di Umberto Fantigrossi (Presidente Unione Nazionale Avvocati Amministrativisti)
Milano Finanza, 14 aprile 2015
Come spesso accade, all'individuazione di un obiettivo di interesse pubblico lo Stato fa seguire la creazione di un nuovo apparato. È accaduto così anche nel caso della lotta alla corruzione, con la creazione di un'apposita Autorità nazionale an ti corruzione, cui spetta, secondo l'art. 1 della legge istitutiva (la 190 del 2012), di assicurare azione coordinata, attività di controllo, prevenzione e contrasto della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione.
Per quanto in questo primo periodo di funzionamento l'Autorità abbia sicuramente fatto sentire la sua voce e svolto con incisività il suo ruolo, per esempio nel caso dell'Expo di Milano, vedo difficile che questo approccio, per così dire dall'alto, abbia l'effettiva possibilità di combattere il fenomeno in tutte le sue dimensioni. Anzi, rischia di diventare l'ennesimo soggetto produttore di regolamenti e indirizzi, quando è proprio l'eccesso dì leggi e di norme secondarie che fa crescere il pericolo dell'abuso nell'applicazione del precetto e pone il cittadino in una condizione di sudditanza, predisponendolo alla corruzione.
Bisogna quindi pensare a un approccio diverso, che parta dal basso e precisamente da coinvolgimento diretto del cittadino, come parte attiva di un processo di lotta alla corruzione. Qualche autorevole esponente del governo ha recentemente affermato che la corruzione si avvantaggia perché quello italiano è uno Stato debole, troppo spesso facile preda delle organizzazioni che fanno corruzione. Ma questa vale per la grande corruzione, mentre esiste ed è altrettanto pericolosa quella diffusa.
A volte il cittadino o l'imprenditore paga anche per avere ciò che gli spetta secondo norma: la piccola concessione edilizia o la piccola autorizzazione commerciale e questo perché non si fida degli strumenti di cui potrebbe disporre per ottenere legalmente quello che gli spetta in tempi rapidi. E allora urge una strategia che punti a dare più poteri al cittadino e possa incidere sui fattori che producono o quanto meno favoriscono la corruzione.
Il primo fattore sul quale intervenire è proprio quello della patologia di una normativa così vasta da impedire di sapere con certezza quale sia la disciplina di una certa fattispecie: la recente edizione della Gazzetta Ufficiale con la legge di Stabilità contiene più di 700 commi distribuiti su più di 500 pagine. È in arrivo la nuova legge di riforma della pubblica amministrazione e si preannuncia che conterrà i principi direttivi da attuare con circa 10 decreti legislativi di attuazione. Questo fenomeno non è un fattore legato alla corruzione?
Il secondo fattore riguarda una manutenzione straordinaria di leggi fondamentali per il rapporto tra cittadini, imprese e pubbliche autorità, come, in primo luogo, la cosiddetta legge sulla Trasparenza (n. 241/90), che in 25 anni ha subito un eccesso di interventi di modifica estemporanei e una incessante azione di erosione del suo ambito di efficacia, per l'azione di discipline speciali e derogatorie. Occorre tornare alla sua logica originaria di norma generale del procedimento amministrativo: il cittadino va messo nelle condizioni di colloquiare in modo paritario e su basi di correttezza e trasparenza il proprio interlocutore istituzionale.
Il terzo fronte di intervento dal basso è quello della giustizia amministrativa. Il ricorso al Tar è infatti uno degli strumenti più forti di cui cittadini e imprese dispongono per combattere la corruzione. Quindi la giustizia amministrativa va potenziata anche come strumento di prevenzione della corruzione, rendendola più accessibile dal punto di vista della presenza sul territorio e dei costi di accesso. Su questo aspetto, non si può tacere che l'attuale livello delle tasse sui ricorsi al giudice amministrativo rischia di garantire l'impunità per le violazioni nelle gare fino a 2-300 mila euro, soglia sotto la quale il costo degli atti supera il margine di guadagno dell'impresa. A livello aggregato, vuol dire circa 100 milioni di euro di spesa pubblica su cui non c'è controllo.
di Loris Cereda
Il Garantista, 14 aprile 2015
Una delle prime cose che saltano all'occhio come prova dell'assoluta disparità di diritti tra accusa e difesa nel processo penale italiano è la capacità di orientare l'opinione pubblica, per lo meno nei processi che non hanno una forza mediatica sufficiente ad entrare nei programmi televisivi. Alcune Procure adoperano in modo sistematico ormai una precisa strategia: fanno pervenire le veline ai giornalisti, i quali, ossequiosi al comandamento secondo cui il mostro va sempre sbattuto in prima pagina, sfruttano le "verità" scritte negli "atti" per confezionare l'immagine del presunto colpevole.
