di Giovanni Fiandaca (Giurista)
Il Foglio, 16 aprile 2015
Dagli addetti ai lavori il "concorso esterno" viene definito un istituto di prevalente elaborazione giurisprudenziale perché gli elementi che lo costituiscono, com'è noto, non sono previsti in maniera puntuale e dettagliata dalla legge: essi vengono ricostruiti dagli interpreti (dottrinali e giurisprudenziali) grazie a un adattamento al reato associativo delle norme generali sul concorso di persone. Per carità, nulla di eterodosso in questa operazione di adattamento, la quale si avvale di un metodo giuridico di cosiddetto combinato disposto tra norme che può considerarsi fisiologico nell'attività interpretativa a opera dei giudici.
Solo che questa logica combinatoria, come ho già spiegato su questo giornale nell'aprile dello scorso anno, presenta qualche complicazione in più a causa delle peculiarità del reato associativo, che è a sua volta un tipo di reato sui generis. Da qui la obiettiva difficoltà per la giurisprudenza di procedere a una tipizzazione giudiziale del concorso esterno soddisfacente sotto tutti i possibili aspetti.
E ciò spiega perché l'elaborazione dei presupposti di un concorso esterno punibile sia andata progressivamente evolvendo nel corso del tempo, scandita da tre importanti sentenze della Cassazione a sezioni unite rispettivamente del 1994, del 2002 e del 2005. A mio giudizio, nonostante l'ultima di queste pronunce - la cosiddetta Mannino - abbia segnato un significativo passo avanti nel chiarire i presupposti della punibilità del concorrente esterno, l'onestà intellettuale induce a riconoscere che residuano ancora in proposito non pochi spazi di incertezza.
Sicché, se è vero che nel nostro ordinamento la Costituzione affida in via prioritaria al legislatore democratico il compito di definire la materia penale, non può che ribadirsi l'auspicio che le forze politiche si responsabilizzino una buona volta e sul serio della spinosa questione. Ma il ceto politico attuale è in grado di precisare con una legge ad hoc la fisionomia tuttora sfuggente del concorso esterno? È lecito dubitarne.
Comunque sia, la recente presa di posizione della Corte di Strasburgo nel caso Contrada, secondo la quale all'epoca dei fatti (1979-1988) il reato "non era sufficientemente chiaro", si spiega anche in base a quanto si è detto fin qui. Nel periodo considerato la Cassazione riunita non si era ancora pronunciata sul concorso esterno, il che assume un rilievo tutt'altro che secondario nella prospettiva della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Infatti, secondo i giudici di Strasburgo, il principio di legalità penale (art. 7 Cedu) esige che il cittadino sia posto in condizione non solo di conoscere anticipatamente la norma incriminatrice in sé considerata, ma anche di prevederne ragionevolmente l'applicazione che i giudici ne fanno nei casi concreti. Proprio perché la legalità penale viene giustamente concepita anche come prevedibilità degli orientamenti giurisprudenziali, la conclusione cui è giunta la Corte europea nel caso Contrada ha una giustificazione molto plausibile.
È auspicabile, più in generale, che nella magistratura penale italiana aumenti via via la disponibilità culturale a far propri i principi garantistici della giurisprudenza di Strasburgo. La giustizia penale, come "arma a doppio taglio", richiede sempre - piaccia o non piaccia - un equilibrato (ancorché non sempre facile) bilanciamento tra lotta alla criminalità e garantismo individuale.
di Rinaldo Romanelli e Fabio Ferrara (Componenti Giunta dell'Unione Camere Penali)
Il Garantista, 16 aprile 2015
La sentenza della Corte europea dei Diritti dell'uomo sul caso Contrada ha ritenuto che la condanna a suo tempo inflitta all'alto funzionario di Polizia per concorso esterno in associazione mafiosa sia stata emessa in violazione del principio nulla poena sine lege dettato dall'articolo 7 della Convenzione europea.
È noto che il "concorso esterno in associazione per delinquere comune o di tipo mafioso" sia una figura di creazione giurisprudenziale elaborata a partire dai primi anni 90, non essendoci una fattispecie di reato di tale natura delineata dal Codice Penale; e poiché le condotte contestate al Dott. Contrada risalivano agli anni 80, quindi ben prima che la giurisprudenza creasse la figura del "concorrente esterno in associazione mafiosa", da qui la violazione del diritto fondamentale dell'imputato di conoscere le conseguenze penali della propria condotta prima di porla in essere.
La decisione della Corte europea ripropone con forza la questione della non retroattività e della prevedibilità della legge penale, principi costituzionali posti a garanzia del cittadino che non possono essere travolti dalla giurisprudenza creativa spesso disegnata, e non disdegnata, della magistratura che nel caso specifico ha elaborato una nuova figura di reato (il concorso esterno in associazione mafiosa) estendendone inopinatamente gli effetti anche alle condotte anteriori al tempo in cui tale interpretazione fosse concepita.
È una questione che deve sollecitare, più in generale, una riflessione sul diritto penale "giurisprudenziale", cioè su quell'estensione del perimetro della responsabilità penale disegnato dal legislatore attraverso una "giurisprudenza creativa" non sempre in concreto rispettosa del principio di stretta legalità e di tassatività della fattispecie, che, spesso, sulla base delle più varie ragioni anche di carattere etico e sociale, finisce per scavalcare il dettato normativo, punendo condotte che il legislatore non ha inteso punire, violando così non solo i principi dettati dalla Convenzione, ma prima ancora i diritti garantiti dalla Costituzione Italiana secondo la quale: "Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso".
