di Maria Lombardi
Il Messaggero, 7 giugno 2019
Le mogli dei boss si rivolgono al presidente del tribunale dei minori per accedere al programma di allontanamento. "Quando vedo i miei bambini felici, il mio pensiero va a lei. Ringrazio Dio, di averla messa sulla mia strada".
Lettera a un giudice. La scrive una madre, una delle tante donne di 'ndrangheta che hanno scelto per i loro figli un destino diverso. Non più quello segnato dal cognome e dalla famiglia, le faide, la vendetta e il carcere perché così è stato per il padre gli zii e il nonno, e c'è anche da andarne fieri: è la legge del clan. Grazie giudice, perché dopo aver perso il marito non voglio perdere anche mio figlio. "Sono la madre di un ragazzo di 15 anni e uno di 13.
Temo che possano finire in carcere o essere ammazzati come mio padre e mio fratello oppure come mio suocero". La prego, mi aiuti.
Lettere così il presidente del tribunale dei minori di Reggio Calabria Roberto Di Bella ne ha ricevute tante. Sempre più donne si rivolgono a lui per andare via dalla Calabria insieme ai figli e ricominciare altrove una vita diversa, senza più spari sangue e silenzio, anche il dolore è una vergogna. Una quarantina di mogli e madri, finora.
"Le chiamo le vedove bianche, sono donne con i mariti in carcere per scontare ergastoli o condanne di 30 anni - racconta il giudice - o anche donne i cui mariti sono stati assassinati. Mogli di boss, segregate in casa e prigioniere delle famiglie.
Non hanno alcuna possibilità di sottrarsi al controllo dei parenti, restando in Calabria. Sono loro che ci chiedono di essere aiutate ad andar via insieme ai figli. Vengono nei nostri uffici in gran segreto, alcune in lacrime". Le donne in fuga dalla 'ndrangheta e se qualcosa in quei paesi cambierà sarà anche merito loro. Non sono collaboratrici di giustizia - o almeno pochissime lo sono - si dissociano ma senza denunciare i loro familiari.
Possono essere aiutate grazie al protocollo d'intesa che "Libera", l'associazione contro le mafie, con il sostegno della Conferenza episcopale italiana, ha siglato con il dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, Tribunale per i minorenni, Procura per i minorenni e Procura distrettuale di Reggio Calabria e Procura nazionale antimafia, per assicurare una rete di protezione e di sostegno ai minori e alle madri di famiglie mafiose che cercano un'alternativa. "Liberi di scegliere", si chiama così il progetto. Un lavoro lungo, cominciato nel 2012.
"Negli ultimi 25 anni il tribunale di Reggio Calabria ha processato oltre 100 minori per reati di criminalità organizzata, di cui una cinquantina per omicidi e tentati omicidi. Alcuni coinvolti in processi per sequestri di persona o traffico di droga, altri negli omicidi o nei tentati omicidi delle madri colpevoli di aver tradito i loro mariti chiusi in carcere. Una volta cresciuti questi adolescenti, in qualche caso, sono stati uccisi o sono finiti nel regime penitenziario duro.
Per interrompere questa spirale e censurare il modello educativo mafioso, abbiamo applicato questo orientamento: nei casi in cui la famiglia arreca pregiudizio concreto all'integrità emotiva e allo sviluppo del minore, si decide per la decadenza della responsabilità genitoriale. Sia chiaro: non togliamo niente a nessuno, non chiediamo ai ragazzi di rinnegare i genitori ma li tuteliamo. I provvedimenti sono sempre concordati. Adesso anche le donne chiedono di seguire i figli. In queste famiglie c'è una grande sofferenza, finora taciuta".
I minori in alcuni casi vengono affidati ad altri nuclei familiari, più spesso cambiano città insieme alle madri e vengono aiutati e protetti. "Lo consideriamo un Erasmus della legalità, fuori da quel contesto i ragazzi rinascono, non vivono più comprimendo le emozioni e i talenti, nel terrore di tradire la famiglia, si fidanzato e conoscono altri modelli di vita. E non vedono più il carcere come una medaglia da appuntarsi al petto".
"Sono stanca, non voglio che i miei figli restino in Calabria", una donna già condannata per mafia in attesa della sentenza della Cassazione scrive al giudice. "Se torno in carcere voglio che una famiglia prenda i miei figli". Il vicepresidente dell'associazione "Libera" Enza Rando ha trovato una famiglia ai ragazzi e difeso la madre.
