di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 aprile 2015
Intervista al Pg nei processi contro gli agenti della "macelleria messicana". La formulazione della legge appena licenziata dalla Camera "è ambigua e tende a limitare l'applicazione della norma". "Purtroppo c'è un partito della polizia che condiziona il dibattito". Le dimissioni di De Gennaro? "Un atto di sensibilità istituzionale che non attiene al giudizio sulla persona".
di Loredana De Petris (Senatrice di Sel)
Il Garantista, 12 aprile 2015
La settimana prossima, a] Senato, presenteremo, come Sei, il ddl per istituire una commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti di Genova del 2001. Dovrà essere una commissione d'inchiesta a tutti gli effetti e nel pieno dei suoi poteri, di fatto con le stesse prerogative della magistratura inquirente. Questo si sarebbe dovuto fare nel 2001. Questo si sarebbe fatto in qualsiasi Paese civile, a proposito di una vicenda che Amnesty ha definito "la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la II guerra mondiale".
Questo non fu possibile farlo perché un accordo tra il centrodestra e gli allora Ds impose invece una semplice "indagine parlamentare conoscitiva", che sottraeva al Parlamento i poteri di indagare sul serio. Fu un tipico compromesso al ribasso, grazie al quale la politica si salvava la faccia fingendo di cercare la verità e allo stesso tempo privandosi degli strumenti indispensabili per scoprirla.
Nel corso di questi 14 anni la ferita di Genova non si è mai rimarginata: è rimasta un'ipoteca pesante sulla sostanza della nostra democrazia. È letteralmente impensabile che un'operazione di quelle dimensioni e a quel livello di illegalità sia stata decisa tenendone all'oscuro la politica. Non è in alcuna misura credibile che un'operazione di quella violenza, svoltasi a manifestazioni concluse, quando in termini di ordine pubblico non c'era più nulla da temere, non mirasse a raggiungere obiettivi che a tutt'oggi rimangono oscuri e sconosciuti.
Quale fu la catena di comando, quale il coinvolgimento della politica, quali le motivazioni dell'aggressione alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. A queste domande, tutte inevase, solo una commissione parlamentare d'inchiesta con reali
poteri d'indagine può rispondere. Nell'ultima settimana si sono verificati due fatti nuovi che dovrebbero imporre a qualsiasi coscienza sinceramente democratica, indipendentemente dall'appartenenza politica, di reclamare la verità. Ora che l'Europa stessa attesta che in Italia, in un Paese democratico, ci furono torture, ogni alibi dovrebbe cadere.
Le dichiarazioni di Alfonso Sabella, arrivate subito dopo, dovrebbero spingere tutti a chiedere con forza spiegazioni su quelle disposizioni che lo stesso Sabella definisce "folli e incostituzionali" e ancor più sui sospetti gravissimi che Sabella, cioè uno dei dirigenti delle operazioni di ordine pubblico di quei giorni, adombra: che a Genova si mirasse freddamente alla tragedia, che si sia trattato di una provocazione cinicamente messa in opera.
Contestualmente alla presentazione del ddl istitutivo della commissione parlamentare d'inchiesta inizieremo la raccolta di firme necessarie per la procedura d'urgenza. L'esperienza insegna che troppo spesso, di fronte a questioni spinose e imbarazzanti, la tattica adottata dal potere è quella dell'insabbiamento, del rinvio sine die della discussione. Se al Senato raccoglieremo le firme di un decimo dell'assemblea, la commissione dovrà esaminare il ddl entro cinque giorni e l'aula discuterlo subito dopo.
Io mi aspetto e mi auguro che ogni singolo senatore, in questa occasione, risponda alla propria coscienza e alla propria concezione della democrazia invece che agli ordini di scuderia e ai calcoli meschini dell'opportunismo politico. Genova è stata una vergogna, forse la più grave nella storia dello Stato repubblicano. Insistere nel non voler sapere la verità sarebbe una nuova vergogna. Meno sanguinosa, non meno grave. La sentenza europea ci impone però anche altre urgenze. Il varo definitivo della legge sulla tortura, invocata tanto dall'Europa quanto dalla Corte di Cassazione italiana, è stato troppo a lungo rimandato.
Ora bisogna fare in modo che quella legge non rimanga lettera morta, come troppo spesso accade. Ma la legge sulla tortura non basta. E essenziale che venga discussa e approvata in tempi brevi anche la legge sul numero identificativo sui caschi della polizia nei servizi di ordini pubblico, anche quella una legge raccomandata dall'Europa. La trasparenza è forse il singolo elemento più eminente per definire il tasso di democrazia sostanziale di un Paese. Genova è stato l'opposto della trasparenza. Per questo reclamare la verità, anche a 14 anni di distanza, non significa occuparsi del passato ma del presente e del futuro.
Ansa, 12 aprile 2015
Metal detector per tutti. E guardie penitenziarie. È questa la ricetta di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria per rendere più sicuri i palazzi di giustizia. Polizia penitenziaria "come i Marshall americani, cioè coloro che si occupano della sicurezza dei magistrati ma si occupano anche della sicurezza dei palazzi di giustizia", e controlli al metal detector per tutti, anche a "presidente di tribunale e capo della polizia": nessun "lei non sa chi sono io".
