di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 15 aprile 2015
E così, dopo oltre vent'anni, la Corte Europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano per aver processato Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa. Stabilendo in tal modo, la Corte ha per un verso ragione, ma per altro torto e spiego subito il perché.
La Corte ha affermato la responsabilità dello Stato italiano e lo ha condannato a risarcire il danno (probabilmente simbolico ) di diecimila euro, in quanto all'epoca dei fatti - cioè tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, il suddetto delitto non era stato ancora individuato dalla giurisprudenza con sufficiente univocità, come poi invece è accaduto - continua la Corte -dopo la metà degli anni e viene che all'epoca dei fatti contestati, in base al principio di legalità che esige si possa essere giudicati e condannati solo per reati previsti come tali dalla legge prima dei fatti contestati, Contrada, e nessuno con lui, poteva conoscere che certe azioni sarebbero state considerate punibili e perciò il processo a suo carico per quelle imputazioni non poteva essere celebrato.
Ma siccome lo si è celebrato con durezza per molti anni, si è violato il principio di irretroattività della legge penale - secondo il quale appunto la legge penale deve prevedere i reati "prima" che i relativi comportamenti vengano posti in essere - e da qui la condanna dello Stato italiano e il risarcimento.
Tutto bene allora ? Non proprio. Infatti, la Corte Europea, ragionando in tal modo, dimentica una cosa fondamentale e cioè che il principio di legalità che essa stessa invoca ed applica prevede testualmente che "nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge né con pene che non siano da essa stabilite" .
La Corte dimentica insomma che a prevedere i reati e a dichiararli punibili deve essere la legge e soltanto la legge e che, per giunta, tale previsione deve esser fatta dalla legge "espressamente", cioè senza sottintesi o rimandi di alcun genere. Nel caso del concorso esterno in associazione mafiosa, invece, la previsione dei comportamenti punibili è del tutto aleatoria, in quanto effettuata per mezzo di elaborazioni giurisprudenziali, per natura oscillanti e modificabili.
Per due volte perciò questo fantomatico reato viola gravemente il principio di legalità, che è il vero cardine dello Stato di diritto: per un verso, perché non è la legge a prevederlo e a punirlo, ma sono i Tribunali e le Corti; per altro verso, perché tale previsione dovrebbe essere "espressa" - vale a dire testuale - ed invece è del tutto implicita, sottintesa, adombrata da interpretazioni e valutazioni esegetiche di fatti e norme operate appunto dai giudici.
Sicché, a rigore, nessuno può sapere con certezza quali siano considerati comportamenti punibili a titolo di concorso esterno in associazione mafiosa, neppure oggi, cioè neppure in epoca successiva alla metà degli anni novanta alla quale si riferisce la Corte Europea, proprio perché la giurisprudenza - dal momento che non si identifica con la legge - si evolve, cambia, torna sui suoi passi, come è normale che sia: non è né può essere sclerotizzata per decenni. A ciò si aggiunga - altro aspetto sfuggito all'attenzione della Corte Europea - che se il diritto esige che a stabilire i reati sia la legge, e non altra cosa, c'è una ragione precisa e indefettibile: e cioè che la legge - e soltanto la legge - è di sicuro conoscibile da parte di tutti i cittadini.
Ciò è tanto vero che la Corte Costituzionale italiana con una celebre sentenza del 1988 ha stabilito che nel caso in cui il testo della legge sia oscuro e non comprensibile da una persona dotata di normale capacità di intendere, allora essa non obbligherà tale persona, perché costui non era stato messo in grado di comprenderne l'effettiva portata. Ne deriva che se la Corte Europea avesse ragione anche in questo, tutti dovremmo farci assistere senza soluzione di continuità da avvocati ed esperti di diritto in ogni atto della vita quotidiana: perché solo costoro sarebbero in grado (ammesso che siano abbastanza bravi e preparati) di cogliere la reale portata della evoluzione giurisprudenziale in tema di concorso esterno: il che, pur se garberebbe agli avvocati che potrebbero vedere lievitare i loro guadagni, rimane del tutto assurdo. Lo Stato di diritto e la Costituzione italiana esigono insomma la conoscenza della legge, non della giurisprudenza: nemmeno la Corte Europea è legittimata a sovvertire questo principio irrefutabile del vivere secondo diritto. Invece, ormai da anni, la giurisprudenza italiana, svincolata da ogni limite di carattere testuale e legale, fa in proposito il bello e il cattivo tempo. Oggi è arrivato un primo stop, ma non basta: siamo appena all'inizio.
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2015
A rivendicarne la paternità anni fa arrivò il magistrato Giuseppe Ayala, pubblica accusa al Maxi processo: "Su certi imputati - ricordava il magistrato in un'intervista a Radio Radicale - non avevo assolutamente elementi per dimostrare che fossero organicamente interni all'associazione mafiosa, tuttavia il semplice reato di favoreggiamento era insufficiente: così mi inventai il concorso e ne parlai con Falcone".
La prima sentenza in cui viene citato è quella contro Pino Cillari, considerato un faccendiere della camorra: è il 14 luglio del 1987 e il concorso esterno in associazione mafiosa fa il suo debutto nelle carte della corte di Cassazione. Un esordio plumbeo dato che in quella sentenza la Suprema corte smentisce l'esistenza di quel reato, nato praticamente nell'ordinanza sentenza del primo Maxi processo contro Cosa Nostra, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una fattispecie nata sommando gli articoli 110 e 416 bis del codice penale, ideata per perseguire i cosiddetti "colletti bianchi", soggetti che non sono organici all'organizzazione criminale, ma che contribuiscono attivamente alle attività.
A rivendicarne la paternità anni fa arrivò il magistrato Giuseppe Ayala, pubblica accusa al Maxi processo: "Su certi imputati - ricordava il magistrato in un'intervista a Radio Radicale - non avevo assolutamente elementi per dimostrare che fossero organicamente interni all'associazione mafiosa, tuttavia il semplice reato di favoreggiamento era insufficiente: così mi inventai il concorso e ne parlai con Falcone".
