di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 giugno 2019
Il prossimo 22 ottobre i giudici dovranno decidere sul divieto di accesso ai benefici. Oltre all'avvocato Vianello, difensore dell'ergastolano Cannizzaro, fra le parti ammesse c'è anche nessuno tocchi caino, che denuncia il carattere crudele, inumano e degradante della misura.
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 5 giugno 2019
"La legalità è precondizione irrinunciabile di qualsiasi cammino di realizzazione del cittadino. Giustizia e legalità sono due componenti essenziali per esercitare una cittadinanza attiva, consapevole e proficua. L'università, così come la scuola, in quanto basilari istituzioni educative, culturali e arene dove si sperimenta la passione per la conoscenza e per il confronto tra le idee, possono e devono svolgere un ruolo decisivo in questo sforzo di diffusione tra le nuove generazioni dei valori della solidarietà, della responsabilità sociale, del rispetto, dell'uguaglianza: principi che costituiscono la fedele e concreta attuazione della nostra Carta Costituzionale".
di Sergio Segio
Il Manifesto, 5 giugno 2019
La parola chiave è "domani": prima lavorare gratis, poi, chissà. Intanto, spazi e manodopera gratis: e lo chiamano libero mercato. Il carcere è fabbrica ma chi ci vive non ha riconosciute la dignità e le prerogative del lavoratore. "Viaggio nelle carceri": così si chiama il programma di visite deciso dai giudici della Corte costituzionale per illustrare ai reclusi principi e lettera della Carta.
di Marzio Breda
Corriere della Sera, 5 giugno 2019
Ha dettato il durissimo aut aut di Ermini. Per il Colle va rivisto il sistema delle nomine. "O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti". L'aut aut pronunciato ieri al plenum straordinario del Csm dal vicepresidente David Ermini ricalcava parola per parola ciò che nel fine settimana gli aveva raccomandato l'uomo che di quest'organo ha - a norma di Costituzione - la guida: Sergio Mattarella.
Definirlo "sconcertato e molto contrariato" per il mercato delle toghe emerso dall'inchiesta di Perugia rientra tra gli eufemismi tipici del Quirinale, e va tradotto in scandalizzato e peggio. La crisi, infatti, è senza precedenti e, dopo le dimissioni a catena di cinque consiglieri coinvolti nel caso Palamara, avrebbe secondo qualcuno potuto perfino sfociare in un autoscioglimento dello stesso Csm. Di fronte a una ferita così "grave, anzi, gravissima", per il momento si è scelto di intervenire attraverso gli strumenti di cui si dispone a Palazzo dei Marescialli: cioè elezioni suppletive di quanti si sono autosospesi. È chiaro però che il quadro emerso finora impone un ripensamento profondo sui criteri seguiti finora per le nomine ma anche sul peso politico (e non solo) che le correnti interne alla magistratura esercitano.
Che cosa è emerso di tanto patologico da gettare nell'inquietudine Mattarella? Un'ipotesi di vaste collusioni, passate attraverso "la inspiegabile" accelerazione che si voleva imporre alla nomina del successore di Giuseppe Pignatone al vertice della procura di Roma.
Un blitz che avrebbe dovuto sollevare dubbi fin da certi salti istruttori, come la mancata audizione dei candidati a quel ruolo. Basta pensare che in città come Torino, dov'è andato da mesi in pensione Armando Spataro, risultano ancora sguarnite analoghe posizioni senza che nessuno se ne sia preoccupato granché. Qui invece si voleva correre e per fortuna la svolta lampo è stata scongiurata. Come andrà a finire non lo sa nessuno.
Neppure il presidente della Repubblica e capo del Csm, consapevole che può accadere di tutto e che potrebbe anche affiorare un nome nuovo, per una poltrona dal peso politicamente così sensibile. Si sa solo che i tempi del confronto sono destinati ad allungarsi. Del resto, in questo clima non è possibile procedere ad alcuna nomina perché scatterebbe subito la rincorsa dei sospetti, visto che con le manovre spartitorie smascherate si voleva evitare una "continuità giudiziaria" alla procura della capitale.
