di Francesco Damato
Italia Oggi, 18 aprile 2015
È la divisione da fare, più che quella fra giudici e pm, dice provocatoriamente Violante. Per evitare i processi in piazza con una sola campana.
Non ha tutti i torti, diciamo pure che ha tutte le ragioni, l'insospettabile Luciano Violante, già magistrato, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, già presidente della Camera, già dirigente comunista e post-comunista, quando nella sua nuova veste di garantista a ventiquattro carati sostiene la necessità di separare le carriere non tanto dei pubblici ministeri e dei giudici quanto dei pubblici ministeri e dei giornalisti.
Almeno di quelli abituati a raccogliere e diffondere tutto ciò che esce dalle Procure e a imbastire contro indagati e imputati processi mediatici immediati, e sostitutivi di quelli veri, destinati a svolgersi dopo molto tempo e magari a non svolgersi neppure per l'archiviazione delle indagini.
Di colpo i capi delle Procure della Repubblica di Milano e Roma, Edmondo Bruti Liberati e Giuseppe Pignatone, sono precipitati dalle stelle alle stalle nella rappresentazione della cronista giudiziaria della Repubblica, Liana Milella, per avere osato sostenere, davanti alla commissione Giustizia della camera che i giornali dovranno e potranno pubblicare solo "quanto è contenuto nelle ordinanze di custodia", già abbondanti di loro per sapere delle imputazioni per le quali l'indagato è finito in manette, o agli arresti domiciliari.
Tutto il resto, "perfino le richieste del pubblico ministero, di solito più generose di dettagli, nonché le informative della polizia e i brogliacci delle intercettazioni, pur depositate per gli avvocati - scrive la Milella - non potranno finire sui giornali", almeno fino a quando non passeranno dalle scrivanie dei legali nelle aule dei processi.
Probabilmente, a essere separate dovrebbero essere anche le carriere, o i mestieri, degli avvocati e dei giornalisti, evitando che questi ultimi ne diventino i "trombettieri", per ripetere una immagine - quella appunto del trombettiere - di recente evocata autocriticamente da Vittorio Feltri, sul Giornale, per ricordare i propri rapporti nella stagione di Mani pulite con l'allora sostituto procuratore Antonio Di Pietro. Che aiutò generosamente Feltri a portare il suo Indipendente da 20 mila a 55 mila copie, ritardandone quella che lo stesso Feltri ha definito la destinazione "cimitero".
Gli avvocati sono una parte del processo, al pari dei pubblici ministeri. Hanno interessi opposti a diffondere notizie ai giornalisti, ma sempre interessi di parte, sempre a scapito di altri, magari incolpevoli, ma che intanto dovrebbero meritarsi la gogna, secondo un certo modo di fare informazione. Nella foga della delusione per le sortite dei capi delle Procure di Milano e di Roma, è sfuggita alla Milella la denuncia di una "rivoluzione nell'equilibrio esistito finora tra magistrati e giornalisti da una parte e politici dall'altra". L'equilibrio cioè della carriera unica dei magistrati e giornalisti. In questa situazione scambia solo la libertà d'informazione per licenza di linciaggio chi evoca il pericolo del bavaglio, aggravato dalle multe a editori e giornalisti, anche se un altro magistrato di punta come Nicola Gratteri, mancato ministro della Giustizia nel governo Renzi, vorrebbe pure il carcere.
di Liana Milella
La Repubblica, 18 aprile 2015
L'ex procuratore: i cittadini devono sapere. Il governo per la linea dura: sì alla proposta Gratteri. "La pubblicazione delle intercettazioni può svelare i cosiddetti "arcana imperii" ed è proprio questo che il potere, per legittima difesa, non gradisce". Esordisce così Gian Carlo Caselli, magistrato oggi in pensione che non ha bisogno di essere presentato per via della sua storia, dalle indagini su terrorismo e mafia alla direzione di procure come Palermo e Torino.
Lo dice a Repubblica nelle stesse ore in cui da Renzi trapela che tra la soluzione Bruti-Pignatone (pubblicabile solo ordinanza e richiesta, segreto il resto fino al processo) e quella Gratteri (niente intercettazioni neppure nelle ordinanze e carcere per i giornalisti che le pubblicano), è per la seconda.
