www.lametino.it, 14 aprile 2015
Il Comitato riapriamo il carcere a Lamezia chiede all'onorevole Lo Moro un intervento urgente contro la chiusura del carcere. "La possibile apertura del carcere lametino, misteriosamente chiuso da oltre un anno, entra nella sua fase decisiva dopo le recenti riuscite manifestazioni a difesa della struttura. Dopo un consiglio comunale aperto dove è stato deliberato all'unanimità la riapertura della Casa Circondariale lametina, dopo aver presentata una mozione dal Consigliere regionale Bova (Pd), una delibera regionale, l'intervento del presidente del Consiglio regionale Tonino Scalzo (Pd), dopo che una delegazione di dipendenti ha avuto un incontro con il segretario particolare del Ministro rassicurando e garantendo la riapertura della struttura, ancora i lametini disconoscono il destino della Casa Circondariale di Lamezia Terme, ne la riapertura del carcere, ne la trasformazione e trasferimento degli Ufficio Regionali del Provveditorato, dove questo Governo continua a pagare una cifra esorbitante che si aggira a 200 mila euro di fitto all'anno. Ricordiamo che la scelta di chiudere la struttura, con l'obbiettivo di ridurre le spese, si è già tradotta in un moltiplicarsi di costi, disagi e tempo, a spese dei cittadini e della locale Procura, così facendo l'auspicato risparmio economico al quale debbono adeguarsi tutte le Amministrazione dello Stato non solo non è stato raggiunto ma, anzi, ha subito un enorme aggravio! Basta considerare il notevole flusso di arresti in un territorio come il nostro dove gravitano attività di cosche mafiose, si vedono costretti magistrati, personale della cancelleria, automezzi, con relativi autisti a fare la spola tra Lamezia Terme e Catanzaro, anche per una semplice notifica o convalida ad un detenuto appena arrestato.
Non ha senso mantenere 10 unita di personale che a turno vigilano le strumentazioni, attrezzature informatiche ed apparati presenti all'interno della struttura o i muri, non è umano mantenere una dipendente "non vedente" in una struttura fredda, deserta, e priva di servizi igienici, cosi come il personale che presta servizio, quando invece, potrebbero dare manforte all'Istituto di Catanzaro, praticamente o si riapre o si trasforma o si chiude. Ancora l'Amministrazione sperpera denaro pubblico, il contentino che il Provveditore ha dato al personale di Lamezia Terme, pur di aprire il nuovo padiglione a Catanzaro, quello del pagamento della missione oraria da e per Catanzaro, straordinari, uso dei mezzi dell'Amministrazione per raggiungere la struttura di Catanzaro, tre turni tre volte al giorno e dove le Amministrazioni preposte al controllo della gestione dei fondi pubblici continua a far finta di niente.
È innegabile che una "fetta" della buona riuscita della vicenda è strettamente legata all'interesse della classe politica lametina, che in parte ha dimostrato con concretezza la volontà di non "cancellare" una struttura simbolo dello Stato e utile strumento economico per il quartiere di Nicastro. È chiaro che il destino della Casa Circondariale di Lamezia, recentemente è stato investito del denaro per la struttura, dipende da un partito, che è maggioranza da Lamezia a Roma. Quindi, direttamente ci rivolgiamo all'Onorevole Doris Lo Moro in quanto ex sindaco, lametina, unico politico a creare opportunità e anche autorevole esponente del Pd, per chiedere un suo intervento in sede istituzionale e non solo a difesa del carcere di Lamezia.
Siamo certi che l'On. Lo Moro non tradirà le aspettative dei lametini, che hanno dimostrato chiaro attaccamento alla vicenda anche perché in caso di esito negativo si complica non poco l'operato delle forze dell'ordine, quotidianamente impegnate nella lotta contro la criminalità ma anche la fiducia concessa. Abbiamo deciso di rivolgerci all'On. Lo Moro, anche per la sensibilità mostrata a difesa della legalità e restiamo in attesa, con fiducia, di un riscontro positivo".
di Paolo Isaia
La Stampa, 14 aprile 2015
Il procuratore di Imperia: gesto improvvido. Il legale aveva regolare porto d'armi.
Ha aspettato di arrivare davanti al metal detector. Poi, alla poliziotta che assieme a una guardia giurata stava controllando le persone all'ingresso del tribunale di Imperia, ha detto di avere con sé una pistola. Per il proprietario dell'arma, l'avvocato torinese Carlo Mussa, un "normale" quanto doveroso annuncio, soprattutto dopo quanto accaduto giovedì scorso all'interno del palazzo di giustizia di Milano.
