di Alberto Abburrà
La Stampa, 6 giugno 2019
Associazioni e movimenti lanciano "Giudizio universale", la prima causa legale collettiva per obbligare il governo a impegnarsi seriamente nella difesa del Pianeta. Che la Terra sia in pericolo ormai non è più un mistero e che i suoi abitanti debbano fare qualcosa di concreto per assicurarsi un futuro, neppure. Ma che cosa? E soprattutto come? Un gruppo di associazioni, movimenti e semplici cittadini riuniti in una campagna dal titolo emblematico, "Giudizio universale", ha deciso di passare dalle parole ai fatti, o meglio, dalle manifestazioni dei Fridays for future ai tribunali. Sì perché l'obiettivo della mobilitazione lanciata proprio oggi in occasione della Giornata mondiale dell'Ambiente ha un obiettivo preciso: portare davanti a un giudice lo Stato italiano per non aver agito di fronte allo sconvolgimento climatico.
L'iniziativa è la prima nel suo genere in Italia e si ispira a un'azione simile lanciata nel 2015 in Olanda dalla "Urgenda Foundation". Il presupposto era lo stesso e cioè un'accusa al governo (olandese) di non aver fatto abbastanza nella lotta contro l'inquinamento e il surriscaldamento globale. Oggi i promotori di Giudizio Universale si augurano di ottenere lo stesso risultato perché a distanza di 4 anni la causa legale olandese ha superato i primi due gradi di giudizio, ha ottenuto sentenze di condanna ed è entrata nella fase cruciale, quella in cui il governo dovrà dare delle risposte.
Le indicazioni del mondo scientifico sulla strada da intraprendere non mancano. L'ultimo rapporto dell'Ipcc (Internationl Panel on Climate Change) invita i Paesi ha un drastico cambio di rotta che porti a dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e ad azzerarle del tutto entro il 2050 considerato come l'anno del non ritorno. Finora gli Stati hanno fatto poco e male. I "progressi" in questo senso sono fermi all'accordo di Parigi del 2015 quando venne firmato un accordo (peraltro non vincolante) di mantenere l'aumento delle temperature entro la soglia di +1,5°C rispetto al periodo preindustriale. Ma questo proposito non si è tradotto in azioni concrete.
A marzo l'Italia ha presentato il "Piano energia e Clima 2030" che dovrebbe recepire gli obiettivi europei e in questi giorni a Torino il governo ha lanciato il protocollo "Aria pulita", ma il percorso è tutt'altro che in discesa: "L'impegno del nostro Paese è insufficiente a garantire il rispetto degli obiettivi suggeriti dai più importanti scienziati del clima - spiega Fabio Ciconte, fra i referenti della campagna Giudizio Universale. Il Piano non contiene gli interventi radicali di cui abbiamo bisogno per azzerare le emissioni nette entro il 2050. Con questa azione legale vogliamo spingere l'Italia a fare un passo in più nella lotta al cambiamento climatico, che è la più grande emergenza del nostro tempo".
Restano 11 anni per cercare di arginare i mutamenti climatici e le sue conseguenze, fenomeni estremi come inondazioni, ondate anomale di caldo, siccità, alluvioni e uragani. Calamità che non risparmiano nessuna area del mondo. E la conferma arriva dai numeri diffusi dai promotori di "Giudizio universale" secondo cui sono oltre 1000 i contenziosi che vedono la società civile in 25 Paesi portare alla sbarra lo Stato, le imprese o singoli progetti dal forte impatto sul clima. La causa legale italiana verrà depositata in autunno e la data non è casuale. A novembre in Cile si terrà la prossima Conferenza sul clima (Cop25). In quella sede serviranno pressioni esterne e una forte mobilitazione della società civile se non vogliamo veder naufragare un'altra volta le speranze e insieme anche il Pianeta.
La Repubblica, 6 giugno 2019
Si chiama "Osteria degli uccelli in gabbia", è a Rebibbia ed è il primo ristorante in Italia all'interno di un carcere aperto al pubblico: il venerdì, da giugno a luglio, per 80 posti su prenotazione. I detenuti, in tutto dieci, amministrano il locale, servono ai tavoli, cucinano un menù ideato da chef professionisti.
Il ristorante si trova nella zona verde del carcere, dove si fanno i colloqui, tra le celle della sezione maschile che ospita 1.500 detenuti: chi lavora al ristorante fa parte della cooperativa Men at Work, ha una pena definitiva e non è socialmente pericoloso. Quasi tutti gli ingredienti sono a km zero, prodotti nel carcere: pollame, verdura, caffè.
Non saranno ammessi parenti dei detenuti o chi ha precedenti penali, né cellulari o registratori: l'obiettivo è riabilitare i detenuti con il lavoro. "È un progetto che aiuta chi ha sbagliato a reinserirsi - spiega Luciano Pantarotto presidente di Men at Work - eliminando il pregiudizio secondo cui i detenuti sono irrecuperabili".
