Ansa, 1 marzo 2015
Il leader storico del Pkk Abdullah Ocalan, detenuto nell'isola carcere di Imrali, ha chiesto che i ribelli curdi avviino trattative con il governo turco sulla rinuncia alle armi e sul consolidamento della fragile tregua in vigore da due anni: lo ha annunciato oggi a Istanbul il dirigente del partito legale curdo Hdp Siiri Sureyya Onder. In dichiarazioni a Istanbul dopo una riunione con rappresentanti del governo turco, riferisce Hurriyet online, Onder ha definito "storica" l'iniziativa di Ocalan, per "sostituire la lotta armata con politiche democratiche".
Il leader storico dei ribelli curdi ha chiesto che il Pkk convochi un congresso in primavera per discutere la questione. Le trattative fra Ocalan e il governo turco per una soluzione politica della crisi del Kurdistan, condotte per Ankara dal capo dei servizi segreti del Mit Hakan Fidan, iniziate tre anni fa hanno attraversato fasi alterne. Il Pkk ha accusato l'anno scorso il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan di non rispettare gli impegni presi e annunciato uno stop al ritiro dei propri combattenti dal territorio turco.
Una recente ripresa del dialogo è stata frenata dalla presentazione da parte del governo islamico di una nuova legge sulla sicurezza che conferisce ampi poteri a polizia e governatori: secondo l'Hdp e gli altri partiti dell'opposizione farà della Turchia uno Stato di polizia.
Il governo chiede che il Pkk annunci di rinunciare alle armi prima dell'avvio di trattative dirette con la direzione militare del gruppo, in esilio nel Nord Iraq, mentre il Pkk, secondo la stampa turca, esige che le trattative formali inizino prima. Nell'incontro con la delegazione Hdp, riferisce Hurriyet online, il vicepremier Yalcin Akdogan ha affermato che fare tacere le armi contribuirebbe allo sviluppo delle trattative.
di Giuseppe Acconcia
Il Manifesto, 1 marzo 2015
Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha emesso un decreto anti-terrorismo senza precedenti. La legge, approvata in assenza di un parlamento (le Camere sono state sciolte nel 2012), definisce i parametri per stabilire chi appartiene o no a un'organizzazione terroristica. Non solo, la norma delinea i procedimenti giuridici necessari per definire un gruppo o un individuo come affiliato al terrorismo.
Possono essere gruppi terroristici "associazioni, organizzazioni o collettivi" che cercano di danneggiare i cittadini in Egitto e all'estero, insieme a chiunque si opponga alle leggi e alle istituzioni dello Stato. È terrorista poi chiunque cerchi di attaccare le libertà personali dei cittadini o i diritti previsti dalla Costituzione (voluta dai militari).
La legge quindi prevede una definizione estesa di movimenti terroristici ed implica che i magistrati egiziani stilino d'ora in avanti una lista di gruppi terroristici e soggetti dediti al terrorismo, in seguito alle sentenze delle Corti penali. Quando i giudici inseriranno un'organizzazione in questa lista, automaticamente il gruppo verrà bandito dalla scena pubblica e tutti i suoi beni confiscati. E ieri, lo stesso tribunale del Cairo che a marzo del 2014 aveva proibito temporaneamente le attività del movimento palestinese Hamas in Egitto e decretato la confisca dei beni, lo ha subito confermato nella lista dei "terroristi".
La norma di fatto conferisce un potere assoluto alla magistratura di definire terrorista chiunque faccia opposizione politica. In particolare la legge prende di mira le organizzazioni controllate dalla Fratellanza, già pesantemente censurate dalle autorità dopo il golpe del 2013. Eppure al-Sisi non sta mostrando solo il bastone agli islamisti ma anche la carota, come in perfetto stile Partito nazionale democratico di Hosni Mubarak.
