di Riccardo Luna
agi.it, 5 giugno 2019
Si chiama Joe Guerrero e dopo aver scontato una condanna di 7 anni per reati non violenti ha aperto un canale YouTube, "After Prison Show", che ha 1,2 milioni di iscritti ai suoi video quotidiani dove vende magliette e disegni di galeotti. Questo e altri canali simili hanno il merito di restituire umanità ad un mondo di persone che hanno sbagliato e cercano di reinserirsi.
"Questa è una storia di speranza. Di determinazione. Di ispirazione. Ma anche di divertimento". Sono parole di Joe Guerrero, 36 anni, il più improbabile influencer del web. È un ex carcerato: sette anni di galera, si è fatto, prima di aprire, nel 2015, un canale YouTube. Lo ha chiamato After Prison Show, lo spettacolo dopo la galera, e l'idea era di raccontare com'è la vita una volta che torni in libertà, i tentativi di reinserirti nella società, trovare un lavoro. Una specie di "Orange is the new black", la serie tv di Netflix. Ma vera.
Oggi il canale ha 1,2 milioni di iscritti, molti dei quali sono abbonati che pagano 4,99 dollari al mese per avere l'anteprima dei video che Joe Guerrero pubblica con regolarità quotidiana o quasi. Molti sono ironici, come quello che mostra il confronto fra quello che puoi mangiare in carcere spendendo un dollari o con dieci dollari (oltre due milioni di visualizzazioni in un anno). Ma il record di traffico lo ha fatto il video che ti insegna a parlare come un galeotto, lo slang del carcere, che è arrivato a tre milioni; battuto soltanto da quello in cui Joe racconta come il saper fare i tatuaggi gli abbia salvato la vita dietro le sbarre (oltre quattro milioni).
Negli ultimi giorni Guerrero si è dedicato a raccontare come giocare a poker, o come cucinarsi del cibo cinese, o fare i soldi in carcere. Ma ci sono anche storie molto meno allegre, come la serie che Guerrero ha dedicato ad un galeotto che è uscito dopo 40 anni di carcere per reati molto gravi. Il più importante però è il video pubblicato il 24 gennaio 2017 in cui Guerrero racconta perché è finito in carcere: in breve, perché lo hanno beccato con un po' di cocaina e una pistola che non aveva mai usato. Banalità, ma lui racconta quel giorno come fosse un film. Allora, stava guidando un'auto che non poteva guidare perché non aveva la patente, era della sua fidanzata, e la polizia lo ha inseguito perché stava parlando al telefonino con un tale che gli doveva sessanta dollari, "ci pensate? Ho fatto 7 anni di galera per 60 dollari?", e da lì sono partiti una serie di rocamboleschi inseguimenti che manco in una scena dei Blues Brothers.
Ma questo non era un film, Joe Guerrero si è fatto sette anni di carcere davvero, e oggi quel canale YouTube è il suo lavoro, pare guadagni più di 100 mila dollari l'anno: lo usa anche per vendere t-shirt griffate di After Prison e i disegni dei galeotti, come quelli di un certo Doug, che sta scontando 1800 anni di galera, avete capito bene, 1800, io non so cosa devi aver fatto per meritare 1800 anni di carcere e certo Doug non deve essere una bella persona. Ma il vero merito di After Prison e degli altri canali dedicati alla vita in carcere, è di restituire una umanità a questo mondo, di rendere più facile ricominciare daccapo. Perché anche a questo dovrebbero servire le pene.
di Nicoletta Tamberlich
ansa.it, 4 giugno 2019
Film documentario di Fabio Cavalli, speciale Tg1 il 9 giugno. In celle affollate, dove si fanno i turni per giocare a calcetto, dove la luce filtra obliqua attraverso le grate ingombre di panni, in corridoi dove braccia coperte di tatuaggi si allungano al di là dei chiavistelli, in quelli femminili in reparti appositi ci sono anche donne con bimbi piccoli di un anno, ma nelle celle di massima sicurezza anche chi stende il tappeto verso La Mecca.
