di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 18 dicembre 2021
Tre nuove testimonianze di pestaggi dopo la rivolta di Sant'Anna dell'8 marzo 2020 e i racconti di parenti di alcuni dei nove morti saranno al centro del documentario di Rainews24 che sarà trasmesso oggi e domani.
Gli autori presenteranno queste testimonianze finora non note (e non si sa se note alla Procura di Modena). Una è nata dopo un esposto e due invece sono solo orali e davanti alle telecamere. Si tratta di detenuti che hanno raccontato ancora una volta di trattamenti brutali subiti, anche da denudati, da parte di agenti della polizia penitenziaria subito dopo che era stata sedata la rivolta che aveva prodotto devastazioni, un incendio e il saccheggio dell'infermeria. Pestaggi, da quanto è noto finora, che avvenivano prendendo spesso di mira detenuti che non avevano preso parte alla sommossa interna al carcere e quindi immotivati sotto ogni profilo.
Saranno poi presentate le testimonianze raccolte dalla troupe televisiva in Tunisia, presso i familiari di alcuni dei nove morti, ufficialmente tutti stroncati da abusi di metadone, una vicenda sulla quale persistono dubbi e che presto porterà a un ricorso alla Cedu a Strasburgo per cercare di riaprire i fascicoli e rileggere i referti autoptici di un'inchiesta delicata chiusa in tempi rapidissimi (solo il caso di Sasà Piscitelli, il detenuto attore di teatro, resta aperto ad Ascoli, dove è morto dopo il trasporto da Modena.
"Anatomia di una rivolta. I 9 morti del carcere Sant'Anna di Modena": così si intitola il documentario di Maria Elena Scandaliato e la modenese Giulia Bondi con Raffaella Maria Cosentino che andrà in onda su Rainews24 (canale 48) in due puntate: questa sera alle 21.30 e sabato 18 dicembre alle 18.30. È un'inchiesta di Spotlight, il programma curato da Valerio Cataldi, realizzata in collaborazione con Tgr Rai. In replica domenica 19 dicembre alle 9.30 (prima parte) e alle 20.30 (seconda parte), poi su RaiPlay. Le immagini sono di Francesco Mugnaini Lorenzo Lucchini Mario Idone Cettina Forestieri Davide Manocchi Gabriella Bava.
Nessuna novità nel frattempo trapela dalla procura di Modena dove i pm Franbcesca Graziano e Lucia de Santis stanno conducendo le indagini sui restando due dei tre filoni iniziali (il terzo, sui morti, come detto è stato archiviato). Sia per i responsabili della rivolta e dei gravi danneggiamenti alla struttura carceraria sia per le ormai numerose denunce di pestaggi di detenuti sono state chieste e ottenute proroghe per altri mesi. Se ne riparlerà in primavera.
di Massimo Massenzio
Corriere di Torino, 18 dicembre 2021
Da sabato 18 fino a 23 dicembre l'intera popolazione carceraria, femminile e maschile, non ritirerà le pietanze "per lanciare un segnale d'allarme sulle condizioni del carcere". Nuovo "sciopero del carrello" nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Da sabato 18 fino a 23 dicembre l'intera popolazione carceraria, femminile e maschile, non ritirerà il cibo "per lanciare un segnale d'allarme in merito alle condizioni in cui vertono le carceri".
I detenuti lo hanno annunciato con una lettera al ministro della Giustizia Marta Cartabia e alla direttrice della struttura delle Vallette Rosalia Marino. "La pandemia ha acuito antiche problematiche - spiegano gli organizzatori della protesta pacifica, ma neppure l'attuale governo ha preso una posizione netta per portare nelle prigioni dignità e buonsenso oltre che i diritti fondamentali sanciti dalle costituzioni italiana e europea. I problemi evidenziati riguardano - fra i tanti - il sovraffollamento, la mancata qualità dei prodotti utilizzati proprio per la realizzazione dei pasti e la mancanza di percorsi formativi e quindi riabilitativi e rieducativi. Questa sera l'associazione "Mamme in piazza per la libertà di dissenso" ha organizzato un presidio di fronte al carcere in solidarietà ai detenuti e per concludere la raccolta fondi a sostegno dello sciopero.