Si chiama pena riabilitativa e il Campidoglio la sostiene con il progetto "Mi riscatto per Roma": a oggi più di 100 detenuti escono ogni giorno da Rebibbia a turno per curare e pulire strade, tombini e parchi. L'ultimo è Villa Borghese. "I nostri giardinieri - scrive la sindaca su Facebook - insegnano tecniche di giardinaggio utili per il reinserimento".
Il modello della pena riabilitativa sarà esportato in Messico, con la sinergia dell'ufficio Onu contro droga e crimine (Unodc): in questi giorni è in visita a Roma una delegazione guidata da Antonino De Leo rappresentante Unodc in Messico.
di Francesca Sironi
L'Espresso, 6 giugno 2019
Fuori impazza la propaganda del governo contro stranieri e minoranze di ogni tipo. Ma dentro le aule l'integrazione è ormai routine quotidiana. E la normalità è fatta da tante diversità.
L'Italia ha già un nuovo dna. Più ricco di quanto vogliano i politici dell'odio, più universale di quanto gridi la Lega, più aperto di quanto sembri ad ascoltare le paure servite a cena dai tg sovranisti. Il dna dell'Italia ha già i colori, le tradizioni e le culture dei suoi studenti. "Nella mia classe ho 24 alunni. Sono di cinque etnie diverse, hanno cinque religioni diverse", scrive Filippo, un maestro delle elementari precario, in un post condiviso da migliaia di persone: "Sul muro abbiamo appeso la foto di Mattarella, il Crocifisso, la mano di Fatima, un'immagine di Buddha e la bandiera della pace".
Non è straordinario, affatto, né strano. È l'assoluta normalità nelle classi italiane. Anche Salvini se ne sarà accorto, forse, alla recita di sua figlia in prima elementare (postata dal padre): nelle scuole diversità è una parola amica, una certezza diffusa, con numeri più ampi tra l'altro del previsto, come rivela una ricerca appena pubblicata a Torino. Ad ascoltare la propaganda è emergenza, in aula è routine. Una routine dell'inclusione che ora, però, di fronte al razzismo sdoganato dai vertici, rischia di diventare questione di frontiera. Con i ritardi negli investimenti nazionali e la mancata cura per l'integrazione che rendono difficili percorsi assodati da tempo. E mentre le classi si confrontano ogni mattina con il nuovo dna del Paese servono adesso nuovi anticorpi per fermare l'intolleranza.
Alessio Surian insegna pedagogia all'università di Padova. Esperto di interculturalità, sta attraversando le scuole del Veneto per uno studio su come i bambini percepiscono la diversità. "Quando ero piccolo nel mio quartiere si parlava veneto. In classe ho aiutato miei compagni, spesso più intelligenti di me, a capire cosa dicevano i maestri solo perché a casa mia si parlava italiano. Le lingue non sono né possono essere un ostacolo allo sviluppo delle competenze. Anzi. Così come non lo devono essere le origini dei genitori", spiega: "Diciamo bambini "stranieri", ma stranieri per chi? Per i loro compagni non lo sono. Parliamo di "problemi", ma problemi per chi? Le diversità sono un vantaggio, oggi, non una tara da cui liberarsi".
Surian cita uno dei pilastri della riflessione contemporanea sul tema, gli scritti di Scott Page dell'università del Michigan, che dimostrano come non per "buonismo", "ma per crescere nell'attuale sistema economico, sapersi muovere fra culture e identità plurali è una capacità fondamentale".
Davanti a quest'esigenza il corpo scolastico è attivo. Ma la burocrazia in ritardo. Surian elenca tre questioni chiave: "Mancano tavoli di concertazione fra ministero, uffici regionali e comunità per la formazione delle classi. Ogni settembre leggiamo episodi non più accettabili di sezioni ghetto, vediamo azioni estemporanee di amministratori locali. Secondo: la lingua. È necessario che gli alunni possano raggiungere il prima possibile il livello base per la comprensione delle lezioni. Allo stesso tempo, gli insegnanti devono essere formati a cogliere l'occasione che l'avere conoscenze plurali rappresenta. E questo è il terzo punto: l'integrazione non è mimetismo. È imparare a riconoscere la diversità e valorizzarla".
Sono punti semplici. Ma in un paese dove ogni mattina il leader dell'attuale primo partito si sbraccia per criminalizzare gli immigrati, diventano scelte di campo. Il dibattito intossicato a cui sono esposte le famiglie non può non avere ripercussioni in aula, conclude il professore, con preoccupazione: "Le scuole devono attrezzarsi ad affrontare il razzismo e l'intolleranza. Non possono lasciarlo scorrere".
