di Liana Milella
La Repubblica, 25 luglio 2021
L'ex pm di Mafia Capitale: Un paradosso se il governo dovesse porre la fiducia in Aula sulle nuove norme senza prima ascoltare noi".
Che succede al Csm consigliere Giuseppe Cascini? Lei è della sinistra di Area. Siete contro la legge Cartabia?
"Il Csm ha formulato alcuni rilievi sul nuovo istituto dell'improcedibilità per le gravi conseguenze sulla funzionalità del sistema giudiziario che potrebbe derivare dall'approvazione di queste norme".
Però Mattarella ha fermato il vostro parere critico...
"Il presidente non ha fatto questo, ma ha chiesto al Csm di fare un parere sull'intera riforma e non solo sull'improcedibilità".
La ministra Cartabia l'aveva chiesto su tutto, perché la riforma è complessa...
"In verità la richiesta della ministra è pervenuta dopo il voto sul parere dato dalla sesta commissione. Trattandosi di un segnale importante di attenzione e di ascolto del Consiglio riteniamo giusto aderire all'invito del presidente ad estendere il parere all'intera riforma. Mi auguro però che questo segnale di attenzione non venga contraddetto dai passi successivi del governo".
In che senso?
"Se, come si legge, il governo dovesse porre la questione di fiducia sul testo prima di consentire al Csm di esprimere il suo parere, l'effetto paradossale di questo segnale di attenzione sarebbe quello di sottrarre alla conoscenza del Parlamento e dell'opinione pubblica il contenuto del parere sull'improcedibilità che la commissione ha già elaborato".
Senta, parliamoci chiaro, lei sta dicendo che c'è il rischio che il Csm non approvi il parere prima che ci sia il voto alla Camera?
"Se si chiede al Csm un parere su una riforma articolata e complessa il giorno 22 luglio si deve poi consentire allo stesso Csm di fornire il suo contributo. La questione di fiducia posta il 30 luglio renderebbe impossibile farlo".
A via Arenula dicono che non si può giudicare solo l'improcedibilità senza considerare tutti gli altri interventi...
"Le preoccupazioni finora espresse dal Csm sull'improcedibilità tengono conto di tutte le altre innovazioni contenute nella proposta".
Ammetterà che il presidente della sesta commissione Gigliotti è un laico di M5S, e che a favore siete stati voi di Area e Ardita che la pensa come Di Matteo, mentre il laico di Fi e la Micciché di Mi si sono astenuti. Forse era il parere solo di una parte?
"Non credo sia così. In realtà il giudizio critico è ampiamente condiviso e prescinde dagli schieramenti. Mi pare che le differenze in commissione siano state su questioni di dettaglio".
Lei la pensa come chi - Di Matteo, Gratteri, Cafiero - prevede la catastrofe dei processi?
"Io non amo i toni da battaglia. Ma sono convinto che il Consiglio abbia il dovere di dire con chiarezza quali saranno le conseguenze di queste norme sui processi".
E quali saranno?
"È un fatto matematico. Se oggi nella maggior parte delle corti di Appello italiane i processi durano in media più di due anni, se il tempo per trasmettere gli atti in Cassazione oscilla tra i sei i e gli otto mesi, è evidente che la metà dei processi pendenti rischierebbe di finire in fumo".
Insomma, saremmo di nuovo al processo breve di Berlusconi? Però il paragone non regge, perché Cartabia non è l'ex premier, e non fa leggi per i suoi processi...
"Guardi, io non ho mai giudicato le persone e le loro intenzioni, e mi limito a valutare i provvedimenti adottati. L'Italia è l'unico paese al mondo in cui il processo penale non ha solo due alternative, l'assoluzione o la condanna dell'imputato, ma anche una terza via, la morte per prescrizione. Questo istituto, comunque lo si voglia chiamare, ha effetti nefasti sul sistema. Nessun imputato ha interesse a ricorrere ai riti alternativi se può puntare alla prescrizione. E tutti gli imputati avranno interesse a fare Appello per cercare di guadagnare l'improcedibilità. Questo tipo di riforme producono l'effetto contrario rispetto a quello dichiarato".
Però Cartabia non ha fatto che ripetere che nella sua riforma c'è una visione diversa del processo. Innanzitutto più controllo del gip sul pm e un imputato che ha di fronte vie diverse dai tre gradi di giudizio.
"Molte proposte della riforma vanno nella giusta direzione. Alcune presentano problemi seri, ma dev'essere chiaro che nella situazione data anche con quelle modifiche il processo penale oggi non è in grado di garantire quei tempi. Se migliaia di processi vanno al macero ogni discussione diventa oziosa".
Lei avrebbe un "lodo" da proporre al governo?
"Di soluzioni ragionevoli ed equilibrate sulla prescrizione ce ne sono molte, dalla legge Orlando alle proposte della commissione Lattanzi. Ma dev'essere chiaro che cambiare le norme della prescrizione non serve per accorciare i processi".
Però questi processi vanno in prescrizione anche oggi, addirittura il 65% in fase di indagini preliminari. E poi c'è l'arretrato mostruoso di alcune corti di Appello...
"La prescrizione è una grave patologia del sistema che dipende dal numero abnorme di affari penali che gravano sugli uffici. Tagliare i tempi di prescrizione o inserirne di nuovi a livello processuale non cura la malattia ma aggrava le conseguenze per il malato e ne accelera il decesso. Servono depenalizzazione, pene alternative, riduzione dell'Appello e del ricorso in Cassazione, investimenti sul personale e sulla innovazione. Sono queste le cose di cui la giustizia ha bisogno".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 25 luglio 2021
Il presidente dell'Anm: serve una norma transitoria per smaltire l'arretrato. I magistrati italiani sono davvero in allarme. La riforma Cartabia nella parte della prescrizione processuale, ora chiamata "improcedibilità", non li convince perché la trovano poco aderente alla realtà degli uffici giudiziari. Temono che porterà a una ecatombe di procedimenti se non faranno i necessari correttivi.
E Giuseppe Santalucia, il presidente dell'associazione nazionale magistrati, pur con toni dialoganti, non fa sconti: "Se resta così come è, non è una previsione ragionevole né sostenibile". Perché il timore dei magistrati è che un gran numero di procedimenti finirà nel nulla. E in loro prevale il pessimismo di chi vede nella giustizia una macchina ancora in forte difficoltà, non l'ottimismo di chi immagina una ripartenza a razzo nonostante la coda della pandemia.
