di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 28 gennaio 2015
I casi sono due: o Bossetti è innocente o gli inquirenti sono degli incapaci. In ogni caso non vorremmo vedere il carpentiere di Bergamo trasformato nel Girolimoni degli anni Duemila. Perché Gino Girolimoni, il "mostro di Roma" degli anni del fascismo, accusato arrestato e poi prosciolto per sevizie e uccisione di sette bambine, dopo gli undici mesi di carcere non si riprese più e morì povero con addosso la reputazione del "pedofilo".
I mesi scontati da Massimo Bossetti sono già sette, e stiamo parlando di carcere preventivo, anche se viene pudicamente chiamato custodia cautelare. E ancora i magistrati che gli stringono le manette ai polsi non ci spiegano in che modo potrebbe "reiterare il reato" (come hanno scritto sia il gip che il tribunale del riesame).
Ci stiamo avviando a un clamoroso processo indiziario, in cui le "prove" così conclamate dagli inquirenti impallidiscono ogni giorno di più. Persino la "prova regina", la famosa "pistola fumante" impugnata a due mani dal pubblico ministero Letizia Ruggeri, il dna trovato sugli indumenti di Yara Gambirasio, presenta i suoi bravi margini di ambiguità nella relazione non di un perito di parte, ma di quello ufficiale della Procura, il dottor Carlo Previderé, responsabile del laboratorio di Genetica forense dell'università di Pavia.
Il dna mitocondriale, di cui evidentemente gli uomini del Ris di Parma, i primi a esaminarlo, non hanno tenuto nessun conto, non sono di Bossetti. Perché è importante questa parte del dna? Perché è quello trasmesso dalla madre ai figli. E se quello trovato sul corpo di Yara non è di Bossetti, di chi è? E ancora: sul corpo della ragazzina vengono trovati un certo numero di peli e capelli, ma nessuno è riconducibile all'indagato. Di chi sono dunque?
Ma c'è un altro problema. Gli inquirenti affermano di avere la "prova" (farebbero meglio a essere più cauti nell'uso di questa parola) del fatto che il furgone dell'indiziato gironzolasse dalle parti della casa della bambina quando lei uscì per andare in palestra e prima di sparire per sempre. Sul furgone però non c'è traccia alcuna di Yara.
Il veicolo, così come un'auto di proprietà di Bossetti, è stato sequestrato subito dopo il suo arresto, il 16 giugno dell'anno scorso. Nessuno l'ha toccato, da quel giorno, tranne i tecnici, che l'hanno rivoltato come un calzino. L'unico risultato è che la ragazzina lì sopra non è mai salita. Così come non è mai entrata in contatto con nessuno degli oggetti, a partire dal telefonino, in uso a Bossetti. La bambina è dunque un fantasma?
Nelle ultime settimane poi, a quattro anni dalla sparizione della giovane ginnasta, è scoppiata la guerra delle testimonianze. È bastato che i difensori di Bossetti, l'avvocato Salvagni e il criminologo Denti (quest'ultimo l'ha raccontato a Iceberg, la nota trasmissione di Telelombardia), lasciassero intendere di avere tra le mani una deposizione importante, che la Procura rilancia dando in pasto ai giornalisti la "sua" teste. E il segreto investigativo cui sono tenuti in primis gli stessi inquirenti? Ma che importa, tanto si sa che, da vent'anni a questa parte, i provvedimenti giudiziari non si depositano più in cancelleria, ma direttamente in edicola. E Bergamo non sarà certo seconda a Milano o a Roma.
Le testimoni sono due donne. La signora A, dopo aver invano parlato a un carabiniere fermato per strada, nei giorni della sparizione della ragazzina, contatta gli avvocati di Bossetti dopo aver saputo dell'arresto, e ripete il suo racconto: aveva ospitato, proprio in quei giorni, un giovane rumeno, poi tornato al suo Paese, che diceva di avere una fidanzatina di nome Yara che faceva la ginnasta e viveva in provincia di Bergamo. L'unico punto debole di questa teste, che viene descritta come molto lucida e sicura di sé, è che la signora A si era rifiutata di andare a fare la sua deposizione in caserma, come l'aveva sollecitata il carabiniere. Che andrebbe oggi individuato e ritrovato. Cosa non facile.