Poi la marcia indietro: "Guardando tutto quello che è successo dopo,- continuava Ayala - tutte le polemiche che sono nate, tutte le incertezze, oggi rivedrei quella scelta". E in effetti il concorso esterno in associazione mafiosa da intuizione giuridica si è trasformato subito in una vera e propria guerra di pensiero tra magistrati, giuristi e avvocati.
Diverse le assoluzioni nel corso degli anni, ma anche parecchie condanne. È stato assolto dall'accusa di concorso esterno a Cosa Nostra l'ex ministro Saverio Romano, scagionato in appello fu invece l'ex deputato di Forza Italia Gaspare Giudice. Ha fatto scuola poi la sentenza degli ermellini sull'ex ministro democristiano Calogero Mannino (assolto in appello dopo un rinvio), con una motivazione che restringe i casi di applicazione del reato, ma è importante anche quella di Corrado Carnevale (appello annullato senza rinvio).
Motivando l'annullamento della condanna d'appello del giudice soprannominato "Ammazzasentenze", la suprema corte scrive che "la fattispecie concorsuale sussiste anche prescindendo dal verificarsi di una situazione di anormalità nella vita dell'associazione": come dire che il concorso esterno esiste anche in condizioni di non emergenza, come invece stabilito nella sentenza Demitry nel 1994.
Lo stesso anno che fa da spartiacque, secondo l'ultima decisione della corte Europea dei diritti dell'uomo sul caso di Bruno Contrada: prima di quella data, per i giudici di Strasburgo, non esiste il concorso esterno, e quindi non può essere considerato un'imputazione valida. È per questo che Marcello Dell'Utri, condannato a sette anni in via definitiva, spera in una sentenza favorevole da parte di Strasburgo, dato che la sua situazione è simile a quella di Contrada. L'ex senatore e l'ex numero tre del Sisde hanno un curriculum giudiziario paragonabile a quello di Ignazio D'Antone, l'ex questore che ha finito di scontare otto anni di carcere.
Liberi sono anche gli ex Dc Enzo Inzerillo e Franz Gorgone, unici politici insieme a Dell'Utri ad essere condannati per concorso esterno. È nel 1991 che il reato tanto criticato diventa oggetto scatenante di una furiosissima guerra: in quell'anno viene introdotto infatti il favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
È a causa di quell'accusa che si aprono le porte del carcere per Salvatore Cuffaro, non prima che la procura di Palermo si spacchi in due: il pm Gaetano Paci entra in polemica con i colleghi, che si rifiutano di contestare all'ex presidente il concorso esterno. Il quesito che divide la procura all'epoca guidata da Pietro Grasso è semplice: se a Mimmo Miceli, l'uomo che riferiva le confidenze di Cuffaro al boss Giuseppe Guttadauro, viene contestato il concorso, perché Cuffaro, che è l'origine di quelle "soffiate", deve essere accusato di un reato minore? Una domanda alla quale i giudici non sono riusciti a rispondere, dato che dopo aver acquisito nuove prove, la procura provò a processare per concorso esterno Cuffaro, già detenuto per favoreggiamento aggravato. "Ne bis in idem" rispose il gip, come se il favoreggiamento aggravato e il concorso esterno fossero la stessa cosa. Contribuendo quindi ad alimentare confusione e polemica, intorno ad un reato che da anni divide giuristi, magistrati e avvocati.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 15 aprile 2015
Come si sente oggi, dottor Ingroia? E lei, dottor De Gennaro sulla sua poltrona sicura, come si sente? Benissimo, immaginiamo, nelle vostre incrollabili certezze. Anche nel giorno della piccola riabilitazione, che arriva da Strasburgo, nei confronti di un uomo che era stato distrutto, ma non si chiamava Antonio, né Gianni. Si chiama Bruno, ma per voi è irrilevante. Era stato buttato giù a morire, mentre voi facevate carriera. Avete niente da dire su quest'uomo distrutto che non si doveva condannare né arrestare?
Bruno Contrada ha avuto una piccola tardiva soddisfazione, dopo ventitré anni di torture, non da un tribunale italiano, ma dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. In Italia è stato messo ai ceppi la vigilia di Natale del 1992, anno in cui è successo tutto. Poi i diversi gradi di giudizio se lo sono rimpallato, condannato assolto condannato, mentre i "pentiti" assassini, proprio come quelli di Enzo Tortora, si riunivano, sghignazzavano e ingrassavano.
E concordavano le versioni dei fatti, dopo aver avuto le opportune imbeccate da chi aveva il potere di compensarli con il denaro e la libertà. Spesso la libertà di tornare a uccidere. E intanto veniva assassinata la dignità, insieme alla libertà di Bruno Contrada, il più brillante poliziotto di Palermo, uno che lavorava con i confidenti e non stava, come tanti suoi colleghi, in poltrona ad ascoltare le intercettazioni e le soffiate dei "pentiti". Lui le faceva davvero le indagini. Lo hanno eliminato mentre stava per arrestare Bernardo Provenzano, e la storia sarebbe stata diversa se lo avessero lasciato lavorare. Ma era un ostacolo ad alcune brillanti carriere.
Oggi la Corte di Strasburgo dice che quel famoso reato di "concorso esterno in associazione mafiosa", che non esiste nel codice e che i magistrati usano quando decidono di colpire in chiave politica il famoso terzo livello nel quale Falcone non credeva, a Contrada non era applicabile. Perché negli anni cui si riferiscono i presunti reati commessi dall'ex capo del Sisde la fisionomia del reato non era chiara.
Si è chiarita in seguito, con la giurisprudenza delle sentenze, dice la Corte. Un modo educato per dire che la giustizia italiana è un pò strana, infatti nel nostro ordinamento la giurisprudenza, al contrario del sistema anglosassone del common law, non fa testo, non ha il vigore della legge. Pure questo inesistente reato viene contestato a piene mani da una magistratura politicizzata e incapace. O forse politicizzata proprio perché incapace di fare le inchieste.
