di Padre Guido Bertagna
Il Riformista, 18 dicembre 2021
"Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale": l'intuizione e la ricerca di Gustav Radbruch guidano la riflessione del IX Congresso di Nessuno tocchi Caino.
La frase di Radbruch - mi pare - prima ancora di essere una preziosa indicazione per gli esperti e i tecnici della materia giuridica, è una provocazione: ci invita a guardare le cose da altra angolazione, a modificare prospettive e punti panoramici. Allo stesso modo, la giustizia riparativa, l'itinerario che chiede e propone, prima di essere una mera alternativa alla giustizia retributiva, è un invito a cambiare il modo di guardare la complessità delle cose.
Molto cammino è stato fatto anche dagli anni del lavoro di Howard Zehr: la giustizia riparativa continua a farsi strada attraverso riflessioni, studi ed esperienze diverse nel mondo e grazie alla disponibilità e alla profondità di tante persone che hanno accolto la proposta e intrapreso il percorso - certamente difficile ma anche, in tante situazioni, molto liberante - potendolo, a loro volta, comunicare.
Io, per primo, sono grato a tante persone che hanno attraversato la violenza degli anni Settanta, gli anni del terrorismo, e con il loro impegno appassionato, spesso anche doloroso, mi hanno aiutato a capire profondità e potenzialità di queste vie di giustizia. Quindi: "changing lenses", cambiare lenti, il punto di vista: così si intitola l'opera di Zehr (pubblicata nel 1990: Changing Lenses: A New Focus for Crime and Justice e ripubblicata, aggiornata, nel 2015) che ha contribuito così tanto a diffondere la conoscenza della giustizia riparativa nel mondo.
"La lente che usiamo per esaminare il crimine e la giustizia - scrive Zehr - influisce su ciò che valutiamo come rilevante, su cosa consideriamo essere relativamente importante e anche su ciò che consideriamo come risultato proprio da raggiungere [...] e determina anche come inquadriamo il problema e la sua 'soluzione'. Abbiamo bisogno di guardare non solo a pene alternative o alternative alla punizione: abbiamo bisogno di altri, alternativi, modi di vedere entrambi, il problema e la soluzione".
Questa visione diversa, alternativa, del "problema" così come delle "soluzioni" coinvolge, nel pensiero di Zehr (appassionato fotografo, sensibile verso inquadrature e immagini), anche l'immaginario personale e collettivo. Come ci immaginiamo, allora, la giustizia? L'icona tradizionale e ricorrente resta tutt'oggi quella della dea bendata, con la bilancia in una mano e la spada nell'altra. Ma, nota Zehr, "la dea bendata con la bilancia in mano simboleggia bene la natura della giustizia impersonale, orientata al processo, propria del paradigma contemporaneo. Che alternativa abbiamo? - si chiede Zehr, provocatoriamente, e risponde - una possibilità è immaginare la giustizia che cura le ferite".
Una "giustizia-che-cura-le-ferite" procede diversamente rispetto alla giustizia retributiva anche, come accennato, nelle prospettive, nel modo di guardare i "problemi" e le "soluzioni". Per questo, sinteticamente, Zehr ricorda il diverso modo di procedere, i diversi passaggi, le diverse prospettive. Vale a dire, le lenti con cui guardiamo le ferite, le ingiustizie e le possibili risposte: "Secondo la giustizia retributiva, il crimine viola lo Stato e le sue leggi; la giustizia si focalizza sullo stabilire la colpa e, in questo modo, può stabilire anche il dosaggio di pena che deve essere comminata; la giustizia si cerca attraverso un conflitto tra avversari nel quale il reo si pone contro lo Stato; regole e intenzioni compensano i risultati: una parte vince e l'altra perde. Secondo la giustizia riparativa - prosegue Zehr - il crimine viola persone e relazioni; la giustizia è tesa a identificare bisogni e compiti (obligation) in modo che le cose possano ritrovare il loro giusto posto; la giustizia incoraggia il dialogo e il reciproco accordo, offrendo alle vittime e ai colpevoli un ruolo centrale, ed è valutata nella misura in cui le responsabilità sono assunte, i bisogni trovano accoglienza, e la cura (degli individui e delle relazioni) è sostenuta".
Nella sua lucida riflessione, nell'appassionata ricerca di una diversa "messa a fuoco" sulla realtà dolorosa del crimine e del male, Zehr apre sulla prospettiva non solo di nuove lenti ma di un più ampio, diverso, paradigma di giustizia. Un paradigma che è più di una visione e di una proposta e combina insieme una nuova grammatica, una teoria ben articolata con possibili modalità di applicazione e anche un certo grado di consenso. "Non credo ci siamo ancora", commenta. Ma, per il momento, "questa visione può aiutare a dare una direzione a quello che potrebbe diventare un viaggio condiviso di esperienze e di esplorazioni". Se la sete di giustizia è parte intima e profonda della nostra identità umana, tutto quello che ci fa avvicinare a una giustizia che guarisce le ferite e riapre le possibilità di una vita più piena e libera diventa il fondamento solido per proseguire nel cammino.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 18 dicembre 2021
Dopo la sospensione del 2020 dovuta all'emergenza sanitaria, sono riprese negli istituti penitenziari, sia pure in forma ridotta e nel rispetto delle misure anti Covid-19, le tradizionali iniziative natalizie. Tra i mercatini più frequentati - con 350 visitatori esterni in una sola giornata - quelli della casa di reclusione di Milano Bollate che hanno coinvolto un centinaio di detenuti nell'allestimento degli stand e nella vendita di prodotti artigianali, alimentari e vivaistici. Per la prima volta è stato dedicato uno spazio espositivo alla Polizia Penitenziaria, per far conoscere al pubblico esterno il lavoro degli appartenenti al Corpo.
E, a proposito di doni, Papa Francesco riceverà, oltre al primo dei presepi realizzati dai detenuti di Milano Opera con i legni dei barconi dei migranti, anche un altro regalo dall'importante valore simbolico: un ricettario pensato per i suoi gusti gastronomici. Lo hanno realizzato i redattori di 'Cucinare al Fresco', progetto editoriale che vanta al suo attivo la pubblicazione di 14 raccolte di ricette scritte da persone che in carcere le hanno sperimentate con ingredienti e strumenti a loro disposizione. La redazione centrale, presso il carcere di Como - dove si lavora ogni giorno agli articoli, al piano editoriale e alla ricerca di idee - si avvale anche della collaborazione di detenuti di altri 12 istituti che inviano i loro contributi per posta o tramite gli operatori penitenziari.
Il 21 dicembre in 4 Istituti penitenziari - Roma Rebibbia femminile, Milano Opera, Ivrea e Cagliari - torna l'iniziativa 'L'ALTrA Cucina... per un Pranzo d'Amore', pasti gourmet preparati per i detenuti da chef stellati e serviti da testimonial del mondo dello spettacolo, della musica, della stampa e dello sport. Promossa e organizzata da 'Prison Fellowship Italia onlus', da 'Rinnovamento nello Spirito Santo' e da 'Fondazione Alleanza del RnS', coinvolgerà quest'anno circa 800 persone detenute. Tra gli esperti in materia enogastronomica che lavoreranno nelle cucine degli istituti ci saranno Gianfranco Pascucci, chef stellato del ristorante "Pascucci al Porticciolo "di Fiumicino (RM) ed Emanuela Scatena, master sommelier e presidente dell'associazione Wines. Tra gli addetti al servizio a tavola, invece, la cantante Francesca Alotta e il musicista Tiziano Leonardi (tastierista dei Cugini di Campagna).