Santalucia, partiamo dall'accusa politica che vi fanno: non volete le riforme per partito preso. Dice anzi Luciano Violante che l'ondata dei vostri no "rischia di aggravare la crisi di legittimazione della magistratura". Che cosa risponde?
"In questo caso più che mai, noi abbiamo detto che la magistratura auspica le riforme e che non siamo certo contro la velocizzazione dei processi. Ci mancherebbe. Però non possiamo non vedere che la riforma del governo, intendo la parte sulla improcedibilità, non è realistica. Non tiene conto della cruda realtà dei nostri uffici giudiziari. Non basta scrivere sulla carta che i processi di appello vanno celebrati entro due anni. Non ci si può riuscire se le principali corti d'appello d'Italia sono sommerse di arretrato e largamente in ritardo su questa tabella di marcia".
Tutto sbagliato, allora?
"No, non tutto. Ma ci rammarichiamo che alcune buone idee della commissione Lattanzi siano rimaste nel cassetto. Sempre per restare al processo d'appello, aveva un senso l'idea di cambiarlo. Per dirla semplicemente, si pensava di passare da una critica libera (come è) a una critica vincolata, ovvero il ricorrente avrebbe potuto dolersi per un catalogo di vizi predeterminato dalla legge, e i giudici dell'appello si sarebbero limitati a esaminare quelli. Invece il processo d'appello spesso è una ripetizione tendenzialmente completa del primo grado. Ma così non se ne esce. Perché le corti di appello, come sono strutturate in Italia, rappresentano una inevitabile strozzatura. Si pensi che a fronte di 140 tribunali, le corti di appello sono 26. Immaginatele come corsie di un'autostrada: c'è molto traffico; ovviamente, al restringimento si forma la coda".
Lei conosce bene l'obiezione. Con quel tipo di processo di appello, si ledono i diritti della difesa...
"Non era così per l'illustre commissione Lattanzi. Non lo è per me. Visto che il primo grado è totalmente libero, nessun diritto viene leso se l'appello non è la sua replica".
Dice il governo: le cose comunque cambieranno perché stiamo per investire i miliardi Ue. Arriveranno strutture, personale, computer...
"Ne siamo lieti. Finalmente una riforma che non è a costo zero. Sono decenni che la giustizia è considerata una cenerentola. È per colpa dei tagli se ci sono vuoti paurosi nell'organico. Si pensi che per vent'anni, fino alla stagione dell'ex ministro Andrea Orlando, non si era più assunto un cancelliere. Ma c'è un ma. Tutti questi investimenti sono annunciati, non realizzati".
Infatti un'ipotesi a cui si lavora è una norma transitoria, per dare tempo alla macchina della giustizia di ripartire grazie a questi massicci investimenti; e solo dopo qualche anno far scattare le tagliole del processo a tempo. Vi convince?
"Una norma transitoria del genere è assolutamente indispensabile. Il governo si prenda due, tre, anche quattro anni per fare tutto quello che si deve per velocizzare il sistema, sapendo che questa scommessa di accelerare i tempi non può essere vinta domani mattina. E a quel punto, dati statistici alla mano, con saggezza, si decida sul tempo da concedere alle fasi del processo. Al momento, il paradosso è che i rinforzi arriveranno più in là, però la tagliola sui tempi sarebbe immediatamente esecutiva. Va quantomeno rovesciata la scansione".
Altro tema di trattativa nella maggioranza, l'elenco dei reati da tutelare più di altri. I grillini puntano ai cosiddetti reati di mafia...
"Guardi, sono più che perplesso quando si procede per elenchi. Innanzitutto c'è il rischio di perdere di vista qualche reato grave. Non si riesce mai a fare una lista esaustiva, salvo metterceli tutti, ma non può essere il caso. E poi va considerato che nei reati di mafia, in genere l'imputato è anche detenuto. E quindi già è prevista una priorità di trattazione. Con la logica della lista, se permane la strozzatura di cui parlavamo, finirà che ci saranno reati di serie A che saranno portati a sentenza, e tantissimi reati di serie B che inevitabilmente finiranno in coda e saranno destinati a morire. Reati comunque seri, con parti civili che attendono giustizia, e che hanno richiesto soldi e fatica dello Stato, prima dagli organi investigativi, poi dai giudici. Basterà un giorno di ritardo, e quel processo si estinguerà. Non mi pare proprio una soluzione ragionevole".
In conclusione, lei non è contrario al principio che il processo abbia un tempo determinato...
"Il principio va benissimo, ma nella concreta attuazione deve essere sostenibile. Nessuno può pensare, credo, che la magistratura non voglia tempi certi e aggiungo veloci per il processo. Ma devono essere ragionevoli. E chiunque si rende conto che con questa proposta del governo, ciò non è e non sarà. La Cassazione stessa, che sulla carta è in linea con i tempi prefigurati dal governo, si trova ora in affanno per il Covid. È andata in sofferenza. E ora deve recuperare. Ma qualche ritardo ci sarà per forza. E allora, può succedere sempre qualcosa, una qualsiasi evenienza, e se in Cassazione si sfora di una settimana accadrà che si perderanno due gradi di giudizio".
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 25 luglio 2021
La prescrizione dei reati è divenuta terreno di discussione in ambito politico, non solo per la fase in cui si trova la relativa riforma (Parlamento, dopo la deliberazione del Consiglio dei ministri), ma anche per i facili e contrapposti slogan che permettono all'una e all'altra forza politica di sventolare bandierine identitarie. Il livello del dibattito, quando semplicemente non è adeguato alla serietà del tema, è ora offeso dal prevalere di considerazioni puramente politiche sui tempi e modi di risoluzione del garbuglio in cui il governo si è cacciato.
