di Moreno D'Angelo
www.nuovasocieta.it, 24 gennaio 2015
Si chiama "farina nel sacco". Pane, grissini, pizza e anche pasticceria di alta qualità che arrivano dal forno della Casa circondariale Lorusso e Cutugno. Prodotti che da sabato 24 gennaio saranno acquistabili presso il punto vendita di via Massena 11.
Molto soddisfatto Alessandro Fioretta, presidente della cooperativa Ecosol, da tempo impegnato in progetti che uniscono impegno sociale e produzioni di alta qualità. Progetti in cui i detenuti possono iniziare percorsi di formazione professionale, affiancando panettieri professionisti, per poi essere regolarmente assunti. "È da dieci anni che siamo impegnati nelle carceri nella gestione della cucina per i detenuti e nella produzione del cibo per un servizio catering esterno con la cooperativa Liberamensa".
Il progetto è partito da zero, con vari e complessi passaggi per la costruzione del capannone, il bando per l'acquisto dei macchinari e da sei mesi è in marcia quest'idea di produrre del pane di altissima qualità che domani vedrà finalmente l'avvio dei punti vendita all'esterno del carcere.
Oltre che per i successi sul piano della produzione gastronomica di prodotti di qualità, Fioretta precisa: "Si tratta di importanti iniziative che fino a ora hanno coinvolto circa 200 detenuti. Un'opera preziosa di reinserimento misurabile dal dato della recidività che scende al 10% tra chi finisce la detenzione imparando un mestiere mentre è drammatico il dato dell'85% di detenuti che una volta usciti ritornano dietro le sbarre".
Tornando alla qualità del pane prodotto, dentro il carcere torinese questa è figlia di un approccio che prevede la lievitazione naturale con l'uso di lievito madre e non chimico e l'utilizzo di farine pregiate prodotte in modo artigianale da un mulino a pietra tradizionale della Val Maira.
Anche mangiando una pizza si può entrare in contato con la difficile realtà carceraria che è prima di tutto una realtà di persone. In questo progetto si è riusciti a sposare discorsi di qualità delle materie prime, ricerca, formazione e occupazione. Certamente un gran risultato che è marciato nonostante la mannaia dei tagli che mette in discussione la sopravvivenza di questi importanti laboratori. L'appuntamento è per sabato in via Massena 11 , dove sono previsti assaggi per tutti.
di Simona Pacini
Il Gazzettino, 24 gennaio 2015
L'episodio al centro di una delicata indagine: un fatto analogo era già stato denunciato qualche anno fa. Ieri l'incidente probatorio. Violenza dietro le sbarre. Un trans detenuto nel carcere bellunese di Baldenich ha denunciato una guardia carceraria. Sull'episodio, al centro di una delicata della procura di Belluno, vige il più assoluto silenzio. Ieri pomeriggio, in camera di consiglio, così come stabilito dalla procedura penale, si è tenuto l'incidente probatorio.
La presunta vittima dovrebbe essere stata messa a confronto con l'agente di polizia penitenziaria perché potesse riconoscerlo e confermare così che era proprio lui l'autore delle violenze sessuali denunciate. Alcuni anni fa il carcere bellunese fu scosso da un altro episodio simile. Un trans allora denunciò una guardia per contatti sessuali. La prova allora fu un sacchettino nel quale la "vittima" aveva conservato lo sperma dell'agente che si approfittava di lui.
Ristretti Orizzonti, 24 gennaio 2015
L'istituto penitenziario Bassone di Como con il Centro Servizi per il Volontariato intende promuovere la partecipazione delle associazioni e dei cittadini perché propongano e realizzino attività dedicate ai detenuti. Per questo le organizzazioni di volontariato, le associazioni e i singoli volontari sono invitati a partecipare ad un incontro di presentazione della proposta mercoledì 4 febbraio 2015 alle ore 18.00 nella sede del Csv in via Col di Lana 5 a Como. Sarà presente Giovanbattista Perricone, responsabile dell'area educativa della struttura detentiva.
La struttura penitenziaria spesso è percepita come entità diversa e separata dal territorio mentre, nel concreto, ne è parte integrante e ne è profondamente correlata. Di più, è altresì uno spaccato della stessa società: la realtà esterna si riverbera all'interno dell'istituto con le stesse problematiche e fatiche. È necessario operare perché la comunità senta come parte di sé anche una verità sociale come quella del Bassone, affinché l'inclusione delle persone a fine pena nel loro ritorno sul territorio sia meno difficoltosa. Il volontariato è l'elemento che può creare questo legame e può costruire un vero e profondo dialogo con la società.
