di Michela Finizio
Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2015
Ogni giorno in Italia vengono scritte 21 pagine di nuovi provvedimenti normativi. Se tutti insieme (leggi, decreti legge, decreti legislativi e leggi regionali approvati nel 2014) venissero raccolti in un unico libro, il testo complessivo sarebbe composto da oltre 14,2 milioni di caratteri battuti su carta, articolati in migliaia di commi e articoli.
Un'opera redatta a più mani, approvata con tempistiche differenti sul territorio, di cui cittadini e contribuenti diventano lettori e protagonisti quotidiani. A rappresentare la prolifica produzione normativa dei governi e delle diverse assemblee nazionali e regionali è l'ultimo Rapporto sull'attività legislativa pubblicato a marzo dalla Camera dei Deputati, elaborato nella seconda "Infodata del Lunedì" del Sole 24 Ore. I provvedimenti approvati possono essere più o meno lunghi: si va dai 38mila caratteri medi delle leggi in Friuli Venezia Giulia, approvate in circa 45 giorni, alle 6.200 battute (3,5 pagine, ciascuna da 1.800 caratteri) delle leggi emanate in Basilicata.
Ad approvare un provvedimento le varie assemblee in media impiegano dai 21 ai 204 giorni. Il tempo record lo ha toccato la regione Campania, che in un anno ha approvato solamente una ventina di leggi. Scrivere tanto non vuol dire per forza essere efficaci: contare il numero di caratteri medi di ciascun provvedimento non racconta la complessità o la qualità dell'attività legislativa, ma restituisce la fotografia di un articolato corpus normativo che gli italiani ogni giorno devono interpretare.
A contribuire in modo diverso alla produzione normativa nazionale sono stati gli ultimi cinque Governi: in circa 15 mesi di presidenza Mario Monti ha scritto oltre 1.130 pagine di decreti legge (in tutto 41, di cui 6 decaduti), circa 330 in meno rispetto a quelle scritte dall'ultimo Governo Berlusconi che, però, ha governato per 42 mesi.
La Stampa, 20 aprile 2015
All'assemblea prevale la mozione della maggioranza di Area e Unicost. Ancora una volta non passa la linea dura dello sciopero all'assemblea dell'Anm. Ai voti ha prevalso la mozione della maggioranza di Area e Unicost, che chiede al legislatore di introdurre un filtro contro le azioni temerarie per responsabilità civile, e prosegue senza arrivare alla rottura col governo, ma con una protesta simbolica di sospensione, per tre giorni a giugno (22, 23 e 24 di giugno), delle "attività di supplenza", ossia quelle a cui i magistrati si prestano per far camminare la macchina giudiziaria, pur non essendo loro compito.
All'assemblea, richiesta con una raccolta firme, si è ricompattato il fronte delle Toghe "moderate", con una mozione unitaria di Magistratura Indipendente e Autonomia e Indipendenza (la corrente nata per scissione, in dissenso con la partecipazione al governo dell'ex leader di MI Cosimo Ferri), che prevedeva in ultima analisi anche uno sciopero ad ottobre. Ma i numeri, 756 a favore contro i 1.212 di quella di maggioranza, restituiscono una Anm divisa sulle iniziative da adottare, e una fetta di magistratura in dissenso con la giunta.
"Chiediamo fiducia e rispetto, ascolto, buona organizzazione, leggi adeguate, per la giustizia, per chi lavora nella giustizia e per tutti i cittadini", ha detto il presidente Rodolfo Sabelli, aprendo l'assemblea, dopo un minuto di silenzio in memoria delle vittime della strage al palazzo di giustizia di Milano. "Siamo sgomenti - ha aggiunto Sabelli - davanti alla rabbia che può raccogliersi sulla giustizia".