La polizia penitenziaria, ha proposto il procuratore attraverso la sua Commissione per la revisione delle normative antimafia, diventerebbe Corpo di polizia di giustizia. Il magistrato ha auspicato un sistema in cui "non esiste una differenza sostanziale tra chi è magistrato e chi è poliziotto o chi è avvocato, indagato o imputato. Tutti passano sotto al metal detector. Dove nessuno può dire lei non sa chi sono io, dove anche il presidente del tribunale, anche il capo della polizia è sottoposto a passare al controllo del metal detector".
Ansa, 12 aprile 2015
Si chiamano Banda Biscotti, ma poi ci sono anche le Dolci Evasioni, le Lazzarelle, Sprigioniamo i sapori. Se il carcere non è solo il luogo di espiazione della pena ma anche il luogo dove si riacquista dignità, se la giustizia è anche questo, allora passa per il lavoro.
Si chiamano Banda Biscotti, ma poi ci sono anche le Dolci Evasioni, le Lazzarelle, Sprigioniamo i sapori, Made in jail e molti altri. L'ironia non guasta a queste, ed altre, associazioni e cooperative sociali diventate in alcuni casi anche piccole imprese che sviluppano buone pratiche di economia carceraria.
Se il carcere non è solo il luogo di espiazione della pena ma anche il luogo dove si riacquista dignità, se la giustizia è anche questo, allora passa per il lavoro. È una seconda chance, quella che tutti dovrebbero avere nella vita, un nuovo progetto per il futuro, con nuove competenze. Questo, i dati ne sono la riprova, fa si che un detenuto che lavora uscendo più difficilmente tornerà a delinquere. In Italia ci sono più di 60 mila detenuti e solo 2000 di essi lavorano, una percentuale decisamente bassa. Non serve un carcere che umili ma un carcere che aiuti a non ripetere gli stessi errori.
I detenuti fanno biscotti, magliette, caffè, borse, stampe, oggetti di design, puntando alla qualità più che al profitto. Lavorazioni artigianali e creatività per dare un senso al tempo speso dietro le sbarre e per costruirsi un nuovo futuro. Ogni accessorio finisce per trasferire a chi lo acquista un messaggio che parla di diritti umani, giustizia, condivisione, legalità. Chi compra questi prodotti sa che aiuterà queste persone a fare un lavoro dignitoso, capace di alleviare uno stato di disagio, ridando fiducia e speranza nel futuro. In una parola, a riscattarsi.
Ansa, 12 aprile 2015
Sono state 3.231 le persone assistite gratis in tutta Italia nel 2014 (512 in più del 2013), oltre 700 i legali impegnati in 39 città italiane, più di 2,2 milioni il valore del lavoro messi a disposizione degli indigenti. Sono i numeri dell'associazione Avvocato di strada Onlus, che ha presentato il proprio bilancio sociale.
I legali si sono occupati di ricorsi contro i fogli di via, problematiche familiari, sfratti, lavoro, sanzioni contro la povertà: rispetto al 2013 si è verificata una crescita delle attività in tre aree: le pratiche di diritto civile sono passate da 1.263 a 1.502, quelle sui migranti da 829 a 1.100, il diritto penale da 296 a 421; in calo il diritto amministrativo. Il 59% degli assistiti è stato di provenienza extra UE, il 29% italiani, il 12% cittadini Ue.
Gli uomini sono stati 2.392, le donne 839. Nell'ultimo anno, ha sottolineato il presidente Antonio Mumolo, "si è registrato un grande aumento delle pratiche relative ai permessi di soggiorno, passate dalle 313 del 2013 alle ben 591 del 2014". Come negli anni passati, ha aggiunto "le problematiche penali trattate dai legali di Avvocato di strada sono un numero inferiore a quello delle pratiche di diritto civile o del diritto dei migranti: un dato che desta sempre sorpresa e che smentisce il pregiudizio secondo il quale chi vive in strada sarebbe spesso autore di reati". Al contrario, "chi vive in strada è spesso vittima di aggressioni perché è debole e indifeso e anche perché considerato colpevole di essere povero. Ben 99 persone nel 2014 hanno avuto bisogno di una tutela legale perché aggredite, minacciate e derubate mentre dormivano in strada". In aumento anche i "reati per fame", come i piccoli furti al supermercato: 35 nel 2013, 64 nel 2014.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 12 aprile 2015
Lo scorso anno 251mila abitazioni sono state depredate. Ma in cella per questo reato ci sono solo 3.600 persone. Perché le indagini non si fanno quasi mai. E cosi il senso di insicurezza dei cittadini continua a crescere. Ogni casa un furto, inesorabilmente. A Lesignana, una piccola frazione alle porte di Modena, si sentono prigionieri di un incubo, come se quell'angolo di pianura padana fosse Far West: rubano in ogni abitazione, in ogni negozio.