La signora B è una testimone ancora più fragile. A quanto se ne sa, avrebbe raccontato ai magistrati di aver notato Bossetti e Yara in auto nel parcheggio del centro sportivo di Brembate nell'estate del 2010 e di esser stata colpita dal fatto che un adulto e una ragazzina discutessero animatamente. Aveva pensato a un padre e una figlia, anche perché il giorno dopo avrebbe visto il muratore al supermarket che comprava delle birre, tranquillo. La signora B si è fatta viva con i magistrati solo tre mesi dopo l'arresto di Bossetti, e questo genera già un primo dubbio: perché non subito, visto che la foto dell'uomo è uscita su tutti i giornali e le televisioni?
Ma il problema, che dà anche un po' di amarezza, è: se la signora B ha riconosciuto Yara in quella ragazzina che discuteva con un adulto in auto, perché non è andata dai carabinieri quattro anni fa, quando Yara è sparita? O invece crede di averla riconosciuta solo dopo l'arresto del muratore? O magari, cosa probabile, la sua memoria ha subito una suggestione? Dunque: Bossetti è innocente e sta subendo una grave ingiustizia, o è colpevole e i magistrati non riescono a dimostrarlo?
di Antonello Micali
Il Garantista, 28 gennaio 2015
È davvero possibile un clamoroso ribaltone o si tratta solo, come dicono alcuni, dell'ennesima dimostrazione che la genetica, soprattutto applicata al crimine, oltreché complessa (e cara), non dà poi sempre tutte queste certezze? E se poi il campo di applicazione è quello penale, ecco che le cose si complicano ulteriormente.
A dare, in attesa del processo, nuova linfa al dibattito tra pro e contro il presunto "abuso" delle nuove frontiere scientifiche delle tecniche investigative moderne, è il nuovo elemento secondo cui sul corpo di Yara Gambirasio, la 13enne scomparsa il 26 novembre 2010 e trovata cadavere in un campo di Chignolo d'Isola tre mesi dopo, non ci sarebbe traccia del dna mitocondriale di Massimo Giuseppe Bossetti, unico indagato per l'efferato omicidio della ginnasta di Brembate di Sopra.
E pensare che a fornire quello che di fatto è diventato forse un prezioso assist per la difesa del muratore 45enne in carcere da più di 7 mesi, è stato addirittura il consulente della Procura nella sua relazione al pubblico ministero. Insomma, la vicenda è complessa e rimanda, a fronte di "tale anomalia", a scenari per il momento non prevedibili; fatto sta che, semplificando, il tratto mitocondriale non è di Bossetti, ma quello nucleare, accertamento comunque non ripetibile e da sempre contestato dalla difesa, lo sarebbe: e allora?
Avvocato Claudio Salvagni, se la notizia venisse confermata che ne sarebbe della "prova regina" contro il muratore, quella per la quale un padre di famiglia incensurato (e che ha scoperto di non essere figlio del padre che lo ha cresciuto grazie proprio all'inchiesta) è in carcere dal 16 giugno scorso perché identificato come "Ignoto 1", ovvero come colui che avrebbe il profilo genetico dell'assassino di Yara?
"Prova regina? Dall'inizio di questo caso sostengo che la perizia che l'ha prodotta, anche perché effettuata in piena autonomia e solitudine dalla Procura e senza le garanzie del caso, visto che non è ripetibile, in un Paese democratico e civile quale dovrebbe esserscagionato, poiché rimarrebbe sempre un dubbio".
Ma potrebbe dunque cadere questa prova?
"Speriamo a questo punto che ciò avvenga nel processo".
Invece, nonostante tutto, secondo l'accusa, l'inchiesta a carico di Bossetti e con il suo complesso quadro accusatorio rimane valida.
"Guardi, a pensare male... Noi sappiamo da almeno due settimane di questa anomalia rilevata dal consulente Previderè dell'accusa; la Procura da almeno due mesi: a fronte della totale caduta di altri elementi e con questo quantomeno ragionevole dubbio sulla cosiddetta prova regina, avrebbe dovuto essere proprio la Procura a chiedere la scarcerazione di Bossetti, invece. È paradossale che un' inchiesta per la quale sono stati spesi milioni e scomodati i più sofisticati metodi scientifici produca una tale pochezza di riscontri".
Il consulente del pm nella sua relazione scrive che "tale profilo mitocondriale era certamente attribuibile alla vittima e non al soggetto definito "Ignoto 1"", quindi? "Quindi l'analisi del dna mitocondriale di Bossetti, estratto dal campione della relazione del Ris, non coincide con quello di "Ignoto 1", ovvero alla traccia trovata sugli slip della ragazzina: questo sarebbe chiaro, non lo è altrettanto per quel che concerne il profilo nucleare".