Tale rappresentazione pubblica, oltre a non aver niente a che fare con la Verità, spesso non ha nemmeno niente a che fare con quella verità che la Procura sta cercando di dimostrare. Se esistesse un ufficio stampa a disposizione degli arrestati che, con la stessa forza delle Procure, fosse in grado di ristabilire un principio di equità, anche l'opinione pubblica sarebbe in grado di farsi un giudizio equo su ciò che ad un uomo sta succedendo. E, magari, anche i procuratori della Repubblica userebbero maggior buon senso nel svolgere le loro mansioni.
Fatta questa premessa, vorrei portare a conoscenza del maggior numero di persone possibili il caso che mi è stato esposto da un semplice detenuto. "Egregio Signor Loris", mi scrive, "mi chiamo Pietro Noci, sono detenuto nel carcere di Opera. L'11 giugno del 2009 venivo arrestato per una serie di rapine nel Nord Italia, in seguito a un'indagine condotta dai carabinieri di Genova; il pubblico ministero di Genova trasmetteva gli atti alle varie Procure competenti.
Nel procedimento penale svolto nel capoluogo ligure venivo condannato sulla base di deduzioni investigative; dopo di che ben altri 6 Tribunali in sede dibattimentale mi hanno assolto dallo stesso faldone d'indagine. La conclusione del Ris è stata la seguente: 'Non compatibilità tra il volto del rapinatore con quello di Noci Pietrò. Ora il mio avvocato presenterà istanza di revisione del primo processo".
Ho sintetizzato la lunga lettera; nei fatti un uomo è in carcere per una vicenda finita in due processi diversi, che lo vedono innocente e colpevole. Sua moglie è costretta a sobbarcarsi un carico esistenziale ed economico tremendo, i magistrati che si sono interessati al caso magari fanno carriera. E noi, facciamo qualcosa? Siamo in grado di assicurare all'incredibile storia di quest'uomo la stessa indignazione suscitata in genere dal fatto di cronaca nera amplificato dai media? O la sventura di un innocente merita di essere oscurata?
di Sergio Romano
Il Corriere della Sera, 14 aprile 2015
E così la Corte europea dei Diritti umani ha sentenziato contro l'Italia etichettando ciò che avvenne nell'irruzione alla scuola Diaz di Genova del 21 luglio 2001 come tortura. Deplorando poi il fatto che il nostro Paese non ne contempli il reato.
Ma perché chiamare tortura quella che è stata una palese rappresaglia? Perché è di questo che si dovrebbe parlare e condannare. Lo Stato non si doveva abbassare ad un atto del genere sebbene in un contesto di un giorno di follia collettiva. Ma la tortura non è un'altra cosa?
Mario Taliani
Caro Taliani, Salvo errore, una delle prime apparizioni della parola "tortura" nella legislazione internazionale del secondo dopoguerra appartiene alla Convenzione internazionale sui Diritti umani e civili promossa dall'Onu e aperta alla firma degli Stati nel 1966.
Secondo l'art. 7, "Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. In particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico". Il testo è apparentemente chiaro, ma non contiene una definizione della tortura.
Da allora, mi sembra capire, il compito di definire la tortura con maggiore precisione è stato lasciato ai tribunali internazionali e in particolare, tra gli altri, a quello del Consiglio d'Europa che si è recentemente pronunciato sulle vicende della Scuola Diaz. Ma non è escluso che altri tribunali giungano a conclusioni diverse e possano dare della tortura altre definizioni. Credo che il problema sia politico e sociale piuttosto che giuridico.
Gli orrori e i genocidi della Seconda guerra mondiale hanno avuto l'effetto di creare un maggiore sensibilità per i diritti umani e la speranza che un sistema giuridico internazionale, sotto il cappello delle Nazioni Unite, avrebbe costretto gli Stati a comportamenti civili. Quando hanno cominciato a scrivere i testi di quello che sarebbe potuto diventare un codice penale mondiale, i governi, i diplomatici e gli esperti giuridici hanno fatto ciò che accade spesso in molti parlamenti nazionali. Hanno deciso che i vecchi reati, con le loro denominazioni tradizionali, non bastavano a definire i nuovi orrori e hanno deciso di alzare il volume sonoro della indignazione usando parole, come tortura o genocidio, che, in passato, erano state usate in modo più preciso e circoscritto.
