di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 6 giugno 2019
Dimissioni immediate. Sono quelle che l'Anm, con un documento votato all'unanimità dal Comitato direttivo di ieri, chiede ai 4 consiglieri del Csm che si sono, per ora, "solo" autosospesi. Troppo poco, però. Per l'Anm devono lasciare subito un incarico istituzionale per il quale, si sottolinea con durezza, "evidentemente non appaiono degni"; troppo grave l'opacità delle condotte messa in evidenza dall'inchiesta della Procura di Perugia.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 6 giugno 2019
Separazione delle carriere, abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, nuova legge elettorale del Consiglio. La bufera sui magistrati offre l'occasione alla politica per portare avanti progetti sempre fermati dall'Anm. Nell'inerzia dei 5 Stelle, la Lega va avanti a braccetto con Forza Italia.
di Giacomo Biscontini
medium.com, 6 giugno 2019
Ci sono stati periodi nella nostra Repubblica in cui giornalisti, politici e giuristi sono stati obbligati a parlarne. Dieci anni fa, ad esempio, quando la Corte Europea dei diritti dell'Uomo ha iniziato a chiedere con forza ed impegno una profonda revisione del sistema penitenziario italiano, questo perché alcuni detenuti, dopo un lungo percorso giudiziario hanno chiesto la tutela dei loro diritti, violati proprio dalle condizioni inumane di molte delle nostre prigioni.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 6 giugno 2019
Le inchieste su alcuni membri del Csm sono rilevanti soprattutto per l'atmosfera ambientale che illustrano. Le inchieste in corso su alcuni membri del Consiglio Superiore della Magistratura non sono rilevanti per le fattispecie penali a cui esse finiranno (o non finiranno) per mettere capo. Al pari delle inchieste su Mani Pulite di venticinque anni fa esse sono rilevanti per qualcosa di ben più importante: per l'atmosfera ambientale che illustrano.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 6 giugno 2019
Lo scontro tra Consiglio Superiore e pubblici ministeri, sul metodo utilizzato per la scelta dei ruoli direttivi negli uffici giudiziari, in particolare di quelli inquirenti, ha dimostrato in maniera lampante che la magistratura da "ordine autonomo" è diventato "potere" e il potere ha sempre un valore politico. In tante battaglie che abbiamo portato avanti in Parlamento e in numerosi scritti anche di valore scientifico e non solo politico, abbiamo denunziato questa anomalia che senza dubbio avrebbe portato ad uno scontro all'interno della stessa magistratura dopo le aspre contese politiche e con i politici.
Negli anni 80 un pubblico ministero di valore come Gherardo Colombo teorizzò, a nome di magistratura democratica, che "il ruolo del magistrato dovesse essere quello di controllore del potere politico non essendoci alcuna forza politica compreso il Pci che a quell'epoca fosse in grado di contestare, a suo parere, il potere del partito di maggioranza".
Dagli anni 90 in poi con Tangentopoli, ma non solo, si è rafforzato questo ruolo anomalo della magistratura che non fa riferimento soltanto alla corrente di sinistra ma ha investito tutto l'ordine divenuto appunto "potere". La conseguenza è che il Csm non riesce ad essere un organo di "garanzia" che tutela l'indipendenza, ma un organo che tutela solo l'autonomia come separatezza, fuori da ogni responsabilità e, da ogni controllo, come oggi possiamo agevolmente constatare. Le pratiche di lottizzazione che da anni si praticano anche in maniera spregiudicata, che potrebbero essere giustificate (e non lo sono) per le questioni politiche, non sono ammesse per scelte che dovrebbero essere fatte per garantire appunto la imparzialità di chi deve dirigere un ufficio giudiziario. Orbene tutto quello che la stampa ci rivela, di incontri, di colloqui riservati, di presunti reati e certamente di comportamenti deontologicamente condannabili, fa ricadere sulla magistratura i tormenti che per tanti anni con le loro iniziative hanno colpito la sfera privata di politici o di amministratori per normali incontri che naturalmente, questi si, sono doverosi e necessari per accordi istituzionali e politici.
Diventa evidente purtroppo e veritiero il luogo comune che si sussurra da anni che "il procuratore della Repubblica, in particolare quello di Roma, vale tre ministeri!". L'ufficio di presidenza del Csm ha auspicato che "si impone un confronto responsabile tra tutti componenti per la forte affermazione della funzione istituzionale del Csm a tutela dell'intera magistratura".