Uno scenario che sta lesionando l'immagine della magistratura. Così la pensa Mattarella, turbato all'idea che le soluzioni preconfezionate attraverso lotte fra correnti delle toghe (degenerate in centri di potere sui quali tentano d'interferire i partiti) si sostituiscano al metodo del confronto aperto e comparativo. Quando la situazione si sarà decantata il presidente si farà sentire. A modo suo, che non somiglierà certo alle ruvidezze di Cossiga verso i magistrati.
Ricordate? Una trentina d'anni fa il picconatore minacciò addirittura di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli per bloccare un'iniziativa "politica" contro l'allora premier Craxi, "approvando con un ordine del giorno non concordato una sorta di sfiducia nei suoi confronti". Era il culmine di tanti scontri e anomale autoconvocazioni cominciati con la cosiddetta "guerra dei cappuccini": 27 milioni di spesa annua per questo genere di conforto rivendicato dalle toghe.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 5 giugno 2019
Se la nomina del capo della più importante Procura d'Italia viene discussa in presenza di un parlamentare imputato di quella stessa Procura, significa che aver smarrito ogni bussola.
L'accorato allarme del vicepresidente David Ermini al plenum straordinario del Consiglio superiore della magistratura arriva direttamente dal Quirinale. "Gli eventi di questi giorni hanno inferto una ferita profonda e dolorosa; o sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi, o saremo perduti", ha detto.
È ciò che pensa il capo dello Stato, che guida l'organo di autogoverno e nell'ultima settimana ha assistito con grande preoccupazione alle trame politico-consiliari emerse dall'inchiesta per corruzione sul conto di un magistrato ex componente del Consiglio. Preoccupazione e allarme pienamente giustificati, perché certi comportamenti mettono in discussione la credibilità dell'istituzione che governa, in maniera autonoma e indipendente come previsto dalla Costituzione, la magistratura italiana.
Cioè la categoria chiamata ad applicare le leggi, a cui ogni giorno si rivolgono decine di migliaia di cittadini che chiedono e pensano di poter avere giustizia. Mettere in crisi quell'istituzione significa mettere in crisi uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato democratico; dare l'idea che i giudici e chi ne gestisce le carriere, anziché rispondere solo dalla legge e alle regole scritte e non scritte dell'autogoverno, si adeguano anche a voleri e richieste che arrivano da altre entità, o sono frutto di accordi sottobanco, vuol dire incrinare un rapporto di fiducia. Che forse scricchiola già da tempo, ma di fronte a certe evidenze rischia di rompersi definitivamente.
Qualcuno, dentro un Csm in cerca di riscatto che ieri ha avuto una prima reazione, ha evocato lo scandalo della P2 che coinvolse anche quell'organismo. I rapporti incestuosi con poteri esterni, che siano la politica, qualche congrega occulta o anche solo semplici combriccole a sostegno di brame personali o soluzioni di problemi privati, rappresentano un inquinamento che può rivelarsi fatale.
Tanto più se, una volta venuto alla luce, non si attivano anticorpi efficaci, celeri e credibili. La vicenda penale in cui è rimasto invischiato qualche magistrato farà il suo corso, ma indipendentemente da come finiranno l'inchiesta e i processi si stagliano davanti agli occhi di tutti episodi di malcostume che lasciano attoniti. A parte regalie e favori, da cui chi amministra giustizia o gestisce il sistema giudiziario dovrebbe comunque restare estraneo, è il sistema in sé che si mostra permeabile a giochi e interessi inconfessabili.