Alcuni volontari operano già all'interno: alcuni si occupano delle prime necessità, altri di offrire accoglienza e ascolto, altri ancora donano spazi trattamentali e occasioni di interesse ricreativo/culturale (per es. corso di inglese, yoga, ballo, spettacoli teatrali, incontri su temi filosofici, ecc.). Queste azioni contribuiscono a vivere meglio e più proficuamente la detenzione: se la sentenza ne dà la ragione, la ricerca del significato e delle possibilità di riscatto personale sono affidate agli interventi rieducativi e alla capacità della persona di costruirsi un percorso utile e positivo.
Moltissimo dipende dalle occasioni che vengono offerte loro ed è in questo ambito che le opportunità proposte dai volontari possono fare la differenza. I volontari possono contribuire ad una visione costruttiva della pena attraverso attività che spaziano dal puro svago, che ha lo straordinario valore di stemperare le tensioni, ad attività rieducativo/formative per porre le basi di una professionalità spendibile in futuro, ad iniziative culturali che aiutano la riflessione su se stessi e la propria vita.
Le associazioni e le organizzazioni che già svolgono nella loro attività ordinaria azioni di formazione, svago, sport o percorsi culturali possono declinarle nella dimensione dell'Istituto detentivo di Como: è una sfida ma anche una grande possibilità per sviluppare e far crescere la propria mission.
Quale che sia l'attività proposta, i detenuti - anche attraverso i volontari - ricominciano ad entrare in relazione con il mondo aldilà delle sbarre, respirano "l'aria del territorio", si concentrano su un tema e spesso riempiono il vuoto della solitudine carceraria che interrompe i legami, toglie autonomia e lascia spesso nell'incertezza del futuro. Da un punto di vista economico, inoltre, il volontariato consente di avviare per i detenuti attività che l'istituto, altrimenti, non sempre è in grado economicamente di offrire.
Inoltre, il valore di una nuova e costruttiva relazione con persone che con gratuità si rendono disponibili, non è certamente quantificabile in termini economici ed è sicuramente insostituibile. L'esperienza insegna che quando un istituto è isola, corpo a sé stante, le sue difficoltà vengono comunque riversate su quello stesso territorio che lo ha escluso. Se invece le attività e le azioni finalizzate all'inclusione funzionano, le persone al termine della loro condanna riescono a gestire al meglio la loro nuova vita sociale.
Chiedere il coinvolgimento dei volontari e in particolare delle organizzazioni e associazioni aiuta a rendere più consapevole anche la cittadinanza della necessità di rendersi accogliente. Nell'incontro previsto per il 14 gennaio al Csv si cercherà di costruire percorsi e proposte efficaci: sarà l'occasione per comprendere le necessità dell'Istituto, i bisogni e i vincoli del contesto e, nel contempo, cominciare a immaginare quali risorse le organizzazioni e associazione del territorio posso offrire. L'invito è aperto a tutti: prenotazioni al numero 031.301800 e via email a
di Patrizio Gonnella (Presidente dell'Associazione Antigone)
Il Manifesto, 24 gennaio 2015
Iqbal Muhammad ha da poco compiuto cinquantasette anni. Il 20 settembre del 2014 viene arrestato e portato nel carcere romano di Rebibbia. Che ha fatto? Diciannove anni fa - non diciannove giorni fa né diciannove mesi fa ma addirittura diciannove anni fa - era stato coinvolto in un traffico internazionale di droga. Era il lontano 1995 quando Iqbal Muhammad viene condotto in carcere con l'accusa di avere violato la legge sulle droghe. Viene detenuto in custodia cautelare per undici mesi, poi ne trascorre cinque agli arresti domiciliari, infine recupera la libertà. Una libertà incondizionata durata diciannove anni.
Il tempo passa e il processo procede tragicamente e pericolosamente lento. Per ben due volte la Cassazione annulla la sentenza di condanna rinviando gli atti alla Corte d'Appello. Iqbal Muhammad nei diciannove anni intercorsi tra il fatto commesso e la condanna ricevuta non ha mai avuto problemi con la giustizia. Si è impegnato come volontario presso alcune Parrocchie romane. Ha cresciuto una figlia. La giustizia nei suoi confronti si è bendata gli occhi. Lo ha inchiodato per sempre a un fatto di diciannove anni prima. Ora Iqbal Muhammad è in galera dove deve scontare nove anni e quattro mesi di carcere.
Possiamo chiamare questa giustizia? Questa è macelleria. Le arretratezze culturali della giustizia penale sono state fotografate in modo impietoso ieri dal primo presidente della Suprema Corte di Cassazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. La relazione del giudice Santacroce contiene analisi e proposte che in parte coincidono con quelle di Antigone. Non male! In sequenza ha ricordato come non sia superato ancora il sovraffollamento delle carceri, come andrebbe trovata una via meno repressiva per affrontare la questione complessa delle droghe, come andrebbe introdotto il delitto di tortura nel codice penale. Sono stati questi i tre temi su cui Antigone, insieme a tante altre organizzazioni di società civile, ha raccolto decine di migliaia di firme nella lunga e entusiasmante campagna per le tre leggi di iniziativa popolare per la giustizia.