Il documento approvato rinnova la richiesta di modificare la norma sulla responsabilità delle toghe: che il legislatore si faccia carico "attraverso diversi strumenti giuridici da inquadrarsi nell'ambito della lite temeraria o dell'abuso del processo, dell'esigenza di stroncare sul nascere azioni pretestuose o che si presentano manifestamente infondate", attraverso "meccanismi che impediscano un uso strumentale dell'azione contro lo Stato volta a rimettere in discussione, in modo non ammissibile, gli esiti di vicende processuali definite o magari ancora in corso di definizione". Propone, inoltre, al Csm di individuare i carichi esigibili, chiede la cessazione delle attività di supplenza, e di indire un tavolo tecnico col governo per "il decoro e la sicurezza degli uffici giudiziari". Oltre a questi punti, il documenti di MI e A&I chiedeva, in assenza di risposte adeguate, uno sciopero nel mese di ottobre.
La spaccatura, ha commentato il segretario di Magistratura Democratica, Anna Canepa, "non è una pagina bellissima. Dopo i fatti di Milano, si pensava di trovare unità su cose importanti come la difesa della giurisdizione, e resta l'amarezza per non esserci riusciti". Al contrario per il segretario di MI Antonello Racanelli, "è il segno che una grossa fetta della magistratura è del tutto scontenta rispetta alla linea della giunta. Questa maggioranza ha il timore di qualsiasi iniziativa forte contro il governo".
di Alessandra Ballerini
La Repubblica, 20 aprile 2015
La Corte Europea dei diritti dell'uomo negli ultimi anni, accogliendo ricorsi di detenuti, manifestanti e profughi, ha dovuto a più riprese condannare il nostro Paese per violazione dell'art. 3 della Convenzione, ovvero per aver sottoposto i ricorrenti a trattamenti inumani e degradanti.
Non esattamente un figurone a livello internazionale! Nelle nostre carceri i detenuti erano sistematicamente fino a qualche mese fa (ma anche oggi la situazione non è drasticamente migliorata nonostante alcune modifiche legislative e gli sforzi di molti operatori) costretti a subire costanti violazioni della loro dignità personale a causa della ristrettezza e inadeguatezza degli spazi e dell'impossibilità di svolgere reali e costanti attività trattamentali.
Eppure come ci ricorda la Corte Europea "la carcerazione non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti dalla Convenzione.
Al contrario, in alcuni casi, la persona incarcerata può avere maggiore bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi sotto la responsabilità dello Stato. In questo contesto, l'articolo 3 pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell'assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana".
Nei centri di accoglienza per stranieri richiedenti asilo la situazione non è certo migliore. Basti pensare al centro di Mineo, dove sono ammassate quattromila persone, per mesi ed anni in attesa di vedere quantomeno evasa se non accolta la propria domanda di riconoscimento dello status di rifugiati.
Qui i caporali attingono a grandi mani prelevando direttamente dal centro braccianti o meglio braccia per la raccolta di pomodori o carciofi. Sarà anche per questo che la Corte Europea dei Diritti dell'uomo ha recentemente sentenziato nella famosa decisione Tarakhel, che nel nostro bel Paese ci sono "fondati timori che un alto numero di richiedenti asilo possa essere lasciato senza alloggio o sistemati in situazioni iper-affollate, insalubri e violente", ristretti in gabbie, a volte respinti, spesso indicati e indagati come "clandestini" anziché come portatori di uno dei più sacri ed inviolabili dei diritti universali.
E non è che i minori stranieri non accompagnati se la passino meglio se il Capo del Dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno, Mario Morcone, intervistato da un giornalista dell'Avvenire, è arrivato ad ammettere: "Nel 2014 abbiamo accolto oltre 14 mila minori in un modo che mi fa vergognare di essere italiano".
Ed infatti di questi minori più di 3.700 sono scomparsi nel nulla. Comunque a tutti loro è andata ancora bene. Avrebbero potuto essere respinti verso Paesi "non sicuri" e rispediti in definitiva verso le persecuzioni e i conflitti dai quali scappavano. Quindi, la condanna inflitta dalla Corte Europea all'Italia per il massacro della scuola Diaz. Leggiamo queste decisioni (e aspettiamo con trepidante attesa la sentenza riguardo le torture subite dai manifestanti del G8 nella Caserma di Bolzaneto per mano non solo delle forze dell'ordine anche dell'impunito dott. Toccafondi), esaminiamo i rapporti e i comunicati sulle violazioni dei diritti fondamentali delle quali si rende artefice questo Paese e non possiamo che provare vergogna.