Tale fenomeno, evidentemente di carattere culturale, che attraversa la magistratura è stato più volte stigmatizzato dall'Ucpi che ha aperto su tale tematica un dibattito pubblico attraverso i suoi, anche recenti, convegni, nel corso dei quali la Dottrina - in ultimo nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti italiani celebratosi a Palermo - per bocca del Prof. Fiandaca ha messo in rilievo la ripetuta la violazione di siffatti elementari principi di diritto. È necessario un ripensamento sotto questo profilo dell'esercizio della giurisdizione perché nel nostro ordinamento in materia penale, contrariamente a quanto previsto nei sistemi common law, la fonte del diritto è, e deve rimanere, la legge, senza che la giurisprudenza si ponga come fonte di diritto concorrente, travalicando i limiti che le sono assegnati dalla nostra Costituzione.
di Davide Varì
Il Garantista, 16 aprile 2015
Contrada era un servitore dello Stato e non un uomo al servizio dei boss. L'ha stabilito ieri la corte di Strasburgo: "L'accusa di concorso esterno non era sufficientemente chiara". Poche parole che radono al suolo 23 anni di indagini, centinaia di udienze, polemiche feroci, bugie e mezze verità. Come quella di Antonino Caponnetto che in un'aula del Tribunale riferì che Giovanni Falcone "disprezzava" il poliziotto del Sisde.
Di più, nel corso del processo di primo grado a Contrada, l'ex capo del pool di Palermo raccontò un episodio che avrebbe dovuto definitivamente chiarire il rapporto conflittuale e avvelenato tra l'ex uomo del Sisde, il traditore di Stato, e l'icona antimafia, Giovanni Falcone: "Quando Contrada venne interrogato sull'omicidio Mattarella - raccontò Caponnetto - mi rimase impresso un gesto di Falcone: una volta che Contrada ebbe terminato, entrambi, io e Falcone, ci alzammo per stringergli la mano. Poi Falcone la fissò per qualche istante e la pulì vistosamente sui pantaloni. Era un chiaro segno di ribrezzo".
Ma qualcosa non torna: il fatto è che quel giorno il giudice Falcone non era in aula. Di più l'interrogatorio a Contrada non era stato verbalizzato dall'ufficio istruzione di Falcone ma dal procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno in persona, come verificarono gli avvocati e pochi, coraggiosi, giornalisti. E di fronte alla richiesta di qualche straccio di prova di quel che andava dicendo, Caponnetto cambiò versione e, con un'alzata di spalle, disse che forse si era sbagliato, che Falcone non lo disse in aula ma, "eventualmente", nel suo studio. Ma questa è solo aneddotica che pure ha contribuito a distruggere la carriera, e la vita, dello 007 italiano.
La vita di Bruno Contrada va in frantumi la notte di Natale del 1992. Quattro pentiti sostengono che lui è il riferimento della mafia siciliana e tanto basta a rinchiuderlo preventivamente nel carcere militare di Forte Boccea dal quale uscirà solo 31 mesi e 7 giorni dopo. "Non c'era nessuna necessità di arrestarmi la vigilia di Natale - racconterà molto tempo dopo Contrada -. Avevo il telefono sotto controllo, sapevano benissimo che avrei passato le feste a casa con i miei figli. In anni di servizio non mi è mai capitato di arrestare i criminali nel giorno di Natale".
Nel frattempo la pratica passa ad Antonio Ingroia che nel '95 - e anche grazie agli "aneddoti" di Caponnetto - ottiene una condanna a 10 anni di carcere per concorso esterno. Nella sua requisitoria, Ingroia accuserà Contrada di essere "un funzionario a totale servizio di Cosa nostra, l'anello di una catena all'interno di un patto scellerato tra pezzi dello Stato e la mafia, responsabile del tradimento nei confronti di Boris Giuliano e Ninì Cassarà fino ad arrivare alla strage di Capaci". Contrada cascò dalle nuvole, era legato da una fortissima amicizia con Cassarà, il poliziotto ucciso dai corleonesi nell'agosto dell'85: "Avevo un rapporto fraterno con Ninì, ci chiamavano Castore e Polluce. Quando lasciai il comando della Mobile di Palermo lo lasciai a lui, lo lasciai per lui".
Passano gli anni, 5 per la precisione, il processo arriva di fronte ai giudici della Corte d'Appello di Palermo che sconfessano l'istruttoria e ribaltano il primo grado: Contrada viene assolto perché il fatto non sussiste, ma nel 2002 la Cassazione decide che l'Appello va rifatto davanti a una diversa sezione della Corte di Palermo.
Il nuovo appello, dopo 35 ore di camera di consiglio, conferma la condanna a 10 anni di carcere e nel 2007 la Cassazione conferma la sentenza. Contrada torna in carcere, a Santa Maria Capua Vetere, e chiede la revisione del processo che, dopo un lungo tira e molla, viene negata: "La richiesta è inammissibile", scrivono i giudici. L'odissea giudiziaria, a quel punto, sembra finita. Per la giustizia italiana Bruno Contrada è un funzionario dei Servizi al soldo dei clan.
