di Luca Liverani
Avvenire, 19 aprile 2015
Sì a corpi civili e a politiche nuove: 70 le firme dei parlamentari.
Focsiv-Volontari nel mondo lancia un appello al Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite, al Governo italiano e all'Unione europea. Un progetto ambizioso, che mette in discussione il tradizionale diritto alla sovranità e alla guerra delle nazioni, ma che poggia sul robusto impianto giuridico e sulla mobilitazione del Centro per i diritti umani e la pace dell'Università di Padova: oltre 300 enti locali, tra cui cinque regioni, hanno già approvato delibere sullo ius pacis.
La pista scelta per far decollare l'appello è il Festival del volontariato che si chiude oggi a Lucca. E il progetto della Focsiv incassa già un primo risultato: il sostegno dell'intergruppo parlamentari per la pace, 70 tra deputati e senatori di Sei, Pd, M5S e dell'area di Scelta civica. "L'appello della Focsiv sarà il testo base - promette il coordinatore Giulio Marcon, deputato di Sei - per una mozione trasversale che sia un atto di indirizzo per politiche di pace".
Alla tavola rotonda su "Volontariato e pace, il ruolo dei volontari nelle situazioni di conflitto " è il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai a presentare l'appello. "Cento anni fa la prima guerra mondiale ha lasciato sul campo più di 10 milioni di morti e 20 di feriti e mutilati", si legge nell'appello. Poi centinaia di altre guerre "hanno causato più di 200 milioni di vittime".
Oggi "gli interessi economici, i fondamentalismi religiosi e la cultura dello scarto continuano a fare vittime". È dunque tempo per "creare una cultura che fermi il dilagare delle violenze" e valorizzi "i volontari internazionali che quotidianamente lavorano per la pace".
La Focsiv sottolinea "l'opportunità storica di inscrivere formalmente la pace tra i diritti umani internazionali internazionalmente riconosciuti". "Viviamo in un tempo in cui si cancellano i nomi per non vedere la realtà - sottolinea Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e moderatore dell'incontro - che è quella di una Guerra Mondiale combattuta a pezzi, come è riuscito a farci vedere Papa Francesco.
I volontari si impegnano per non cedere alla logica dell'odio dei mercanti di armi". Monsignor Joachim Ouedraogo, vescovo del Buriana Faso, sottolinea come "per l'educazione alla pace servono passerelle tra i popoli, tra le culture e anche tra i volontari". Ad avviare la campagna per il diritto alla pace è stato il Centro di Padova diretto dal professor Antonio Papisca.
"La pace è al centro di una contesa tra il vecchio diritto internazionale della sovranità degli Stati e il nuovo diritto internazionale fondato sulla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Uno ius "umano-centrico" con principi vincolanti.
Il Consiglio diritti umani dell'Orni ne sta discutendo. Ambienti diplomatici ci dicono che il problema è il traffico di armi. Dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni avevamo avuto assicurazioni sull'impegno del nostro ambasciatore. L'Italia esca dal limbo". Il governo italiano può fare anche altro. Il volontariato chiede di stabilizzare i Corpi civili di pace. E raccoglie firme per una legge che istituisca il Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta, che metta insieme Protezione civile, Vigili del fuoco, Corpi civili di pace e un istituto di ricerca ad hoc. Perché se vuoi la pace, prepara la pace.
di don Francesco Soddu (Direttore Caritas Italiana)
Il Garantista, 19 aprile 2015
Il vecchio continente si proclama paladino dei diritti umani, ma esternalizza il dolore di chi soffre e lo tiene lontano dai suoi confini.
La drammatica conta dei migranti morti in mare sembra non arrestarsi. Sono migliaia le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa. Una situazione che sta mettendo in crisi le già deboli politiche migratorie europee. L'idea di un'Europa inespugnabile sta barcollando sotto i colpi di una umanità disperata che in fuga dai propri paesi sta mostrando il volto peggiore degli effetti della globalizzazione. Iniquità, conflitti, ideologie sono i fattori che determinano il costante aumento dei flussi di profughi verso il continente europeo.