Il tema non sembra essere fra le priorità del ministro Marco Bussetti però. Un esempio? Fra la primavera e l'estate del 2017 erano stati pubblicati i bandi per i fondi europei alla scuola pubblica. Erano organizzati per "assi": alternanza scuola-lavoro, ad esempio, arte, educazione all'imprenditorialità, sport in classe. In cantiere ci sono anche 50 milioni di euro destinati a "Integrazione e accoglienza".
Al Miur sono arrivati centinaia di progetti. Ma mentre gli altri settori sono partiti (alcuni sono già alla seconda edizione), il bando sull'inclusione è fermo. Sono passati due anni e ancora non sono state nemmeno pubblicate le graduatorie di chi ha diritto alle risorse. "Gli uffici scolastici manderanno le loro valutazioni entro la metà di giugno", assicurano ora dal Miur. L'ultimo intervento pubblicato dal ministero per l'area "intercultura", intanto, risale al settembre del 2017, prima delle elezioni.
"Oggi più che mai è opportuno fare educazione interculturale, e parlare di razzismo", riflette il direttore editoriale di Lœscher, Sandro Invidia, nell'editoriale di dicembre per la rivista "La Ricerca": "Parlarne a scuola, in primo luogo, come nel posto che meglio si presta per verificare la fondatezza delle affermazioni che circolano sul tema. Occorre farlo con sapienza e giudizio, senza mai dimenticare il grande dubbio che resta sullo sfondo della questione. Come può la differenza - etnica, linguistica, culturale - entrare nella quotidiana pratica educativa, al punto da diventare oggetto di riflessione? Non sarebbe meglio comportarsi come non esistesse? La questione è cruciale". E le testimonianze raccolte nel dossier - reperibile online - provano a affrontarla da prospettive non scontate. Di sicuro però c'è un dato che non può essere tralasciato: il fatto incontrovertibile, statistico, della nuova normalità vissuta su milioni di banchi. Una normalità che è più estesa di quanto avvertiamo.
Stefano Molina, ricercatore della Fondazione Agnelli di Torino, lo ha dimostrato andando oltre le cifre del ministero dell'Istruzione, per il quale sono circa 800mila gli alunni stranieri immatricolati. Molina ha esplorato un registro più ampio: le iscrizioni all'anagrafe di bambini con uno o due genitori non italiani. Ricostruendo le serie degli ultimi 18 anni, è arrivato così alla cifra di un milione e 150mila minorenni nati nel nostro paese da genitori stranieri. A cui si aggiungono 450mila figli di coppie miste, per la stragrande maggioranza con padre italiano e madre di cittadinanza estera. Considerando anche i 400mila nati fuori dai confini si arriva così a due milioni di bambini che hanno radici internazionali.
"Dal 2012 le nascite sono calate, anche per gli stranieri", spiega il ricercatore: "Ma l'elemento più interessante da osservare è l'invisibilità di questi "grandi numeri". Intorno alle nostre scuole si muovono due milioni di nuovi cittadini senza fare rumore". È il segno che il sistema educativo è molto più avanti dello strillismo mediatico-politico.
"La "non visibilità" è infatti indice di integrazione. In Francia si parlava di "scomparsa degli italiani", perché i nostri emigrati semplicemente non erano vissuti più come estranei, e i loro figli o nipoti - Nino Ferrer, Michel Platini - erano considerati del tutto francesi".
Che il paese dei piccoli sia più cosmopolita di quello degli adulti lo racconta anche un altro dato, passato in sordina. Nell'ultimo rapporto nazionale sui test Invalsi, oltre all'italiano e alla matematica - dove i ragazzi di prima e seconda generazione continuano a mostrare maggiori difficoltà rispetto ai coetanei, seppure con molti distinguo - ci sono le risposte all'esame di inglese, sottoposto per la prima volta in quinta elementare e terza media.
Bene: su questo aspetto qui non c'è alcuna distinzione per provenienza. Anzi, i "2G" vanno mediamente molto meglio degli italiani. Non ditelo a Salvini, che alla scuola di formazione della Lega, lo scorso dicembre, sosteneva che gli insegnanti vogliono formare giovani "senza patria, senza storia, senza lingua". No: li stanno aiutando a crescere con molte patrie, molte storie, molte lingue comuni.
La Repubblica, 6 giugno 2019
L'alto commissario Onu per i rifugiati rivela: stiamo cercando di portare via il maggior numero di persone. Ma i nuovi detenuti sono sempre di più. A livello mondiale, i profughi sono oltre 70 milioni. Il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale.
"Quello che ho avuto davanti agli occhi nei centri di detenzione in Libia non l'ho mai visto in nessun'altra parte del mondo. Si tratta di veri e propri campi di concentramento. L'Unhcr sta cercando di portare via il maggior numero di persone possibile ma non si tratta certo della soluzione al problema. Dovrebbe essere la politica a prendere in mano la situazione e cercare di risolverla definitivamente". A dichiararlo è l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, intervenuto a Trento al 14° Festival dell'Economia.