Come pure è stato detto ieri in quella sorta di seduta di autocoscienza interna al Csm, se la nomina del capo della più importante Procura d'Italia viene discussa in presenza di un parlamentare imputato di quella stessa Procura, significa aver smarrito ogni bussola. È il segno tangibile di una "questione morale" tra le toghe di cui forse nemmeno si rende conto fino in fondo. Invece, proprio per la gravità del momento richiamata dal presidente della Repubblica, si attende ora una prova di responsabilità da parte di tutta la categoria, a cominciare dagli organi istituzionali e di rappresentanza, che porti a risposte rapide e convincenti. Per i cittadini, prima di tutto. Ciò che negli ultimi decenni la magistratura ha chiesto per la politica compromessa, e cioè condotte e reazioni di rottura senza aspettare l'ultimo verdetto dell'ultimo giudice, dovrebbe ora avere la forza di applicarlo a se stessa. Prima che ci pensi qualcun altro, ad esempio la politica, per regolare vecchi conti in sospeso.
di Ketty Volpe
articolo21.org, 5 giugno 2019
I detenuti scrivono sui muri segni e parole. Lasciano messaggi criptati, frasi semplici e pensieri elementari. Cuori con nomi e anelli inanellati d'amore giurato, d'amore tradito, d'amore ucciso. Disegni di case con finestre aperte, fiori e uccelli che volano. È una comunicazione, il più delle volte, nascosta, per dire di esserci o di essere transitato per quella cella.
Tra il nudo e il vestito esperienze di vita indelebili. Per non dimenticare ne scrivono su pelle. Tatuaggi, come scrittura sul corpo, per dire di sé e non dimenticare di amori e pene patite in galera. Come biglietti da visita su lembi di pelle. Al gomito, al braccio, sul fondo schiena e, visibilmente, sulla fronte, sul collo, dietro l'orecchio e di lato all'occhio. Sugli occhi due tipi di tatuaggio, sono simboli che li identificano come carcerati o ex detenuti.
Una simbologia che trasmette messaggi, codici e pensieri pesanti. Quattro punti tatuati ai lati degli occhi stanno per non vedo, non sento, non parlo. Una lacrima tatuata a fianco dell'occhio significa che chi se l'è fatta fare è stato in carcere per omicidio.
Una corona di filo spinato, tatuata sulla fronte, simboleggia una condanna all'ergastolo senza possibilità di libertà vigilata. Tre teschi sull'anulare stanno per gli omicidi compiuti dal detenuto. Ogni punta di una stella rappresenta un anno passato in carcere. Una croce può indicare una predisposizione per il bondage o per il masochismo.
Alcuni tatuaggi vengono imposti con la forza come avvisi o come punizione. I violentatori vengono marchiati con una spada tra la scapola e il collo. I carcerati se ne facevano e se ne fanno rudimentalmente in cella, sulla propria pelle e su quella dei compagni di detenzione. Pur di scrivere con indelebili segni, nomi, figure e disegni, tra verità, metafore e mezzi sogni, osano, i detenuti, tanto, da rischiare grossi danni per la salute. Nella Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia, proprio per scongiurare eventuali rischi di infezioni, nel 2002, fu avviato un laboratorio di tatuaggio con l'hennè, ma, anche, per utilizzare, proprio il tatuaggio come elemento di raccordo con i reclusi.
L'iniziativa prendeva corpo dall'esigenza di trasmettere consigli e suggerimenti di giusta precauzione nel fare, in carcere, il tatuaggio. Ne fu tirato anche un opuscolo con le informazioni utili, a cominciare dalle condizioni igienico-sanitarie, indispensabili, per sottoporsi a un tatuaggio in cella. L'idea era quella di trasmettere, i suggerimenti, nei vari istituti di pena, dove rimane, sempre, in uso fare e farsi fare il tatuaggio.
Chi si tatua sceglie di dire sulla propria pelle qualcosa di personale. C'è una vera e propria grammatica simbolica ricca di segni. La libertà del carcerato sta proprio nella scelta del tatuaggio che si fa, o si fa fare e mostra o, a seconda, nasconde. Gli ex detenuti, i galeotti, portano evidenti segni di tatuaggi che svelano un'appartenenza.
