrato nella Nco sotto l'egida di Cutolo, Barra si macchiò di decine di delitti, molti dei quali commessi in carcere. Nel 1983 cominciò a collaborare e, sia pure solo al diciottesimo interrogatorio, fece il nome di Tortora, rifiutandosi poi di deporre al processo per ripetere quelle accuse rivelatesi poi completamente infondate.
www.gonews.it, 28 febbraio 2015
"Punti di forza di questo istituto - ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo di questa mattina al carcere di Massa - sono il percorso trattamentale, il regime penitenziario interno aperto e la presenza di lavorazioni penitenziarie di tessitoria, di sartoria e di falegnameria".
Il percorso trattamentale avviene anche attraverso lo strumento risocializzante del lavoro, il regime aperto dell'istituto "rispetta - ha detto il garante regionale - tutte le condizioni normative e le migliora con celle aperte oltre le 8 ore e l'attività lavorativa fa sì che vengano prodotti lenzuola, asciugamani e coperte a tutti gli altri istituti penitenziari". La Casa di reclusione di Massa, risale al 1930 e ospita 192 detenuti definitivi condannati a pene medio lunghe dei quali 66 in cella per reati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Si tratta di un corpo unico, suddiviso in padiglioni, in spazi comuni e aperti e con la presenza di impianti sportivi.
"Tra i detenuti - ha precisato Corleone, ribadendo la positività di questo dato - 110 lavorano e di questi 15 svolgono attività di pubblica utilità in città". Corleone ha parlato, inoltre, con soddisfazione di un esperimento innovativo portato avanti dalla Asl di Massa Carrara: "I detenuti di questo carcere - ha detto - possono essere seguiti dal loro medico di base. Un modello che dovrebbe essere introdotto anche negli altri istituti penitenziari perché garantisce continuità terapeutica e assicura un rapporto di fiducia tra il medico e il paziente".
"La direttrice del carcere Maria Martone - ha affermato Corleone - è molto attenta all'innovazione e dà impulso alle attività. Nei mesi scorsi c'è stata una programmazione di cineforum. Inoltre, la biblioteca interna è collegata a a quella comunale e i detenuti scrivono un giornalino". "Peccato - ha aggiunto il garante regionale - che queste positività siano turbate dalla mancata apertura di un padiglione nuovo che dovrebbe ospitare 80 detenuti.
La struttura è quasi pronta ma necessita del completamento degli ultimi lavori di ristrutturazione, al momento ancora bloccati". Tra le lacune del carcere Corleone ha parlato del "mancato finanziamento di due sezioni del refettorio necessarie per permettere ai detenuti di mangiare insieme e di una serra per consentire attività esterne. Credo - ha concluso Corleone - che ci siano tutte le condizioni per far sì che questa casa di reclusione diventi un'eccellenza, accogliere queste richieste garantirebbe alla struttura di rappresentare un modello di vivibilità".
www.provincia.bz.it, 28 febbraio 2015
Si è conclusa il 26 febbraio la valutazione delle offerte relative alla realizzazione e gestione del nuovo carcere di Bolzano: l'offerta presentata da Condotte d'Acqua Spa in raggruppamento temporaneo di imprese con Inso spa è stata ritenuta congrua. Prossimo passo: la convenzione con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per costruzione e gestione della nuova struttura.
La commissione tecnica, composta da rappresentanti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, della Provincia di Bolzano (soggetto attuatore) e di esperti in materia economico-finanziaria, ha esaminato il materiale prodotto da Condotte d'Acqua spa in raggruppamento temporaneo di imprese con Inso spa a sostegno della congruità della propria offerta economica per i costi di costruzione, pari a circa 31,8 milioni di euro.
La commissione ha ritenuto l'importo plausibile e realistico rispetto alle spese sostenute per la realizzazione di altre strutture penitenziarie recentemente attivate. Pertanto, conclusi gli adempimenti formali del caso, si procederà alla convocazione dell'apposita Conferenza di servizi e quindi a negoziare con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria la convenzione per le modalità di realizzazione e gestione della nuova struttura carceraria.
Alla luce delle esperienze maturate nella realizzazione di carceri con l'innovativo sistema della cosiddetta "finanza di progetto" in altri Paesi dell'Ue, per la prima volta in Italia l'impresa aggiudicataria provvederà, oltre a completare progettazione e costruzione della struttura entro due anni, alla fornitura di una serie di servizi: manutenzione ordinaria e straordinaria dell'immobile e degli impianti, mensa detenuti e personale, lavanderia, pulizia, attività formative, sportive e ricreative e di reinserimento dei detenuti, che saranno impiegati anche nelle attività lavorative interne.
Il progetto preliminare nasce dalla collaborazione tra Rti Condotte/Inso e Engineering spa, Policrea srl, Pasquali Rausa Engineering srl, Sint Ingegneria srl, Bwb Ingenierbüro srl, Jesacher Geologiebüro, caratterizzato quindi da una forte componente locale. Realizzazione e gestione dei servizi del carcere saranno assicurate attraverso la costituzione di una specifica società di scopo. Il progetto vincitore sarà illustrato, unitamente a tutti gli altri presentati nel bando in modalità PPP (pubblico-privato), nel convegno che la Caritas organizzerà al Centro pastorale di Bolzano il prossimo 10 marzo.
www.lametino.it, 28 febbraio 2015
"Il Consiglio regionale della Calabria, per il tramite del Presidente della Giunta ponga in essere ogni iniziativa, azione e provvedimento utile affinché il Governo disponga l'immediata riapertura della casa circondariale di Lamezia Terme assicurandole piena e migliore funzionalità". È quanto chiede il consigliere regionale Arturo Bova (Democratici Progressisti) che, sulla questione ha presentato una mozione.