Bruti-Pignatone, che gliene pare?
"Mi sembra evidente la preoccupazione che possa intervenire un qualche giro di vite ancora più stretto e quindi la volontà di provare a ridurre i danni. Ma sono pur sempre proposte che si prestano a critiche".
Così si sposterebbe molto avanti la possibilità di apprendere dettagli importanti delle intercettazioni e dell'impianto stesso delle inchieste...
"L'esperienza ci dice che da alcuni anni l'informazione ha avuto un ruolo decisivo per far conoscere, e quindi contrastare meglio, alcuni gravi problemi che il nostro Paese ha avuto. L'elenco è lunghissimo. Per usare il linguaggio giornalistico, parliamo di Tangentopoli, Bancopoli, Furbettopoli, Calciopoli, Vallettopoli, Crac Cirio, Crac Parmalat, e via via i nuovi scandali, Expo, Mose, Mafia Capitale. Se non ci fosse stata un'informazione attenta, come per fortuna c'è stata, la qualità della nostra democrazia avrebbe potuto peggiorare. Se questo ruolo fosse cancellato o pesantemente limitato sarebbero guai".
Spostare in avanti la pubblicità dei materiali del processo, non è in contraddizione con l'ansia dirompente di sapere dell'opinione pubblica?
"Comprimere più di tanto la libertà di informazione mi sembra molto pericoloso perché rischieremmo di non sapere più nulla degli scandali della cui gravità abbiamo detto. Tanto più se si tiene conto dei tempi del nostro processo che, se si aspettano le udienze pubbliche, campa cavallo... E attenzione che così anche le autorità di controllo e il potere politico, che in un sistema ben funzionante dovrebbero conoscere tempestivamente quel che succede di storto per poter intervenire, rischierebbero di non sapere più nulla per anni. I danni prodotti dalle storture potrebbero diventare irrimediabili".
Si ipotizzano multe cospicue per i giornalisti se esce materiale riservato. E c'è chi pensa alla galera...
"Se le pubblicazioni fossero davvero sanzionate con multe salatissime (alla galera non voglio neppure pensare perché mi sembra una boutade ) i giornali medio-piccoli sarebbero costretti ad autocensurarsi e il pluralismo dell'informazione, se non anche la sua libertà tout court, potrebbero sparire. La materia è delicatissima, e se si comincia con uno strappo, non si sa dove si potrebbe finire".
Non trova assurdo che si pensi di multare l'editore?
"È come se dalla catena di montaggio uscisse una macchina difettosa e il responsabile fosse il direttore del personale. È un'estensione pericolosa di responsabilità molto opinabile".
Ma dove va piazzata l'asticella per gli ascolti?
"In Italia il problema delle intercettazioni viene riproposto ciclicamente, in particolare quando emergono vicende che riguardano personaggi di una certa notorietà, soggetti "forti", che hanno voce politica e/o mediatica. In questi casi scatta, con una tempistica molto significativa, la richiesta di interventi restrittivi a tutela di coloro che si trovano sbattuti o temono di finire sulle prime pagine dei giornali. Richiesta da parte dei diretti interessati più che comprensibile. anche se non si può non sottolineare che la stessa sensibilità non si riscontra quando sono in gioco interessi di semplici cittadini".
Ma cosa, e soprattutto quanto e quando, può diventare pubblico delle intercettazioni?
"In linea di principio, si è di solito d'accordo nel sostenere che non devono essere utilizzabili all'interno del processo e neppure pubblicate all'esterno le conversazioni irrilevanti ai fini dell'accertamento della verità, ovvero relative a fatti o soggetti del tutto estranei al processo. Resta però il problema di un eventuale rete relazionale articolata che coinvolga più soggetti (con posizioni diverse, anche penalmente irrilevanti) quando questa rete, vista la tipologia del reato indagato, può incidere sulla sua prova. Sciolto questo nodo e fissati i paletti che espungono dal processo sia i terzi estranei sia le conversazioni private che non riguardano il processo, rimane soltanto più il materiale necessario all'accertamento della verità. E non dovrebbero esserci limiti alla pubblicazione di ciò che non è più segreto in quanto comunicato alle parti".
di Katia Ippaso
Il Garantista, 18 aprile 2015
Cominciamo dalla fine. Siamo in un luogo non bene identificato, che deve rimanere segreto. Il giornalista Glenn Greenwald incontra Snowden e gli racconta che sta per avere altre informazioni ancora. Queste notizie potrebbero essere addirittura più sconcertanti di quelle che ha fatto trapelare lui, l'allora ventinovenne ex informatico della Nsa che fece scoppiare lo scandalo a noi noto con il nome di Datagate.