Interventi ormai quotidiani. A causa dei violenti scontri e del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza a Tripoli, gli interventi in Libia dell'Unhcr sono sempre più intensi. L'ultimo il 30 maggio: 149 persone tra rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili, provenienti da Eritrea, Somalia, Sudan ed Etiopia, sono state evacuate e trasferite a Roma. Molti di loro erano malnutriti e hanno necessitato di cure mediche. Tra loro, 65 minori di cui 13 di meno di un anno; uno è nato appena due mesi fa.
Il gruppo è stato trasferito dal Centro di Raccolta e Partenza dell'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dopo mesi trascorsi in condizioni disperate all'interno dei centri di detenzione in altre zone della città. Pochi giorni prima, un altro trasferimento: in quel caso, 62 rifugiati sono stati evacuati da Tripoli in direzione Timisoara (Romania), prima di proseguire il viaggio verso la Norvegia, che ha dato disponibilità all'accoglienza. La punta di un iceberg. Ma il problema rimane: i detenuti nei centri libici aumentano più rapidamente di quanti ne vengano evacuati: da inizio anno, mille rifugiati sono stati portati fuori dal Paese africano ma, nel solo mese di maggio, oltre 1200 persone sono state riportate indietro dalla guardia costiera libica, dopo essere state intercettate in mare.
Il nodo libico, per chi si occupa di rifugiati, è solo la punta di un iceberg le cui dimensioni non sono mai state così enormi: "Il numero ha ormai raggiunto i 70 milioni di unità - spiega Grandi - una cifra mai così alta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale".
Eppure, la dotazione economica a disposizione dell'Unhcr è di circa 3,5-4 miliardi l'anno, "per occuparsi di operazioni spesso costosissime perché si svolgono in aree di conflitto", ricorda l'Alto Commissario. Se lo sguardo si allarga a tutte le agenzie per gli interventi umanitari "la spesa è di circa 20-22 miliardi di euro l'anno, cifra irrisoria se paragonata a qualsiasi voce dei bilanci degli Stati, ad esempio, per le spese militari. Nel caso dell'Unhcr peraltro, si tratta di contributi volontari da parte degli Stati". Il pericolo che quindi i venti populisti e xenofobi che spirano in molti Stati ricchi riducano i fondi è reale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 giugno 2019
In Francia offrire cibo a chi ha fame, acqua a chi ha sete, coperte a chi ha freddo e un tetto a chi ne è rimasto privo sono attività sempre più rischiose. Da Calais a Dunkirk, chi aiuta migranti e rifugiati è preso regolarmente di mira dalle autorità. Nelle scorse settimane, qui e qui, abbiamo raccontato due di queste vicende, cui ora però Amnesty International dedica un intero rapporto. I volontari e le volontarie incontrati da Amnesty International nel corso della stesura del rapporto hanno descritto le intimidazioni, le minacce d'arresto e le violenze come "parte della giornata di lavoro".
Particolarmente inquietanti sono le segnalazioni di umilianti e insistenti perquisizioni di donne da parte di agenti di sesso maschile, così come le ricorrenti "promesse" di denunce per diffamazione nei confronti di chi osa segnalare i comportamenti contrari alla legge da parte della polizia. Tra novembre 2017 e giugno 2018 vi sono stati 646 casi di intimidazioni e violenza da parte della polizia francese. Quest'anno ne sono stati registrati almeno 72, ma il numero effettivo potrebbe essere più alto.
di Annalisa Camilli
Internazionale, 6 giugno 2019
Il primo giorno in Libia l'hanno presa a botte con un tubo di ferro. I carcerieri libici frustano gli uomini, se non pagano il riscatto: vogliono lasciargli i segni dei tagli sulla pelle come un marchio. Le donne invece le picchiano con dei tubi di ferro in modo da far rimanere solo degli ematomi. "Ci hanno chiesto ventimila dollari per liberarci, diecimila dollari ciascuno. Soldi che non avevamo. Questo è successo il primo giorno in cui siamo arrivati in Libia dal Sudan".
C'è un odore intenso nella veranda in cui Jamila ci accoglie nell'afa densa di Hamdallaye, un villaggio a 40 chilometri dalla capitale del Niger, Niamey. È l'odore inconfondibile dell'olio che le donne del corno d'Africa usano per tenere in ordine i capelli. Jamila è di origine somala, ha 23 anni, il volto incorniciato da una sciarpa nera, il vestito fiorato la avvolge fino alle caviglie, il volto ancora morbido di una donna giovane. Viene da una famiglia di allevatori al confine tra la Somalia e il Kenya, è scappata insieme a suo marito due anni fa per sottrarsi agli attacchi del gruppo terroristico Al Shabaab.