E guai a pensare che tutto questo si potrà evitare solo perseguendo i trafficanti. È una scorciatoia che non produce alcun effetto. I trafficanti, infatti, sono il prodotto di scarto di politiche di chiusura verso i migranti e i rifugiati che pur di trovare una soluzione alla loro precarietà esistenziale si mettono nelle mani di chi lucra sul loro destino. Senza contare che, dopo Mare Nostrum, l'operazione Triton non sta aiutando certo a migliorare la situazione.
Il dibattito europeo sulle migrazioni che attraversano il Mediterraneo si presenta confuso, fazioso, ammantato da una terminologia allarmistica che non aiuta a comprendere l'essenza di questi avvenimenti. Emergenza sbarchi, morti in mare, emergenza accoglienza sono le immagini di chi pretende di descrivere questo fenomeno con l'occhio del cittadino del nord del mondo senza interrogarsi più di tanto sulla natura del fenomeno, le sue cause, le politiche - se vi sono - per affrontarla.
Suscita anche grande scalpore quanto riferito da alcuni migranti scampati al naufragio a proposito di persone gettate in mare dagli stessi compagni di viaggio solo perché cristiane. Un ulteriore elemento che complica il già critico quadro internazionale che vede le atrocità dell'Isis e una crescente propaganda di odio mascherata da motivi religiosi, che produce persecuzioni e uccisioni in molte zone, dal Medio Oriente all'Africa.
Ma esistono anche episodi opposti di comunione e collaborazione. Come la storia di Lamin, un ragazzo di diciannove anni, arrivato in Italia dal Gambia nel giugno scorso. Insieme ad altri 28 giovani migranti ospiti al Santo Curato d'Ars di Falsomiele, un quartiere di Palermo, ha deciso di dare una mano ad accogliere i migranti che sempre più spesso sbarcano in città. "Ho deciso di ricambiare l'aiuto che mi è stato dato al mio arrivo a Palermo dando una mano agli operatori Cari-tas durante gli sbarchi al porto e nella gestione dell'ospitalità ad altri migranti. Voglio insomma ricambiare ciò che voi italiani state facendo per me". Non dobbiamo dunque lasciare spazio a strumentalizzazioni. Nel condannare con fermezza tutte le violenze, ricordiamo sempre il monito di Papa Francesco: "La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano".
L'Europa sembra incapace di reagire perché vittima di una idea anacronistica di territorio e di confine. Da un lato si presenta come paladina dei diritti umani, dall'altro promuove politiche di esternalizzazione volte a tenere lontano dai confini europei i migranti e tutto il loro carico di dolore e di speranza. Non si tratta più solo di prevedere fondi comunitari a cui attingere per calmierare l'emergenza, bensì di andare incontro a un fenomeno in costante mutamento che chiede con urgenza e senza ulteriori rinvii una riflessione di sistema proprio sulla mancanza di programmazione di interventi sinergici e congiunti a livello europeo, per mettere in atto quei "canali umanitari" che consentono a coloro che comunque arriveranno in Europa di non rischiare costantemente la vita come sta accadendo in queste ore.
Pensare all'attuazione di canali umanitari significa, cioè, anzitutto fare delle scelte politiche precise, scaturite dalla presa di coscienza che gli investimenti sul fronte del controllo delle frontiere e del contrasto all'immigrazione irregolare non sono evidentemente né sufficienti né tantomeno adeguati a gestire la richiesta di protezione internazionale. Peraltro i trafficanti e i migranti stessi, hanno una capacità di ridefinirsi nel progetto e nelle rotte migratorie che stupisce e spesso lascia del tutto impreparati. Una delle preoccupazioni che stanno davanti ai governi in questo momento riguarda l'aspetto economico, di ordine pubblico o di sistemazione dell'emergenza. In questo modo si indeboliscono, però, le politiche di accoglienza e soprattutto si rischia di non puntare sui diritti umani fondamentali.