Stefano Anastasia, a nome dei Garanti territoriali, chiede un atto di clemenza
"Oggi, come a marzo 2020, di fronte alla nuova diffusione del Covid-19, che sta nuovamente ingessando le carceri, prive di sufficienti spazi di isolamento e quarantena dei positivi e dei loro contatti, sarebbe utile un minimo ma generale provvedimento di clemenza, anche solo di un anno, che oggi come allora consentirebbe una più efficace e ordinata gestione delle situazioni di rischio in carcere". Un provvedimento di liberazione anticipata speciale potrebbe essere ripescato dal cassetto del Parlamento dove giace la misura proposta a settembre 2020 dal deputato di Iv, Roberto Giachetti, simile a quella assunta all'indomani della condanna europea per il sovraffollamento delle carceri. Anche se, conclude Anastasia, la proposta dei Garanti potrebbe essere anche più "radicale" di quella del deputato pannelliano: "Un giorno di liberazione anticipata per ogni giorno di pena scontata in pandemia".
adnkronos.com, 18 dicembre 2021
Le parole della presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna di Rosa, al IX Congresso di Nessuno tocchi Caino. "Vorrei portarvi l'esempio di un'ordinanza con la quale il Tribunale di Sorveglianza di Milano, in un caso specifico di cui si è molto parlato, ha ritenuto di escludere il pericolo di reiterazione dei reati compiuti, secondo la sentenza, in un contesto di associazione mafiosa. Badate che il caso si riferisce a una persona che nega la commissione dei reati e il Tribunale di Sorveglianza rispetta questa scelta, la ribadisce e la richiama.
E allora cosa fa il Tribunale di Sorveglianza? Osserva che il lungo tempo trascorso dal fatto-reato deve essere coniugato ad altri fattori, tra cui l'impegno professionale e umano della persona a difesa della legalità nella lotta alla criminalità, compresa quella mafiosa, con il compimento di opere che sono oggetto di attestati di riconoscimento e perfino divulgate a fini educativi per le future generazioni".
Lo ha affermato la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna di Rosa, intervenendo al IX Congresso di Nessuno tocchi Caino che si svolge oggi e domani nel carcere di Opera a Milano, citando passaggi dell'ordinanza con la quale il TdS di Milano, il 23 giugno scorso, ha accolto, in seguito alla domanda di grazia (poi parzialmente concessa da Mattarella) la richiesta di differimento della pena per Ambrogio Crespi dopo la condanna definitiva a 6 anni di reclusione con l'accusa di aver procurato voti a Domenico Zambetti, assessore della Giunta Formigoni, per le regionali del 2010, servendosi, secondo i giudici, di conoscenze in ambienti della 'ndrangheta.
"La persona esaminata - ha sottolineato la presidente di Rosa - ha adoperato la sua arte per promuovere la cultura della legalità, della giustizia, della bellezza e della speranza. Pensate che parole positive, che termini concreti che danno valore a quella persona, a quella persona il cui corpo, purtroppo, secondo quello che si sente discutere come tematica generale, viene usato come ostaggio per dire agli altri 'guardate non fate così altrimenti finite così'. Quello di trattenere il corpo per fare confessare è un modo di combattere proprio dell'Inquisizione, è un modo proprio degli anni più oscuri della storia d'Italia".
"Io appartengo allo Stato - ha aggiunto - svolgo dei compiti istituzionali, ma lo Stato non è questo, non è assolutamente questo, lo Stato ha compiuto centinaia di chilometri di distanza da questo ragionamento. Tornando alla nostra ordinanza, ci dice invece che con il compimento di queste opere per le future generazioni e con l'amore per questa etica condivisa, con l'indirizzare le proprie capacità professionali verso produzioni pubblicamente riconosciute di alto valore culturale, denuncia, impegno civile, strumenti efficaci per la diffusione di messaggi di legalità e di lotta alla criminalità, si porta a ritenere che la grazia, perché, guardate, l'istituto richiesto era il più ampio in assoluto possibile, qui non parliamo di istituti intermedi di benefici penitenziari, parliamo addirittura della grazia, che la grazia, dunque, potrebbe costituire un mezzo, leggo le parole testuali perché non so riepilogarle meglio, un mezzo di riparazione-rimedio alle possibili incoerenze del sistema rispetto al senso di giustizia sostanziale".