C'è un informatore molto potente che sta per dire cose che potrebbero far tremare l'America e il mondo. Ma cosa? La voce del giornalista arretra un attimo prima della parola. Non dice la cosa. La scrive. Appunta le informazioni con una calligrafia veloce, su dei fogli di carta bianca che mostra a Snowden. Leggendo quel che legge, il ragazzo mostra di avere quasi paura: "No, questo è davvero molto pericoloso". Cambia faccia. Poi Greenwald mette insieme tutti i foglietti, li strappa e li cestina. In modo che non resti niente di quanto è stato scritto e comunicato. Primo piano sulla carta che scompare. Partono i titoli di coda di "Citizenfour", il documentario di Laura Poitras, vincitore dell'Oscar 2015 come migliore documentario, dal 16 aprile nelle sale per I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.
Siamo partiti da questa sequenza perché è la vera sintesi di un viaggio documentario dai toni anche drammatici che lascia lo spettatore in uno stato di inquietudine, e di veglia. Come reagisce un volto a una scritta su un foglio di carta. Strumenti primari di conoscenza, su cui si regge una possibile battaglia fatta "con altri mezzi" ad un "sistema" che vampirizza e riduce i cittadini a sottomessi fratelli e sorelle del Grande Fratello.
Come è noto, nel 2013 Edward Snowden, occhiali da secchione su un viso gentile, decide di buttare all'aria la sua "confortabile" vita e uno stipendio da 200.000 dollari e di rivelare al mondo la deliberata volontà da parte del governo americano e di quello inglese di setacciare le vite dei propri cittadini, intercettandoli e tracciando ogni loro movimento. Sono i mezzi segreti con cui si combatte quella guerra al terrorismo dichiarata subito dopo l'11 settembre e che trova nel Patrioct Act il proprio documento ufficiale, in grado di colpire però non tanto sospetti attentatori quanto sereni cittadini ignari di essere spiati.
Laura Poitres ha già realizzato documentari di denuncia, il primo sull'occupazione americana dell'Iraq ("My Country, My Country"), il secondo su Guantánamo ("The Oath"). Nei primi mesi, i contatti con Snowden sono cifrati. Finché non riescono ad incontrarsi, in un albergo di Hong Kong. Assieme a Poitres, che filma tutto, c'è un giornalista collaboratore del Guardian, Glenn Greenwald, che strada facendo verrà affiancato dal giornalista investigativo del quotidiano inglese, Ewen Mac Askill, che con il suo blocchetto d'appunti fa quasi fatica a stare dietro al flusso di parole dell'informatore Snowden. È un cortocircuito fertile. Non un contrasto, ma un incontro tra mondi che non si sarebbero forse mai avvicinati se non ci fosse stata la volontà di un ragazzo di parlare alla stampa, fiducioso che alcuni professionisti del settore potessero aiutarlo ad organizzare i dati, a tirare fuori "la" storia, e non la "sua" storia.
"Citizenfour" riabilita il mestiere del giornalista, quando questo si mostra capace di ascolto, pazienza, intelligenza, passione ostinata per la verità.
Dal documentario (prodotto da Steven Soderbergh), esce fuori uno Snowden misurato, quasi timido, riconoscente. Ma sono parlanti anche i volti di Greenwald, di temperamento più acceso (ora è a capo di un nuovo progetto giornalistico, "Intercept") , e di Askill, chiamato lì per la sua capacità di ricostruzione e di memoria. Cosa può un blocchetto di carta contro un potente computer che contiene dentro di sé i segreti di un intero Stato? Può moltissimo. Può, per esempio, trasformare un flusso incontrollato di dati in narrazione (queste inchieste verranno poi premiate con il Pulitzer). Anche la macchina da presa di Laura Poitres segue il ritmo del giornalismo investigativo. Non va fuori perimetro. Non è innamorata di sé.