Iniziano le pratiche per la richiesta di grazia che lui rifiuta: "Sono un servitore dello Stato e sono innocente, non voglio nessuna grazia. Dallo Stato mi aspetto un grazie e non una grazia", ripeterà dal carcere dove vive sempre più isolato e malato.
Al solo sentir parlare di grazia, Rita Borsellino, la Fondazione Caponnetto e la Fondazione Scopelliti, levano gli scudi e, nonostante le gravi condizioni di salute dell'ex 007, chiedono un incontro con Napolitano per bloccare qualsiasi iniziativa. L'associazione delle vittime di via dei Georgofili tira addirittura in ballo presunti ricatti da parte di Cosa nostra allo Stato. Sono i primi indizi della teoria della trattativa tra Stato e mafia: "È importante da parte delle massime Istituzioni - spiega l'Associazione - ascoltare la voce di chi come noi ha pagato un prezzo incredibile, perché servitori dello Stato hanno tradito questo Paese. Ma soprattutto perché si sappia fino in fondo, che la mafia in carcere condannata per le stragi del 1993 sta giocando una partita per lei molto importante a suon di ricatti".
E qui occorre aprire una parentesi. Contrada aveva infiltrati, confidenti e poteva contare su tutta quella serie di legami indispensabili per un uomo del Sisde. Chi lavora per i Servizi si muove su un crinale ambiguo, vive al confine della linea d'ombra, lì dove le regole del normale ingaggio saltano, si trasformano, diventano più flessibili. E proprio lì, lungo quel confine, si creano legami veri e legami ambigui, ci sono amici e nemici, si fanno patti che un minuto dopo si tradiscono.
E proprio grazie a quei patti (o tradimenti) Contrada arrivò a un passo dalla cattura di Bernardo Provenzano. Siamo alla fine di novembre del 1992. Lo 007 ottiene notizie confidenziali su alcune utenze che fanno riferimento al nascondiglio di Provenzano. Erano i numeri di un nipote del boss che faceva da tramite tra lo zio e gli uomini di Cosa nostra. Contrada si ferma: il suo compito è quello di raccogliere informazioni e passarle agli "operativi".
Allora va a raccontare tutto al capo della Criminalpol, il quale gli dà l'incarico di scegliersi gli uomini migliori per portare a termine l'operazione Provenzano. Contrada si mette immediatamente al lavoro e nel giro di poco tempo riesce a beccare il nascondiglio del boss. E con il covo sotto controllo la sua cattura era davvero a un passo.
Lui riferisce ai superiori e rimane in attesa dell'ok, ma qualche giorno dopo arriva una velina dal ministero dell'Interno che chiede di sciogliere la squadra messa in piedi da Contrada con effetto immediato. Pochi giorni dopo lo 007 viene arrestato. Mistero. Due le ipotesi: o il ministero sapeva che su Contrada c'era un'indagine che di lì a poco lo avrebbe portato in galera, oppure l'ex 007 finisce in galera perché Provenzano doveva restare uccel di bosco. E se così fosse, non solo l'ex 007 non sarebbe un uomo della trattativa, ma una vittima sacrificale. Del resto le mancate catture di Provenzano hanno lasciato sul campo tante vittime e costruito nuovi eroi tra togati e giornalisti. Ma questa è un'altra (strana) storia.
Torniamo al 2007 e a quella richiesta di grazia che viene regolarmente negata. Contrada a quel punto finisce in ospedale: ha perso 22 chili e i suoi avvocati chiedono il differimento della pena e la richiesta dei domiciliari proprio per le gravi condizioni di salute del condannato. Le associazioni protestano ancora una volta e il presidente Napolitano - memore delle "minacce" sulla trattativa Stato mafia - scrive al Guardasigilli per bloccare tutto: Bruno Contrada può tranquillamente morire in carcere. Lui è rassegnato da tempo e arriva addirittura a chiedere l'eutanasia. Uscirà dal carcere, malato e umiliato, solo nel 2012.
Prima della sentenza di ieri, nel 2014 Strasburgo aveva già condannato l'Italia: "La detenzione era incompatibile con il suo stato di salute", e ora, a distanza di 23 anni da quel giorno di Natale in cui fu trascinato in carcere, sempre dall'Europa arriva una seconda sentenza che rade al suolo decenni di controversie legali: l'ipotesi di aver aiutato i boss siciliani non è sufficientemente chiara, dicono i giudici. Fin qui la fredda cronaca. Ma la storia di Contrada è piena di chiaroscuri, di detti e non detti, ed è attraversata da vicende che si impastano con la storia più cupa e contraddittoria della nostra Repubblica e dei nostri eroi presunti.
di Errico Novi
Il Garantista, 16 aprile 2015
Esultanza? Non proprio. Né a casa Contrada, né nello studio del suo simpaticissimo avvocato, Giuseppe Lipera. "Non va bene", dice il legale, che ha il quartier generale a Catania e fatica a comunicare con il suo assistito, letteralmente bombardato di telefonate. "Non va bene perché la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sì stabilito che Contrada non avrebbe potuto essere condannato per un reato non previsto all'epoca dei comportamenti contestati, ma è pur vero che i giudici di Strasburgo non mettono in discussione la sussistenza di quella assurda fattispecie".