Sbaglio o adesso la Procura si affida alle stesse ipotesi del consulente, secondo cui, e siamo sempre nel campo delle ipotesi, appunto, la traccia analizzata dal Ris conterrebbe i profili genetici di Yara e di Ignoto 1 e che il tratto mitocondriale della bambina possa aver coperto quello di Ignoto 1?
"Lo vedremo in dibattimento. A noi sembra comunque chiaro che sono stati commessi degli errori, dall'inizio delle indagini. Questa che il consulente del pm chiama anomalia va spiegata. Il mitocondriale non è di Bossetti, ma di un altro. E sul fatto che il nucleare non lasci dubbi mi consenta di dire, a fronte di tutto quello che non è quantomeno lineare in questa storia, che la Procura dovrà dare delle spiegazioni più convincenti (come, probabilmente, sul motivo per cui i profili genetici mitocondriali di 532 donne sono stati comparati con il profilo genetico mitocondriale di Yara e non di Ignoto 1, ndr) e prendere in considerazione il nostro quanto meno ragionevole dubbio sulla prova del dna che non è più possibile ripetere".
Alla luce di questi nuovi elementi state preparando una nuova istanza di scarcerazione, dopo che la prima è stata rigettata dal tribunale del Riesame proprio in base all'esame del dna, in attesa della prossima udienza in Cassazione del 25 febbraio?
"Confermo questa intenzione, ma ribadisco che Bossetti avrebbe dovuto essere libero già da tempo".
di Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2015
Dalla cella, il "rosso" ha inviato molti messaggi. Il sospetto dei pm: potrebbe continuare a impartire ordini alle coop perquisite ieri. Mi stupisco del fatto che gli organi che si sono occupati di mafia a Roma, non mi abbiano ancora interrogato.
Il mio è un caso di cui si dovrebbe parlare in tutto il mondo". Parla Salvatore Buzzi dal carcere di Nuoro (Sardegna), che - detenuto in regime di alta sicurezza per associazione a delinquere a stampo mafioso - dal giorno del suo arresto si dedica ad una copiosa attività epistolare. Lui, il ras delle coop della presunta Mafia Capitale da dietro la sbarre manda lettere. Troppe per gli investigatori che ora hanno due sospetti: il primo che qualcuno abbia potuto sorvolare sul contenuto di quelle missive inviate dal carcere, soprattutto non informando i magistrati sulla quantità; il secondo sospetto, da verificare dopo che saranno state visionate tutte le lettere, è che da dietro le celle Buzzi possa continuare a impartire ordine e inviare messaggi. Per questo ieri gli uomini del Ros, guidati da Mario Parente, hanno perquisito le sedi della Cns, un consorzio rosso di Bologna del quale la 29 giugno fa parte, e della cooperativa Abc, attualmente commissariata. Perquisita anche la casa della compagna di Buzzi, Alessandra Garrone, finita ai domiciliari nell'ambito della stessa indagine.
Molte lettere infatti sono state arrivate anche a lei, che oltre la compagna secondo l'accusa ha anche il ruolo di "collaboratrice stretta di Buzzi, il quale condivide le strategie operative del sodalizio, contribuisce alle operazioni corruttive e di alterazione delle gare pubbliche".
Dal carcere di Nuoro, Salvatore Buzzi non ha dimenticato neanche Franco La Maestra, un dipendente della Cooperativa 29 giugno con un passato nelle Br-Partito comunista combattente. Proprio a La Maestra, secondo quanto riferito da quest'ultimo ad un altro indagato - erano state date delle direttive da parte di Buzzi il giorno dell'arresto: ossia di non litigare e di tenere lontano dalla 29 giugno Giovanni Campenni, l'imprenditore che secondo i pm "il clan Mancuso aveva inviato su Roma per avviare attività imprenditoriali in collaborazione con l'associazione romana".
Adesso quindi vi è il dubbio che stia servendo a poco quel sistema di alta sicurezza al quale è sottoposto l'uomo ritenuto il braccio sinistro di Massimo Carminati. Sul caso delle lettere inviate alla Garrone, il legale di Salvatore Buzzi, l'avvocato Alessandro Diddi commenta: "Non capisco le ragioni della perquisizione anche perché ho fatto una richiesta di autorizzazione al giudice perché la Garrone potesse parlare con il marito. La risposta è stata affermativa".
