di Liana Milella
La Repubblica, 28 luglio 2021
Il capogruppo in commissione Giustizia Zanettin presenta un emendamento che avrebbe potuto aiutare il Cavaliere nel processo Rubyter. Ma viene bocciato. La deputata azzurra aveva annuncato il suo no ed era stata trasferita alla Affari Costituzionali. Lascia il gruppo e passa al Misto.
Sembrava archiviata per sempre la stagione delle leggi ad personam per Silvio Berlusconi. Per salvarlo dai suoi processi. Stagione chiusa con la fine della sua vita da premier. E invece eccola rispuntare adesso quando lui è tuttora leader di Forza Italia e gli incombono addosso i dibattimenti del Rubyter. Sorpresa, certo. Tant'è che per quasi una settimana nessuno si accorge che siamo di nuovo daccapo. Forse per colpa di quella montagna di emendamenti - ben 1.631 - che grava sulla riforma del processo penale.
Perché è lì che si cela la proposta malandrina. A firmarla è Pierantonio Zanettin, il capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia, ex membro laico del Csm, ma anche genero del noto avvocato Franco Coppi avendone sposato la figlia. E Coppi è pure l'avvocato di Berlusconi. Zanettin firma i tre emendamenti che non solo mandano in pezzi la maggioranza, ma costringono Forza Italia a una reprimenda senza appello nei confronti di Giusi Bartolozzi, toga prestata alla politica, per tre anni deputata battagliera sulla giustizia in linea con il suo partito. E ieri, nel giro di una mezz'ora, cacciata via perché si è permessa di dire che non avrebbe votato a favore della norma.
Già, la norma. La parola chiave è "specifici poteri". Si gioca tutta su queste due parole la norma ad personam che avrebbe potuto cambiare, se fosse passata, la storia dei processi di Berlusconi per corruzione in atti giudiziari. Quelli "figli" del processo Ruby. Tre processi in corso tra Milano, Siena e Roma. Nei quali i testimoni, cioè le famose ragazze delle feste di Arcore che sarebbero state pagate per cambiare la versione dei fatti, rivestono la qualifica di "pubblici ufficiali" in quanto sono dei testi. Se - per legge - cambiano le attribuzioni per queste figure, allora cambia anche il destino del processo. E se entra in vigore nel codice una norma più favorevole rispetto a quelle esistenti, per legge entra in vigore subito.
I tre emendamenti - alle pagine 157, 158 e 163 del fascicolo sulla riforma penale - riguardano, il primo, l'abuso d'ufficio, ridotto a reato da tenuità del fatto per liberare i sindaci dalla cosiddetta "paura della firma", difficoltà segnalata anche da Draghi. Ma poi ci sono le altre due proposte. Riguardano le figure dell'incaricato di pubblico servizio e del pubblico ufficiale, cioè le figure chiave per tutti i reati di corruzione. La norma Zanettin prevede un netto ridimensionamento. Perché negli emendamenti è scritto che "sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano specifici poteri conferiti dalla legge esplicando una funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa".
Attenzione alla parola "specifici poteri". Laddove il testo in vigore dice che "sono pubblici ufficiali coloro che esercitano una funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa". La modifica riguarda sia il pubblico ufficiale che l'incaricato di pubblico servizio. La riduzione del "perimetro" è evidente. Una modifica che cambia la storia dei processi in cui i testimoni, come nel caso dei dibattimenti di Berlusconi, rivestono la qualifica di pubblico ufficiale proprio in quanto testimoni, e non per uno "specifico potere" conferito dalla legge.
Il cambio mette in crisi anche il reato contestato, la corruzione in atti giudiziari, che potrebbe trasformarsi in un reato minore come l'ostacolo alla giustizia, con pene inferiori e un tempo di prescrizione più ravvicinato. Alla procura di Milano, quando leggono l'emendamento, restano basiti. Il tam tam sugli emendamenti di Zanettin esplode quando lui insiste per votarli. Nei corridoi della Camera si raccolgono molte indiscrezioni, tra le quali che a spingere sarebbe stato anche Gianni Letta. E che la sua voce sarebbe giunta fino a palazzo Chigi. I vertici del gruppo reagiscono imbizzarriti quando la deputata Bartolozzi fa sapere che lei non voterà l'emendamento. Dopo un'ora scopre, dal suo cellulare, che è stata convocata per la prossima riunione della commissione Affari costituzionali. Di cui non fa parte. Si sorprende. È accaduto che, a sua insaputa, Bartolozzi è stata mandata via dalla Giustizia con il contentino di nominarla capogruppo. Lei non ci sta e sbatte la porta di Forza Italia. Va nel gruppo Misto. Ma Forza Italia, 25 a 19, perde lo stesso la battaglia del salva-Berlusconi.