Nel 2020, in piena pandemia, fu consentito solo distribuire ai detenuti delle carceri, che avevano aderito all'evento, gli alimenti destinati alla preparazione dei pasti. L'iniziativa, giunta all'VIII edizione, ritrova quest'anno il suo scopo originario che è quello non solo di donare una giornata di festa a chi vive la dolorosa esperienza del carcere, ma anche di coinvolgere il maggior numero di persone per far sì che la detenzione, sottolineano gli organizzatori citando le parole di Papa Francesco, possa davvero "diventare un luogo d'inclusione e di stimolo per tutta la società, perché sia più giusta, più attenta alle persone".
Il Covid-19 non ha mai interrotto il dono delle stelle di Natale AIL alla casa circondariale di Catanzaro da parte dell'Associazione Universo Minori, promotrice di iniziative in particolare a favore dei figli di genitori detenuti. Un evento annuale nato per ricordare come dalle piccole iniziative di solidarietà possano nascere grandi progetti. L'importante campagna di sensibilizzazione AIL, infatti, iniziò nel 1989 proprio in Calabria dove grazie alla vendita del fiore natalizio fu possibile acquistare attrezzature per l'ematologia locale. Nel tempo, e soprattutto dopo la pandemia, le stelle di Natale nelle aiuole del carcere hanno assunto anche altri significati: oggi testimoniano l'importanza dell'impegno a favore dei malati come di tutti i soggetti fragili.
di Stefano Latorre
Il Domani, 18 dicembre 2021
Limitare ai soli casi di particolare rilevanza pubblica le conferenze stampa non ha senso. Così il decreto legislativo sulla presunzione di innocenza limita immotivatamente lo spazio di comunicazione delle procure ed il conseguente esercizio da parte della stampa del diritto-dovere di informare.
Dal 14 dicembre, è entrato in vigore il decreto legislativo 188 in attuazione della direttiva UE numero 343/2016 sulla presunzione di innocenza. Un provvedimento che ha suscitato molte polemiche. Cuore del citato decreto legislativo sono infatti alcune norme che mirano a limitare la diffusione di informazioni relative ai procedimenti penali e, in particolare, alle indagini in corso, e questo ha fatto parlare di bavaglio ai pubblici ministeri e di fine delle indagini-spettacolo. Come sottolineato nel recente convegno di Unicost dall'onorevole Caterina Chinnici, la direttiva europea non era diretta soltanto all'Italia, ma a tutti i 27 paesi, ed anzi l'Italia era tra i quanti presentavano un maggiore conformità della propria normativa ai principi europei.
La sostanziale conformità della normativa italiana si rileva anche da una superficiale lettura del decreto legislativo, da cui si evince, icto oculi, che il legislatore ha ritenuto necessario dettare norme esclusivamente per l'attuazione degli articoli 4, 5 e 10 della norma UE.
Passando all'esame del contenuto del provvedimento, etichettato da alcuni come bavaglio alle procure, in realtà esso inibisce non solo ai magistrati, ovvero ai pubblici ministeri, ma a qualunque pubblica autorità coinvolta nel procedimento penale, ivi compresi le autorità di polizia ed i ministri, di fare dichiarazioni che indichino qualcuno come colpevole in assenza di sentenza definitiva.
In relazione, poi, al presunto bavaglio, è stata da taluni fortemente criticata la scelta di limitare l'utilizzo delle conferenze stampa da parte delle procure esclusivamente ai casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, a favore, invece, dei comunicati ufficiali scritti quale mezzo di comunicazione standard. Sotto questo profilo, va osservato che un comunicato ufficiale, tanto quanto una conferenza stampa o un'intervista, sono soltanto mezzi del tutto neutri, nessuno dei quali capace di costituire, di per sé, un pericolo per il principio della presunzione di innocenza.
Limitare le conferenze stampa non ha senso - Dunque, la scelta del legislatore a favore di un mezzo di comunicazione piuttosto che di un altro non sembra aver alcuna logica in funzione della tutela del principio di presunzione di innocenza, posto che ciò che può violarlo sono, invece, le parole usate in un comunicato scritto o in una conferenza. Per questo, non si comprende la decisione del legislatore di limitare, ai soli casi di particolare rilevanza pubblica, le conferenze stampa. Taluni hanno affermato che queste restrizioni servirebbero per limitare la sovraesposizione mediatica dei pubblici ministeri, ma anche questo è un falso argomento, che non ha alcuna attinenza con la direttiva europea.
Infatti, un pubblico ministero potrebbe fare tutti i giorni conferenze stampa senza mai violare la presunzione di innocenza, perché, per esempio, utilizza sempre termini adeguati e ponderati per indicare gli indagati/imputati: viceversa, un altro pubblico ministero, in un solo comunicato stampa, potrebbe, utilizzando termini gravemente colpevolisti, violare palesemente i principi del garantismo.
Per questo, penso che questa normativa abbia introdotto, almeno in parte, regole che non sembrano in alcun modo funzionali al raggiungimento del risultato previsto dalla direttiva europea, che è quella di evitare che una persona indagata e/o imputata possa essere pubblicamente indicata come colpevole prima che sia intervenuta a suo carico una sentenza o un decreto penale di condanna irrevocabili. Queste regole, diversamente, sembrano destinate a limitare immotivatamente lo spazio di comunicazione delle procure ed il conseguente esercizio da parte della stampa del diritto-dovere di informare. Tenuto conto, come sottolineato sempre nel citato convegno di Unicost, che una corretta informazione, da parte dell'autorità giudiziaria, su importanti indagini ha anche una funzione sociale nel senso di dare sicurezza all'opinione pubblica sulla presenza dello Stato, soprattutto in territori dove è più forte la presenza di criminalità organizzata.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 dicembre 2021
Tre operazioni sembrano non rispettare del tutto i criteri imposti dalla legge "chiesta" dall'Europa che garantisce gli indagati. Sono passati quattro giorni dall'entrata in vigore della nuova norma che ha recepito la direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Ancora presto per dire se ci sia un vero e proprio cambiamento della comunicazione, anche perché il monitoraggio nazionale delle attività delle polizie giudiziarie e delle varie procure è complesso da effettuare. Per questo l'onorevole Enrico Costa di Azione aveva fatto un appello a tutti gli avvocati sul territorio per ricevere segnalazioni di eventuali violazioni e il Presidente dell'Unione delle Camere Penali, Gian Domenico Caiazza, aveva promesso il sostegno dell'Osservatorio Informazione Giudiziaria. Però qualcosa possiamo dirla già da oggi.
Quello che emerge è che la norma fornisce principi a cui ispirarsi ma lascia ampio spazio di interpretazione per la sua applicazione e non consente, tra l'altro, un controllo diretto sul rispetto degli articoli in essa contenuta. Come ci spiega il professor Giorgio Spangher, emerito di diritto processuale penale all'Università La Sapienza di Roma, "ci muoviamo in una zona grigia. Capire in che termini si superi la previsione normativa è complicato da dire. E poi nelle prime fasi dall'entrata in vigore è difficile ricondurre immediatamente comportamenti stratificati nel tempo in ambiti comunicativi più restrittivi"; quindi dovremmo attendere per fare una valutazione più a lungo raggio. Ma vediamo perché è complesso al momento districarsi nell'applicazione concreta della norma. Ci siamo iscritti al portale della Sala Stampa della Guardia di Finanza, molto funzionale a dire la verità.