"Mio cognato era morto in un attentato, mio marito era stato minacciato, non volevamo morire anche noi. Siamo scappati una notte. Non potevamo più rimanere". Jamila scoppia a piangere molte volte mentre ricorda un viaggio che non avrebbe mai immaginato. "In Libia pensavo di morire: ero in un campo con altre mille persone e tutti i giorni vedevo persone morire per la tubercolosi o per le infezioni. I carcerieri prendevano i corpi e li gettavano nel deserto", ricorda.
"Decine di cadaveri sono stati buttati nella sabbia come sacchi. Quando vedi tutti i giorni cose così, non riesci più a pensare a nulla". Da quando è arrivata in Niger la tormentano i sogni, impedendole di dormire. Torna continuamente con la memoria a quei giorni dentro un centro di detenzione a Beni Walid. "Non potevamo pagare, non avevamo ventimila dollari, allora ci prendevano e ci portavano fuori dal centro sotto al sole, ci cospargevano di acqua e zucchero e ci lasciavano all'aperto per ore. Così gli insetti ci assalivano e il sole ci bruciava la pelle, poi ci gettavano addosso acqua fredda".
Gli occhi allungati di Jamila si chiudono come per respingere il ricordo, le lacrime scendono sulle guance. Dal terreno di sabbia rossa sale un'insopportabile arsura. È la stagione calda in Niger, le temperature toccano i quaranta gradi e un vento implacabile alza la sabbia e gonfia le vene delle tempie. "Se sei una donna in Libia la violenza sessuale è una certezza: ogni notte i carcerieri vengono a prendersi le donne che vogliono stuprare", racconta, mentre è seduta su un tappeto di rafia viola e verde. Un anno e quattro mesi è il tempo che Jamila ha passato in Libia: sempre in detenzione. La violenza che ha subìto non la vuole raccontare, le lacrime le segnano il volto, poi irrompe il silenzio. Quando torna a parlare, sembra riemersa da un'altra dimensione.
"Mio marito è riuscito a ottenere i soldi dai parenti, una colletta credo. Soldi che non avevamo. Così siamo stati liberati e ci hanno portati sulla spiaggia a Sabrata, dove eravamo pronti a imbarcarci per l'Europa". Ricorda la sensazione di sollievo quando ha capito che si sarebbero lasciati la detenzione alle spalle. Ma dopo qualche ora di navigazione a bordo di un gommone, una motovedetta della cosiddetta guardia costiera libica li ha fermati e li ha riportati indietro.
Jamila e suo marito sono stati trasferiti in un centro di detenzione governativo per altri sette mesi. "Ci davano da mangiare una volta ogni tre giorni, le persone si ammalavano, eravamo in tanti". È in quel centro che ha incontrato gli operatori dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) che hanno conosciuto il suo caso, le hanno fatto un'intervista e hanno capito che poteva rientrare nei programmi di trasferimento d'emergenza dei rifugiati verso il Niger (Emergency transit mechanism, Etm).
Ora le sue giornate passano lente: "All'arrivo a Niamey non riuscivo a dormire, mi tormentavano gli incubi, avevo continui flashback che mi portavano indietro a quello che avevo visto e vissuto in Libia". L'aria è densa, sono gli ultimi giorni del Ramadan: non ha bevuto né mangiato per tutto il giorno. Jamila sa che presto partirà per la Francia con un programma di reinsediamento: sarà tra le poche persone che riusciranno ad affrontare il viaggio per l'Europa in maniera legale dopo essere passata dall'inferno libico, senza doversi mettere ancora una volta nelle mani dei trafficanti di esseri umani. "Ora voglio solo dimenticare quello che mi è successo in Libia", dice, mentre osserva i passi di alcuni uomini eritrei che camminano davanti alla sua tenda. Le loro voci sembrano molto lontane. "Da quando sono partita non sono riuscita a comunicare con mia madre, mi manca, ma non so dove sia, né che ne è stato di lei".
Dal novembre 2017, dal Niger sono state trasferite 1.248 persone in paesi sicuri come il Belgio, il Canada, la Finlandia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, il Regno Unito e gli Stati Uniti con il programma Etm rivolto alle persone più vulnerabili, soprattutto eritrei e somali che hanno subìto torture e violenze nei paesi di origine e durante la loro permanenza in Libia. Da Tripoli sono state evacuate 3.612 persone, di queste 561 sono arrivate direttamente in Italia.
Numeri irrisori se si pensa che secondo l'Unhcr in Libia ci sono almeno 57mila profughi, quattromila dei quali già individuati dai funzionari dell'organizzazione internazionale che hanno un accesso limitato ai centri di detenzione gestiti dal governo di Tripoli. "Questo è un centro di transito", spiega Alessandra Morelli, rappresentante dell'Unhcr in Niger. "Qui arrivano le persone che sono state portate via dai lager libici: si fermano nel campo dai cinque mesi a un anno prima di riprendere il viaggio, questa volta legale verso l'Europa", continua.