Dopo tutto quello che abbiamo letto sulla stampa e dopo le dimissioni di un suo componente, e altre che stanno per arrivare non credo sia possibile ridare credibilità e trasparenza al Csm alla magistratura se non affrontando il problema della giustizia che è stato trascurato da governi ben più consistenti, figuriamoci se può essere affrontato da quello in carica.
È chiaro che noi come cittadini abbiamo interesse a correggere le deviazioni istituzionali che inficiano la divisione dei poteri perché se ci sono fenomeni di corruzione la situazione diventa certamente più grave, e scandalosa, ma interesserà i responsabili e certamente inciderà sul prestigio e sulla credibilità della magistratura. La nostra speranza è che la stessa magistratura riconosca che la supplenza politica a lungo andare deprime e delegittima la stessa istituzione.
Lo diciamo da anni sempre inascoltati e bisognerebbe riconoscere che è arrivato il momento di porre mano ad alcune riforme che sono fondamentali per il funzionamento della giustizia. Il ruolo del pm così delicato e così determinante per l'equilibrio istituzionale non può essere subordinato al potere delle correnti o di singoli magistrati, e al tempo stesso essere subordinato al potere politico.
Le correnti nella magistratura e nel Csm non sono manifestazioni di contenuto culturale o di forte pensiero: riconosciamolo con molta sincerità: si tratta di piccoli o grandi posizioni di potere che mortificano l'indipendenza. Come non riconoscere questa patologia?!
Se la magistratura vuole superare questa prova durissima che inevitabilmente la segnerà per sempre, dovrebbe accettare alcune riforme e per prima la riforma del pm il cui ruolo deve essere diverso da quello del giudice per dare valore al processo penale che negli anni 90 tutti abbiamo voluto accusatorio: bisognava superare quello "inquisitorio" che sembrava meno democratico e meno garantista.
La stessa magistratura deve riconoscere soprattutto dopo queste evidenti disfunzioni che è urgente modificare il rapporto tra laici e togati nel Csm per determinarne la parità in modo da attribuire un ruolo più incisivo agli stessi laici all'interno del consiglio; stabilire che anche il pubblico ministero come il giudice non possa permanere nella stessa sede più di cinque anni per evitare che si determinino aderenze e solidarietà negative. Queste elementari proposte sono presenti in parlamento dagli anni 70 e purtroppo l'insofferenza e il veto della associazione nazionale dei magistrati ha condizionato il legislatore.
di Livio Pepino
Il Manifesto, 6 giugno 2019
Il problema non è tanto l'organo di autogoverno, quanto la magistratura. Lo scandalo era, per molti versi, uno scandalo annunciato. Lo scandalo sulle frequentazioni di Luca Palamara e dei maneggi tra componenti del Csm e politici (tra cui Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, e Luca Lotti, ex ministro renziano inquisito a Roma) per pilotare la nomina del Procuratore della capitale ha aperto una crisi gravissima nel Csm.
Il Consiglio superiore della magistratura è messo in condizioni prossime alla paralisi dalle dimissioni di un componente e dall'autosospensione di altri quattro (evidentemente suggerite dal colle più alto) e con un drammatico dibattito in corso sulla sua stessa sopravvivenza (solo momentaneamente sopito dal documento approvato ieri l'altro dal plenum).
La gravità della vicenda ha prodotto reazioni all'apparenza molto dure, culminate da ultimo nella richiesta di ulteriori dimissioni da parte del presidente dell'Associazione magistrati. Ma l'impressione è che ancora sfugga, per superficialità o per scelta, la reale entità dei problemi e dei rimedi necessari.
Concentrare l'attenzione e le critiche sul Csm è, infatti, fuorviante. Il problema non è tanto l'organo di autogoverno, quanto la magistratura. Lo scandalo era, per molti versi, uno scandalo annunciato. Il ruolo di Cosimo Ferri come cerniera tra la magistratura e il sottobosco (bipartisan) della politica è noto da lustri e Magistratura indipendente, che a lui continua a fare capo, ha incrementato proprio per questo i suoi consensi.
E da sempre l'adesione a Unità per la costituzione è una sorta di assicurazione per giudici e pubblici ministeri alla ricerca di un incarico direttivo. Il Consiglio non è un organismo con logiche proprie ma quel che vuole una parte consistente (anche se non maggioritaria) della magistratura. A ciò le correnti interne (alcune di esse in particolare) hanno aggiunto del loro, ma il problema non nasce qui.