Dal 14 dicembre, data dell'entrata in vigore della norma, fino a ieri pomeriggio sono stati pubblicati e diffusi 28 comunicati stampa. Ricordiamo che la norma prescrive che 1: "La diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico". 2: "Il procuratore della Repubblica può autorizzare gli ufficiali di polizia giudiziaria a fornire, tramite comunicati ufficiali oppure tramite conferenze stampa, informazioni sugli atti di indagine compiuti o ai quali hanno partecipato. L'autorizzazione è rilasciata con atto motivato in ordine alle specifiche ragioni di pubblico interesse che la giustificano".
Il sequestro di luminarie natalizie non a norma o quello di 400 calzature riproducenti la foggia di famosi marchi, quali "Converse" modello "All Star" e "Superga" a quale dei due canoni risponde: prosecuzione di indagine o interesse pubblico? Tanto è vero che il professor Spangher ci dice: "immagino l'interesse pubblico come qualcosa di più alto, più pregnante". Inoltre per tutti i 28 comunicati non c'è scritto se sono stati autorizzati dal procuratore, bisogna darlo per scontato. Anzi, parlando con un tenente colonnello della Gdf ci è stato spiegato che un comunicato di due giorni fa era della Procura e loro hanno chiesto di caricarlo sul loro portale: ma di tutta questa trafila non c'è traccia. In più non c'è l'atto motivato che li giustifichi - la norma non prevede che venga inserito da qualche parte - e quindi non possiamo desumere le ragioni dell'interesse pubblico. La norma prevede anche che "nei comunicati e nelle conferenze stampa è fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza".
Ieri tre sono le operazioni a cui è stato dato un nome: "All black", "Cavallo di Troia" e "Relax": la prima si riferisce all'individuazione di 22 lavoratori in nero in un centro termale, la seconda ad arresti e sequestri alla 'ndrangheta, la terza a presunti maltrattramenti e torture nei confronti di pazienti psichiatrici. Sono queste denominazioni lesive della presunzione di innocenza? Apparentemente no, in quanto non sembrerebbero essere in diretta correlazione con degli indagati, di cui non sono presenti i nomi. A meno che la gente del posto non riesca a risalire alle persone coinvolte. Rispetto al linguaggio sottoponiamo alla vostra attenzione questa espressione, tratta dal comunicato sull'operazione "Cavallo di Troia": "sulla base del quadro accusatorio delineatosi nel corso delle investigazioni, allo stato in fase di indagini preliminari e fatte salve le successive valutazioni di merito, gli indagati risulterebbero aver gestito".
Questo passaggio sembra chiaramente rispettare la previsione normativa per cui "Le informazioni sui procedimenti in corso sono fornite in modo da chiarire la fase in cui il procedimento pende e da assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta a indagini e dell'imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata". Tuttavia nello stesso comunicato leggiamo che 8 persone sono "tutte ritenute responsabili, a vario titolo, di reati fiscali, fallimentari - aggravati dall'agevolazione mafiosa - e, per 2 di loro, anche di concorso nell'associazione mafiosa denominata "ndrangheta"".
In questo caso, evidenzia Spangher, "siamo in presenza di una pre-imputazione che potrebbe configurarsi oltre il limite della comunicazione consentita". Inoltre nel comunicato sull'operazione "Relax", prosegue Spangher, - "la Guardia di Finanza ha comunicato l'esecuzione di un'ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal gip. Perché lo ha fatto? In questo caso l'attività è esclusivamente in mano al pm e al giudice".
Infatti, ad esempio, come previsto dalla circolare emanata dal Procuratore Cantone, secondo la sua interpretazione della legge, gli atti di indagine su cui la polizia giudiziaria può fornire direttamente notizie sono quelli posti in essere prima dell'iscrizione della notizia di reato. E i video celebrativi delle operazioni della Gdf? Su 28 operazioni ne abbiamo trovati 15. La maggior parte di essi mostra le volanti che escono dalla caserma e vi rientrano, tralasciando quella che fino a poco tempo fa era la parte 'migliore' ossia l'atto dell'operazione vera e propria.
In alcuni casi però si vedono gli indagati, ripresi col volto coperto, mentre starebbero commentando il presunto reato o mentre vengono condotti in caserma. In conclusione, in questi comunicati qualche precisa ed identificabile persona viene messsa alla gogna? Quasi sicuramente no. C'è una eccessiva comunicazione, oltre l'interesse pubblico? Molto probabilmente sì. Ci dice Spangher, "nessuna norma è in grado di coprire tutte le variabili concrete. E quindi dovremmo fare i conti con questo". Intanto l'onorevole Costa ci ha partecipato: "sto raccogliendo i comunicati stampa e facendo un archivio delle conferenze stampa per una approfondita analisi. Chiederò al Ministero di verificare gli atti dei Procuratori su cui si fondano, in modo da comprendere le argomentazioni sulle specifiche ragioni di interesse pubblico".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 18 dicembre 2021
Lo dice il procuratore capo di Napoli. L'entrata in vigore della nuova normativa sulla presunzione di innocenza costituisce "un passaggio di grande valore culturale ed etico, che tutti dovrebbero accompagnare nella sua pratica realizzazione con consapevolezza e ancor più grande responsabilità". Così, intervistato dal Foglio, il procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo, commenta l'entrata in vigore - dal 14 dicembre - del decreto legislativo con cui il nostro paese ha recepito la direttiva europea sul rafforzamento della presunzione di innocenza.
Le norme stabiliscono il divieto per le autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole una persona sottoposta a indagini o l'imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza definitiva. Di base, inoltre, le informazioni relative alle indagini potranno essere comunicate solo dal procuratore capo e solo attraverso comunicati stampa, mentre le conferenze stampa potranno essere convocate solo "nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti" e con un atto motivato da ragioni specifiche. Vietato anche assegnare alle indagini "denominazioni lesive della presunzione di innocenza". Princìpi che hanno spinto qualcuno a gridare al "bavaglio" contro la stampa. Un'espressione da respingere secondo Melillo, che però non nasconde alcune preoccupazioni.
"La direttiva Ue e le norme introdotte riguardano soltanto i comportamenti delle autorità pubbliche e non dovrebbero incidere sulla libertà di informazione, ma le preoccupazioni espresse non vanno sottovalutate e potrebbero rivelarsi fondate alla prova dei fatti", dichiara il capo della procura di Napoli. In particolare, per Melillo "la scelta legislativa di irrigidire le forme della comunicazione delle procure della Repubblica, costringendole 'esclusivamente' in quelle del comunicato e, nei casi più rilevanti, delle conferenze stampa, sembra giustificare il timore che le nuove regole possano, in concreto, produrre ostacoli al lavoro dei giornalisti e, per eterogenesi dei fini, una paradossale spinta a inabissare una parte delle relazioni con la stampa delle procure e della polizia giudiziaria, anziché promuoverne la trasparenza, la correttezza e la responsabilità". "Dovrebbe sempre tenersi a mente che gli eccessi proibizionistici di solito non producono buoni frutti, come la realtà di regola si preoccupa di rendere poi evidente anche agli ostinati e agli indifferenti", spiega Melillo.