"Quando le persone arrivano sono spesso sotto shock, poi piano piano riprendono a vivere". Il centro di transito di Hamdallaye è l'unico di questo tipo in tutta l'Africa, è nato proprio per permettere il trasferimento d'emergenza dei rifugiati dai centri di detenzione libici. Ma il governo nigerino ha accettato di accogliere al massimo 1.560 persone, così finché i rifugiati non sono trasferiti verso le destinazioni finali attraverso i canali umanitari, non è possibile trasferire verso il Niger altre persone dalla Libia, un paese martoriato da una guerra civile che va avanti dal 2011. Se le persone non partono dal Niger, non ne possono essere liberate altre dalla Libia. Questo meccanismo dipende quindi dalla disponibilità dei paesi considerati sicuri ad accogliere.
"Al momento nel centro ci sono seicento persone", spiega Morelli, romana con una lunga esperienza umanitaria alle spalle. "Per noi è molto difficile gestire le aspettative delle persone che sono in questo campo. I tempi del loro trasferimento dipendono dai governi che accettano i reinsediamenti. Garantire che ci sia almeno un volo al mese verso i paesi terzi sicuri consentirebbe di assicurare il funzionamento di un meccanismo salvavita", continua la rappresentante dell'Onu in Niger.
Dalla Libia è molto difficile evacuare le persone: non ci sono ambasciate se non quella italiana. Per questo i rifugiati sono portati in Niger prima di raggiungere l'Europa o il Nord America. "Purtroppo è trasferito solo chi è in una condizione di estrema vulnerabilità, quelli che hanno subìto le violenze peggiori", spiega la portavoce dell'Unhcr per l'Europa meridionale Carlotta Sami. "Non è una scelta, è proprio una questione di vita o di morte: nei centri libici non c'è acqua, non c'è cibo, non c'è accesso ai servizi sanitari. Anche salvare una vita sola vale tutta la complessità di questo meccanismo", conclude.
Dalla Libia per il momento possono essere trasferite solo le persone che sono riconosciute come altamente vulnerabili dall'Onu e che appartengono a un gruppo di sette nazionalità, quelle che per il governo di Tripoli possono ambire al riconoscimento della protezione internazionale: la Libia infatti non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951. "Il conflitto nel paese si sta inasprendo e la situazione sta peggiorando sia per i libici sia per i migranti: le persone continuano a partire, non hanno alternative. Muoiono in mare, oppure le intercetta la cosiddetta guardia costiera libica che le riporta indietro nei centri di detenzione", spiega Carlotta Sami.
Non ci sono canali per uscire dalla Libia, nemmeno chi vuole tornare a casa riesce a farlo, le persone rimangono di fatto intrappolate nel paese. "Solo a causa degli ultimi scontri, ci sono 82mila sfollati interni in Libia. Questa cifra dà un'idea della gravità della situazione". Nel 2019, tuttavia, sono state intercettate in mare 2.350 persone dalla guardia costiera libica, finanziata dal governo italiano e dai governi europei, che le ha riportate indietro, nei centri di detenzione.
Sulle trecento casette prefabbricate del centro di transito di Hamdallaye soffia un vento caldo, i rifugiati hanno tirato delle reti sopra ai tetti per creare un ricircolo di aria. Alcuni, nonostante l'afa, si sono raccolti in un cortile e si allenano con un maestro di taekwondo, Tommy. Quest'arte marziale è tra le più praticate in Niger e anche i rifugiati, dopo mesi di allenamento, ne apprezzano i benefici. "Tra i rifugiati ci sono delle promesse del taekwondo", assicura il maestro.
"Le lezioni, che si tengono due volte alla settimana nel centro, sono solo una delle attività offerte ai rifugiati, con l'idea che usino questo tempo di attesa per ricostruirsi, riprendersi da quello che hanno subìto", spiega Marzia Vigliaroni, responsabile della salute mentale e del benessere psicosociale per l'Unhcr. Le attività più importanti sono però quelle sanitarie e psicologiche. I rifugiati hanno in molti casi contratto tubercolosi, malattie dermatologiche e traumi fisici. E le ferite psicologiche sono ancora più insidiose.
"Incubi notturni ricorrenti, flashback quotidiani in cui si rivivono gli eventi traumatici, dipendenza da alcol, depressione. Sono sintomi molto diffusi tra i rifugiati arrivati dalla Libia", spiega Vigliaroni. "Ma al di là del dolore e della sofferenza, troviamo spesso un profondo senso di colpa, legato al sentimento di impotenza per non aver evitato la violenza. Questo sentimento è diffuso soprattutto tra le donne che hanno subìto violenza". Il senso di colpa spesso impedisce soprattutto alle donne di raccontare tutto quello che hanno visto e vissuto, e quindi di liberarsene: "Da una parte si vergognano, temono che le famiglie possano disconoscerle e allontanarle, oppure in generale si sentono responsabili per quello che hanno subìto".