La tortura però in Italia non è ancora un crimine. La legislazione sulle droghe è ancora ispirata a logiche proibitive e punitive, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che ha quasi cancellato la Fini-Giovanardi. Il sovraffollamento è meno grave di un anno fa ma ancora persiste a causa di resistenze nella maggioranza di governo. Affinché però la riforma della giustizia possa dirsi piena e non parziale - oltre a quanto detto dal giudice Santacroce - andrebbe approvato un nuovo codice penale che mandi in soffitta il codice Rocco risalente all'era fascista. Un codice nuovo, autenticamente liberale e democratico, che riduca il numero di reati, abbassi le pene, abolisca l'ergastolo, rinunci al doppio binario e introduca la riserva di codice (una clausola che impedisca la proliferazione di nuovi delitti sull'onda delle emergenze).
Affianco a una riforma di questo genere ben si accompagnerebbe un provvedimento universale di amnistia-indulto (quello per cui si batte incessantemente e coraggiosamente Marco Pannella) che consentirebbe al sistema della giustizia di ripartire senza intoppi. Il Parlamento non sembra però avere particolari slanci di progresso. Nei prossimi giorni le Camere saranno impegnate nell'elezione del Presidente della Repubblica. Speriamo sia un o una Presidente che come il precedente metta al centro la questione della dignità umana dei detenuti. Abbiamo già una lista di cose da chiedergli. Due per tutte: la nomina di un garante delle persone private della libertà esperto e indipendente. La grazia per Iqbal Muhammad.
Ansa, 24 gennaio 2015
La Corte Suprema degli Usa ha deciso di riesaminare la costituzionalità delle nuove combinazioni di farmaci per l'iniezione letale che alcuni Stati utilizzano per le esecuzioni. La Corte Suprema degli Usa ha deciso di riesaminare la costituzionalità delle nuove combinazioni di farmaci per l'iniezione letale che alcuni Stati utilizzano per le esecuzioni.
La decisione è stata presa in seguito al ricorso di tre condannati a morte in Oklahoma. L'Alta Corte, che proprio la settimana scorsa ha permesso l'esecuzione di un detenuto con lo stessa combinazione di farmaci, dovrà decidere se l'uso del cocktail viola il divieto della Costituzione Usa di infliggere punizioni crudeli.
In particolare, i giudici hanno deciso di verificare se il sedativo midazolam possa essere utilizzato nelle esecuzioni a seguito dei timori che non produca un profondo stato comatoso e di incoscienza. Dovranno inoltre assicurarsi che il detenuto non sperimenti un dolore intenso e inutile quando gli vengono iniettati altri farmaci per ucciderlo.
La decisione giunge otto giorni dopo che la Corte Suprema si si è rifiutata di bloccare l'esecuzione di un detenuto in Oklahoma dove viene usato lo stesso tipo di cocktail. Oltre al midazolam viene utilizzato un farmaco per paralizzare il detenuto e un terzo per bloccarne il cuore. Il caso alla Corte Suprema sarà probabilmente discusso ad aprile con una decisione attesa per la fine di giugno.
Corte Suprema Usa esaminerà casi di 3 condannati
La Corte Suprema degli Stati Uniti esaminerà il caso di tre detenuti rinchiusi nel braccio della morte che contestano - in quanto incostituzionale perché rischia di causare sofferenze e dolore - l'uso di determinati farmaci nel cocktail usato per le esecuzioni con l'iniezione letale. La Corte aveva precedentemente deciso di non posticipare l'esecuzione di 4 detenuti in Oklahoma, una delle quali è stata eseguita il 15 gennaio: Charles Warner è stato il primo la cui esecuzione è stata portata a termine nello Stato americano dopo quella che nell'aprile 2014 si risolse in un'agonia di tre quarti d'ora per il condannato, Clayton Lockett.
www.articolotre.com, 24 gennaio 2015
Quarant'anni. Questo il tempo trascorso dietro le sbarre da innocente. È quanto avvenuto a Joseph Sledge, uscito oggi di prigione, dopo aver trascorso oltre metà della propria vita in carcere, condannato ingiustamente all'ergastolo con l'accusa di aver ucciso, nel 1976, una donna e sua figlia. Entrambe vennero trovate morte nella sua abitazione nel North Carolina. Un'ingiustizia enorme, che si è risolta soltanto adesso, grazie a nuove testimonianze che hanno riaperto il caso. I periti, riprese le indagini, hanno scoperto come i capelli rinvenuti sulla scena del delitto non appartenessero a lui e, così, è stata finalmente riconosciuta la sua innocenza. "Voglio fare una bella dormita in un letto vero letto e anche un bagno in piscina", è stato l'unico commento di Sledge appena riavuta la libertà.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 24 gennaio 2015
In un video diffuso online la scorsa settimana, e girato con un cellulare alla Mecca, si vede una donna in nero seduta sull'asfalto. Condannata a morte per l'omicidio della figliastra di 7 anni, la donna protesta la propria innocenza. "Non ho ucciso! Non ho ucciso!".