Il governo e la sua eterogenea maggioranza -anche profondamente, ma senza averne la parvenza- stanno cercando di modificare gli effetti della legge che va sotto il nome del ministro Bonafede (di eliminazione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado). All'esito dei lavori della Commissione ministeriale Lattanzi, la soluzione adottata e portata in Consiglio dei ministri, come base di successivi affrettati interventi per consentire ai ministri 5Stelle di approvarla, consiste nell'aggiungere al decorso dei termini di prescrizione del reato, una specie di prescrizione del processo che conduce alla improcedibilità se il processo non si conclude entro due anni in appello e poi un anno in Cassazione.
Quei termini sono allungati per certi reati (come la corruzione), ma definiti in astratto, senza considerazione della maggiore o minore gravità del fatto in concreto e della complessità dei processi che, caso per caso, li riguardano. Basta pensare a un processo per corruzione, che può vedere imputato chi è stato fotografato o sorpreso con la mazzetta in mano oppure un altro con uno o più imputati in una articolata vicenda di passaggi di denaro all'estero con difficili perizie finanziarie e necessità di collaborazione di stati esteri. E il giudizio della Corte europea dei diritti umani cui si pretende di richiamarsi, conformemente a ciò che suggerisce il buon senso, segue certo qualche automatismo nel definire i tempi ragionevoli, ma considera sempre le circostanze (complessità, interessi in gioco, ecc.) che rendono possibili tempi più brevi o giustificano tempi più lunghi.
In più il meccanismo adottato assegna un'importanza determinante all'operare delle Corti di appello, diverse delle quali sono ora ben lontane dal livello di efficienza richiesto per rimanere nei termini che la legge dovrebbe fissare. La conseguenza è che un imputato condannato in primo grado potrebbe facilmente vedere vanificata la sua sentenza con una sopravvenuta improcedibilità in appello, che lascerebbe senza risposta la domanda sulla innocenza o colpevolezza. E così un imputato assolto in primo grado con una sentenza appellata dal pubblico ministero. Se nei due anni non sopravvenisse la sentenza della Corte d'appello, la sentenza di assoluzione cadrebbe nel nulla della improcedibilità che colpirebbe il processo (anche se si prevede che l'imputato possa rinunciare allo scattare della improcedibilità). Il tutto mentre il reato in sé non è prescritto. Non prescritto, ma non giudicabile! Le conseguenze negative sono facilmente immaginabili sulla posizione dell'imputato e su quella delle parti offese: queste ultime costrette a sopportare una loro nuova corvée giudiziaria per ottenere soddisfazione.
La massa di processi che, particolarmente nelle Corti di appello, costituiscono l'enorme arretrato che connota la realtà italiana (rendendo improponibili esempi di legislazioni che operano in paesi che conoscono una ordinaria, sollecita giustizia), con il nuovo sistema proposto dal governo ancor più di ciò che già avviene, renderebbe inevitabile la scelta di quali processi trattare nei due anni e quali gettare nella improcedibilità. Gravissimo impegno e potere rimesso in capo ai presidenti delle Corti (o della loro cancelleria), con buona pace degli idolatri della obbligatorietà della azione penale e della indipendenza della magistratura, anche qui impropriamente richiamate.
L'esigenza di ragionevole durata dei processi fissata dalla Convenzione europea dei diritti umani e dalla norma costituzionale che ne è derivata, stabilisce il corrispondente diritto per le parti processuali. Si ignora però che quel diritto, una volta iniziato il processo, richiede, in tempi ragionevoli e non standardizzabili di anni fissi, una decisione nel merito, non una cessazione del processo per incapacità dello stato di concluderlo. È così prevedibile che con gli effetti della riforma l'Italia riporterà condanne da parte della Corte europea dei diritti umani, non più per la durata dei processi, ma per la loro non conclusione con una decisione nel merito. E così avverrà in sede di Unione Europea: essa lamenta che le prescrizioni di reati riguardanti i suoi interessi finanziari rendono inefficace la necessaria repressione delle violazioni delle norme europee. La denunzia delle carenze italiane si trasferirà immediatamente sugli effetti della nuova normativa. Non più per le troppe prescrizioni, ma per le troppe improcedibilità. Perché ovviamente il problema è la lentezza dei processi: le prescrizioni ne sono la conseguenza.
La Commissione Lattanzi aveva sì articolato l'ipotesi su cui le forze politiche si sono poi confrontate, ma aveva preferito una soluzione diversa, coerente con le categorie tradizionali italiane che qualificano l'istituto della prescrizione. Essa prevedeva rilevanti modifiche alla disciplina della prescrizione, tali da privilegiare nei tempi la trattazione in appello dei processi per reati prossimi alla prescrizione (così impedendola) e sollecitare la conclusione nel merito anche degli altri, nei termini previsti come ragionevoli. Il tutto considerando le diversità operative derivanti dal diverso carico delle corti. Ma tale proposta è stata subito abbandonata. Il terreno del lavorio politico è stato cercato altrove. Ora si dice che sono possibili ulteriori "aggiustamenti tecnici". Ma poi -senza perder tempo- si va alla decisione. Peccato. Sarebbe ancora possibile una sana resipiscenza. L'altra soluzione, che la Commissione Lattanzi aveva proposto, è ancora sul tavolo, con la forza della sua serietà.
di Giulia Merlo
Il Domani, 25 luglio 2021
Le regole per ottenere il permesso sono vaghe e non vietano di girare con armi cariche. Attualmente in Italia esistono tre tipi di licenze per possedere armi: la licenza di porto d'arma lunga per tiro al volo; la licenza di porto di fucile per la caccia e la licenza di porto d'armi per difesa personale. Quest'ultima licenza dà diritto, a differenza delle due che permettono il "trasporto", anche a portare con sè ovunque l'arma anche carica, visto il silenzio della norma che non specifica come debba essere detenuta la pistola.
La sparatoria avvenuta a Voghera, durante la quale l'assessore leghista Massimo Adriatici ha ucciso - "per errore" secondo i primi rilievi - il trentanovenne marocchino Youns El Boussetai, solleva dubbi sulle regole per la detenzione di armi da fuoco. Adriatici, infatti, girava per il centro della cittadina con una pistola carica nella fondina, che impugnava ed era armata nel momento in cui il colpo è partito accidentalmente.