di Giacomo Costa
Il Domani, 28 luglio 2021
Con la legge numero 3 del 9 febbraio 2019, il governo Conte I ha introdotto il blocco della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado. Un provvedimento che poteva forse bastare a sé stesso, in quanto una delle cause della lunghezza dei processi, rimproverataci da lungo tempo dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, è l'affollamento dei processi di appello e cassazione, che non ha pari in alcuno altro paese dell'Unione europea. Un fenomeno, questo, dovuto proprio al tentativo, che spesso riesce, di arrivare alla prescrizione.
La riforma Bonafede - È facile constatare che nell'assetto legislativo precedente alla legge del 2019 conveniva sempre agli imputati inoltrarsi nei gradi di giudizio. Di qui l'affollamento. Tuttavia il ministro Alfonso Bonafede ha deciso di attaccare anche le altre cause e il 13 marzo 2020 ha promosso un disegno di legge delega per "assicurare la celere definizione dei giudizi di impugnazione" (in appello e cassazione), che alcuni hanno ritenuto una condizione necessaria per impedire che il blocco della prescrizione causasse un indefinito allungamento, invece che un'abbreviazione, dei processi.
A tutt'oggi tale disegno di legge giace impantanato in commissione Giustizia alla Camera. La "riforma Cartabia" assume la forma di una raffica di emendamenti a tale disegno di legge. Il suo scopo principale è di abrogare la legge del 9 febbraio 2019, ossia, di reintrodurre, cambiandole nome, la prescrizione, in una forma piuttosto drastica: dei termini di massima durata per i giudizi di appello e cassazione, oltrepassati i quali il procedimento si estingue senza alcun esito. Questo può sembrare mettere il carro davanti ai buoi: prima si affrontano le cause, poi si vedranno gli effetti. Ma in un certo senso non lo è. I processi troppo lenti decadono, trascinando con sé nel nulla anche l'esito del processo di primo grado, e chi si è visto si è visto: doloroso, ammettono compunti alcuni, ma necessario. Necessario a cosa? Qui entra in ballo il governo Draghi.
Draghi e il suo governo - L'Unione europea è disposta ad assisterci finanziariamente nei nostri tentativi di rendere agibile il sistema giudiziario, sia civile che penale. E per erogare i fondi vuole vedere dei risultati. Per quanto riguarda il penale, vuole una riduzione del 25 per cento nei tempi dei giudizi. È sembrato a molti che contenendo il processo di appello in due anni, e quello in cassazione in un anno, tale abbattimento dei tempi sia possibile. Dunque il tentativo, tutto italiano, di reintrodurre l'amata prescrizione che consentiva a tutti i potenti sonni tranquilli assume una dimensione europea: come non solo la ministra Marta Cartabia ma persino un magistrato serio e rigoroso come Armando Spataro hanno sostenuto, "ce lo chiede l'Europa".
Ma come si può soddisfare l'Europa? In realtà la Commissione non potrà verificare in due o tre anni il raggiungimento dell'obiettivo della riduzione del 25 per cento nella durata media dei processi penali. C'è bisogno di un segnale sostitutivo che indichi la nostra volontà di fare sul serio. Ossia possiamo offrire al posto del risultato l'impegno a conseguirlo. Ma potrà essere costituito dalle gabbie temporali previste dalla Cartabia se sono basate su aspettative irrealistiche sui tempi dei processi e sulla quota di processi che sfumerebbero sotto i nostri occhi?
Su questo negli ultimi giorni sono intervenuti dei magistrati seri e altamente competenti, a suggerire dei valori allarmanti e inaccettabili per queste percentuali, di cui Cartabia non offre alcuna stima. Non servirebbe allora la dichiarazione dell'introduzione di queste gabbie temporali solo a renderci ridicoli agli occhi di tutti?