Ma la stessa esasperazione riguarda la maggioranza degli italiani, nel centro di Roma, di Bologna o di Milano come nel più remoto dei paesini: le mura domestiche non sono più sinonimo di sicurezza, anzi. Le razzie negli appartamenti e nelle ville stanno diventando la regola. E quello che rende ancora più inaccettabile la situazione è la sfiducia nelle istituzioni: c'è la consapevolezza che la denuncia fa soltanto perdere tempo per riempire moduli. Perché nessuno si impegnerà per catturare i ladri e non ci saranno provvedimenti per sconfiggere l'assalto.
Non è un sentimento irrazionale, non è una proiezione delle paure: oggi il 99 per cento dei furti in casa restano di fatto impuniti. È un dato choc, che "l'Espresso" ricava dal confronto tra i detenuti per questo tipo di reato e il totale di razzie domestiche messe a segno nel 2014: in carcere sono finite 3600 persone mentre i colpi sono stati 251.558. Due numeri che fotografano l'angoscia. E che trovano riscontro nell'ultima statistica ufficiale, elaborata dall'Istat sulla base delle informazioni del ministero dell'Interno: nel 2013 solo il 2,9 per cento dei responsabili dei furti in abitazione commessi nel corso dell'anno è stato individuato, anche se una fetta consistente di loro se l'è cavata con una denuncia a piede libero.
Ci vuole un pò, dopo un furto in casa, per sentirsi di nuovo a casa. Intuisci ?che ciò che davvero t'inquieta in quei momenti non è la scoperta progressiva degli oggetti più o meno preziosi che mancano, ma il senso di una privazione più profonda, di una violazione dei tuoi spazi più intimi che, cosi com'è avvenuta, potrebbe anche ripetersi.
Una pacchia per i delinquenti. Scassinare porte e finestre gli permette di fare rapidamente incetta di gioielli, orologi, computer, telefonini e contanti. Un bottino facile, praticamente senza rischi. Mentre per chi viene derubato c'è una ferita profonda. Li chiamano topi d'appartamento, li paragonano al galante Arsenio Lupin ma la realtà è sempre traumatica. Spesso all'irruzione si accompagna lo sfregio, la devastazione gratuita di mobili e oggetti. E in tutti i casi siamo di fronte a un reato traumatico, che lascia un danno psicologico pesante nelle vittime.
Anche quando la perdita economica è limitata, si ferisce il senso più profondo della sicurezza. "Colpire l'abitazione assume un valore simbolico e culturale molto forte. Violare il luogo dell'intimità domestica può avere un forte impatto sul vissuto delle persone, generando anche traumi profondi", sottolinea a "l'Espresso" Marco Dugato, ricercatore di Transcrime e tra gli autori dello studio su questo fenomeno, realizzato in collaborazione con il Viminale, che verrà presentato a fine aprile.
Svaligiare case è il crimine che sta dilagando. Anche a Pasqua, decine di colpi. A Pisa hanno derubato i genitori di un consigliere comunale del Pd; a Legnano sono penetrati nella canonica durante la veglia notturna, portando via telefonino e pc del parroco. E non si può definirla un'emergenza, perché da dieci anni l'assalto cresce senza sosta: dal 2003 le denunce sono raddoppiate. Il picco più alto è stato raggiunto nel 2014, arrivando a 251 mila assalti alle mura domestiche. A parte i danneggiamenti, che spesso sono funzionali all'irruzione negli appartamenti, si tratta del reato più numeroso in assoluto. Ogni giorno 689 incursioni, in pratica 29 ogni ora: ogni due minuti un ladro penetra in un'abitazione. Basta poco. Ci sono le "chiavi bulgare", che riescono ad avere ragione di ogni serratura. E per i predoni meno raffinati si usano piedi di porco o cric, devastando porte blindate o serramenti antiscasso. Non esistono difese inespugnabili.
La politica si è accorta dell'emergenza. Ma l'unica risposta all'angoscia dei cittadini è una proposta del ministero della Giustizia: aumentare le pene. Dovrebbero diventare da un minimo di due al massimo di otto anni di carcere, rispetto al tetto di sei previsti oggi. Misura che renderebbe più difficile evitare il carcere sfruttando la condizionale. E vanificherebbe la prescrizione. Ma il problema non è questo.
I razziatori di case che ne beneficiano sono pochi: secondo il ministero, solo tra il 4 e il 5 per cento sfugge alle condanne grazie alla prescrizione.
No, qui c'è un guasto più drammatico: i ladri non vengono individuati quasi mai, restano una moltitudine di soliti ignoti. A Firenze tra il 2013 e il 2015 la procura ha aperto più di 11 mila procedimenti per furti in casa, ma quelli con un presunto colpevole sono appena 206. A Milano le cose vanno meglio: i fascicoli contro ignoti sono più di 9 mila su un totale di 12 mila. Resta però un colossale buco nero, comune a tutte le città e tutte le procure.