Usata nel caso della scuola Diaz, la parola "tortura" corre il rischio di perdere il suo significato originale e di banalizzarsi. Alcuni lettori, caro Taliani, mi hanno chiesto di aiutarli a distinguere le competenze del Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo da quelle della Corte europea del Lussemburgo. La prima è stata creata dal Consiglio d'Europa nel 1959 e si pronuncia su cause promosse sia dai governi, sia dai singoli cittadini (come nel caso di Genova).
Può ordinare ai governi di correggere la propria legislazione e può fissare l'indennizzo che dovrà essere corrisposto al cittadino che è stato privato dei suoi diritti. La Corte di Giustizia europea, invece, è l'organo che vigila sull'osservanza degli impegni e degli obblighi comunitari assunti dai membri dell'Unione europea e dalle loro aziende. È stata creata nel 1957, l'anno in cui furono firmati in Campidoglio i trattati per la creazione del Mercato comune.
www.gonews.it, 14 aprile 2015
La Regione Toscana ha presentato un programma di superamento dell'Opg di Montelupo Fiorentino che prevede, tra le altre cose, il trasferimento degli internati psichiatrici al carcere a custodia attenuata "Gozzini" di Firenze, più conosciuto come "Solliccianino". Il trasferimento è previsto non prima di un anno, non prima cioè dei lavori di adeguamento strutturale del carcere fiorentino, l'indizione della relativa gara di appalto, e l'assunzione di personale specializzato.
Da qui la decisione di spostare i detenuti del Gozzini e chiudere di conseguenza la positiva esperienza dell'istituto a custodia attenuata che ha funzionato bene nel suo difficile compito di reinserimento sociale e riabilitazione del detenuto. Senza contare che la decisione presa dalla Regione Toscana è avvenuta, consapevolmente, in piena violazione della Legge 81/2014 che ha sancito la chiusura degli Opg il 31 marzo, senza nessuna proroga. Nell'interrogazione, presentata dal vicepresidente della Camera Roberto Giachetti (PD), si chiede proprio perché, con questi presupposti di merito, la Regione Toscana non sia stata ancora commissariata da parte del Governo.
Dichiarazione di Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani: "Ogni giorno aumentano le ragioni a fondamento dell'iniziativa nonviolenta che ho intrapreso con Marco Pannella e tanti altri compagni sui temi della giustizia e contro la continua macelleria di diritto che avviene nel nostro Paese. Abbiamo saputo, per esempio, che la Regione Toscana ha deciso di fare un "mini Opg", smantellando l'unico carcere (a custodia attenuata) che funzioni in termini di reinserimento futuro dei detenuti: via, dunque, i detenuti di Solliccianino (Firenze), questa la scelta irresponsabile della Regione per contrastare la quale sono al lavoro i compagni dell'Associazione per l'iniziativa radicale Andrea Tamburi di Firenze. Grazie, ancora una volta, al vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (Pd), che su questa vergogna ha depositato un'interrogazione parlamentare".
