di Flavia Carletti
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2015
Il rugby come riscatto, come possibilità di vivere normalmente, anche in prigione. Per quello che possa voler dire "normalmente" in una prigione. Ma non solo rugby. "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre" è il nuovo libro di Antonio Falda, un viaggio in otto carceri italiane, tra il settembre 2013 e il marzo 2014, alla scoperta di chi ha portato la palla ovale all'intero di istituti di detenzione per adulti e minori, tramite il "Progetto Carceri" sviluppato e sostenuto dalla Federazione italiana rugby.
Lo sport, però, diventa anche la scusa e il modo per parlare di persone, per narrare storie ed esperienze, che vanno anche al di là del rugby. Il libro, che uscirà il 28 gennaio 2015, infatti, non è solo il racconto delle iniziative legate a questa disciplina sportiva ma descrive il viaggio, fisico e non solo, fatto dall'autore attraverso l'Italia nell'arco di 210 giorni, partendo da Nisida (Napoli) e passando per Terni, Torino, Monza, Frosinone, Porto Azzurro (Livorno), Bollate (Milano), e Sollicciano (Firenze), dove ha incontrato gli operatori esterni, gli educatori/allenatori, i direttori, i comandanti della polizia penitenziaria e naturalmente i detenuti coinvolti nell'iniziativa.
La palla ovale, però, diventa quasi una scusa per parlare d'altro, di altri, di coloro che sono prigionieri e di chi, non per una condanna, ma per scelta si reca regolarmente all'interno di quei luoghi dove si concentrano dolori, sofferenze, solitudini, frustrazioni, violenza, rabbia. E proprio lì, su quei campi improvvisati, tra il cemento e il metallo delle sbarre, si annida anche la speranza, la voglia di cambiare, la ricerca dell'occasione di riscatto.
A questo punto il rugby emerge come uno dei mezzi per poterlo fare, il modo, per chi ha sbagliato ma vuole riprendere in mano la propria vita, di averne la possibilità. Lo sport, uno sport che a "un ragazzo di strada ha fatto bene", come dice ad Antonio Falda uno dei suoi interlocutori, diventa quello che il teatro è stato per Aniello Arena, l'attore condannato all'ergastolo che partendo da un laboratorio teatrale all'interno del carcere è stato protagonista del film "Reality" e premiato con un Nastro d'argento nel 2013, come racconta lui stesso nella prefazione.
Arriva così quello che risulta essere il messaggio finale del libro, l'insegnamento che l'autore ha tratto dalla sua esperienza e che trasmette a chi lo legge: che si tratti di sport, di arte, di teatro, l'importante è non mollare, non abbandonare chi ha sbagliato e sta pagando per i propri errori e dare a tutti coloro che lo vogliono un motivo e i mezzi per non cadere di nuovo.
"Per la libertà", infatti, non è solo il titolo del libro, sono le parole usate da due delle squadre di cui si racconta come motto e incitamento. Antonio Falda è anche l'autore di "Novelle Ovali, 35 piccole storie di rugby e di vita", Davide Zedda Editore, co-autore de "Il XV del Presidente", A.Car. Edizioni, e di "Franco come il Rugby", Absolutely Free Editore, che pubblica anche "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre", testo patrocinato dal ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dalla Federazione italiana rugby e dal Club Italia Amatori Rugby. "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre", di Antonio Falda. Absolutely Free Editore, 14 euro, 254 pagine.
di Fouad Roueiha
Il Garantista, 27 gennaio 2015
Solo di 215.000 si conosce l'identità. Spesso alcuni dispersi tornano dalla famiglia che li riteneva morti. Sembravano banconote da 500 lire siriane, piegate e abbandonate negli angoli delle vie di Damasco. Una volta aperti, i foglietti si rivelavano volantini della campagna Inquzu al baqia, "Salvate i Superstiti".