Sono segni di riconoscimento diversi da altri tatuaggi, che pure oggi, sono in voga e scelti dai giovani e non. Qualche anno fa, a testimonianza della fede attraverso i tatuaggi, una raccolta di frasi e immagini religiose sulla pelle dei detenuti nel libro "Cristo dentro" per i tipi Itaca editore, prefazione di Papa Francesco, nel racconto di Francesca Sadowski, Eugenio Nembrini e le foto di Pino Rampolla.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 5 giugno 2019
"È il momento più drammatico della storia del Csm, assimilabile allo scandalo P2". Non usa mezzi termini Giuseppe Cascini, membro togato di Area, il gruppo di cui fa parte Magistratura democratica (Md). Il suo è l'intervento più duro del plenum di ieri, convocato per affrontare le conseguenze dell'inchiesta della procura di Perugia che vede indagato l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara e coinvolti cinque consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Uno di loro, Luigi Spina, indagato anch'egli, si è dimesso, gli altri si sono autosospesi. "Cascini ha ragione, ora bisogna ascoltare la richiesta di trasparenza che viene dalla base della magistratura", sostiene Riccardo De Vito, che di Md è il presidente.
Dottor De Vito, la vicenda è sconcertante: politici come Luca Lotti, indagato dalla procura di Roma, che incontrano consiglieri del Csm e l'ex presidente dell'Anm per decidere chi nominare a capo di quella stessa procura...
Al di là delle responsabilità penali individuali, sulle quali vale la presunzione di non colpevolezza, colpisce la trasformazione dell'autogoverno della magistratura in etero-direzione. Non si tratta di "mele marce", c'è una vera questione morale: la nomina dei dirigenti mediante accordi tra esponenti della magistratura e una parte della politica, di ogni colore, interessata ad aggirare l'indipendenza della giurisdizione. Per fortuna c'è una reazione corale della magistratura di base che chiede le dimissioni delle persone coinvolte con responsabilità istituzionali. Una reazione importante, perché viene da quei magistrati che ogni giorno difendono con il lavoro il valore dell'autonomia, venendo a volte attaccati proprio per la loro indipendenza.
Emerge un intreccio tra pezzi del Pd renziano e parti di due correnti delle toghe: quella di destra, Magistratura indipendente, il cui leader Cosimo Ferri è ora deputato del Pd, e quella di centro, Unità per la Costituzione...
Si delinea un consociativismo patologico che lega magistrati, politici e, nel caso di Ferri, politici ex magistrati interessati alla gestione della magistratura. Il contrario del progetto costituzionale di autogoverno: siamo a una politica di basso profilo, di pura gestione e spartizione interessata, opaca. E fatta, chiaramente, in luoghi opachi.
Il ruolo di capo delle procure è così al centro delle attenzioni da quando la riforma voluta da Berlusconi ha ridisegnato in modo gerarchico le procure, giusto?
È chiaro che la nomina negoziata dei dirigenti delle procure scaturisce dalla struttura ordinamentale che concede molti poteri al capo in assenza di un effettivo sistema di controllo. Se ne può uscire in due modi: o consegnando alla politica il controllo dei pm, come sento riemergere nei discorsi sulle priorità decise dalla maggioranza e sulla separazione delle carriere, oppure cercando seriamente gli anticorpi per adeguare la realtà di fatto a quella voluta dalla Costituzione, grazie alla consapevolezza della propria autonomia dei magistrati.
A proposito dei discorsi in voga: un evergreen è l'attacco alle correnti, tutte indistintamente. E tornano a farsi sentire le proposte di nominare il Csm tramite sorteggio...
Vicende come queste spalancano le porte all'attacco ai gruppi associati della magistratura e al principio di rappresentanza. Sono assolutamente contrario al sorteggio, ma so che molti magistrati con la schiena dritta pensano che sia l'unico sistema per evitare riforme volte a codificare quello che ora è patologia, cioè l'etero-direzione: con loro bisogna confrontarsi.