"Quando la donna ha ottenuto una misura alternativa, ha raggiunto i figli e si è creata una famiglia allargata. Per portare avanti questo progetto servirebbero una copertura normativa e risorse finanziare stabili. Una legge nazionale, come un piano Marshall contro la 'ndrangheta".
Queste storie hanno ispirato anche una fiction tv, "Liberi di scegliere", trasmessa questo inverno. "Caro giudice, la ringrazio per l'opportunità che sta dando a miei figli. L'avessi avuta anche io quando ero un ragazzino, mi sarei risparmiato questa pena infinita". Lettera di un papà dal carcere.
ildispaccio.it, 7 giugno 2019
Appello dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere. Si è tenuta in Consiglio regionale la conferenza stampa di presentazione del lavoro svolto dall'osservatorio regionale sulla violenza di genere, che ha presentato la relazione sul primo anno di attività. Hanno relazionato, dopo il saluto di Giampaolo Latella, portavoce del Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, Mario Nasone coordinatore, Giovanna Cusumano vice coordinatore e Laura Amodeo delegata alla formazione. Gli stessi hanno ricordato che nella statistica dei femminicidi la calabria continua ad essere ai primi posti e non a caso la conferenza stampa si è svolta all'interno della stanza della memoria che ha già raccolto cinquanta storie di femminicidio che sono stati consumati nella nostra regione.
I referenti dell'osservatorio hanno tracciato un bilancio del lavoro svolto che ha avuto come priorità l'avvio di un lavoro di monitoraggio che ha trovato la piena collaborazione delle procure generali di Reggio e Catanzaro, e delle questure, con il prezioso supporto dell'Unical, dell'Istat, dell'Udi e della rete Dire dei centri anti violenza e che permetterà nel mese di Ottobre la presentazione del primo rapporto sulla violenza di genere in Calabria. Accanto a questo un 'attività di sensibilizzazione, di formazione, di collegamento che ha permesso all'osservatorio di iniziare a diventare una vera cabina di regia per tutte le realtà che a vario titolo si occupano del fenomeno della violenza, per calibrare meglio le azioni di prevenzione e contrasto nei vari territori calabresi non tutti coperti adeguatamente da servizi di ascolto e di presa in carico (in particolare la Locride e la Piana di Gioia Tauro).
Dall'esperienza di questo primo anno i relatori hanno evidenziato come questa problematica continua ad essere sommersa. Anche in Calabria come nel resto del paese 8 donne su 10 che subiscono violenza continuano a non denunciare. Un fatto positivo da segnalare è che ultimamente sta crescendo il numero delle donne che si rivolgono ai centri anti violenza o alle forze dell'ordine a seguito di aggressioni, maltrattamenti e varie forme soprattutto di violenza domestica. Iniziative come il progetto Liana della Questura di Reggio, di una linea dedicata di ascolto e di pronto intervento, l'aumento dei provvedimenti di ammonimento dei maltrattanti, stanno producendo i primi riscontri positivi e stanno avvicinando alle istituzioni le vittime che iniziano così ad avere maggiore fiducia
Un lavoro prezioso ma insufficiente che in atto poggia quasi esclusivamente sulle spalle delle forze dell'ordine e dei centri anti violenza.. Per i rappresentanti dell'osservatorio la gravità del fenomeno richiede investimenti e risorse adeguate In particolare appare poco sostenuta la rete dei centri anti violenza e delle case rifugio in Calabria senza le quali le donne non avrebbero riferimenti e protezione. L'osservatorio fa proprio il grido d'aiuto che viene da questi vero e propri presidi di legalità che oggi non possono contare su finanziamenti adeguati e certi.
Basti pensare che ogni centro riceve appena 20.000 euro di finanziamento annuale, somma che non permette di coprire i costi nemmeno per garantire i requisiti strutturali e di personale specializzato che la regione richiede per autorizzare il funzionamento.
Per questi motivi l'osservatorio ha chiesto alla terza commissione consiliare di approvare il progetto di legge 285/2017 ed in particolare proposto il rafforzamento della rete dei centri anti violenza attivandoli in tutti gli ambiti territoriali inter-comunali e garantendo loro accreditamento e finanziamenti stabili e l'aumento della case rifugio (in atto solo due autorizzate). Ancora misure per garantire con tempestività sostegno alloggiativo ed economico alle donne che denunciano e a quelle che escono dalla case di accoglienza per dare loro autonomia.