"Solo una volta una ragazza somala è riuscita a raccontarmi della violenza sessuale subita la prima volta che mi ha incontrato, perché ne aveva già parlato con sua madre. Le parole tranquillizzanti della madre l'avevano aiutata a raccontare", spiega l'operatrice. Sugli uomini le torture sessuali diventano ferite ancora più profonde e segnate dallo stigma, e anche in questo caso è molto difficile per queste persone anche solo raccontare quello che hanno subìto: "In un anno e mezzo in Niger abbiamo seguito l'80 per cento delle persone che sono passate dal centro. Normalmente in una popolazione rifugiata, ce n'è sempre una parte enorme che ha bisogno di un accompagnamento psicologico, ma nel caso della Libia abbiamo proporzioni impressionanti, senza precedenti nella mia esperienza", confessa Vigliaroni, che vive da sette anni in Niger e ha lavorato anche nella Repubblica Centrafricana.
"Pensavo di avere ascoltato storie di violenza indicibile, ma sono niente in confronto alle storie che sto ascoltando dalle persone che fuggono dalla Libia. E sia chiaro: le persone che sono più povere, quelle che non hanno soldi per pagare il riscatto, sono quelle che sono sottoposte alle violenze più brutali".
"La storia a cui sono più legata è quella di una ragazza che è partita a 16 anni. Lungo il viaggio è stata ripetutamente violentata, una sua amica è morta tra le sue braccia a causa delle violenze, lei è rimasta incinta. Nel momento in cui ha dato alla luce suo figlio, frutto dello stupro, ha provato a togliersi la vita. Poi l'hanno portata in Niger. Ha fatto un percorso incredibile su se stessa, una volta arrivata qui", racconta Vigliaroni. Ora, dopo una lunga attesa, è riuscita a raggiungere finalmente l'Europa.
L'Unione europea e l'Italia sono state denunciate alla Corte penale internazionale per "crimini contro l'umanità" il 3 giugno 2019 per aver adottato politiche di deterrenza totale, aver sospeso le missioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale e aver affidato alla guardia costiera libica il compito di intercettare i migranti in fuga dalla Libia e riportarli indietro nel paese in guerra. La denuncia è stata presentata dal giornalista Juan Branco e dall'avvocato Omer Shatz. L'esposto di 245 pagine accusa numerosi politici italiani ed europei tra cui l'ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni e l'ex ministro dell'interno Marco Minniti di aver "sacrificato la vita dei migranti in difficoltà in mare con l'unico obiettivo di dissuadere gli altri in situazioni simili dalla ricerca di un rifugio sicuro in Europa". Il tribunale internazionale dell'Aja dovrà decidere se aprire un fascicolo in seguito alla denuncia.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 6 giugno 2019
Adrian Zenz, un antropologo tedesco, ha fatto un lavoro straordinario per rivelare la portata del programma di detenzione di massa, di sorveglianza hi-tech e di creazione di campi di internamento nella regione dello Xinjiang. Con la Cina ci sono seri problemi di statistica. Nonostante il governo di Pechino raccolga quantità enormi di dati sulla vita dei cittadini, per lo più a scopo di controllo, questo tesoro di Big Data non è trasparente e non sempre è reso pubblico correttamente. Per non dire di ciò che viene tenuto nascosto.
Informazioni accurate, quindi, devono trovare canali diversi da quelli controllati dal Partito Comunista Cinese per venire alla luce. Piuttosto straordinario è il lavoro fatto da Adrian Zenz, un antropologo tedesco, per rivelare la portata del programma di detenzione di massa, di sorveglianza hi-tech e di creazione di campi di internamento nella regione dello Xinjiang. Un'operazione di polizia finalizzata a frustrare la società e le tradizioni turco-musulmane della popolazione uigura maggioritaria nella provincia. Un po' come Pechino ha fatto in Tibet.
Da un piccolo ufficio nelle vicinanze di Stoccarda - ha raccontato il Wall Street Journal - Zenz si è assunto il compito di cercare documenti cinesi, ufficiali e non, che chiarissero la portata dell'operazione repressiva contro gli Uiguri, che fino ai primi mesi del 2018 Pechino ha negato esistesse.
I suoi primi risultati, basati su documenti di Stato, su budget di intervento e testimonianze dirette, lo portarono a calcolare che le autorità avessero internato tra centomila e un milione di cittadini dello Xinjiang. Solo a quel punto, quando Zenz è stato sentito dal Congresso americano e dal Parlamento canadese e dopo che le sue stime sono state portate alla Nazioni Unite, Pechino ha ammesso l'esistenza dei campi. Ma per dire che si trattava di un modo innovativo per contrastare il terrorismo islamico.