Sarebbe già un primo passo se gli autori materiali di queste torture e i loro mandanti politici fossero altrettanto capaci di vergogna, perchè, come dice Carofiglio, "diversamente dalla colpa, la vergogna può permettere a chi la prova di migliorare se stesso, di rifondarsi... Essa protegge l'uomo, ed ancor più l'uomo politico, dalla violazione dei codici etici, interiori ed esteriori. In questo senso vergogna è una parola politica".
Di Giuseppe Fiengo (Avvocato dello Stato)
Affari & Finanza, 20 aprile 2015
Opinione diffusa che la corruzione negli appalti pubblici presenti in Italia aspetti sistemici, che portano a riproporre il fenomeno malgrado i ricorrenti scandali e l'unanime condanna che li accompagna. Diventa utile capire quali siano questi problemi strutturali e vedere se esistono percorsi per risolverli. Robert McNamara, ministro della Difesa ai tempi di John F. Kennedy, poneva come requisito essenziale per realizzare senza sprechi una grande opera pubblica tre semplici condizioni: the money (i finanziamenti), the management (la gestione) e the environmental impact assessment (la valutazione d'impatto ambientale, Vai). Le tre condizioni riguardavano tutte il progetto definitivo, la cui esistenza e completezza costituiscono una pre-condizione e la base di partenza di ogni iniziativa.
Le amministrazioni pubbliche italiane, a partire dagli anni 80, hanno perso progressivamente, in quasi tutti i settori della loro attività, la loro tradizionale capacità tecnica: occorre oggi ricostruirla e metterla a disposizione di chi decide. È un'operazione lunga e complicata, che tuttavia può essere agevolata creando il modo, nel medio periodo, di fidelizzare i piccoli e grandi progettisti privati all'amministrazione che progetta piuttosto che alle imprese appaltatrici. Il rapporto tra i progettisti, anche privati, e i poteri pubblici deve essere diretto e non può dipendere dall'impresa che realizza l'opera. Il vantaggio dei progettisti sarebbe quello di avere maggiore stabilità e trasparenza negli incarichi e di evitare il taglio dei loro onorari usualmente praticato dalle ditte appaltatrici; per le amministrazioni quello di poter contare su un progetto e una direzione dei lavori di pieno affidamento.
L'Oice (l'associazione delle organizzazioni di ingegneria e consulenza tecnico-economica) nel 2000 rifiutò questa ipotesi. Da allora il problema non si è più posto: il progetto e le sue varianti restano il più delle volte saldamente in mano alle ditte appaltatrici. La separazione tra l'iter, tutto pubblico, del progetto e l'appalto, contratto privatistico necessario per realizzarlo, è il primo passo sulla strada della trasparenza e dell'efficienza.
La fretta è spesso cattiva consigliera e i dibattiti preventivi non svolti nella fase in cui si elabora un progetto, si trascinano poi, per anni, nelle aule giudiziarie. L'inchiesta pubblica sul progetto e una procedura, anche semplificata, di Vai garantiscono la ragionevolezza (e probabilmente la non impugnazione) della scelta finale. Aspettare autorizzazioni, visti e pareri nella fase in cui l'opera è già stata appaltata apre un discorso a più interlocutori, foriero di tangenti e malaffare, che allunga indefinitamente i tempi dell'appalto. Se c'è un progetto approvato, ci dovrebbero essere contestualmente anche i permessi.