La ministra Cartabia ha recentemente ricordato che la prescrizione di un processo era odiosa: più della sua "improcedibilità"? Il fatto è che il carro non può essere lasciato in permanenza davanti ai buoi. C'è un notevole consenso tra gli esperti, studiosi e magistrati, sulle cose da fare, e alcune sono elencate anche da Spataro in un suo articolo del 12 luglio sulla Stampa. In estrema sintesi, vanno rimosse le circostanze che rendono appellarsi una strategia dominante, che conviene cioè in ogni caso: ad esempio la norma secondo cui l'appellante non può ottenere una sentenza più sfavorevole di quella di primo grado. E vanno rese più stringenti le condizioni di appellabilità: ad esempio prevedendo per l'inappellabilità il difetto di specificità argomentativa ma anche la manifesta illogicità. Se questo basterà a frenare la corsa all'improcedibilità, che causerebbe nuova improcedibilità, nessuno può saperlo.
Si potrebbe, per dimostrarci seri, presentare all'Ue anche un buon piano di spesa. L'Unione non potrebbe aiutarci a colmare il nostro deficit di organico (di magistrati e personale coadiuvante) perché queste sarebbero spese permanenti inevitabilmente a carico del bilancio dello stato, ma a compiere degli investimenti una tantum nelle strutture informatiche e nelle procedure digitali.
Nei giorni passati molti hanno ipotizzato che la ministra Cartabia avesse previsto un regime transitorio e non volesse scoprirsi. Ma sembra che l'ineffabile titolare del ministero della Giustizia non ci avesse pensato affatto. Tuttavia pare che nelle ultime ore anche lei abbia ammesso ciò che il magistrato Luca Testaroli aveva qualche giorno fa espresso così bene: "Una riforma andrebbe fatta in relazione alle risorse che si hanno, non viceversa". Sarebbe ora disposta ad ammettere un regime transitorio, in modo che possano essere realizzate le condizioni alle quali le sue tagliole non taglino più.
di Paolo Borgna
Avvenire, 28 luglio 2021
L'ipotesi referendaria già in Parlamento come emendamento alla proposta Cartabia "Epensino i magistrati che i migliori e più coscienti giudici della loro capacità, della loro laboriosità, della loro educazione, della loro rettitudine, saranno pur sempre gli avvocati, che li possono seguire, talora inavvertitamente, in tutte le loro manifestazioni, meditate e istintive, essendo queste ultime anche meglio indicative". Era il 1956 quando Domenico Riccardo Peretti Griva, giudice del vecchio Piemonte ormai in pensione, scriveva queste parole, rivolgendosi a colleghi più giovani di lui, culturalmente cresciuti nel clima corporativo del ventennio, che guardavano con brontolona supponenza verso l'avvocatura, intimamente convinti della "superiorità della propria intelligenza e della propria cultura giuridica".
Sono trascorsi sessantacinque anni, sono molto cambiate le culture e la provenienza sociale dei magistrati di oggi, ma non ne è cambiata la diffidenza verso qualunque giudizio, sulla loro professionalità, esterno alla corporazione.
Al contrario, tale diffidenza sembra essersi irrigidita, a seguito di un arroccamento che da quarant'anni ha ormai abituato due generazioni di magistrati a un clima di cittadella assediata, che forse è servito per difendere la propria indipendenza ma non ha consentito di tirare la testa fuori dalle mura circondate e di fare qualche passo avanti. Questo spiega la diffusa (per fortuna, non unanime) contrarietà dei magistrati alla proposta, oggetto di uno dei referendum sulla giustizia promosso dai radicali e appoggiato dalla Lega, ma anche di un emendamento alla proposta Cartabia in discussione in Parlamento, di riconoscere ai membri laici (avvocati e professori universitari) già presenti nei consigli giudiziari il diritto di voto anche sulle deliberazioni che riguardano la valutazione professionale dei magistrati.
Sino a oggi, infatti, tali membri 'laici' possono votare soltanto su questioni di natura organizzativa. L'estensione proposta immetterebbe dunque pienamente avvocati e professori nel cosiddetto 'autogoverno locale' della magistratura, redendolo un po' meno asfittico e autoreferenziale. È una proposta minima e nient'affatto nuova. La presenza a pieno titolo di 'laici' (non solo avvocati ma anche membri eletti dai Consigli provinciali o regionali) è una vecchia proposta della sinistra. Che fu formalizzata la prima volta in un progetto di legge del 1965 (primo firmatario Vittorio Martuscelli, magistrato eletto alla Camera nelle fila del Psi); e poi ripreso da proposte di Magistratura democratica e, nel 1980, dal professore Vittorio Grevi.