Il "caso Contrada" è da manuale, con i "pentiti" gestiti nel modo che conosciamo: mai notizie da fonti dirette, sempre versioni "de relato", preferibilmente dichiarazioni attribuite ai morti, incontri collettivi e versioni concordate. In questo caso ci sono stati anche racconti esilaranti, pur nella tragedia, con la descrizione della saletta riservata di un ristorante che non esiste, un'anfora mai trovata, un'amante mai esistita, una chiromante che sogna Falcone che accusa Contrada e così via. Accertamenti? Mai svolti. Il Pm Ingroia svolgeva una requisitoria lunga 22 udienze e intanto De Gennaro faceva carriera, nelle storie parallele in cui uno nasceva mentre l'altro moriva. Quanti Caino si sono avventati sul corpo di Bruno Contrada?
Antonio Ingroia, dopo una non brillante carriera come Pm e una ancor più (se possibile) disastrosa come politico, non demorde. Contrada resta colpevole, dice, quanto meno di favoreggiamento. Patetico, perché l'ex magistrato sa bene che, se nel 1992 a Contrada fosse stato contestato il solo favoreggiamento, prima di tutto sarebbe stato più complicato arrestarlo per un reato meno grave e comunque gli inquirenti sarebbero stati costretti a svolgere quelle indagini che nel caso del "concorso esterno" sono pressoché impossibili, un pò come processare 1'"odore di mafia" o l'aria che tira. Non è una sentenza qualunque, quella di oggi a Strasburgo. Per Bruno Contrada è solo un primo passo, fino a che non ci sarà la revisione del processo. Ma è molto per cominciare a ristabilire la civiltà giuridica di un paese, l'Italia, che ne ha tanto bisogno e che ha perso da tempo di vista lo Stato di diritto.
di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 15 aprile 2015
I blocchi stradali, le proteste esasperate che sfiorano, e anche travalicano, i limiti della violenza, a Napoli sono all'ordine del giorno. Appartengono ai disoccupati, ai lavoratori senza stipendio, a chi rivendica un alloggio popolare, a volte ai ragazzi dei centri sociali. Ma una azione di forza in giacca, cravatta e borsa di cuoio ancora non si era vista.
Fino a ieri mattina, quando davanti a uno degli ingressi del Palazzo di Giustizia si è arrivati se non proprio allo scontro frontale, sicuramente al confronto fin troppo ravvicinato tra gli agenti della polizia penitenziaria addetti al controllo del varco e gli avvocati che tentavano di sfondare per accedere alle aule. Bilancio: cinque agenti e due avvocati lievemente feriti dal vetro di una grande finestra andato in frantumi e due avvocati identificati dalla polizia.
Ovvio che una cosa così non si era mai vista. Però non si era mai visto nemmeno che per entrare in tribunale dall'ingresso riservato esclusivamente a loro e ai magistrati, gli avvocati dovessero sottoporsi a una attesa di ore e a una fila lunga anche un centinaio di metri. Conseguenze della sparatoria della scorsa settimana al tribunale di Milano? Sì e no. Perché è vero che dopo la tragedia di giovedì scorso il livello di attenzione e di controllo si è alzato in tutti gli uffici giudiziari italiani e quindi anche a Napoli, ma venerdì il palazzo di giustizia al Centro direzionale non era blindato.
E gli avvocati entravano esibendo soltanto il tesserino (i più conosciuti nemmeno quello). Ma sabato il Mattino riferisce in prima pagina come un cronista sia entrato e uscito per quattro volte senza che nessuno gli chiedesse niente, e il sito web del quotidiano napoletano arricchisce il racconto con un video. E lunedì in tribunale la scena cambia radicalmente. Controlli approfonditi per tutti, dispone il procuratore generale facente funzioni Mastrominico.
Le file agli ingressi riservati al pubblico si gonfiano immediatamente, ma anche gli avvocati scoprono che non basta più qualificarsi: bisogna passare per il metal detector. Rigidità estrema perfino in procura, dove all'ingresso vengono controllate anche le borse dei magistrati. Ma il peggio arriva ieri, perché il martedì è giorno di udienze civili, oltre che penali, e quindi le presenze in tribunale si triplicano.
Anche quelle degli avvocati, ovviamente, che dopo due ore di attesa decidono di rompere la fila. Prima bloccano per qualche minuto la strada, poi puntano direttamente al varco di ingresso, dove c'è un solo metal detector (che fino a venerdì era spento). Ed è il caos. Alla fine la procura generale sospende il provvedimento relativo agli avvocati e decide che potranno ricominciare a entrare mostrando solo il tesserino, ma a loro non basta, vogliono che la disposizione sia revocata. E intanto proclamano tre giorni di astensione dalle udienze.
di Anna Laura De Rosa
La Repubblica, 15 aprile 2015
Caos e controlli al tribunale di Napoli, il lungo racconto degli avvocati. E la polizia penitenziaria: "Ci hanno travolto come una mandria, mai viste cose simili". Per oggi proclamata l'astensione dalle udienze. L'ira e la denuncia dei legali: "Noi, trattati come deportati e umiliati".
"Siamo stati umiliati da un provvedimento che non era applicabile perché mancano uomini e mezzi". Il penalista Enrico Frojo è reduce dai tumulti esplosi ieri mattina all'ingresso di via Grimaldi. Alle 9.45, una calca inferocita di duemila persone ha bloccato la strada e forzato i varchi di controllo per raggiungere le aule, dopo un'attesa snervante di oltre un'ora. "La fila era diventata ingestibile - prosegue Frojo. Un controllo di sicurezza si è trasformato in una tortura, mentre i magistrati hanno potuto aggirare i varchi attraverso escamotage di cui siamo stati tutti testimoni. Ci siamo sentiti presi in giro". Un doppio binario, secondo i legali, che ha aumentato la loro rabbia e le loro recriminazioni per un trattamento differente. Da una parte la pressione della folla che all'urlo di "vergogna" ha sfondato un vetro ed è entrata coi tesserini alzati.
