di Peppe Aquaro
Corriere della Sera, 27 luglio 2021
La decisione dell'Associazione internazionale per il contrasto al fenomeno dello sfruttamento. Cinquanta lavoratori extracomunitari saranno assunti nell'azienda agricola Prima Bio di Rignano Garganico
"Ai nostri braccianti, se permettete: stavolta pensiamo noi". Suona più o meno così la decisione di No Cap, l'associazione internazionale per il contrasto al caporalato e allo sfruttamento del lavoro, di selezionare i cinquanta braccianti extra-comunitari che saranno assunti dall'azienda agricola Prima Bio, di Rignano Garganico, nel Foggiano, con un regolare contratto stagionale, per la raccolta di pomodori nella stagione 2021-22. L'iniziativa rappresenta un passaggio importante dell'accordo stipulato un paio d'anni fa tra il gruppo Megamark di Trani, a cui fanno capo ben 500 supermercati nel Mezzogiorno, e No Cap, l'associazione fondata nel 2017 dall'ingegnere camerunense Yvan Sagnet, arrivato in Italia, a Torino, per studiare (si laureerà nel 2013), e trasferitosi in Puglia, nelle campagne di Nardò, per lavorare e mangiare.
Si devono all'ingegnere 36enne: la presa di coscienza dei braccianti sfruttati, il primo processo in Europa nei confronti dei presunti caporali e imprenditori agricoli e, soprattutto, l'introduzione in Italia del reato di caporalato. Da allora, Sagnet ed i suoi collaboratori sono riusciti a mettere su la prima filiera bio-etica contro il caporalato. I cinquanta braccianti alloggeranno nel villaggio Don Bosco (gestito dalla comunità Emmaus, fondata alla fine degli anni '70 da sacerdoti salesiani illuminati, tra i quali don Nicola Palmisano), e avranno una paga di 70 euro lordi al giorno per sei ore e mezzo di lavoro; oltre ad essere accompagnati, gratuitamente, nei campi del Gargano.
"Anche i cittadini possono fare la loro parte, scegliendo di comprare prodotti etici e permettendo quindi a modelli virtuosi di crescere nel tempo", ricorda Sagnet. A proposito di filiera etica, il raccolto sarà poi trasformato da Prima Bio in passate di pomodoro biologico con marchio di qualità etico "Iamme", e distribuite nei supermercati del Gruppo Megamark, che si è fatto carico delle 500 borracce termiche distribuite in questi giorni di caldo torrido ai lavoratori della rete No Cap in Puglia, Basilicata, Sicilia, Calabria e Campania.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 27 luglio 2021
Dopo l'appello dei genitori della ragazza di Feltre per interrompere le cure alla figlia in stato vegetativo, parlano Englaro, Cappato e D'Avack. "Giusto rispettare la volontà di Samy". "Mi vengono i brividi al pensiero di ciò che dovranno affrontare i genitori di Samantha. È l'inizio di un inferno. Rivivo passo dopo passo il mio calvario con Eluana. Oggi c'è una legge, è vero, lo dobbiamo, anche, a Eluana. Ma senza una volontà scritta l'unica speranza per Samantha è che magistrati più umani di quelli che ho incontrato nel mio disperato cammino, accolgano la ricostruzione delle sue volontà fatta dai genitori".
Beppino Englaro è turbato e addolorato e non lo nasconde. Le analogie della vicenda di Samantha D'Incà, la ragazza trentenne di Feltre in stato vegetativo dopo un semplice intervento ortopedico, con la tragedia di sua figlia Eluana, sono tante, simili e tristi allo stesso modo. (A 22 anni, nel 1992, Eluana, studentessa universitaria, rimase in coma dopo un grave incidente stradale. Aveva sempre dichiarato di non voler vivere in uno stato di dipendenza e di incoscienza). La differenza tra i giorni di Eluana e i nostri giorni è però la presenza di una legge, la numero 219 del 2017.
Grazie infatti all'implacabile battaglia di Beppino Englaro per dare dignità ad Eluana, a cui furono sospese la nutrizione e l'idratazione dopo 17 anni di processi e contro-processi, oggi in Italia abbiamo una legge sulle "Dat", ossia le disposizioni anticipate di trattamento. Ognuno di noi, quando è ancora nella piena facoltà di sè, può attraverso un testamento biologico dichiarare a quali terapie vorrà essere sottoposto, nel caso si trovasse in uno stato in cui non riuscisse più ad esprimere le proprie volontà. Una conquista, una legge di civiltà, che prevede, ad esempio, anche la cessazione della nutrizione e idratazione artificiale. Ossia quelle terapie che oggi all'ospedale di Feltre tengono in vita Samantha D'Incà.
Terapie che i genitori chiedono di interrompere perchè, affermano, mai Samy avrebbe voluto vivere in questo stato di incoscienza e dipendenza. Già, ma Samantha, come il 90 per cento degli italiani un testamento biologico non l'ha mai depositato. E cosa accade allora? C'è una speranza, uno spiraglio della legge?
Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, cui si deve l'attivismo instancabile che ha portato alla legge sul fine vita, afferma che al di là della legge sulle "Dat" esiste la concreta possibilità di far rispettare le volontà di Samantha. "Il fine vita è una buona legge, ma per essere applicata deve esistere un testamento biologico. È il presupposto su cui si fonda, non è una carenza. In mancanza di questo non è impossibile però interrompere i trattamenti, esattamente come è avvenuto per Eluana Englaro". Certo, Giorgio e Genzianella, genitori di Samantha dovranno "affrontare un processo, è naturale che lo Stato verifichi che quella fosse la volontà della ragazza". Ma basandosi sull'articolo 32 della Costituzione, "nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario, la legge non può violare il rispetto della persona", secondo Cappato è possibile che per Samantha arrivi, in via giudiziaria, la fine delle sofferenze. Il cuore del problema che la storia di Samy ci spinge brutalmente davanti agli occhi è però un altro: la totale mancanza di informazione in Italia della legge sul biotestamento.
"È una legge sepolta, gli italiani non ne sanno nulla, non sanno dove si compilano i moduli, dove si depositano, cosa sono le Dat. Un colpevole silenzio delle istituzioni che porta a casi drammatici come quello di Samantha". Un silenzio che circonda oggi, denuncia Marco Cappato, anche la battaglia referendaria per l'eutanasia, per la quale si devono raccogliere cinquecentomila firme. "Abbiamo le file ovunque davanti ai nostri banchetti, ma nessuno ci ha invitati in televisione a parlarne. Non è boicottaggio anche questo?".
Per Lorenzo D'Avack, presidente del Comitato per la Bioetica è invece all'interno della legge che esiste la strada per far rispettare le volontà non scritte. "L'articolo 9 prevede che si possa agire in nome di minori o di persone incapaci, attraverso un rappresentante legale. E nei casi dove è acclarata la sofferenza, la giurisprudenza va verso l'autorizzazione allo stop delle cure, come dimostra la Consulta su di Dj Fabo. Credo che i genitori di Samantha possano legittimamente ottenere ciò che Samantha desiderava".
gonews.it, 27 luglio 2021
Il rap per dare un megafono a chi voce non ce l'ha: si terrà giovedì 29 luglio il secondo appuntamento di "Stream Talks - flussi d'arte tra carcere e città", eventi sul delicato tema del rapporto tra arte e legalità della compagnia Interazioni Elementari, guidata da Claudio Suzzi. In diretta social dall'Istituto Penale per i Minorenni "G. Meucci" di Firenze, in programma alle ore 16.00 'Sbarre Mic check', protagonisti i ragazzi che partecipano al laboratorio rap in carcere della Cooperativa CAT che dal 2007 usa la musica come forma espressiva per elaborare idee e far sentire la propria voce.
Il rap è strumento di espressione, possibilità di comunicare in maniera semplice e diretta: bastano un microfono, una cassa e una base per tradurre in modo immediato l'urgenza di farsi ascoltare e capire. L'evento sarà trasmesso sui canali social della compagnia (@interazioni.elementari). La performance sarà introdotta da Claudio Suzzi, direttore artistico della compagnia Interazioni Elementari, Daniele Bertusi della Cooperativa CAT che presenterà il laboratorio per dare poi voce ai ragazzi con le interviste a cui seguirà il concerto vero e proprio.
Dopo il live, ci sarà spazio per un dibattito condotto da Sara Corradini di CAT a cui interverranno altri ospiti. Grazie ai due operatori coinvolti (un educatore ed un tecnico musicale), il laboratorio si sviluppa sul doppio binario, da una parte la musica, con la trasmissione di competenza tecniche nella creazione musicale, e dall'altra l'interazione fra pari: i membri della crew si scambiano esperienze e competenze, collaborano e crescono, come individui e come gruppo.
"La cultura dell'hip hop da quasi 50 anni favorisce il superamento degli spaccati della provenienza geografica, nazionale e internazionale in un mondo che non ha barriere di sorta, a parte quelle della cella. Ma dalla cella si può uscire, migliori e insieme. - dicono gli operatori di CAT - Attraverso uno sforzo positivo nel quale ognuno può imparare dall'altro, dove si capisce l'importanza del saper aspettare e saper ascoltare, in armonia, esercitando concentrazione, cura, calma, continuità e perseveranza. Il rap è un antidoto alla frustrazione".
Il rap è strumento espressivo ed educativo unico, e sperimentato dalla CAT con successo da una ventina di anni in vari contesti, dai servizi educativi di strada ai centri giovani, ma anche e soprattutto in un contesto chiuso e 'totalizzante' come il carcere. Oltre alll'Istituto penitenziario per minori (IPM Meucci) di Firenze, viene portato avanti anche nell'Istituto Mario Gozzini, finanziato dalla Regione Toscana-Settore spettacolo, dal 2014. "Stream Talks - flussi d'arte tra carcere e città" della compagnia Interazioni Elementari cerca di creare un ponte tra carcere e città, dentro e fuori, due luoghi che vengono uniti grazie al digitale.