L'osservatorio nell'audizione avuta nel mese di dicembre scorso ha auspicato un incremento consistente degli stanziamenti attraverso un conseguenziale aumento del fondo regionale per le politiche sociali e la previsione di un capitolo di bilancio dove fare confluire tutti i fondi regionali e nazionali. In particolare è stata rilanciata la proposta emersa dalla conferenza di utilizzare in modo consistente i fondi comunitari attraverso un piano regionale organico di prevenzione e di contrasto al fenomeno finora sottovalutato della violenza alle donne.
Per Giovanna Cusumano e Laura Amodeo un contributo importante sul piano della prevenzione l'osservatorio lo potrà svolgere attraverso l'esperienza della stanza della memoria delle vittime di femminicidio in collegamento con le scuole calabresi che attraverso una intesa che si sta perfezionando con l'ufficio scolastico regionale permetterà agli studenti calabresi di conoscere e approfondire le storie delle donne vittime di femminicidio anche attraverso l'intitolazione di aule o altri spazi scolastici con il supporto formativo che l'osservatorio garantirà.
In conclusione il coordinatore Mario Nasone ha sottolineato come l'Osservatorio si è rilevato uno strumento importante per la lettura del fenomeno in Calabria a servizio del Consiglio Regionale. Ha funzionato grazie all'attività di volontariato dei suoi componenti (assenza totale anche di rimborsi spese per viaggi), una scelta giusta, ma l'auspicio è quello di disporre di risorse per potere realizzare il piano di lavoro che è stato presentato all'ufficio di presidenza importante per il raggiungimento degli obiettivi istituzionali previsti dalla legge 38/2016 che lo ha istituito.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 7 giugno 2019
Alle Sezioni unite la decisione sulla possibilità di contestazione dell'associazione mafiosa anche all'organizzazione criminale attiva in aree non tradizionali. A rinviare la questione, che riguarda una propaggine svizzera di una 'ndrina calabrese, è stata l'ordinanza n. 15768 della Prima sezione penale. Il nodo da sciogliere, sul quale, ad avviso dell'ordinanza, si è andato delineando un contrasto interpretativo è soprattutto quella della necessità, nell'associazione mafiosa, della forza di intimidazione e delle successive condizioni di assoggettamento e omertà.
In altre parole, a dovere essere decisa dalla Sezioni unite è la configurabilità del delitto di associazione mafiosa rispetto a gruppi criminali collocati in un altro contesto territoriale, caratterizzati però da struttura organizzativa, rituali di affiliazione e regole interne mutuati dalla "casa madre" di riferimento. Senza però che sia stata in qualche modo espressa, fuori dal territorio di origine, la forza intimidatrice tipica del vincolo associativo, e neppure manifestate, di conseguenza, le condizioni assoggettamento ed omertà nella comunità di riferimento.
Secondo un primo orientamento interpretativo, il metodo mafioso deve essere accertato con puntualità sul piano probatorio: non è cioè sufficiente il collegamento con la "casa madre" e l'averne recepito strutture e regole, serve invece l'accertamento sul territorio della capacità di intimidazione sul territorio nel quale l'organizzazione si trova a operare. Insomma, la forza intimidatrice deve essere effettiva e riscontrabile, non solo potenziale.
Per l'altra linea di interpretazione, meno restrittiva, il reato previsto dall'articolo 416-bis del Codice penale può essere contestato anche se sono assenti sia la verifica di reati-fine sia la concreta esteriorizzazione della forza intimidatrice. "qualora emerga il collegamento della nuova struttura territoriale con quella "madre" di riferimento ed il modulo organizzativo (distinzioni di ruolo, rituali di affiliazioni, imposizione di rigide regole interne, sostegno ai sodali in carcere eccetera) presenti i tratti distintivi del predetto sodalizio, lasciando così presagire una già attuale pericolosità per l'ordine pubblico". È cioè il marchio di origine a dovere essere ritenuto determinante, evitando qualsiasi altra prova, perché proprio il sistema mafioso rappresenta essenza della 'ndrangheta.
Quotidiano di Sicilia, 7 giugno 2019
Il sindaco Orlando: "Visione di comunità motivo dominante della nostra Amministrazione". Una delegazione del Governo messicano e dell'Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime - Ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) è stata accolta in città per conoscere l'esperienza palermitana finalizzata al reinserimento sociale dei detenuti.