Il procuratore di Napoli respinge l'immagine di una magistratura scarsamente sensibile al problema delle conseguenze prodotte dalla mediatizzazione delle vicende giudiziarie (soprattutto nella fase delle indagini) sul piano individuale, sociale e persino economico: "Credo che la sensibilità della magistratura su questi temi sia molto più matura e diffusa di quanto possa pensarsi, anche se, come al solito, fa molto più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce. Ma sarebbe ipocrita e comunque vano negare l'esistenza del problema, soprattutto considerando le distorsioni aggiuntive prodotte dall'autentica anomalia del nostro sistema, che sembra concentrare ogni attenzione mediatica sulla fase delle indagini e sui suoi sempre precari esiti per trascurare invece ciò che avviene nella fase del giudizio e della formazione in contraddittorio della prova.
Un'anomalia ingigantita da quel male profondo della giustizia italiana rappresentato da una sovente intollerabile durata del processo". Per Melillo, è tuttavia "illusorio pensare che, per quanto possa svilupparsi la sensibilità degli attori del processo e della comunicazione pubblica, le tensioni intorno alle vicende giudiziarie potranno un giorno cessare, come d'incanto.
La comunicazione delle procure potrà anche attingere alle più alte vette della correttezza e della sobrietà, ma quando le indagini e i processi toccheranno delicati interessi politici, economico-finanziari o prettamente criminali sarà comunque inevitabile l'insorgere di polemiche e conflitti. Lo dimostra anche un semplice sguardo a ciò che avviene nelle altre democrazie occidentali che preservano il valore dell'indipendenza della magistratura".
Limitare la gogna mediatico-giudiziaria comunque è possibile, se si vuole, e lo dimostrano anche le iniziative di alcune procure. Nel 2019 lo stesso procuratore Melillo ha adottato una circolare che mira, da un lato, a consentire un accesso paritario dei giornalisti ai provvedimenti giudiziari divenuti pubblici e, dall'altro, a evitare che negli atti siano inserite notizie prive di rilevanza penale o potenzialmente lesive della riservatezza delle persone coinvolte e dell'andamento delle indagini. "Potere accedere in condizioni di parità e trasparenza alle informazioni contenute in atti non più segreti - ribadisce Melillo - consente al giornalista di non dovere attingere clandestinamente alle proprie fonti e limita il pericolo che il pubblico ufficiale sia trascinato per la stessa via in sistemi di relazione scivolosi e comunque non coerenti con i suoi doveri di imparzialità e rispetto dei diritti della difesa. Naturalmente, non è una sorta di vaccino contro ogni virus, soprattutto quelli più resistenti a ogni profilassi, ma può agire da fattore di riduzione dei danni tipici delle relazioni sotterranee fra stampa e soggetti del processo".
Il capo della procura di Napoli, tuttavia, sottolinea come "la rinuncia a ogni ricerca di impropria promozione mediatica del lavoro del pubblico ministero sia quanto mai necessaria per evitare che si continui a scavare un fossato incolmabile fra magistratura requirente e giudici e fra la magistratura nel suo complesso e l'avvocatura, che hanno sempre più bisogno invece di una comune cultura delle garanzie".
D'altronde, Melillo diffida dell'idea che occorra affidare "sempre e solo al legislatore la speranza di costruire equilibri del sistema processuale più avanzati ed efficaci". "In questo campo - aggiunge - i grandi rischi sono collegati alla capacità di governo delle tecnologie digitali impiegate nelle indagini e a quella dei magistrati di assicurare un rigoroso controllo delle sempre più gigantesche masse di dati personali che vi fanno ingresso quotidianamente". Insomma, conclude il procuratore capo di Napoli, "nessuna riforma potrà in ogni caso sostituirsi alla responsabilità del magistrato, come a quella dell'avvocato, di fare uso quotidiano di una parola equilibrata, misurata, responsabile, ispirata al rispetto della funzione giudiziaria e dei diritti del cittadino".
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 18 dicembre 2021
É iniziata la requisitoria contro gli otto carabinieri accusati dei depistaggi. Il pm Giovanni Musarò li accusa di "cinismo": "si giocò con le vite degli altri". Un gruppo di carabinieri, legati da "fedeltà e riconoscenza reciproca" assai più che all'Arma, riscrissero la verità del caso Cucchi, la veicolarono "ai più alti livelli istituzionali" quindi la promossero attraverso una campagna di "controinformazione", al punto che chiunque ha finito per rappresentarsi Stefano Cucchi come un "tossicodipendente, anoressico ed epilettico" votato a una prematura morte naturale anziché la vittima di un orribile pestaggio. Quei carabinieri e in particolare l'imputato generale Alessandro Casarsa più il suo ex comandante provinciale, generale Vittorio Tomasone (non imputato ma testimone "reticente") manipolarono la realtà per "salvare le loro carriere".
L'arresto di quattro carabinieri della compagnia Trionfale per il ricatto all'ex governatore Piero Marrazzo e il trasferimento di massa dei militari di quella compagnia, suggerirono a Tomasone e Casarsa di allontanare da sé lo spettro delle responsabilità nella morte di Cucchi. Nel primo giorno della requisitoria (si concluderà il 23 dicembre) il pm Giovanni Musarò, in aula con il procuratore capo Michele Prestipino, premette: "Qui non si processa l'Arma che da 200 anni serve il Paese" Il pm che ha ottenuto le condanne dei due carabinieri autori del pestaggio Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo spiega che "nell'arma ci sono militari come Pietro Schirone che disse la verità fin dal primo giorno e poi, a schiena dritta la ripetè di fronte al suo comandante". Casarsa, imputato assieme ad altri sette militari, accusati di falso, favoreggiamento e omessa denuncia, è in aula. Un altro suo ex fedelissimo, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex guida del nucleo investigativo di Roma, appunta le parole del pm. Musarò sottolinea il "cinismo" con cui "si giocò con le vite degli agenti della penitenziaria (sottoposti al primo processo, ndr) e della famiglia di Stefano Cucchi".
L'origine dei depistaggi risale ai giorni fra il 25 e il 26 ottobre 2009. Ci si mobilitò dopo aver letto l'agenzia stampa in cui Patrizio Gonnella di Antigone e il senatore Luigi Manconi si interrogavano sulle responsabilità dei carabinieri. Da qui la controffensiva. Annotazioni che dipingevano Stefano come un ragazzo compromesso e anticipavano, inquietanti, le conclusioni mediche dei consulenti della Procura depositate solo mesi dopo. Falsità che servirono a confezionare la risposta dell'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano al Parlamento. "Emozionante vedere in udienza il procuratore. Emozionante ascoltare il pm. Un lavoro enorme e una requisitoria devastante. Parole che mi hanno commossa" è il commento di Ilaria Cucchi.
di Paolo Giustozzi*
Il Riformista, 18 dicembre 2021
Le oramai consolidate Riforme che incidono gravemente sui diritti fondamentali, quali quelle che estendono via via a nuove categorie di soggetti, colpiti soltanto da indizi di determinati delitti, le drastiche misure di prevenzione contenute nel codice antimafia, dovrebbero essere varate con attenta meditazione. Con il rispetto che si deve a un testo del disegno di legge ancora inedito in materia di contrasto alla violenza di genere, l'attenzione va rivolta all'ennesimo intervento espansivo del codice antimafia e del catalogo della pericolosità qualificata, che si manifesta come il segnale di un preoccupante indirizzo di politica criminale che incrementa e rafforza incessantemente, ormai da diversi anni, l'utilizzo di un sistema, quello appunto delle misure di prevenzione, che meriterebbe invece se non la sua totale eliminazione, una seria quanto urgente riforma esso stesso.