"Questo - ha evidenziato il giudice - è esattamente la traduzione del principio su cui si fonda questo nostro incontro. Il diritto penale che è meglio tradurre in qualcosa di meglio del diritto penale, perché bisogna pensare ad altro, perché bisogna rimediare a quelle ingiustizie che la giustizia può produrre. Qui si legge in un provvedimento firmato dai giudici che le finalità della pena si declinano anche per gli aspetti attinenti la responsabilizzazione del condannato rispetto alle azioni commesse, l'osservazione della sua personalità e la comprensione delle cause sottese al reato per la promozione di un cambiamento sostanziale, non solo comportamentale o formale, in un'ottica sia preventiva che riparativa. In questo senso appaiono certamente fondate, e qui 'certamente' è rafforzativo perché vuol dire il tribunale è proprio convinto (...), le osservazioni della difesa in merito alla già esaurita finalità di socializzazione e reinserimento sociale della pena rispetto al condannato. Abbiamo scoperto una persona a cui la pena non faceva più niente, non serviva più anche se doveva ancora farsi degli anni".
Subito dopo il giudice, applaudito dalla platea del congresso di Nessuno tocchi Caino, ha osservato: "Questo applauso secondo me va a questo provvedimento, a questo modo di sentire, a questo modo di essere, che è esattamente il contrario di quello che dicevamo prima, ti tengo per sempre dentro affinché altri guardino quello che ti succede e di te non me ne importa più nulla. No, lo Stato non fa così. E questo secondo me quel riportare all'ordine naturale delle cose la non violenza, di cui ha detto poco fa Sergio D'Elia, a quel vivere insieme, a quell'unire e non dividere. E un esempio espresso, esplicito di tutto questo, e porta a concludere che è felice, che è mirabile l'esperienza giudiziaria di questo provvedimento e di questa storia, che è una storia che dimostra che la verità non è quella che viene raccontata, è quella che viene vissuta da chi la conosce e ha questi risvolti".
"E questa verità - ha concluso - conferma che su tanti e diversi fronti si può arrivare a sanare il conflitto sociale nato con il reato, e sono fronti che portano l'intelligenza e il cuore a osare, e osando a sperare. E allora concludo questo mio intervento dicendo Spes Contra Spem".
di Simona Musco
Il Dubbio, 18 dicembre 2021
Un "falso innocente". Il tribunale di Locri non risparmia nulla a Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, condannato a 13 anni e due mesi nell'ambito del processo Xenia. Una sentenza di quasi mille pagine con la quale il collegio presieduto da Fulvio Accurso sembra soprattutto difendersi dalle accuse di aver fatto un processo politico, condannando la narrazione esterna su Riace e sull'operato di Lucano, richiamata a più riprese per giustificare una condanna durissima, sulla base di un principio che si esplicita tra le prime pagine: Lucano e i suoi "sodali" avrebbero agito in nome di una "logica predatoria delle risorse pubbliche" che sarebbero servite a soddisfare "appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica" - nonostante abbia rifiutato qualunque occasione per "salire" di grado - "e soddisfatti strumentalizzando a loro vantaggio il sistema dell'accoglienza dei migranti", diventato "un comodo paravento dietro cui occultare le vistose sottrazioni di denaro pubblico che essi attuavano, per fini esclusivamente individuali". Lucano sarebbe stato sì un politico illuminato, capace di creare, ispirandosi agli ideali utopici della Città del Sole di Tommaso Campanella, un sistema all'inizio apprezzabile. Ma poi tutto ciò sarebbe sparito.
E "nulla importa che sia stato trovato senza un euro in tasca", scrivono i giudici, "perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza". Insomma: utilizzando i fondi dell'accoglienza per ristrutturare il frantoio e creare l'albergo diffuso, che hanno dato lavoro a migranti e riacesi, Lucano avrebbe creato una sorta di "fondo pensionistico" per gli anni a venire. Sfruttando il suo ruolo di "dominus indiscusso del sodalizio", un'organizzazione "tutt'altro che rudimentale", che avrebbe strumentalizzato "il sistema dell'accoglienza a beneficio della sua immagine politica". I suoi sodali, in cambio, lo avrebbero sostenuto politicamente, portando in dote il loro pacchetto di voti, risultati inutili a eleggerlo persino consigliere comunale alle ultime elezioni.
Ma c'è di più: nel motivare la propria decisione, il tribunale punta spesso il dito contro le difese, che avrebbero guardato il processo "da lontano", cercando "a più riprese di sorvolare sulla pregnante ed inequivoca conducenza dei documenti e delle intercettazioni" nel tentativo "di accreditare una lettura delle prove che fosse del tutto "esterna" al procedimento, facendo leva su una sorta di persecuzione politica che avrebbe ricevuto l'ex sindaco Lucano". Delle "lenti deformanti" che invece non sarebbero state usate della procura, nei confronti della quale il tribunale, a pagina 98, si lancia in difesa, sottolineando "l'indipendenza della sua azione".