Tra le tappe della delegazione, accompagnata dal sindaco Leoluca Orlando, c'è stata la visita al cantiere di diserbo e cura del verde nella salita Bonanno a Monte Pellegrino, realizzata dalla della popolazione carceraria della casa circondariale dell'Ucciardone. "Un'esperienza - ha spiegato il primo cittadino - che nasce da un rapporto formale, organico della città di Palermo, la Direzione penitenziaria e il ministero della Giustizia e con l'autorizzazione del Giudice di sorveglianza. Una procedura assolutamente istituzionale e prevista dalla vigente normativa, che sta dentro la funzione rieducativa della pena e l'esigenza di diminuire la penosità della detenzione, con l'avvio di percorsi di reinserimento sociale dei detenuti".
Successivamente la delegazione si è spostata a Palazzo Butera dove, nel corso di una conferenza stampa, è stata illustrata un'altra innovativa forma di impegno dei detenuti per lo sviluppo, anche artistico, della città. "Questa iniziativa - ha sottolineato il sindaco - ha suscitato l'interesse delle Nazioni unite e del Governo del Messico e della Polizia penitenziaria messicana, che vogliono trasferirne l'esempio nella loro realtà".
"Credo - ha aggiunto il primo cittadino - che sia l'ulteriore conferma di una visione fuori dalla logica degli slogan e che si esplica con azioni concrete: il teatro e la produzione di pasta all'interno del carcere dell'Ucciardone; le attività lavorative affidate ai detenuti, insieme con l'Amministrazione comunale, nelle strade, nelle vie e nei parchi; la cura del carro e della statua di Santa Rosalia e, ulteriore passo avanti, la possibilità per i detenuti di apprendere arti e mestieri legati al restauro in una sede privata e prestigiosa come Palazzo Butera".
"Per noi - ha spiegato ancora Orlando - i detenuti devono essere soggetti al Diritto e quindi devono scontare la pena, ma sono anche soggetti di diritti in quanto esseri umani. Questa visione, io sono persona, noi siamo comunità, che costituisce il motivo dominante della nostra Amministrazione comunale e, oggi dell'intera città". "È l'ennesima conferma - ha concluso il primo cittadino - di Palermo aperta e attrattiva, non soltanto per i turisti, non soltanto per i migranti, ma anche per coloro che vogliono migliorare la qualità della vita dei propri rispettivi Paesi".
giornalistitalia.it, 7 giugno 2019
Corso di formazione dell'Assostampa Toscana con la Polizia penitenziaria. Il ruolo di reinserimento dei detenuti, la scoperta di uno dei corpi più giovani e più attivi tra le forze di polizia, la Polizia penitenziaria, i compiti di monitoraggio che negli istituti di pena vengono svolti per contrastare il terrorismo internazionale, le criticità che si presentano nella gestione della collettività dei detenuti talvolta in situazioni di sovraffollamento, il difficile compito dei cronisti che devono raccontare l'universo carcerario: sono stati questi alcuni dei temi sviluppati dal corso di formazione per giornalisti che, organizzato dall'Associazione Stampa Toscana insieme al Corpo di polizia penitenziaria, si è svolto nel carcere di Sollicciano, la struttura carceraria più importante della Toscana. Il corso si è aperto con un commosso ricordo del collega Enrico Pini, per anni fiduciario Casagit in Toscana, del quale proprio oggi si sono svolti i funerali.
Il senso del corso lo ha spiegato il presidente dell'Ast, Sandro Bennucci, ricordando il primo contatto tra il sindacato dei giornalisti e la Polizia penitenziaria i cui agenti fornirono la scorta d'onore alla sorella della collega Daphne Caruana Galizia, quando due anni fa ricevette a Firenze il Premio Giornalisti Toscani assegnato alla memoria della giornalista uccisa a Malta. "Da allora - ha detto Bennucci - è cresciuto l'interesse professionale per il mondo carcerario, del quale dobbiamo spesso scrivere, e verso gli uomini e le donne che con il loro lavoro ne assicurano la funzionalità".
È stato il direttore del carcere di Sollicciano, Fabio Prestopino, a sottolineare il ruolo fondamentale che nel moderno trattamento penitenziario svolgono gli agenti, assicurando poi ai giornalisti il massimo di trasparenza e di accessibilità possibile alle informazioni del "pianeta carcere" che provengono dalla casa circondariale di Firenze. Una testimonianza preziosa quella del Procuratore della Repubblica di Firenze, Giuseppe Creazzo, che ha evidenziato anche il ruolo investigativo di un corpo di polizia che non ha soltanto il compito della custodia, ma anche quello del monitoraggio dell'insieme dei detenuti e che, in molti casi, si è tradotto in un contributo importante alle indagini della magistratura.