Testo dell'interrogazione di Roberto Giachetti (Pd)
Al Ministro della Giustizia, al Ministro della Salute, per sapere, premesso che il sito internet fionline.it, riporta la notizia della delibera approvata dalla giunta regionale in data 30 marzo 2015 in merito alla chiusura dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, fissata al 31 marzo 2015 dalla legge 81/2014 per tutti e sei gli Opg esistenti in Italia;
fra le soluzioni - tutte provvisorie in dispregio di quanto richiesto dalla legge 81/2014 - la delibera individua quella dell'Istituto penitenziario Mario Gozzini - Località Sollicciano Firenze, che fino ad oggi ha ospitato una trentina di "semiliberi" e circa sessanta detenuti a custodia attenuata con problemi di tossicodipendenza;
Il quotidiano La Repubblica, nella sua edizione fiorentina di martedì 31 marzo 2015, a pagina VIII pubblica un articolo dal titolo "Ventidue ricoverati all'Opg di Montelupo verso Solliccianino" con sottotitolo "Tramonta l'ipotesi Rems nella casa di cura Villanova, la giunta regionale punta sulla struttura carceraria";
nel sopracitato articolo di Repubblica-Firenze si legge: "Si parla di "superamento dell'Opg", l'ospedale psichiatrico giudiziario. Ma di fatto almeno 22 degli attuali ricoverati a Montelupo andranno a finire a Solliccianino, la struttura a custodia attenuata vicino al carcere vero e proprio che accrescerà la sua popolazione. Sparisce dall'orizzonte delle possibilità il ricorso all'ex casa di cura Villanova, a cui in un primo tempo la Regione aveva pensato per accogliere una parte dei pazienti dell'Opg. Ieri pomeriggio la giunta ha approvato altre cinque destinazioni, oltre a Solliccianino. I luoghi individuati per essere trasformati in Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) sono la struttura psichiatrica residenziale "Le Querce" di Firenze, la comunità terapeutica "Tiziano" di Aulla, in provincia di Massa, la struttura residenziale "Morel" dell'ospedale di Volterra, "I Parti" di Abbadia San Salvatore nel senese, la residenza terapeutico riabilitativa di Arezzo. Il trasferimento verrà effettuato nei prossimi mesi e sarà una soluzione definitiva. Per Solliccianino la delibera stabilisce di far eseguire opere di adeguamento per realizzare un'area ad hoc e di attivare un tavolo tra tutte le autorità coinvolte nel processo di superamento dell'Opg, coordinato dalla direzione generale Diritti di cittadinanza e coesione sociale, con la partecipazione del Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria per la Toscana, del presidente del tribunale di Sorveglianza, del direttore generale dell'azienda sanitaria 10. Saranno poi organizzati corsi di formazione per gli operatori che dovranno seguire i "nuovi" percorsi terapeutici.
Una riforma del settore che nei piani della Regione dovrebbe accompagnare le vite di persone che finora erano relegate fuori dal mondo e che hanno storie difficilissime alle spalle. I dipartimenti di salute mentale devono attrezzarsi ad accoglierli. Dal 2011 ad oggi sono stati promossi e sostenuti a livello regionale 65 programmi di dimissione dall'Opg, per favorire il rientro degli internati toscani nel territorio di provenienza.
I 65 percorsi di dimissioni sono stati diretti per il 73% in comunità terapeutiche psichiatriche, per il 9% in comunità terapeutiche per doppia diagnosi, il 14% in residenze sociali e il 4% al domicilio proprio o dei familiari. Adesso all'Opg di Montelupo sono presenti 115 internati, di cui 49 toscani, mentre il resto viene da altre regioni. Da fuori torneranno 3 pazienti, uno da Reggio Emilia e due da Castiglione delle Stiviere.
Questa la distribuzione prevista. Per 14 pazienti ci sono percorsi di dimissione in corso, 12 andranno nel padiglione Morel appositamente realizzati a Volterra, 10 ad Aulla, 8 a "Le Querce" ad Ugnano. A Siena e ad Arezzo 4 pazienti in Rems che entreranno in funzione a Ottobre. E per 22 si apriranno le porte di Solliccianino";
la Segretaria di Radicali italiani ha ricevuto la tormentata lettera dei detenuti di Solliccianino che scrivono tra l'altro "abbiamo appreso dai giornali e dalle TV che questa struttura verrà convertita ad uso sanitario per la detenzione di soggetti con patologie psichiatriche (anche gravi) dell'Opg di Montelupo Fiorentino. Siamo sinceramente preoccupati dal momento che questo istituto è nato 25 anni fa come primo carcere a custodia attenuta in Italia allo scopo di seguire e sostenere i progetti delle persone detenute.
Si sottolinea poi che il Mario Gozzini (meglio conosciuto in città come Solliccianino) ospita anche un reparto dove confluiscono detenuti per concludere la pena in semilibertà. La nostra preoccupazione riguarda l'eventuale cambio di destinazione dell'attuale struttura ad uso totalmente psichiatrico e quindi la domanda che ci poniamo è: come finirà il nostro percorso di riabilitazione nella società se verremo abbandonati e trasferiti in altre carceri? Qualcuno tra noi mentre si trovava in altri penitenziari, era diventato depresso e non vedeva più il futuro, mentre qui ha ricominciato a sperare".