Una rassegnazione delle istituzioni che si scontra con il bollettino di guerra dei colpi, che nell'ultimo decennio sono aumentati a Milano del 229 per cento, a Firenze del 177 per cento, a Torino del 172 per cento, a Padova e Palermo del 128 per cento, a Roma e Venezia del 120 per cento, a Bologna e Verona quasi del 104.
E le forze dell'ordine cosa fanno? L'ultimo bilancio completo riguarda il 2013, quando ci sono stati 251.422 furti in casa. In meno della metà dei casi è stato aperto un fascicolo. Poi, secondo il Viminale, le indagini hanno portato alla denuncia a piede libero di 15.263 persone, ma quasi un decimo sono minorenni. Gli arrestati invece sono meno della metà: 6.628, di cui 486 minori. Ma in cella restano pochissimo. Tanto che oggi i detenuti sono 3600, di cui 2075 italiani, mentre il numero dei reati è aumentato.
Perché l'impunità arriva a livelli cosi alti? La prima risposta degli investigatori è chiara: le indagini non sono semplici. Spesso sono gang in trasferta che non lasciano traccia: prendono di mira una zona, poi cambiano territorio di caccia. E solo in pochi casi le impronte digitali lasciate sulla scena del crimine riconducono a un profilo già schedato. Anche se una lamentela delle vittime è che raramente agenti e militari cercano le impronte.
La scienza in questo campo appare come un'eccezione, ci si abitua a vedere in tv le mirabolanti imprese di Ris e Csi, ma le tute bianche non intervengono quasi mai dopo i furti. A Napoli alcuni anni fa i carabinieri repertarono il dna di una banda che per spregio defecava negli alloggi svaligiati, riuscendo cosi a incastrarla. Una vera rarità.
L'altra giustificazione invocata dagli operatori è la carenza di risorse, la stessa che affligge tutto il settore della sicurezza. Il sindacalista Daniele Tissone, che rappresenta il Silp, ossia la Cgil della polizia, spiega: "Le pattuglie sono diminuite, manca il personale e i mezzi scarseggiano. Un esempio? In molte occasioni gli agenti attendono in ufficio la macchina del turno precedente".
C'è anche però un altro difetto, più tecnico: "Per indagini che puntano a bande organizzate l'attività di intelligence è quanto mai complessa e ha senso solo nel caso si dimostri una associazione a delinquere, condizione che permette la richiesta di arresti", prosegue Tissone. Qualche operazione brillante viene messa a segno. La scorsa settimana dodici persone sono state arrestate dalla polizia di Firenze. Professionisti originari dell'Est, che sfruttavano due badanti per recuperare notizie preziose sugli appartamenti da ripulire. Le badanti-spie fornivano orari, abitudini e segnalavano la refurtiva "interessante". Cosi invece di prendersi cura dell'anziano lo vendevano alla gang, composta da criminali di peso: uno di loro, hanno sottolineato gli inquirenti, è collegato alla mafia russofona.
Paradossalmente però è più facile contrastare una banda di maghi del settore. In questi casi infatti le indagini vengono gestite dagli uffici specializzati. E basta un indizio perché l'istruttoria si arricchisca di particolari, di nomi e cognomi. La gang toscana per esempio è finita nel mirino per aver utilizzato un "compro oro" sospetto per ricettare la merce: una pista decisiva per smascherarli. È molto più complicato catturare i cani sciolti: colpiscono senza una logica, selezionano a caso gli obiettivi e possono aspettare molto tempo tra un colpo e un altro. Il compito ricade spesso su commissariati e stazioni di quartiere, ingolfati da una pletora di attività d'ogni genere, che non riescono a trovare tempo e uomini per intervenire.
Tutte motivazioni fondate, ma non bastano a soddisfare le vittime, alle prese da un decennio con l'inarrestabile escalation dei predoni. Tanto che in tutta Italia i residenti dei quartieri più bersagliati scelgono la difesa fai da te: presidiano il territorio, si uniscono in comitati e sfruttano le nuove tecnologie per controllare i quartieri. Si ingegnano perché spesso non percepiscono l'impegno delle forze dell'ordine su questo fronte. E lo stesso fanno diverse amministrazioni comunali che firmano accordi con società di vigilantes offrendo ai residenti servizi low cost di sorveglianza.
Questa débâcle dell'ordine pubblico apre la strada a una giustizia privata che finisce anche per rivolgersi alle mafie. Offrendo una ricompensa per ottenere la restituzione del bottino. Si va dal "referente" di zona per cercare di recuperare gioielli, auto o scooter. Per ritrovare la collezione di orologi trafugata nella sua villa Gigi D'Alessio - come ha rivelato "l'Espresso" - ha chiesto persino l'intervento dei servizi segreti mentre le intercettazioni di "Mafia capitale" hanno documentato l'intervento degli uomini di Massimo Carminati per risolvere la questione.