Mentre Stefano Fabbri ha ricordato le procedure di approccio alle "fonti" per i giornalisti che si occupano di carcere, a cominciare proprio dai detenuti che è possibile intervistare previa autorizzazione, ma anche quanto prevedono le norme deontologiche dell'Ordine dei giornalisti per questo genere di particolare attività fissate dalla Carta di Milano e che si incentrano sul rispetto sostanziale della persona privata della libertà personale.
A concludere l'evento formativo, organizzato grazie al sostanziale apporto del commissario comandante del Nucleo traduzioni e piantonamenti di Sollicciano, Giuseppe Simone, è stato l'approfondito intervento del Comandante del reparto della Polizia penitenziaria della Casa circondariale, Massimo Mencaroni. Il Comandante ha insistito sul concetto di sicurezza non fine a se stesso, ma come elemento fondamentale del trattamento penitenziario, cioè dello sforzo compiuto per aderire al principio di recupero e reinserimento fissato dalla Carta costituzionale.
Particolare attenzione viene posta anche nella vigilanza contro la radicalizzazione in carcere di elementi potenzialmente pericolosi sul fronte del terrorismo internazionale: sui 60.000 detenuti italiani circa un terzo sono stranieri e in gran parte provenienti dalle aree più a rischio, soprattutto dal Maghreb; una proporzione che a Firenze è del tutto invertita poiché su circa 800 detenuti, a fronte di circa 450 agenti di polizia penitenziaria, solo un terzo sono italiani. L'istituto di Sollicciano è uno dei sei istituti di pena pilota in Italia del progetto per il contrasto alla radicalizzazione jihadista. E, sempre a proposito di numeri, i posti letto regolamentari per i detenuti sono 500, mentre 760 quelli tecnicamente disponibili.
Dopo la cosiddetta "sentenza Torreggiani" della Corte europea dei diritti dell'uomo, che fissa in tre metri quadrati lo spazio minimo per ogni detenuto, paradossalmente, e per fortuna solo teoricamente vista la particolare configurazione architettonica di Sollicciano, i posti letto potrebbero essere 1.500. Infine, il rapporto con la città e con il tessuto sociale: oltre agli agenti di Polizia penitenziaria, al personale educativo e amministrativo, ad assistere ed occuparsi dei detenuti sono il personale sanitario della Asl, i docenti scolastici, decine di volontari impegnati nelle attività culturali e sportive.
Riguardo ai detenuti, solo un terzo è impegnato in attività rieducative e circa 160 in attività lavorative. "Non ci basta - ha detto il direttore Prestopino - perché il lavoro è una componente fondamentale della vita in carcere e della vita che attende i detenuti una volta fuori. E per migliorare - ecco l'appello - abbiamo bisogno della collaborazione delle imprese".
agensir.it, 7 giugno 2019
"Tra pochi giorni ci incontreremo a Roma per trascorrere insieme dei momenti di fraternità sacerdotale, ma sarà anche l'occasione per dare più forza e coraggio a ciascuno di voi nel delicato e prezioso servizio che vi state accingendo a vivere nelle carceri.
Vi auguro di non camminare mai da soli, ma di vivere sempre in comunione con i vostri confratelli cappellani e con tutti gli operatori che incontrerete nei luoghi di pena". Lo scrive don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, nella lettera con la quale presenta il terzo seminario di formazione per i nuovi cappellani delle carceri italiane, che si terrà a Roma, dal 24 al 26 giugno, presso l'Hotel "Casa Carbulotto", in via Annia Regilla n. 60.
Il tema del seminario è "Chiamati a fasciare le ferite e a rialzare chi e caduto". "Il titolo scelto - osserva don Grimaldi - ci suggerisce la strada per compiere ancora meglio ciò che il Signore chiede a ognuno di noi. Nel vostro delicato incarico pastorale quotidianamente incontrate uomini e donne, disperati, poveri ed emarginati che, privati della loro libertà personale, hanno bisogno di essere ascoltati, accolti nella tenerezza del ministero di noi tutti 'uomini del Vangelo'". Ed è ciò, prosegue l'ispettore generale, che "la Chiesa vi chiede e cioè di aiutare a rialzarsi chi è caduto nell'errore, per dare loro ancora un barlume di speranza per un futuro aperto ai nuovi orizzonti di inclusione".
Don Grimaldi ricorda come le carceri siano profondamente cambiate nel tempo: "Anche noi cappellani, in questo contesto, siamo chiamati a svolgere il nostro delicato ministero, rinnovandolo alla luce delle nuove esigenze e sfide pastorali. Siamo tutti sollecitati dalle Parole e dai gesti profetici di Papa Francesco, sempre attento alle fasce deboli e ai carcerati".