Proprio al suo legale. Buzzi domanda il perché ancora non sia stato interrogato e adesso vuole rispondere alle domande dei magistrati, a differenza di mesi fa quando, durante l'interrogatorio di garanzia dopo l'arresto, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Intanto in molti prendono le distanze da Buzzi, come il consigliere regionale del Lazio ed ex presidente del Pd romano Eugenio Patanè, tra i politici coinvolti nell'inchiesta Mafia Capitale, ma indagato per turbativa d'asta: "L'ho incontrato nel 2012 per caso - ha detto Patanè a SkyTg 24 - durante l'occupazione del mattatoio di Roma. A giugno 2013 mi ha mandato un messaggio nel quale si giustificava della foto con Alemanno e Casamonica".
Patanè avanza anche dei dubbi: "Mi pare strano che Buzzi assurga a capomafia. Poteva essere il capo delle cooperative sociali. Ma ti pare che questo diventa improvvisamente il capomafia per un fatturato al Comune di Roma di 43 milioni di euro, quando il bilancio del Comune di Roma è di 10 miliardi?". Di diverso parere un gestore di una cooperativa che, intervistato sempre da SkyTq24, ha preferito l'anonimato: "Non hanno scoperto ancora niente - ha detto - e non sono stati tirati fuori ancora i nomi dei politici coinvolti". Ed è vero, perché potrebbero essere ancora tante le novità di questa inchiesta, nonostante sia esplosa a dicembre scorso.
www.marketpress.info, 28 gennaio 2015
Rafforzare la rete di servizi in modo da garantire la presa in carico terapeutico riabilitativa di persone con problemi di salute mentale autrici di reato, per avviare il processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg), deciso da una norma nazionale del 2012.
È l´obiettivo di un Programma regionale approvato dalla Giunta del Friuli Venezia Giulia, su proposta dell´assessore Maria Sandra Telesca. Elaborato in collaborazione con i Dipartimenti di Salute Mentale, indica le modalità di utilizzo di una cifra di poco inferiore a 1,3 milioni di euro, già assegnati dallo Stato in attesa che la Regione Friuli Venezia Giulia, che ha già acquisito le funzioni in materia di Sanità penitenziaria, ottenga anche quelle relative proprio al superamento degli Opg, che comporterà un ulteriore aumento nella disponibilità di risorse.
I fondi già assegnati saranno impiegati per: - potenziare gli stessi Dipartimenti di Salute Mentale, anche attraverso l´assunzione di nuovo personale a tempo determinato, in modo da ridurre il ricorso agli Opg; - prendersi cura delle persone dimesse perché non socialmente pericolose; - incrementare l´attività di tutela della salute mentale presso le strutture penitenziarie tradizionali. Ad ogni modo in Friuli Venezia Giulia il problema appare limitato. Le persone con problemi di salute mentale autrici di reato sono al momento otto, accolte negli Opg di Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere.
www.modenatoday.it, 28 gennaio 2015
Un disguido abbastanza clamoroso ha lasciato al freddo per una notte la caserma degli agenti della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia. La direzione della struttura non aveva saldato le bollette con Eni, che ha inviato Hera a sigillare i contatori.
Un intoppo imbarazzante ha contraddistinto la giornata di ieri presso il carcere di Castelfranco Emilia, la Casa Lavoro spesso soggetta a critiche sulla reale efficienza della struttura. Ma questa volta niente elucubrazioni sul sesso dei detenuti: quanto accaduto è qualcosa di molto pragmatico, che ha richiesto l'intervento della Prefettura. Nel pomeriggio la Direzione ha infatti segnalato alla Prefettura che ieri tecnici del Gruppo Hera erano intervenuti presso i contatori del gas in dotazione alla struttura, apponendo i sigilli su due di essi, interrompendo così la fornitura di gas e provocando il blocco della caldaia che alimenta l'impianto di riscaldamento della caserma destinata agli agenti della Penitenziaria.
Si è poi appreso che l'intervento era stato eseguito su disposizione della società Eni S.p.a., titolare del servizio di fornitura, del quale Hera è semplice esecutore. Il motivo? Il mancato pagamento delle fatture del gas. La Direzione del carcere ha precisato che la causa dell'insolvenza era del tutto formale: Eni infatti, nonostante ripetute segnalazioni, continuava a inviare documenti in forma cartacea e non elettronica. Evidentemente un problema di scarsa comunicazione.