Siamo a dicembre del 2014 e un gruppo di attivisti vuol riaccendere i riflettori sulla questione dei prigionieri e dei dispersi dall'inizio della rivolta contro Assad, dal marzo del 2011. "Sono 215.000 i detenuti di cui si ha certezza nelle carceri del regime, lo ha verificato sulla base agli standard internazionali, il Syrian Network for Human Rights (SN4HR)" ci dice Susan Ahmad, la portavoce della campagna. Numeri che si riferiscono ad un rapporto del SN4HR dell'aprile del 2013, l'ultimo che è stato possibile realizzare, e riguardano solo le persone di cui sono noti il nome, la data e le circostanze dell'arresto.
Nello stesso rapporto di parla di 80.000 persone sparite, ma questo numero, come quello dei prigionieri, è ben al di sotto di quello reale. "In molti casi non possiamo registrare gli arresti sommari o le detenzioni perché i parenti hanno paura di parlarne" prosegue la Ahmad "I prigionieri non sono arrestati in virtù di un crimine, tutt'altro.
Non sono rari i casi di arresti arbitrari e casuali ai check point, è persino nato un mercato intorno agli arresti: quando una persona viene presa, spesso i famigliari vengono contattati e ricattati da militari che si offrono di "aiutare" a far uscire il loro caro in cambio di una ricompensa a sei zeri. Ci sono famiglie che hanno venduto casa e rinunciato a tutto, per poi scoprire che loro figlio era morto sotto tortura da tempo".
Capita anche il contrario: quando il regime comunica la morte di un detenuto, i famigliari devono recarsi a recuperare la carta d'identità della vittima e firmare, volenti o nolenti, una dichiarazione in cui si dice che il loro congiunto è morto per cause naturali, rinunciando quindi ad ogni ipotesi di rivalsa legale. "Spesso il cadavere non viene consegnato ed è accaduto più volte che un prigioniero dato per morto bussasse alla porta di casa dopo mesi. Sono migliaia le famiglie che non hanno certezza della morte dei loro cari".
"Salvate i superstiti" chiede la liberazione dei prigionieri di coscienza, di quelli in mano agli estremisti (una goccia nel mare), la fine degli arresti arbitrari e che i colpevoli di abusi siano processati. L' obiettivo immediato è che tutti i luoghi di detenzione siano rivelati e resi accessibili alle ispezioni e all'intervento della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa siriana e che siano rivelati anche i luoghi di sepoltura.
La campagna ha raggiunto l'apice nell'ultima settimana di gennaio, con manifestazioni nel nord della Siria ma anche all'estero, in Libano, Canada, negli USA, o qui in Europa a Londra, Istanbul e Parigi, mentre a Roma e Berlino si muoveranno il 31. Durante le iniziative in piazza si leggono lettere dei prigionieri e si rappresentano le condizioni di detenzione. La protesta si è espressa anche attraverso i social network, invasi di testimonianze, interviste, vignette, e col "twitter storm" del 26 di questo mese. Uno sforzo coordinato dalla società civile che resiste in Siria, ma che ha visto coinvolti i siriani della diaspora sparsi ormai in tutto l'occidente ed il mondo arabo.
La prigionia
Oltre alle carceri, ci sono prigionieri chiusi nelle strutture dei servizi segreti e in luoghi sconosciuti. Basta poco per finire in questi gironi infernali: poche righe scritte da qualche informatore in un "taqrir", un rapporto, magari una parola di troppo davanti al fruttivendolo sotto casa, la foto di una manifestazione o i contatti sbagliati nella rubrica del cellulare. Può bastare anche solo il trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Le condizioni di detenzione variano, ma sono sempre disumane. Nelle carceri destinate ai prigionieri politici e nelle sedi dei servizi segreti la brutalità delle torture fisiche e psicologiche raggiungono il loro picco.