Dall'altra le forze dell'ordine che hanno tentato di chiudere le porte. "Ero davanti alla fila ricostruisce la legale Imma Marino - Una folla imbestialita ha cominciato a spingere da dietro per arrivare alle udienze. Le forze dell'ordine hanno fatto entrare gli avvocati a scaglioni finché è esploso il caos. Non abbiamo capito più niente, sono andata in panico. Urla, grida. Una persona anziana è scivolata mentre io mi sono ritrovata sul metal detector con gente che mi chiedeva di cancellare foto e video. La categoria è fortemente indignata. Qui veniamo a lavorare, devono garantirci un ingresso tranquillo".
"È successo l'inevitabile - racconta Gaetano Inserra, uno degli avvocati identificati - La fila non si sbloccava e c'è stata una sollevazione popolare, abbiamo insistito per accelerare i controlli. La gente ha bloccato il traffico e ha cominciato a spingere, la polizia si è irrigidita e ha fermato gli ingressi. I giudici sono entrati dai varchi carrabili, la situazione è degenerata perché è arrivata notizia dell'inizio delle udienze, Siamo andati in fibrillazione".
L'avvocato Tommaso Laudando è inciampato e si è ritrovato a terra. "Sono stato spinto da una parte e dall'altra - dice - Sono brutte esperienze visto che andavamo a lavorare e non allo stadio. Finché non cambierà il provvedimento andremo in Tribunale solo se strettamente necessario". "In 25 anni di lavoro in Tribunale non ho mai visto niente del genere - si sfoga un agente in servizio al momento della rivolta - Ci siamo visti piombare addosso una mandria inferocita".
"Questa procedura va rivista - dichiara Ciro Auricchio, rappresentante regionale sindacale Ugl della polizia penitenziaria. Chiederemo all'amministrazione di mandare ai varchi altri agenti". Nel mirino anche alcuni consiglieri dell'Ordine forense che hanno cercato di calmare la folla. "Siamo stati bistrattati come deportati - racconta l'avvocato Angela Masecchia.
È stata mortificata la dignità umana e professionale. Ho avuto uno scatto d'ira verso un consigliere, ma loro giustamente al momento non hanno molti strumenti se non chiedere la sospensione del provvedimento al procuratore. Io stessa ho chiesto l'intervento immediato del presidente della Camera penale". Il caos "è esploso al momento del blocco stradale" dice l'avvocato Emma De Cicco. E quando la coda è saltata "ho sentito un vetro andare in frantumi - ricorda Gianluca Tuberosa - Poi siamo entrati in blocco".
Tra la folla, anche l'avvocato Rosario Rusciano. "Dopo le tensioni ci hanno fatto entrare mostrando solo il tesserino, era la cosa più logica - spiega. Si sono un po' arresi a questa follia. Avvengono aggressioni quotidiane anche negli ospedali, non per questo si adottano misure così rigide. Una risposta intelligente andava organizzata diversamente. Tra l'altro, da quanto ne so, solo a Napoli si è verificato un tale caos". Anche ieri si sono registrate file chilometriche davanti agli ingressi di piazza Porzio e piazza Cenni. "Siamo una categoria vessata - dice Antonio Carannante - anche i professionisti possono arrivare all'esasperazione. I provvedimenti vanno programmati".
"Ho assistito a scene vergognose- dichiara il legale Gabriele Roberto Cerbo, entrato da via Grimaldi - Io avevo un'udienza in Corte d'appello, l'imputato è riuscito ad entrare prima di me". Cerbo, del foro di Santa Maria Capua Vetere, prosegue il suo racconto: "Gli avvocati sono stati costretti a occupare la strada per forzare questo blocco indegno che si era creato. Spero che il consiglio degli Ordini della Campania intervenga in maniera decisa contro chi ha preso questo provvedimento davvero assurdo e sconcertante".
"Una rivolta annunciata commenta l'avvocato penalista Vanni Cerino. Era normale una reazione degli avvocati a un provvedimento così incauto. Le file esasperano tutti e lo stress che generano si ripercuote sull'attività che gli avvocati devono svolgere all'interno del Tribunale. A questo punto non resta altro da fare che modificare questo provvedimento". Chiude il penalista Bruno Von Arx: "Spero solo che tutto ciò non avvenga mai più, tutto questo svilisce la professione".
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 15 aprile 2015
La notte della Diaz non finisce mai. "Lo rifarei subito, ci rientrerei mille e mille volte". È tutto fuori luogo e fuori tempo massimo. Non solo le parole, anche l'indignazione che segue. Il pestaggio dei no global ospiti della scuola genovese è uno degli episodi decisivi della nostra storia recente, inciso sulla pelle della generazione che partecipò al G8 del 2001.
Ma per molto, troppo tempo, l'imperativo di chi non ha visto e di chi non c'era è stato quello di dimenticare, troncare, sopire. Forse per questa cattiva coscienza ogni parola sul tema produce effetti a scoppio ritardato, a distanza di 14 anni. Quelle dell'agente del VII reparto mobile di Roma Fabio Tortosa sono così brutte e fuori luogo da renderlo un perfetto capro espiatorio, quello che pagherà per tutti quelli che non hanno pagato a suo tempo.
Lo scorso 9 aprile, sul suo profilo Facebook, due giorni dopo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha definito vera e propria tortura quel che è accaduto all'interno della Diaz, il poliziotto Tortosa ha sentito il bisogno di rivendicare la bontà dell'operato suo e dei suoi colleghi, che all'epoca facevano parte di un nucleo sperimentale anti-sommossa guidato dal comandante Vincenzo Canterini e dal vicequestore Michelangelo Fournier, quello della "macelleria messicana", addestrato e istruito in vista del G8 con metodi e mentalità molto estremi, diciamo così.
Poche parole: io c'ero, sono uno degli 80 del VII nucleo, lo rifarei ancora. E tanto basta a scatenare un vespaio, con Matteo Renzi che chiede di fare chiarezza assicurando il suo impegno personale per l'introduzione del reato di tortura, e il ministro dell'Interno Angelino Alfano che non esclude "massima severità" nel giudizio sul comportamento del poliziotto, che sarà valutato "con la celerità necessarie e il dovuto rigore". Sui commenti esaltati al suo post, molti firmati da suoi colleghi, meglio andare oltre, il Viminale ha promesso indagine e provvedimenti anche a questo proposito.