Cioè del concorso esterno in associazione mafiosa, che in effetti non è definita da uno specifico articolo del codice penale ma è l'esito della combinazione di più reati così come la giurisprudenza italiana li ha "armonizzati". "Ci vediamo a Caltanissetta", dice dunque Lipera, "lì ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione del processo e la Corte d'Appello mi ha fissato l'udienza per il 18 giugno". E la sentenza con cui i giudici della Cedu hanno condannato lo Stato italiano a risarcire l'ex numero due del Sisde? Possibile che non peserà, davanti ai magistrati italiani? "Sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna", dice il legale. Lui, il perseguitato, l'uomo che è stato stritolato per 23 anni da una macchina processuale infernale, ha invece per sé solo un aggettivo: "Sono frastornato".
Come "frastornato", dottor Contrada?
"E sì. Quando l'avvocato Lipera mi ha chiamato sono entrato un po' in confusione. Sa com'è: dopo 23 anni non me l'aspettavo".
Stenta a crederci.
"Sì, non ci contavo. Anche se avevo già avuto una sentenza favorevole, dalla Corte europea, per l'ingiusta detenzione. Avrei avuto diritto ai domiciliari, anche per la mia età e il mio stato di salute. Ma la distruzione di una vita non si risarcisce neppure con 10 miliardi".
In pratica i giudici di Strasburgo dicono che lei ha fatto da "cavia di laboratorio" per un reato definito successivamente.
"Sì è vero: ho fatto proprio da cavia. Si sono detti: se funziona, facciamo così anche con gli altri".
Un esperimento.
"Un preludio al processo Andreotti. Difatti, il processo Andreotti iniziò subito dopo la mia condanna. E il giudizio di primo grado a suo carico fu celebrato davanti alla stessa sezione penale che aveva condannato me. Stessa cosa: in appello: il processo di secondo grado ad Andreotti finì davanti alla stessa sezione che aveva condannato il sottoscritto".
Come andare sul sicuro. Ma la sentenza di Strasburgo segnala una giustizia italiana lasciata all'arbitrio assoluto dei magistrati?
"Non sono in grado di dare un giudizio del genere, andrei oltre i miei limiti. Allo stato attuale sono un cittadino condannato, non ho la veste per giudicare coloro che mi hanno giudicato. Ben altri organi possono valutare la condotta dei magistrati che si sono occupati di me: Csm, Parlamento, ministero della Giustizia. Un semplice cittadino non può".
E lei si aspetta che l'operato di giudici e pm del caso Contrada venga effettivamente messo in discussione?
"Non mi aspetto che il Csm se ne occupi, non penso lo farà. Ogni magistrato può valutare i fatti come vuole e il Csm non lo può sindacare".
La sentenza di Strasburgo peserà sulla richiesta di revisione del processo presentata dal suo avvocato a Caltanissetta?
"Vedremo, è un incrocio giuridico complesso. Ora so solo che secondo la Corte europea non avrei dovuto essere condannato".
Avverte almeno un sollievo?
"So di aver lottato per anni. Di aver fatto tutto il possibile per dimostrare che non era vero niente. Contro la sentenza di condanna ho prodotto dieci volumi di motivi di appello, più venti volumi di motivi aggiuntivi".
Erano sentenze già scritte?
"Sì, guardi, è così: io sono stato condannato nel momento stesso in cui mi hanno arrestato, il 24 dicembre 1992".
Ingroia dice che la Corte europea ha preso una cantonata.
"Posso fare un'obiezione?".
E siamo qui apposta, dottore.
"Lui deve dimenticare di essere stato magistrato inquirente e requirente al mio processo. È un avvocato, adesso, pensi ai suoi assistiti e non agli ex inquisiti o imputati. Il mio processo è il suo fiore all'occhiello, ma non è che può stare sempre lì a esibirlo".
Basta sventolare sempre la stessa bandiera.
"Faccia l'avvocato, adesso. Non è più un pm".
I processi si celebrano in tv e sui giornali più che in tribunale?
"Io non voglio accusare nessuno".
Che senso dà alle sofferenze che ha vissuto?
"Mi hanno rubato la vita, so solo questo".
La sua vicenda potrà contribuire a cambiare la giustizia?
"Sì, spero possa essere utile a qualcosa, indipendentemente da come si chiude il mio caso".
Che non si è ancora concluso.
"Mi interessa la giustizia italiana, devo dire, più che quella europea. La sentenza di Strasburgo è importante, senza dubbio, ma deve essere un tribunale italiano a dire che sono stato condannato e messo in prigione da innocente".
Non si sente risarcito?
"Nessuna cifra può ripagare la distruzione di un uomo da punto di vista morale e fisico, civile e sociale, professionale e familiare. Non è questione di prezzo, non mi interessa. Voglio essere giudicato innocente da un tribunale italiano. In nome del popolo italiano, va emessa la sentenza".
Il tempo è davvero galantuomo come dicono?
"E cosa posso dirle? Ho 84 anni, dall'arresto ne sono passati quasi 23. Comunque, guardi: mi farebbe piacere poter leggere il Garantista perché non lo distribuite in Sicilia?"
Siamo nati da poco, un passo per volta.
"Sì ma qui a Palermo la maggior parte dei giornali che mi piacerebbe sfogliare non è disponibile in edicola: il Garantista, il Foglio, il Tempo, l'Opinione. Non trovo neppure il Mattino di Napoli, che è il giornale della mia città".