Al-Sisi ha infatti incontrato alcuni esponenti della Fratellanza nel palazzo presidenziale, tra cui Kamal al-Helbawy, Tharwat al-Kharbawy e Mokhtar Nouh. Secondo la stampa locale, sarebbe in corso la definizione di un piano per perdonare quei politici della Fratellanza (dichiarato movimento terroristico insieme al partito Libertà e giustizia) che vorranno rinnegare in tutto e per tutto il movimento ed entrare nel nuovo parlamento tra i candidati indipendenti nelle liste elettorali che stanno per essere chiuse in vista del voto del prossimo marzo.
Neppure l'amministrazione Obama sa bene che pesci prendere con al-Sisi. Il segretario di Stato John Kerry ha risposto alle critiche mosse dalla Commissione sugli aiuti militari per i ritardi nel ripristinare le forniture al Cairo, congelate dopo il golpe del 2013. Il presidente della Commissione, Kay Granger ha accusato Kerry di non fare abbastanza per sostenere al-Sisi nella sua "lotta contro lo Stato islamico". Kerry ha ripetuto le preoccupazioni nel rispetto dei diritti umani in Egitto, sottolineando il numero di prigionieri politici, le minacce subite da alcuni diplomatici e di essere in attesa che si svolgano le elezioni parlamentari perché venga presa la decisione di scongelare gli ultimi aiuti fermi per il Cairo.
Non si placano poi le accuse di tortura mosse contro la polizia egiziana. In questo caso, la vittima è il giovane islamista Emad al-Attar, trovato morto nella prigione di Matareyya. La famiglia del ragazzo ha denunciato di aver ritrovato il suo corpo all'obitorio con evidenti segni di tortura. Infine, dieci ultras della squadra cairota dell'al-Zamalek sono stati condannati a dieci anni di prigione, per gli scontri con la polizia di agosto. I tafferugli dello scorso febbraio sono costati la vita di almeno 19 tifosi White Knights.
di Carla Chiappini
Ristretti Orizzonti, 28 febbraio 2015
In merito alla chiusura della redazione del giornale "Sosta Forzata" dopo undici anni di attività la direttrice del carcere motiva con una difficoltà di approccio e di relazione con la direttrice della testata, cioè con me. Come replicare? La dottoressa Zurlo dice proprio la verità. È evidente che abbiamo due visioni del mondo non solo divergenti ma proprio opposte. Può darsi che abbia ragione lei e, in ogni caso, è lei che comanda. Questo è chiarissimo. A Napoli dicono che chi tiene in mano vince! E io in mano non ho niente. Anche questo è chiarissimo.
di Alessandro Bergonzoni
La Repubblica, 28 febbraio 2015
Facile, e non lo sarà mai veramente, dire delle carceri italiane (lo scontato di pena) dei "loro" suicidi, del senso lato e largo del termine tortura, o del lavoro esasperato ed esasperante degli agenti di custodia, della loro vita-non vita, a torto o ragione. Semplice denunciare, pur credendo forsennatamente nel continuare a farlo.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 28 febbraio 2015
La scorsa settimana, alla vigilia del Comitato Direttivo Centrale dell'Associazione Nazionale Magistrati convocato per decidere quali forme di protesta mettere in capo per contrastare l'approvazione della legge di riforma della responsabilità civile delle toghe, i direttivi di Area e di Magistratura Indipendente si erano vicendevolmente accusati, con due comunicati al vetriolo, di quello che il codice penale definirebbe "intelligenza con il nemico".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 28 febbraio 2015
Liste di proscrizione per chi esercita la sua professione di avvocato, anatemi contro ogni decreto definito a torto "svuota carcere", attacchi contro la depenalizzazione per i reati minori, disprezzo per gli immigrati rinchiusi in carcere e la richiesta di rimandarli nei propri paesi di origine, leggi dure e più repressione. Sono le battaglie principali, securitarie e legalitarie di Matteo Salvini, il capo della Lega che oggi manifesterà a Roma.
di Davide Giacalone
Libero, 28 febbraio 2015
Il focoso dibattito sulla responsabilità civile dei magistrati troverà posto negli annali. Ma non di diritto, bensì di psichiatria. Sembriamo tutti matti, impegnati a suppore oscuri disegni del fronte avverso, ma totalmente incapaci di attenerci alla realtà.
di Chiara Rizzo
Tempi, 28 febbraio 2015
Mentre non si sopiscono le polemiche nella magistratura per la legge sulla responsabilità civile dei giudici, vale la pena ricordare che da due anni a questa parte, la relazione annuale presentata dalla direzione generale del ministero della Giustizia per il contenzioso e per i diritti umani inizia sempre allo stesso modo.