Adesso non resta che dare la parola al diretto interessato, sindacalista del Consap nonché membro della consulta nazionale dedicata alle problematiche e alle tecniche operative dei reparti mobili. Secondo il Dipartimento di sicurezza nell'ultimo anno non ha effettuato servizi esterni. "La mia frase è stata manipolata. È una dichiarazione di pancia, fatta per ribadire che l'operato del nostro nucleo fu perfetto.
Ma non è apologia di reato. Io volevo solo dire che se davvero quei manifestanti sono stati picchiati, non siamo stati noi. Sono anni che chiediamo alla magistratura di ascoltarci". Sembra di ritornare all'estate del 2001. Allo scontro tra le due Polizie, con i cattivi del Reparto mobile a rivendicare la loro probità indicando come responsabili della mattanza gli agenti in borghese, muniti solo di pettorina bianca, che si erano aggregati alla spedizione. C'erano gli uni, forse c'erano anche gli altri, e tutti fecero un disastro.
Gli autori materiali l'hanno fatta franca, contando sul silenzio e sull'omertà dei colleghi. Non fu possibile identificare le singole responsabilità, ma tutti gli agenti del Reparto mobile vennero indagati anche per fare in modo che raccontassero quel che avevano visto, oltre a quel che avevano fatto. Non si presentò nessuno.
Tra quelli che mai risposero all'invito a comparire c'era anche Tortosa, sotto inchiesta "per aver cagionato lesioni personali gravi con sfollagente in dotazione o con altri atti di violenza, direttamente o comunque agevolando o non impedendo ad altri tale condotta". C'era un posto migliore della bacheca di un social network per raccontare la propria, presunta, verità. Era l'ufficio dei pubblici ministeri di Genova.
"Ma io non ho mai saputo di convocazioni ufficiali, e quindi non ho potuto parlare". Quando gli si fa notare che in ogni caso poteva presentarsi di sua volontà, Tortosa, glissa. Sul suo profilo Facebook c'è un'altra "dichiarazione di pancia", risalente al 10 aprile, che proprio non fa onore all'orgoglioso agente Tortosa. Questa: "Quelli come me pensano che Carlo Giuliani sia morto perché è una m... Mi auguro che sottoterra faccia schifo anche ai vermi".
Anche qui, secondo Tortosa è tutta una questione di contesto. "La frase è sbagliata, è l'unica cosa di cui mi devo scusare. Ma lei si metta nei panni di un poliziotto ingiustamente additato come torturatore, che da quel giorno assiste alla glorificazione di quel ragazzo". Nella loro requisitoria, i pubblici ministeri titolari dell'inchiesta sulla Diaz parlarono di una malattia all'interno della Polizia italiana, l'esistenza di una sottocultura da "Dio è con noi", un malinteso spirito di corpo che quella notte fece sì che "i comportamenti devianti dei singoli venissero commessi all'interno di un gruppo che considera la legge come un intralcio al suo operare". Chissà se l'agente Tortosa si rende conto di essere un sintomo.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 15 aprile 2015
Quattordici anni dopo i fatti e a una settimana dalla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, l'infezione che non si è voluta curare è andata in cancrena. E in un lunedì nero per la Polizia di Stato, i fantasmi della Diaz tornano a ballare spaventosi sul Viminale e sul piano nobile del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. In un rigurgito di odio, rancore, disprezzo per i morti, che dice molto non di "una mela marcia" o di "un cestino di mele marce", ma di un sentimento profondo, da tempo fuori controllo, che attraversa un pezzo importante della Polizia di Stato e dei suoi reparti celere.
Che sorprende il capo della Polizia Alessandro Pansa nella notte di Singapore dove è in missione e dove una telefonata lo butta giù dal letto per avvisarlo che "Ci risiamo". E che, per quattro lunghissime ore, tramortisce l'intera catena gerarchica dell'apparato. Perché - come è immediatamente evidente dai "mi piace" (saranno alla fine 200), i commenti e le condivisioni che ha ricevuto - il thread scatenato dal post datato 9 aprile di Fabio Tortosa, agente del Reparto Mobile di Roma addetto ai servizi di fureria e già componente del VII Nucleo Mobile che fece irruzione nella Diaz, è un'onda di piena.
È una "colonna infame" contagiosa ("Ti stimo e se fosse per me verrei pure io"; "Ti ho invidiato! Grande!"; "La prossima volta chiama... Sarò al tuo fianco"). Accredita "un'altra verità su Genova", diversa da quella del "pm Zucca e dalle sue zecche". E non racconta soltanto della deriva notturna e solipsistica di un "reduce" e di chi gli rende "onore". Ma di un modo d'essere, di un comune sentire cui partecipano almeno altri tre poliziotti in servizio - Pierluigi Fragomeni, che di sé scrive "Ministero dell'Interno, precedentemente polizia di Stato e Ministero della Difesa", Andrea Cecchini, anche lui di un Reparto Mobile, e Alessandro Ciotoli alias "Bonzo" "Ministero dell'Interno", come annota sul suo profilo - e, significativamente, il comandante del Reparto Mobile di Cagliari Antonio Adornato.
Il suo "like" al post iniziale di Tortosa ("Io sono uno degli 80 del VII nucleo. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte") è un colpo che stordisce il Dipartimento. Che dà la dimensione di cosa stia accadendo e di quale peso abbia la faccenda. Perché se è vero che Adornato non partecipa alla discussione, non si associa all'infamia dell'offesa alla morte di Carlo Giuliani ("Spero faccia schifo ai vermi", scrive Tortosa), alla rivendicazione di essere stati "torturatori con le palle", è altrettanto vero che quel "mi piace" al primo post di Tortosa (di cui è amico da lunga data e che è stato per anni il suo autista al Reparto Mobile di Roma) è il capovolgimento pubblico dell'immagine che su di lui il Dipartimento ha costruito per accreditare "il nuovo volto dei Reparti Celere".