Quanto ai finanziamenti, la spesa per le opere pubbliche fa mille passaggi, viene parcellizzata ed erogata con il contagocce; tutto ciò non consente una programmazione dei pagamenti correlata a un realistico cronoprogramma dei lavori. Le somme stanziate dovrebbero tener conto dei tempi nei quali si realizzano e si pagano le opere pubbliche e degli eventuali oneri finanziari delle imprese appaltatrici. Una buona amministrazione deve tener conto anche delle spese di conservazione e manutenzione, programmando in sede di progetto le modalità di gestione. Una serie di accordi con il mondo bancario può facilmente fluidificare questa fase.
Va considerato che un'opera pubblica in corso di realizzazione presenta una doppia passività: per i soldi fino a quel momento spesi e per la circostanza che non produce il servizio alla collettività che l'opera completa è destinata a rendere. La soluzione spesso adottata dei cosiddetti stralci funzionali è spesso solo una scusa per coprire un compromesso tra le priorità politiche nella ripartizione dei fondi. I mancati collaudi e le richieste di risarcimento da parte degli appaltatori completano lo scenario dei costi aggiuntivi che restano a carico dei cittadini.
Resta un'ultima questione: l'indotto.
L'opera pubblica, anche attraverso la sua mera localizzazione, valorizza uno spicchio di territorio: si propone un nuovo stadio con gli impianti connessi e, con l'occasione, si urbanizza a fini residenziali l'area limitrofa fino a quel momento destinata ad area protetta. Questa scelta di urbanizzazione, collaterale e secondaria, aderisce all'opera principale e finisce per condizionarla nel bene o nel male.
Ma qui il problema diviene più complesso. Da sempre l'Italia è l'unico Paese in Europa a non conoscere una legge generale sul regime dei suoli, che renda economicamente neutra la scelta di dove allocare un'infrastruttura pubblica servente. Fare opere pubbliche in un contesto così variabile diventa una sorta di gioco d'azzardo, spesso connotato da illegittimità e corruzione. Meglio, almeno per questo aspetto, procedere con la regola di fare una cosa alla volta: l'opera pubblica.
La Nuova Sardegna, 20 aprile 2015
Nel 2002 ha fondato la comunità di recupero di Marritza. Aveva 74 anni, ieri i funerali nella chiesa del Buon Pastore. La vicenda umana e spirituale di suor Maddalena incarna perfettamente il passo del vangelo di Matteo dedicato ai bisognosi: la sua vita, infatti, è scandita da una serie di tappe assai significative prima come vincenziana, poi come animatrice dell'Azione cattolica e infine come punto di riferimento per i disadattati e i carcerati". Questo il ricordo di padre Paolo Atzei, arcivescovo di Sassari, di suor Maddalena Fois, per diversi anni garante dei detenuti nelle carceri di Sassari, Alghero e Macomer.
Nuorese, 74 anni, suor Maddalena era un punto di riferimento non soltanto per i detenuti, ma per tutti coloro che a vario titolo avevano necessità di una guida spirituale. Negli ultimi trent'anni, prima di arrivare a Sassari, dove a Marritza, nel 2002, aveva fondato la comunità "Giovani in cammino", era stata a Sorgono e Tempio, quindi a Bosa e infine ad Alghero. A Sassari, aveva cominciato la sua attività nel quartiere di Santa Maria di Pisa dove tutti la ricordano con grande affetto e altrettanta stima. "Un carattere forte - ricorda ancora padre Paolo - ma mitigato da una grande dolcezza nei confronti delle persone sofferenti, in particolare per i detenuti che hanno rappresentato il culmine della sua attività spirituale".
A chi le chiedeva se avesse mai provato timore a contatto con i carcerati, amava rispondere: "Questi sono i miei figli". E ancora: "A volte mi metto nei panni di una madre che entra in carcere e scopre dove vive suo figlio: credo che al posto suo non riuscirei a sopravvivere. Non potrei mai accettare che mio figlio sia condannato a stare in un posto che lo priva di ogni dignità". Erano gli ultimi a starle a cuore: "Dietro le sbarre, è bene che si sappia, ci restano i poveri. Chi ha i soldi ottiene sempre tutto. Un buon avvocato, un trattamento di riguardo, una pena ridotta. In qualche modo se la cava sempre. Sono i poveracci a restare lì dentro".