Ma, di "normale", il voler introdurre una pistola in tribunale, per il procuratore capo di Imperia Giuseppa Geremia non c'era molto: "Un gesto improvvido", il commento del magistrato dopo avere disposto che il professionista venisse accompagnato fuori dall'edificio - e ancora prima dall'aula in cui si stava celebrando il dibattimento in cui è legale di parte civile - e con lui la sua arma. La pistola consegnata L'avvocato Mussa, al tribunale di Imperia, era andato per la prima udienza del processo contro il costruttore romano Francesco Bellavista Caltagirone, accusato di truffa assieme ad altre due persone per una compravendita di posti barca al porto turistico della città. Processo che, tra l'altro, proseguirà a Torino, come a Torino si era svolto quello più ampio per la presunta truffa allo Stato legata alla realizzazione dello scalo portuale che si era concluso con l'assoluzione di tutti gli imputati, Caltagirone compreso. Perché Musso avesse una pistola con sé non si sa, l'unica cosa certa è che era autorizzato a portarla.
Ma non, appunto, dentro un tribunale, dove gli unici a poter girare armati sono membri delle forze dell'ordine, guardie giurate, ma solo se addetti al servizio di vigilanza, e magistrati. Non avvocati. Così, quando il legale torinese ha detto di avere una pistola, dopo qualche attimo di sconcerto la poliziotta all'ingresso gli ha ordinato di consegnargliela e di esibire l'autorizzazione a portarla con sé.
La pistola, una semi-automatica, è stata subito chiusa a chiave in un cassetto del bancone del posto di guardia e da quel momento "sorvegliata" a vista, mentre un addetto alla vigilanza è salito in Procura, all'ultimo piano, a chiedere lumi. L'avvocato Musso intanto ha raggiunto l'aula dove si teneva il processo. Non c'è rimasto molto. La disposizione arrivata dal procuratore capo Giuseppa Geremia è stata perentoria.
"Non si poteva assumere la custodia dell'arma - ha poi spiegato - non è un compito che debba essere svolto dalla polizia giudiziaria, o da qualcun altro all'interno del tribunale. Diciamo che sarebbe stato meglio se questa persona non se la fosse portata dietro...". Diplomazia a parte, l'avvocato Musso è stato raggiunto in aula dal responsabile della polizia giudiziaria della Procura, l'ispettore Marco Frumento, al quale era stata temporaneamente affidata la pistola, e scortato fuori dal palazzo di giustizia.
Non senza qualche protesta per l'impossibilità di proseguire l'udienza. Alla fine, ha dovuto nominare un sostituto. Solo una volta fuori dall'edificio, l'ispettore ha restituito al legale torinese la sua arma, non prima di avergli fatto firmare un verbale di consegna. All'avvocato non è rimasto altro da fare che attendere la fine dell'udienza per sapere com'era andata.
www.newmediamagazine.it, 14 aprile 2015
"Con la firma di questo Protocollo d'Intesa il Municipio IV prende un impegno chiaro e preciso - dice Emiliano Sciascia, Presidente del Municipio IV. Non possiamo assolutamente permettere che i detenuti del Carcere di Rebibbia restino esclusi da quelli che sono i servizi essenziali per la dignità di ogni persona e di questi fanno parte sicuramente i servizi anagrafici che ci impegniamo a garantire".
"Per esempio gestire la propria condizione di genitore ed essere detenuto non è di certo facile - dice ancora il Presidente - ed il protocollo di oggi si applica proprio in questa direzione ed in quella di evitare il grave disagio che si può provare nel trovarsi sprovvisti di documenti al momento dell'uscita dal carcere."
"Garanzia di fruizione dei servizi essenziali e soprattutto, la possibilità di sentirsi parte integrante del tessuto sociale". Così il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale Avv. Filippo Pegorari, intende la firma del Protocollo con il Municipio IV e l'Amministrazione Penitenziaria. "Un progetto semplice ma ambizioso. Per la prima volta grazie a questo Protocollo d'Intesa - spiega il Garante - vengono assicurati in via diretta, all'interno della città penitenziaria di Rebibbia i servizi che normalmente il Municipio fornisce a tutti i cittadini del suo territorio. Questo consentirà ai detenuti non soltanto la fruizione di diritti essenziali ma la possibilità di non sentirsi tagliati fuori dal mondo. Sarà per loro l'occasione di essere concretamente parte del tessuto sociale".