Il suo film segue puntualmente le rivelazioni di Snowden attraverso le pubblicazioni dei reportage sul "Guardian", dando man mano essenziali informazioni sul destino dell'informatore che ad un certo si innesta con la storia di Assange, capo di Wikileaks, che lo aiuta a trovare riparo in Russia (con un permesso di soggiorno che scadrà l'anno prossimo), dopo che tutti gli altri paesi europei gli avevano rifiutato asilo politico.
Ricercato dagli Usa per furto di dati governativi e diffusione di informazioni coperte da segreto di Stato, considerato dal presidente Obama, che si vede in una scena, un individuo di cui l'America non può andare fiera ("Snowden non è un patriota" ha detto il presidente degli Stati Uniti), in base alla ricostruzione che ne fa la regista in questo film, l'ex contractor americano racconta una storia plausibile di controllo e sorveglianza. "Le rivelazioni di Edward Snowden - aveva detto Laura Poitres durante la cerimonia di premiazione per l'Oscar - non mettono in luce solo una minaccia alla nostra privacy, ma alla nostra stessa democrazia. Quando le decisioni che ci governano sono prese in segreto, noi perdiamo il potere di controllare e governare noi stessi".
Le domande portano altre domande. Un cittadino ricercato nella democratica America come spia chiede cittadinanza, e lo ottiene, dalla Russia di Putin, il cui nome non è certo sinonimo di trasparenza e democrazia. Questa sarà pure un'altra storia, ma ci porta comunque a fare i conti con le contraddizioni anche feroci che le democrazie portano in sé, e che diventano insostenibili quando si dichiarano guerre ad un indiscriminato terrorismo che minaccia la nostra pace.
Fortunatamente, il film di Laura Poitres non è manicheo, non chiede di fare scelte ideologiche. Mostra i fatti. Prendendosi tutto il tempo che ci vuole. Seguendo volti che parlano e che ascoltano dentro anonime stanze d'hotel, file di computer, telefoni che squillano come in un thriller (la follia del quotidiano), mani che scrivono, teste che pensano con la propria testa.
di Roberto Settembre (Magistrato)
Left, 18 aprile 2015
La strage di Milano e la delegittimazione della magistratura. Gherardo Colombo è stato aggredito per aver sostenuto il possibile legame tra le due cose. Claudio Giardello, l'uomo che era disperato: era disperato perché la Giustizia, cieca e implacabile, lo aveva giudicato colpevole di bancarotta fraudolenta. E allora, Claudio Giardello ha fatto una strage: è entrato nel palazzo di Giustizia di Milano, dove si decideva del suo destino, e ha ucciso un testimone, un avvocato e il suo giudice. E il dottor Gherardo Colombo - il Procuratore della Repubblica, famoso fin dai tempi di Mani pulite, oggi in pensione - ha espresso il suo dolore, e ha "osato" affermare che simili fatti sono in parte ascrivibili al processo di delegittimazione dei giudici in atto da anni. Ma contro il dottor Colombo, anche durante la trasmissione Virus su Rai 2, andata in onda giovedì 9 aprile, si sono levate voci cariche di sdegno, come se Colombo avesse osato dire una bestialità nel nome di un supposto e degenere spirito corporativo.
E invece contro la delegittimazione dei giudici si è espresso persino il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, con la misura che gli è propria. Ebbene, la mattina dopo la trasmissione, mentre stavo in compagnia di un amico, una degnissima persona, l'ho sentito dire: "Vedi, questi fatti orribili, comunque, sono stati commessi contro uomini di potere, e a noi poveri cittadini il potere appare così lontano e prepotente, mentre le persone semplici ci appaiono così disperatamente sole ad affrontarlo, che non riesco emotivamente a sentirmi solidale con le vittime, sebbene sul piano razionale comprenda che è un fatto orribile da esecrare".