Adesso non ci colpevolizzi, dottore. I distributori chiedono cifre folli, sa? E poi c'è la versione on line, potrebbe leggerci comodamente.
"E no. A internet non mi converto, può giurarci. Sono fermo a penna e calamaio".
Dottore, in questi anni l'ha aiutata la fede in Dio?
"Mi ha aiutato la mia forza morale. E la coscienza di non avere nulla da rimproverarmi".
di Maurizio Tortorella
Tempi, 16 aprile 2015
Volete sapere perché la giustizia penale italiana è tanto malata? Volete Sapere perché, come ha dimostrato per ultimo il caso del processo per l'omicidio di Meredith Kercher (che ci ha fatto fare una figuraccia mondiale), troppo spesso le condanne e le assoluzioni vanno e vengono come su una giostra? Beh, le cause del disastro sono tante. Ma qualunque medico, data un'occhiata ai dati che state per leggere, potrebbe diagnosticare che lo stesso cuore della nostra giustizia, la Corte suprema di cassazione, è di fatto un organo infartuato.
Fate finta che la Cassazione penale sia una fabbrica dove lavorano 112 magistrati, che come altrettanti operai devono lavorare pezzi di metallo: questi pezzi sono i ricorsi presentati contro le sentenze pronunciate dalle corti d'appello e contro tutti i provvedimenti dei tribunali, da un arresto a un patteggiamento, fino a una qualunque misura cautelare. Bene.
Nel 2014 i giudici-operai della Cassazione penale hanno ricevuto 53.374 ricorsi-pezzi di metallo. I difensori degli imputati ne hanno presentati 49.694, i pubblici ministeri si sono fermati a 3.116, altri 564 sono stati presentati da entrambe le parti in causa.
E questa è già una prima anomalia. Perché, con un numero di giudici equivalente, la Corte di cassazione francese affronta in media soltanto 8 mila procedimenti, e quella tedesca circa 3 mila. Ma negli altri paesi i patteggiamenti bloccano dagli otto ai nove decimi del carico giudiziario. E in particolare nei paesi anglosassoni le assoluzioni di primo grado non possono essere appellate.
Il terzo grado? Un'eccezione
Ma torniamo alla nostra fabbrica. In 12 mesi, i 112 giudici-operai hanno dovuto trattare 477 ricorsi a testa, impegnando una media di 215 giorni dall'iscrizione del procedimento fino all'udienza che lo ha chiuso. Lavoro utile? Non proprio tutto, visto che 32.549 di quei ricorsi sono stati analizzati e studiati, ma poi respinti al mittente perché giudicati inammissibili, come fossero altrettanti pezzi di metallo fallati, inservibili. Sono sei su dieci, mica uno scherzo. Chi ha fatto lavorare a vuoto la Cassazione? In questo caso, più gli avvocati dei pubblici ministeri, perché è stato definito inammissibile il 64 per cento dei loro ricorsi, contro il 20,9 per cento dei secondi. Il problema vero riguarda però quel che è sopravvissuto a questo primo vaglio "produttivo".
Perché, subito dopo, i giudici-operai hanno dovuto lavorare quel che restava di buono. E hanno dovuto annullare o rispedire indietro altri 13 mila ricorsi: in parte sono processi "annullati con rinvio", che quindi sono stati costretti a tornare indietro a una Corte d'appello, per un nuovo processo. In questo caso si sono comportati peggio i pm: si sono visti annullare il 59,8 per cento del totale dei loro ricorsi, mentre gli annullamenti attribuiti ai ricorsi degli avvocati sono stati il 19,8 per cento. Ma insomma, alla fine, che cosa ha prodotto la fabbrica? Nel 2014, quante sono state le sentenze definitive pronunciate dalla Corte suprema di cassazione? Quanti processi sono terminati con una condanna o un'assoluzione nel fatidico "terzo grado di giudizio"?
Sono stati 7.821 in tutto, il 14,7 per cento del totale iniziale. La fabbrica della giustizia è riuscita quindi a tornire, a completare solamente un pezzo di metallo su sette. Tutto il resto è finito in nulla, è tornato indietro, come in un assurdo gioco dell'oca.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2015
Il Governo ha incassato la fiducia del Senato sul decreto antiterrorismo con 161 sì, 108 no e un astenuto. Il provvedimento è stato approvato in seconda lettura, in via definitiva, nel testo votato dalla Camera il 31 marzo. Il decreto scadeva il 20 aprile. Hanno votato sì i partiti della maggioranza ("Possiamo dividerci su molte cose ma sul terrorismo la nostra unica parola deve essere unità" ha detto il capogruppo Dem al Senato Luigi Zanda). Voto contrario dalle opposizioni. Sandro Bondi e Manuela Repetti hanno votato la fiducia al governo. I due senatori hanno di recente lasciato Forza Italia confluendo nel gruppo Misto.
Il decreto oltre a prevedere misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale, rifinanzia con circa 917 milioni la partecipazione italiana a diverse missioni internazionali per il periodo gennaio - settembre 2015. Tra le modifiche approvate dalla Camera e confermate dal Senato figura il finanziamento, per oltre 40 milioni, dell'operazione "Mare sicuro".
Alfano: decreto è legge, da oggi più forti. "Il decreto antiterrorismo è legge! Da oggi più forti nella lotta al terrorismo per la difesa della democrazia e della libertà". È il primo commento scritto su Twitter del ministro dell'Interno Angelino Alfano.