"Rimuovere ostacoli, rendere la vita più facile per favorire recupero e integrazione fa parte di una idea di società inclusiva e generosa - dice Maria Muto Assessore ai Servizi Sociali del Municipio IV. Questo si prefigge il protocollo firmato oggi che a costo zero aiuterà gli ospiti della Casa Circondariale nel percorso di riabilitazione e di recupero e soprattutto a trovare anche le ragioni per una vita diversa fuori dal carcere".
di Francesco Guarnaccia
www.ntacalabria.it, 14 aprile 2015
Il cantiere di "ReActionCity Women" ha preso il via nella sua seconda fase con l'arrivo dei detenuti della casa circondariale di Arghillà. Essi interverranno come operai per la ristrutturazione del bene sequestrato al civico 53 di via Possidonea che diventerà il laboratorio sartoriale delle donne della coop "Sole Insieme".
Per questa impresa collettiva si respira grande entusiasmo sia dentro che davanti il locale che ospiterà questa coraggiosa iniziativa al femminile e che vede protagonisti tanti soggetti socio-istituzionali, la consigliera di parità della Provincia Daniela De Blasio e la professoressa Consuelo Nava, che coordinano l'intero progetto, i giovani di Pensando Meridiano, che cureranno l'iniziativa "Cantiere evento & Recycle", il Tribunale, che ha reso disponibile il bene sequestrato, la Provincia, il Comune, l'Agape, Confcommercio e Confindustria, quest'ultima dando un supporto in termini di logistica, materiali, attrezzature, e la Casa circondariale con la direttrice Longo ed il Tribunale di sorveglianza che hanno concesso ai detenuti di essere presenti in un percorso di riscatto ed inclusione sociale.
C'era tanta attesa e finalmente ad aprire i primi sacchi di cemento e le pile di mattoni per iniziare a costruire sono stati proprio i detenuti. Il cantiere sarà coordinato dall'ufficio tecnico della provincia nella persona del geometra Santambrogio e i giovani di Pensando Meridiano ne seguiranno i lavori per interromperli con vere e proprie visite-evento in cui il cantiere si aprirà con messaggi collettivi alla cittadinanza e per cui attiveranno un laboratorio con social makers ed urban makers.
Presente al cantiere la consigliera De Blasio, che ha sottolineato: "Ci sono aspetti molteplici in questo progetto unico in Italia che racchiude elementi come legalità e lavoro. Quello più importante è il contributo nel dare un futuro a donne in difficoltà che altrimenti sarebbero tagliate fuori da mercato del lavoro. Ma lo è anche il resto, come il fare rete o il coinvolgere i detenuti. Abbiamo presentato "ReActionCity Women" in Europa per un riconoscimento di buona prassi, una certificazione che possa permettere repliche. Stiamo dimostrando che con poco e con buona volontà delle istituzioni si può fare tantissimo. Oggi lo stiamo facendo con le donne in difficoltà, domani con altre fasce deboli".
"La tanto attesa apertura del cantiere è arrivata. Mentre si lavora tra cemento e mattoni, noi stiamo continuando la formazione che ci servirà per il nostro laboratorio sartoriale e non vediamo l'ora di iniziare. Siamo contente di far parte di questa sperimentazione dalla grande valenza sociale" e "le donne in difficoltà sono risorse. Sono persone che hanno voglia di spendersi e di valorizzare propri talenti e che chiedono autonomia e non assistenzialismo" hanno rispettivamente detto la presidente di "Sole Insieme" Giusy Nuri e il presidente dell'Agape Mario Nasone.
Per la direttrice della Casa circondariale Maria Carmela Longo "attraverso il loro lavoro gratuito, i detenuti cercano di riparare il danno creato dal loro reato e di risarcire la società, così come di recuperare e riscattarsi socialmente. Loro lavorano già in carcere, in questo caso il valore è maggiore viste le finalità sociali del progetto.