E ciò perché non sarebbero state le relazioni della Prefettura, affermano i giudici, a far partire l'inchiesta, come più volte si è sostenuto: tutto è nato dalla querela - poi rivelatasi infondata - di un commerciante, che lo accusava di concussione. I giudici a questo punto citano proprio le sentenze della giustizia amministrativa, che aveva censurato la chiusura dei progetti voluta dal Viminale, pur evidenziando le criticità del sistema. Un annullamento motivato solo da motivi di ordine procedurale, scrivono i giudici, evidenziando un giudizio "tutt'altro che benevolo sull'operato del Comune di Riace".
Ma sono quelle stesse sentenze ad evidenziare un aspetto che, invece, il tribunale di Locri non riconosce nel recente passato di Lucano: "Che il "modello Riace" fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione - si legge nella decisione del Tar, poi confermata dal Consiglio di Stato - è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti dall'amministrazione resistente". Per i giudici, invece, ai migranti sarebbero stati destinati gli scarti di quel modello, servito ad arricchire gli imputati. Colpa di Lucano (e di tutti gli altri imputati) è stata anche quella di essersi sottratto all'esame durante il processo, impedendo al collegio di porgli domande. Nessuna attenuante, dunque, non essendoci "traccia dei particolari motivi di valore morale o sociale per i quali avrebbe agito".
Quello che è emerso dal processo, secondo i giudici, è "un quadro per nulla rassicurante e a tinte fosche" : pur certificando l'integrazione "virtuosa e solidale che nei primi anni veniva senz'altro praticata su quel territorio", si sarebbe arrivati alla nascita di una banda dedita a ruberie, tramite "meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull'avidità", un vero e proprio ""arrembaggio" ai cospicui finanziamenti che arrivavano in quel paesino". Insomma, "non vi è alcuna traccia dei fantomatici "reati di umanità" che sono stati in più occasione evocati da più parti, in quanto le vorticose sottrazioni che sono state compiute non servivano affatto a migliorare il sistema di accoglienza e la qualità dell'integrazione dei migranti, ma solo a trarre profitto".
ilsicilia.it, 18 dicembre 2021
Pino Apprendi e Francesco Leone dell'osservatorio nazionale carceri di Antigone, si sono recati al carcere di Caltagirone, anche a seguito della notizia dell'uccisione di un detenuto, da parte del compagno di cella. I rappresentanti di Antigone hanno raccolto dati e notizie sui servizi erogati dal servizio sanitario, sull'attività trattamentale, sui corsi scolastici e professionali.
"Complessivamente, dai dati che ci sono stati forniti e da ciò che si è potuto constatare, c'è una buona sinergia con il servizio sanitario regionale, sia per le visite specialistiche che per la fornitura dei farmaci. Oltre 200 dei 398 detenuti ospiti della struttura frequenta corsi scolastici o professionali, compresi 10 che frequentano un corso di laurea. L'attività trattamentale è intensa. Il problema che emerge, ancora una volta, come in altre carceri della Sicilia, è l'assenza di mediatori culturali, la carenza di organici, sia del personale amministrativo che quello della Polizia Penitenziaria", dichiara Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia.
"Malgrado la struttura sia di recente costruzione, é in continua manutenzione per vari problemi sin dalla sua apertura. I volontari sono stati presenti anche durante la chiusura per la pandemia, cosa molto importante che ha contribuito ad evitare clamorose proteste. Sull'omicidio del detenuto, per ovvi motivi, c'è il massimo riserbo per le indagini in corso" conclude Francesco Leone, dell'osservatorio nazionale carceri di Antigone.
modenatoday.it, 18 dicembre 2021
La struttura ha aperto i battenti in questi giorni in via Tarozzi e vede al lavoro due persone: resterà aperta fino a febbraio. Entra nel vivo e, soprattutto nella piena operatività, la nuova Ciclofficina di Castelfranco Emilia, l'importante progetto finalizzato al reinserimento sociale dei detenuti della Casa di Reclusione a Custodia Attenuata del Forte Urbano. L'iniziativa, lo ricordiamo, voluta e ideata dall'Amministrazione comunale, e realizzata grazie al sostegno della Regione Emilia Romagna Assessorato Sicurezza e Legalità, e con la piena collaborazione della Direzione della struttura penitenziaria, ha "l'obiettivo di creare le basi per un nuovo cammino a chi in passato ha commesso degli errori e sta finendo di pagare il proprio conto con la Giustizia, ma che al contempo - ha dichiarato Nadia Caselgrandi, Vicesindaco e Assessore al Welfare del Comune di Castelfranco Emilia - ha il diritto di avere una chance per scrivere parole nuove sulle pagine del proprio futuro".