L'assalto alle case è un fenomeno trasversale. Ci sono i due anziani della provincia emiliana che hanno perso tutto nell'ora in cui si erano allontanati per andare alla via crucis del paese, la giovane coppia che trova l'appartamento svaligiato dopo una giornata di lavoro, l'attico ai Parioli dell'attrice Vittoria Belvedere violato nonostante l'allarme fino alla moglie di Antonio Catricalà, l'ex sottosegretario e viceministro, che rientrando in anticipo ha sorpreso in malviventi. I ladri non guardano in faccia nessuno. "La famiglia ha subito un cambiamento epocale. Le case sono sempre meno vissute, sempre più vuote per molte ore al giorno", spiega il sociologo Marzio Barbagli, tra i massimi esperti nei temi della sicurezza urbana. "E questo incide sulla scelta dell'obiettivo da parte dei malviventi, che prendono di mira le abitazioni dove il rischio di trovare qualcuno all'interno è basso".
Nell'Italia che ancora soffre la crisi, le case svaligiate non fanno che acuire insicurezza e rabbia. "È un fenomeno che influisce in maniera rilevante sulla percezione di sicurezza", riconosce Marco Dugato, ricercatore di Transcrime.
Anche se il rischio poi cambia da territorio a territorio: "Noi sappiamo che la probabilità di subire un furto varia in maniera molto rilevante a seconda del luogo e del momento". Per prevenire è fondamentale studiare il profilo del bandito: "Si va dal ladro non specializzato che coglie l'occasione del momento, come una finestra lasciata aperta, a veri professionisti fino ad arrivare alle bande organizzate che pianificano i colpi con largo anticipo".
Se per scoraggiare gli inesperti basta un semplice adesivo che segnala la presenza di telecamere, la videosorveglianza serve a ben poco quando in ballo ci sono i gran maestri scassinatori. "In generale si può dire che gli effetti della videosorveglianza sul numero di reati sono controversi, mentre sicuramente rassicura i residenti", conclude il ricercatore.
C'è anche un altro elemento che rende gli occhi elettronici pressoché inutili: i sistemi collegati alle sale operative di polizia e carabinieri non garantiscono l'intervento, salvo che una pattuglia non si trovi a passare in zona. Molto più utili sono i software che inviano all'istante sul cellulare le immagini registrate nell'abitazione. Il proprietario ha cosi la possibilità di verificare in diretta eventuali ombre anomale e segnalarle immediatamente al 112 o al 113.
Sperando che ci sia una volante in grado di intervenire. Ma la sensazione di insicurezza aumenta con il crescere degli assalti impuniti. E apre la strada ai peggiori scenari, con il rischio di giustizieri improvvisati. A Treviso negli ultimi mesi c'è stato il boom di iscrizioni al poligono di tiro. Con casalinghe e anziani in prima fila per esercitarsi a sparare. Tutti dicono di sentirsi soli e insicuri. E - spiegano - per proteggersi, in fondo, un arma costa meno di un impianto d'allarme.
di Fausto Cerulli (Avvocato)
Il Garantista, 12 aprile 2015
Aveva scoperto un traffico d'armi degli stati uniti in Somalia. Ogni tanto - ogni poco - si torna a parlare del caso Alpi, del caso, cioè, di una giornalista coraggiosa uccisa in circostanze misteriose: misteriose solo per chi non vuole vedere. A Ilaria è stato dedicato un premio giornalistico, della sua morto si è occupata anche una Commissione d'inchiesta. Parlo de relato, sulla base di confidenze fattemi da un mio assistito, attualmente detenuto, di cui in parziale omaggio al segreto professionale indicherò soltanto le iniziali del nome: L.P.
Il mio assistito sostiene di aver conosciuto Ilaria Alpi, e di aver saputo direttamente da lei di cosa si stava occupando in quelli che dovevano essere gli ultimi momenti della sua vita. Si potrebbe pensare che il mio assistito sia un venditore di fumo, ma non si capisce a cosa gli servirebbe vendere questo fumo, visto che la sua attualo detenzione non ha nulla a che vedere con storie di spionaggio e/o di servizi deviati. Va premesso che il mio assistito conosce bene la Somalia, per avervi a lungo soggiornato, conoscendo di conseguenza molte persone del posto, ed avendo anche sposato una somala, figlia di un notabile somalo. L.P, è persona nota, se non altro per aver portato a termine il più lungo dirottamento aereo che si ricordi.
E sul fatto che conoscesse Ilaria Alpi ho avuto conferma da persone che lo videro insieme a lei in Italia, e nei luoghi che il mio assistito mi aveva indicato nelle sue confidenze. L.P, viene da molti considerato un mitomane, ma non - tanto por fare un esempio - da un giornalista del Time che venne appositamente ad Orvieto per chiedermi alcune notizie su di lui, a completamento di notizie circostanziate già in suo possesso.
Comunque il mio assistito mi ha sempre scritto di sapore come e perché Ilaria Alpi aveva fatto la fine che sappiamo. Ilaria aveva scoperto, forse per caso, nel corso di suoi numerosi viaggi in Somalia, che era in corso un traffico di armi tra una potenza occidentale e la Somalia. Traffico clandestino in quanto all'epoca esisteva un ferreo embargo sulla fornitura di armi alla Somalia, La Potenza occidentale andava identificata negli Usa e il traffico di armi era coperto e favorito, quasi ovviamente, dalla Cia.