di Marco Grasso
Il Secolo XIX, 4 giugno 2019
Il Garante nazionale dei detenuti lancia l'allarme: "Senza reinserimento le azioni politiche sono destinate al fallimento". "In cella c'è tutto ciò che non affrontiamo più. Dalle malattie mentali alla povertà, dalle dipendenze alle diseguaglianze".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 4 giugno 2019
La norma, brandita come una spada da Salvini per affermare una concezione privatistica della sicurezza, gli si è ritorta contro. Una sentenza ha affermato che è legittima la difesa destinata a tutelare il primo dei diritti umani: quello alla vita.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2019
Una missione, una sfida. Diventare "ambasciatori della legalità": 80 universitari della Luiss, guidati da 23 tutor, hanno incontrato in tutt'Italia gli studenti di venti istituti scolastici superiori, uno per regione. E quelli degli istituti penali minorili di Nisida e Casal del Marmo. In ogni scuola è nato un laboratorio su temi come la lotta alla corruzione e alla mafia, l'integrazione sociale, la cittadinanza attiva, la lotta al bullismo. Giovani e giovanissimi a discutere e progettare azioni concrete, a condividere idee, a confrontarsi sul modo di pensare e di reagire, a trovare una sintesi unitaria di valori e di cultura nonostante esperienze e identità differenti. Nato da un'idea di Paola Severino il progetto "Legalità e Merito", giunto alla seconda edizione, ieri ha visto la premiazione alla Luiss con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
camerepenali.it, 4 giugno 2019
Basta ipocrisie, è l'ordinamento giudiziario che va cambiato: separazione delle carriere e del Csm, riforma dell'obbligatorietà dell'azione penale. Nell'idea di processo dei penalisti mai posto per veline di polizia e linciaggi preventivi. La posizione della Giunta dell'Unione Camere Penali Italiane.
La diffusione indebita e sapiente di brandelli di notizie relative ad indagini giudiziarie in vario modo collegate alla imminente nomina dei vertici di alcune importanti Procure italiane, sta mandando in scena un avvilente spaccato della Magistratura italiana e dei suoi meccanismi di governo, ma anche un formidabile festival della ipocrisia nazionale.
Come è ovvio, i penalisti italiani non intendono partecipare al morboso dibattito su presunte responsabilità penali date in pasto al pubblico senza ritegno da regie occulte, che andrebbero esse per prime individuate e perseguite. Nella nostra idea del processo penale, non c'è posto per veline di polizia, intercettazioni telefoniche sbocconcellate fornite sottobanco ad una stampa famelica, e linciaggi preventivi. L'unica cosa positiva di questo spettacolo indecoroso è che esso aiuterà almeno a facilitare la comprensione di quale autentica devastazione può comportare, nella vita di una persona, anche solo una informazione di garanzia irresponsabilmente resa pubblica.
Ma è la cifra dell'ipocrisia quella che vogliamo denunziare in questa vicenda, grazie alla quale staremmo dunque scoprendo l'acqua calda, e cioè che le dinamiche sottese alla nomina dei vertici degli uffici giudiziari sono tutte interne a logiche correntizie e perciò stesso schiettamente politiche.
Ci si dovrebbe piuttosto interrogare sulla ragione per la quale queste guerre senza quartiere, che possono giungere perfino -come in questo caso- all'uso della indagine penale per determinarne gli esiti, riguardino sempre e solo gli assetti degli Uffici di Procura, ed assai meno quelli degli uffici giudicanti.
Si scoprirebbe allora che la ragione è la stessa per la quale i vertici della rappresentanza politica della Magistratura appartengono da decenni (con l'autentica eccezione del nuovo Presidente da poco eletto) a magistrati del Pubblico Ministero, pur rappresentando costoro poco meno del 20% della platea dei magistrati italiani.
È la titolarità dell'azione penale il cuore pulsante del potere giudiziario, quella azione penale che la nostra Costituzione si ostina a pretendere obbligatoria, ma che è da sempre talmente discrezionale da consentire di distinguere addirittura, e con quale drammatica virulenza, nientedimeno che una continuità "pignatoniana" dalla sua discontinuità.
Ora sarà più facile capire perché la magistratura italiana reagisce compatta e con tanta veemenza alla idea di separare le carriere e di affidare -come pure vuole quella legge di iniziativa popolare da noi propugnata- al Parlamento sovrano (che ne risponderà al corpo elettorale al più tardi cinque anni dopo) la individuazione dei criteri di priorità dell'esercizio dell'azione penale.
La ragione sta non nella difesa dell'autonomia e della indipendenza della Magistratura, che nessuno intende mettere in discussione, ma nella difesa della esclusività di un potere immenso e tutto politico che appunto risiede nella titolarità dell'azione penale, e che si vuole assoluto, incontrollato e tecnicamente irresponsabile.