Il prossimo appuntamento in programma, incentrato sull'arte urbana, si terrà il 16 settembre e vedrà la partecipazione dell'artista Clet Abraham, ospite alla presentazione del laboratorio di arteterapia condotto dall'Associazione di Promozione Sociale Progress all'interno dell'Istituto. Fino a dicembre poi, si terranno incontri, laboratori, spettacoli in cui giovani attori detenuti entreranno in contatto con il mondo esterno, grazie alla diretta streaming dal carcere minorile di Firenze; viceversa, la città potrà toccare con mano l'attività all'interno dell'I.P.M. Meucci di Firenze.
L'iniziativa nasce con l'intento di educare e formare i giovani ospiti dell'istituto penitenziario ai mestieri dello spettacolo, con particolare attenzione alla formazione dell'attore. Il teatro risponde quindi a due bisogni fondamentali del carcere minorile: comunicare con l'esterno, in un'ottica di superamento dei pregiudizi e delle differenze, e lavorare quotidianamente per imparare un mestiere in grado di aprire strade future. Per tutto il periodo, saranno svolti percorsi di orientamento e formazione nel campo dei mestieri dello spettacolo.
A chiusura del percorso, che sarà svelato nei prossimi mesi, il debutto della nuova produzione "One Man Jail - Le prigioni della mente", per la regia di Suzzi, in cui i giovani attori detenuti, pur senza uscire dal carcere, avranno la possibilità di recitare in un vero teatro, in modo tale da presentare al pubblico il risultato del lavoro artistico svolto dal gruppo durante l'anno. "Streaming Theater: un ponte tra carcere e città", ha vinto il bando Giovani al Centro nell'ambito del programma GiovaniSì, il progetto della Regione Toscana per l'autonomia dei giovani ed è sostenuto finanziariamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ministero delle Politiche Giovanili, dal Ministero Della Giustizia - Dipartimento Giustizia Minorile di Comunità, dal Comune di Firenze, dalla Fondazione CR Firenze e dall'azienda Publiacqua S.p.A. attraverso il proprio Bando Cultura 2020. Importante presenza è quella del Media Sponsor: Linkem S.p.A. Tutte le attività della Compagnia Interazioni Elementari sono sostenute dall'Istituto Penale per i Minorenni "G. Meucci" di Firenze, di cui si ringrazia la Direttrice Antonella Bianco, gli educatori dell'Area Tecnica Pedagogica e tutto il Corpo di Polizia penitenziaria.
di Matteo Garavoglia
Il Manifesto, 27 luglio 2021
Nord Africa. Dopo le ingenti manifestazioni di domenica, il presidente Saied dichiara l'emergenza e si arroga i poteri dello Stato. Nella "giornata della rabbia" in diverse città prese d'assalto le sedi dell'islamista Ennahda che parla di colpo di stato.
25 luglio 2021, in Tunisia è la festa della Repubblica. Sono le 23 quando il presidente Kais Saied decide di premere il bottone rosso di emergenza congelando per almeno 30 giorni le attività parlamentari, togliendo l'immunità ai 217 deputati dell'Assemblea dei rappresentanti del popolo e arrogando su di sé i compiti dell'esecutivo. La decisione arriva dopo quella che verrà ricordata nei prossimi anni come "la giornata della rabbia". Un vero e proprio spartiacque per il percorso di transizione democratica.
La giornata di domenica ha rispecchiato sul campo le tensioni che dalla fine dell'anno scorso stanno interessando la presidenza della Repubblica da una parte e il governo di Hichem Mechichi, sostenuto in maggioranza dal partito di ispirazione islamica Ennahda, dall'altra. Fin da sabato gli accessi alle arterie principali di Tunisi erano bloccati. Il giorno dopo il paese si è risvegliato con una serie di manifestazioni che hanno coinvolto tutte le città principali dalla costa all'entroterra, a partire dalla capitale con un'ingente manifestazione di fronte al parlamento per chiedere le dimissioni dell'ormai vecchio governo.
Ricostruire chi abbia convocato la cosiddetta "giornata della rabbia" è difficile. Resta il dato che migliaia di persone si sono riversate per strada, in maniera ancora più ingente rispetto ai movimenti di gennaio 2021 che hanno portato all'arresto di oltre 2mila persone.
Alle immagini degli slogan protestatari e degli arresti, che ancora una volta hanno riacceso il dibattito sulla violenza della polizia, stavolta l'elemento di novità è stato l'assalto alle sedi regionali di Ennahda. Da Sousse a Tozeur a Sfax, i manifestanti hanno staccato le insegne del partito e occupato i locali della formazione islamica, partito che fin dal 2011 ha dettato l'agenda politica al paese diventando uno dei simboli principali della Tunisia odierna.
Simboli che si sono manifestati anche nell'eterna crisi economica che interessa Tunisi da anni, nelle rivendicazioni sociali del 2011 mai prese in considerazione, in una gestione catastrofica dell'emergenza sanitaria di Covid-19 e in uno scontro aperto con la presidenza della Repubblica. Tutti questi elementi hanno portato al 25 luglio e alle ore successive.
Quando, per esempio, nella notte tra domenica e lunedì il leader storico di Ennahda Rachid Ghannouchi ha provato in quanto presidente del parlamento a entrare nel suo ufficio al Bardo, in quel momento già presidiato dall'esercito. Gli stessi militari, inoltre, stanno assistendo da ieri agli scontri tra i sostenitori del presidente e quelli del partito islamico di fronte all'Assemblea.