Allora ho capito. Ho capito che, forse, è l'idea stessa della gente comune sul potere del giudice ad essere sbagliata. E sbagliata è l'idea di cosa sia il Tribunale: il tribunale, non è un luogo di potere, bensì il luogo di diritto. Un luogo in cui, al contrario, chi è vittima del potere o della prepotenza chiede - e deve ottenere - tutela. E proprio il giudice, è l'unico uomo del potere istituzionale che deve giustificare per iscritto ogni sua singola azione, e non a caso. Il tribunale, è il luogo dove hanno accesso, per pretendere risposte motivate, proprio i liberi e singoli cittadini che, da soli o con la rappresentanza di un avvocato, vi esercitano il loro potere garantito dalla Costituzione, cioè la loro libertà di chiedere tutela, e ottenerla. Il tramite e garante di questo diritto è, per l'appunto, il giudice.
Allora, forse, la delegittimazione dei giudici ha fatto perdere di vista questa semplice verità: che i giudici applicano il diritto, e non esercitano arbitrariamente un potere. Forse, la reazione di sdegno alle parole del dottor Colombo è il frutto dell'incapacità di vedere questa verità. O forse no. Ma va detto.
di Mauro Anetrini
L'Opinione, 18 aprile 2015
Se noi dovessimo sottoporre ad un rigoroso scrutinio la decisione del Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sul caso Contrada verseremmo fiumi di inchiostro e, con grande probabilità, non renderemmo un buon servizio all'unica causa per la quale vale la pena di battersi: quella, appunto, dei diritti. Ho detto dei diritti, non di questo o di quel diritto; di questa o di quella persona. Le persone che non sono solite impegnare il loro tempo occupandosi di cose di Giustizia hanno una percezione labile della Corte Edu, intesa come una sorta di Giudice superiore addetto a rimediare agli errori delle Corti nazionali o come il famoso, e troppo lontano Giudice di Berlino dal quale ci si attende la decisione davvero giusta.
Purtroppo, la Corte EDU non è né questo, né quello. Non è, e ci tiene a farlo sapere, il quarto grado di un giudizio ormai esaurito e non è neppure la sentinella di coloro che hanno subito un torto. Le procedure di introduzione del giudizio, a partire dai termini da rispettare, inquinano di formalismi a volte eccessivi rivendicazioni fatte, invece, di sostanza. Inoltre, le decisioni, quand'anche favorevoli, giungono con ritardo e non risolvono alla radice i problemi riscontrati. Contrada, ad esempio, non verrà riabilitato in conseguenza della sentenza che ha destinato così tanto clamore.
la Corte ha detto che il condannato fu punito per avere violato una legge che, al momento del fatto, non esisteva ancora (non era elaborata in via definitiva) e per condotte che non poteva prevedere penalmente rilevanti. Risultato concreto: un modesto risarcimento economico che pagheranno i contribuenti italiani. Come al solito. Come quando, ad esempio, dopo la decisione che aveva condannato l'Italia per le inumane condizioni dei detenuti, il solito contribuente si è trovato a sborsare 8 euro per ogni giorno di quella sofferenza ingiustamente inflitta. E nonostante tutto, non dobbiamo essere pessimisti. Non del tutto, almeno. La Corte Edu ha contribuito, a volte significativamente, al riscatto, alla protezione di quei diritti - non solo di questo o di quel diritto - giornalmente e progressivamente erosi. La Corte ci dice quali sono i punti dolenti del nostro sistema giudiziario e ci ricorda le ingiustizie patite dai più deboli. Sta a noi fare il resto. Il punto è questo: loro decidono, ma il sistema lo cambiamo noi, consolidando i confini di quei diritti che appartengono ad ogni essere umano. Anche ai reietti.
Gazzetta di Reggio, 18 aprile 2015
Presentato il piano sperimentale 2015 di intervento per l'inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale approvato dalla giunta regionale.
Politiche formative e di accompagnamento al lavoro delle persone in esecuzione penale progettate congiuntamente da amministrazione penitenziaria, servizi sociali e per il lavoro, enti di formazione accreditati, imprese profit e non profit e associazioni di volontariato per qualificare l'elemento rieducativo e di recupero sociale come asse portante di sviluppo delle misure di detenzione. È quanto prevede il piano sperimentale 2015 di intervento per l'inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale approvato dalla giunta regionale. a disposizione ci sono 2,1 milioni di euro, di cui 1,5 milioni euro da risorse del fondo sociale europeo per il finanziamento delle azioni formative e di accompagnamento al lavoro.