Ilaria era venuta a conoscenza del traffico illecito, e forse ne aveva incautamente parlato con qualcuno, oltre che con il mio assistito, e questo le era costato la vita. La sua scoperta aveva toccato nervi sensibili, e una sua divulgazione avrebbe messo nei guai persone ed istituzioni importanti. Di qui la decisione di chiuderle in anticipo la bocca.
Il mio assistito è stato sempre tentennante sulla natura del traffico scoperto da Ilaria Alpi, Qualche volta mi parlava di un traffico di rifiuti, altre volte di un traffico di armi. Poteva trattarsi di entrambi i traffici, a cui comunque non erano estranei anche ambienti riservati del nostro Paese. Certo è che il mio assistito fu prelevato dal carcere e condotto dinanzi alla Commissione che si occupava, per modo di dire, del caso Alpi.
Questa circostanza mi ha confermato la mia convinzione che L.P, non raccontava balle che oltretutto non gli sarebbero servite a nulla. Una ulteriore conferma del fatto che il mio assistito fosse ben informato sulle vicende di Ilaria può trovarsi negli atti, pubblici, della Commissione. Atti da cui si evince che sul caso Alpi furono interrogate molte persone, le cui deposizioni sono tutto consultabili, Tutto, meno quella del mio assistito che venne secretata per motivi di sicurezza dello Stato. Non occorre essere maghi per capire che quella secretazione serviva a coprire verità scottanti. Segno che il mio assistito aveva fornito notizie importanti e credibili, e proprio per questo destinate a non essere rese pubbliche.
Aggiungo che in un primo tempo il mio assistito si rifiutò di rispondere alla Commissione perché era presieduta dall'avvocato deputato Carlo Taormina, di cui il mio assistito, chissà mai perché, non si fidava. E ai commissari, consapevoli della rilevanza di quello che il mio assistito avrebbe potuto dire, non restò altra scelta che cambiare Presidente pur di ascoltare quello che L.P. avrebbe potuto dire. Ma il silenzio del segreto di Stato è piombato sulle rivelazioni del mio assistito, che dovevano essere veramente scomode. Ilaria è morta, e morta ammazzata, perché aveva scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto, e sulla deposizione del mio assistito è calata la secretazione perché aveva detto cose che non si possono dire.
A corollario del tutto posso soltanto aggiungere che il mio assistito riteneva di sapere che anche Simonetta Cesaroni era stata uccisa perché aveva scoperto qualcosa di scottante su traffici illeciti. Quando fu processato, per la morte di Simonetta, il suo fidanzato, consigliai ai difensori dello stesso di citare come teste il mio assistito. Ma uno dei due avvocati difensori ritenne di non ascoltare il mio consiglio, mentre l'altro era di diverso avviso. Poi l'imputato fu assolto. E ancora non sappiamo chi abbia ammazzato Simonetta e per quale motivo. Forse non sarebbe male seguire la pista indicata dal mio assistito. Chissà che non intervenga di nuovo il segreto, implacabile, di Stato.
dai detenuti del carcere "Mario Gozzini" (Solliccianino)
Ristretti Orizzonti, 12 aprile 2015
Dopo anni dal rilevamento della Commissione Marino dell'orrore Opg, dopo anni di proroghe successive, salutiamo con piacere la decisione di chiuderli o superarli come si usa dire.
E dopo il torto, la beffa. Infatti, apprendiamo dai giornali la decisione di chiudere l'Opg di Montelupo Fiorentino, dopo aver speso sette milioni di euro per la sua ristrutturazione. Sette milioni di denari pubblici per restituire decoro e abitabilità alla struttura mentre nelle carceri toscane ha la carta igienica solo chi può comprarsela! Ma non basta. Apprendiamo, infatti, che gli internati di Montelupo Fiorentino, i non dimissibili, saranno trasferiti nella Casa Circondariale "Mario Gozzini", meglio nota come Solliccianino.
Non si capisce dunque perché il Ministero della Giustizia abbia dissipato sette milioni di euro per ristrutturare Montelupo e subito dopo chiuderlo. Qualche sospetto ci sorge, ma lo teniamo per noi. Naturalmente, Solliccianino è nato come carcere e per trasformarlo in struttura sanitaria richiederà, di nuovo, copiosi finanziamenti spremuti dalle tasche dei cittadini contribuenti. E di nuovo ci sorge qualche sospetto. Quella delle ristrutturazioni delle opere pubbliche o delle costruzioni ex novo delle grandi opere, è storia nota e anche attuale per attardarci a qualche commento...