Il lavoro di Zenz è poi continuato, raccogliendo rapporti stilati da giornalisti giapponesi, nuove testimonianze e studi di altri ricercatori, come quello di uno studente cinese a Vancouver, Shawn Zhang, che ha incrociato documenti ufficiali sulla costruzione dei campi con immagini da Google Earth e ha individuato 66 centri di detenzione.
Lo scorso marzo, Zenz ha testimoniato alla sede di Ginevra delle Nazioni Unite e ha alzato la stima degli internati a un milione e mezzo. "Molto del lavoro non è emotivo, trattando dati - ha detto Zenz al Wall Street Journal - Ma ci sono stati momenti in cui ho pianto". La statistica al suo meglio.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 6 giugno 2019
Feroce repressione della giunta militare: i corpi ripescati nel Nilo. Con oltre cento persone uccise si aggrava sempre di più il bilancio di sangue degli scontri tra i militari e le organizzazioni della società civile sudanese. Dopo la deposizione del presidente Omar Bashir, avvenuta l'11 aprile scorso, la popolazione guidata principalmente dallo Spa (Associazione dei professionisti sudanesi) non ha mai smesso di occupare le piazze della capitale Karthoum, da settimane erano in corso trattative con l'esercito per concordare un periodo di transizione che avrebbe portato il paese verso elezioni democratiche.
I negoziati, almeno nelle intenzioni, prevedevano un lasso di tempo di tre anni durante i quali il governo sarebbe stato gestito dai esponenti non militari. Lunedì però si è verificato un radicale cambio di rotta. I generali, attraverso una dichiarazione del leader, Abdel Fattash al- Burhan, hanno fatto sapere che ogni dialogo sarebbe stato interrotto e che si sarebbe tornati alle urne entro nove mesi, immediatamente dopo è iniziata una violenta repressione.
Ieri la BBC ha aggiornato la macabra contabilità dei morti parlando di almeno 60 vittime, il doppio rispetto solo a due giorni prima. Secondo moltissime testimonianze dei manifestanti la repressione è stata affidata ai famigerati gruppi paramilitari dei Janjaweed, che si distinsero per la loro efferatezza già durante il conflitto in Darfur nel 2003. Questa milizia è poi stata integrata nelle Forze Armate sudanesi come forza di intervento rapido. Uno dei suoi compiti, ad esempio, è quello di bloccare i migranti che tentano di arrivare il Libia. Dietro la mossa dei militari si nasconde probabilmente il tentativo da parte del vecchio apparato di mantenere intatto il suo potere. Bashir era ormai diventato impresentabile e la sua destituzione appare ora come un "male necessario" per conservare l'equilibrio preesistente. In questo contesto un reale protagonismo popolare riformatore non trova evidentemente spazio.
Un ragionamento rilanciato anche da diversi osservatori come l'analista ed ex ambasciatore britannico in Sudan, Rosalind Marsden il quale parlando al Newsday della BBC, ha argomentato che le elezioni anticipate "avrebbero semplicemente spianato la strada a gran parte del vecchio regime per tornare al potere". I militari inoltre possono contare su un contesto internazionale frammentato. Nonostante Regno Unito e Germania abbiano diffuso una bozza di dichiarazione al Consiglio di sicurezza dell'Onu che condanna la morte di civili e sollecita i militari e i manifestanti a "continuare a lavorare insieme" verso una soluzione, Cina e Russia hanno subito respinto ogni tentativo di mettere in pratica misure concrete.
estense.com, 5 giugno 2019
Il generale dei Carabinieri Antonio Labianco, attuale assessore alla sicurezza per il Comune di Cento, è stato nominato "esperto" del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. L'incarico, assegnato a seguito di pubblicazione di un bando per titoli nei quali ha particolarmente influito l'oltre quarantennale esperienza quale ufficiale dei Carabinieri con diversificati incarichi ed in varie zone d'Italia ed all'estero in organismi internazionali, consiste nel fornire una propria consulenza al presidente garante Mauro Palma nelle attività di monitoraggio e consulenza nei luoghi di privazione della libertà personale, in particolare istituti penitenziari e caserme delle forze di Polizia statali e locali, per il rispetto dei diritti umani in ossequio alle normative statali ed alle dichiarazioni dell'Onu.
di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2019
Viganò: "Forse chi ha tratto più beneficio da questa esperienza siamo proprio noi". Ogni contatto lascia una traccia. E quelli avuti dalla Corte Costituzionale nel suo viaggio nelle carceri lasciano "una consapevolezza nuova, e assai più precisa, del significato che le nostre decisioni future avranno nella vita di persone in carne e ossa".