E quando si trattava di scegliere chi aiutare, aveva le idee molto chiare: "Nella mia comunità "Giovani in Cammino" preferisco sempre accogliere i più poveri. Per esempio non mi piace prendere i grossi spacciatori di droga. Raramente sono finiti dentro per disperazione. Perciò non hanno bisogno di me, purtroppo sono quelli che, vada come vada, poi cadono sempre in piedi.
Non prendo quelli che continuano a bucarsi: non voglio sostituirmi alle comunità di recupero per tossicodipendenti. I miei ospiti in genere sono ragazzi con un passato di droga, reati contro il patrimonio. A metà della pena ottengono la semilibertà. A quel punto chiedo di poterli portare a Marritza. Hanno dei talenti sorprendenti, capacità sprecate. Aiutarli a tirarle fuori è una grande soddisfazione. E poi hanno una sensibilità speciale, diversa da quella degli altri ragazzi che vivono una vita normale. Il carcere scava dentro, tocca corde particolari".
Il funerale è stato celebrato ieri, nella chiesa di Santa Maria di Pisa, presieduto dall'arcivescovo affiancato da una ventina di sacerdoti, a dare l'ultimo saluto, tanta gente che l'ha conosciuta e amata. Per volontà dei familiari, la salma verrà traslata e tumulata nel cimitero di Nuoro.
di Tito Giuseppe Tola
La Nuova Sardegna, 20 aprile 2015
Macomer, Oggi l'incontro dei consiglieri comunali con il senatore Giuseppe Luigi Cucca della commissione Giustizia. Ormai è più che chiaro a tutti che riaprire il carcere di Macomer così com'era è un'ipotesi irrealizzabile. Si passa allora alle alternative, che puntano al riutilizzo della struttura per progetti comunque legati all'attività penitenziaria, ma su un fronte più specialistico. Domani, nel corso di un incontro al quale sono stati invitati tutti i consiglieri comunali di maggioranza e di minoranza (non si tratta di una riunione dell'assemblea, ma di un incontro informale), si parlerà delle strategie di sostegno agli interventi che l'amministrazione comunale si propone di portare avanti.
L'incontro, che si terrà alle ore 11:30 nell'aula consiliare, interverrà il senatore Giuseppe Luigi Cucca, componente della commissione Giustizia del Senato. "Il senatore Cucca - ha scritto il sindaco Antonio Succu nella lettera con la quale invita i consiglieri a partecipare all'incontro - ha già dimostrato attenzione per il nostro territorio anche nel recupero dell'ufficio del giudice di pace e sul carcere è più volte intervenuto nelle sedi opportune nel tentativo di salvare questo importante presidio territoriale". Probabilmente parteciperà all'incontro anche il presidente dell'Anci Sardegna, Pier Sandro Scano. L'Anci potrebbe svolgere un ruolo importante nell'ambito di un accordo tra comune, assessorato regionale alla Sanità e ministero di Grazia e giustizia se si dovesse riuscire a sbloccare la situazione di stallo nella quale è finita la questione del carcere dopo la decisione del ministero di cancellare l'istituto di Macomer, assieme a quello di Iglesias, dall'elenco delle carceri sarde in funzione. Che il comune stesse giocando altre carte lo aveva detto il sindaco nel corso di una riunione di consiglio comunale nella quale si parlò delle questioni legate al carcere e della dismissione della struttura come istituto di detenzione.
Il consiglio comunale ha approvato una mozione unitaria con la quale dava mandato al sindaco per esplorare tutti i fronti per il riavvio del servizio e tutte le possibilità di utilizzo. La chiusura del carcere di Macomer ha una duplice ricaduta negativa. La prima è legata alla perdita dei posti di lavoro, un centinaio tra agenti di polizia penitenziaria e personale civile. Il loro trasferimento rappresenta comunque una perdita economica, come lo è anche la ricaduta sull'indotto locale. C'è poi il problema del riutilizzo della struttura. Un carcere non è convertibile in un caseggiato scolastico, di cui ce ne sono altri inutilizzati, o in strutture diversamente utilizzabili, ma è destinato all'abbandono.