Nel frattempo Saied aveva già convocato i vertici delle forze armate a palazzo di Cartagine; rilasciato un comunicato con cui dichiarava l'applicazione dell'articolo 80 della Costituzione per prendere tutte le misure necessarie per fare fronte a questa "situazione eccezionale"; fatto decadere il primo ministro Mechichi, suo vecchio alleato; preso su di sé gran parte delle funzioni governative. Tra 30 giorni esatti dovrebbe essere la corte costituzionale a sentenziare l'effettivo grado di eccezionalità della situazione. Unica cosa: la corte costituzionale non esiste.
Saied infine si è recato in avenue Bourguiba a Tunisi, teatro principale nel 2011 della Rivoluzione della dignità e della libertà, dove ha sede il ministero dell'Interno. Ad attenderlo un bagno di folla che ha accolto con estremo favore ciò che in molti hanno definito un chiaro "colpo di Stato".
Dalla strada - che ha anche assistito all'irruzione della polizia nei locali dell'emittente televisiva Al Jazeera - ora si è passati alle dichiarazioni di appoggio o condanna in quella che si sta trasformando in una partita a scacchi. Da una parte il fronte compatto di Ennahda, l'Ufficio del parlamento, diversi partiti di governo e opposizione, organizzazioni della società civile e molti costituzionalisti. Dall'altra i sostenitori fedeli di Saied, che nel 2019 lo hanno votato in quanto volto nuovo della politica tunisina, e il sindacato più importante del Paese, l'Ugtt, dopo diverse ore di riflessione. A dieci anni dalla cacciata di Ben Ali, la Tunisia entra nella sua fase più incerta. A cominciare da un coprifuoco nazionale dalle 19 alle 6 imposto nella tarda giornata di ieri dal capo di Stato.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 27 luglio 2021
"Non è un golpe, misure necessarie per salvare il paese" ha detto il capo dello stato, sceso in piazza tra i manifestanti. Disordini con feriti davanti alla sede dell'assemblea. Coprifuoco notturno fino al 27 agosto, con divieto di assembramenti di più di tre persone.
Si aggrava la crisi politica in Tunisia, travolta da una grave crisi economica e da un'ondata di contagi di Covid. Il presidente della repubblica Kais Saied ha destituito il primo ministro Hichem Mechichi e sospeso i lavori del parlamento per trenta giorni. "Non è un colpo di stato, verranno prese misure necessarie per salvare il Paese" ha detto Saied, sceso in strada tra la folla per le strade della capitale. Il presidente ha anche decretato il coprifuoco a partire da questa sera dalle 19 alle 6 del mattino fino al 27 agosto 2021. Vietati anche gli spostamenti tra le città al di fuori degli orari di coprifuoco, salvo necessità. Proibiti gli assembramenti di più di tre persone nei luoghi e spazi pubblici. Saied ha disposto anche la sospensione del lavoro nelle amministrazioni centrali per due giorni a partire da domani per poter consentire ai dirigenti l'organizzazione del lavoro a distanza dei propri agenti.
Il presidente ha motivato la sospensione, per un mese, con l'articolo 80 della Costituzione. Il ricorso a queste norme sarebbe permesso nel caso di pericolo imminente per il Paese. Saied ha detto che nominerà un nuovo capo di governo nei prossimi giorni. Ci sono stati scontri e arresti ma una parte della classe politica denuncia il golpe: "È un colpo di Stato contro la rivoluzione", ha accusato il partito islamista moderato Ennahda. Immediata la replica di Saied, per il quale "chi parla di colpo di Stato dovrebbe leggere la Costituzione o tornare al primo anno di scuola elementare, io sono stato paziente e ho sofferto con il popolo tunisino". Saied ha nominato un suo fedelissimo al vertice del ministero dell'interno; altrettanto sarebbe intenzionato a fare per i dipartimenti della difesa e della giustizia. Una nota del Parlamento invece ritiene che tutte le decisioni assunte da Saied siano nulle alla luce della Costituzione del Paese.
La crisi si sta trasformando in un braccio di ferro istituzionale: il presidente del parlamento Rachid Gannouchi si rifiuta di accettare la destituzione e resta davanti alla sede dell'assemblea, secondo quanto riferiscono le radio locali. Vengono segnalati disordini, tra opposte fazioni, proprio all'esterno del parlamento. Ci sono alcuni feriti. In tarda mattinata l'esercito è stato schierato davanti alle principali sedi politiche. Anche la sede a Tunisi della tv araba Al Jazeera è stata presa d'assalto da reparti della polizia; il personale, secondo una nota della stessa tv, è stato costretto a lasciare il lavoro. Anche ai dipendenti è stato impedito di entrare. Gannouchi ha detto che il Parlamento non è stato consultato e ha paragonato la decisione del presidente della repubblica "a un colpo di Stato".