Prima di arrivare a Cagliari ha infatti comandato il Reparto di Senigallia, è stato portato in palmo di mano come "esempio di un nuovo modo di fare ordine pubblico". E nei giorni del G8 di Genova fu tra i poliziotti che, la sera della Diaz (nel cui processo avrebbe testimoniato, accreditando come quella sera ci fosse qualcosa di "strano" nell'aria che lo aveva convinto a sfilarsi), volontariamente chiesero di essere esonerati dall'irruzione non prendendovi parte. Con lui, il Dipartimento è furibondo. E la sua presenza nel thread insieme a quella di altri poliziotti convincono a dare un'altra velocità e un altro tono a un primo abbozzo di reazione che, alle 18, fa dettare alle agenzie un comunicato con cui si informa di "accertamenti in corso per verificare l'effettiva rispondenza del profilo Facebook a un appartenente alle forze di polizia in Servizio, all'esito dei quali si darà corso a provvedimenti disciplinari nel rispetto delle prerogative dell'autorità giudiziaria per quanto concerne i profili di eventuale rilevanza penale".
Da accertare, infatti, non c'è proprio un bel niente, perché negli stessi minuti in cui il primo comunicato del Dipartimento viene battuto dalle agenzie, è lo stesso Tortosa a confermare in un'intervista a Radio Capital che quel post è farina del suo sacco. Che non ha nulla da ritrattare. Anzi, che è sorpreso per la buriana che si è scatenata. Nella notte insonne di Singapore, Pansa comprende dunque che non c'è più nulla da attendere o smussare e sollecitato dallo stesso Alfano, da Palazzo Chigi, da un comunicato durissimo di Emanuele Fiano, responsabile del Pd per le questioni della sicurezza, con cui si chiedono provvedimenti disciplinari immediati, dà dunque mandato al suo vice Marangoni di avviare l'azione disciplinare.
Di cui, poco prima delle 21, dà conto un secondo comunicato in cui si "precisa che, oltre a Tortosa, sono già stati avviati accertamenti anche sull'identità delle persone che hanno commentato ed interagito con le dichiarazioni dello stesso". E che questo "consentirà di adeguare nella severità l'azione disciplinare alla gravità di quanto emerso sia nei confronti dell'autore del post che nei confronti di tutti coloro che, poliziotti, hanno effettuato commenti censurabili". Un'inchiesta - promette il Dipartimento - "dai tempi brevi". In fondo alla quale - aggiungono - "è possibile la destituzione".
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 15 aprile 2015
Il tribunale di sorveglianza dichiara estinta la pena del Cavaliere conseguente alla condanna per frode fiscale nel caso Mediaset. Ma per Forza Italia il caos nelle regioni si moltiplica.
Si può escludere che Richard Wagner abbia mai immaginato un crepuscolo degli dei tanto tapino, così lontano dalle tonalità eroiche che si presume accompagnino sempre l'epica della decadenza. Il sito di Forza Silvio è improvvisamente scomparso dal web: fatture non pagate. Più Alberto Sordi che I Nibelunghi. Battaglie per carità ce ne sono. In Puglia, e adesso anche in Liguria. Ma somigliano a randagi che si azzannano per l'ultimo osso più che a Sigfrido o Hagen.
E pensare che doveva essere un giorno di festa ad Arcore. Pena estinta, passaporto restituito: Berlusconi è un uomo libero. C'è ancora, è vero, l'ombra della legge Severino, che gli impedisce di candidarsi fino al 2019. Ma persino sul quel delicato fronte un segnale di pur timido ottimismo sarebbe arrivato, con la sentenza Contrada. In ogni caso il campionissimo del centrodestra può finalmente tornare a fare a tempo pieno quel che gli riesce meglio: il piazzista politico più brillante che abbia calcato le scene del teatrino della politica. E almeno lui è, o era fino a poco tempo fa, convinto di poter ancora fare la differenza.
Invece no. Nessuna festa. La libertà ritrovata arriva proprio nel mezzo dello sfaldamento totale non solo del partito di Arcore ma di tutta l'area politica che Berlusconi aveva compattato e che ha fatto il bello e il cattivo tempo per vent'anni in Italia, ma che, si scopre davvero solo adesso, non ha mai avuto altra ragion d'essere se non l'occupazione del potere. Era già evidente che il caso pugliese non fosse un'eccezione. Ora la giostra impazzita ligure conferma. Due giorni fa, all'improvviso, è comparsa una lista di destra, Liguria Libera, che non intende appoggiare il candidato di Fi e Lega, Giovanni Toti, e schiera il suo campione, Enrico Musso.
La nota dolente è che la formazione di Giorgia Meloni e La Russa, FdI, pare decisa, pur se non ancora ufficialmente, ad appoggiare Musso e non Toti. L'azione di disturbo di Liguria Libera non è affatto trascurabile. Ieri giravano addirittura voci, quasi certamente infondate ma eloquenti, su una possibile rinuncia di Toti. Nemmeno l'altro spezzone impazzito dell'ex centrodestra, l'Ncd di Alfano, appoggerà Toti, il megafono di re Silvio. I "centristi" sono ancora indecisi se schierarsi con Musso o con la candidata Pd Paita, ma è un dubbio più di facciata che di sostanza. Alla fine saranno con il Pd.
In Puglia il dramma si è in realtà già tutto consumato. Oggi scadeva l'"ultimatum" posto da FdI: o tutta Fi, Fitto incluso, si schiera dietro Adriana Poli Bortone, oppure noi ci coalizziamo per Schittulli e chi se ne frega se l'ex sindaca di Lecce è iscritta proprio a FdI. Le conseguenze della lacerazione non tarderanno ad arrivare. Donna Adriana straccerà la tessera, e poco male. Ma stando alle minacce di Toti anche quella di Fitto verrà stracciata. Non da lui ma dal gran capo in persona: "Ovvio che se appoggia un candidato diverso da quello del partito, si mette fuori da Fi". Ovvio fino a un certo punto, essendo vacante quel collegio dei probiviri delegato alle espulsioni. Il tutto, c'è da scommettere, finirà in tribunale.