Sarebbe, invece, auspicabile una strategia a medio termine, che coinvolga anche i governi dei paesi di provenienza dei migranti in modo che diventino partner affidabili, capaci di porre i diritti umani al centro del loro operato. Mentre nel breve termine è difficile poter pensare ad altro se non a ragionare su come garantire a chi riesce ad arrivare sulle nostre coste in questi mesi una tutela e un'accoglienza dignitosa.
Come ci ricorda la risoluzione dell'Europarlamento dello scorso 23 ottobre 2013, la legislazione comunitaria prevede ad es. alcuni strumenti che consentono il rilascio di visti umanitari. L'ingresso legale nell'Ue è sempre preferibile all'ingresso irregolare. Quest'ultimo, infatti, presenta maggiori rischi, anche con riferimento al grave fenomeno della tratta di esseri umani e alla conseguente perdita di vite umane.
C'è bisogno di strumenti che costituiscano una "una risposta vera e propria" di "un'Unione Europea basata sulla solidarietà e sul sostegno concreto", come ha affermato la Commissaria europea per gli Affari interni Cecilia Malmstrom, all'indomani dell'istituzione della Task-force Mediterraneo.
Ad oggi sono oltre 15mila i profughi transitati in Italia nei servizi della Caritas che in questi giorni sta garantendo più di 5mila posti in accoglienza. Peraltro, parallelamente ad inizio 2015 sono ufficialmente partiti i progetti Sprar approvati con il bando triennale 2014-2017, ed una quota rilevante di migranti giunti e salvati via mare è stata ed è attualmente ospitata anche attraverso quel circuito ordinario di accoglienza, di cui fanno parte numerose Caritas diocesane attraverso i loro enti gestori.
Va infine rilevato che oltre all'accoglienza diretta, consistente nella messa a disposizione di vitto, alloggio, servizi alla persona, ecc., altre Caritas diocesane hanno optato per un tipo diverso di impegno, scegliendo di mettere a disposizione appositi servizi di orientamento, di lingua, di inclusione per i migranti ospitati da strutture di accoglienza dotate di minore esperienza nella gestione delle problematiche dei richiedenti asilo.
È uno sforzo straordinario reso possibile dalla costante collaborazione con le istituzioni e dall'intenso lavoro e abnegazione di operatori e volontari che quotidianamente cercano di restituire dignità e futuro a queste persone, cercando nel contempo di non aggravare la situazione e i disagi che sperimentano anche le comunità di accoglienza. Come ci ha ricordato Papa Francesco nel messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2014, "lavorare insieme per un mondo migliore richiede il reciproco aiuto tra Paesi, con disponibilità e fiducia, senza sollevare barriere insormontabili. Una buona sinergia può essere di incoraggiamento ai governanti per affrontare gli squilibri socioeconomici e una globalizzazione senza regole, che sono tra le cause di migrazioni in cui le persone sono più vittime che protagonisti. Nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 19 aprile 2015
Che l'Europa si stesse preparando a battere in ritirata sul fronte dell'emergenza immigrazione lo si è capito chiaramente giovedì, quando la portavoce del commissario Ue per l'immigrazione Avramopoulos, pur riconoscendo che la situazione degli sbarchi dei profughi è destinata ad aggravarsi a partire già dalle prossime settimane, ha alzato le braccia davanti all'impotenza della commissione europea. "Dobbiamo essere franchi - ha detto - la commissione non può fare da sola, non abbiamo la bacchetta magica".
Mancano i soldi (anche se solo qualche giorno fa proprio Avramopoulos aveva negato che il problema fosse economico) ma manca - ha aggiunto la portavoce - soprattutto la volontà politica di intervenire da parte di alcuni governi. La conferma del disinteresse di Bruxelles è arrivata venerdì, quando fonti diplomatiche dell'Ue hanno riconosciuto la mancanza di un "consenso per rafforzare Triton", la missione europea impegnata nel Mediterraneo.