"Noi siamo veramente soddisfatti ed orgogliosi di vedere questo ulteriore progetto concretizzarsi: così come abbiamo fatto con l'inserimento dell'Associazione Maestre Sfogline per tramandare l'arte della preparazione dei tortellini (ora prodotti anche direttamente in carcere dai detenuti coinvolti nel progetto, nda), anche in questo caso ma con il supporto fondamentale dei volontari di Arci Solidarietà e di Yuri Costi in particolare, viene insegnato un mestiere prezioso quale appunto la riparazione delle biciclette, affinché le persone coinvolte abbiano in maniera tangibile una nuova opportunità".
"Un progetto questo - ha poi aggiunto - che posa le sue fondamenta anche su un altro aspetto non secondario: la sostenibilità ambientale. Vogliamo pensare, infatti, che anche grazie a questa iniziativa, avremo in circolazione sempre più biciclette e meno auto. Non solo. Ci preme anche sottolineare - ha concluso - che questa struttura rappresenta, insieme ai cubotti colorati posizionati proprio nell'area antistante la stessa Ciclofficina, il primissimo step dell'ampio progetto interamente partecipativo che riguarda l'area delle ex case operaie: uno spazio le cui finalità globali saranno decise a partire dal 2022 con il coinvolgimento diretto, e appunto partecipato, di tutta la nostra comunità".
La Ciclofficina, che ha aperto i battenti in questi giorni in via Tarozzi, al momento vede coinvolti due detenuti, già pienamente formati e attivi sia per quanto attiene le riparazioni, che per eventuali ristrutturazioni complete di vecchie due ruote, a seconda delle esigenze. Fino a tutto febbraio sarà aperta al pubblico il martedì, il venerdì e il sabato dalle 09.00 alle 13.00; da marzo a luglio, sempre nelle stesse giornate ma con orario esteso anche al pomeriggio dalle 14.00 alle 18.00. Tutto il ricavato sarà destinato al sostegno economico della struttura, dall'acquisto dei materiali al pagamento delle bollette.
La Stampa, 18 dicembre 2021
La denuncia dei consiglieri Grimaldi, Ravinale e Diena: "Manca una cura medica, continui atti di autolesionismo e presenza di persone con disagio psichico". Partiamo da una costatazione che può sembrare banale, ma che poi ce la si scorsa spesso: i migranti trattenuti nei Cpr non sono detenuti. Non hanno commesso delitti. Non sono in prigione in attesa di un processo. Si trovano all'interno di una struttura solo per verificare il loro titolo amministrativo per restare in Italia. Eppure, o forse anche per questa condizione confusa, le persone che si trovano all'interno hanno meno diritti di chi è in carcere.
E' quanto denunciano i consiglieri Grimaldi, Ravinale e Diena (Sinistra Ecologista) che oggi hanno effettuato un sopralluogo al Cpr di corso Brunelleschi a Torino per verificare le condizioni della struttura e delle persone detenute. "Non c'è un luogo di separazione dopo il primo tampone che si effettua all'ingresso e non ne viene fatto un secondo - dichiarano i consiglieri - Molti trattenuti non sono vaccinati e vorrebbero esserlo, non è però presente una struttura Asl adibita ai vaccini e richiami, le visite specialistiche sono poche: tutto ciò determina una situazione sanitaria peggiore rispetto alle carceri. Abbiamo subito informato l'assessore Rosatelli e chiediamo all'assessore alla Sanità della Regione di garantire ai trattenuti almeno uguali diritti di chi è in prigione".
La mancanza di strutture sanitarie si ripercuote anche su altri ambiti. Per esempio, denunciano ancora i consiglieri, ci sono persone con un chiaro disagio psichiatrico ancora presenti e gli atti di autolesionismo sono aumentati dopo il suicidio di Mussa Balde (60 episodi in due mesi). Un uomo di nazionalità albanese ha raccontato ai consiglieri di aver tentato il suicidio e di essere stato comunque subito riportato nella struttura dopo la visita. Oggi, però, gli "ospedaletti" sono chiusi e non si sa se saranno riaperti dopo l'inchiesta in corso.