Il clientelismo e la ricerca di protezioni politiche, anche tra i magistrati, ha radici antiche se è vero che già un secolo fa la legge n. 438 del 1908 vietava a giudici e pubblici ministeri di ricorrere alle raccomandazioni di politici o avvocati per ottenere facilitazioni in carriera. Né la situazione migliorò in epoca repubblicana, prima della nascita delle correnti, almeno a giudicare dal grottesco ritratto con cui Dante Troisi descrive (in Diario di un giudice del 1955) il collega in lacrime perché, non conoscendo né vescovi né cardinali, non può ambire alla "meritata promozione"...
Se poi posso citare un'esperienza personale, aggiungo che tutto ciò l'ho toccato con mano durante la mia esperienza consiliare, dal 2006 al 2010, in cui molte sono state le richieste di "appoggi" e altrettante le amicizie cancellate per non averli accordati. Allo stesso modo la disinvoltura e (a volte) la spregiudicatezza nei rapporti di alcuni magistrati con il sottobosco politico e affaristico non sono una novità, ancorché sottovalutate dalla corporazione (e dai rapporti dei capi degli uffici).
A questa situazione occorre cercare di porre rimedio se si vuole davvero incidere sulla sua escrescenza nell'autogoverno giudiziario e sulle relative avvilenti manifestazioni. Che fare, dunque? Non ci sono scorciatoie e nessuno ha la bacchetta magica. Ma qualche indicazione è possibile. Non servono esercizi di ingegneria istituzionale o, peggio, soluzioni bizzarre come il sorteggio dei componenti del Consiglio (che, a tacer d'altro, non toccano la struttura della corporazione).
Ciò che occorre è, anzitutto, una forte ripresa di iniziativa delle componenti progressiste della magistratura per denunciarne e combatterne cadute e compromissioni ché, da sempre, il malcostume si contrasta contrapponendovi una cultura e un metodo di confronto alto sulle idee e sui progetti. Dopo un lungo appannamento vedo, al riguardo, incoraggianti segnali di ripresa. Soprattutto in Magistratura democratica, tornata finalmente a occuparsi di analisi critiche della magistratura e della giurisdizione più che di nomine e di incarichi, come si vede dalle pagine della sua rivista online "Questione giustizia".
E poi occorre acquisire la consapevolezza che non si correggono i vizi del Consiglio ripristinando modelli burocratici peggiori degli attuali. Gli antidoti alle degenerazioni sono una vera temporaneità degli uffici direttivi (che riporti i dirigenti al ruolo di primi inter pares e ne elimini o attenui il carattere di centri di potere che - come nel caso della Procura di Roma - valgono nel Cencelli della politica come due o tre ministeri) e la fuoruscita dei magistrati dai luoghi, per essi impropri, del sottogoverno, a cominciare dai ministeri (dai quali è oggi possibile transitare direttamente negli uffici più delicati del Paese).
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 6 giugno 2019
L'Arci: dossieraggio. Forse già giovedì il presidente Mattarella riceverà il leader della Lega. Sarà il presidente Sergio Mattarella a sondare le intenzioni di Matteo Salvini. Il capo dello Stato riceverà in tempi brevissimi, forse già oggi, il vicepremier leghista. Rapporti con l'Unione europea, stato di salute del governo e, probabilmente, anche il contorno della controversa iniziativa di ieri del Viminale: non soltanto l'impugnazione della sentenza del Tar di Firenze contro le cosiddette zone rosse e il ricorso contro quelle di alcuni Tribunali in merito all'iscrizione anagrafica di alcuni stranieri. Il nuovo scontro con la magistratura nasce dal fatto che in una nota si legge che "il Viminale intende rivolgersi all'Avvocatura dello Stato anche per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l'assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini".
Nel comunicato si fa riferimento alle idee dei magistrati "espresse pubblicamente o attraverso rapporti di collaborazione o vicinanza con riviste sensibili al tema degli stranieri come "Diritto, immigrazione e cittadinanza" o con avvocati dell'Associazione studi giuridici per l'immigrazione (Asgi) che hanno difeso gli immigrati contro il Viminale". E soprattutto citando esplicitamente alcuni magistrati tra cui Luciana Breggia, giudice del Tribunale di Firenze, relatrice della sentenza che ha escluso il ministero dal giudizio sull'iscrizione anagrafica di un immigrato: "Si candidi - ha detto Salvini - per cambiare le leggi che non condivide". Immediata la replica dell'Associazione nazionale magistrati, che ha chiesto al Csm di tutelare i colleghi mentre l'Arci parla esplicitamente di "dossieraggio" da parte del ministro. Di qui, una seconda nota da parte del Viminale: "L'Avvocatura dello Stato saprà consigliarci per il meglio: ci chiediamo, col dovuto rispetto, se alcune iniziative pubbliche, alcune evidenti prese di posizione di certi magistrati siano compatibili con un'equa amministrazione della giustizia. Parliamo di iniziative pubbliche e riportate dai media".