Alle percosse continue e gli elettroshock si aggiungono il freddo, il sovraffollamento, la fame, la mancanza di assistenza sanitaria e condizioni igieniche drammatiche: ogni giorno c'è chi muore di stenti o per banali infezioni. Anche l'umiliazione fa parte della quotidianità, anche le più elementari esigenze fisiologiche sono strumento di tortura, in celle con 50 persone ed oltre in cui si dorme a turno, corpi straziati che si incastrano gli uni con gli altri in cerca di riposo prima di un altro giorno di agonia. Diffuse anche le torture relative alla sfera sessuale, dai "semplici" stupri fino ai casi di detenuti costretti ad assistere o persino a partecipare allo stupro di propri congiunti. In alcune strutture detenuti privilegiati possono comprare, corrompendo i carcerieri, un po' di dignità, ma si tratta di una esigua minoranza.
Le testimonianze
Già nell'estate del 2012, un rapporto basato su 200 interviste ad ex detenuti realizzato da Human Right Watch (HRW) denunciava il sistematico ricorso alla tortura da parte del regime di Assad, svelando la collocazione di 27 delle numerose strutture segrete e descrivendo nei dettagli i più comuni metodi di tortura riportati dai superstiti. Nel settembre del 2013 HRW ha avuto accesso ad alcuni di questi luoghi dopo la conquista di Raqqa da parte delle forze ribelli. Qui sono stati trovati strumenti di tortura e documenti che provano i crimini descritti nel precedente rapporto. Le prove più consistenti sono però nel cosiddetto "rapporto Caesar": un documento di 31 pagine con le foto di 11.000 corpi, trafugate dal disertore chiamato Caesar, che tra settembre 2011 ed agosto 2013 aveva il compito di fotografare e catalogare i morti nelle prigioni di Assad di un'area del Paese. Immagini esaminate da giuristi e procuratori del calibro di Desmon De Silva, ex procuratore capo del Tribunale Speciale per la Sierra Leone, che ha detto al quotidiano britannico The Guardian che le prove "documentano uccisioni su scala industriale" e ha aggiunto: "Questa è la pistola fumante che non avevamo mai avuto prima" mentre David Grane, anche lui tra i procuratori del Tribunale Speciale, ha affermato che: "Si tratta esattamente del tipo di prove che un procuratore cerca e si augura di trovare. Ci sono foto con numeri che corrispondono a documenti governativi e c'è la persona che le ha scattate. Sono prove che vanno al di là di ogni ragionevole dubbio". Tuttavia, nonostante le foto siano state mostrate al Congresso USA ed al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, non ci sono state conseguenze per il regime di Assad che oggi sembra sempre più riabilitato, quasi un alleato dell'occidente nella lotta contro il sedicente "Stato Islamico".
Presente e memoria
Le foto trafugate da Caesar mostrano corpi emaciati, con chiari segni di percosse e torture elettriche, alcuni hanno gli occhi cavati o altre mutilazioni. Foto che ricordano tragicamente quelle scattate dall'Armata Rossa 70 anni fa nel campo di Auschwitz. C'è un filo rosso che lega il 27 gennaio del 1945 ed il nostro presente e non è solo nella similitudine tra quelle foto: il regime di Hafiz al Assad, padre dell'attuale dittatore Bashar, si era servito della consulenza di vari criminali di guerra nazisti nel formare ed addestrare i servizi segreti e le forze speciali.
Il più noto era l'austriaco Alois Brunner, la cui morte è stata accertata solo quest'anno. Il gerarca, ritenuto responsabile dell'uccisione di 140.000 ebrei, giunse in Siria nel 1954 dove divenne consigliere di Hafiz al Assad col nome di Dr. Georg Fischer. Nella sua ultima intervista, rilasciata nell'87 dalla sua casa di Damasco, Brunner dichiarò "Tutti gli ebrei meritavano di morire, erano agenti del demonio e la feccia dell'umanità. Non mi pento e lo rifarei ancora".