La struttura - Il Cpr di corso Brunelleschi ha una capienza massima di 77 posti, di cui 53 occupati, a fronte di una capienza massima teorica di 210. Dal 1° gennaio ci sono stati 715 ingressi di persone di diverse nazionalità. La struttura è composta da sei aree, attualmente ne sono occupate due e parte di una terza. Le altre sono chiuse in attesa di ristrutturazione, Il 95% delle persone presenti ha già scontato condanne in carcere "ma le identificazioni nelle carceri italiane sono pochissime - denunciano i consiglieri - come pochi sono i rimpatri effettivi di chi viene trattenuto qui: 71 con voli charter, 3 con scorta, 53 senza. Solo due delle persone attualmente presenti hanno presentato domanda per la protezione internazionale".
Isolati e dimenticati - "Purtroppo - continuano i consiglieri - le condizioni delle persone trattenute non sono dignitose né rispettose dei diritti basilari. È vietato l'uso dei telefoni cellulari e dai telefoni pubblici presenti sono ammesse solo telefonate in uscita. Gli esterni (avvocati, parenti, consolati) non dispongono di un numero diretto per telefonare al Cpr e ricevere informazioni sui trattenuti. Uno psichiatra è presente una volta alla settimana e si cerca di sopperire alle carenze di personale sanitario con accordi di volontariato con medici esterni ma la presenza medica è limitata a sei ore al giorno".
Il Resto del Carlino, 18 dicembre 2021
La Camera penale di Fermo, in collaborazione con l'assessore ai Servizi sociali Mirco Giampieri, ha consegnato il materiale per la prima accoglienza: "Il prossimo passo sarà la biancheria".
Un aiuto concreto, per chi si trova a gestire un momento terribile. La Camera penale di Fermo, in collaborazione con l'assessore ai servizi sociali del comune di Fermo Mirco Giampieri, ha consegnato ieri alla direzione della casa di reclusione di Fermo materiale per la prima accoglienza delle persone che si trovano ad entrare in carcere in stato di indigenza. Nella delegazione anche Renzo Interlenghi che era stato in visita all'interno della struttura lo scorso agosto: "In quell'occasione, quale membro della Camera Penale di Fermo e Consigliere Comunale, avevo appreso dalla direttrice Daniela Valentini dell'esigenza di sostenere le persone in difficoltà che si trovassero a vivere l'esperienza del carcere senza avere mezzi.
In particolare lamentavano la mancanza di saponi, prodotti per l'igiene personale e in questo primo passaggio ci siamo fatti carico di questa problematica. È un tempo difficile per tutti, anche fuori dal carcere, ma tra quelle mura il rischio è che si perda anche la dignità personale e la cura di sé". Importante anche la sensibilità dell'assessore Giampieri, nella consapevolezza di quanto la pandemia abbia peggiorato anche le condizioni di lavoro degli operatori all'interno del carcere e la stessa esistenza delle persone detenute che per molti mesi non hanno avuto il conforto di attività riabilitative e di recupero e nemmeno la possibilità di avere visite da parte dei familiari. A ricevere il materiale la comandante della polizia penitenziaria, Loredana Napoli, a garantire l'impegno per la sicurezza di tutti ma anche per l'attenzione alle persone in difficoltà estrema. Una cinquantina le persone detenute a Fermo, molte le situazioni di tossicodipendenza, tanti anche gli stranieri che non hanno nessuno ad assisterli da fuori.
"Il prossimo passo sarà una fornitura di biancheria per le emergenze, spiega Interlenghi, è essenziale che ci sia un dialogo per assicurare le condizioni di vita accettabili a tutti, per evitare di tenere persone senza assistenza alcuna. Il personale fa il possibile ma è vero anche che all'interno del carcere fermano ci sono pochi medici, lo spazio per attività trattamentali è ridotto al minimo, occorre essere attenti e sensibili per assicurare ad una casa di reclusione il ruolo di rieducazione che le spetta secondo quanto impone la Costituzione". All'incontro era presente anche il presidente della Camera penale Andrea Albanesi e l'assessore all'ambiente del comune Alessandro Ciarrocchi, con lo staff del carcere, di fronte al muro alto che custodisce la vita di persone in cerca di una seconda possibilità.
radiosienatv.it, 18 dicembre 2021
I detenuti hanno partecipato e concluso il corso della Scuola edile di Siena "Freeman 2 - Competenze nella manutenzione edilizia e impiantistica". Consegnati gli attestati a 14 allievi detenuti che hanno partecipato al 'Progetto Freeman 2 - Competenze nella manutenzione edilizia e impiantistica' per il reinserimento socio lavorativo dei detenuti. È quanto effettuato dalla Scuola edile di Siena, nella Casa di Reclusione di San Gimignano, grazie alla disponibilità della Direzione. I certificati riconoscono ai partecipanti la qualità ed il valore della formazione svolta.