"La materia dei ritardi della giustizia ordinaria costituisce la gran parte del contenzioso seguito. Per altro il numero e l'entità delle condanne (allo Stato di risarcimento ai cittadini, ndr.) rappresentano annualmente una voce importante del passivo del bilancio della Giustizia, voce la cui eliminazione dovrebbe porsi come prioritario obiettivo dell'amministrazione".
E poi quantificano una cifra che, invece, puntualmente, di anno in anno diventa sempre più ingente. Solo per i risarcimenti legati alla ragionevole durata dei processi, lo Stato italiano ha "un debito che a metà del 2014 ammontava ad oltre 400 milioni di euro". Una cifra a cui vanno ulteriormente aggiunti vari milioni di euro di risarcimento per altri danni causati dalla magistratura italiana ai cittadini, tra cui l'ingiusta detenzione o l'errore giudiziario.
La relazione della direzione generale del ministero evidenzia un particolare che farebbe sorridere, se non piangere. Oltre all'ammontare del debito dovuto dallo Stato per i processi lumaca, nel solo 2014 a questa cifra si sono aggiunti "mille ricorsi presentati alla Corte europea dei diritti dell'uomo per lamentare il pagamento ritardato degli indennizzi" già fissati per i cittadini che hanno subìto un danno per l'eccessivo ritardo dei processi. Pur non quantificando gli eventuali risarcimenti dovuti né la loro conclusione, la relazione resa pubblica all'inizio di quest'anno certifica anche che nel 2014 sono stati presentati 37 nuovi ricorsi per la responsabilità civile dei magistrati (ancora regolamentati dalla vecchia legge). Questi ricorsi vanno a sommarsi agli oltre tremila ricorsi presentati tra il 1989 e il 2012.
Bisogna passare ad un'altra relazione di un'altra direzione generale, quella dei servizi del Tesoro che si occupa materialmente di liquidare i risarcimenti pecuniari, per comprendere quanto sia enorme la piaga degli errori giudiziari in Italia. Con questo termine sono indicati tutti quei casi di persone condannate con una sentenza divenuta definitiva e che poi stati assolti da un processo di revisione. Nel 2014 si è registrato per gli indennizzi di questi casi un vero e proprio record: si è passati dai 4mila euro dovuti nel 2013 per 4 casi di errore agli 1,6 milioni di euro dovuti per i 17 nuovi errori giudiziari. Di questi indennizzi, in particolare, 1 milione è stato disposto come risarcimento per la vittima di un errore a Catania, mentre gli altri 600 mila euro sono andati a 12 persone di Brescia, due di Perugia, una di Milano, una di Catanzaro. Dal 1991, quando con la legge Vassalli sono stati erogati i primi risarcimenti, fino al 2012 lo Stato ha pagato 575 milioni 698 mila euro per i casi di malagiustizia. Tra i nuovi casi che si stanno discutendo nei tribunali, a Catania spicca quello di Giuseppe Gulotta, ingiustamente condannato al carcere per 22 anni e poi assolto perché il fatto non sussiste, che ha chiesto 69 milioni di euro di risarcimento.
La legge prevede che vengano risarciti anche tutti quei cittadini che sono stati ingiustamente detenuti, anche solo nella fase di custodia cautelare, e poi assolti magari con la formula piena. Nel solo 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3 per cento dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012 lo Stato per questo motivo ha dovuto spendere 580milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente sbattuti dietro le sbarre negli ultimi 15 anni. Tra le città con un maggior numero di risarcimenti nel 2014, in pole position c'è Catanzaro (146 casi), seguita da Napoli (143 casi).