Ad un certo punto, questa proposta viene abbandonata e sempre più spesso osteggiata come un rischio per l'indipendenza dei magistrati. Perché, si dice, è pericoloso affidare la valutazione di professionalità di un magistrato a un avvocato a cui magari il giorno prima quel magistrato ha dato torto in un processo. È un'obiezione che prova troppo. Non solo perché gli avvocati nei consigli giudiziari sono, comunque, una minoranza. E dunque, se uno di loro portasse in quel consesso un atteggiamento di inimicizia verso un singolo magistrato, sarebbe facilmente battuto.
Ma anche perché questo rischio esiste, in misura uguale, per i pubblici ministeri che, eletti in un consiglio giudiziario, da sempre esprimono voti e pareri sui giudici dello stesso distretto.
Perché non dovrebbe esistere il rischio che un pm in un consiglio giudiziario possa esprimere un parere negativo sul giudice che in un processo importante non ha accolto il suo impianto accusatorio? Siamo sinceri: chi non vede questo rischio e parla invece soltanto del pericolo all'indipendenza di cui gli avvocati sarebbero portatori pensa che giudici e pubblici ministeri non siano capaci (a differenza degli avvocati) di queste misere ripicche in quanto i magistrati sono moralmente superiori. Ancora una volta, come denunciava Calamandrei, certi magistrati rischiano di farsi accecare da "una specie di albagia professionale, la quale si rifiuta di credere che possano esservi avvocati pronti a servir la giustizia per solo amore di essa e non per cupidigia di guadagno".
A questi magistrati bisognerebbe ricordare l'invettiva di Dante su Firenze: l'orgoglio di sé può essere causa della propria decadenza. O più prosaicamente bisognerebbe ogni tanto rileggere una chat estrapolata dallo smartphone di Luca Palamara. È il 17 ottobre 2017. Un pm di Milano, membro del direttivo dell'Associazione nazionale magistrati, conversa con Palamara (pm eletto al Csm) e, parlando di una certa collega giudice, dice: "Se riuscite a fottere la *** sarebbe un bel colpo". Bisognerebbe, ogni tanto, rileggersi questa prosa: per capire dove alberga, oggi, il pericolo per l'indipendenza della magistratura.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 28 luglio 2021
Va riconosciuto che ci voleva dell'impegno, e non poco, per riuscire a trasformare i grillini nei pretoriani involontari di Marta Cartabia. Eppure, a Lega e Forza Italia quest'impresa è riuscita. E così ieri, in commissione, quando il centrodestra di governo ha portato in votazione la richiesta di ampliamento del perimetro della riforma della giustizia per includervi anche la depenalizzazione dell'abuso d'ufficio, è spettato al fronte rossogiallo, insieme a Leu e ai totiani di Coraggio Italia, schierarsi a difesa del disegno della Guardasigilli. E non che non vi fossero buone ragioni, nelle scelte di Forza Italia. Specie nel metodo. Perché, dopo settimane trascorse con l'intero Parlamento a osservare passivo la mediazione tra il governo e il M5s, e con Via Arenula e Palazzo Chigi costretti ad assecondare almeno in parte i capricci delle truppe di Giuseppe Conte su prescrizione e improcedibilità, era fisiologico che anche altri partiti chiedessero un riconoscimento politico, pretendendo l'accoglimento delle proprie proposte.
Solo che, a essere pragmatici, la strategia azzurra era scriteriata: perché ampliare il disegno di legge avrebbe consentito al M5s di pretendere un rinvio a settembre della discussione di un provvedimento rispetto al quale il tempo non è una variabile marginale, visti gli impegni presi con l'Ue. E così, su un passaggio che avrebbe dovuto mettere alla prova la tenuta grillina (e su cui in effetti ancora si cerca una soluzione che segni la fine della gazzarra a cinque stelle), è stata FI a entrare in subbuglio. Prima i suoi deputati hanno tentato di indurre Tajani al ripensamento, piegandosi poi alle volontà del leader con l'animo di chi obbedisce senza convinzione. Poi, di fronte all'ammutinamento di Giusi Bartolozzi ("io questa cosa non la voto"), l'hanno trasferita in commissione Affari costituzionali. E lei ha annunciato per tutta risposta il suo passaggio al Misto. Un capolavoro di tattica.