La Tunisia è alle prese con la sua più grave situazione dal 2011, anno delle cosiddette "primavere arabe". Il partito di governo Ennahda, di orientamento islamico moderato, non è riuscito a fronteggiare né la crisi economica, né la pandemia che nel Paese ha fatto oltre 18.000 morti. A questa situazione è legata la ripresa degli sbarchi di cittadini tunisini in Italia (oltre il 40% degli arrivi nel 2020) che sta proseguendo da oltre un anno. L'anno scorso sono stati circa 14.000 contro i 3.600 del 2019. Nei giorni scorsi c'erano state numerose manifestazioni di protesta in piazza ed erano state chieste le dimissioni del governo. Vengono segnalati assalti in diverse città del Paese a sedi del partito Ennahda.
di Carlo Petrini
La Stampa, 27 luglio 2021
La trasformazione di tutto il sistema alimentare è un'esigenza indilazionabile. Questa è la premessa con cui è iniziato ieri a Roma il pre vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari. Un cambiamento che esige riflessioni e mutamenti profondi adeguati a contrastare le sfide che abbiamo dinanzi. Sfide che riguardano il sistema ambientale, la vita delle nostre comunità e la salvaguardia degli ecosistemi, che allo stato attuale sono severamente compromessi. Da questo punto di vista, i sistemi alimentari giocano senz'altro un ruolo determinante. Approfittare di un vertice internazionale per affrontare queste tematiche è senz'altro un segnale forte e virtuoso.
Tuttavia, se questo appuntamento non ha la capacità di mettere in luce alcune priorità che sono assolutamente fondamentali, allora rischia di essere un appuntamento non sufficientemente utile per la trasformazione di cui necessitiamo. È importante dunque mettere alcuni punti fermi affinché i risvolti di questo appuntamento siano positivi e portino a un concreto cambio delle politiche alimentari globali e dei sistemi che da esse dipendono.
Vorrei quindi soffermarmi su tre aspetti che a mio modo di vedere non possono più essere rimandati e che hanno bisogno di trovare spazio all'interno dell'agenda del vertice. Il primo è l'esigenza non di uscire dagli imperativi che ci impone un'economia, a mio modo di vedere, profondamente lesiva nei confronti della qualità dell'ambiente e dei rapporti sociali. Un'economia basata sull'egemonia della crescita, del profitto e del capitale finanziario. Affermare che debba esistere come punto di riferimento l'interesse pubblico, e con esso la priorità dei beni comuni e dei beni relazionali, è una condizione preliminare per affrontare queste sfide. Non possiamo vincerle se non c'è un cambio radicale dei paradigmi economici e finanziari che hanno contribuito a creare l'attuale situazione drammatica in cui ci troviamo a vivere.
Il secondo punto è la riaffermazione non solo di principio, ma di sostanza, della centralità dei titolari dei diritti umani. Nel settore alimentare si manifestano tutt'ora gravi forme di sfruttamento, addirittura paragonabili a schiavitù, che non possono essere tollerate nel Ventunesimo secolo. Una centralità che diventa fondamentale per avviare qualsiasi discussione, al punto tale che deve essere sottoscritta da tutti come impegno decisivo per la trasformazione dell'intero sistema. In questo contesto, titolari di diritto sono senza dubbio le donne: l'uguaglianza di genere deve essere affermata in maniera decisa per il ruolo stesso che le donne storicamente hanno avuto e hanno nella produzione di alimenti e nella garanzia della sicurezza e della sovranità alimentare dei popoli. Questi elementi devono essere messi in cima all'agenda del cambiamento, perché in assenza di essi viene meno la possibilità di una vera trasformazione.
Per concludere, questa grande sfida si può vincere esclusivamente lasciando spazi di autonomia governativa a livello locale. Perché è proprio nelle realtà di prossimità che si gioca la capacità di incidere sul cambiamento, di rafforzare i legami che noi tutti dobbiamo stabilire con le organizzazioni di base, le realtà di volontariato e le persone che dedicano la loro vita a promuovere un sistema alimentare in armonia con la natura. A livello locale le politiche possono diventare realtà. Questo non significa non avere una visione globale e non sentirsi parte di un progetto generale, ma il progetto generale può solo marciare sulle gambe di milioni di persone che portano avanti nei territori in cui vivono questa transizione ambiziosa e utile.
Per tutti questi motivi, io mi schiero al fianco delle oltre 300 organizzazioni della società civile di tutto il mondo che in questi giorni, in concomitanza con l'avvio del pre vertice sui sistemi alimentari di Roma, stanno realizzando con coraggio e grande spirito di solidarietà un evento parallelo a quello ufficiale. Un evento che non esclude il dialogo, anzi lo porta avanti e lo apre a tutti. Per essere efficace, infatti, il dialogo deve essere inclusivo e non rivolto ai soliti privilegiati di un sistema economico e finanziario che è responsabile dell'attuale disastro in cui ci troviamo a vivere. Il dialogo e la condivisione sono elementi che possono realizzare la trasformazione del sistema alimentare di cui abbiamo bisogno. E aggiungo, che consentono il raggiungimento degli obiettivi che tutti noi dobbiamo perseguire, non solo per la salubrità del nostro sistema ambientale, ma anche per la giustizia sociale e la convivenza tra i popoli. Solo così creeremo un sistema che garantisce la sovranità alimentare e pone fine al problema della malnutrizione in tutte le forme; specialmente in quella più disumana di coloro che ancora oggi muoiono di fame.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 27 luglio 2021
Cristian vive in Calabria, dove la cannabis terapeutica legale non c'è. Così l'ha coltivata: il paradosso di rischiare la condanna per non essersi rivolto al mercato clandestino. È come se lo Stato tutelasse il traffico mafioso, dicendo: fuma, ma rifornisciti dallo spacciatore.