se siano a conoscenza di quanto descritto in premessa;
se corrisponde al vero quanto affermato dal quotidiano La Repubblica - edizione di Firenze in merito alla destinazione dei pazienti toscani dell'Opg di Montelupo Fiorentino;
se 14 pazienti siano stati effettivamente dimessi;
se i 12 pazienti destinati nel padiglione Morel siano stati effettivamente allocati nella struttura di Volterra e, in caso contrario, dove siano stati attualmente sistemati;
se i 10 pazienti destinati ad Aulla e gli 8 destinati a "Le Querce" ad Ugnano siano stati effettivamente allocati e, in caso contrario, dove siano stati attualmente sistemati;
dove si trovano attualmente i 4 pazienti destinati a Siena e ad Arezzo;
dove si trovano attualmente i 22 pazienti destinati alla Rems che dovrà essere predisposta presso l'Istituto Mario Gozzini di Firenze;
se ritengano conciliabile la coesistenza della Rems a Solliccianino con l'istituto a custodia attenuata in funzione da 20 anni con risultati d'eccellenza per quel che riguarda il percorso riabilitativo dei detenuti;
quali risposte intenda dare il ministro della Giustizia alle preoccupazioni manifestate dai detenuti dell'Istituto Mario Gozzini;
quali sono le ragioni per le quali la Regione Toscana, pur non avendo previsto entro il 31 marzo alcuna Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza con le caratteristiche previste dalla legge, non sia stata commissariata".
Corriere Adriatico, 14 aprile 2015
Ieri mattina il giudice per le indagini preliminari, Giuliana Filippello ed il pubblico ministero Umberto Monti si sono recati nel carcere di Marino del Tronto per l'interrogatorio di garanzia di Mohamed Ben Alì, il tunisino che deve rispondere del presunto reato di omicidio preterintenzionale per la morte di Achille Mestichelli. Nonostante i tentativi da parte del suo legale di fiducia, Umberto Gramenzi, l'extracomunitario si è rifiutato di comparire davanti al magistrato per fornire la sua versione dei fatti, inscenando una reazione nervosa nella sua cella. Avendo rinunciato ad un suo diritto, ora tutto viene rinviato al giorno in cui sarà fissata la data della prima udienza del processo dove potrebbe anche non presentarsi
Una vicenda che ancora presenta dei punti da chiarire. Da quanto è emerso dalla prima testimonianza resa da Mohamed Ben Alì, tunisino di 25 anni, che si trovava in carcere per un reato di droga, all'interno della cella nella quale si trovava recluso unitamente ad Achille Mestichelli ed altri quattro detenuti, due extracomunitari e due italiani, fra i due scoppiò una violenta discussione. Secondo l'accusa Ben Alì dette una spinta a Mestichelli che perse l'equilibrio andando a battere violentemente il capo sul pavimento finendo in coma. Dopo tre giorni di agonia all'ospedale Torrette di Ancona il cinquantatreenne cessò di vivere.
Vennero interrogati anche i quattro compagni di cella in modo da poter ricostruire fedelmente l'accaduto. Nessuno però fornì elementi utili. Secondo un'indiscrezione dall'esame dell'autopsia sarebbe emersa l'incompatibilità fra le ferite riportate da Achille Mestichelli rispetto a quelle che avrebbe potuto provocare battendo il capo, seppur con una certa violenza, sul pavimento.
Il Tirreno, 14 aprile 2015
Il Garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, ha visitato l'istituto penitenziario assieme al garante di Livorno, Marco Solimano. L'istituto penitenziario di Porto Azzurro, all'isola d'Elba, era un carcere modello. Negli anni della riforma penitenziaria, e fino a una decina di anni fa, a Porto Azzurro veniva pubblicato un giornale, la Grande Promessa, che era una voce di dibattito e di libera espressione anche per i detenuti. Su quel giornale, ad esempio, si è discusso dell'opportunità di superare l'ergastolo in Italia. Ed altri progetti, collegati ad attività produttive, facevano del supercarcere dell'Elba un luogo di sperimentazione ponendolo all'avanguardia nel panorama nazionale.
Da tempo, invece, Porto Azzurro non ha più niente di sperimentale e l'istituto non è più un carcere modello. La denuncia è del garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, che oggi ha visitato l'istituto di Porto Azzurro assieme al garante dei detenuti di Livorno, Marco Solimano, che a sua volta ha evidenziato l'insostenibile situazione di degrado di un carcere in cui vi sono anche dei reparti, come il terzo, dove i servizi igienici sono addirittura all'aperto.