di Francesco Curcio*
Il Domani, 28 luglio 2021
Senza modifiche il testo della Cartabia causerà danni non tanto ai magistrati, ma al diritto dei cittadini alla verità giudiziaria. Una soluzione per accorciare i tempi del processo è quella di limitare l'appello solo ai reati più gravi. In questi giorni, fra non poche tensioni e contrapposizioni, si sta affrontando in parlamento la riforma della Giustizia proposta dal ministro Marta Cartabia, che ha lo scopo dichiarato di rendere i tempi della giustizia italiana, finalmente, compatibili con quelli di un paese europeo evoluto.
Del resto, è proprio l'Europa a chiedercelo per accedere ai finanziamenti del Recovery fund. Sarebbe un'occasione storica per risolvere un problema incancrenito da decenni, che ci pone agli ultimi posti al mondo, non solo in Europa, nella classifica della efficienza della Giustizia.
La legge di riforma governativa, su questa questione, è animata da ottime intenzioni. Si pone degli obbiettivi giusti, da tutti condivisi e cioè concludere gli appelli in due anni ed i ricorsi in cassazione in un anno. Ma ha un limite evidente: non individua un percorso adeguato che consenta di raggiungere gli obbiettivi che si prefigge.
Oggi questi tempi, specie i due anni per concludere il giudizio di appello, con la procedura ed i mezzi dati, sono del tutto irrealistici, specie nelle sedi giudiziarie più grandi. E un ulteriore problema che pone la riforma è che, a fronte della previsione di questi tempi serrati, in sé del tutto condivisibili, ma allo stato inattuabili, è prevista, in caso di un loro mancato rispetto, la sanzione della improcedibilità che, in buona sostanza, altro non è che la cancellazione del processo e quindi del reato per decorso del tempo. E tale sanzione si abbatte non - come scioccamente pensa certa corrente di pensiero - sulla magistratura, ma sulla collettività, e sulle vittime dei reati, anche gravissimi, che con la dichiarazione di improcedibilità non avranno giustizia in una percentuale altissima di casi.
È mia convinzione, invece, che i problemi si risolvono non con roboanti previsioni programmatiche, ma capendo, in primo luogo, da dove nascono. E allora la prima domanda che dobbiamo porci, è la seguente: qual è la causa della lentezza dei nostri processi? Soltanto dopo avere chiarito ciò, possiamo prevedere i rimedi e le messe a punto. E solo poi, si potranno mettere tutti i "paletti" necessari, fino a prevedere, per i casi patologici, sia la estinzione per improcedibilità dei processi sia - ove necessario - una sanzione per i giudici negligenti e ritardatari. Prevedere termini così rigorosi, senza però modificare i percorsi dei processi, senza velocizzare le regole, eliminando passaggi superflui, significa solo - come è stato osservato - mandare al macero decine di migliaia di procedimenti frustrando il diritto alla giustizia ed alla verità, delle vittime e della collettività.
Ragionare sui dati - Ragionando, allora, sui dati, senza pregiudizi, risulta che il problema della lentezza dei processi non risiede né nella scarsa produttività di giudici italiani - che sulla base delle statistiche europee sono, mediamente, fra quelli che emettono più sentenze - né nello scarso di numero di magistrati (che in Italia, sono perfettamente nella media europea, Germania a parte). Dunque ciò che frena il nostro sistema è altro: cioè il percorso processuale, evidentemente troppo rigido, lungo e tortuoso, per arrivare ad una sentenza definitiva.
Dobbiamo allora confrontare queste nostre regole processuale con quelle vigenti negli altri paesi europei, tenendo conto altresì della Costituzione e degli accordi internazionali a cui ci siamo vincolati, per verificare dove si annidano le nostre anomalie e quindi lentezze processuali. Limiterò le mie osservazioni a due aspetti del processo che ritengo essenziali per la sua velocizzazione. E si badi, parlo di riforme a costo zero in quanto non necessitano di alcun intervento sulla macchina giudiziaria, né sui mezzi e sui fondi a sua disposizione.