"Potranno essere finanziate tutte le azioni che possono aiutare le persone in esecuzione penale a sviluppare progetti di reinserimento sociale fondati sul lavoro che, a partire dall'acquisizione di un profilo professionale spendibile, consentano loro di acquisire autonomia e rafforzarsi rispetto a possibili recidive e reiterazioni delle azioni che li hanno portati in carcere" ha spiegato patrizio bianchi, assessore regionale al lavoro e alla formazione. "La formazione professionale e il lavoro sono parte integrante del trattamento penitenziario e ne costituiscono una parte fondamentale ai fini del reinserimento sociale del condannato".
Il bando per il finanziamento delle attività scade il 12 maggio 2015 e possono presentare progetti enti di formazione professionale accreditati.
Roma, 18 aprile 2015
Le uscite dei detenuti dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari cominceranno dalle prossime settimane. L'ora X è scattata. Da oggi gli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani sono ufficialmente fuorilegge. I sei istituii del Paese si avviano, più per timore di eventuali commissariamenti che per effettiva presa di coscienza istituzionale, verso la dismissione.
In Campania le uscite dagli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), per i residenti nella regione, cominceranno solo dalle prossime settimane, quando diventeranno pienamente operative le strutture previste dalle legge che prevede il superamento degli stessi Opg. La legge ha previsto al 31 marzo scorso lo spartiacque per il superamento degli Opg: luoghi dove per decenni sono stati rinchiusi uomini e donne, con sofferenze psichiche, che si sono resi responsabili di reati, di poco conto o gravi. In Campania è prevista un'articolata rete di strutture alternative che saranno gestite dal servizio sanitario regionale.
Si tratta di due Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) che saranno localizzate a Calvi Risorta e a San Nicola Baronia, mentre le strutture intermedie di residenza devono essere attivate a Mondragone e a Stati-gliano di Roccaromana, entrambi in provincia di Caserta, e la terza in Irpinia. In alcuni istituti di pena della Campania, invece, sono sia state attivate le articolazioni per il superamento degli Opg, che sono strutture di accoglienza provvisoria. Dall'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa (Caserta), che è il più antico di Italia, negli ultimi giorni sono usciti dicci ospiti, mentre altri attendono l'esito della decisione del Tribunale di sorveglianza.
Tutti e dieci i dimessi hanno varcato il portone di uscita seguendo i canali consueti: per esempio, per la revoca della misura di sicurezza a loro carico o per l'ammissione a piani terapeutici individuali che possono essere seguiti anche presso case famiglie. Con circa centoquaranta anni di storia l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è il più antico di Italia. Come gli altri sei istituti italiani dal 31 marzo scorso, non accoglie più "nuovi giunti" ma gli attuali suoi 86 ospiti (di cui la metà sono della Campania) dovranno essere trasferiti presso le Rems o le strutture intermedie che però non sono ancora completamente operative. L'Opg, secondo quanto si apprende, diventerà un carcere a custodia attenuata, per detenuti non particolarmente pericolosi.
L'Opg di Aversa dopo la chiusura diventerà carcere
Con circa centoquaranta anni di storia l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è il più antico di Italia. Come gli altri sei istituti italiani dal 31 marzo scorso, non accoglie più "nuovi giunti" ma gli attuali suoi 86 ospiti (di cui la metà sono della Campania) dovranno essere trasferiti presso le Rems o le strutture intermedie che però non sono ancora completamente operative. L'Opg, secondo quanto si apprende, diventerà un carcere a custodia attenuata, per detenuti non particolarmente pericolosi.
Ansa, 18 aprile 2015
Un uomo cinese, detenuto nel carcere pratese della Dogaia, è stato ricoverato all'ospedale Santo Stefano di Prato in codice rosso. Secondo quanto si apprende quando è stato soccorso dalle guardie carcerarie aveva una profonda ferita da taglio all'altezza della gola. Non è ancora chiaro se la ferita sia stata auto inferta dall'uomo o se sia frutto di un aggressione da parte di altri detenuti.
www.gonews.it, 18 aprile 2015
"Siamo pronti allo sciopero della fame collettivo". I detenuti dell'istituto penitenziario Mario Gozzini, dopo aver scritto una lettera aperta, si preparano a questa estrema azione qualora non ci siano risposte certe sul futuro del carcere, chiamato più comunemente Solliccianino.