Giro di vite contro i foreign fighters. Tra le principali novità, il Dl antiterrorismo istituisce la superprocura nazionale antimafia e antiterrorismo e prevede un giro di vite contro i "foreign fighters", quelli che partono per la Siria o l'Iraq per arruolarsi nelle file dei terroristi: rischiano da 5 a 8 anni di reclusione. Stessa pena per chi organizzi, finanzi o propagandi i viaggi. Da 5 a 10 anni sarà invece punito chi fabbrica armi fai-da-te e mette in atto comportamenti "finalizzati in maniera univoca" al compimento di atti di violenza con finalità terroristiche.
Nel Codice penale sono introdotte due nuove contravvenzioni: la detenzione abusiva di precursori di esplosivi (sanzionata con la pena congiunta dell'arresto fino a 18 mesi e ammenda fino a 1.000 euro) e la mancata segnalazione all'autorità di furti o sparizioni dei precursori (arresto fino a 12 mesi o ammenda fino a 371 euro). Pene aggravate, infine, per chi addestra potenziali terroristi se utilizza strumenti telematici o informatici. Aggravanti analoghe sono previste per il possesso e la fabbricazione di documenti falsi, delitti per cui scatta l'arresto obbligatorio in flagranza (ora invece è facoltativo).
Maglia più larga per le intercettazioni. Il decreto permette di usare programmi per acquisire "da remoto" le comunicazioni e i dati presenti in un sistema informatico e modifica la disciplina delle norme di attuazione del Codice processuale penale sulle intercettazioni preventive, anche in relazione a indagini per delitti in materia di terrorismo commessi con l'impiego di tecnologie informatiche o telematiche. La polizia postale dovrà essere costantemente aggiornare una black-list dei siti internet che inneggiano al terrorismo, anche per favorire lo svolgimento di indagini da parte della polizia giudiziaria, pure sotto copertura.
Immunità per gli 007. Con il decreto si estende la possibilità di rilasciare agli stranieri permessi di soggiorno a fini investigativi. Si introduce inoltre in via transitoria la facoltà, per i servizi di informazione e sicurezza, di effettuare colloqui investigativi con detenuti per prevenire azioni terroristiche. Per il personale di Aisi, Aise e Dis sono previste disposizioni volte alla tutela funzionale e processuale: potranno usare le generalità "di copertura" anche mentre depongono in un processo penale sulle attività svolte in incognito e sono autorizzati a commettere reati (nei loro confronti si applicherà la speciale causa di non punibilità).
Ansa, 16 aprile 2015
"Da tangentopoli ad oggi la corruzione è aumentata di molto, per vari fattori. Fattori culturali, perché abbiamo un'etica e una morale più bassa rispetto a 20 o 25 anni fa". Lo ha detto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, intervenendo questa mattina a Coffee Break su La7. "Oggi le gare si fanno - ha aggiunto - con la procedura del massimo ribasso, quindi si stanno aggiudicando dei lavori con un ribasso anche del 30 o 40 per cento. Questo vuol dire sicuramente costruire opere in difformità al progetto. Non conformi ad esempio alla legge anti sismica. Questa procedura è sbagliata. E poi c'è il problema delle varianti in corso d'opera. Non esiste un'opera che si costruisca in Italia dove non ci siano 4 o 5 varianti ed è lì che ci sono le varie mazzette".
"Per quanto riguarda la riforma della giustizia - ha detto ancora Gratteri, che ha presieduto la Commissione per la revisione della normativa antimafia - se vogliamo velocizzare i processi e non vogliamo arrivare alla prescrizione, dobbiamo informatizzare il processo penale. Noi, ad esempio, abbiamo previsto di far sparire la carta. L'avvocato che vuole le copie, va con la penna usb. Va introdotta, inoltre, la video conferenza: tutti i detenuti ad alta sicurezza, cioè, stanno in carcere e seguono il processo via skype e così risparmiamo anche 70 milioni di euro.
Ad oggi si fanno le video conferenze solo per i 41 bis. Ma sono solo 800 detenuti, quando abbiamo una popolazione carceraria di 44 mila persone. Noi utilizziamo 10 mila uomini della polizia penitenziaria solo per le traduzioni. Uomini che potrebbero essere utilizzati per il trattamento dei detenuti nelle carceri o fuori dalle carceri". "Un'altra cosa importante - ha concluso il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria - è rendere non conveniente delinquere. Un capo mafia non può stare in carcere solo 5 anni. Noi abbiamo previsto di parificare il 416 bis all'associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, con una pena conseguente che va dai 20 anni in su".
di Cristina Bartelli
Italia Oggi, 16 aprile 2015
A Milano arrivano le prime iscrizioni per il reato di auto-riciclaggio, introdotto nell'ordinamento penale con la legge 186/2014 (legge sulla voluntary disclosure) e in vigore dal 1° gennaio 2015. Una qualche decina di nomi, in poco più di tre mesi, su cui la procura milanese e il team guidato da Francesco Greco ha riscontrato l'applicabilità della figura assente nel codice penale italiano. il dato è stato evidenziato da Nicola Mainieri, dirigente della Banca di Italia intervenuto al convegno del comune di Milano, "Antiriciclaggio nella pubblica amministrazione.