Il lavoro è fondamentale nella rieducazione perché non c'è dignità senza lavoro", mentre per il presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea "c'è soddisfazione per il nostro ruolo in questa azione dall'altissima valenza sociale e per la sinergia che stiamo avendo con altri soggetti". "Sin dall'inizio abbiamo creduto fortemente nel progetto, tanto da averlo sostenuto anche finanziariamente. Speriamo di poterlo applicare analogamente per altre realtà" sono le parole del presidente della Provincia Giuseppe Raffa, a cui si sono aggiunte quelle dell'assessore Marino: "Esprimo soddisfazione a nome dell'amministrazione per l'avvio dei lavori. L'esperienza sperimentale di inclusione sociale, che registra tra l'altro il coinvolgimento dei giovani motivati e qualificati di "Pensando Meridiano", è pienamente sostenuta dall'assessorato, che apprezza il virtuoso protagonismo di attori sociali, quali i detenuti e le donne, la sinergia con il Terzo settore ed il partenariato istituzionale".
A chiudere sul cantiere è stata l'ideatrice di "ReActionCity", cioè la professoressa Nava: "Credo che oggi, la nostra impresa collettiva acquisti un significato ancora più di valore. Un triplice riscatto, per le donne in difficoltà, per l'impegno dei detenuti e per l'azione su un bene sequestrato. La città vive il senso della "giustizia sociale" in pieno, ma "reagendo".
Se a questo ci aggiungiamo l'impegno di istituzioni, associazioni e giovani, mi pare che "ReActionCity" continui a fare "umanesimo" ed "urbanesimo" per una città veramente differente e collettiva. Apriremo il cantiere evento alla cittadinanza e poi ci potremo dire pienamente felici quando la coop "Sole Insieme" confezionerà il primo lavoro di sartoria".
www.4live.it, 14 aprile 2015
Arriva anche a Forlì il film documentario "Meno male è lunedì" del regista Filippo Vendemmiati, vincitore del David di Donatello per "È stato morto un ragazzo". Il film sarà proiettato questa sera (martedì 14 aprile) alle 20.30 al Cinema Saffi.
L'evento è organizzato da Amnesty International, Con...tatto, Associazione Sovraesposti e Sunset e realizzata con il supporto di Documentaristi Emilia Romagna D-ER e Forlì #Social Hub e fa parte della manifestazione "Coltiviamo la legalità" promossa dal Comune di Forlì in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, il Campus Universitario di Forlì, l'Osservatorio sulla Legalità, le Istituzioni Scolastiche del territorio e numerose Associazioni culturali, ricreative e sociali.
Il film "Meno male è lunedì" è il trait d'union della giornata, interamente dedicata a diritti, legalità e carceri. Si parte la mattina con una proiezione dedicata alle scuole, per poi continuare dalle 17,00 alle 19,00 alla Fabbrica delle Candele, dove lo stesso regista curerà un workshop aperto a tutti (su iscrizione
Il documentario narra la storia di un gruppo di operai in pensione che riprende il lavoro per insegnare il mestiere a 13 detenuti nell'officina-azienda sorta in un carcere. La trasmissione del sapere ribalta, fino a confonderlo, il rapporto servo-padrone, libertà-prigionia. Imparare ad usare la giusta vite diventa metafora della ricostruzione di vite alla deriva. Chi impara di più alla fine e che cosa? Chi esce dal carcere? L'ex operaio, il detenuto o il manufatto? L'officina dei detenuti è spazio di libertà. Se l'operaio torna metalmeccanico in prigione, il detenuto con quello stesso ruolo rientra nel gioco della vita. Il film non insiste sul passato dei protagonisti, il tono è leggero, quasi da commedia. Nel "lavoro fuori" il lunedì è il giorno peggiore, nel "lavoro dentro" è il migliore. Il sabato e la domenica per il detenuto-operaio rappresentano la noia in attesa del ritorno in fabbrica di chi delle ferie non sa che farsene.
Vendemmiati è giornalista e regista. Come giornalista si è occupato di stragi, omicidi di stato e terrorismo. Come regista ha firmato "La Grande Sorella", reportage sul dramma della lebbra in India, "Premio Enzo Baldoni" nel 2006.
Nel 2010 a Venezia 67 (Giornate degli Autori) ha presentato "È stato morto un ragazzo", documentario che ha poi ottenuto il David di Donatello e il premio Vittorio De Seta al Bari Bifest e che conta oltre 100 mila visioni sulla rete. Nel 2012, a Venezia 69 (Giornate degli autori) ha portato il film "Non mi avete convinto", dedicato a Pietro Ingrao: non la biografia del politico, ma la "dichiarazione d'amore ad un uomo che con la politica sognava di cambiare il mondo". Il film è uscito in dvd vendendo quasi 20 mila copie ed è stato ospitato in numerosi festival. Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso gratuito.