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2015
Il problema della responsabilità civile dei giudici comporta scelte di vera e propria civiltà, essendo in gioco il rispetto della libertà dei magistrati contro le intimidazioni di questo o quel soggetto che voglia difendersi non tanto "nel" ma "dal" processo. Una volta funzionavano bene, al riguardo, le leggi ad personam.
Oggi abbiamo la nuova disciplina della responsabilità, che apre praterie sconfinate alle azioni di disturbo o di rappresaglia di chi non accetta la giurisdizione. Ma in un modo o nell'altro sono sempre - appunto - questioni di civiltà. Che in quanto tali non si possono ridurre in pillole propagandistiche a colpi di slogan e tweet. Tanto più se abbondano frasi fatte o ipocrisia. Tipo: la giustizia sarà meno ingiusta; i cittadini saranno più tutelati; finalmente chi sbaglia paga. Purtroppo, oggi come oggi la giustizia è già strutturalmente ingiusta.
Una decina di anni fa, in epoca "non sospetta", non ancora influenzata dalle polemiche sulla responsabilità, scrivevamo (Lettera ad un cittadino che non crede nella giustizia, Caselli-Pepino, Laterza 2005) che il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la compresenza di due distinti codici.
Uno per i "galantuomini", le persone giudicate "per bene" comunque e a prescindere, in base al censo e alla condizione socio-politica: per loro vige di fatto un sistema pensato per misurare il tempo occorrente a che la prescrizione cancelli i processi, così da favorire la richiesta dei "potenti" di essere sciolti dalle regole. E un altro codice per cittadini "qualunque", capace pur sempre - anche se con molte differenze - di segnare la vita e i corpi delle persone.
Ora, la nuova disciplina della responsabilità, nel momento in cui elimina ogni filtro dell'azione civile (invece di affinare e perfezionare quelli esistenti), offre ancor più opportunità di intorbidare le acque processuali alle parti economicamente forti, cioè proprio ai "galantuomini" che già godono di una situazione privilegiata.
E sono opportunità non da poco, perché si consente l'azione sia per "violazione della legge" sia per "travisamento del fatto e delle prove", che sono formule incerte (tali anche a fronte ad aggettivi come "macroscopico" o "evidente", più che altro squilli di tromba che fanno rumore ma non sciolgono i nodi): formule sufficientemente equivoche perché soggetti processuali spregiudicati e senza scrupoli, assistiti da avvocati agguerriti e perciò costosi, scatenino un vero e proprio fuoco di sbarramento contro i giudici per loro "scomodi".
Tutto il contrario, in definitiva, di una giustizia meno ingiusta e di una maggior tutela per i cittadini. A guadagnarci, ancora una volta, saranno solo i "galantuomini". Se l'azione civile contro il giudice sarà la regola o comunque potrà essere massicciamente esercitata in maniera temeraria a scopo intimidatorio, non si sbaglia di certo ad ipotizzare che molti magistrati saranno portati a scegliere le iniziative e le opzioni interpretative meno rischiose, vale a dire che diverranno più insicuri e paurosi in generale e nei confronti dei soggetti processuali "forti" in particolare.
Il che significa che privilegeranno una lettura burocratica del proprio ruolo, perché la nuova legge a questo li spinge se vogliono ripararsi dalla tempesta delle cause strumentali ormai senza argini. Col paradosso che si tratta di una direzione tutt'affatto contraria a quella indicata dal capo dello Stato nel suo discorso di martedì alla scuola di formazione dei magistrati, là dove (citando Calamandrei) ha detto che in democrazia il pericolo maggiore per i giudici "è quello dell'assuefazione, dell'indifferenza burocratica, dell'irresponsabilità anonima".