La cerimonia ha concluso il percorso iniziato con il finanziamento della Regione Toscana sull'Avviso Pubblico per il finanziamento di 'Progetti formativi rivolti a soggetti in stato di detenzione negli Istituti Penitenziari Toscani, gestito dalla Scuola Edile di Siena con il Cpia, Centro Provinciale Istruzione Adulti; il corso è terminato il 22 ottobre con l'esame finale. Con il direttore della Casa di Reclusione di San Gimignano Giuseppe Renna, erano presenti alla consegna il presidente della Scuola edile Giannetto Marchettini e il direttore della Scuola Edile di Siena Stefano Cerretani, Annalisa Pani del Cpia, docenti e collaboratori dell'Ente Senese Scuola Edile.
La collaborazione con il Cpia ha consentito alla Scuola Edile di Siena di svolgere un corso con alto valore professionalizzante orientato alla rieducazione e al reinserimento, grazie ad una forte azione di orientamento collettivo e individuale. "La Scuola Edile di Siena - ha detto il presidente Marchettini -, nell'ambito della sua missione di formazione e inserimento di lavoratori nell'edilizia, sviluppa politiche attive con percorsi di reinserimento contro i rischi di esclusione e marginalizzazione. L'importanza della precedente esperienza di collaborazione con la Casa di Reclusione di San Gimignano ci ha stimolati a ripetere questo percorso. La consegna dei 14 attestati agli allievi detenuti realizza un grande obiettivo con una risposta alle necessità di coloro che, finito il periodo di detenzione, vivono problemi di reinserimento sociale".
"Un reale inserimento dei lavoratori nel mondo professionale - ha spiegato il direttore Cerretani - impone esperienze e competenze professionali, raramente presenti nella popolazione carceraria. Dopo la prima esperienza positiva nel 2018 della Scuola Edile con la Casa di Reclusione di San Gimignano e il primo percorso formativo, abbiamo realizzato questo nuovo progetto Freeman. Il modello formativo è stato condiviso e, con grande soddisfazione, molto apprezzato dalla Direzione della Casa di Reclusione e dai partecipanti. Si è articolato in un percorso di 226 ore dal precedente mese di giugno, sui temi dell'edilizia e impiantistica manutentiva con lo sviluppo di due Unità di Competenza del Repertorio Regionale delle Figure professionali". "La strategia della nostra Scuola Edile - hanno anticipato Marchettini e Cerretani - è quella di continuare a sviluppare nuovi fattori di promozione e sensibilizzazione, anche in una logica di collegamento e comunicazione tra il dentro e il fuori: tra l'istituzione penitenziaria e il territorio circostante".
di Giorgio Paolucci
Famiglia Cristiana, 18 dicembre 2021
Nel carcere di Opera, a Milano, mani di detenuti realizzano scene della Natività usando i resti delle imbarcazioni naufragate nel Mediterraneo. Un laboratorio per passare dalla morte alla vita, per cavare speranza da un mare di dolore.
Dal legno dei barconi che hanno portato i migranti dall'Africa a Lampedusa nascono presepi costruiti dai carcerati. Mani che, in qualche caso, si sono macchiate di sangue diventano strumenti per fare memoria della nascita del Signore della vita. Accade nel carcere di Opera, alle porte di Milano, all'interno di un laboratorio dove alcuni detenuti sono andati a scuola di falegnameria da Francesco Tuccio, figlio d'arte perché suo padre era maestro d'ascia sull'isola siciliana che in questi anni ha visto arrivare migliaia di persone e centinaia di cadaveri. Tuccio non è nuovo a queste "metamorfosi": da anni raccoglie il legname delle imbarcazioni naufragate restituito dalle mareggiate e realizza croci che parlano della sofferenza di quanti cercano fortuna in Europa. "Ogni croce costruita è intrisa del dolore dei migranti, e con il mio lavoro cerco di tenere viva la memoria del loro dolore e di scuotere chi ancora rimane indifferente difronte ai drammi che si consumano nei nostri mari". Nei mesi scorsi ha istruito cinque detenuti che ora ricavano piccoli presepi dai legni che lui ha raccolto in mare e portato nel laboratorio di falegnameria nato a Opera grazie alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. "Questa iniziativa testimonia la volontà di espiazione e di riscatto che li anima", commenta il direttore del carcere, Silvio Di Gregorio. "Così, accanto alla necessaria riparazione della colpa legata ai reati commessi, hanno la possibilità di ritrovare autostima e di diventare protagonisti di esperienze positive".