Il problema - hanno spiegato - è la Libia dove l'assenza di un governo di riferimento rende impossibile arginare le partenze dei barconi. Ma anche la crisi siriana e quella irachena, che contribuiscono non poco ad alimentare il fiume di disperati che cercano salvezza da questa parte del mare. Per domani infine è in programma il vertice dei ministri degli Esteri dei 28 a Lussemburgo dove la rappresentante della politica estera dell'Ue, Federica Mogherini, presenterà un documento con le proposte per avviare un processo di stabilizzazione in Libia, ma c'è da scommettere che qualunque decisione verrà presa difficilmente cambierà qualcosa per i migranti, che continueranno così a rischiare la pelle nel canale di Sicilia.
La realtà è che l'Italia è sola a fronteggiare un dramma che riguarda centinaia di migliaia di persone. E a peggiorare le cose c'è il fatto che il governo anziché prendere in mano la situazione - come fece il governo Letta nel 2013 - continua ad appellarsi a Bruxelles sapendo che difficilmente riuscirà ad ottenere più di quanto avuto finora, ovvero il via libera a una missione come Triton della quale oggi tutti riconoscono i limiti. Ma che il ministro degli Interni Alfano salutò a suo tempo come un successo del nostro Paese che aveva finalmente costretto l'Europa ad assumersi le sue responsabilità. Gli oltre diecimila profughi arrivati negli ultimi giorni (700 solo ieri) dimostrano che le cose non stanno affatto così, e che anzi sono destinate a peggiorare vista la violenza dimostrata dagli scafisti, pronti a tutto pur di riprendersi i barconi fatiscenti sui quali costringono a viaggiare i profughi.
E a poco servono gli appelli rivolti puntualmente all'Ue dalla presidente della Camera Laura Boldrini o dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che si è anche detto "imbarazzato" per l'immobilismo di Bruxelles. Appelli ai quali da ieri si sono aggiunti anche quelli autorevoli del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di papa Francesco, concordi nel chiedere all'Europa un impegno deciso per fermare quella che il capo dello Stato ha definito come una "continua perdita di vite umane nel Mediterraneo".
Stragi che purtroppo sono destinate a ripetersi se Roma e Bruxelles continueranno a rimpallarsi il problema. Aspettare che si risolvano le crisi in Libia, Siria e Iraq per intervenire in aiuto di coloro che proprio da quelle crisi fuggono, significa solo perdere ancora tempo prezioso.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2015
Molti miei compagni saranno probabilmente "deportati" e gettati, "come spazzatura umana", in altri carceri perché nel carcere di Padova sarà chiusa la sezione di "Alta Sicurezza". Mi ha colpito la loro poca voglia di lottare e penso che l'Assassino dei Sogni lo fa apposta, perché più un prigioniero è messo male e meno problemi produce. Probabilmente sanno che se tu metti una persona nella condizione di poter solo sopravvivere è difficile che poi possa pensare a qualche cos'altro. (Diario di un ergastolano: carmelomusumeci.com).
di Luigi Manconi
Left, 18 aprile 2015
All'articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, si legge: "Il termine tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito".
di Antonietta Denicolò (Componente Giunta Unione Camere Penali)
Il Garantista, 18 aprile 2015
Dopo il plauso, con diversi toni espresso per salutare l'ingresso, seppur tardivo, del reato di tortura nel nostro ordinamento, la dovuta attenzione alla tutela dei diritti di ogni singolo cittadino ed il doveroso sguardo d'insieme delle disposizioni tanto codificate, quanto normative in genere, impone a noi, operatori di diritto, di interrogarci, con laica serenità, in punto alla coesistenza nel nostro sistema del neonato reato di tortura con il mantenimento e la frequente applicazione del regime custodiate disciplinato dall'art. 41 bis dell'ordinamento penitenziario.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 18 aprile 2015
Il ddl torna da martedì prossimo in commissione Giustizia per il sì definitivo. Il presidente sprona i senatori: "Testo perfettibile ma gli italiani aspettano da troppo tempo". Amnesty Italia festeggia i 40 anni chiedendo il "reato subito". Torna in Senato per la seconda volta, e forse per l'ultima fase dell'iter di approvazione, il ddl che introduce il reato di tortura nell'ordinamento italiano. All'ordine del giorno dei lavori della commissione Giustizia di martedì e mercoledì prossimi c'è la discussione generale del testo licenziato dalla Camera il 9 aprile scorso.