Inizialmente doveva accogliere i detenuti condannati per mafia
Doveva diventare un carcere per detenuti di mafia sottoposti dal regime di detenzione duro previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Il progetto venne poi abbandonato. Alla fine degli anni Novanta divenne un carcere per "detenuti di difficile governo". Negli anni prima della chiusura una parte della struttura fu utilizzata per la reclusione di detenuti condannati per reati di terrorismo legato al fondamentalismo islamico.
Ora il carcere è vuoto. Le ipotesi di utilizzo avanzate dall'amministrazione comunale sono diverse. Una riguarda l'uso del complesso per accogliere i detenuti con problemi psichiatrici e i tossicodipendenti. Per gli istituti di carcerazione ordinaria sarebbe la soluzione di un problema importante, mentre questi detenuti troverebbero risposte in termini di trattamento e cura in una struttura specializzata nuova che funzionerebbe a Macomer, dove a quel punto ritornerebbe la detenzione. C'è anche un'altra proposta di utilizzo alternativo, che è quella di trasformare la struttura, mantenendo sempre la destinazione carceraria, per accogliere i detenuti a fine pena che possono essere coinvolti in progetti di formazione o di lavoro.
Ansa, 20 aprile 2015
Visita alla Casa circondariale di Brissogne (Aosta) del sottosegretario alla giustizia, Cosimo Maria Ferri. Con lui c'era anche il presidente dei giovani industriali Marco Gay. Al centro della loro attenzione ci sono state le attività lavorative e imprenditoriali che si svolgono nella struttura penitenziaria, in particolare una lavanderia, un panificio e la produzione di miele.
"Il lavoro nei nostri istituti di pena - ha commentato il sottosegretario Ferri - consente ai detenuti di acquisire delle abilità che potranno essere spese una volta scontata la pena riducendo il rischio di recidiva e favorendo il loro reinserimento nella società". Secondo Ferri, "è importante da una parte garantire la retribuzione dei detenuti-lavoratori, ma dall'altra garantire altresì che lo Stato possa recuperare le spese processuali e di mantenimento nelle strutture carcerarie".
www.palermotoday.it, 20 aprile 2015
La Cgil Funzione Pubblica di Palermo, il Sippe (sindacato polizia penitenziaria), l'AD&T (associazione diritti e tutele) e altre associazioni della società civile, si sono date appuntamento a Palermo, per domani dalle 11 alle 14 nel piazzale antistante il carcere dell'Ucciardone per denunciare "la crisi del sistema penitenziario siciliano ed in particolare quella del carcere dell'Ucciardone". Per le organizzazioni "gli operatori penitenziari operano in condizioni degradanti".
"Dal 2011 ad oggi i vertici dell'amministrazione penitenziaria siciliana - spiegano - non hanno garantito condizioni lavorative compatibili con i parametri costituzionali e con quelli dello statuto dei lavoratori. Il personale lavora in ambienti insalubri, saturi di umidità, invivibili sia in estate per l'assenza di condizionamento che in inverno per l'inadeguato riscaldamento, laddove i poliziotti penitenziari tentano di sopravvivere nei periodi invernali con vetuste stufette elettriche quando funzionano. Impressionanti sono anche le condizioni igieniche e di sicurezza, completamente carenti, con cui il personale deve quotidianamente confrontarsi. Appare superfluo a questo punto evidenziare la presenza di un profondo malcontento e di gravi problemi in seno alla Polizia Penitenziaria. La carenza di personale, il trattamento degradante a cui viene sottoposto, l'inesistenza di qualsiasi misura di sicurezza volta a tutelarlo, la vergognosa condizione dei luoghi in cui opera, la "sospetta" organizzazione del lavoro che determina giornalmente una disparità di trattamento, creando quindi una situazione allarmante nel carcere borbonico di Palermo. La turnazione del personale ovviamente non rispetta la norma, i turni mensili non vengono programmati (tranne per un ristretto gruppo di persone che operano all'interno di un reparto).