Quando gli equilibri correntizi, dunque politici, funzionano, tutto sembra procedere per il meglio; quando quegli equilibri saltano, come oggi sta succedendo in modo clamoroso e catastrofico, si scopre l'esistenza di un'azione penale "pignatoniana" e una no, di un'azione penale a trazione fiorentina ed una a trazione palermitana, una azione penale perugina di un segno ed un'azione perugina di segno opposto. E che quelle differenze sono a tal punto decisive da meritare l'esplosione di velenose inchieste giudiziarie incrociate e di agende fitte di incontri con politici e parlamentari (e poi saremmo noi penalisti ad attentare alla indipendenza della magistratura dalla politica!).
Non ci appassiona sapere come andrà a finire questa storia, perché essa è già chiarissima, per chi la vuole capire. Occorre una radicale riscrittura dell'ordinamento giudiziario che, ferma e sacra la autonomia e la indipendenza della magistratura, separi inquirenti da giudicanti anche negli organi di governo della magistratura, rafforzando in essi in modo paritario la percentuale dei membri laici, e affidando al Parlamento, cioè ad un organo politicamente responsabile e rieleggibile, criteri e priorità dell'esercizio dell'azione penale. Questa proposta di riforma costituzionale è già in discussione in Commissione Affari Costituzionali, voluta dalle Camere Penali Italiane e sottoscritta da 72mila cittadini: forse ora sarà più semplice comprenderne l'importanza e la necessità.
La Giunta dell'Unione Camere Penali Italiane
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 4 giugno 2019
Sarà una seduta da resa dei conti. O forse sarà l'inizio della ricomposizione. In ogni caso il plenum previsto per le 16.30 di oggi si annuncia come il crocevia decisivo per il Csm. Con i rappresentanti di Magistratura indipendente Antonio Lepre e Corrado Cartoni pronti a difendersi e i togati di Area che potrebbero raccogliere le sollecitazioni, arrivate dal loro gruppo, che spingono addirittura per uno scioglimento del Consiglio superiore.
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2019
Ordinamento penitenziario - Misure alternative alla detenzione - Affidamento in prova al servizio sociale - Istanza - Valutazione - Soggetto pericoloso - Esclusione. La concessione della misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale per scopi terapeutici non è compatibile con l'accertata pericolosità sociale del richiedente. Nel caso in esame il giudizio negativo di inidoneità della misura richiesta si è fondato sull'accertamento di una radicata dedizione al crimine del soggetto condannato, aggravata dallo stato di tossicodipendenza, dall'insuccesso delle misure alternative cui aveva avuto accesso in precedenza e dalla natura delle frequentazioni personali.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 24 maggio 2019 n. 23120.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Affidamento in prova in casi particolari - Tossicodipendente - Persistenza della pericolosità sociale - Rigetto dell'istanza - Legittimità - Fattispecie. L'affidamento in prova per fini terapeutici, dovendo assicurare la prevenzione dei reati, non può essere concesso al condannato tossicodipendente ritenuto attualmente pericoloso, atteso che il programma terapeutico postula la collaborazione del soggetto interessato, negata in radice dalla sua stessa condizione di persona pericolosa. (Fattispecie nella quale la pericolosità sociale è stata desunta dai precedenti penali per il reato di associazione di tipo mafioso ed altri gravi reati, nonché dalle informative negative della polizia giudiziaria in merito ai persistenti legami con un sodalizio criminale).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 22 ottobre 2018 n. 48041.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Affidamento in prova per ragioni terapeutiche - Condizioni - Probabile conseguimento delle finalità del programma terapeutico - Valutazione rimessa all'autorità giudiziaria - Criteri. In tema di affidamento in prova al servizio sociale, richiesto per ragioni terapeutiche a norma dell'articolo 94 del Dpr 9 ottobre 1990 n. 309, ove ricorrano i presupposti soggettivi e oggettivi per l'applicazione dell'istituto indicati dalla citata disposizione, il giudice è chiamato a effettuare una complessa valutazione circa il probabile conseguimento delle finalità del programma terapeutico, tenendo conto della pericolosità del condannato e dell'attitudine del trattamento a realizzare un suo effettivo reinserimento sociale.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 16 aprile 2018 n. 16905.