Attualmente in Italia esistono tre tipi di licenze per possedere armi: la licenza di porto d'arma lunga per tiro al volo (utilizzata per lo sport come il tiro al piattello); la licenza di porto di fucile per la caccia e la licenza di porto d'armi per difesa personale. Secondo i dati Censis 2017, in Italia ci sono un milione e 400 mila licenze (cresciute del 20 per cento rispetto al 2014), il 94 per cento delle quali è per caccia e sport. I possessori di licenza per difesa personale, quindi, sono circa 85 mila persone. Le prime due licenze sono valide per cinque anni e danno il diritto, oltre che a possedere armi, anche di trasportarle fino a luogo di utilizzo, smontate e non cariche. Munizioni e armi, tuttavia, devono essere registrate e dichiarate.
Adriatici invece ha il terzo tipo di licenza, quella di porto d'armi per difesa personale. Si tratta di quella più difficile da ottenere ed è normata - anche se in modo piuttosto generico - dall'articolo 42 del testo unico della legge di pubblica sicurezza del 1931. Questa licenza dà diritto, a differenza delle due che permettono il "trasporto", anche a portare con sè ovunque l'arma anche carica, visto il silenzio della norma che non specifica come debba essere detenuta la pistola. L'unica previsione riguarda i luoghi dove anche chi ha il porto d'armi non può andare armato: mezzi pubblici, manifestazioni e seggi elettorali.
Anche in questo caso la licenza dura cinque anni, ma va rinnovata annualmente. Inoltre, almeno secondo le previsioni, il rilascio di questa licenza da parte del prefetto dovrebbe essere motivato da ragioni che giustifichino la necessità di difesa personale. Nella prassi, viene concessa soprattutto a guardie giurate, portavalori e commercianti che hann accesso a quantità di denaro (come i gioiellieri) e infine persone che, per l'attività professionale che svolgono, possono essere minacciate (ad esempio gli ufficiali giudiziari, imprenditori ma anche avvocati e magistrati che hanno subito minacce). Le ragioni di necessità vanno documentate e sulla base della loro fondatezza il prefetto concede la licenza, sempre che il richiedente non abbia precedenti penali e che presenti il certificato di idoneità psico-fisica. Nel caso di Adriatici, agente della polizia per 16 anni e oggi avvocato e assessore comunale, l'interrogativo sono attuali le necessità concrete di difesa personale che hanno giustificato il rilascio della licenza.
La proposta di legge - Vista la carenza di norme recenti che disciplinino e rendano meno aleatori i parametri per ottenere il porto d'armi per difesa personale, nelle settimane scorse il Partito democratico ha presentato una proposta di legge a prima firma di Walter Verini e dovrebbe essere calendarizzato. La concomitanza con il caso di cronaca di Voghera è casuale, tuttavia mette in luce il problema della concessione delle licenze.
Il pdl, infatti, ha l'obiettivo di rendere più stringenti i controlli sulla detenzione di armi e per il rilascio delle licenze per difesa personale, "per evitare una diffusione incontrollata di armi" - si legge nella scheda introduttiva - visto l'aumento sia di omicidi consumati in ambiente domestico sia di suicidi con armi regolarmente detenute.
Le disposizioni prevedono che alla richiesta per il porto d'armi venga allegato un certificato di idoneità psicofisica rilasciato da una commissione medica e che la licenza venga revocata in caso di segni di disturbi psico-comportamentali. Inoltre, si prevede il monitoraggio sulla vendita e la detenzione di armi, con l'obbligo di comunicazione contestuale (ora è mensile).
Inoltre, è previsto l'obbligo di comunicazione del possesso di arma oltre che ai familiari anche ai conviventi e ai partner ed ex partner, a relazione conclusa. La vera zona grigia in cui la discrezionalità è totalmente demandata al prefetto, tuttavia, riguarda la possibilità di girare armati in luoghi pubblici per i privati cittadini che non facciano parte delle forze dell'ordine o svolgano compiti di sicurezza e vigilanza.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 25 luglio 2021
Mio padre aveva sempre la pistola. Quando uscivamo di sera, infilava nei pantaloni una Beretta 22 come quella di Massimo Adriatici: "leggera e precisa", la definiva. Ma ogni volta che notava i miei occhi di bambino osservare quella semiautomatica, mi ripeteva: "Non possedere mai un'arma. C'è sempre un momento estremo in cui puoi venire accecato dall'ira o dal dolore e perdere il controllo. Basta un attimo. Se premi il grilletto, rovini due vite: quella di chi colpisci e la tua".
Mio padre aveva sempre la pistola perché era un ufficiale dei carabinieri. E quelli erano gli Anni di Piombo, quando nelle strade d'Italia i conflitti a fuoco non erano un'eccezione. Oggi le statistiche riconoscono al nostro Paese un numero di omicidi tra i più bassi d'Europa e anche le rapine sono in calo costante. Eppure c'è chi ritiene che sia giusto girare per i bar con il colpo in canna, come faceva l'assessore leghista di Voghera. O che sia normale che un pediatra abbia un revolver alla cintura, come sostiene Luca Bernardo, il candidato sindaco del centrodestra a Milano. Non è un caso.
Da anni la Lega ha impugnato una cultura delle armi estranea alla nostra tradizione, facendone strumento di campagna politica. Nei governi dell'era berlusconiana ha spinto per una militarizzazione dell'ordine pubblico, arrivando a dotare i vigili urbani di mitra e riot gun come se i borghi padani si fossero trasformati nei sobborghi più spietati di Detroit. Poi, con Giuseppe Conte premier e con il sostegno dei 5Stelle, ha allargato a dismisura i confini della legittima difesa, consentendo così l'uso di pistole e doppiette anche soltanto in presenza di "grave turbamento". Quella legge 36 del 2019 è stata un colpo a bruciapelo sui principi della nostra civiltà giuridica, che aveva sempre delegato ai corpi di polizia l'uso della forza e imposto una proporzionalità tra reazione e minaccia. Ora non più. Adesso il principio è: "Mi hai spaventato? Allora posso spararti". Un'equazione, questa sì, terrificante. La stessa sostenuta davanti al giudice dalla difesa dell'assessore Adriatici.