di Ilaria Giupponi
Left, 18 aprile 2015
Montecitorio si accontenta di un compromesso. Ma i giuristi attaccano il provvedimento approvato dalla politica: "Un testo dannoso che era meglio non avere".
A oggi il nostro Paese consente che il corpo di polizia torturi le persone. Lo Stato, che deve proteggere l'individuo, al punto da punire chi compie un tentato suicidio (perché non legittimato ad attentare alla propria vita), non punisce l'inflizione volontaria di sofferenza fìsica o mentale al prossimo.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 18 aprile 2015
Il deputato Baroni: "il gruppo di Trieste è mosso da motivi ideologici. Il problema è che le Rems sono state imposte attraverso un provvedimento di legge, senza nessun tipo di discussione".
Il Movimento 5 Stelle è contro l'alternativa agli ospedali psichiatrici perché pericolosi per la società e si scaglia contro il comitato Stop Opg perché, a detta sua, sono mossi da motivi ideologici. "C'è un problema fortemente ideologico dietro, - ha spiegato Massimo Baroni, deputato del Movimento 5 Stelle e portavoce alla Camera. per seguire un'ideologia molto forte, molto importante del gruppo di Trieste, Stop Opg, stiamo vedendo che, sì, è giusto prevedere delle piccole strutture a misura di uomo, ma c'è ed esiste il problema del fatto che non è mai stato affrontata la questione: le Rems sono state imposte attraverso un provvedimento di legge che non ha visto nessun tipo di discussione".
Poi il deputato continua : "Questo è un altro modo per creare una mangiatoia di denaro pubblico. E tutti gli indicatori vanno nella direzione di mettere in luce una filiera di appalti su queste residenze molto torbida", continua il deputato. "Le intenzione sono buone, ma la questione è stata gestita malissimo, perché non si è stati attenti al progetto con cui si voleva deistituzionalizzare questi pazienti, che sono, però, socialmente pericolosi, non solo a loro stessi, ma anche ad altri". Ma la polemica non finisce qui, perché secondo il deputato del Movimento 5 Stelle un problema altrettanto importante è quello degli appalti e intravvede la corruzione.
"Sembra che una delle Rems nel Lazio sia attenzionata dalla procura in merito all'appalto che è stato assegnato in regime d'urgenza, senza i controlli di routine volti a garantire che le ditte coinvolte siano senza macchia". Continua a spiegare il deputato Baroni: "Stanno facendo delle gare di appalto multiple: in un primo momento c'è un appalto per la costruzione di una prima struttura temporanea, in piedi per un anno, e all'interno della stessa gara di appalto rientra un secondo progetto per la costruzione della struttura permanente". Poi il deputato pentastellato aggiunge: "La prima struttura temporanea d'urgenza richiede una somma di denaro pubblico notevole per qualcosa di cui si usufruirà solo per un anno e nel frattempo si lavora alla costruzione della struttura permanente".