All'interno dei nostri istituti di pena "la povertà cresce giorno dopo giorno sempre di più e con la nutrita presenza di uomini e donne di altre nazionalità, che si professano in altre fedi, siamo chiamati a confrontarci e a qualificare il nostro servizio. Questi sono alcuni dei motivi che dovrebbero farci riflettere sulla nostra azione pastorale accanto alle persone private della loro libertà personale e quindi di metterci continuamente in ascolto del grido dei poveri".
di Elvira Martino
palermotoday.it, 7 giugno 2019
Si è svolto ieri pomeriggio presso il Teatro Garibaldi di Palermo il convegno finale del progetto Neverland dal titolo "Il carcere come non luogo. Il senso della rieducazione attraverso percorsi creativi e produttivi in Sicilia". Nel teatro è stato allestito uno spazio espositivo con i lavori realizzati dalle ragazze coinvolte nel progetto, detenute presso la Casa Circondariale Antonio Lorusso - Pagliarelli, e realizzato un libro che è una raccolta fotografica delle opere create dentro le mura dell'istituto. Sono stati tanti i temi trattati, dal progettare interventi rieducativi in carcere al creare vere e proprie opere d'arte, espressione dell'IO delle ragazze, fino alla possibilità di creare storie nuove seppur dentro un istituto penitenziario.
Sono intervenuti, tra gli altri, l'assessore alle politiche sociale del comune di Palermo Giuseppe Mattina, che ha testimoniato la vicinanza del Comune di Palermo al nostro progetto; Rosalba Romano e Emilia Tripoli di Sartoria Sociale - Lab & Shop; il professore Vincenzo Merlo del Cpia Palermo 1- Nelson Mandela. Un ringraziamento particolare va a Manifesta Biennial, per la splendida location, e all'ente di formazione I.N.F.A.O.P.
"È stata una giornata fantastica. La cittadinanza ha risposto in maniera convinta e coinvolta al messaggio che abbiamo lanciato: il carcere è reinserimento e rieducazione e il nostro progetto Neverland ne è testimonianza. Le ragazze coinvolte ci hanno permesso di entrare nel loro mondo e di portarlo poi fuori per farlo conoscere ai più. Un mondo difficile e pieno di contraddizioni che però, per fortuna, continua a lanciare messaggi felici e creativi. La nostra speranza è che la progettazione sociale in questo ambito sia sempre più proficua e produttiva di momenti come quello appena vissuto" lo dichiara Manuela Ligotti, presidente dell'Associazione A.R.P.E.S., destinataria del finanziamento pubblico con cui è stato realizzato il progetto.
di Silvia Sanna
La Nuova Sardegna, 7 giugno 2019
Gianfranco Oppo conobbe l'arzanese nel carcere nuorese di Badu e Carros: "Era pentito e voleva dimostrarlo. C'è un episodio indelebile nella sua memoria, quando quel detenuto che aveva seguito con grande attenzione la rappresentazione teatrale, alzò la mano e si rivolse all'attore protagonista sul palco, in sedia a rotelle in seguito a un incidente. "Vorrei donarti le mie gambe - gli disse - a me non servono perché sono un morto che cammina".
Quel detenuto era Mario Trudu, condannato all'ergastolo per sequestro di persona e omicidio, recluso in cella dal 1979: sulla sua cartella la dicitura "fine pena mai", davanti a sé un orizzonte rigato dalle sbarre. L'attore sul palco capì il senso di quella frase pronunciata con sarcasmo dal detenuto e gli sorrise.
Era il 2015, carcere nuorese di Badu e Carros: Mario Trudu era lì di passaggio, una permanenza breve prima di rientrare nel penitenziario di San Gimignano che avrebbe lasciato definitivamente due anni per essere trasferito a Massama, Oristano. A ricordare quell'episodio è Gianfranco Oppo, sino a poco tempo fa garante dei detenuti nel carcere nuorese.
"Mi colpirono moltissimo le parole di Mario Trudu - racconta - perché rappresentavano perfettamente la sua condizione di condannato all'ergastolo ostativo, cioè senza possibilità di riassaporare la libertà. Con ironia, offrendo le sue gambe all'attore che ne aveva perso l'uso, Trudu lanciò un grido di dolore sulla sua situazione e offrì a tutti motivo di riflessione". L'ergastolano di Arzana in una lettera pubblicata ieri sulla Nuova ha rilanciato il tema con toni e parole forti: ha detto che una condanna a morte sarebbe preferibile alla galera a vita, a una morte al rallenti che ti consuma giorno dopo giorno. Trudu ha raccontato di avere chiesto inutilmente di poter essere fucilato in piazza per porre fine all'inesorabile agonia.