Istituti di prevenzione e di pena - Affidamento in prova per ragioni terapeutiche - Programma terapeutico proveniente da struttura sanitaria pubblica - Vincolatività per il giudice - Esclusione - Ragioni - Valutazione - Criteri. In tema di affidamento in prova per ragioni terapeutiche, il giudizio di idoneità del programma terapeutico proveniente da una struttura sanitaria pubblica, del quale deve essere necessariamente corredata l'istanza di ammissione al beneficio, non vincola il giudice, posto che questi è soggetto solo alla legge e non anche agli atti della Pa, ed essendo inoltre necessaria una complessa valutazione circa il probabile conseguimento delle finalità del programma proposto, in relazione ai parametri della pericolosità del condannato e della attitudine del trattamento a realizzare un suo effettivo reinserimento nella società.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 30 dicembre 2014 n. 53761.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Affidamento in prova in casi particolari - Tossicodipendente - Programma di recupero - Valutazione - Parametri. In tema di affidamento in prova terapeutico, il Tribunale di Sorveglianza può accogliere l'istanza formulata ai sensi dell'art. 94 quarto comma del d.P.R. 10 settembre 1990 n. 309 a condizione che il programma di recupero, anche per le modalità con cui deve essere svolto, sia idoneo ad assicurare la prevenzione del pericolo che il soggetto commetta ulteriori reati.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 8 aprile 2013 n. 15963.
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 giugno 2019
La donna fece condannare i killer. "Ma ha parlato troppo tardi". Ha testimoniato contro gli assassini di sua sorella Lea, costituendosi parte civile al processo. Ha raccontato quella storia in giro per l'Italia, invitando alla ribellione contro la 'ndrangheta. Ma troppo tardi, secondo la Prefettura di Crotone, che ha deciso di negare nuovamente a Marisa Garofalo il risarcimento stabilito dai giudici che hanno condannato all'ergastolo gli assassini di sua sorella: 75mila euro, di cui 50mila a lei e 25mila alla madre ormai morta.
Proprio mentre uno degli assassini - Vito Cosco - scrive in carcere una lettera con la quale si dichiara pentito del suo gesto, pur negando di aver partecipato all'omicidio e ammettendo il solo occultamento del cadavere, Ferdinando Guida, capo dell'ufficio territoriale del Governo a Crotone, ha respinto il ricorso contro la decisione già presa a dicembre del 2017 dal Comitato per il Fondo di rotazione.
Con una motivazione paradossale: "Sono risultati elementi pregiudizievoli ostativi nei confronti della signora Garofalo Marisa per la stretta contiguità della famiglia originaria dell'istante alla criminalità organizzata operante in Petilia Policastro, nella quale peraltro l'istante ha continuato a vivere senza essersi dissociata". Insomma, a macchiare il curriculum di Marisa - la cui fedina penale è totalmente immacolata - sono le parentele sbagliate, dalle quali, secondo la Prefettura, non avrebbe mai realmente preso le distanze. Ma quei legami, di fatto, sono stati spezzati anni prima che sua sorella Lea venisse uccisa: un padre ammazzato nel 1975 e un fratello fatto fuori trent'anni più tardi, entrambi caduti nella guerra tra cosche.
L'unica superstite è proprio Marisa, da sempre estranea alla criminalità e per la quale "il vincolo di parentela finisce per essere una mera accidentalità", scriveva nel suo ricorso l'avvocato Roberto D'Ippolito.
Marisa, assieme alla nipote Denise, figlia di Lea, è la testimone chiave del processo che ha permesso di condannare gli assassini della testimone di giustizia, sulla cui testa pendeva una sentenza di morte sin dal 2000. Una sentenza concretizzatasi nove anni dopo, quando Carlo Cosco, ex marito di Lea, assieme al fratello e altri membri del suo gruppo criminale la rapirono a Monza, con l'obiettivo di farsi raccontare cosa aveva detto agli inquirenti, per poi ucciderla e scioglierne i resti nell'acido. Sono state dunque le parole di Marisa, costituitasi parte civile al processo, a far sì che per la sorella Lea arrivasse giustizia. Una testimonianza che, poi, ha continuato a rendere in giro per l'Italia, raccontando il sacrificio di Lea e l'importanza di dire no alla criminalità organizzata.
Uno sforzo che, come ha raccontato ieri il Quotidiano del Sud, a quanto pare non basta. Il Prefetto Guida si è richiamato al "tenore letterale" dell'articolo 15 della legge 122/ 16 e all'articolo 2 quinquìes della legge 186/ 2008: Marisa Garofalo non meriterebbe quel risarcimento in quanto "la condotta dissociativa dal fenomeno mafioso, anche attraverso la costituzione di parte civile, si è manifestata solo successivamente al tragico evento". Sottolineando, però, "l'impatto" che un provvedimento negativo rischierebbe di avere sulla "politica della collaborazione", data anche "la notevole rilevanza mediatica delle vicende riconducibili alla famiglia Garofalo, dopo il brutale assassinio di Lea".