Una integrale rivisitazione - di questo si parla - del codice antimafia, in passato vanamente promessa dai legislatori, dovrebbe ambiziosamente mirare a riportarlo entro i canali delle garanzie minime, sostanziali e processuali di un processo giusto, che in un sistema di ispirazione liberale e democratica non si possono derogare neppure facendo ricorso a ellittiche soluzioni terminologiche, che richiamano imperscrutabili distinzioni fra ciò che è semplicemente "afflittivo" e ciò che invece è dichiaratamente "repressivo".
Le misure di prevenzione, a dispetto della loro origine come strumenti eccezionali, sono divenute un autentico sottosistema del tutto parallelo a quello penale, del quale tuttavia esse emulano soltanto estesi poteri di indagine e strumenti afflittivi sulla persona e sui patrimoni, senza godere delle garanze riservate alla materia penale. Interi patrimoni vengono sottratti a soggetti, anche post mortem, attraverso indagini che svincolate da limiti di durata e di controllo di un Giudice terzo, toccano i meandri più intimi di soggetti e della cerchia dei più stretti parenti e conviventi del proposto, mettendo in controluce il tenore di vita tenuto per la intera vita.
Sul piano della tipicità, ossia della precisione della legge, sembra arduo pretendere che dal quadro fumoso della "qualità di mero indiziato", i cittadini possano orientare i propri comportamenti in previsione delle conseguenze che un determinato atto potrà comportare loro, in termini di limitazione della libertà e del patrimonio. La nozione di "indiziato" d'altro canto è elemento normativo che non individua il fatto storico dal quale doversi difendere in giudizio, ma è un dato che si indirizza a colui che dovrà applicare la norma, attraverso l'indicazione di uno "standard probatorio" che oltretutto nell'area della prevenzione può assumere spessore dimostrativo insufficiente per addivenire a una condanna in sede penale; persino una soluzione assolutoria in sede penale potrebbe legittimare in taluni casi la applicazione delle misure di prevenzione, in nome del noto principio della autonomia di valutazione delle prove del Giudice delle misure antimafia.
Il sistema della prevenzione è uscito sostanzialmente indenne dalla ardua prova di resistenza cui è stato sottoposto dalla Consulta dopo la demolitoria sentenza della Corte Edu, sulla base del principio secondo il quale la norma, pur essendo imprecisa, sarebbe stata colmata di chiarezza e tipicità dalla costante interpretazione giurisprudenziale assurta a diritto vivente.
È legittimo il timore proclamato da illustri commentatori di questa storica decisione dalla quale si intravedono le avvisaglie di una transizione dall'"età della legge" all'"età dell'interpretazione" connotata da un diritto liquido e senza codice, in cui la figura del Giudice si trasforma in un coartefice del prodotto legislativo, con il disco verde della Consulta che passa per la bollinatura della prevenzione come norma estranea al penale.
Senza esagerazioni retoriche, viene da domandarsi in conclusione se il sacrificio enorme che il sistema della prevenzione impone sotto il profilo della rinuncia delle garanzie della persona, sia giustificato dal perseguimento degli obiettivi che esso mira a raggiungere. E ancora, se è vero che si tratti di misure irrinunciabili in vista della salvaguardia dell'economia sana a rischio dalla concorrenza malata di capitali infettati ab origine dalla loro illecita o opaca provenienza, considerato che l'ordinamento possiede efficacissimi strumenti di contrasto, in materia di evasione e riciclaggio, in grado di assicurare risultati efficaci al pari o superiori rispetto a quelli della confisca di prevenzione.
In conclusione, non vorremmo che la prevenzione diventi un nuovo modello di processo, un semilavorato frutto di esperimenti avanzati su cui realizzare il prototipo di un nuovo sistema
processuale. Un sistema futuro, ma che richiama vecchi e familiari sapori che sembravano dispersi dai tempi del 1889.
*Co-Responsabile Osservatorio misure patrimoniali dell'Ucpi
di Valter Vecellio
Il Dubbio, 18 dicembre 2021
Otto dicembre scorso: Guido Salvini, giudice per le Indagini Preliminari in forza a Milano, scrive per Il Dubbio un circostanziato articolo, con espliciti riferimenti, fatti, nomi e cognomi, e spiega cosa è accaduto nell'ufficio del Gipdella sua città nella stagione di "Mani Pulite". Per riprendere l'efficace sintesi giornalistica: "Il pool escogitò il semplice ma efficace trucco di un 'registro' con lo stesso numero per tutti i reati che era così di competenza di un solo Gip: Italo Ghitti".
Sempre Salvini racconta come un fascicolo, in questo modo, con questo "trucco" gli viene sottratto; stessa cosa accade ad altri Gip, il tutto con la fattiva copertura e tolleranza dei Capi dell'ufficio: "Non era il tempo di seguire la strada giusta, ma di adeguarsi al mainstream". In guerra e in amore tutto è lecito, si dice. Ma appunto: in guerra e in amore; amministrare la giustizia, applicare le leggi, non rientra nelle pratiche belliche, e neppure in quelle amorose, checché ne possa pensare qualcuno. Ad ogni modo: reazioni? Sì, qualche isolata voce, presto silenziata. Per il resto, sostanziale fastidio, gelida indifferenza.
Un ulteriore passo indietro. A metà novembre Nino Di Matteo, magistrato attualmente membro del Consiglio Superiore della Magistratura, rilascia un'intervista a La7. Confessa un timore: "che si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l'attività del Consiglio superiore della magistratura e dell'intera magistratura... Con l'appartenenza alle cordate vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera e l'avversario diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare... La logica dell'appartenenza è molto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura".
Questa situazione dove (e chi) l'ha evocata e descritta prima di Di Matteo? Si deve recuperare un libro di grande successo, "Il sistema", lunga conversazione tra l'ex magistrato Luca Palamara e Alessandro Sallusti: "Le spiego una cosa fondamentale per capire che cos'è successo in Italia negli ultimi vent'anni", dice Palamara. "Un procuratore della Repubblica in gamba, se ha nel suo ufficio un paio di aggiunti e di sostituti svegli, un ufficiale di polizia giudiziaria che fa le indagini sul campo altrettanto bravo e ammanicato con i servizi segreti, e se questi signori hanno rapporti stretti con un paio di giornalisti di testate importanti - e soprattutto con il giudice che deve decidere i processi, frequentandone magari l'abitazione... Ecco se si crea una situazione del genere, quel gruppo e quella procura, mi creda, hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo interno. Soprattutto perché fanno parte di un ' Sistema' che lì li ha messi e che per questo li lascia fare, oltre ovviamente a difenderli".
Nella sostanza le affermazioni di Di Matteo e Palamara si possono sovrapporre, due "opposti" che coincidono. Ma Di Matteo dice anche altro, nel libro "I nemici della giustizia", scritto con Saverio Lodato. Quando si arriva alle pagine 75 e 76 si può leggere: "Una cordata sorta attorno a qualche magistrato, di solito un importante procuratore, che ha saputo acquistare nel tempo, e spendere, la sua autorevolezza e il suo prestigio per occupare spazi sempre più ampi di potere dentro e fuori la magistratura..." con lo scopo "di fidelizzare altri colleghi, alti esponenti delle forze dell'ordine, acquisendo un potere tale da riuscire a influenzare scelte e nomine all'interno della magistratura e persino delle forze di polizia. Cordate, non più correnti".