Accade che ci sia un rimedio efficace per mitigare i dolori lancinanti che la fibromialgia genera e che questo rimedio sia una terapia a base di cannabis. La fibromialgia ti dà un dolore lancinante quando ti muovi, è come se ogni volta i tendini stessero per spezzarsi il tuo corpo ti diventa nemico per trovare pace dovresti uscire dai muscoli che vestono le tue ossa. L'insonnia e gli stati d'ansia sono continui. Prescrivere la cannabis medica in Italia è assolutamente legale da ben 14 anni, ma rintracciarla in Calabria è pressoché impossibile. Si tratta, infatti, di una delle tre Regioni (insieme a Molise e Valle d'Aosta) a non aver approvato un provvedimento per erogarla a carico del servizio sanitario regionale, per cui le due o tre farmacie che la forniscono lo fanno a costi che la gran parte dei pazienti non può affrontare. Cristian Filippo ha 24 anni e soffre di fibromialgia vive a Paola un comune in provincia di Cosenza, i dolori sono fortissimi, non danno tregua quando decide di coltivare due piante di cannabis per poter accedere a un consumo sicuro e non dover rivolgersi al mercato clandestino gestito dai narcos calabresi.
Accade che il 6 giugno 2019 i carabinieri di Paola sentono un fortissimo odore di marjuana uscire dalla casa di Cristian, citofonano e senza nessuna forma di ostruzionismo sono stati fatti entrare. Nell'abitazione hanno trovato due piantine di canapa e strumenti rudimentali, per coltivare la cannabis, conservare le piante essiccate e pesare il prodotto per controllare le assunzioni che deve prendere (per mitigare il dolore) in preciso dosaggio. I carabinieri iniziano a ipotizzare che il ragazzo coltivasse cannabis per venderla e così arriva l'accusa di spaccio. Cristian Filippo è stato imputato di aver "illecitamente coltivato e detenuto una sostanza stupefacente per cessione a terzi o comunque per un uso non esclusivamente personale". Arrestato all'inizio di giugno 2019, Filippo è stato costretto ai domiciliari per un mese. Dopo i domiciliari, per il giovane è stato disposto l'obbligo di dimora nel Comune di Paola, lo scorso 10 giugno 2021 si è tenuta la prima udienza dibattimentale, ma il processo è stato rinviato a marzo 2022. Può davvero accadere che in una regione dove il traffico di cannabis sia una delle arterie di guadagno più prolifiche della ndrangheta un ragazzo che rifiuta di finanziare il narcotraffico e coltiva due piantine per curare la propria gravissima patologia venga arrestato e rischi sino a 6 anni di carcere? Se Cristian avesse comprato l'erba da un pusher non sarebbe finito nelle mani di una giustizia che pare proprio aver sbagliato il suo bersaglio. Difficilmente se ne sarebbero accorti. E se pure fosse accaduto - come accade a circa 50 mila persone ogni anno di essere fermato dopo aver comprato erba o hashish - avrebbe rischiato una multa, al massimo il ritiro del passaporto o della patente, avrebbe rischiato di affrontare un percorso ai servizi per le tossicodipendenze, ma non avrebbe di certo rischiato il carcere.
Qui è il paradosso, accade che il mercato mafioso lo avrebbe messo al riparo dall'arresto che provando a tradurre la dinamica è come se lo Stato tutelasse il mercato mafioso, dicendo: fuma pure, l'importante è che tu ti rifornisca solo dallo spacciatore perché se coltivi finisci in carcere. Quello che è accaduto a Cristian Filippo è davvero paradossale in una narcoterra: la Calabria. Secondo l'ultima relazione della Direzione nazionale antimafia la 'ndrangheta è l'organizzazione criminale leader in Italia e in Europa nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Negli ultimi anni l'organizzazione criminale calabrese si è specializzata, anche grazie all'ottimo clima, nella coltivazione di cannabis: un terzo della cannabis "made in Italy" è prodotta proprio in Calabria. Sarebbe stato facilissimo per Cristian trovare la via illegale per procurarsi cannabis ma dopo la diagnosi del suo male e la prescrizione medica lui avrebbe diritto alla cannabis terapeutica legale, ma chiedete ai malati oncologici, chiedete a tutti coloro che soffrono di sclerosi multipla, di SLA, di dolori neuropatici, di glaucoma se, dopo 14 anni da una legge che la consente, riescono trovarla.