Ma voi di Md restate contrari...
Esatto. Per molti motivi: oltre a tagliare le gambe al principio di rappresentanza e controllo degli eletti, non garantirebbe che i "cani sciolti" non venissero poi "accalappiati" dalla politica. La tracotanza e l'ingerenza della politica hanno trovato terreno fertile non nella forza della correnti, ma nella loro debolezza politico-culturale, come giustamente ha ricordato Cascini al plenum. Questa vicenda mostra cosa accade quando le correnti si concentrano sulla gestione della corporazione.
Cosa deve succedere ora?
Una risposta unitaria, come ha fatto l'assemblea dell'Anm milanese. Non è il momento delle divisioni, ma dell'autocritica e della necessità di restituire con immediatezza la rabbia e il disagio dei colleghi. E poi servono cambiamenti, come il ridimensionamento del ruolo dei dirigenti. E non solo. La temporaneità degli incarichi direttivi ha finito per trasformarsi nel grimaldello per la costruzioni di carriere, così come i parametri di accesso alla dirigenza sono diventati medaglie che hanno incentivato il carrierismo. E una magistratura a caccia di poltrone diventa ricattabile.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 giugno 2019
Drammatico appello di Ermini ieri al plenum sul caso Palamara. Era il 1992. Sono passati ventisette anni. In mezzo Tangentopoli, il conflitto fra Berlusconi e i magistrati, il protagonismo anche politico di tanti pm. Però, quel quarto di secolo abbondante ha un punto d'inizio: Milano. Fa dunque pensare il fatto che lunedì sera sia stata proprio la sezione Anm del capoluogo lombardo a formalizzare, al temine di un'assemblea incredibilmente affollata, il riconoscimento di una "questione morale" all'interno della magistratura.
È con questo macigno psicologico e, appunto, morale sulle spalle che inizia il plenum del Csm più pesante nella storia dell'autogoverno. Peso che vibra nelle parole del vicepresidente David Ermini: basta con le "degenerazioni del correntismo: o sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti". E il riscatto, secondo Ermini, passa per l'addio alle "logiche spartitorie" nell'assegnazione degli incarichi, che devono essere "messi al riparo da interessi esterni".
Un discorso così coraggioso che a riconoscerne il valore, nel dibattito subito apertosi ieri pomeriggio, sono tutti: togati e laici. A cominciare dalla consigliera magistrata, Alessandra Dal Moro, a cui l'intero plenum affida una dichiarazione congiunta, che in sé rappresenta un piccolo spiraglio: l'onda nera del caso Palamara e della cena con Lotti rappresenta un "tragico epilogo della degenerazione" dell'associazionismo giudiziario, a cui si risponde con "percorsi di riforma e di autoriforma".
Sia il vertice che il cuore dell'assemblea danno vita dunque a una seduta aperta all'autocritica e a propositi di rinnovamento. Un atto di "responsabilità", parola che risuona spesso, in tutti gli interventi, e che ha due matrici. La prima viene dal Colle. Il discorso di Ermini è fortissimo, di una intensità senza precedenti almeno nella storia delle ultime consiliature, e ha ottenuto la piena approvazione di Sergio Mattarella, presidente anche del Csm. La seconda chiave decisiva è nel passo indietro dei togati colpiti dalle indagini o solo dall'uragano mediatico.
Sono definitive le dimissioni di Luigi Spina, acquisite formalmente ieri, l'ormai ex consigliere di Unicost indagato, con Luca Palamara e Stefano Fava, dai pm di Perugia. Si autosospendono altri tre componenti togati: oltre ai consiglieri di Magistratura indipendente Corrado Cartoni e Antonio Lepre, anche a due colleghi neppure citati nei retroscena. Uno è Paolo Criscuoli, anche lui di "Mi" come i due magistrati (Cartoni e Lepre) "accusati" di aver visto a cena Cosimo Ferri e Luca Lotti, e parla di "un pericoloso clima di caccia alle streghe".