Artefice e appassionato animatore dell'iniziativa è Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della Casa dello Spirito e delle Arti (www.casaspiritoarti.it): "In questo laboratorio il dolore che trasuda dai legni dei barconi diventa segno di speranza", dice. "I presepi raccontano la nascita di Gesù e insieme testimoniano il desiderio di rinascita delle persone detenute, che con il loro lavoro collaborano a diffondere un messaggio di luce, la luce del Salvatore, in un'epoca popolata di ombre come quella che stiamo vivendo". Il primo presepe è stato portato in dono a papa Francesco, quelli prodotti in queste settimane vengono messi a disposizione di chi vuole partecipare a questa esperienza di rinascita.
"Non abbiamo stabilito un prezzo", spiega Mondadori, "l'entità delle offerte è lasciata alla coscienza di chi li richiede, ben sapendo che con il suo contributo aiuta un'opera di grande valore umano e sociale. Il ricavato va a beneficio delle famiglie di coloro che li costruiscono: mogli e figli che conoscono il dolore legato all'assenza dei loro cari e fanno i conti con le ristrettezze economiche e lo stigma di cui sono vittime".
"Questa iniziativa ha anche una dimensione educativa", continua Mondadori: "tra i primi acquirenti ci sono alcuni nonni che hanno raccontato ai nipoti - come solo un nonno sa fare- cosa c'è dentro quei pezzi di legno, da quale storia vengono, di quali sofferenze sono stati testimoni e quale messaggio di speranza comunicano. È un modo significativo per testimoniare alle nuove generazioni quanto il Natale sia qualcosa di contemporaneo, un Avvenimento che continua ad accadere e a parlarci". Claudio è uno dei cinque detenuti scelti per realizzare i presepi: "Sono impressionato dal carico di umanità che passa nelle nostre mani, mani che hanno commesso reati molto gravi, mani che trasudano sangue e che diventano veicolo per costruire qualcosa che esalta la nascita e la vita. È un piccolo grande miracolo di cui siamo diventati indegnamente protagonisti, e che mi riempie di commozione e di orgoglio".
Nicolai, suo compagno di laboratorio, ci tiene a sottolineare che "il presepe non è un oggetto che parla di un fatto accaduto nel passato, ci ricorda un Dio presente, anche se spesso noi ci dimentichiamo di Lui". E Vincenzo racconta di avere scoperto, costruendo la capanna e intagliando le statuine di Gesù, Giuseppe e Maria, "cosa conta davvero nella vita, per cosa vale la pena spendere l'esistenza". Arnoldo Mosca Mondadori, che insieme a Marisa Baldoni ha fondato la Casa dello Spirito e delle Arti, ha promosso vari progetti che vedono protagoniste "le persone detenute": ci tiene a chiamarle così, "perché detenuto è solo un aggettivo, il sostantivo è la parola "persona". Non dobbiamo mai dimenticarlo".
Nel 2013 a Opera è stato avviato un laboratorio di liuteria sotto la guida di maestri dell'istituto Stradivari di Cremona. I violini sono frutto di ore di lavoro artigianale (per produrne uno sono necessarie 300 ore di lavoro) e le competenze acquisite da chi li realizza diventano uno strumento per il reinserimento nel mondo del lavoro. E nel 2016, anno del Giubileo della Misericordia, è nato nel carcere il progetto Il senso del Pane, un laboratorio per la produzione di ostie da parte di persone che hanno commesso gravi delitti e si sono pentite. Nel tempo sono stati avviati in Italia e all'estero altri laboratori di produzione di ostie in cui lavorano uomini e donne che fanno i conti con la fragilità: persone detenute, altre con disabilità fisiche e psichiche, ragazze che provengono dal mondo dello sfruttamento, persone con dipendenze. Un'altra testimonianza che racconta come la fragilità può diventare risorsa.
Per sostenere il progetto - Chi è interessato ai presepi prodotti nel laboratorio di falegnameria di Opera può scrivere a
- Quei due bimbi rom morti nel rogo di Foggia: uccisi dalla miseria e dal disprezzo
- Chi aiuta gli altri non deve finire nella ragnatela della burocrazia
- Terzo Settore, l'obbligo del regime Iva diventa legge: "Colpita la solidarietà"
- Enna. "Anche i santi vivono in cella": un viaggio nella religiosità dei detenuti
- Piacenza. Sorpresa per i detenuti delle Novate: il Natale ha portato un campo da basket