Ora idealmente si può far scendere idealmente in campo un altro personaggio, l'ex magistrato Ilda Boccassini. Ha scritto "La stanza numero 30. Cronache di una vita", di cui molto si è parlato e scritto, più che altro per il quarto capitolo: il racconto di una liason con Giovanni Falcone. Capitolo che fa perdere di vista il cuore dei problemi che questo libro pone. Perché in fin dei conti, cos'abbiano combinato sono affari di Boccassini e Falcone; si può al massimo eccepire che questa storia poteva restare nel cono d'ombra dove era relegato, conosciuta da pochi. Ma è la sostanza delle questioni che si è persa di vista.
La sostanza è il racconto di anni e anni di storia della magistratura, dei magistrati, del loro operare: il loro letterale trescare per acquisire e difendere postazioni di potere e carriera; le spartizioni, i boicottaggi, i servilismi: dal libro di Boccassini insomma, emerge un quadro desolante e desolato della magistratura, e di uffici giudiziari particolarmente importanti: quelli di Milano, Roma, Palermo, Caltanissetta. Del lato meschino e vanesio di magistrati ed ex magistrati famosi; i metodi di spartizione per l'attribuzione dei vertici apicali della magistratura da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Insomma: un contesto, una "scena" e tanti retroscena, deprimenti.
Significative queste 'concordanze' di personaggi così diversi, perfino opposti. Tutto ciò aggravato dal fatto che tutto ciò sembra scivolare come acqua su pietra liscia. Si può infine segnalare un'ulteriore, non meno grave "indifferenza", che evidentemente (mal) cela una diffusa ostilità: verso i sei referendum per una giustizia più giusta promossi da Partito Radicale e Lega. Hanno superato il primo ostacolo, il vaglio della Corte di Cassazione. Ora la parola spetta alla Corte Costituzionale; non potrà falcidiare l'intero pacchetto; potrà dichiarare che qualche quesito non può essere sottoposto a referendum popolare, ma bocciarli tutti e sei non è cosa. Dunque, se non saranno sciolte le Camere (evento non meno improbabile), a primavera ci si pronuncerà su importanti questioni di giustizia e di come la si vuole amministrare.
Che cosa attendono i mezzi di comunicazione, e in particolare quello che dovrebbe essere il servizio pubblico radio-televisivo, ad allestire spazi di informazione, confronto e dibattito tra sostenitori e avversari delle referendarie, non si capisce (o al contrario: lo si comprende bene). 'Conoscere per deliberare' è uno dei precetti di Luigi Einaudi: diritto alla conoscenza presupposto senza il quale non è data una vera democrazia.
Curioso, ma anche indicativo, che filosofi, giuristi, commentatori, dedichino tempo ed energie nella denuncia di rischi e pericoli più supposti che reali per la democrazia, in Italia, in Europa, nel mondo, a proposito di una Pandemia che sconvolge il pianeta; e non una briciola di attenzione sul fatto che una questione essenziale come la giustizia e il modo in cui si amministra è argomento tabù: è scattato un verboten a cui pochi volenterosi vogliono e sanno sottrarsi, rapidamente, implacabilmente, silenziati: ridotti come il protagonista del celebre dipinto del norvegese Edvard Munch.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 18 dicembre 2021
Requisitoria della procura, ultime fasi del processo sull'insabbiamento. "Si è voluto riscrivere una verità. Il politraumatizzato Stefano Cucchi che muore di suo, e sono riusciti a farlo credere, incredibilmente, per sei anni". C'è stata "una attività di depistaggio ostinata, che a tratti definirei ossessiva. I fatti che oggi siamo chiamati a valutare non sono singole condotte isolate ma un'opera complessa di depistaggi andati avanti fino al febbraio 2021. Un'opera sconcertante con la finalità non solo di depistare l'autorità giudiziaria, ma farlo anche da un punto di vista mediatico e politico. Fattori che hanno un rilievo enorme dato che nello stesso giorno in cui muore Cucchi, 4 carabinieri vengono indagati per concussione nei confronti di Piero Marrazzo".
Sono alcuni passaggi della requisitoria che il pm Giovanni Musarò ha pronunciato ieri nell'aula bunker di Rebibbia, a Roma, durante una delle ultime udienze del processo sui depistaggi seguiti alla morte di Stefano Cucchi. Imputati, 8 carabinieri tra i quali il generale Alessandro Casarsa, all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri della Capitale.
La procura di Roma, che ha aperto il fascicolo sui depistaggi durante il processo Cucchi bis conclusosi con la condanna dei carabinieri imputati, era presente ieri anche con il capo Michele Prestipino. Musarò ha evidenziato che solo uno degli 8 imputati, Colombo Labriola, allora comandante della stazione di Tor Sapienza, è stato collaborativo: "È l'unico che ha detto tutto, che non si è sottratto alle domande, che non ha scaricato la responsabilità sugli altri.
Ha accusato tutti gli ufficiali. E guarda caso è spuntata la testimonianza di un maresciallo finalizzata solo a dire che è inattendibile". In ogni caso, ha sottolineato il pm antimafia, "questo non è un processo all'Arma, ma ad 8 militari, e bisogna evitare qualsiasi strumentalizzazione". Nell'udienza fissata per la prossima settimana la procura presenterà le proprie richieste di condanna, poi sarà il turno alle difese per la requisitoria.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 18 dicembre 2021
Il delitto che ci ha cambiato. L'omicidio senza movente di una mamma e di un bambino, a Novi Ligure, per mano di due adolescenti, scatenò incubi e sgomento. Intatti anche oggi, a distanza di vent'anni. Fu la prima e unica volta che li vedemmo insieme. Non era il giorno della sentenza, che poi è la ragione di questo articolo, anniversario tondo, vent'anni fa la condanna di Erika e Omar, gli autori del delitto più atroce della storia recente e anche meno recente.
"Una cosa del genere accade al massimo ogni secolo, per fortuna" disse l'allora presidentessa del Tribunale dei minori, Graziana Calcagno, che fino all'ultimo ha continuato a pensarci, a quel fatto di cronaca ormai lontano, eppure ancora così aguzzo e presente nella memoria di tutti, anche di chi scrive. Per la sua enormità, per le domande che obbligava qualunque madre o padre di famiglia a porsi, sui propri figli, che dopo l'infanzia non sappiamo più chi sono, quasi estranei che si muovono silenziosi nella stessa casa, sul ruolo di un genitore. Per l'assenza di qualunque spiegazione e di un movente plausibile, che rimase come un monito, a futura memoria.
L'ultimo fotogramma - "Abbiamo perso la sicurezza degli affetti" scrisse Giuseppe De Rita sull'onda di una emozione collettiva. A distanza di così tanto tempo, il caso di Novi Ligure resta una verità troppo nuda e un mistero senza parole che neppure le condanne, e le nuove vite dei protagonisti e le indiscrezioni pettegole sul loro conto possono chiudere.
Anche perché da questo grumo originato dall'indicibile, dalla rottura di ogni tabù, uccidere la propria madre e il proprio fratello dodicenne che nel suo ultimo tema aveva scritto "Il mio miglior amico è mia sorella Erika" ben presto nacque un altro mistero che ancora oggi turba, suscita curiosità anche morbose, e riguarda solo e soltanto il rapporto tra un padre e una figlia. Tra un padre che non aveva più nulla se non la figlia che gli aveva preso tutto, ed era tutto quel che gli rimaneva. Così è giusto tornare all'unico fotogramma che almeno nella memoria li ritrae entrambi, perché in realtà a parte qualche sguardo rubato dal pertugio di una porta, quell'incontro ce lo raccontarono gli avvocati e gli uscieri del tribunale.