Per Baroni questo modo di procedere è indicativo di un utilizzo sbagliato del denaro pubblico. Il Movimento 5 Stelle sta cercando di capire il sistema utilizzato per la costruzione e la gestione delle Rems: "Almeno nel Lazio - dice sempre Baroni - l'urgenza viene data dal fatto che se non risulterà partire un numero minimo di Rems, queste verranno commissariate", quindi secondo Baroni ci sarà l'intervento di un commissario esterno per l'attuazione della messa in opera delle Rems, con la conseguenza diretta che le Regioni non avranno più la libertà di gestione dei fondi messi a disposizione per la creazione delle strutture, somma che, come sostiene il deputato, si aggirerebbe attorno al milione di euro. "Ci sono appalti molto sospetti, perché è stato fatto tutto in fretta, con pochissime persone a conoscenza delle modalità con cui sono stati affidati gli appalti e con subappalti che potrebbero essere fuorilegge", spiega ancora l'onorevole Baroni.
La Rems di Palombara Sabina (Roma), invece, è emblematica di un'altra problematica connessa alle strutture, quella legata alla sicurezza della comunità in cui le residenze vengono assegnate. La Rems di Palombara Sabina, ad esempio, è posizionata in un'ala dell'ospedale, "a 50 metri da una scuola, inserita nel contesto del paese e la comunità si è opposta a questa decisione", chiosa Baroni spiegando che a causa delle problematiche inerenti, la sicurezza verrebbe compromessa da una struttura del genere. Mentre il movimento cinque stelle polemizza contro i Rems perché - utilizzando le stesse polemiche di chi un tempo si opponeva alla chiusura dei Manicomi e quindi contro la legge Basaglia - li considera pericolosi contro la società libera, c'è chi chiede di vigliare affinché tutto si realizzi senza incertezze e ritardi.
Il comitato nazionale Stop Opg, impegnato dal 2011 per l'abolizione di questo istituto "inaccettabile per la sua natura", aveva già annunciato la mobilitazione ad oltranza per una dismissione che sia "senza proroghe e senza trucchi" e che non produca, come si teme, una miriade di "piccoli Opg". Ad un anno dal di di proroga firmato "con estremo rammarico" dall'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, le regioni sembrano affrontare ancora una volta con difficoltà il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Arrancano Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Puglia e Calabria secondo i dati di Stop Opg.
Le due strutture di Grugliasco e Biella apriranno solo dopo il primo settembre. E, invece, prevista per il 4 maggio l'apertura delle due Rems in provincia di Trieste e Pordenone. La regione Puglia metterà a disposizione a fine maggio 20 posti, mentre si protrarrà fino al primo luglio l'attesa per la residenza di Santa Sofia d'Epiro, in provincia di Cosenza.
Tra scadenze e ritardi si barcamenano più o meno tutte le regioni, fatta eccezione per il Veneto, che in polemica con soluzioni "raffazzonate", affronta il momento di transizione nella più completa impreparazione. L'assessore regionale alla Sanità Luca Coletto ha definito la sua regione "seria", anziché "inadempiente". "Il Veneto - aveva promesso Coletto -ha già individuato la sede e il progetto per la realizzazione di una nuova struttura definitiva con tutte le caratteristiche necessarie di sicurezza e di umanità". Il rischio, a cui va incontro la regione, è quello del commissariamento. Il sindaco di Roma Ignazio Marino, già Presidente della "Commissione parlamentare d'inchiesta per l'efficacia e l'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale", si è dichiarato favorevole all'intervento di un "commissario che tolga alle regioni inadempienti il potere di indirizzo e di utilizzo delle risorse per la cura delle persone".
Reduce da un giro di ispezioni negli Opg disseminati sul territorio, Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani, era intervenuta al convegno "Ergastolo Bianco", denunciando il ricorso da parte di molte regioni a soluzioni temporanee, il relativo rilascio di licenze a privati e l'assenza di misure di controllo previste per le Rems. Per Francesco Saverio Moschetta, ex direttore dell'Ospedale psichiatrico di Teramo, città che ha ospitato il convegno tenutosi il 26 marzo scorso, il rischio è che lo psichiatra "si trovi in quella situazione di ambiguità per cui deve curare e insieme custodire". La legge n. 9 del 2012 prevede, infatti, l'esclusiva gestione sanitaria delle strutture e il confinamento delle forze dell'ordine all'esterno delle Rems, impegnate in un controllo perimetrale di vigilanza esterna. Il paradosso per Moschetta consiste nell'affidare ai medici strutture concepite per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive. A preoccupare la magistratura è, invece, la disposizione della legge 81 del 2014, che prevede la revoca delle misure di sicurezza per quegli internati che, anche se ritenuti pericolosi, abbiano "superato il limite massimo della pena edittale".