E non è questo l'unico paradosso, se si pensa che i magistrati più incattiviti per la riforma (che avrebbero voluto scioperare subito per protesta) sono quelli che fanno capo alla "corrente" di fatto guidata da un magistrato prestato al governo come... sottosegretario alla Giustizia! Quanto allo slogan "chi sbaglia paga" va bene per uno spot, ma non regge a un'analisi seria.
Il punto non è certamente se pagare o meno, ma "come" pagare e per "quali" sbagli. Cioè pagare sì, non ci piove, ma senza compromettere l'indipendenza dei magistrati, come invece inesorabilmente avverrà con la nuova legge. Posto infine che tale indipendenza non è un patrimonio della casta dei giudici (figuriamoci, altro slogan...), ma dei cittadini tutti, perché altrimenti non si potrebbe neppure sperare in una giustizia più giusta, almeno tendenzialmente uguale per tutti.
Secolo d'Italia, 28 febbraio 2015
"Il rischio di proselitismo nelle carceri per le organizzazioni terroristiche è effettivo: abbiamo percentuale alta di detenuti che proviene da paesi in cui sono attive organizzazioni jihadiste". Lo ha detto a Radio24 il ministro della Giustizia Andrea Orlando. "Dobbiamo fare in modo - ha aggiunto il Guardasigilli - che non vi siano violazioni dei diritti che possano far aumentare il consenso della popolazione islamica che non è legata a questa visione e può diventarlo di fronte a forme di discriminazione".
Un passo indietro, quindi, dopo polemiche dei giorni scorsi che avevano visto il ministro accusato di voler dare "la priorità" ai musulmani. "Io mi riferivo al diritto di culto, che nelle nostre carceri è garantito a tutti. Bisogna fare attenzione -a non consentire che si produca un brodo di cultura in cui i reclutatori possono trovare uno spazio di manovra significativo. E fare attenzione a che la rete stessa del culto non possa essere usata in questo modo".
La magistratura e la giustizia stanno attraversando "un passaggio storico", ha detto ancora Orando, "stanno cambiando alcune funzioni, c'è una difficoltà dovuta alle carenze organizzative, di organico, alle nuove tecnologie: è una passaggio complicato". Il ministro della Giustizia ci tiene a sottolineare che sulla riforma della responsabilità dei giudici c'è la tendenza "a scaricare anche questo malessere, con letture che vanno al di là dai contenuti della legge stessa".
Donzelli (Fdi): rischio proselitismo nelle carceri
"C'è il rischio concreto che le organizzazioni terroristiche facciano proselitismo nelle carceri italiane fra gli immigrati detenuti. Gli stranieri devono scontare la loro pena nel Paese d'origine perché c'è il pericolo che da delinquenti si trasformino addirittura in jihadisti".
Lo afferma Giovanni Donzelli, membro dell'esecutivo nazionale di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale e candidato governatore in Toscana. "Come il ministro della Giustizia sa - continua Donzelli - ci sono tanti detenuti che provengono da paesi in cui le organizzazioni terroristiche sono molto attive. Sia nel caso che questi detenuti siano pericolosi criminali, ma anche nel caso che siano dei disperati arrestati per reati cosiddetti minori, sta di fatto che molti di loro non hanno nulla da perdere e quindi sono facilmente disponibili ad abbracciare il terrorismo. Bisogna assolutamente evitarlo e l'unico modo che c'è è di rimandarli nei loro Paesi d'origine a scontare la pena".
- Giustizia: amianto in carcere, doppia condanna dietro le sbarre da Alessandria a Trapani
- Giustizia: dal Dap mappa sulla presenza amianto nelle carceri e sui lavori di smaltimento
- Giustizia: "l'avvocato era in sciopero", così la Cassazione cancella condanna a 10 anni
- Giustizia: 6 mesi di sospensione dalla professione... solo un buffetto al "dottor Bolzaneto"
- Giustizia: il dottor "seviziatore" e la prevenzione del morbo