Il massimo della pena - Era l'udienza dell'11 dicembre 2001, mattina di sole ghiacciato, una folla di cronisti e telecamere a battere i piedi per il freddo, come al solito in attesa davanti al palazzo basso e squadrato di corso Unione Sovietica, dove si teneva il processo. Il pubblico ministero aveva appena formulato la richiesta di condanna. Il massimo della pena, venti anni per lei, 16 per il suo complice Omar Favaro. Al quale è sempre stata assegnata la parte del paggio, del fidanzato sottomesso, quasi fosse una nota a margine, quando invece nel suo stato apparente di imperturbabilità rappresentava un personaggio ancora più inquietante. Due giorni dopo il delitto, il mondo intero stava ancora cercando gli albanesi accusati da Erika. Ben presto si scoprirà che uno era una celebrità del bowling di Novi Ligure, e la sera del delitto stava facendo strike in compagnia di altre trenta persone, mentre l'altro era così reale che quando i carabinieri le avevano mostrato sia l'identikit di Michele Profeta, il serial killer di Padova, che una foto di Michele Placido, lei aveva risposto sicura che "era lui", in entrambi i casi.
La Lega e il ragazzo sul muretto di Novi - Intanto la Lega Nord faceva fiaccolate di protesta contro l'immigrazione clandestina "che porta gli assassini in casa nostra". Un bravo e rimpianto cronista del Messaggero, Mario Menghetti, si era messo in testa di fare un reportage sui ragazzi del muretto di Novi ligure, cosa ne pensavano di quel delitto così tremendo avvenuto a pochi metri dal loro luogo di ritrovo abituale. Era rimasto colpito da un adolescente che fumava e rideva, fumava e rideva, e intanto prendeva in giro i giornalisti, dicendo "minchia speriamo che li prendono", che l'unica legge è quella del taglione, e che "ai criminali che avevano fatto quel macello bisognerebbe tagliarci le balle".
La verità - Quel ragazzo si chiamava Omar Favaro. E da lì a poche ore sarebbe stato convocato in caserma con un pretesto insieme a Erika, rimanendo solo con lei in una stanza per qualche ora, senza sapere di essere ascoltato. E qui sarebbe facile ricopiare le intercettazioni, il dialogo tra due ragazzi che si rendono conto di aver colmato la misura dell'orrore con la tortura inflitta al povero Gianluca, che aveva 12 anni e idolatrava sua sorella e mentre si dibatteva nella vasca da bagno aveva strappato il coltello ai suoi carnefici e fu convinto con un sotterfugio dalla sorella a restituirlo, perché ancora si fidava di lei. "Io penso a tuo fratello..." "Eh, minchia aveva solo dieci anni vissuti, mio fratello. Poi ha urlato, quando uno lotta per..." "È un bambino, cazzo".
Gianluca, 12 anni, una delle due vittime, nel suo ultimo tema aveva scritto: "il mio migliore amico è mia sorella Erika" - Mesi dopo il delitto e la sentenza, un criminologo oggi volto noto della televisione che cominciò la sua ascesa mediatica proprio con il delitto di Novi Ligure, volle far sfoggio della sua conoscenza del caso gettando sulla sua scrivania le foto della scena del crimine, per mostrarle al giornalista che lo stava intervistando.
Sono passati molti anni, e molte altre storie, piccole e grandi. Ma ancora oggi, mi capita di sognare quelle immagini in bianco e nero. Gli occhi spalancati di Susy Cassini, la madre di Erika. Erano gli occhi di chi stava provando non solo lo strazio del proprio corpo, ma anche l'orrore di quel che stava accadendo. Quella donna morì sapendo che anche suo figlio stava per morire. E poi, il corpo martoriato di quel bambino.
L'abbraccio paterno - Una volta ogni secolo, davvero. Ma anche quel giorno, alla vigilia della sentenza, nessuno chiese di Omar. I suoi avvocati uscirono dall'aula pressoché indisturbati. Contavano solo Erika, e quel padre, l'ingegner Francesco De Nardo, che si trovava in una situazione incredibile, tanto paradossale quanto tragica. Non volle entrare in aula. Attese in corridoio, seduto su una panca. Lui non se la sentì di ascoltare la requisitoria, di risentire la storia di un massacro che era anche la sua storia. L'udienza precedente, quando il giudice gli aveva chiesto se voleva dire qualcosa sul futuro della figlia, aveva detto che preferiva non parlare, non se la sentiva. Poi aveva iniziato a piangere in modo sommesso.
Francesco De Nardo parlò solo una volta: "io sono tutto quello che resta a mia figlia e lei tutto quello che resta a me" - Nessuno aveva osato avvicinarsi a lui, neppure l'avvocato Mauro Boccassi di Alessandria, un galantuomo che in quei mesi di tempesta e di dolore fu per lui molto più di un semplice legale. Dopo aver sentito le richieste dei pubblici ministeri, fu invece Erika a scoppiare in lacrime e singhiozzi. Si spalancò la porta, e lei - la intravedemmo per un attimo soltanto, indossava un piumino con il collo di pelliccia, aveva una espressione stravolta, stava urlando qualcosa che non riuscimmo a udire - si buttò tra le sue braccia.
"Che cosa avreste fatto al posto del padre?" - Sui giornali dei giorni seguenti, molti si chiesero cosa avrebbero fatto al posto di quel padre. Mollarla? Lasciarla cadere? Darle una sberla? Francesco De Nardo invece la abbracciò. E le disse di farsi coraggio, ripetendo a sua figlia che non bisognava arrendersi. La tenne stretta, come aveva cominciato a fare subito dopo la scoperta che era stata lei, e come avrebbe continuato a fare negli anni, con una risolutezza che non hanno mai avuto deroghe o concessioni. Come se salvare quella figlia considerata da tutti un mostro per quel che gli aveva fatto fosse diventato per lui l'ultima ragione di vita, una missione da compiere per redimere, per espiare, forse l'unico modo per salvare entrambi.
Quell'incontro e quei gesti rappresentarono un sigillo. Non importa se fu per stanchezza, per paura e per vero dolore, ma il pianto di Erika, per quanto giudicato con severità dai media, che avevano ancora negli occhi il racconto delle atrocità nella villetta di Novi Ligure, fu il primo segno di una consapevolezza, il primo passo di un percorso. Da quel momento, da quando fu pronunciata la sentenza di condanna, la figlia uscì di scena, come era giusto che fosse. Ogni tanto il suo nome riaffiorava sulle cronache, qualche foto rubata, qualche dettaglio sulla sua nuova vita. Nel 2011, quando finì di scontare la sua pena e tornò libera, sui social dell'epoca apparvero commenti sdegnati, gruppi Facebook contrari alla scarcerazione raccolsero in poche ore migliaia di iscritti. L'unico che in qualche modo non è mai andato via è l'autore di quell'abbraccio. Il vero mistero, così semplice nella sua nobiltà d'animo da apparire di difficile comprensione per chiunque altro non abbia avuto la sventura di vestire i suoi panni, è proprio lui, il padre.