Anche a Gianfranco Oppo aveva confidato la sua frustrazione di fronte a una sentenza irrevocabile: "Ho avuto dei colloqui con lui durante la permanenza a Badu e Carros e ho esaminato la sua vicenda insieme al garante dei detenuti di San Gimignano che lo conosceva molto bene. Mario Trudu mi confidò di sentirsi impotente perché impossibilitato a dimostrare al mondo di essere cambiato, di avere preso le distanze dalla sua storia criminale.
Mi disse di trovarsi ancora in carcere per reati commessi quando era giovane, quando era una persona molto diversa. Mi spiegò di avere affrontato un percorso interiore di redenzione che avrebbe voluto portare all'esterno facendo del bene per gli altri. "Ma nessuno - disse - ha intenzione di concedermi questa possibilità".
Gianfranco Oppo in quelle occasioni provò molta pena per lui perché lo sentì sincero. "Nella mia esperienza ho avuto a che fare con numerosi detenuti condannati all'ergastolo ostativo. E ritengo che si tratti di una pena che va in contraddizione con le finalità rieducative che il carcere si propone di avere. Chi ha sbagliato deve pagare ma deve anche avere l'opportunità di dimostrare il suo ravvedimento. A una giusta condanna dovrebbe seguire il reinserimento nella società. L'ergastolo ostativo cancella tutto questo.
È una sentenza di morte ancora più crudele che gli studiosi definiscono "morte bianca": per il detenuto non esiste un domani diverso, sa che la fine della sua pena coincide solo con la morte, la vita in carcere diventa uno scandire il tempo in attesa del compimento di un destino già scritto. Io credo - dice l'ex garante - che questo non abbia senso. Da tempo mi batto a favore della cancellazione dell'ergastolo ostativo: la condanna deve avere un inizio e una fine, l'Italia deve adeguarsi a quello che succede in altri paesi europei".
Oppo cita come esempio la strage del 2011 nell'isola di Utoya in Norvegia, quando un killer uccise 77 persone, quasi tutti studenti: "È stato condannato a 21 anni, la pena massima prevista. E durante la detenzione potrà affrontare un percorso di rieducazione e reinserimento nella società". Per questo sarebbe giusto, secondo Gianfranco Oppo, valutare le situazioni
caso per caso e capire se da parte del detenuto c'è stato pentimento e presa di distanza dai reati gravissimi commessi. "Il reo deve essere recuperato, è questa la funzione rieducativa della detenzione che un "fine pena mai" svuota di significato. E questo rappresenta un fallimento".
elbareport.it, 7 giugno 2019
È arrivato a conclusione il Progetto Pon - Il cielo in una cella. Carcere e territorio a Porto Azzurro che ha visto come protagonisti gli alunni della Scuola Secondaria di Porto Azzurro impegnati su tre moduli. Il progetto è partito dall'idea di valorizzare in termini positivi la presenza del carcere nel Comune di Porto Azzurro.
Partiti dalla storia della Fortezza spagnola di Longone con le sue caratteristiche che ospita la Casa di Reclusione, i ragazzi accompagnati dai docenti Roberta Cecchini e Luciano Melani, hanno intrapreso un percorso di confronto, dibattito ed esplorazione circa il significato della pena detentiva e le diverse modalità di esecuzione della stessa dopo aver messo a confronto le tre tipologie di detenzione sull'Arcipelago toscano: la Casa di Reclusione di Porto Azzurro, l'ex 41 bis di Pianosa e l'isola carcere di Gorgona.
Il Dirigente Scolastico Lorella Di Biagio si ritiene orgogliosa e soddisfatta di quanto realizzato e precisa: "L'acronimo Pon sta a indicare un progetto di innovazione e miglioramento del sistema dell'istruzione, attraverso dei fondi aggiuntivi europei. I singoli progetti che fanno parte del Pon hanno come obiettivo la creazione di un sistema d'istruzione e di formazione di elevata qualità, efficace ed equo. Il nostro Istituto si è aggiudicato ben quattro Progetti Europei che hanno permesso di fare un grande investimento nel sapere, offrendo nuove esperienze e competenze ai nostri ragazzi che vivono su un'isola.