Ma un boia vestito di bianco la colpisce al collo, per tre volte, con un spada che poi pulisce con un panno, mentre il cadavere viene portato via. La diffusione di quel filmato e la fustigazione pubblica (recentemente rimandata dopo gli appelli di Usa e Onu) del blogger Raif Badawi, condannato a 1.000 frustate per "offesa all'Islam", hanno portato nuova attenzione sull'interpretazione della sharia e l'applicazione della pena capitale in Arabia Saudita. All'indomani della morte di re Abdullah, Amnesty International ha condannato "l'assenza totale di diritti umani" nel Paese, e ha denunciato un aumento degli arresti "di attivisti, blogger e di chiunque critichi la leadership politica e religiosa saudita", anche sui social network.
Qualche giorno fa il sito web "Middle East Eye" ha pubblicato un confronto tra le pene inflitte dall'Isis in nome della legge islamica nei territori dell'autoproclamato "Califfato" e quelle corrispondenti applicate da Riad: in casi di blasfemia, omicidio, omosessualità è prevista la morte; l'adulterio è punito con la lapidazione se sposati, altrimenti con 100 frustate; l'amputazione è contemplata per i ladri, e così via.
Anche se "l'applicazione effettiva di queste pene è in realtà diversa - riconosce lo stesso sito - poiché l'Arabia Saudita raramente, se mai, arriva a giustiziare per blasfemia o adulterio" e molto dipende dalla discrezionalità dei giudici, diversi studiosi notano il legame "teologico" basato sulla rigidissima interpretazione wahhabita dell'Islam. Il paragone con la morte di giornalisti come James Foley è evocato dal direttore di Amnesty, Salil Shetty: "Critichiamo l'Isis, ma a Riad c'è un governo che ha effettuato più di 60 decapitazioni pubbliche negli ultimi mesi". Secondo "Human Rights Watch" le esecuzioni sono state 87 nel 2014 e 11 finora nel 2015, per crimini come stupro, omicidio, traffico di droga.
Spesso si tratterebbe di decapitazioni, ma il governo tende a non pubblicizzarlo (e l'autore del video della Mecca è finito in manette). Nel frattempo il Paese fa parte della coalizione Usa contro l'Isis. La preoccupazione per l'ascesa del "Califfato" è genuina, come dimostra il muro di 600 miglia in costruzione lungo il confine con l'Iraq, dove tre guardie sono state di recente uccise. L'Isis, come già Al Qaeda (a partire dal saudita Bin Laden), disputa la legittimità, basata sulla religione, del potere della famiglia Al Saud. Ma l'atteggiamento dell'élite saudita - osserva tra gli altri l'ex agente dell'intelligence inglese Alastair Crooke - è ambivalente: alcuni appoggiano i miliziani sunniti perché combattono gli sciiti, altri ne hanno paura.
di Mario Di Matteo
www.clandestinoweb.com, 23 gennaio 2015
Detenuti in cella senza alcuna affettività, senza poter abbracciare i propri amici e parenti, pagando non solo sul piano penale il reato commesso, ma aggiungendo a questo anche quello sentimentale e privato che non c'entra nulla con quanto commesso. Questo è quanto accade all'interno degli istituti penitenziari italiani.
di Francesco Lai (Componente della Giunta dell'Unione Camere Penali)
Il Garantista, 23 gennaio 2015
L'espiazione della pena non può essere sinonimo di negazione di ogni relazione affettiva. Parrebbe essere questo uno dei principi sottesi al disegno di legge n. 1587 presentato in Senato alcuni giorni fa dal senatore del Partito democratico Sergio Lo Giudice, che vede tra i firmatari vari altri suoi colleghi.
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 23 gennaio 2015
Il carcere non è semplicemente privazione della libertà, come nel caso di un sequestro di persona. È qualcosa di qualitativamente diverso. Il sequestrato sa che la sua condizione è arbitraria e deve cessare il più presto possibile e che, fuori, c'è chi si dà da fare a questo fine. La vita continua nell'attesa. Una volta c'erano i "canta-cronache".
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