Ansa, 14 aprile 2015
Diavoli, bare e cuori dietro le sbarre: sono alcune delle grafiche ispirate ai tatuaggi ideate da un gruppo di detenuti del carcere di Bollate che sono stati coinvolti in Part.Art, un progetto pilota di design etico e sostenibile che viene presentato in anteprima, oggi a Milano, nell'ambito del FuoriSalone. Il progetto del marchio di creatività etica e solidale Braghette Rosse, portato avanti in collaborazione con Art therapy italiana e la cooperativa Articolo 3, è iniziato lo scorso settembre.
Il carcere di Bollate ha ospitato un ciclo di 14 incontri aperti a un gruppo di detenuti e condotti da formatori e tirocinanti di Ati e successivamente da designers di Braghetterosse con l'obiettivo - viene spiegato dagli ideatori - di stimolare la creatività individuale, costruire uno spirito di gruppo e arrivare a produrre materiale creativo e grafico, sul tema del tatuaggio. I disegni sono stati poi elaborati e proposti ad aziende esterne come valore aggiunto nella realizzazione di accessori di moda, home furnishing o cartotecnica. Il risultato - agende e borsette, calzature e tazzine - è esposto alla galleria Spazioostrakon di Milano.
Ansa, 14 aprile 2015
Il comitato "Una chance per Chico", che sostiene la campagna per la revisione del processo a Enrico 'Chicò Forti, l'ex imprenditore trentino detenuto negli Stati Uniti per omicidio, si aspetta molto dall'incontro di venerdì tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il presidente Usa Barack Obama. "Si attende un cenno del premier italiano alla grande aspettativa per una riapertura del caso giudiziario legato all'assassinio di Dale Pyke, nel 1998 in Florida", ha detto il presidente del comitato Lorenzo Moggio incontrando oggi il presidente del Consiglio provinciale di Trento, Bruno Dorigatti.
"Se il passaggio politico dovesse maturare in modo positivo, potrà seguire (l'avvocato Joe Tacopina è quasi pronto) l'istanza ufficiale di revisione del processo, suffragata da alcune nuove prove potenzialmente decisive", ha aggiunto Moggio che ha donato a Dorigatti una t-shirt disegnata da Enrico Forti, e realizzata dal comitato, con la scritta "Chico free".
Dorigatti si è detto fiducioso che "qualcosa possa finalmente accadere, soprattutto dopo il recente, rumoroso caso negli Usa di un condannato a morte rivelatosi innocente dopo 28 anni di carcerazione". "In realtà - ha detto - sono 152 i casi di clamorosi errori giudiziari emersi negli Stati Uniti dopo decenni di carcere ingiusto. Si vuole fortemente che venga riconosciuto il 153esimo"
Aki, 14 aprile 2015
Sono circa 6.500 i detenuti palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Lo denuncia l'Autorità per gli affari dei prigionieri (Apa) legata all'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Dal 1967 all'aprile del 2015, Israele ha tenuto in carcere per periodi vari circa 850mila cittadini, tra cui circa 15mila donne e decine di migliaia di bambini, ha ricordato l'Apa in un rapporto diffuso alla vigilia della Giornata del prigioniero palestinese che ricorre il 17 aprile. "Dall'inizio della prima Intifada il 28 settembre del 2000 a oggi, più di 85mila palestinesi sono finiti in carcere, tra cui oltre 10mila minori di 18 anni, 1.200 donne e oltre 65 ex deputati e ministri", prosegue. Negli ultimi quattro anni, riferisce l'Apa, sono finiti dietro le sbarre 3.755 bambini, 1.266 dei quali solo nel 2014.
"Israele continua a detenere 30 prigionieri da prima degli Accordi di Oslo (del 1993, ndr), che sono in carcere da oltre 20 anni, oltre ai 16 detenuti che languono nelle carceri israeliane da oltre 25 anni", si legge nel rapporto. Israele ha anche nuovamente arrestato 85 palestinesi che eranno stati rilasciati in seguito allo scambio di prigionieri del 2011 nell'ambito della liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit da parte di Hamas. La ricorrenza del 17 aprile ricorda che in quel giorno, nel 1974, è stato rilasciato il primo detenuto palestinese nell'ambito di uno scambio di prigionieri con Israele.