Dopo il 2019 è arrivato il Covid. E la pandemia non ci ha reso migliori: la paura è entrata ancora più in profondità nella nostra psiche. Molti nell'angoscia per l'isolamento e nell'incertezza sul futuro hanno risposto comprando una pistola. Maria Novella De Luca ha descritto su queste pagine come nel 2020 le autorizzazioni di porto d'armi siano aumentate del 10 per cento. Già nei tre anni precedenti altre 400 mila persone avevano preso la licenza di tiro sportivo, che consente di tenere dentro casa Beretta, Glock, Smith & Wesson e persino fucili d'assalto all'americana, seppure a colpo singolo.
Questa reazione di massa è asimmetrica rispetto alla realtà. È vero: esiste un senso di insicurezza crescente in città e campagne, che non nasce però da aggressioni pistolere o banditi col kalashnikov. Gli italiani sono spaventati per furti e scippi, per le piazze lasciate affondare nel degrado (fate un giro di notte intorno alla Stazione Termini), per le periferie abbandonate a se stesse e per le villette di provincia bersagliate dai ladri. Guasti sociali e reati quasi mai a mano armata, che non si risolvono ostentando un mitra.
Ma lo sfruttamento della paura è sempre stato una prerogativa della Lega, che ha saputo ingigantirla e cavalcarla, presentando la pistola come la grande panacea. Mentre le derive securitarie delle vecchie destre portavano a invocare "legge e ordine", quella salviniana è populista e predica la giustizia fai da te, usando come testimonial sindaci e assessori con la pistola: assurgono al ruolo di sceriffi - come loro, quelli del West erano eletti dalla cittadinanza - pronti a intervenire dove le istituzioni non arrivano, dimenticando di essere loro stessi parte delle istituzioni.
Come altro definire le ronde notturne di Massimo Adriatici nelle piazze di Voghera? Missioni personali di uno che il gip ha definito pericoloso per "l'attitudine a porre in essere reazioni sovradimensionate nel caso in cui si trovi in situazione di criticità". Parole che sembrano il ritratto di un pericolo pubblico, col proiettile in canna e il grilletto leggero.
Il suo avvocato, Gabriele Pipicelli, sostiene che sia in corso una "vergognosa strumentalizzazione politica di una disgrazia". Dimentica che da anni è la Lega a strumentalizzare il tema della legittima difesa, dimentica gli interventi ossessivi di Salvini su questo argomento.
E non comprende che l'uccisione di Youns El Boussettaoui è una questione politica, che deve fare aprire gli occhi a tutti sulla barbarie che stiamo accettando. Che deve spingere il Parlamento a discutere e smuovere tutte le forze democratiche a mobilitarsi per abrogare la legge 36/2019 salviniana. Anche a costo di un referendum, che chieda agli italiani se vogliono o meno un Paese a mano armata.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 luglio 2021
In sei mesi sono fuggiti e non sono stati ancora ritrovati 336 ragazzi italiani: quasi il 90% lo fa volontariamente. Di stranieri ne spariscono 15 al giorno: è l'immigrazione irregolare. Ogni giorno in Italia scompare un minorenne. Anzi di più: 1,86, denuncia la statistica; una media che si avvicina a due sparizioni quotidiane. Parliamo di quelli che non vengono ritrovati, perché gli scomparsi tornati a casa grazie alle ricerche o per loro volontà sono molti di più.
Ma ricompaiono, per l'appunto, e dunque preoccupano meno; a differenza di quelli che non si riesce a rintracciare nel giro di qualche giorno, settimana o mese, di cui difficilmente si riavrà notizia: 336 in sei mesi. E parliamo solo di ragazzini italiani; quelli stranieri che spariscono definitivamente sono un numero molto più alto: 2.649, dal 1° gennaio al 30 giugno 2021, quasi 15 al giorno. Si tratta però di cifre legata all'immigrazione irregolare, per la quale il nostro Paese è terra di approdo e transito verso altre destinazioni.
Questi dati sono contenuti nel rapporto sul primo semestre di quest'anno redatto dal Commissario straordinario del governo per le persone scomparse, da cui risulta che superata la fase dell'immobilismo forzato legata all'emergenza Covid, il fenomeno degli scomparsi è tornato a crescere. "Si continuano a registrare numeri rilevanti, che rendono ancora più necessarie le misure di prevenzione adottate e l'affinamento delle tecniche di ricerca", avverte il prefetto Silvana Riccio, commissario straordinario.
Il totale delle scomparse denunciate in Italia, nei primi sei mesi del 2021 è di 7.947 persone; nello stesso periodo del 2020 (fortemente condizionato dal lockdown) erano 5.004, e nel 2019 7.026. Dunque una tendenza al rialzo, anche in confronto al periodo pre-Covid. Delle persone che hanno fatto perdere le proprie tracce quest'anno, più della metà (4.019) sono ancora da ritrovare, mentre nel 2020 erano solo 24 per cento, e nel 2.019 il 20 per cento. Un aumento legato alla prevalenza di scomparsi stranieri: il 56 per cento nel 2021, mentre nel 2020 erano il 44 per cento e nel 2019 il 45 per cento.
Tornando agli italiani, del totale di 3.467 scomparsi, 694 (il 20 per cento) sono ancora da ritrovare. Poco più del dieci per cento sono persone oltre i 65 anni d'età (276, di cui 78 ancora da ritrovare) e 1.503 hanno meno di 18 anni; di 336 s'è persa ogni traccia; è il numero da cui derivano i "quasi due" ragazzini scomparsi al giorno. Tra le motivazioni delle sparizioni dei minorenni, la stragrande maggioranza (quasi il 90 per cento) è classificata come allontanamento volontario. Le altre quote sono divise tra ragioni non conosciute, fughe da case-famiglia, possibili disturbi psicologici, sottrazione da coniuge o altro congiunto, e possibili vittime di reato: soltanto due, entrambi ancora da ritrovare.
Non ci sono evidenze per collegare queste scomparse a fenomeni come la tratta di essere umani, lo sfruttamento della prostituzione minorile o il commercio di organi, ma quei traffici esistono e nessuno è in grado di escludere connessioni. Se dai minorenni si passa alle altre fasce di popolazione la percentuale degli "allontanamenti volontari" resta quella più alta, ma crescono (soprattutto nella fascia degli ultra-sessantacinquenni), anche le motivazioni legate a possibili disturbi psicologici, che superano il 10 per cento del totale.