Ma non solo: il Prefetto ha anche fatto riferimento ad una "campagna di stampa ostile e dissacratoria" nei confronti delle istituzioni dopo il primo diniego, "che presumibilmente non mancherebbe anche in questa occasione". Insomma: pensateci bene, altrimenti ci attaccheranno. L'altro elemento valorizzato negativamente dal Prefetto è quella telefonata tra due affiliati alla cosca di Petilia Policastro, Salvatore Comberiati e Vincenzo Carvelli, finita nell'inchiesta "Tabula Rasa" nel 2014. "Comberiati Salvatore precisava a seguito del rifiuto del programma di protezione da parte di Garofalo Lea, Miletta Santina e Garofalo Marisa, rispettivamente madre e sorella di Garofalo Lea, si rivolsero all'esponente della "locale di Petilia Policastro" onde propiziarne il ritorno nel borgo natio, al riparo da eventuali ritorsioni. Le donne però dissimularono lo stato di "pentita" di Garofalo Lea, altrimenti non avrebbero ottenuto alcuna possibilità di protezione del sodalizio petilino. Comberati Salvatore narrava di aver ottenuto, a tal fine, le rassicurazioni dei fratelli Cosco".
Insomma, secondo la Prefettura, "piuttosto che invocare la protezione da parte delle istituzioni, si affidò alla ' ndrangheta". Ma la verità, secondo quanto spiegato dall'avvocato D'Ippolito, è diversa. Lea era allora esasperata per come veniva trattata dallo stesso Stato a cui chiedeva protezione, ma anche per il concreto pericolo che correva nonostante la tutela: l'ex marito era infatti venuto a sapere, tramite un carabiniere infedele, quale fosse la località protetta in cui si rifugiava.
Molto allarmata, decise allora di uscire dal programma per tornare a Petilia, chiedendo a Marisa di intercedere per poter tornare in sicurezza a casa. Santina e Marisa si rivolsero dunque ad un esponente della locale di Petilia Policastro per consentirle di rientrare senza ritorsioni.
Quella richiesta di "permesso" era dunque il sintomo della condizione di intimidazione rispetto a Carlo Cosco e sodali. Ma secondo i carabinieri, le due donne avrebbero nascosto il suo stato di testimone di giustizia, "altrimenti non avrebbero ottenuto alcuna possibilità di protezione del sodalizio petilino". E quello fu l'unico contatto con la criminalità da parte di Marisa.
"C'è una legge del cuore - scrive l'avvocato D'Ippolito nelle controdeduzioni inviate al Ministero - per cui nessuno può vietare a una sorella di aiutare la propria sorella, che vive la minaccia, l'abbandono, la solitudine". L'impegno attivo di Marisa nella lotta alla criminalità "deve trovare un riconoscimento e un incoraggiamento. Lo Stato - conclude D'Ippolito - deve sostenere anche Marisa se vuole debellare il fenomeno della 'ndrangheta alla radice".
di Armando Spataro
La Repubblica, 4 giugno 2019
Per ovvie ragioni le riflessioni che seguono non riguardano il merito del caso Palamara - di cui si occupano la Procura di Perugia, il Csm e i titolari dell'azione disciplinare - ma le sue ricadute sull'immagine della magistratura e dell'Associazione magistrati, nonché le ipotesi di riforma ordinamentale che strumentalmente sono state subito messe in campo. Tra i magistrati circolano sconcerto e rabbia, essendo tutti consapevoli che le conversazioni e gli incontri di cui si parla in questi giorni costituiscono quanto meno le specchio di relazioni personali a dir poco improprie e di interessi di singoli, di correnti e di esponenti di partiti che si intrecciano al di fuori degli ambiti istituzionali.
Immediati e prevedibili sono stati i conseguenti attacchi alla Associazione nazionale magistrati e alle sue "correnti" descritte quali aggregazioni di potere senza ideali, che agiscono per favorire i rispettivi iscritti nelle nomine e nelle progressioni in carriera, condizionate da amicizie, localismi geografici e permeabilità a pressioni politiche. Si invoca, per porvi rimedio, la trasparenza piena delle motivazioni di ogni scelta consiliare pur se a tal fine non basta certo la pubblicità delle sedute delle Commissioni consiliari, inidonea a far emergere possibili influenze esterne.