A Porto Azzurro sono attualmente recluse 220 persone di cui 37 ergastolani. Altri 28 detenuti sono invece impiegati in uno speciale programma di recupero sull'isola di Pianosa. In ogni caso, secondo Corleone, ormai da troppo tempo il carcere di Longone, come veniva chiamata una volta Porto Azzurro, è senza un direttore ed anche se la delegazione ha avuto un'accoglienza di piena disponibilità, ha aggiunto il garante regionale, questa mancanza è la fotografia dello stato di abbandono in cui versa il carcere.
Vi è la necessità di rivedere il numero dei reclusi ed apportare tante migliorie, ha concluso Corleone, che ha anche ricordato che il giro di visite alle carceri toscane, ormai avviato alla conclusione, domani porterà la delegazione all'istituto dell'isola di Gorgona.
www.poliziapenitenziaria.it, 14 aprile 2015
Dal prossimo 20 aprile arriveranno, nel carcere di Frosinone, 60 nuovi detenuti "Alta Sicurezza", il primo gruppo di una serie di ristretti che andranno ad affollare il penitenziario della città ciociara nella quale oggi sono presenti 500 detenuti. Una decisione assurda, alla quale non segue parallelamente un adeguato incremento dell'organico di Polizia Penitenziaria, tanto che già sappiamo che saranno revocate ferie e periodi di congedo ai poliziotti in servizio per assicurare l'apertura della nuova Sezione detentiva nel carcere di Frosinone. Per questo non staremo con le mani in mano e organizzeremo a breve una eclatante protesta davanti al carcere.
Lo dichiara il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe Donato Capece commentando l'imminente assegnazione nel nuovo Padiglione detentivo del carcere di Frosinone di 60 detenuti. "Com'è possibile pensare di assegnare 60 ulteriori detenuti, ad alto regime di vigilanza e sicurezza, senza avere gli Agenti di Polizia Penitenziaria in grado di fare fronte alle inevitabili ricadute sull'organizzazione del lavoro dei poliziotti?
Frosinone non è un carcere semplice, operativamente parlando: stiamo parlando di una realtà con una presenza media di 500 detenuti, che diventeranno poco meno di mille in pochi mesi, con le sue criticità e problematiche. Basta leggere gli eventi critici accaduti nei dodici mesi del 2014: 10 tentati suicidi di detenuti sventati per fortuna in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 82 episodi di autolesionismo, 28 colluttazioni e 10 ferimenti". "È evidente", denunciano Franco D'Ascenzi, segretario locale Sappe, e Pietro Pennacchia, delegato provinciale Sappe di Frosinone "che la ciclica riproposizione di eventi critici nel carcere di Frosinone è il sintomo di una disorganizzazione generale, in primis dell'organizzazione del lavoro e della quotidianità penitenziaria".
Per queste ragioni il Sappe ha già chiesto di "incontrare il Provveditore penitenziario regionale del Lazio, Maria Claudio Di Paolo, ed il vice Capo dell'Amministrazione Penitenziaria, Luigi Pagano". Ma sull'assegnazione dei primi ulteriori 60 detenuti il Sappe si attende risposte urgenti: "proclamiamo da subito lo stato di agitazione della categoria e daremo vita ad un presidio permanente di protesta. Non si possono prendere decisioni così importanti anche per il territorio frusinate senza informare coloro che rappresentano i poliziotti penitenziari".
www.lametino.it, 14 aprile 2015
Il Comitato riapriamo il carcere a Lamezia chiede all'onorevole Lo Moro un intervento urgente contro la chiusura del carcere. "La possibile apertura del carcere lametino, misteriosamente chiuso da oltre un anno, entra nella sua fase decisiva dopo le recenti riuscite manifestazioni a difesa della struttura. Dopo un consiglio comunale aperto dove è stato deliberato all'unanimità la riapertura della Casa Circondariale lametina, dopo aver presentata una mozione dal Consigliere regionale Bova (Pd), una delibera regionale, l'intervento del presidente del Consiglio regionale Tonino Scalzo (Pd), dopo che una delegazione di dipendenti ha avuto un incontro con il segretario particolare del Ministro rassicurando e garantendo la riapertura della struttura, ancora i lametini disconoscono il destino della Casa Circondariale di Lamezia Terme, ne la riapertura del carcere, ne la trasformazione e trasferimento degli Ufficio Regionali del Provveditorato, dove questo Governo continua a pagare una cifra esorbitante che si aggira a 200 mila euro di fitto all'anno. Ricordiamo che la scelta di chiudere la struttura, con l'obbiettivo di ridurre le spese, si è già tradotta in un moltiplicarsi di costi, disagi e tempo, a spese dei cittadini e della locale Procura, così facendo l'auspicato risparmio economico al quale debbono adeguarsi tutte le Amministrazione dello Stato non solo non è stato raggiunto ma, anzi, ha subito un enorme aggravio! Basta considerare il notevole flusso di arresti in un territorio come il nostro dove gravitano attività di cosche mafiose, si vedono costretti magistrati, personale della cancelleria, automezzi, con relativi autisti a fare la spola tra Lamezia Terme e Catanzaro, anche per una semplice notifica o convalida ad un detenuto appena arrestato.