Vista la necessità di mantenere in buone condizioni la caserma e permettere agli agenti di non passare troppe ore "al fresco", la Prefettura ha immediatamente chiesto ad Hera di intervenire per ripristinare la fornitura. La multiutility ha inviato celermente i propri tecnici a Castelfranco e il servizio è tornato attivo, mentre sono state avviate le procedure per risolvere il debito con il gestore Eni.
www.sassuoloonline.it
Nel pomeriggio di ieri la Direzione della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia ha segnalato alla Prefettura che, nella giornata di ieri, tecnici del Gruppo Hera sono intervenuti presso i contatori del gas in dotazione alla struttura, apponendo i sigilli su due di essi, interrompendo così la fornitura di gas e provocando il blocco della caldaia che alimenta l'impianto di riscaldamento della "Caserma agenti".
L'intervento è stato eseguito su disposizione della società "Eni Spa", titolare del servizio di fornitura, del quale Hera è semplice esecutore, per l'inadempimento circa il pagamento di fatture. Da parte della Direzione del carcere è stato fatto presente che la causa del mancato pagamento di dette fatture, era da ricercarsi nell'emissione di tali documenti in forma cartacea e non elettronica, come previsto dalla normativa di settore, circostanza ripetutamente segnalata alla citata Società "Eni Spa". Attesa l'esigenza di garantire la continuità del servizio di vigilanza interna all'Istituto, nell'attuale stagione caratterizzata da basse temperature, la Prefettura ha interessato la Direzione del Gruppo Hera affinché valutasse la possibilità di ripristinare in via d'urgenza l'erogazione del gas, consentendo la riattivazione dei dispositivi di riscaldamento. La Direzione tecnica di Hera, aderendo con immediatezza alla richiesta della Prefettura, ha inviato prontamente presso l'Istituto penitenziario propri tecnici che hanno provveduto al ripristino dell'utenza.
Ansa, 28 gennaio 2015
Diciassette detenuti di età compresa tra i 18 ed i 21 anni del carcere minorile di Bicocca, a Catania, hanno cominciato nell'Ente scuole edile un corso di formazione tecnico-pratico per effettuare interventi di riqualificazione nel quartiere di San Berillo Vecchio. L'iniziativa, resa possibile da un protocollo d'intesa firmato nelle scorse settimane da Comune, Ente scuola edile ed Accademia di Belle arti, rientra nell'ambito di un piano, approvato dal ministero della Giustizia, di reinserimento sociale di giovani che hanno subìto una condanna penale e sono detenuti o in regime di semilibertà.
"Un momento di straordinaria importanza per Catania - ha commentato il sindaco Enzo Bianco - perché con questo intervento coniughiamo il recupero di energie giovanili, che vanno canalizzate nelle legalità e nel vivere civile, con i concreti interventi di ripristino di un quartiere storico di particolare rilevanza che da decenni attende di essere valorizzato".
La formazione dei giovani detenuti nella prima fase avverrà negli uffici dell'Ente scuola edile con un cantiere simulato nel boschetto della Plaia, per poi passare dal 16 dicembre all'istituzione di un cantiere di lavoro nel quartiere principalmente per il rifacimento di intonaci esterni. Il via alle lezioni è stato dato dall'assessore comunale all'urbanistica e al decoro urbano Salvo Di Salvo.
"Vi incoraggio - ha detto l'assessore ai ragazzi - a raccogliere con generosità questa grande opportunità per voi e per la Città. Lavorerete per due mesi perfezionando un mestiere che vi potrà servire per la vita e nel frattempo avrete reso un servizio utile per un quartiere del centro storico che ha bisogno di piccoli e grandi interventi e che potrete dire di avere contribuito a migliorare col vostro impegno".
Il Cittadino, 28 gennaio 2015
Il tribunale ammnistrativo regionale di Milano ha ordinato al ministero della Giustizia di consentire all'ex direttrice della Casa circondariale di Lodi Stefania Mussio di "riprendere il predetto servizio nel più breve tempo possibile". La decisione è stata da poco pubblicata e l'ordine decorre "entro il termine di cinque giorni dalla notificazione, con l'avvertenza che, nella persistenza dell'inerzia si nomina fin d'ora, quale commissario ad acta, il prefetto di Lodi, che provvederà a eseguire l'ordinanza cautelare nei successivi cinque giorni". L'ordinanza non è ancora un pronunciamento definitivo sulle vicende della direzione del carcere di Lodi, ma segna un ulteriore punto a favore degli avvocati della dottoressa Mussio.