Ma il capo dello Stato certamente chiederà a Salvini con quale approccio intenda rapportarsi all'Europa, che potrebbe avviare la procedura d'infrazione. Il leader leghista si è impegnato, con Luigi Di Maio e anche con il premier Conte, a non alzare i toni nei confronti dell'Unione. Non è detto, tuttavia, che l'impostazione contenuta nella lettera di risposta del governo all'Unione veda il leader leghista entusiasta, anzi. Non per nulla le persone al ministro osservano che la lettera "l'ha letta, il che non significa condividerla al cento per cento".
Di certo, il leader leghista ieri ha ribadito che la flat tax non si tocca: "L'unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio". Commissione a parte, l'Europa ieri ha dato anche altri dispiaceri a Salvini. Il leader Brexit Nigel Farage ha annunciato che il suo partito non farà parte del gruppo sovranista: "C'era stata una conversazione preliminare amichevole che loro hanno deciso di utilizzare in modo politico e direi piuttosto disonesto". Mentre l'arrivo dei Pirati con i Verdi fa scendere il gruppo Salvini-Le Pen al quinto posto per numero di eurodeputati.
di Andrea Carugati
La Stampa, 6 giugno 2019
Nel mirino chi ha pronunciato recenti sentenze favorevoli ai migranti. Contestate le partecipazioni a dibattiti e le collaborazioni con riviste. Matteo Salvini contro i giudici: quelli che a suo dire stanno ostacolando la politica del governo su immigrati e sicurezza.
"Mi chiedo se certe iniziative pubbliche e alcune evidenti prese di posizione di certi magistrati siano compatibili con un'equa amministrazione della giustizia", dice il ministro leghista dopo aver fatto annunciare al Viminale il ricorso al Consiglio di Stato contro alcuni provvedimenti presi da magistrati di Firenze e Bologna, e dopo aver diffuso la black-list delle toghe che hanno firmato le sentenze. "Una schedatura", attaccano il Pd e associazioni come l'Arci.
L'intervento del Viminale arriva dopo la decisione del Tar della Toscana di accogliere il ricorso dell'Aduc (associazione per i diritti degli utenti e consumatori) contro le "zone rosse" istituite a Firenze dal prefetto e vietate a determinati soggetti. Una sentenza che fa seguito a quelle di altri due giudici di Bologna e Firenze, contrarie al Viminale, sull'iscrizione all'anagrafe di cittadini stranieri.
I giudici in questione sono accusati da Salvini di aver espresso pubblicamente le loro opinioni contrarie alla linea del governo, collaborando con riviste e associazioni pro-migranti. Il Viminale ha quindi tracciato alcuni profili di giudici "ostili". Uno di questi è Luciana Breggia del tribunale di Firenze: è stata relatrice della sentenza che ha escluso il ministero dal giudizio sull'iscrizione anagrafica di un immigrato. In alcuni dibattiti pubblici ha chiarito le sue idee sull' immigrazione censurando l'uso della parola "clandestini" e ha rapporti con l'Asgi (associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione).
E proprio un avvocato dell'Asgi, Noris Morandi, precisano fonti del Viminale, ha assistito lo straniero che ha fatto ricorso e a cui il giudice Breggia ha dato ragione. La giudice è accusata dal ministro leghista anche di aver partecipato alla presentazione di un libro con la portavoce della ong Mediterranea (quella di Luca Casarini) e col professor Emilio Santoro, reo di aver definito quello gialloverde "il governo della paura".
Nel mirino di Salvini la rivista "Diritto, immigrazione e cittadinanza", con cui collaborano anche Rosaria Trizzino (presidente della seconda sezione del Tar toscano che ha bocciato le zone rosse) e Matilde Betti, presidente della prima sezione del tribunale civile di Bologna, che a marzo non ha accolto il ricorso del Viminale contro l'iscrizione all'anagrafe di due cittadini stranieri. Uno di questi era difeso da un altro legale dell'Asgi, Nazzarena Zorzella, per anni co-direttrice della rivista e ora nel comitato editoriale dove siede anche la giudice Betti.