Il primo aspetto riguarda i processi in primo grado: per recuperare efficienza, sarebbe di enorme giovamento eliminare la regola oggi vigente in base alla quale, basta che un giudice del tribunale cambi durante il processo (a causa di un trasferimento, di una maternità, di una malattia) che questo deve ricominciare daccapo. Lascio al buon senso di tutti la valutazione di questa regola, che appare la quintessenza del nostro autolesionismo istituzionale, segnalando, tuttavia, che decine di migliaia di processi si sono dovuti ripetere più volte per questa ragione ed evidenziando altresì che neanche la Corte Costituzionale ritiene tale regola vigente indispensabile e necessaria. Il secondo aspetto riguarda i giudizi di appello: è questo il vero nodo della questione giustizia italiana.
Non a caso è proprio in appello che si verificano la maggiore parte delle prescrizioni dovute alla "lentezza" del processo. Il motivo è presto detto: il nostro sistema prevede una possibilità sostanzialmente illimitata di appello ed altrettanto illimitata di ricorso in cassazione. Dunque in Italia abbiamo tre gradi di giudizio per tutto, per qualsiasi reato: dall'omicidio alla corruzione, fino al piccolo abuso edilizio. E tutti i condannati, giustamente, per qualsiasi reato anche di minimo rilievo, fanno prima appello e poi ricorso in Cassazione, sperando di procrastinare i tempi o di lucrare una prescrizione. Questo meccanismo ha determinato, ad esempio, che presso le Corti appello di Roma e Napoli pendano attualmente oltre 55.000 procedimenti ciascuna. In ciascuna di queste Corti lavorano al settore penale un numero significativo di Magistrati, intorno ai 60/65. Attualmente di media ognuno di questi Magistrati produce circa 250 sentenze all'anno.
Quindi, moltissime. Tuttavia per eliminare l'arretrato e stare al passo con i processi sopravvenuti, ciascun magistrato di queste Corti dovrebbe decidere (e scrivere) circa 900 sentenze all'anno. E siccome questo è semplicemente impossibile, con la nuova regola cartabiana della improcedibilità, si determinerà certamente la morte di decine di migliaia di processi, non essendo possibile chiudere in due anni tutti i procedimenti pendenti e quelli che via via, con le attuali regole, affluiranno presso le corti di appello. E così per garantire tutti, anche chi non ne ha bisogno, finiamo con il non garantire nessuno.
Usare la Costituzione - Sul punto è da dire, in primo luogo che la nostra Costituzione non prevede tre gradi di giudizio come "obbligatori", ma solo due: primo grado e Cassazione. Quanto agli accordi internazionali da noi sottoscritti, quello pertinente al nostro caso è l'art 2 del 7° protocollo aggiuntivo alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che, non solo, prevede come necessari solo due gradi di giudizio, ma, espressamente, prevede che per i reati meno gravi non sia obbligatorio neanche il secondo grado di giudizio.
Ebbene da noi, pur mantenendo per i casi "seri" non due, come pure prevede la Convenzione e come prevede la Costituzione, ma ben tre gradi di giudizio, per risolvere il problema della lunghezza esasperante dei processi sarebbe sufficiente seguire le regole non di uno Stato forcaiolo o autoritario, ma quelle della Convenzione Europea detta a tutela dell'imputato, che consente di eliminare l'appello per tutti i reati di minore gravità (che sono proprio quelli che ingolfano le nostre Corti). Rimanendo a tutela del condannato, comunque, l'impugnazione della sentenza in Cassazione. Ciò consentirebbe al nostro sistema di recuperare l'efficienza che gli consentirebbe di metabolizzare senza danni anche la regola della improcedibilità.
Gli appelli così sarebbero più che dimezzati e, comunque, di un numero tale da consentire una trattazione di tutti i casi di rilievo in tempi accettabili. Sicuramente in due anni. Ed è agevole, poi, redigere un elenco di tali reati "meno gravi" - che non richiedono la celebrazione dell'appello - potendo questo elenco coincidere con tutti i reati puniti con pena non superiore a 4 anni, per i quali lo stesso legislatore, considerandoli tali, ha previsto, come sanzione, misure alternative alla pena detentiva o addirittura la loro estinzione con messa alla prova.