"Inspiegabile - commenta Bova - il provvedimento di chiusura dentro la cornice storica di un'emergenza carceraria insostenibile che fotografa condizioni di vita impietose e che testimonia il grave disagio umano della popolazione carceraria. Dinanzi alle condanne ad ai richiami della Corte europea di Strasburgo, il nostro Paese è chiamato a dare risposte sociali ed organizzative concrete nel rispetto della dignità della persona".
Nel documento, il consigliere regionale "richiama il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 13.1.2010 con cui è stato approvato il 'Piano Carcerì per risolvere l'annoso problema del sovraffollamento degli Istituti Penitenziari italiani. Successivamente, con sentenza dell'8 gennaio 2013 (c.d. sentenza Torreggiani) - ricorda Bova - la Corte Europea dei Diritti Umani, adita da Torreggiani e da altri 4.000 detenuti, ha condannato lo Stato Italiano per violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (trattamento disumano dei detenuti).
Assegnandogli contestualmente - in quanto sentenza pilota - il termine di un anno per adeguarsi alla normativa internazionale e agli standard richiesti da Strasburgo (che prevedono il criterio base di mq. 3 per ogni detenuto ospitato in ciascuna struttura carceraria). Dopo il monitoraggio effettuato nel maggio del 2014 - dunque a distanza di un anno dalla sentenza sopra citata - i detenuti italiani risultavano 59.683, a fronte di una capienza regolamentare dell'intero panorama carcerario italiano di 49.091 posti". L'esponente politico ricorda che "è stata disposta la chiusura di tutte le strutture carcerarie nella quali non veniva rispettato il suddetto requisito di 3 mq/detenuto, facendo inopinatamente rientrare tra queste strutture anche la Casa Circondariale di Lamezia Terme".
"Dopo un incontro avuto il 15 maggio 2014 con il Segretario Particolare del Ministro di Giustizia e con una delegazione degli Agenti di Polizia Penitenziaria di Lamezia - del quale venne dato ampio risalto dai mass-media locali - fu dimostrato che la Casa Circondariale di Lamezia Terme, contrariamente ai dati forniti al Ministero, rispettava pienamente il requisito della Sentenza Torreggiani per almeno 90 detenuti - stante la superficie della struttura di 302 mq. Dato, questo, che si può ricavare dalla sezione monitoraggi del sito www.giustizia.it oppure dalla planimetria dell'Istituto. La delegazione aveva indicato altresì, la possibilità concreta e a quasi costo zero, di ricavare ulteriore disponibilità di accoglienza e, pertanto, di superare il numero di 100 detenuti ospitabili secondo e nel pieno rispetto dei parametri europei. Sul sito del Ministero della Giustizia, inoltre, è stato pubblicato un documento ufficiale in cui sono elencati oltre 30 Istituti Penitenziari, molti dei quali a tutt'oggi aperti, che hanno una capienza di molto inferiore ai 100 detenuti (vedi la casa Circondariale di Lauro in Campania, con capienza regolamentare di 38 detenuti e presenza effettiva di soli 11 detenuti o Empoli, in Toscana, con capienza regolamentare di 18 detenuti e presenza effettiva di 24 detenuti)".
"La questione dell'affollamento delle carceri, che vede la Calabria tra le Regioni con il più alto tasso - afferma Bova - è di attualità sempre più drammatica, segnata da lentezze processuali e da strutture fatiscenti. Alla luce di questi motivi, la struttura carceraria di Lamezia, potrebbe essere eventualmente riconvertita in una casa circondariale a custodia attenuata, oppure destinata ad ospitare i detenuti cd. promiscui (ex collaboratori di giustizia; appartenenti a forze di polizia; familiari di ex collaboratori di giustizia e familiari di personale della Polizia Penitenziaria) e/o detenuti cd. protetti (sex offender, imputati e/o condannati per violenza sessuale). Si potrebbe immaginare di collocare in una sezione i detenuti cd. promiscui, in un'altra, i detenuti cd. protetti e nell'ultima sezione allocare i detenuti associati dalla libertà a disposizione del locale Tribunale.
In Calabria le sezioni inframurarie destinate alle suddette particolari tipologie di detenuti, sono presenti solo presso le Case Circondariali di Castrovillari e di Vibo Valentia. Strutture queste ultime che, in caso di chiusura del Carcere di Lamezia, si vedrebbero aumentare i posti disponibili al regime ordinario, con conseguente aggravamento del problema del sovraffollamento. La chiusura del carcere di Lamezia comporterebbe, o comunque potrebbe essere percepito infine - conclude Arturo Bova - come un palese e inammissibile, oltre che inopportuno, abbassamento della guardia nella lotta alla criminalità organizzata in un territorio martoriato dalla presenza di potentissime e spregiudicate cosche mafiose".
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