Forse dovremmo ripensare il senso della Giornata della Memoria: si dice che, quando l'Armata Rossa entrò ad Auschwitz, il mondo scoprì le dimensioni tragiche dell'olocausto nazi-fascista. Stavolta non ci sono scuse, sappiamo in dettaglio cosa sta succedendo, continueremo a ripeterci, con aria contrita, "Mai più!" o faremo qualcosa per fermare lo sterminio in atto?
di Paola Battista
www.west-info.eu, 27 gennaio 2015
Uscire dal carcere, e poi? Finalmente la risposta arriva da un'impresa sociale britannica. Si chiama Blue Sky e tra Manchester e Denham offre concrete possibilità di reinserimento socio-lavorativo a 100 ex detenuti l'anno che, altrimenti, dopo il rilascio, sarebbero abbandonati a se stessi. Un'iniziativa nata da una inconfutabile verità: la recidiva comporta un enorme spreco di capitale (umano e) pubblico. Che costa caro al Regno Unito: £13miliardi l'anno. Non un caso.
Visto che in media il 60% dei detenuti inglesi incappa nuovamente nel crimine. Per lo più per ragioni economiche. Come conferma il fatto che, al tanto atteso rilascio, oltre il 75% della popolazione carceraria fa i conti con la disoccupazione. Da qui l'efficace programma proposto dall'impresa sociale. Che non offre solamente i classici lavori di manutenzione e riciclaggio. Ma propone un primo contratto di 6 mesi, affiancati da un mentore che investe nella loro formazione, anche nel campo della distribuzione, del catering, della produzione e del trasporto. Non bastasse, nel ventaglio delle possibilità offerte loro, non manca il supporto a chi voglia mettersi in proprio. A ciò Blue Sky affianca il training per agevolare la qualificazione nell'ambito edilizio o l'ottenimento di patenti speciali. Ma anche supporto per gli utenti con figli in difficoltà abitativa. Il risultato? Tra i partecipanti il tasso di recidiva crolla al 15%.
La Presse, 27 gennaio 2015
L'opposizione del Congresso renderà "molto difficile" mantenere la promessa del presidente degli Stati Uniti Barack Obama di chiudere la prigione di Guantánamo, sull'isola di Cuba. Lo ha dichiarato il segretario alla Difesa Usa Chuck Hagel, in un'intervista alla radio pubblica statunitense Npr, affermando che secondo lui la chiusura della prigione non potrà avvenire prima della fine del secondo mandato di Obama nel gennaio 2017, "specialmente se il Congresso continuerà a impedire il trasferimento dei 122 prigionieri ancora detenuti".
Hagel ha poi aggiunto che la situazione diventerà tanto più complicata quanto sarà più basso il numero dei carcerati. Sebbene molti di loro abbiano un visto per essere liberati e trasferiti in un altro Paese perché non rappresentano una minaccia, 15 sono considerati prigionieri di grande valore. Fra loro c'è Khalid Shaykh Muhammad, il presunto ideatore degli attentati dell'11 settembre 2001.
Aki, 27 gennaio 2015
Alaa e Gamal Mubarak, i figli dell'ex presidente egiziano, sono stati rilasciati oggi dal carcere. Lo riporta il sito di al-Ahram. I due sono ancora accusati di appropriazione indebita di fondi dello Stato, ma sono stati scarcerati per aver già scontato i 18 mesi di detenzione preventiva. Dovranno affrontare un nuovo processo dopo che il primo, che li aveva condannati a quattro anni di carcere ciascuno, è stato giudicato da rifare in sede d'Appello per vizi procedurali.
Un Tribunale penale del Cairo aveva ordinato giovedì la scarcerazione dei due fratelli Mubarak dal carcere di Tora. A maggio dello scorso anno, i due furono condannati a quattro anni di carcere, mentre l'ex presidente Hosni Mubarak a tre. Il 13 gennaio la Corte di Cassazione ha annullato il processo per vizi procedurali e ne ha ordinato un altro. Arrestati ad aprile del 2011 dopo la Rivoluzione del 25 gennaio, i Mubarak hanno trascorso quasi quattro anni in carcere. L'ex presidente si trova ancora nell'ospedale militare di Maadi a sud del Cairo.