Un uomo salvo per caso - Quel 21 febbraio 2001, l'ingegner De Nardo era uscito per il calcetto del mercoledì. Fece un po' tardi, e questo lo salvò. Dirigeva lo stabilimento dolciario della Pernigotti, viveva con la famiglia in una villetta di proprietà nella zona residenziale di Novi ligure. Aveva una buona posizione economica, era sposato con Susy, la compagna di sempre dai tempi della scuola. Una coppia che aveva una figlia adolescente e un po' complicata, nulla che facesse presagire quel che poi accadde, e un bambino, Gianluca, al quale il padre aveva trasferito la sua passione per l'Inter. La domenica seguente, sarebbero andati insieme a vedere la sfida con la Juventus. Una famiglia normale, uguale a tante, magari anche alla nostra. Forse per questo, la voglia di sapere e di guardare del pubblico e dei media fu per una volta meno riconducibile a una curiosità morbosa e più a uno sgomento collettivo.
La strada che scelse quel padre fu quella di incamerare il dolore e l'orrore per dedicare ogni energia e salvare quanto era possibile - E lo stesso sentimento che ha reso questo delitto un evento a parte, separato dagli altri celebri casi di cronaca nera del nuovo secolo. Perché guardare nell'abisso, non è mai facile. Francesco De Nardo lo ha fatto. E forse, non ha mai avuto altra scelta che questa. Quando dopo una attesa interminabile il maresciallo della caserma si affacciò al cancello per dire "li hanno arrestati, sono stati loro", la folla di trecento persone che si era assiepata sul prato di fronte si spense all'improvviso. Andarono via tutti, in un silenzio dove galleggiavano stupore, smarrimento, paura. In un angolo del cortile, stretto nel suo Loden blu, l'ingegnere osservò quella ritirata con una espressione spaesata in volto. La mattina seguente ci sarebbero stati i funerali di sua moglie e del piccolo Gianluca. Quella notte, conclusi il mio articolo sostenendo che dal momento in cui lo avevano convocato per dirgli, a lui per primo, che era stata sua figlia, era diventato l'uomo più solo e triste del mondo.
"Non è vero che sono solo" - Mesi dopo, erano passate da poco le 23, ero al giornale, feci un tentativo. Entrai in un ufficio vuoto, era quello di Mario Luzzatto Fegiz, il nostro critico musicale. Composi il numero. De Nardo rispose. La prima cosa che disse fu che non avrebbe mai parlato, che non avrebbe mai rilasciato una intervista in vita sua. Ma andò avanti, con uno sfogo. E cominciò proprio contestando la mia affermazione finale contenuta in quell'articolo. "La mia vita è stata spazzata via da un tornado" disse. "Ma non è vero che sono solo e disperato. Voi giornalisti vi ostinate a non capire che io ho ancora lei, ho Erika. E farò di tutto per proteggerla, finché rimarrò al mondo". Sono le cose che poi gli sono state messe in bocca tante volte per interposta persona, ma è tutto quel che c'è da sapere, per capire le ragioni di quell'abbraccio, della scelta di Francesco De Nardo, per avere rispetto e non giudicare i suoi comportamenti. Quell'uomo voleva sparire, come poi fece, ma leggeva tutto, si informava. Sapeva che noi, e l'Italia, lo stava guardando, e lo giudicava, in gran parte senza comprenderlo.
Chiese ogni dettaglio della strage - Fecero discutere le intercettazioni durante il primo colloquio in carcere dove chiede alla figlia in che modo avesse colpito le sue vittime, in cui le chiede di raccontargli ogni minimo dettaglio di quella strage. Un attimo dopo il dissequestro, tornò a dormire in quella casa. La Pernigotti gli offrì con discrezione la propria impresa di pulizie per lavare la villetta della strage. Lui rifiutò, e fece da solo. Ci mise quasi due giorni, per scrostare il sangue di sua moglie di suo figlio dai pavimenti e dalle pareti della villetta. Nel maggio del 2001 invitò a cena i tre consulenti di parte scelti per la perizia psichiatrica su Erika. Preparò la carne alla brace sul barbecue, come faceva nei giorni felici con la sua famiglia. Sullo stesso prato, proprio accanto al vialetto dal quale fuggirono i due assassini. Quando uno degli ospiti chiese se poteva avere un bicchiere d'acqua, indicò la cucina, il posto dove era stata massacrata sua moglie. Lo psicologo disse che non se la sentiva di entrare lì dentro. Lui annuì. Si alzò, e ritornò con una caraffa d'acqua.
La scelta: non curarsi di quel che pensa la gente - La verità è che a Francesco De Nardo non è mai interessato quel che pensava la gente di lui. Divenne un personaggio per contrasto, con il suo silenzio, con la sua integrità quasi fuori dal tempo. A chi vent'anni fa gli consigliava di aspettare, di riflettere prima di prendere decisioni, ha sempre risposto che aveva già deciso quella notte in caserma, quando gli dissero chi era la persona che gli aveva portato vie le cose più preziose che un uomo può avere, quando si affacciò sull'abisso. Avrebbe potuto rinnegare sua figlia, vendere tutto, andarsene via. Ma nelle sue condizioni, l'unica cosa che poteva davvero fare un uomo così ferito, pieno di dignità, di dubbi, forse di sensi di colpa, era continuare a essere un padre. E per farlo doveva andare a ritroso, seguendo una sua strada solitaria, non risparmiarsi nulla, incamerare dentro di sé tutto quel dolore e quell'orrore, per esorcizzarlo per dedicarsi con tutto sé stesso a Erika.
Si è battuto per il silenzio stampa - Si è battuto come un leone, per imporre il silenzio stampa, per spegnere il rumore di fondo ogni volta che tornava a farsi sentire, convincendo sua figlia a seguirlo su questo terreno, far sparire ogni traccia, scomparire come unica condizione per poter ricominciare. Non tutti hanno approvato questa scelta di vita quasi monastica, centrata su una figlia il cui nome per molti è ancora oggi sinonimo di un diavolo moderno. Ancora di recente, durante un talk show venne accusato di aver praticato la rimozione come medicina di per sé stesso, ammesso e non concesso che questa fosse una colpa. "Io non devo per forza capire perché lo ha fatto" disse durante quella telefonata. "Nelle mie condizioni, capire è un lusso", usò questa espressione, aggiungendo che sarebbe venuto il momento di affrontare quella sua battaglia privata, ma dopo. Non c'era alcun mistero, disse. "In fondo è semplice: io sono suo padre, sono tutto quel che le rimane, lei è tutto quel che mi resta". Anche questa rievocazione gli procurerà un fastidio profondo, come ogni refolo di notorietà che si solleva sul delitto di Novi ligure. Ma se dovesse mai arrivare in fondo a queste righe, sappia l'ingegner De Nardo che in questi lunghi anni lo abbiamo pensato spesso, augurandogli una vita finalmente serena, per quanto possibile. Perché poche persone lo meritano più di lui.
- Modena. Rivolta al carcere Sant'Anna, tre nuovi racconti di pestaggi
- Torino. "Sciopero del carrello" dei detenuti: protesta su qualità del cibo e sovraffollamento
- Milano. "Rimediare alle ingiustizie che la giustizia può produrre"
- Pubblicate le motivazioni "etico-sociologiche" della condanna a Lucano
- Caltagirone (Ct): Apprendi e Leone, dell'Osservatorio di Antigone, in visita al carcere