Di qui le proposte di modifica della legge elettorale per evitare - si dice - che i 16 magistrati eletti dai loro colleghi quali componenti del Csm siano semplici esecutori delle direttive dei gruppi di rispettiva appartenenza. È giunto il momento, allora, di essere chiari per uscire dal guado, anche perché in certe situazioni non sono ammesse difese corporative di alcun tipo, essendo innegabile che all'interno della magistratura e dei suoi organi rappresentativi si manifestano talvolta condotte incompatibili con il codice deontologico dell'associazione o, addirittura, previste come reati dal codice penale, frutto spesso di contiguità politiche. Ma se ciò è inaccettabile, non è facile comprendere come oggi sia possibile, persino per molti magistrati, dimenticare i valori e i fini che furono alla base, nel 1909, della fondazione dell'Associazione generale magistrati italiani (come allora si chiamava), capace di auto-sciogliersi, alla fine de11925, per il rifiuto di trasformarsi in sindacato fascista. L'Agmi lo annunciò sulla sua rivista con un editoriale dal titolo "L'idea che non muore".
Quei valori (a partire da indipendenza assoluta, indifferenza alle aspettative della politica, professionalità, attenzione al pubblico interesse e ai diritti di tutti) vanno oggi posti nuovamente in primo piano: devono vincere sulle aspirazioni personali e sulle rivendicazioni economico-sindacali della magistratura.
Persino l'uso della definizione di "sindacato delle toghe" è un modo per intaccare l'autorevolezza dell'Anm. Ma ciò non significa affatto disconoscere il valore culturale e la funzione democratica delle correnti.
I magistrati, infatti, hanno il diritto di interloquire sul funzionamento della giustizia, sulla sua organizzazione, sulla difesa della propria indipendenza: è meglio nominare un dirigente più anziano o uno più dinamico e capace (vecchio tema di discussione)? È meglio privilegiare la specializzazione o la pluralità delle esperienze professionali? È giusto aprire la formazione professionale alle esperienze esterne alla magistratura?
E - passando alle valutazioni dei disegni di legge - è accettabile che in nome della sicurezza si sacrifichino i diritti fondamentali delle persone? È logico, dunque, che al momento di eleggere i componenti del Csm il magistrato elettore voglia conoscere le opinioni dei candidati che, a loro volta, non possono che aggregarsi per omogeneità di vedute e di programmi, con o senza sigla. Sono le regole fondamentali della democrazia. Ecco perché all'interno dell'Associazione magistrati si sono formate le tanto vituperate correnti: luoghi di condivisioni ideali, delle quali va contrastata non la ragion d'essere, ma la deriva corporativa.
Certo, non si deve trascurare quanto emerso in questi giorni ma, al di là delle indagini penali e disciplinari da svolgersi nel rispetto dei diritti di tutti, la soluzione di simili problemi sta nel pretendere che i magistrati, a partire dai più giovani, esercitino il diritto di voto in modo consapevole, premiando gli sforzi di chi si adopera - nel Csm, nell'associazione e nel suo lavoro quotidiano - nell'interesse dei cittadini e della giustizia, anziché del gruppo di appartenenza. Si deve però chiedere a politici, studiosi e a chi osserva la realtà che ci circonda di evitare ingiustificate generalizzazioni e strumentalizzazioni delle criticità nel tempo emerse.
Si avrà modo di tornare sulla separazione delle carriere, nonché sui test psicologici peri magistrati, rispettivamente la più inutile e la più comica delle riforme immaginabili (di entrambe si parla pure in questi giorni), ma auspicare il sorteggio - immagino ad opera di una dea bendata che infili la mano libera nell'urna - per designare i componenti del Csm è proposta illogica, di segno qualunquistico e sicuramente anticostituzionale.
Se accolta, porterebbe ad annullare la rappresentatività della magistratura che i padri costituenti vollero per il Csm, in quanto organo di autogoverno, finendo con l'umiliare proprio l'elettore e la sua dignità. E si potrebbe anche scommettere, in tempi di "giustizia predittiva" (il nuovo "verbo" dilagante anche tra molti magistrati), che qualcuno arriverebbe ad invocare, nel Csm, i robot al posto degli eletti o sorteggiati, salvo accusarli di degenerazione torrentizia alla prima occasione di malfunzionamento del software.
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