Ansa, 27 gennaio 2015
Resta ancora molto confusa la situazione nel carcere della capitale mauritana Nouakchott dove, da alcuni giorni, un gruppo di detenuti appartenenti alla corrente salafita dell'Islam, dopo una rivolta, hanno preso in ostaggio un numero imprecisato di guardie. I salafiti, impossessatisi di alcune ali del reclusorio, hanno comunicato, via internet, con l'esterno lanciando dei messaggi contrastanti, alcuni dei quali minacciavano l'esecuzione delle guardie in caso di loro mancata liberazione.
Ma questa mattina la situazione, pur potenzialmente pericolosa, sembra ridimensionarsi perché è stato accertato che i rivoltosi, contrariamente a quanto avevano fatto trapelare, non sono armati di fucili o anche solo di coltelli, ma solo dei manganelli sottratti ai loro ostaggi quando questi ultimi hanno tentato una incursione nei locali in mano ai salafiti. Sembra che la rivolta sia scoppiata quando un gruppo di salafiti che, scontata la loro condanna aspettavano di essere scarcerati, hanno avuto comunicato uno slittamento delle procedure di liberazione, peraltro senza una apparente giustificazione, almeno a loro giudizio. Intorno alla prigione, riferiscono testimoni da Nouakchott, sono state dispiegate alcune unità di sicurezza, che fanno ritenere come imminente una azione di forza.
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2015
Gentile Ministro Orlando, siamo la redazione di Ristretti Orizzonti, la rivista realizzata da detenuti e volontari nella Casa di reclusione di Padova. Vorremmo avanzarle una proposta molto concreta: quella di organizzare gli Stati Generali sulle pene e sul carcere qui, in questa Casa di reclusione.
di Elton Kalica
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2015
Dato che di solito, quando ho un giornale in mano, mi limito per lo più ai titoli e mi fermo a leggere solo gli articoli che trattano il tema della giustizia, potrei essere considerato uno di quei noiosi lettori monotematici della stampa quotidiana. Una curiosità, la mia, determinata dalla mia lunga conoscenza del sistema penitenziario italiano, e dal mio attuale lavoro di giornalista.
Il Mattino di Padova, 19 gennaio 2015
Il Parlamento finalmente si è accorto delle famiglie dei detenuti. Quando hanno partecipato, nel carcere di Padova, lo scorso dicembre, al seminario "Per qualche metro e un po' di amore in più", alcuni parlamentari hanno ascoltato gli interventi di tante figlie di detenuti, e dei loro padri, e poi si sono impegnati a fare propria la battaglia per una umanizzazione vera delle carceri, che deve passare attraverso un autentico e profondo miglioramento dei rapporti delle persone detenute con le loro famiglie.
di Michele Ainis
Corriere della Sera, 26 gennaio 2015
Eduardo De Falco era un panettiere di Casalnuovo, paesone di 50 mila abitanti a due passi da Napoli. La mattina del 19 febbraio 2014 un paio d'ispettori del lavoro entrano nel suo locale; dietro il bancone c'è la moglie; lei non ha un contratto d'assunzione, dà una mano al marito, anche perché da un po' di tempo quel forno arranca per arrivare a fine mese; loro però si dimostrano inflessibili, nonostante le preghiere, e i pianti, del suo titolare.
- Giustizia: l'avvertimento giudiziario
- Giustizia: va scritta una nuova pagina
- Giustizia: Renzi gela i magistrati "critiche ridicole, basta con lo strapotere delle correnti"
- Giustizia: il premier Renzi "toghe ridicole". L'Anm ribatte "dal governo solo promesse"
- Giustizia: siamo alla resa dei conti tra due poteri, tutto nasce dall'inchiesta Stato-mafia