Ma quello che più c'indigna è che viene cancellata la storia di un quarto di secolo di un istituto penitenziario, forse l'unico in tutta la Toscana, che ha dimostrato e tutt'ora dimostra la sua funzionalità normativa secondo il dettato costituzionale prima e quello legale poi (leggi Ordinamento Penitenziario L. 354 del 1975). In questi ultimi anni di ristrettezze economiche, noi e tutto il personale istituzionale, le Associazioni di volontariato e il mondo della cooperazione territoriali, abbiamo fatto le formiche, con grande spirito collaborativo, nel tentativo di far funzionare un termosifone per riscaldarci d'inverno (spesso non riuscendoci compiutamente). Sono state mantenute con grandi sforzi da parte di tutti, e tutt'ora lo sono, le attività formative e lavorative; programmi e progetti realizzati, altri in corso d'opera ed altri ancora in elaborazione.
Ciascuna persona reclusa in questo istituto dispone di un programma di trattamento individualizzato volto al graduale reinserimento socio-lavorativo, cosi come la Costituzione e la legge vogliono. Niente di rivoluzionario, bensì conformità legale nell'esecuzione penale. Come cioè dovrebbe essere ogni istituto penitenziario e come nessun altro istituto toscano riesce a fare. In breve, un carcere che funziona benino, che non sbocca nell'inumanità e nel degrado comune alla stragrande maggioranza degli istituti penitenziari locali e nazionali, come il Tribunale per i Diritti Umani dell'Unione Europea ha rilevato e il Governo italiano ha certificato con un recente decreto legge d'urgenza volto al risarcimento per la tortura subita. Ecco, un carcere che funziona va chiuso!
Naturalmente chi ha deciso la chiusura mai ha mosso un passo dentro Solliccianino, mai ha visto. Burocrati che se ne infischiano dello stato dell'arte, della conoscenza e persino della sicurezza, della difesa degli interessi dei cittadini. Infatti, benché sia noto il fatto che un'uscita dal carcere graduale riduce notevolmente la recidiva, a differenza di quelli che escono dal carcere a fine pena; nonostante questa consapevolezza che vede nel "Gozzini" un'opportunità per fare davvero gli interessi dei cittadini contribuenti; malgrado questo, l'elefante (o il carrarmato?) burocrate non batte ciglio: si chiude un carcere che funziona e si ripristina un carcere per i malati.
Due operazioni biasimevoli (quantomeno), altamente dissipatori di denari pubblici, di umanità (quella dei reclusi e quella degli internati), di legalità, di cultura del bene comune. L'arroganza prepotente di queste due operazioni, ancorché dissipatoria, è offensiva anche al più elementare buonsenso!
Che ne sarà di noi, sudditi dei sudditi, dei nostri programmi di trattamento, dei nostri progetti individuali e collettivi, dei nostri sforzi quotidiani e collaborativi, della nostra possibilità futura, non è difficile immaginarlo: tutto al macero, tutti alla fornace manicomiale di quel pachiderma
ingovernabile in pieno degrado strutturale e funzionale che è Sollicciano, che rinchiude un quarto della popolazione detenuta dell'intera Regione, in quali condizioni l'elefante burocrate non sa.
E dopo le critiche, una proposta: non sarebbe più economico, più dignitoso, meno distruttivo e politicamente più vantaggioso, restituire Montelupo Fiorentino completamente al ministero della sanità, dopo aver speso milioni per ristrutturarlo, e lasciar funzionare Solliccianino come sta funzionando? Basterebbe che il ministero della giustizia abbandonasse completamente, restituendolo ai sanitari, Montelupo Fiorentino e magari trasferisse il suo personale a Solliccianino per farlo funzionare ancora meglio.
di Clemente Carlucci
Nuova del Sud, 12 aprile 2015
Il dato, di per se stesso molto chiaro e allo stesso tempo preoccupante, è emerso nel corso del più recente Consiglio nazionale del sindacato autonomo più forte della Polizia penitenziaria. Sono in consistente aumento i detenuti nelle carceri della Basilicata, già di per se stesse non al top degli spazi disponibili. E da tanto tempo. E cosi a tutto lo scorso 31 marzo i detenuti erano 468, di cui ben 219 nella sola casa circondariale di via Lecce a Melfi, ritenuta anche di massima sicurezza. Dunque, è di nuovo emergenza carceri. In aumento la presenza dei detenuti nel loro interno un pò in tutta la nostra regione, dopo il trend degli ultimi mesi che aveva riportato i penitenziari lucani a condizioni oggettive di sia pur labile e provvisoria normalità, è dato della vera e propria emergenza carceraria è emerso, come già si anticipava in apertura, nel corso del Consiglio nazionale del sindacato Sappe che si è tenuto a Rimini.
I delegati lucani presenti all'assist sindacale nazionale si sono fatti sentire e come. Nel momento di denunciare situazioni di autentico degrado in Basilicata. Troppi, tanti detenuti in celle limitate nel numero e negli spazi. Con sempre maggiore frequenza, anche se tutti i casi finora registratisi, non sono e non sono stati portati alla luce, ci sono situazioni di vivo allarme e di giustificata preoccupazione, se non proprio di pericolosità, non solo per i detenuti, ma anche per gli agenti di custodia. Certo è che in Basilicata vivere la difficile condizione di recluso non è assolutamente possibile. Per tantissimi ragioni.