Le difficoltà di questo stallo derivano innanzitutto dalla scarsa produzione nazionale: affidata a un unico ente, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, raggiunge circa 240 kg annui. Una quantità irrisoria ben lontana dai 2000 kg stimati per il fabbisogno del nostro paese. Il resto viene importata, soprattutto da Canada e Olanda. Ma questo ha dei costi, richiede tempo, e se qualcosa va storto - come spesso accade - bisogna aspettare. E aspettare vuol dire tenersi i propri dolori. Così facendo lo Stato costringe i malati a due strade o rifornirsi dai pusher o coltivare in proprio. La relazione tecnica - condotta dal Lass di Vibo Valentia - ha dato prova che la sostanza rinvenuta a casa del ragazzo, ha riscontrato una media di principio attivo che varia dallo 0,32 allo 2,38, per un totale di 45,3 dosi medie ricavabili. Per la malattia che affligge il giovane, solitamente viene prescritto un grammo al giorno di cannabis medica, il quantitativo rinvenuto nella sua abitazione gli sarebbe quindi bastato per poco più di un mese di terapia. La storia di Cristian, oggi assistito dall'associazione Meglio Legale, così come la storia di Walter De Benedetto - malato di artrite reumatoide finito a processo per aver coltivato le sue piante di cannabis e infine assolto dal tribunale di Arezzo - così come le storie di troppi altri malati finiti a processo, o lasciati soffrire dimostrano che nel nostro paese la guerra alla droga punta ai deboli, ai disperati, ai malati. Non è una guerra contro il narcotraffico ma contro gli studenti nelle scuole, gli imprenditori della cannabis light, i semplici consumatori. È una guerra alle persone tossicodipendenti, che in carcere sono una su quattro e appunto, a chi ha patologie che la cannabis riuscirebbe a mitigare. Aprire un dibattito serio e responsabile sul tema della legalizzazione della cannabis serve, perciò, anche a far cadere un tabù che finora è costato a moltissimi cittadini, mentre ha fatto soltanto guadagnare soldi e potere alle mafie.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 luglio 2021
È fissata a fine luglio la chiusura delle indagini sugli attacchi dei Carabineros contro le massicce proteste che interessarono tutto il Cile nell'autunno del 2019. In quella repressione indiscriminata, un manifestante, Gustavo Gatica, perse in modo irreparabile la vista. Dopo oltre 20 mesi, secondo Amnesty International, sono stati fatti solo piccoli passi per sottoporre a indagini alti funzionari con responsabilità di comando strategico dei Carabineros e nessuno nei singoli casi.
Ci sono buone ragioni, invece, per credere che l'ex direttore generale e l'allora capo per la sicurezza e l'ordine pubblico, che oggi ricopre il ruolo di direttore generale, possano avere acconsentito alla perpetrazione di atti di torture e maltrattamenti nei confronti di manifestanti. Sui terribili fatti dell'ottobre e del novembre 2019, Amnesty International aveva pubblicato un dettagliato rapporto, Occhi puntati sul Cile: violenze della polizia e responsabilità dei vertici durante il periodo di disordini sociali, in cui era giunta alla conclusione che quelle gravi violazioni dei diritti umani erano state commesse su vasta scala perché coloro che si trovavano in posizione di comando strategico non avevano adottato tutte le misure necessarie per impedirle.
Nel rapporto, l'organizzazione per i diritti umani aveva ammonito anche che, per garantire la non ripetizione di eventi come quelli, non sarebbe stato solo necessario sottoporre a giudizio tutte le persone responsabili, fino ai più alti livelli, ma anche riformare radicalmente l'istituzione dei Carabineros. Entrambe le raccomandazioni restano necessarie e urgenti.
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2021
I numeri potranno anche essere considerati bassi ma la percentuale è impressionante: secondo un rapporto congiunto dell'Istituto bahrainita per i diritti e la democrazia (Bird) e dell'ong britannica Reprieve, a partire dalla rivolta del 2011 l'uso della pena di morte da parte delle autorità del Bahrain è aumentato del 600 per cento. Negli ultimi 10 anni le condanne a morte pronunciate nei tribunali dello stato-isola del Golfo sono state 51; nel decennio precedente, ossia prima della rivolta contro il governo, erano state sette.
Nell'88 per cento dei casi, le condanne a morte sono state emesse per reati di terrorismo, un concetto descritto in maniera ampia e generica dalle leggi del Bahrain, al punto che può essere applicato anche ad attività del tutto legittime e pacifiche. Nei bracci della morte del paese si trovano 26 prigionieri, quasi la metà dei quali hanno denunciato in tribunale o attraverso i loro avvocati di essere stati torturati per fargli firmare confessioni false, spesso gli unici elementi di prova su cui i giudici si sono basati per emettere le condanne alla pena capitale. Il rapporto di Bird e Reprieve è stato diffuso in occasione del primo anniversario della sentenza della Corte di cassazione che ha confermato le condanne a morte di Mohammed Ramadan e Hussain Moosa, le cui storie sono state raccontare in questo blog. Le esecuzioni sono state sei, di cui tre - le prime dal 2011 - nel 2017 e le altre tre nel 2019.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 27 luglio 2021
Gli Usa diminuiranno i loro soldati nel Paese a fine anno. Intanto dal 2019, quando migliaia di giovani iracheni sono scesi in piazza per chiedere riforme una lunga campagna di omicidi mirati ha falcidiato intellettuali, ricercatori, giornaliste: due giorni fa l'ultimo omicidio.