I "soliti" dipendenti non prestano mai servizio durante i festivi, contrariamente a quanto disposto dagli accordi che ne prevede l'obbligatorietà. L'assenza del servizio mensa costringe il personale, costretto a lavorare anche dieci ore, a consumare un semplice panino quando però il bar interno è aperto. La presenza di manufatti in cemento amianto nel carcere dell'Ucciardone rappresentano un attentato alla salute dei lavoratori e a quella dei detenuti.
"Massima comprensione - proseguono - per chi sconta una pena detentiva ma come in Italia spesso accade, si dà eccessiva priorità a situazioni rispetto ad altre che ugualmente, se non maggiormente, sono bisognose di tutela... non fosse altro che la Polizia Penitenziaria si trova a dover scontare e subire in carcere un trattamento inumano e degradante, senza avere mai commesso un delitto ma solo al fine svolgere il proprio lavoro. Quanto appena descritto non riguarda lo stato dei luoghi in cui si trovano a scontare la pena i prigionieri delle carceri Turche, bensì la condizione in cui si trovano a lavorare i dipendenti statali del Carcere dell'Ucciardone di Palermo, in Italia".
"La sicurezza e la dignità del lavoratore - concludono - così come costituzionalmente protetti e garantiti, vengono sistematicamente oltraggiati dal datore, ossia lo Stato stesso e proprio in un ambiente dove questo dovrebbe di converso promuovere se non addirittura reclamizzare la propria autorità e la propria efficienza. Manifestiamo anche perché bisogna eliminare gli sprechi per aumentare le risorse disponibili per la sicurezza dei cittadini. Il comparto sicurezza del quale fa parte anche il corpo di polizia penitenziaria, ha subito negli ultimi anni dei pesanti tagli di risorse, peggiorando la situazione delle forze dell'ordine che hanno invece bisogno di maggiori strumenti per garantire la sicurezza sociale.
Occorre razionalizzare i servizi, rimodellare le strutture e aumentare gli stipendi, attraverso una riforma delle forze di polizia ed in particolare del Corpo di Polizia Penitenziaria, così da rendere più efficiente l'assetto attuale. I sindacati e le associazioni manifestano perché nel corso del tempo innumerevoli sono stati gli appelli, le denunce, le richieste ed i tentativi di sensibilizzazione rivolti a chi detiene la pubblica responsabilità nonché il dovere giuridico e morale di porre rimedio ad una realtà non più sopportabile, ma che ha ritenuto superfluo intervenire, procrastinando ad infinitum una situazione di pericolo nonché di degrado che all'oggi, nell'inerzia e nell'imperante irresponsabilità degli organi di controllo, pare letteralmente al collasso e difficilmente rimediabile".
www.catanzaroinforma.it, 20 aprile 2015
Iniziativa curata da Mario Sei e dal soprano Giovanna Massare. Portare anche la musica lirica in un carcere sembra insolito, eppure il successo e l'apprezzamento da parte dei circa 150 detenuti di Alta sicurezza ha dimostrato che anche la musica, per certi versi considerata d'élite e comunque per intenditori, entusiasma tutti e soprattutto emoziona.
Con questo intento l'amministrazione della casa circondariale di Catanzaro, nella persona del Direttore - Angela Paravati - di concerto con Mario Sei, assistente volontario presso la struttura, ha organizzato un evento cosi importante e di alta qualità musicale. Il teatro collocato all'interno del carcere quasi per incanto si è trasformato in un piccolo "teatro dell'opera", con un programma degno di grandi palcoscenici che certamente resterà nella memoria sia dei detenuti che in maniera composta hanno assistito a circa due ore di repertorio, ma anche nella memoria degli stessi artisti che porteranno il ricordo di un'esperienza davvero significativa.