Il problema che si pone, secondo il Presidente del Tribunale di Teramo Giovanni Spinosa, è quello dell'organizzazione di una società, che a fronte delle nuove misure dovrà provvedere a "un'assistenza forte e coordinata" di tutela e controllo sul territorio. Nel complesso è forte la diffidenza con cui si guarda alle Rems, ma intanto si assiste alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi di detenzione da troppo tempo dimenticati dalla sensibilità civile.
di Silvia Barocci
Il Messaggero, 18 aprile 2015
La proposta dei pm di Milano e Roma giudicata a Palazzo Chigi troppo blanda presto un incontro con Orlando. Meglio la proposta Gratteri, quella che vieta la trascrizione integrale delle intercettazioni nelle ordinanze e che è più severa con i giornalisti tanto da prevedere il carcere per coloro che pubblicano gli ascolti secretati.
Sembra che Matteo Renzi ritenga troppo blanda l'ipotesi avanzata dai procuratori di Roma e Milano, Giuseppe Pignatone e Edmondo Bruti Liberati. "C'è una partita che dobbiamo chiudere: è il tema delle intercettazioni", aveva detto il premier mercoledì scorso all'assemblea del gruppo Pd strappando l'applauso dei presenti. Anche se la partita si chiuderà solo in giugno, nell'entourage renziano si cominciano a soppesare le diverse proposte che, dopo l'ennesimo richiamo del Garante della Privacy Antonello Soro, stanno arrivando dagli stessi magistrati.
Con molti distinguo. Ad aver fatto breccia sarebbe la formula del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, a capo di una Commissione governativa di riforma della giustizia penale. Duecentocinquanta pagine che al capitolo ascolti riservano una modifica più soft di quella proposta dal pm di Venezia Carlo Nordio (vietate le intercettazioni nelle indagini ad eccezione di quelle preventive che, però, non hanno valore probatorio) ma senz'altro più dura di quella dei procuratori Bruti Liberati e Pignatone (per i pm resta tutto com'è ma si possono pubblicare solo le conversazioni riportate nelle ordinanze del giudice e non quelle agli atti dell'inchiesta, pena multe salate ai giornalisti e agli editori). Il presidente dell'Anni Rodolfo Sabelli non fa mistero di preferire quest'ultima ipotesi. Lo sforzo di sintesi dei diversi valori in gioco "non è semplice", ammette il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini.
Che Renzi dia ascolto a colui che per 48 ore fu Guardasigilli in pectore è cosa nota; che la proposta del pm di Reggio Calabria debba trovare un riscontro col ministro in carica è scontato. Gratteri e Orlando si incontreranno alla fine del mese. Nel frattempo si stanno studiando le diverse opzioni tecniche per tradurre subito in un articolato la delega sulle intercettazioni contenuta nel ddl di riforma del processo penale ora in commissione giustizia alla Camera.
Prendendo le mosse dalla proposta Gratteri, il governo punta a limitare nelle ordinanze del gip la pubblicazione integrale delle intercettazioni che può avvenire solo per sintesi. Il nodo politicamente più sensibile resta quello del carcere. Gratteri ha proposto un nuovo reato che va dai 2 ai 6 anni di carcere (trattandosi di una pena edittale superiore ai 5 anni gli indagati saranno intercettabili) per chi pubblica o diffonde le intercettazioni. Una pena senz'altro pesantissima, soprattutto in controtendenza con la depenalizzazione del reato di diffamazione a mezzo stampa.
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