Non ha senso mantenere 10 unita di personale che a turno vigilano le strumentazioni, attrezzature informatiche ed apparati presenti all'interno della struttura o i muri, non è umano mantenere una dipendente "non vedente" in una struttura fredda, deserta, e priva di servizi igienici, cosi come il personale che presta servizio, quando invece, potrebbero dare manforte all'Istituto di Catanzaro, praticamente o si riapre o si trasforma o si chiude. Ancora l'Amministrazione sperpera denaro pubblico, il contentino che il Provveditore ha dato al personale di Lamezia Terme, pur di aprire il nuovo padiglione a Catanzaro, quello del pagamento della missione oraria da e per Catanzaro, straordinari, uso dei mezzi dell'Amministrazione per raggiungere la struttura di Catanzaro, tre turni tre volte al giorno e dove le Amministrazioni preposte al controllo della gestione dei fondi pubblici continua a far finta di niente.
È innegabile che una "fetta" della buona riuscita della vicenda è strettamente legata all'interesse della classe politica lametina, che in parte ha dimostrato con concretezza la volontà di non "cancellare" una struttura simbolo dello Stato e utile strumento economico per il quartiere di Nicastro. È chiaro che il destino della Casa Circondariale di Lamezia, recentemente è stato investito del denaro per la struttura, dipende da un partito, che è maggioranza da Lamezia a Roma. Quindi, direttamente ci rivolgiamo all'Onorevole Doris Lo Moro in quanto ex sindaco, lametina, unico politico a creare opportunità e anche autorevole esponente del Pd, per chiedere un suo intervento in sede istituzionale e non solo a difesa del carcere di Lamezia.
Siamo certi che l'On. Lo Moro non tradirà le aspettative dei lametini, che hanno dimostrato chiaro attaccamento alla vicenda anche perché in caso di esito negativo si complica non poco l'operato delle forze dell'ordine, quotidianamente impegnate nella lotta contro la criminalità ma anche la fiducia concessa. Abbiamo deciso di rivolgerci all'On. Lo Moro, anche per la sensibilità mostrata a difesa della legalità e restiamo in attesa, con fiducia, di un riscontro positivo".
di Paolo Isaia
La Stampa, 14 aprile 2015
Il procuratore di Imperia: gesto improvvido. Il legale aveva regolare porto d'armi.
Ha aspettato di arrivare davanti al metal detector. Poi, alla poliziotta che assieme a una guardia giurata stava controllando le persone all'ingresso del tribunale di Imperia, ha detto di avere con sé una pistola. Per il proprietario dell'arma, l'avvocato torinese Carlo Mussa, un "normale" quanto doveroso annuncio, soprattutto dopo quanto accaduto giovedì scorso all'interno del palazzo di giustizia di Milano.
Ma, di "normale", il voler introdurre una pistola in tribunale, per il procuratore capo di Imperia Giuseppa Geremia non c'era molto: "Un gesto improvvido", il commento del magistrato dopo avere disposto che il professionista venisse accompagnato fuori dall'edificio - e ancora prima dall'aula in cui si stava celebrando il dibattimento in cui è legale di parte civile - e con lui la sua arma. La pistola consegnata L'avvocato Mussa, al tribunale di Imperia, era andato per la prima udienza del processo contro il costruttore romano Francesco Bellavista Caltagirone, accusato di truffa assieme ad altre due persone per una compravendita di posti barca al porto turistico della città. Processo che, tra l'altro, proseguirà a Torino, come a Torino si era svolto quello più ampio per la presunta truffa allo Stato legata alla realizzazione dello scalo portuale che si era concluso con l'assoluzione di tutti gli imputati, Caltagirone compreso. Perché Musso avesse una pistola con sé non si sa, l'unica cosa certa è che era autorizzato a portarla.