L'evento si è avvalso della presenza ed organizzazione del maestro Giovanna Massara, noto soprano catanzarese, la quale ha curato il programma, attenta a ricercare brani ed arie che, nel corso della kermesse, potessero gradualmente "avvicinare" gli spettatori detenuti verso il canto lirico, passando per brani di musica sacra e classica. Presenti anche il maestro Amedeo Lobello, docente di pianoforte e sassofono al Conservatorio e due giovani talenti, che alle spalle hanno già diverse esperienze anche a carattere regionale e nazionale, Laura Screnci, vincitrice della VIII^ edizione di "Una voce per lo Jonio" e Giuseppe Froio, cantattore in diversi musical.
Oltre al bel canto non sono mancati anche altri momenti altrettanto entusiasmanti grazie alla lettura di alcune poesie a cura dei detenuti attori che da tempo sono impegnati in un laboratorio teatrale con lo stesso Mario Sei e già vincitori di alcune poesie in concorsi nazionali in ambito carcerario. Tante le arie d'opera che sono state interpretate da Giovanna Massara, tra cui Casta Diva ed Un bel di vedremo e poi ancora Laura Screnci che ha eseguito Seguidilla e Habanera (Carmen-Bizet) e Giuseppe Froio che ha cantato Nessun Dorma, oltre ad alcuni brani di Andrea Bocelli.
Tanti i brani di musica classica, tra cui due famosissimi brani del premio oscar Ennio Morricone e due emozionanti Ave Maria, rispettivamente di Schubert e di Gounod. Amedeo Lobello ha accompagnato magistralmente oltre al soprano, anche la lettura delle belle ed intense poesie, scritte dai detenuti Pasquale, Giovanni e Francesco e lette, tra gli altri anche da Davide, che presto sarà tra i protagonisti della rappresentazione teatrale dal titolo "Riprovare", scritta e diretta da Mario Sei. Con The Prayer i quattro artisti si sono congedati con l'augurio, cosi come dice il testo di questa famosissima canzone, che si possa sognare un mondo senza più violenza... un mondo di giustizia e di speranza.
Il direttore della struttura, Angela Paravati, non perde mai occasione di portare oltre i muri e decine di cancelli eventi di qualità, che consentano ai detenuti di "conoscere" realtà che esprimono positività, modelli da imitare, artisti che volontariamente decidono di regalare emozioni a chi non ne avrebbe diversamente la possibilità, se non attraverso l'immaginazione. Gli artisti sono stati premiati con alcuni oggetti in ceramica, creati e decorati a mano per l'occasione da alcuni detenuti e da un decoratissima e gustosissima torta, preparata da alcuni detenuti pasticcieri, donata al soprano Giovanna Massara con tanto di note musicali e nome di questa brava artista calabrese.
Corriere dell'Umbria, 20 aprile 2015
È già al completo la cena Golose Evasioni prevista il 22 aprile. Si tratta di un evento specialissimo, che si tiene nel carcere di Capanne di Perugia, giunto alla terza edizione e organizzato dalla cooperativa sociale Frontiera Lavoro con la direzione del complesso penitenziario e in collaborazione con l'Unione regionale cuochi umbri (sezione umbra della Federazione italiana cuochi).
Protagonisti assoluti della serata sono i ragazzi della sezione maschile che hanno seguito il corso per diventare "Addetto alla cucina" del progetto "Intra: azioni integrate per la transizione al lavoro delle persone detenute" finanziato dalla Provincia. Il ricavato della serata sarà destinato a ulteriori progetti di sensibilizzazione al reinserimento socio-lavorativo in loro favore. A quello che è ormai diventato uno degli appuntamenti più attesi e partecipati del Perugino prendono parte anche ospiti illustri come Giancarlo Polito, uno dei più importanti chef del panorama della ristorazione italiana, che coordinerà i ragazzi nella preparazione del menù studiato per la serata. E non finisce qui; ad allietare il convivio la partecipazione di Gabriele Mirabassi e Roberto Taufic, rispettivamente clarinettista e chitarrista di fama internazionale.
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