Ali Karim aveva 26 anni e la "colpa" di essere figlio di Fatima Al-Bahadly, una donna che instancabilmente, da 20 anni, con il suo chador nero e il sorriso avvolgente lavora per dare alle donne di Bassora - una delle città irachene più ricche di risorse e più povere di mezzi - i diritti che spettano loro e ai ragazzini una chance di non finire arruolati nelle milizie. Ali Karim l'hanno ritrovato fuori Bassora sabato pomeriggio, ucciso con tre colpi di pistola alla testa e allo stomaco. Era scomparso 24 ore prima. Non ci sono per ora sospettati, le autorità hanno annunciato l'apertura di un'inchiesta che molti temono non arriverà a nulla, come decine di altre condotte in questi anni su attentati e omicidi di attivisti e difensori dei diritti umani iracheni.
Ali al-Bayati, un parlamentare che fa parte della Commissione irachena per i diritti umani, un organismo indipendente, ha confermato all'Associated Press che Al-Bahadly "era finita nel mirino di alcuni partiti politici che l'hanno accusata di essere legata a interessi stranieri". L'uccisione del figlio potrebbe essere legata alle attività della donna, che nel 2003, subito dopo l'invasione americana dell'Iraq, fondò a Bassora l'organizzazione non governativa Al Firdaws Society, nata con lo scopo di reintegrare nella società i bambini arruolati dalle milizie. Il lavoro dell'organizzazione si è poi esteso per includere i problemi legati all'alfabetizzazione, la risoluzione dei conflitti, la partecipazione politica delle donne e la lotta contro la violenza sulle donne. Fatima Al-Bahadly ha girato per anni nei villaggi della provincia di Bassora per costruire alleanze con i religiosi moderati e i leader tribali, far capire loro che la liberazione delle donne è la chiave della pace e della prosperità, per demilitarizzare una società che dalla caduta di Saddam è diventata ostaggio di gruppi armati e milizie legate a e sostenute dall'Iran.
L'omicidio di Ali Karim è solo l'ultimo in ordine di tempo. Dal 2019, quando migliaia di giovani iracheni sono scesi in piazza per chiedere riforme, lotta alla corruzione, servizi pubblici migliori e più lavoro, circa 600 sono stati ammazzati dalle milizie sciite filo iraniane, e una lunga campagna di omicidi mirati ha falcidiato intellettuali, ricercatori, giornaliste. Ali al-Bayati dice che gli omicidi mirati finora sono 36, su 90 tentati omicidi. Bassora, insieme alla capitale Bagdad, è una delle città più colpite da questa impunita scia di sangue perché è il cuore petrolifero dell'Iraq, è ricca di risorse e prigioniera di un sistema di corruzione clientelare endemica che ha arricchito leader tribali e milizie a spese di tutta la popolazione.
Dal 2018 ci sono proteste per la mancanza d'acqua, persino per la mancanza di energia elettrica, nonostante l'intera area sia letteralmente seduta su alcune delle più grandi riserve di petrolio al mondo. Fatima Al-Bahadly, premiata con il Frontline Defenders Award per il suo impegno, aveva ricevuto minacce due mesi fa, le avevano detto di lasciare Bassora, in stile mafioso. Nel 2018 era già stata accusata di fare gli interessi degli Stati Uniti perché aveva sostenuto le proteste. "Gli attivisti della società civile irachena continuano a pagare con la loro vita e con quella dei loro figli", scrive Donatella Rovera, di Amnesty International, sul suo profilo Twitter.
Un anno fa esatto a Bagdad fu ucciso in un agguato sotto casa Hisham al-Hashimi, un ricercatore e giornalista molto noto in Iraq per i suoi studi sull'Isis e sulle milizie di cui aveva denunciato la presa oppressiva e dannosa sulla società irachena. Pochi giorni fa le autorità irachene hanno arrestato un uomo, un ex tenente di polizia, che avrebbe confessato l'omicidio. Il primo ministro Mustafa Al-Kadhimi ha rivendicato l'arresto come il segno della sua capacità di tenere fede alle promesse ma la verità secondo diversi attivisti è che i mandanti e le ragioni dell'omicidio restano coperti e impuniti. Dice Raed al-Hamid, un ricercatore iracheno che si occupa di gruppi armati, ad Al Jazeera: "Al-Kadhimi non ha le forze di sicurezza in grado di affrontare le milizie. Lo ha fatto solo per dire che ha mantenuto la sua promessa il giorno in cui al-Hashimi è stato ucciso".
Intanto ieri Al-Kadhimi ha incontrato a Washington il presidente americano Joe Biden. La Casa Bianca, dopo l'Afghanistan, ha annunciato che, pur proseguendo il sostegno sul fronte dell'addestramento e dell'intelligence, entro la fine dell'anno porrà fine alle missioni di combattimento anche in Iraq e ridurrà gradualmente il numero di militari americani nel Paese, attualmente circa 2.500. Un assist importante per Al-Kadhimi, ma anche per Teheran e le milizie filo-iranaine che hanno un solo e unico punto in cima all'agenda: cacciare gli americani dal Medio Oriente.
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