C'è una logica dietro le deliranti manovre in corso, anzi ce ne sono due. La prima è quella di chi mira ad allearsi ovunque possibile con Berlusconi, non perché lo consideri ancora vegeto, ma al contrario perché, dandolo già per trapassato, ritiene che sia questa la maniera migliore per trasferire i suoi residui voti nei propri forzieri. È la strategia di Salvini, e spiega le numerose alleanze con Fi, inclusa quella in Puglia. La seconda logica appartiene a tutti quelli che, invece, l'ex onnipotente vogliono toglierselo dai piedi il prima possibile, convinti che sia lui il principale ostacolo al loro decollo. Sono legione: Fitto, Alfano, Meloni, ma anche, acquattato, Corrado Passera.
Sono logiche miopi. Porteranno pure, ad alcuni tra i contendenti, qualche voto in più. In compenso faranno della destra italiana una fortezza spianata, pronta a essere saccheggiata dal primo Renzi che passa.
di Elide Rossi e Alfredo Mosca
L'Opinione, 15 aprile 2015
L'indimenticabile Bettino Craxi dopo il drammatico suicidio dell'onorevole Sergio Moroni, nel periodo di Tangentopoli, disse: "Hanno creato un clima infame". Come in tante altre occasioni, il grande statista aveva ragione. Ovviamente Craxi allora si riferiva all'atmosfera di assurda caccia alle streghe, dove guarda caso queste erano, per così dire, tutte e solamente annidiate da una "parte" ideologica e politica.
"L'altra parte", a loro dire, vantava solo superiorità morale, onestà, integrità e rispetto della cosa pubblica, naturalmente parliamo dell'area riconducibile alla sinistra comunista e più o meno cattocomunista. Fatto è che quando Craxi, in un suo significativo intervento in Parlamento, invitò chiunque fosse seduto in quell'aula ad alzarsi se certo di non avere nemmeno per sbaglio, mai nella vita, compiuto qualcosa di illecito. Tutti restarono seduti in un agghiacciante silenzio. Non solo, ma Craxi aggiunse che la storia si sarebbe incaricata di fare luce ed accertare la verità sullo stato delle cose. Ancora una volta Craxi aveva ragione, e oggi, più di vent'anni dopo, sappiamo molto meglio, ma ancora non tutto, della famosa superiorità morale dei postcomunisti e del mondo che gli gira attorno.
Quanto diversa, infatti, sarebbe ora l'Italia se quella di Tangentopoli fosse davvero stata una operazione chiara, libera, imparziale. Al contrario, ancora oggi restano non solo dubbi profondi, ma nonostante le tante evidenze finalmente emerse, anche coni d'ombra inquietanti. Certo è che molti personaggi importanti di allora lo sono ancora oggi, chi contava a quei tempi, conta anche nei nostri tempi e molti cenacoli del potere di quegli anni sono rimasti in auge fino ai giorni nostri. Sia come sia, non vi è dubbio che negli ultimi anni l'Italia è progressivamente precipitata in un burrone economico, politico, sociale e materiale, che mai si sarebbe potuto immaginare in un Paese che nella seconda metà degli anni Ottanta era praticamente la quarta potenza del mondo intero.
Inoltre, come se non bastasse, non pochi di quei signori di allora decisero di portare l'Italia nell'euro nel peggiore dei modi, ci infilarono senza ascoltarci in un tunnel di obblighi, vincoli e patti, incuranti delle difficoltà, degli squilibri e dei problemi che nel nostro sistema Paese si andavano evidenziando. Bene, il precipitato dei due fatti storici è l'Italia che vediamo e che purtroppo viviamo, con la certezza che in vent'anni alcuni hanno purtroppo fatto straordinarie carriere, altri soldi a palate, altri ancora affari enormi; in buona sostanza, immensi successi di una potente micro-minoranza, mentre sacrifici, dolori, esasperazioni ed impoverimento esiziale sono spettati alla totalità degli altri.
Insomma, un'Italia smarrita, indebitata fino al collo, esasperata dalla mancanza di lavoro, perseguitata dall'ossessione fiscale, indebolita istituzionalmente e democraticamente, invasa e pervasa da un'immigrazione incontrollata e mal gestita, impaurita da un livello di sicurezza sociale e personale sceso a livelli pericolosissimi. A peggiorare le cose poi, da Monti a Renzi negli ultimi anni, è iniziata un'operazione di terrorismo fiscale e di tartassamento impositivo e burocratico da regime poliziesco. A partire dalla casa, tutto è stato oppresso da patrimoniali e addizionali fino all'inverosimile. Si sono lasciate libere le banche (dopo averle salvate e foraggiate) di chiudere selvaggiamente ogni rubinetto alle famiglie ed all'economia reale, si è permesso agli istituti di credito di operare con i derivati senza limiti legali, gli si è consentito di chiudere il credito alle persone come mai nella storia.
Non solo, ma negli ultimi tre governi si è stravolta ogni garanzia sociale, dalla legge Fornero agli esodati, all'esclusione degli 80 euro per i pensionati minimi, si è azzoppata la democrazia, riducendo la Repubblica ad una monocrazia spavalda ed irritante. Si sono rimessi in libertà, con la scusa dello svuota carceri, fior di delinquenti e svuotate le strade dai controlli delle forze dell'ordine. Si è continuato a spremere su tutto gli italiani, mentre non passa giorno che scandali, ruberie, disonestà e vergogna non sommergano politici e classe dirigente. Tornando a Craxi, si è creato un "clima infame" su tutto e per tutti gli italiani.
La prova è data dal fatto che, mai come in questi anni, c'è stata nella società, un'esponenziale amplificazione di gesti drammatici. Suicidi, omicidi, per cartelle e liti fiscali, per folle reazione a contenziosi bancari, per lavoro perso, per dispute economiche e di affari, per criminose vendette verso abusi e soprusi vissuti come tali, per liti di denaro nelle famiglie o, più semplicemente, perché si è persa la testa per un licenziamento. Un bollettino enorme, drammatico, un vero ed immenso allarme sociale di una miccia che può esplodere ogni giorno e dappertutto.