L'altro è Gianluigi Morlini, di "Unicost" come Spina e Palamara e soprattutto ormai ex presidente della quinta commissione, l'organismo ristretto del Csm deputato alle nomine e teatro della discussione da cui si è sprigionato il terremoto, quella relativa al futuro procuratore di Roma. Mai nulla del genere si era verificato. Mai la magistratura italiana era stata devastata da un sisma così violento - e sempre più assimilabile, anche in queste drammatiche autoesclusioni, a quella stagione di Mani pulite in cui proprio i magistrati ebbero ben altro ruolo. Lo sa bene Ermini, che apre una seduta destinata a segnare il futuro dell'organo di autogoverno, al di là della parziale attenuazione dello scontro fra i diversi gruppi in Consiglio.
"Gli eventi di questi giorni hanno inferto una ferita profonda e dolorosa alla magistratura e al Consiglio superiore", dice il vicepresidente, "che senza una forte assunzione di responsabilità perderà irrimediabilmente la sua credibilità". Tradotto: basta degenerazioni correntizie, basta "appartenenze" che prevalgono sulla funzione del Consiglio, che "è e deve essere la nostra sola casacca, altre non ne abbiamo" ; e ancora, ciascuno "tenga conto dell'esempio che proviene dal Capo dello Stato", citato da Ermini non a caso.
E, per arrivare al sodo, si faccia in modo che "le nomine seguano il rigoroso criterio cronologico" senza raggrupparle in modo da indurre "il sospetto di essere state compiute nell'ambito di logiche spartitorie". Niente "preventivi accordi" anche su "uffici" come la Cassazione, terreno dove più tipicamente si attua la pratica delle nomine "a pacchetto".
Fino all'affondo durissimo che Ermini rivolge alle correnti: siano "luogo di impegno civico e laboratorio di idee valori, di dibattito sulla giustizia", ma basta con i "giochi di potere" e i "traffici venali di cui purtroppo è evidente traccia nelle cronache di questi giorni". L'appello del vicepresidente a una reazione "chiara e rapida" viene colta da tutti. Aiuta a distendere gli animi la scelta di affidare la dichiarazione congiunta di tutti i togati e di tutti i laici a chi, come Dal Moro, proviene dal gruppo di Area, quello passato dalla minoranza in molte decisioni all'attuale "posizione di forza" perché estraneo, finora, all'indagine di Perugia e alla scena velenosa allestita dai retroscena.
Nel documento letto da Dal Moro si apprezza anche la "dignitosa scelta" delle dimissioni o dell'autosospensione compiuta da Spina e dagli altri. Ma la tenuta della tregua armata tra le correnti dovrà reggere intanto alla prova del direttivo dell'Anm convocato per oggi, in cui proprio la componente progressista potrebbe uscire dalla giunta unitaria e provocare lo "scioglimento anticipato" dell'attuale "parlamentino".
La concorrenza si riproporrà a breve nelle elezioni suppletive da cui verrà il nome del sostituto di Spina. Il capogruppo di Area Giuseppe Casini, nel plenum di ieri, si associa ai propositi di "autoriforma" ma non si trattiene dal denunciare la "smania di potere" che ha prevalso sulle stesse "correnti", ormai "deboli come altri corpi intermedi".
A parlare per "Mi", gruppo dell'attuale leader dell'Anm Pasquale Grasso e messo in difficoltà al pari di Unicost da cui proveniva Palamara, è Paola Braggion, che mette nel mirino però anche "attacchi, illazioni e critiche", e dà così idea di non voler accettare ogni retroscena come una sentenza di condanna irrevocabile. Se dev'essere diversa da Tangentopoli, la crisi del Csm dovrà almeno evitarne le sentenze anticipate.
di Antonio Giordano
livesicilia.it, 5 giugno 2019
La permanenza in carcere in condizioni di coma e il successivo ricovero sono al centro di una denuncia presentata questa mattina. Respira senza macchinari ma le sue condizioni restano critiche. È ancora ricoverato in terapia intensiva l'uomo catanese colpito da un ictus dentro il carcere di Floridia, in provincia di Siracusa, poco più di un mese fa. Il detenuto è rimasto in cella per dieci giorni prima di essere trasferito in ospedale. La permanenza in carcere in condizioni di coma e il successivo ricovero sono al centro di una denuncia presentata questa mattina dalla moglie del detenuto.