I reclusi, nonché la direttrice dell'istituto, Margherita Michelini, temono che il trasferimento di 20 internati dall'Opg di Montelupo comporterà la chiusura definitiva di Solliccianino e il trasferimento dei reclusi a Sollicciano. A darne conto sono le parlamentari toscane di Sinistra Ecologia Libertà, sen. Alessia Petraglia e on. Marisa Nicchi che questa mattina hanno visitato l'istituto e incontrato la direttrice e tutti i reclusi, con i quali hanno parlato uno ad uno esprimendo forte preoccupazione.
"Solliccianino è un carcere modello dove i detenuti sono trattati come persone e non come numeri, dove hanno la possibilità di seguire corsi di formazione e dove molti sono inseriti in progetti lavorativi - hanno detto le parlamentari di Sel Nicchi e Petraglia - Il trasferimento degli internati dell'Opg non è compatibile con l'organizzazione di questo istituto e temiamo, come spiegato dai detenuti e dalla direttrice, che questo trasferimento possa coincidere con la chiusura definitiva del Gozzini come carcere a custodia attenuata". "L'esperienza di Solliccianino dovrebbe essere valorizzata ed estesa, non messa in discussione - hanno proseguito - Con il trasferimento dei pazienti dell'Opg al Gozzini siamo di fronte al fallimento della Regione Toscana, di cui chiediamo il commissariamento, perché gli internati, contrariamente alle indicazioni del Governo, saranno praticamente trasferiti in un altro carcere. E siamo profondamente colpite dall'atteggiamento della Ministra Leorenzin, che anziché esigere l'attuazione della legge da parte delle Regioni preferisce far finta di nulla, mentre l'Opg di Montelupo pare destinato a rimanere aperto fino alla fine dell'anno. Comprendiamo bene che il tema degli Opg e dei carcerati non sia così attraente in campagna elettorale - concludono - ma tanto dall'assessore Stefania Saccardi, quanto dal Presidente Rossi ci saremmo aspettati qualcosa di più del vergognoso silenzio che grava su questa vicenda".
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2015
Le sottoscritte associazioni di volontariato, operanti nel carcere di Sollicciano e al Gozzini (Solliccianino), intendono esprimere pubblicamente il loro pensiero sulla decisione della Regione Toscana di trasferire un gruppo di internati dell'Opg di Montelupo all'interno del Gozzini.
Questo Istituto è un carcere a sorveglianza attenuata - celle aperte tutto il giorno, ove è in atto da diversi anni un importante lavoro di recupero e di risocializzazione dei detenuti, organizzato dal personale educativo del carcere secondo un ricco ed efficace programma di attività culturali, sportive e lavorative, ad alcune delle quali collaborano anche nostri volontari. La decisione della Regione è destinata ad interrompere questa esperienza, considerata l'impossibilità di conciliare, in una medesima struttura, presenze così diverse, che richiedono gestioni completamente difformi.
La Legge 81 del 2014, che stabilisce la chiusura degli Opg, prevede l'inserimento degli internati psichiatrici in strutture (Rems) non più carcerarie, bensì a completa ed esclusiva gestione sanitaria, con servizi di sicurezza soltanto esterni.
Non riusciamo a capire come si possa pensare di trasferire internati dei vecchi Opg da un carcere ad un altro carcere, contravvenendo in tal modo alla lettera e allo spirito della Legge 81. Questo anche significa, a nostro parere, mancanza di rispetto per la dignità e i diritti delle persone svantaggiate, così dei detenuti del Gozzini come dei pazienti di Montelupo. Avevamo avuto notizia che erano state individuate altre soluzioni, a nostro parere del tutto appropriate, come, ad esempio, la struttura sanitaria dismessa di Villanova, sulla collina di Careggi. Ha prevalso evidentemente, su ogni altra, la preoccupazione securitaria, anche se è per noi difficile pensare che detta preoccupazione potesse riguardare la vicinanza dell'ospedale pediatrico Meyer.
Associazione Pantagruel, Associazione L'Altro Diritto, Associazione Volontariato Penitenziario, Coordinamento Chiese Evangeliche per le persone detenute, Associazione Il Muretto, Gruppo Carcere Comunità delle Piagge, Alessandro Santoro - volontario penitenziario.
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