E quella del sovrappopolamento è senz'altro uno dei più clamorosi e rilevanti. A proposito della particolare, grave situazione lucana. Si dovrebbero prendere iniziative concrete sul versante risolutivo dei problemi sul tappeto. Anche la Regione Basilicata e le maggiori istituzioni pubbliche lucane a tutti i livelli potrebbero fare la loro parte. Anche se la materia esula dai loro diretti compiti. Potrebbero rendersi parte diligente per arrivare alla promozione di un vertice operativo con l'amministrazione centrale penitenziaria. Sembra che soluzioni migliorative, non definitive, ma possibili ce ne siano a portata di mano.
Basterebbe ricercarle, volerle fino in fondo, responsabilmente, e portarle sul piano dell'attuazione. L'essenziale è che non si perda altro tempo prezioso. Ne va di mezzo non solo la credibilità delle istituzioni, ma anche la sicurezza di quanti nelle carceri vivono. Siano loro detenuti o invece "secondini". Anche dai livelli di vita dentro i luoghi di detenzione si misura lo stato di civiltà di una nazione, di una regione e di un contesto sociale.
di Pierfrancesco Curzi
Il Resto del Carlino, 12 aprile 2015
Due sezioni di Montacuto bloccate perché nel mirino della Procura. Inchiesta nazionale blocca il collaudo e la consegna dei lavori di un'ala del carcere di Montacuto, conseguenze durissime per l'intero sistema penitenziario regionale.
La ditta che ha effettuato i lavori, di ristrutturazione di due sezioni del penitenziario dorico sarebbe finita dentro un'indagine coordinata dalla magistratura romana. L'inchiesta non riguarderebbe direttamente l'appalto per le opere del carcere di Ancona, ma essendo finita nel mirino per alcune accuse piuttosto pesanti, pure il cantiere nelle Marche ne ha risentito.
Morale della favola, le due sezioni interessate dai lavori sono pronte per essere con segnate, dopo un ottimo intervento di restauro, ma l'iter è fermo e bloccato da più di sei mesi. Mancano le ultime rifiniture e il certificato di consegna dei lavori che darebbe accesso al collaudo finale e, di conseguenza, all'inaugurazione dei nuovi spazi. Insomma, un'intera ala del carcere di Montacuto, seppure ristrutturata e in piena efficienza, è ancora sotto sequestro per decisione della magistratura in merito a irregolarità negli appalti.
Intanto altre due sezioni del penitenziario, messe a rischio dalle infiltrazioni d'acqua dal vano docce, sono state chiuse. In definitiva, su sei sezioni, quattro sono al momento inagibili. Tradotto, significa che circa 200 detenuti sono stati spostati altrove, in altri istituti regionali e fuori regione, provocando una sorta di pericoloso effetto domino: "I detenuti soffrono questa situazione - attacca duramente il garante per i detenuti, Italo Tanoni - sballottati a destra e sinistra, così i rapporti familiari sono più complessi.
Ma, soprattutto, ci sono delie carceri che stanno esplodendo a causa di Montacuto. Pesaro e Fossombrone, ad esempio, rischiano il collasso. Per non parlare di Camerino, dove in una cella per sei vivono ii doppio dei detenuti, e Fermo. Sullo stop dei lavori a Montacuto ho reso edotto della vicenda lo stesso ministro Orlando e il 15 aprile sarò a Roma per incontrare i vertici dell'amministrazione penitenziaria.. Si parlerà di edilizia carceraria e il caso Montacuto sarà in cima alla lista. L'inchiesta della procura, blocca lo svolgimento dell'appalto e quei locali, nuovi di zecca, moderni, accoglienti, stanno marcendo".
Promette battaglia anche il segretario nazionale del Sindacato degli agenti penitenziari Sappe, Donato Capece: "A metà maggio sarò a Montacuto per controllare lo stato dei lavori e la. situazione generale - dice Capece - Tuttavia, lunedì chiederò lumi su cosa sta accadendo ad Ancona, sui ritardi e sui futuro dell'istituto. Di questo caso dovranno occuparsene un pò tutti".
Scarso ottimismo sul futuro del carcere dorico arriva dalla responsabile regionale dell'amministrazione carceraria Emanuela Ceresani.
"Sulla parte di competenza del Provveditorato alle Opere Pubbliche - spiega riferendosi alla competenza dei cantieri che rientravano nel Piano Carceri - non so dirle, posso però affermare die per i lavori che riguardano la nostra competenza, i tempi si preannunciano lunghi. Siamo ancora all'affidamento dei lavori con gara d'appalto. Le procedure sono complesse purtroppo. Una parte del carcere è stata svuotata a causa delle infiltrazioni d'acqua nelle celle. Cercheremo di limitare i disagi, ma non dipende da noi".
Intanto l'effetto domino sta interessando pure il carcere di Battaglione. Abituato ad ospitare 30-50 detenuti al massimo, oggi 10 aprile ce ne sono 109: "L'amministrazione sta puntando a portare fino a 130 detenuti - precisa Meandro Silvestri del Sappe Marche - ma come si fa senza guardie? Il personale è già carente cosi".
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