I dati raccolti dal Commissario di governo (che esiste dal 2007) arrivano dalle prefetture e dalla Direzione centrale della polizia criminale, e il prefetto Riccio ha cominciato a elaborarli in collaborazione con altri organismi: dal ministero della Famiglia alle università, passando per l'Istituto di statistica e la commissione parlamentare su Infanzia e adolescenza, per cercare di capire le cause e prevenire le sparizioni. Legate evidentemente, soprattutto per gli italiani, a situazioni di disagio e disturbo psicologico.
È presumibile che molti dei non ritrovati siano andati a rimpinguare quel popolo di invisibili che vive di vagabondaggio ed espedienti nelle grandi città. Il commissario aveva individuato all'interno del sito internet wikihow, che suggerisce soluzioni a qualsiasi problema, una sessione intitolata "come scappare di casa", segnalata alla polizia postale e oscurata dopo aver raggiunto il numero-record di 267.000 visualizzazioni. Ma ci sono anche suicidi e disgrazie rimaste senza prove, e qualche traccia s'è cominciata a cercare nel registro dei cadaveri non identificati. Ce ne sono oltre mille, e solo in qualche decina di casi, dal 2007, si è riusciti ad attribuirle persone ufficialmente scomparse.
Che la maggior parte delle sparizioni di stranieri sia legata ai flussi migratori diretti verso altri Paesi è dimostrato, oltre che dai numeri, dalle regioni in cui si sono concentrate le denunce. Dei 4.480 stranieri spariti dall'Italia nel primo semestre, i non ritrovati sono 3.325, oltre il 74 per cento; in gran parte "minori non accompagnati". Spariti nel maggior numero dei casi dalla Sicilia e dal Friuli Venezia Giulia, cioè dai centri di accoglienza dove approdano migranti provenienti dal Nord Africa (principalmente Tunisia) o dall'Asia centrale (principalmente Afghanistan).
Il commissario Riccio - che per le ricerche ha avviato contatti e adottato protocolli con i Vigili del fuoco, Guardia di finanza, Esercito, Protezione civile e altre istituzioni - mette in luce "la peculiarità del fenomeno della scomparsa di cittadini stranieri, soprattutto minori di età", per il quale "è necessario un approfondimento sulle possibili iniziative da assumere, e a tale riguardo sono allo studio alcune iniziative da intraprendere".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 25 luglio 2021
Erano stati allontanati dal carcere di Santa Maria Capua Vetere a scopo precauzionale, cioè per evitare qualsiasi contatto con gli agenti di polizia penitenziaria che avevano denunciato in seguito ai pestaggi del 6 aprile 2020: una scelta che aveva fatto gridare alla violazione del diritto di difesa e del principio di territorialità della pena. Ora, però, quei 42 detenuti potranno chiedere di essere ricollocati in un penitenziario più vicino a quello finito al centro dell'inchiesta condotta dalla Procura sammaritana e nel quale erano rinchiusi fino a qualche settimana fa. La svolta è arrivata ieri, nel corso di un vertice tra i garanti dei detenuti e il reggente dell'amministrazione penitenziaria regionale Carmelo Cantone.
Già nelle prossime ore i 42 detenuti, recentemente sparpagliati in 23 diversi penitenziari di cui alcuni distanti anche 700 chilometri dalla Campania, potranno presentare la domanda di trasferimento per motivi familiari indicando tre strutture più vicine alla nostra regione. Sarà poi il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) a vagliare le istanze d'intesa con la Procura di Santa Maria Capua Vetere, titolare del fascicolo sui fatti dell'aprile 2020, che aveva segnalato la necessità di allontanare i detenuti dalla casa circondariale in provincia di Caserta. La decisione è importante perché ripristina, almeno parzialmente, i diritti dei 42 carcerati. All'indomani della notifica delle misure cautelari a 52 tra poliziotti e funzionari coinvolti nei pestaggi di aprile 2020, era stata la Procura di Santa Maria Capua Vetere a suggerire il trasferimento dei 42 detenuti che avevano segnalato alle autorità le angherie subìte.
Con una decisione senza precedenti, il Dap aveva "spalmato" gli ospiti della casa circondariale casertana in 23 istituti in tutta Italia: Sollicciano, Modena, Ivrea, Palmi, Forlì, Palermo, Reggio Calabria, La Spezia, Terni e Castrovillari, solo per citarne alcuni. In questo modo, una decisione adottata per tutelare i detenuti si era trasformata per questi ultimi in una seconda punizione. Già, perché essere trasferiti a 700 chilometri di distanza, per molti carcerati, significa rinunciare ai colloqui con i familiari, per giunta proprio nel momento in cui l'attenuarsi dell'emergenza Covid aveva reso nuovamente possibili gli incontri.
Non solo: un allontanamento così netto e repentino rende più difficile anche il confronto con gli avvocati. Insomma, il danno oltre la beffa: dopo essere stati vittime dei pestaggi, quei 42 detenuti erano stati costretti a sopportare anche la lesione del diritto di difesa e di quel principio che tutela gli affetti di chi finisce dietro le sbarre. "Quei trasferimenti andavano organizzati con più umanità e ragionevolezza - sottolinea Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti che ieri ha incontrato il rappresentante del Dap insieme con il collega napoletano Pietro Ioia e la casertana Emanuela Belcuore - Ora siamo comunque riconoscenti all'amministrazione penitenziaria che, consentendo a quelle 42 persone di presentare domanda di avvicinamento, fa emergere la prospettiva di un carcere più umano e in linea con i dettami della nostra Costituzione".
L'importante risultato ottenuto al termine dell'incontro di ieri, però, non basta. I garanti puntano a una svolta culturale che porti a concepire il carcere come luogo non solo di custodia, ma anche di accudimento e di accompagnamento dei detenuti verso il pieno riscatto personale e sociale. Ecco perché, nei prossimi giorni, Ciambriello, Ioia e Belcuore incontreranno Bernardo Petralia, capo del Dap che ieri non ha potuto prendere parte all'incontro negli uffici del Provveditorato campano dell'amministrazione penitenziaria.