Più volte ed accoratamente, noi come tanti altri, abbiamo urlato la necessità di una pacificazione sociale, fiscale, amministrativa, il bisogno urgente di risanare la rabbia fra i cittadini e burocrazia, fra Stato e contribuenti, fra politica ed elettori, l'indispensabilità di trovare il modo di consentire una sanatoria pacificatrice su tutte le dispute possibili, le liti ed i contenziosi giudiziari. Insistere sulla strada della spavalderia, delle illusioni, delle bugie elettorali, delle sparate, è pericoloso e demenziale; è una forma di ottusità morale, politica ed ideale. Qui non si tratta di stare con o contro la magistratura e le forze dell'ordine, si tratta invece di capire lo stato di salute dell'Italia.
Non percepire quanto la gente sia sfinita, stanca ed esasperata di combattere ogni giorno contro le ingiustizie, le disfunzioni del nostro apparato amministrativo e burocratico, che costringe il cittadino a difendersi dai continui "attacchi" dello Stato a danno della sua serenità e del suo equilibrio mentale e fisico, sarebbe un immenso errore. Disservizi, scandali, diritti calpestati, umiliati, mortificati, sono l'esasperazione della gente che vorrebbe solo essere lasciata vivere e lavorare in pace e sicurezza, rispettando le regole e partecipando al sostegno della buona spesa pubblica per portare il Paese all'avanguardia come accade nelle democrazie avanzate.
Il clima è infame, pesante come mai lo è stata in Italia, le stupide promesse non servono, come non servono i buonismi ed i relativismi che annientano e distruggono, occorre mettersi in testa che senza la pace sociale, il lavoro e la sicurezza non c'è strada che possa portare alla crescita, allo sviluppo, alla fiducia ed al rispetto fra gente ed istituzioni.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 15 aprile 2015
Bruno Contrada non doveva essere condannato per un reato che non c'è, il concorso esterno in mafia. Strasburgo dixit. A smentita di tutti i pm che trattando "le ombre come cosa salda" hanno tradito la giustizia e lo Stato. Strasburgo dixit. Per la Corte europea dei diritti umani Bruno Contrada "non doveva essere condannato" e lo stato deve rifondergli i danni, con una grottesca provvisionale di diecimila euro.
Bruno Contrada è l'italiano più simile a Joseph K., disperato eroe di Franz Kafka, quello che "doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto". Alla vigilia di Natale del 1992, anno delle infami stragi palermitane, fu catturato, rinchiuso come alto funzionario dei servizi di sicurezza in un carcere speciale, seppellito da accuse tragicamente false e intrinsecamente ambigue, che la giustizia alternatamente confermò, smentì e confermò in via definitiva attraverso la Cassazione. Molti anni di carcere, una vita e una salute distrutte, un senso dell'onore personale avvilito e dissolto nella fornace della gogna di stato, della calunnia e del pettegolezzo maligno, in spregio al "ragionevole dubbio" (e più che questo) generato da un'assoluzione in giudizio e da altre circostanze. La fattispecie del reato imputatogli era la famigerata ipotesi di "concorso esterno in associazione di stampo mafioso".
Non associazione mafiosa, non ce n'erano i minimi presupposti, ma "concorso esterno" (lo stesso odioso capo di reato che è costato la libertà personale a Marcello Dell'Utri, collaboratore di Silvio Berlusconi, rinchiuso da un anno nel carcere di Parma). L'avvocato Giuseppe Lipera, mentre l'ultraottantenne condannato grida con la sua voce rauca lo scandalo che lo ha distrutto, ha nel frattempo ottenuto l'avvio, che è per il prossimo mese di giugno a Caltanissetta, della revisione del processo.
Vedremo, ma già la notizia della ripartenza è un botto. Intanto sta risultando chiaro, sul piano di un giudizio etico europeo che è superiore per tempra e senso argomentativo alla giurisprudenza che ha dannato il "mostro", che negli anni in cui Contrada avrebbe compromesso collusivamente lo stato, di cui era funzionario di altissimo rango nella repressione del crimine organizzato, non esisteva alcuna chiara definizione del reato per cui Contrada è stato condannato, appunto il "concorso".
Un uomo è stato arrestato, avvilito dall'infamia, carcerato e distrutto nel suo onore per qualcosa che all'epoca dei fatti addebitatigli non era reato. È noto che la vecchia polizia, ai tempi in cui non tutto era definito abusivamente con la tecnica mal governata del pentitismo o delle intercettazioni a strascico, aveva i suoi confidenti, metteva con coraggio le mani in pasta per catturare e portare a esiti di giustizia i boss mafiosi, attuando una strategia fatta di razionali distinzioni e strumentali abboccamenti. E i boss braccati dai superpoliziotti come Contrada trovarono il modo, in un'epoca di barbarie giuridica, di rivalersi.
Il solito Antonio Ingroia, oggi avvocato Ingroia dopo essere stato candidato Ingroia, nella sua veste di allora di pm aveva imbastito l'accusa che trasformava la pratica di polizia in vigore per una intera epoca storica in una collusione, anzi in un "concorso" collusivo che solo una sentenza della Cassazione, due anni dopo l'arresto di Contrada (1994), definì, quasi la Cassazione avesse il potere di fare una legge, come reato associativo (da quasi tutti considerato flebile nelle premesse logiche e giurisdizionali). Quando si dice la giustizia. Da anni, in processi a politici locali, uomini di stato (Andreotti) e uomini dello stato, trattiamo "le ombre come cosa salda".
E facciamo di un simil-reato la sostanza fin troppo realista della persecuzione ingiusta degli innocenti fino a prova contraria. Gli azzeccagarbugli leggeranno con spirito variabilmente manettaro la sentenza di Strasburgo, ma la sentenza questo dice.
- Lettere: antimafia, il "risarcimento" della Cedu a Contrada e altri nodi
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