Il caso del comune di Milano", lo scorso 13 aprile. Prima dell'entrata in vigore del reato di auto-riciclaggio, la giurisprudenza italiana con il reato di riciclaggio ha faticato non poco a contestare la fattispecie di reato del riciclaggio. Basti pensare che sempre la procura di Milano in cinque anni è riuscita a contestare qualche centinaia di riciclaggi, pochi dei quali andati a giudizio. Ora un cambio deciso di rotta con l'auto-riciclaggio.
Fa notare infatti Mainieri nel suo intervento che "non c'è dubbio che se il riciclaggio è un reato per pochi, l'auto-riciclaggio prefigura una platea assai più ampia". Il nuovo reato, introdotto e innestato nella legge sulla collaborazione volontaria si ritiene sia "una norma senza dubbio importante, una norma che per le sue caratteristiche", ha spiegato Mainieri, "troverà applicazione assai più frequentemente della precedente sul riciclaggio, ma anche una norma che sin d'ora si presenta con dubbi applicativi e necessita di nuove interpretazioni giurisprudenziali". Anche se come specifica Fabio Vedana di Unione Fiduciaria "la legge sulla collaborazione volontaria garantisce, per chi effettua il rimpatrio la non punibilità per questo reato". Uno dei problemi allo studio dei professionisti e degli operatori del diritto è il concreto rischio di ultrattività del reato e cioè la sua non prescrizione. I reati che discendono dall'articolo 648 del codice penale (ricettazione) sotto cui l'auto-riciclaggio è iscritto, essendo rubricato come 648-ter, 1, hanno in sé l'indicazione che il reato presupposto si applica anche quando l'autore dello stesso o non è imputabile o non è punibile ovvero manchi una condizione di procedibilità. Ecco dunque che quel reato resta in vita. Di più.
Per l'articolo 170 del codice penale quando un reato è il presupposto di un altro reato, la causa che lo estingue non si estende all'altro reato. E la Corte di cassazione con una sentenza del 2014 l'estinzione (per esempio, per prescrizione) del delitto non colposo presupposto del riciclaggio è priva di effetti sulla configurabilità del riciclaggio. E quindi a maggior ragione il principio potrebbe essere esteso all'auto-riciclaggio con delle conseguenze dirompenti.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 aprile 2015
Da orgoglioso "torturatore" che nella scuola Diaz rientrerebbe "mille volte", a super pentito che non sa darsi pace, nel giro di qualche ora, dopo una breve parentesi da incompreso e vittima di "strumentalizzazioni". Fabio Tortosa, il poliziotto del Nucleo Celere che ha ribattezzato "azione ineccepibile" la "macelleria messicana" che è costata all'Italia la condanna da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, deve aver capito che potrebbe diventare il solo capro espiatorio che paga per tutti i suoi "fratelli", con buona pace dello spirito cameratesco del reparto. "Su Carlo Giuliano ho sbagliato, è la cosa di cui più mi rimprovero e della quale non riesco a darmi pace", ha detto ieri a Sky Tg24 dopo che il padre del ragazzo ucciso il 20 luglio 2001 a Genova, Giuliano Giuliani, ha chiesto in una lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella se non ritenga di dover "chiedere scusa a Carlo in nome dello Stato" per le "offese insopportabili" rivolte a suo figlio dall'agente. "Non so se al signor Giuliani basteranno le scuse di un uomo dello Stato che non ne è il capo - ha aggiunto - ma la colpa di quello che ho scritto è mia".
Le parole con le quali, sul suo profilo Facebook poi cancellato, Tortosa ha oltraggiato la memoria del giovane ucciso in Piazza Alimonda - "Carlo Giuliani fa schifo e fa schifo anche ai vermi sottoterra" -, quelle con le quali ha rivendicato con esaltazione di essere stato tra coloro che la sera del 21 luglio 2001 forzarono cancello e portone e fecero irruzione nella scuola del massacro, e quelle usate per chiarire meglio il suo agghiacciante pensiero in alcune interviste rilasciate ieri, hanno infatti suscitato un moto di sdegno soprattutto sui social network - la pagina Fb "Fabio Tortosa fuori dalle forze dell'ordine" ha ottenuto oltre 10 mila adesioni in poche ore - e messo in imbarazzo le stesse istituzioni.
Le frasi di Tortosa "provano in maniera inequivocabile che una parte delle forze di polizia è gravemente malata", fa notare il senatore Pd Luigi Manconi che chiede una "tempestiva e radicale riforma della polizia, a cominciare dalle modalità di accesso", e "l'adozione del codice identificativo". Mentre l'ex grillino Francesco Campanella, senatore del Gruppo misto, annuncia di aver appena depositato un ddl che prevede l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta su Genova.
Il coordinatore di Sinistra Ecologia Libertà, Nicola Fratoinanni, incalza invece Angelino Alfano che aveva annunciato "massima severità" nelle sanzioni contro il poliziotto: "Ci auguriamo che il ministro dell'Interno non mancherà di informare dettagliatamente il Parlamento di ciò che verrà deciso. Forse però è arrivato il momento di spalancare davvero porte e finestre nei Palazzi degli apparati".
Anche Donatella Ferranti, presidente della Commissione Giustizia della Camera, dai microfoni di Rai Radio Uno, dà "ragione ad Orfini" sull'"opportunità politica" delle dimissioni dalla presidenza di Finmeccanica di Gianni De Gennaro, capo della polizia all'epoca dei fatti, processato e poi prosciolto.