Tutta la comunità (famiglie, imprese locali, Amministrazioni comunali, Pnat, Enti pubblici e privati, Associazioni...) si è impegnata e ha sostenuto le varie iniziative a 360°. È stata realizzata un'educazione ai patrimoni ambientali, storici, socio-culturali locali che ha permesso ai nostri alunni di apprendere le metodologie per la lettura e interpretazione dei beni. Un plauso ai docenti per una didattica qualitativamente apprezzabile, alle famiglie per il supporto e l'entusiasmo e ai nostri alunni che si sono dimostrati interessati e partecipi".
Attraverso laboratori esperienziali e magnifici percorsi outdoor i ragazzi si sono incontrati e confrontati con i detenuti di Porto Azzurro e Gorgona attivando così momenti di riflessione sulle proprie ed altrui risorse, sul rispetto delle regole e dei confini, su comportamenti leciti e illeciti e sull'art. 27 della Costituzione. A conclusione del progetto sono stati prodotti dépliant sulla storia di Longone da distribuire ai turisti in visita nel nostro territorio, una presentazione in power point che racconta i momenti più significativi di scambio tra i ragazzi e i reclusi.
Venerdì 7 giugno 2019, nella piazzetta antistante la Chiesa del Sacro Cuore di Maria di Porto Azzurro alle ore 21.00, i ragazzi saranno coinvolti in una piccola ricostruzione e drammatizzazione della vita quotidiana della Fortezza al tempo degli Spagnoli. Con figuranti in costume e un drappello di soldati appartenenti al gruppo storico Tercio de Longone, il siparietto, curato in collaborazione con il Comune di Porto Azzurro, offrirà uno spaccato dell'epoca a metà tra serio e faceto. I nostri ringraziamenti vanno al Parco, all'Amministrazione Comunale di Porto Azzurro e in modo particolare al Direttore della Casa di Reclusione di Porto Azzurro Dott. Francesco D'Anselmo e al Direttore del Carcere di Livorno-Gorgona Dott. Carlo Mazzerbo per la messa a disposizione di spazi e personale per la realizzazione del progetto.
Istituto Comprensivo Porto Azzurro
agensir.it, 7 giugno 2019
"Tra pochi giorni ci incontreremo a Roma per trascorrere insieme dei momenti di fraternità sacerdotale, ma sarà anche l'occasione per dare più forza e coraggio a ciascuno di voi nel delicato e prezioso servizio che vi state accingendo a vivere nelle carceri.
Vi auguro di non camminare mai da soli, ma di vivere sempre in comunione con i vostri confratelli cappellani e con tutti gli operatori che incontrerete nei luoghi di pena". Lo scrive don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, nella lettera con la quale presenta il terzo seminario di formazione per i nuovi cappellani delle carceri italiane, che si terrà a Roma, dal 24 al 26 giugno, presso l'Hotel "Casa Carbulotto", in via Annia Regilla n. 60.
Il tema del seminario è "Chiamati a fasciare le ferite e a rialzare chi e caduto". "Il titolo scelto - osserva don Grimaldi - ci suggerisce la strada per compiere ancora meglio ciò che il Signore chiede a ognuno di noi. Nel vostro delicato incarico pastorale quotidianamente incontrate uomini e donne, disperati, poveri ed emarginati che, privati della loro libertà personale, hanno bisogno di essere ascoltati, accolti nella tenerezza del ministero di noi tutti 'uomini del Vangelo'". Ed è ciò, prosegue l'ispettore generale, che "la Chiesa vi chiede e cioè di aiutare a rialzarsi chi è caduto nell'errore, per dare loro ancora un barlume di speranza per un futuro aperto ai nuovi orizzonti di inclusione".
Don Grimaldi ricorda come le carceri siano profondamente cambiate nel tempo: "Anche noi cappellani, in questo contesto, siamo chiamati a svolgere il nostro delicato ministero, rinnovandolo alla luce delle nuove esigenze e sfide pastorali. Siamo tutti sollecitati dalle Parole e dai gesti profetici di Papa Francesco, sempre attento alle fasce deboli e ai carcerati".
All'interno dei nostri istituti di pena "la povertà cresce giorno dopo giorno sempre di più e con la nutrita presenza di uomini e donne di altre nazionalità, che si professano in altre fedi, siamo chiamati a confrontarci e a qualificare il nostro servizio. Questi sono alcuni dei motivi che dovrebbero farci riflettere sulla nostra azione pastorale accanto alle persone private della loro libertà personale e quindi di metterci continuamente in ascolto del grido dei poveri".
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