L'Anm definisce "sconcertanti" gli attacchi di Salvini che prendono di mira le "opinioni" e non il "merito dei provvedimenti". "Le modalità adottate" dal ministro, secondo l'associazione magistrati, "gettano discredito sull'intera funzione giudiziaria" e producono "una perdita di serenità da parte di chi la esercita". Di qui la richiesta al Csm di tutelare "l'autonomia e l'indipendenza della giurisdizione".
"Non intendiamo controllare nessuno né creare problemi alla magistratura in un momento così delicato", replica Salvini."Contesto però che se un giudice fa un dibattito a favore dell'immigrazione e poi il giorno dopo emette una sentenza su un immigrato, allora non fai il giudice, ti candidi alle elezioni, vai in parlamento e cambi le leggi".
"Siamo davanti a un ministro che pretende che i giudici si adeguino alle politiche del governo", attacca il sindaco di Firenze Dario Nardella (Pd). "Il dossieraggio rimanda a uno scenario putiniano, dove ai giudici è richiesto di adeguarsi ai voleri del governo", rincara il segretario di +Europa Benedetto Della Vedova. Il presidente dell'Arci Filippo Miraglia parla di "macchina del fango", "atto scellerato di chi adotta metodi eversivi occupando una carica istituzionale rilevante per la sicurezza del Paese".
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 6 giugno 2019
Dopo il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle "zone rosse" di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all'anagrafe, il Viminale avvia un dossieraggio sui magistrati e annuncia ricorsi su ricorsi.
Il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle "zone rosse" di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all'anagrafe, hanno fatto infuriare Matteo Salvini.
Il vicepremier e ministro dell'interno, in risposta, ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar di Firenze; altri ricorsi sulle sentenze che permettono l'iscrizione all'anagrafe dei migranti; ma soprattutto un ricorso all'Avvocatura dello Stato "per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l'assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini". Un concetto ribadito la sera in tv al programma Otto e Mezzo su La7.
Le mosse del Viminale fanno tornare alla mente momenti bui delle recente storia italiana, come la delegittimazione messa in pratica dai media di casa Berlusconi ai danni del giudice Raimondo Mesiano, reo di aver condannato la Fininvest nelle pieghe del processo sul lodo Mondadori.
Questo caso appare ben più grave, perché ad agire è una istituzione statale che, nei fatti, avvia un "dossieraggio" contro magistrati considerati scomodi. Non altrimenti è possibile giudicare la decisione di Salvini di far analizzare le uscite pubbliche dei magistrati firmatari delle sentenze, e i loro rapporti di "vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale".
Il calcolo politico del leader della Lega, in un momento in cui l'Associazione nazionale magistrati e lo stesso Consiglio superiore della magistratura vivono giorni difficilissimi, a causa di ben altre, gravi vicende, è evidente. Ma l'Anm reagisce comunque: con un documento approvato all'unanimità, l'organo sindacale dei magistrati chiede "che il Csm effettui tutti i passaggi necessari a tutela della collega Luciana Breggia, presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Firenze, e dell'autonomia e indipendenza della giurisdizione".
Nel ripercorrere la vicenda, l'Anm denuncia: "In seguito a un provvedimento collegiale che ha dichiarato inammissibile il reclamo del ministero dell'interno, si è ipotizzato l'intento "politico" del giudice diretto a disapplicare norme di legge, a fronte di un provvedimento sgradito. La critica non si è rivolta quindi al contenuto del provvedimento, ampiamente motivato, ma alle supposte "idee politiche del giudice" e alla sua partecipazione a convegni, peraltro di carattere scientifico, in ragione dei partecipanti e dei relatori evidentemente loro sgraditi".
Il documento dell'Anm richiama sul caso anche un post pubblicato su facebook dallo stesso Salvini, che "riportando un articolo de 'Il Giornalè che contiene i medesimi attacchi alla persona del giudice, è stato seguito da commenti contenenti insulti e minacce che non risultano essere stati rimossi".
Ma di cosa dovrebbero essere "colpevoli" Luciana Breggia ma anche Matilde Betti, presidente della prima sezione del tribunale civile di Bologna? Soprattutto Breggia di aver detto in una intervista a Famiglia Cristiana che i Centri di accoglienza straordinaria sono un "limbo di insicurezza", e che "le leggi che costituiscono il diritto non sempre vanno nella direzione della giustizia", ricordando le leggi razziali.