"Con la protesta successiva ai trasferimenti - sottolinea Ciambriello - siamo riusciti ad arginare l'onda di emotività che ha spinto qualcuno ad adottare decisioni sconsiderate. Adesso la gestione non solo di quei 42 detenuti di Santa Maria Capua Vetere, ma dell'intero sistema penitenziario deve tornare sul binario della ragionevolezza. Non possiamo più assistere ad amnesie, vendette o ritorsioni ai danni dei detenuti, ma dobbiamo agire tutti secondo la Costituzione e il senso di umanità".
di Federica Pacella
Il Giorno, 25 luglio 2021
La pandemia ha bloccato i trasferimenti dei detenuti tra le carceri, aggravando il
sovraffollamento. Il blocco dei trasferimenti causa Covid inasprisce i problemi cronici delle carceri: così gli istituti penitenziari bresciani tornano a essere sovraffollati. "La situazione è preoccupante in tutta la Lombardia. Brescia non è tra le province messe meglio", spiega Luisa Ravagnani, garante dei diritti delle persone private della libertà a Brescia. Secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 30 giugno, in Lombardia, a fronte di una capienza regolamentare di 6.139 ci sono 7.745 detenuti, con uno scarto di +1.606 che rappresenta più della metà del sovraffollamento nazionale (2.858).
A Brescia, nella casa circondariale 'Nerio Fischione' Canton Mombello si contano 378 presenti a fronte di una capienza regolamentare di 189; meglio va nella casa di reclusione di Verziano, 97 detenuti rispetto ai 71 previsti. "Il blocco di trasferimenti da istituto a istituto non ha aiutato a ridurre i numeri. Ora personale e detenuti sono vaccinati, ci aspettiamo che si arrivi ai trasferimenti in istituti più idonei e di spostamenti di chi, da tempo, lo chiede".
Questo dovrebbe incidere su sovraffollamento e problematiche connesse, esasperate dalle temperature estive. "C'è una carenza permanente di frigoriferi, che vengono donati per lo più da Comune ed associazioni di volontariato. Dovrebbe però essere lo Stato a porre le condizioni per vivere in modo dignitoso".
Di fatto sono ferme anche molte delle attività che in questi anni sono state messe in campo per favorire il valore rieducativo della pena, grazie ad amministrazione penitenziaria, istituzioni e mondo del volontariato. "Non c'è più il blocco delle attività - evidenzia Ravagnani - ma di fatto si è riattivato un 10% di quello che c'era prima. Ci sono volontari che non hanno finito il ciclo vaccinale, altri che chiedono maggiore cautela. C'è ancora un grosso vuoto, non ascrivibile all'amministrazione penitenziaria, ma alla situazione contingente".
Per ridurre il sovraffollamento, Ravagnani, insieme agli altri garanti, vede nella liberazione anticipata speciale (sconto di pena di 75 giorni, anziché di 45, in determinate circostanze) una soluzione subito applicabile. "Sarebbe anche un modo corretto di riconoscere ai detenuti di aver vissuto in uno stato di deprivazione creato dalla pandemia". Per Brescia, tuttavia, la soluzione vera sarà la realizzazione di un nuovo carcere, di cui si parla da anni. "Ci crederò quando lo vedrò. Come garanti abbiamo chiesto che non si pensi al carcere sempre e solo come costruzione di nuovi istituti - premette Ravagnani - ma qui a Brescia è indispensabile".
di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 25 luglio 2021
Il caso del dirigente regionale Bonfiglioli che indagherà su cosa accadde nell'istituto di Modena, dov'era presente. Anche Marco Bonfiglioli, dirigente del Provveditorato Emilia Romagna e Marche, è nella commissione ispettiva istituita dal Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) per far luce "dall'interno" sulle rivolte del marzo e aprile 2020 e sui tredici detenuti morti, nove dei quali di Modena. Ed è proprio la figura di Bonfiglioli ad apparire già in possibile conflitto d'interesse: quello che oggi è membro in commissione è lo stesso dirigente che, stando alle carte della richiesta di archiviazione della Procura, il giorno della rivolta era in carcere a Modena per organizzare i trasferimenti dei detenuti. Compresi i quattro deceduti durante il trasporto o in altre carceri. Il rischio è che si trovi a indagare sul suo operato. Tra i membri designati anche Rosalba Casella, fino al 2017 direttrice di Sant'Anna, che ha una lunga conoscenza di prima mano e approfondita della nostra struttura carceraria. La commissione annunciata dal ministro Marta Cartabia prevede infatti la presenza di un magistrato, tre direttori, due comandanti e due dirigenti. La commissione sarà presieduta da un magistrato: Sergio Lari, ex procuratore generale della Corte d'Appello di Caltanissetta. Il coordinamento delle indagini è affidato al capo del Dap Petralia e al suo vice Tartaglia. Sono stati previsti sei mesi di tempo per completare i lavori e il rapporto finale. Un atto che avviene a un anno e mezzo dalle rivolte e dai morti, dopo che il precedente ministro Alfonso Bonafede si era limitato a dare risposte evasive al Parlamento. La commissione voluta dall'attuale ministro di Grazia e Giustizia ha lo scopo preciso di verificare se sono stati compiuti abusi o violenze da pare degli agenti di polizia penitenziaria o di altro personale penitenziario nel corso delle rivolte e soprattutto dopo, quando - secondo alcuni esposti presentati da detenuti - sarebbero avvenuti pestaggi e atti di violenza e sopraffazione verso detenuti inermi, molti dei quali estranei o passivi alle rivolte. Si tratta di un atto in più, quello annunciato dal ministro in Parlamento, che si muoverà parallelamente alla ricostruzione penale in corso ad opera delle singole procure interessate. E a proposito delle indagini giudiziarie, a Modena si avvicina la data per la fissazione del reclamo presentato dall'associazione Antigone contro l'archiviazione decisa dal gip Andrea Romito sul filone di indagini riservato esclusivamente agli otto morti (il nono, Salvatore Sasà Piscitelli, è trattato dalla Procura di Ascoli).
bologna2000.com, 25 luglio 2021
Dal 27 al 30 luglio, a Modena, Trasparenze di Teatro Carcere offre una panoramica su spettacoli e attività delle compagnie che operano negli Istituti della regione: Teatro del Pratello (Bologna), Teatro Nucleo (Ferrara), Associazione Con...Tatto (Forlì), Cooperativa Le Mani Parlanti (Parma), Lady Godiva Teatro (Ravenna), MaMiMo - Teatro Piccolo Orologio (Reggio Emilia) e Teatro dei Venti (Modena e Castelfranco Emilia), compagnia organizzatrice del Festival e membro fondatore del Coordinamento.