L'ex direttrice, il 30 giugno scorso, si era vista revocare dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria l'incarico di direttore a Lodi, con conseguente distacco a Opera e con un ulteriore decreto che aveva nominato al suo posto, quale reggente a Lodi, Stefania D'Agostino. Mussio aveva impugnato i due decreti innanzi al Tar che nei mesi scorsi aveva concesso la sospensiva, "congelandone" quindi l'efficacia in attesa di entrare nel merito della loro legittimità: discussione rinviata al prossimo dicembre.
La sospensiva però non era stata sufficiente per consentire a Stefania Mussio di riprendere posto nel suo ufficio. Si era presentata in via Cagnola con un avvocato ma l'accesso le sarebbe stato negato. Da qui un'ulteriore ricorso al Tar, per chiedere l'ottemperanza della decisione del tribunale. Il ministero della Giustizia si è nuovamente opposto, difendendo le decisioni prese e l'operato del personale del carcere, ma in questa fase, oltre a veder respinte le proprie tesi, il Ministero è stato anche condannato a pagare 2mila euro di spese di giudizio. D'Agostino invece non si è costituita.
www.lametino.it, 28 gennaio 2015
È malato ma le sue condizioni sono compatibili con il carcere. E per questo motivo stamane i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria hanno arrestato a Oppido Mamertina il boss ergastolano della 'ndrangheta Giuseppe Mazzagatti, di 83 anni. L'uomo fino ad oggi era detenuto ai domiciliari presso la sua abitazione. L'anno scorso davanti all'abitazione di Mazzagatti ci fu l'inchino della statua della Madonna durante la tradizionale processione.
Il provvedimento restrittivo è stato emesso dai giudici del Tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria. Mazzagatti, condannato nel 2004 all'ergastolo per diversi reati tra cui associazione di tipo mafioso e omicidio, è ritenuto dagli inquirenti lo storico boss dell'omonima cosca e dal 2006 stava scontando la sua pena nella propria abitazione. L'anziano boss beneficiava della detenzione domiciliare in ragione delle sue condizioni sanitarie, apparentemente incompatibili con il regime carcerario. Il provvedimento restrittivo emesso dal Tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria deriva dall'istanza di revoca della detenzione domiciliare avanzata dalla Dda di Reggio Calabria a seguito degli elementi emersi durante le indagini dell'inchiesta 'Erinni' e dalle risultanze dei numerosi controlli effettuati dai carabinieri di Oppido Mamertina. Il tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria ha quindi disposto nuovi controlli medici a carico dell'ergastolano, da cui è emerso che le condizioni di Mazzagatti non sono incompatibili con il regime detentivo in un struttura carceraria assistita da idoneo centro clinico. Il boss è stato così condotto in un carcere del centro Italia.
di Susanna Faviani
Avvenire, 28 gennaio 2015
Una trasferta particolare, quella di Ancoraonline, la redazione Internet del settimanale diocesano di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto: una trasferta dietro le sbarre. L'idea è scaturita dall'incontro della redazione con Teresa Valiani, direttrice del periodico del supercarcere di Marino del Tronto (Ascoli Piceno) Io e Caino.
Dall'incontro-dibattito è emerso che il penitenziario è molto disponibile per attività ricreative, culturali o professionalizzanti che aiutino i detenuti, una volta usciti, a rifarsi una vita e a non ricadere nei medesimi reati. E la stesura di un giornale rientra tra queste finalità.
Dall'incontro con i detenuti emerge uno spaccato di dolore: "Sono scaturite storie - ha sottolineato Valiani - molto commoventi, in cui i detenuti si raccontano senza reticenze. Sono storie di profonda sofferenza, quasi sempre di emarginazione. Ma la redazione di Io e Caino non solo è frutto del contributo dei detenuti ma anche della lungimiranza della direttrice Lucia Di Feliciantonio e della collaborazione degli agenti penitenziari".
La cultura quindi ancora una volta si rivela come la strategia più efficace per riscattare l'uomo. Tante le problematiche e altrettanti i bisogni, dal sovraffollamento all'impegno "fuori", una volta usciti, col senso dell'azione di recupero di un carcere e non solo della sua funzione punitiva. Così la redazione di Ancoraonline ha deciso di andare a trovare i detenuti che redigono "Io e Caino" per conoscersi, imparare, spiegare, scambiarsi idee ed esperienze. Una riunione di redazione dietro le sbarre, così da abbattere, almeno idealmente, il muro del pregiudizio, dell'indifferenza, e troppo spesso del silenzio.
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