Poi di essere stata relatrice alla presentazione del libro "L'attualità del male, la Libia dei lager è verità processuale", scritto dall'avvocato Maurizio Veglio che collabora con l'Asgi, al fianco della portavoce di Mediterranea, Alessandra Sciurba.
Quanto allo stop del Tar toscano alle "zone rosse" fiorentine, dopo un ricorso dell'Aduc sul caso di Matteo Innocenti, attivista di Pap denunciato per possesso di cannabis e per questo considerato "pericoloso", è la stessa associazione a tirare le somme dopo il ricorso del Viminale al Consiglio di Stato: "Stato libero di Bananas? È il primo pensiero che viene in mente, ma vogliamo credere e sperare che non sia così. Perché ancora crediamo che l'Italia sia uno Stato di diritto, coi poteri separati e l'autonomia di ogni potere rispetto agli altri".
L'associazione infine ricorda: "A noi preme la sicurezza di tutti, e ci preme che possa essere preservata a partire dai diritti costituzionali degli individui, quelli che la sentenza del Tar della Toscana ha evidenziato essere stati violati con l'ordinanza della Prefetto di Firenze. Preservando i diritti individuali, le autorità dovrebbero essere in grado di preservare anche i diritti della collettività. Altrimenti si passa dallo Stato di diritto a quello di Polizia".
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 6 giugno 2019
Cosa hanno fatto per sollevare i dubbi di Salvini? Tutte e tre hanno preso provvedimenti su migranti e sicurezza, in contrasto con quelli del Viminale. Sono tre donne i giudici che hanno suscitato ieri la presa di posizione del ministro Matteo Salvini: la presidente della seconda sezione del Tar della Toscana Rosaria Trizzino, la presidente della prima sezione del tribunale civile di Bologna Matilde Betti e il magistrato del tribunale di Firenze Luciana Breggia.
Cosa hanno fatto per sollevare i dubbi di Salvini? Luciana Breggia è il giudice del Tribunale di Firenze, relatrice della sentenza che ha dichiarato inammissibile il ricorso del ministero contro l'iscrizione all'anagrafe di un immigrato. Il titolare del Viminale ha sottolineato ieri che in dibattiti pubblici ha censurato la parola "clandestini".
Ha partecipato alla presentazione del libro dell'avvocato dell'Asgi Maurizio Veglio dal titolo "L'attualità del male, la Libia dei lager è verità processuale". Molto stimata da avvocati e colleghi, Luciana Breggia è presidente degli osservatori sulla giustizia civile che promuove le buone prassi ed è a capo della sezione immigrazione. I colleghi la descrivono come una lavoratrice instancabile e una vera autorità in una materia complessa e sempre in evoluzione come l'immigrazione.
Matilde Betti è il presidente della prima sezione del tribunale civile di Bologna che il 27 marzo 2019 non ha accolto il ricorso proposto dal ministero dell'Interno contro la decisione del giudice monocratico del capoluogo emiliano che disponeva l'iscrizione nel registro anagrafico di due cittadini stranieri. Il Viminale faceva notare che scrive per la rivista "Diritto, immigrazione e cittadinanza", sensibile ai temi sul diritto di asilo.
Non è piaciuta a Salvini neanche la partecipazione di entrambe al dibattito "Dovere d'accoglienza" organizzato da Asgi, Libera e Magistratura democratica. Carlo Sorgi, segretario della sezione bolognese di Md, ieri ha sentito Matilde Betti al telefono: "È completamente serena fa il suo lavoro con grande serietà e con grande impegno. Abbiamo commentato la pochezza di queste cose rispetto a fatti più gravi come la vicenda del Csm. Ha ricevuto attestati di stima da ogni parte". Rosaria Trizzino, infine, è la presidente della sezione del Tar che ha bocciato le "zone rosse": anche lei collabora con la rivista sui diritti degli immigrati.
- Bonafede difende Salvini: "Non vedo liste di proscrizione"
- Giovani e legalità, se è sulla strada il primo test per comprendere il disagio
- Le 'ndrine calabresi entrano nel business degli attacchi informatici
- Mae: eseguibile se cella inferiore a 3 metri quadri è compensata da elementi positivi
- Lazio: nelle carceri l'assistenza religiosa e diritto al culto non sono una priorità