Ma non, appunto, dentro un tribunale, dove gli unici a poter girare armati sono membri delle forze dell'ordine, guardie giurate, ma solo se addetti al servizio di vigilanza, e magistrati. Non avvocati. Così, quando il legale torinese ha detto di avere una pistola, dopo qualche attimo di sconcerto la poliziotta all'ingresso gli ha ordinato di consegnargliela e di esibire l'autorizzazione a portarla con sé.
La pistola, una semi-automatica, è stata subito chiusa a chiave in un cassetto del bancone del posto di guardia e da quel momento "sorvegliata" a vista, mentre un addetto alla vigilanza è salito in Procura, all'ultimo piano, a chiedere lumi. L'avvocato Musso intanto ha raggiunto l'aula dove si teneva il processo. Non c'è rimasto molto. La disposizione arrivata dal procuratore capo Giuseppa Geremia è stata perentoria.
"Non si poteva assumere la custodia dell'arma - ha poi spiegato - non è un compito che debba essere svolto dalla polizia giudiziaria, o da qualcun altro all'interno del tribunale. Diciamo che sarebbe stato meglio se questa persona non se la fosse portata dietro...". Diplomazia a parte, l'avvocato Musso è stato raggiunto in aula dal responsabile della polizia giudiziaria della Procura, l'ispettore Marco Frumento, al quale era stata temporaneamente affidata la pistola, e scortato fuori dal palazzo di giustizia.
Non senza qualche protesta per l'impossibilità di proseguire l'udienza. Alla fine, ha dovuto nominare un sostituto. Solo una volta fuori dall'edificio, l'ispettore ha restituito al legale torinese la sua arma, non prima di avergli fatto firmare un verbale di consegna. All'avvocato non è rimasto altro da fare che attendere la fine dell'udienza per sapere com'era andata.
www.newmediamagazine.it, 14 aprile 2015
"Con la firma di questo Protocollo d'Intesa il Municipio IV prende un impegno chiaro e preciso - dice Emiliano Sciascia, Presidente del Municipio IV. Non possiamo assolutamente permettere che i detenuti del Carcere di Rebibbia restino esclusi da quelli che sono i servizi essenziali per la dignità di ogni persona e di questi fanno parte sicuramente i servizi anagrafici che ci impegniamo a garantire".
"Per esempio gestire la propria condizione di genitore ed essere detenuto non è di certo facile - dice ancora il Presidente - ed il protocollo di oggi si applica proprio in questa direzione ed in quella di evitare il grave disagio che si può provare nel trovarsi sprovvisti di documenti al momento dell'uscita dal carcere."
"Garanzia di fruizione dei servizi essenziali e soprattutto, la possibilità di sentirsi parte integrante del tessuto sociale". Così il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale Avv. Filippo Pegorari, intende la firma del Protocollo con il Municipio IV e l'Amministrazione Penitenziaria. "Un progetto semplice ma ambizioso. Per la prima volta grazie a questo Protocollo d'Intesa - spiega il Garante - vengono assicurati in via diretta, all'interno della città penitenziaria di Rebibbia i servizi che normalmente il Municipio fornisce a tutti i cittadini del suo territorio. Questo consentirà ai detenuti non soltanto la fruizione di diritti essenziali ma la possibilità di non sentirsi tagliati fuori dal mondo. Sarà per loro l'occasione di essere concretamente parte del tessuto sociale".
"Rimuovere ostacoli, rendere la vita più facile per favorire recupero e integrazione fa parte di una idea di società inclusiva e generosa - dice Maria Muto Assessore ai Servizi Sociali del Municipio IV. Questo si prefigge il protocollo firmato oggi che a costo zero aiuterà gli ospiti della Casa Circondariale nel percorso di riabilitazione e di recupero e soprattutto a trovare anche le ragioni per una vita diversa fuori dal carcere".
- Reggio Calabria: aperto il cantiere di "ReActionCity Women" nel carcere di Arghillà
- Forlì: una giornata dedicata a diritti, legalità e carceri
- Milano: FuoriSalone, il design diventa etico con disegni detenuti
- Stati Uniti: caso Forti; comitato "Una chance per Chico", confida in fra Renzi e Obama
- Medio Oriente: per l'Olp sono circa 6.500 i palestinesi detenuti nelle carceri di Israele