Il suo stato di salute è ancora critico, anche se l'uomo è stato staccato dal respiratore: di fatto, il catanese M.F. è stato svegliato dal coma in cui è stato tenuto in seguito all'ictus che ha avuto in carcere, ma per l'avvocato Alessio Di Carlo, che si occupa del suo caso per conto dell'Osservatorio per i diritti umani e dell'associazione Sicilia Risvegli, non si può ancora dire che sia fuori pericolo. Come raccontato da Livesicilia, l'uomo ha passato i primi dieci giorni di coma dentro la sua cella in compagnia di un altro detenuto, e solo dopo lo spostamento all'ospedale di Siracusa la sua famiglia ha potuto sapere che era ricoverato in terapia intensiva. Questo solo dopo essersi vista sbarrare la strada per più di un giorno da un piantone, senza la possibilità di vedere il proprio parente o di avere notizie sul suo stato di salute.
Proprio per fare chiarezza sui motivi di questa detenzione e sulle cure ricevute in carcere e in ospedale la moglie dell'uomo ha presentato, questa mattina, una denuncia alla procura di Siracusa. Come fa sapere ancora l'avvocato Di Carlo, la denuncia per il momento è contro ignoti, e mira a ottenere le relazioni di servizio del carcere di Floridia e la cartella clinica del catanese. L'obiettivo è di verificare se ci siano ipotesi di reato nel trattamento ricevuto dall'uomo nei giorni in cui è stato lasciato in cella e in quelli del ricovero ospedaliero.
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2019
Corte di Cassazione - Sezione I - Ordinanza 4 giugno 2019 n. 15254. In un caso di sottrazione internazionale di minori il bambino va ascoltato anche ai fini dell'eventuale radicamento all'estero se si è superato l'anno dalla partenza. Lo ha precisato la Cassazione con l'ordinanza 4 giugno 2019 n. 15254. Nel caso esaminato il padre chiedeva ai giudici il rientro immediato in Messico della figlia sottratta dalla madre e portata in Italia con un sotterfugio.
Una richiesta respinta dal tribunale dei minori. Contro questa decisione il padre è ricorso in Cassazione e ha ottenuto dai giudici di legittimità il rinvio della decisione al tribunale dei minori in diversa composizione perché la figlia non era stata ascoltata direttamente dai giudici ma solo dai servizi sociali.
I giudici della Cassazione con l'occasione hanno definito il seguente principio di diritto: "in materia di sottrazione internazionale di minore, l'ascolto del minore costituisce adempimento necessario ai fini della legittimità del decreto di rimpatrio ai sensi dell'art. 315-bis c.c. e degli artt. 3 e 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 (ratificata con l. n. 77 del 2003), essendo finalizzato, ex art. 13, comma 2, della Convenzione de l'Aja del 25 ottobre 1980, anche alla valutazione della sua eventuale opposizione al rimpatrio nella valutazione della integrazione del minore stesso nel suo nuovo ambiente, estremo ostativo all'accoglimento della domanda di rimpatrio che risulti esercitata, ex art. 12, comma 2, della medesima Convenzione, oltre l'anno".
- La giudice scrive a Salvini: "Espellete quei 4 stranieri prima del processo"
- Abruzzo: Garante dei diritti dei detenuti, finalmente la Regione accelera
- Diffamazione su Facebook, Corte Ue in panne
- Mobbing, il datore deve intervenire sulla causa del disagio psichico
- Nel casellario l'archiviazione per tenuità del fatto