Martedì 27 luglio alle 16.00 debutta "Odissea" progetto biennale del Teatro dei Venti (solo per spettatori autorizzati), che mette in relazione le Carceri di Modena e Castelfranco Emilia, con repliche il 28, 29 e 30 luglio. Ingresso riservato agli spettatori autorizzati. Odissea è il risultato finale del lavoro svolto all'interno delle strutture carcerarie e in sala prove tra riunioni e discussioni a distanza, prove da remoto e riprese video in teatro. Un viaggio diventato sfida che prende finalmente forma dopo oltre due anni di ricerca, prove e confronto. La sfida consiste nell'attraversare insieme agli spettatori tutti i luoghi che hanno reso possibile la creazione, luoghi distanti e che abitualmente non comunicano tra loro: l'edificio teatrale, la città e le carceri. Si attraverseranno infatti con un bus navetta le Carceri di Modena e Castelfranco Emilia.
Teatro del Pratello (Bologna) - Nella stessa giornata alle ore 21.30 presso il Teatro dei Segni in Via San Giovanni Bosco 150, il Teatro del Pratello, porta in scena "PADRE, GUARDAMI! secondo studio", esito di un lungo laboratorio con un gruppo di ragazzi in carico ai Servizi della Giustizia Minorile. Rappresenta la penultima tappa del progetto "Padri e Figli" una polifonia di voci di figli che chiamano, confortano, urlano, rincorrono padri sperduti, padri che si nascondono, tanto sordi quanto fragili. Con i ragazzi della Compagina del Pratello e Giorgia Ferrari; drammaturgia di Paolo Billi; con le cure di Paolo Billi, Elvio Pereira De Assunçao e Viviana Venga; una produzione Teatro del Pratello e Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna
Il Teatro del Pratello lavora da oltre vent'anni con progetti di teatro carcere, rivolti sia a minori che ad adulti, detenuti o con misure alternative. A Bologna, all'interno dell'Istituto Penale Minorile e con i ragazzi dell'Area Penale Esterna, cura laboratori continuativi durante tutto l'anno e produce spettacoli teatrali aperti alla cittadinanza, dentro l'Istituto e presso teatri cittadini.
Questa esperienza, considerata "buona pratica", è stata trasferita anche all'IPM Femminile di Pontremoli, dove le giovani detenute sono protagoniste ogni anno di uno spettacolo ospitato al Teatro della Rosa. Dal 2008 è in corso il progetto Esperimento di Teatro alla Dozza, alla Casa Circondariale di Bologna, che coinvolge oggi le detenute della sezione femminile. Realizza sul territorio progetti di teatro civile e teatro comunità e gestisce a Bologna lo spazio PraT Teatri Comunità.
Associazione Con...Tatto (Forlì) - A seguire, va in scena il reading "Lettere dalla Tempesta", a cura di Associazione Con...tatto, che porta in scena il progetto epistolare ispirato all'opera Shakespeariana, con la lettura degli scritti dei detenuti della Casa Circondariale di Forlì. A cura di Sabina Spazzoli e Michela Gorini in collaborazione con la compagnia "Malocchi & Profumi". Attraverso la scrittura epistolare i protagonisti dell'opera del Bardo si raccontano, ripercorrono le relazioni familiari e cosa significhi sopravvivere alla tempesta, relegati nello spazio dell'isola, una prigione senza sbarre, ma dove il mare è una porta di ferro chiusa a doppia mandata, in un tempo che resterà nella memoria per sempre. L'associazione "Con...tatto" opera all'interno della Casa Circondariale di Forlì dal 2006 e cura diverse attività a favore dei detenuti e delle loro famiglie; dal 2010 ha preso in carico il Laboratorio teatrale, svolto nel tempo presso le tre sezioni (maschile, femminile e protetti). Laboratorio che a partire dal 2014 è portato avanti in collaborazione con il Liceo Classico "Vincenzo Monti" di Cesena. Biglietto unico per la serata: 4 euro. Info e prenotazioni: 345 6018277 -
Il concerto - La serata del 27 luglio si conclude con il concerto di Prim, alle ore 22.30, gratuito con prenotazione obbligatoria. Voce e chitarra Irene Pignatti, tastiera e chitarra Matteo Mugoni, basso e synth Davide Severi, batteria e pad Diego Davolio. Prim è un progetto musicale nato nel 2019 da Irene Pignatti, cantautrice modenese con influenze sull'indie pop britannico. Durante gli anni è entrata in contatto con diversi generi, ma il suo stile è stato formato da artisti come Daughter, The 1975, The Japanese House e The Neighbourhood. Prim rilascia il suo primo singolo "Cheap Wine" a fine aprile 2020, brano scritto e registrato da lei stessa in casa durante il primo periodo di quarantena. Prim e il suo gruppo debuttano col primo EP composto da cinque brani, intitolato "Before You Leave", uscito il 2 ottobre 2020 per l'etichetta italo-americana We Were Never Being Boring Collective e disponibile all'ascolto su tutte le piattaforme streaming.
Il Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna - Il Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna lavora per costruire una rete tra le realtà teatrali che operano nelle carceri della regione, favorendone la visibilità e le interazioni con il territorio. Costituitosi in associazione nel marzo 2011, nell'aprile dello stesso anno ha firmato un documento d'intesa sull'attività di Teatro in Carcere con la Regione Emilia-Romagna e il Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria, rinnovato periodicamente, un Protocollo d'Intesa che coinvolge tre Assessorati Regionali (Cultura, Welfare, Formazione) e il Centro Giustizia Minorile Emilia Romagna e Marche, per le attività teatrali con minori e giovani adulti in carico ai Servizi di Giustizia Minorile. Gli appuntamenti con gli eventi del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna proseguono fino al 30 luglio. Successivamente il Festival si sposta a Gombola con un programma di spettacoli, concerti e incontri per vivere il territorio da Spettatori Residenti. Prezzi dei biglietti e aggiornamenti sul sito: www.trasparenzefestival.it. Info e prenotazioni: 3456018277 -
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