Agenzia Fides, 14 aprile 2015
Quasi 200 bambini dell'età di 3 anni vivono con le rispettive madri detenute nei 31 istituti penitenziari del Perù. La nota, diffusa dall'Istituto Nazionale Penitenziario (Inpe) e pervenuta all'Agenzia Fides, assicura che i piccoli, maschi e femmine, vivono in un contesto di reclusione, anche se ben attrezzato perché possano crescere serenamente senza subire maltrattamenti o aggressioni. Le carceri con il maggior numero di bambini sono quelle femminili di Chorrillos (43) e Anexo de Chorrillos (17), entrambe a Lima; e nelle regioni di Arequipa (15), Ica (14), Ayacucho (13), Cuzco (11) e Puno (10).
Sempre secondo l'Inpe un gruppo di professionisti mantiene un dialogo costante con le mamme detenute e incinte, per dare loro orientamenti e indicazioni sull'importanza del legame madre-figlio. Molte di loro provengono da famiglie problematiche e ripetono quei modelli negativi subiti e vissuti nella loro infanzia. Negli istituti penitenziari sono a disposizione dei piccoli servizi sanitari e alimentari particolari. Anche rappresentanti di istituti religiosi e civili contribuiscono alla loro assistenza, mentre le autorità penitenziarie donano pannolini, giocattoli, vestiti e medicine.
di Andrea Indiano
Il Giornale, 14 aprile 2015
Un nuovo programma di recupero del governo americano insegna ai carcerati i lavori più tecnologici con il computer.
Il problema del sovraffollamento delle carceri e della recidività dei criminali è una questione molto grave in Italia come nel resto del mondo. Diversi programmi e progetti hanno provato a porre rimedio a questi casi, ma la soluzione sembra lontana. Dagli Stati Uniti arriva ora un nuovo modello di recupero dei detenuti che unisce le necessità del mondo del lavoro di oggi alla voglia di riscattarsi di chi è in carcere. Si chiama The Last Mile ed è già stato provato con successo nella prigione di San Quintino, vicino San Francisco in California. Proprio la vicinanza della città più tecnologica al mondo è stato lo spunto del fondatore Chris Redlitz.
In un periodo storico dove tutto sta diventando digitale, nel quale gli uomini più potenti sono i creatori di Facebook e Google e dove ogni cosa passa attraverso uno schermo del computer, è scontato che la richiesta di manodopera per questo settore lavorativo sia in costante crescita. Dimostrazione ne è proprio il picco economico di San Francisco e dintorni, dove la nella famosa Silicon Valley hanno sede le più grandi aziende del web. "Ero venuto una volta a parlare con i detenuti solo per curiosità - ha detto il fondatore di The Last Mile - ma da subito ho trovato un gruppo di persone pronte ad ascoltare e imparare come non avevo mai visto nelle scuole". Redlitz lavorava come investitore in varie aziende della Silicon Valley ed aveva già aiutato varie start up come Whis, Level Up e Bottlenose ad avere successo. "La richiesta di programmatori e sviluppatori è in aumento nella zona e per questo le aziende cercano sempre persone fidate e competenti cui affidare i lavori più semplici in questo settore, come l'inserimento dati e la creazioni di programmi di base in Javascript e Html". Questo genere di lavori è spesso evitato da parte dei neolaureati. Anche nel relativamente giovane mondo del lavoro digitale si sono già create classi sociali ben distinte fra i (presunti) inventori di app e start-up e coloro che fanno il "lavoro sporco" sulla tastiera.
Ma naturalmente anche in questo campo c'è bisogno di vera manodopera e personale dedito. The Last Mile ha trovato una risposta nelle carceri. "Spesso chi è in prigione da tempo non sa nemmeno cos'è internet o come accendere un computer. Però qui le persone hanno molto tempo a disposizione e soprattutto tanta voglia di imparare. In passato questo tipo di programmi insegnava mestieri come il falegname e altri impieghi di fatica, ma è palese che ora il mondo ha bisogno di altro".
Anche per questo, pur se avevano imparato un lavoro in carcere, molti ex detenuti tornavano a commettere reati, perché trovare un impiego era molto difficile. Problema che non si pone se diventano dei programmatori. E molti non si fermano neanche qui. Un ex detenuto di San Quintino che aveva partecipato alle lezioni di The Last Mile è stato assunto dal colosso digitale Rocket Space, mentre altri stanno già lavorando su idee per lanciare una propria start-up. In questo modo è una doppia vittoria: per i carcerati, che imparano un impiego utile e al passo coi tempi, e per le aziende, che trovano facilmente persone volenterose. Un'idea, quella di The Last Mile, che sarebbe da importare in Italia per facilitare la situazioni delle carceri e incrementare la crescita digitale, finora solo millantata, del paese.
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