Ferranti ha poi risposto anche a Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, il giovane morto da recluso nell'ottobre 2009 una settimana dopo essere stato arrestato, che le chiedeva in una nota "se sono questi i rappresentanti dei sindacati che sono stati sentiti in audizione mentre si discuteva il ddl sulla tortura". "No, Tortosa non è stato audito", ha ribattuto la deputata Pd dicendosi altrettanto "ferita e amareggiata" "per le gravissime affermazioni" del poliziotto. Ma in sede di audizioni in commissione, ha aggiunto Ferranti, "posso assicurare che da parte di tutti i sindacati delle forze dell'ordine è giunto un contributo responsabile e costruttivo". In attesa di ulteriori contributi, la Fandango, casa di produzione del film di Daniele Vicari, annuncia con un tweet: "Noi #Diaz il Film lo rifaremmo altre mille e mille volte!".
Ristretti Orizzonti, 16 aprile 2015
Nuovo padiglione a Parma, stop a Ferrara e Bologna. A Parma prosegue 41bis, bene su Opg e Rems. Stop al progetto per i nuovi padiglioni nelle carceri di Bologna e Ferrara, mentre verranno portati a termine i lavori di ampliamento del penitenziario di Parma, già in corso.
E proprio Parma continuerà ad ospitare detenuti in regime di 41bis, mentre Ravenna è l'unica struttura sul territorio regionale che potrebbe essere coinvolta dal piano a medio-lungo termine di chiusura degli istituti con meno di 100 detenuti.
Sono queste le principali novità che riguardano l'Emilia-Romagna emerse nel corso dell'incontro, "molto utile e ricco di buoni propositi", tra i vertici del sistema penitenziario nazionale e i Garanti regionali dei detenuti, tra cui la Garante delle persone private della libertà personale dell'Emilia-Romagna, Desi Bruno, oggi a Roma.
Con Santi Consolo, capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Mauro Palma, consigliere del ministero della Giustizia, e Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti del trattamento del Dap, insieme ai Garanti regionali di Toscana, Piemonte, Campania, Puglia, Marche e Veneto e ai Garanti locali di Ferrara, Milano, Firenze, Nuoro ed Avellino, Desi Bruno ha discusso del progetto di ristrutturazione e di riorganizzazione del Dap e delle principali modifiche che riguarderanno il sistema penitenziario italiano.
A fronte di una significativa riduzione del sovraffollamento, ha spiegato Palma, con un miglioramento a livello nazionale da 64.000 detenuti per 42.000 posti a 54.000 ristretti su una capienza di 49.000 unità, la linea di tendenza sarà la chiusura dei piccoli istituti. "In Italia il numero di strutture penitenziarie è esorbitante - commenta Bruno, in Emilia-Romagna è la casa circondariale di Ravenna che potrebbe essere interessata a medio termine da queste dismissioni". Come riferito da Consolo, il Dap sta valutando anche come concludere il piano di edilizia penitenziaria. "Ciò che è stato costruito, o i cui lavori sono già avviati, verrà utilizzato per non sprecare risorse, e nel nostro territorio è il caso di Parma- ragiona la Garante-, mentre i cantieri che devono ancora partire, come Bologna e Ferrara, non verranno realizzati".
Al centro del dibattito anche la Casa Lavoro di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena: "Si tratta di una tematica che al Dap hanno ben presente e su cui sono ben intenzionati ad agire, ma il progetto partirà una volta terminata la ristrutturazione del Dap".
Si è parlato a lungo anche degli Opg, continua la Garante, "e l'Emilia-Romagna si è rivelata tra i diligenti e quelli in regola, abbiamo rispettato i tempi e fatto il nostro dovere, per questo motivo ho invitato i Garanti di altre Regioni ad intervenire affinché sui loro territori avvenga lo stesso. Mi sono rivolta in particolare a Piemonte e Veneto, perché in questo momento stiamo ospitando nelle nostre Rems 45 internati che da lì provengono". I vertici di Dap e ministero della Giustizia, prosegue Bruno, "per quanto riguarda il futuro dei condannati con infermità sopravvenuta, hanno spiegato che verosimilmente saranno destinati nei luoghi di cura psichiatrici che avranno collocazione all'interno delle carceri".
La Garante ha poi sollevato anche altre questioni di carattere locale, come "l'enorme affluenza di detenuti, ben oltre i posti letto disponibili, al Centro clinico di Parma, e la carenza di attività nel carcere di Piacenza".
Infine, per avere un Garante nazionale dei detenuti, riporta Bruno dopo l'incontro, "bisognerà attendere ancora qualche mese, speriamo si concluda tutto entro la fine dell'anno, il regolamento di attuazione della legge è in vigore ufficialmente da oggi": con lui, in concerto con tutti i Garanti territoriali, il Dap si confronterà per trovare la soluzione a numerosi problemi di carattere generale sollevati. Fra tutti, i contratti per il vitto e il sopravvitto, l'autorizzazione ai colloqui individuali per i collaboratori organici degli Uffici dei garanti, i trasferimenti che interrompono il trattamento, un numero maggiore di telefonate e schede e gli interventi su situazioni limite in alcune aree del territorio, come la questione banconi divisori per i colloqui.
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