Esempio Norvegia - Concludo con un esempio che sicuramente sarà apprezzato dalla nostra ministra della Giustizia, che giustamente porta ad esempio i paesi garantisti che praticano un diritto penale "mite". Tutto ciò ci porterebbe a un sistema di appelli e ricorsi perfettamente in linea con gli standard europei, lasciando finalmente in soffitta meccanismi obsoleti e farraginosi. Pochi mesi fa mi trovavo a parlare delle lentezze del nostro sistema processuale con un collega, procuratore della città di Bergen in Norvegia: sentendo quello che gli spiegavo sul nostro sistema delle impugnazioni delle sentenze, rimase sconcertato.
Mi spiegò che da loro, in Norvegia - e cioè in uno dei paesi più civili di Europa, con un sistema di garanzie molto più avanzato del nostro - dopo un processo di primo grado che offre all'imputato tutte le garanzie, viene ammesso all'appello una percentuale di processi che oscillava fra il 5 e 10 per cento delle sentenze in primo grado. Possiamo, allora, davvero pensare di potere continuare ad avere un sistema processuale che consentendo una illimitata possibilità di ricorsi, neppure i civilissimi e ricchi norvegesi ritengono sostenibile e praticabile? Penso proprio di no. Ed allora, come diceva Michele Apicella, protagonista di "Bianca" di Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.
*Procuratore capo di Potenza
di Paolo Maddalena*
Il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2021
Il progetto di riforma sulla giustizia, che non piace neppure a chi l'ha redatto (la ministra Marta Cartabia, che si è trovata nella necessità di mettere assieme le più svariate proposte provenienti dai partiti), a mio avviso non risolve affatto i problemi della giustizia, anzi è piena di contraddizioni, di norme incostituzionali e anche di qualche errore di grammatica giuridica.
Quanto al noto problema della prescrizione, che il ministro Bonafede vuole che sia senza termine, si dà ragione a quest'ultimo e si prescrive che "il corso della prescrizione cessa definitivamente con la pronuncia della sentenza di primo grado". Tuttavia, per assicurare tempi certi e ragionevoli al giudizio, si prescrive altresì che la "mancata definizione del giudizio di Appello entro il termine di due anni (dalla sentenza di primo grado), e del giudizio di Cassazione entro il termine di un anno (dalla sentenza di secondo grado), costituiscono cause di improcedibilità dell'azione penale". Come agevolmente si nota, il principio della non decorrenza dei termini della prescrizione dopo la sentenza di primo grado è assurdamente contraddetto da questa seconda norma che considera "improcedibile" l'azione entro il termine di due anni dalla sentenza di primo grado, se si tratta di Appello, e entro il termine di un anno dalla sentenza di Appello, se si tratta del giudizio di Cassazione.
Insomma, prima si afferma e subito dopo si nega. E lo si fa mediante un errore di grammatica giuridica. Infatti, mentre la prescrizione, che è istituto sostanziale che riguarda il reato in sé, non si verifica, l'azione penale, e cioè un istituto processuale, diventa "improcedibile", se la sentenza di Appello non è emessa entro due anni dalla sentenza di primo grado e se la sentenza di Cassazione non è emessa entro un anno dalla sentenza di Appello. Un obbrobrio giuridico.
Ma c'è di più. Chi conosce i carichi della Corte d'appello e ancor più i carichi della Corte di Cassazione sa bene che questi termini non potranno mai essere rispettati. In tal modo, nel pieno rispetto delle teorie berlusconiane, si ottiene il risultato (che si voleva evitare con il blocco dei termini di prescrizione) di farla fare franca a chi ha commesso i delitti più gravi. Proprio un bel risultato!
Il provvedimento adottato è comunque, a mio sommesso avviso, contrario all'art. 111 della Costituzione, il quale vuole che "la giurisdizione si attua mediante giusto processo regolato dalla legge": vuole cioè che il processo si svolga in tempi ragionevoli, ma non vuole assolutamente che "non si attui".
Altro dato inaccettabile è quello che in pratica prelude all'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, prevedendosi in questo disegno che gli Uffici del pubblico ministero individuino "criteri di priorità trasparenti e predeterminati" da indicare "nei progetti organizzativi delle Procure della Repubblica", al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre, tenendo conto anche del numero degli affari da trattare e dell'utilizzo efficiente delle risorse disponibili. Certamente è importante dare precedenza alle notizie di reato concernenti delitti più gravi, sia in se stessi sia per l'allarme sociale che suscitino, ma quello che è impossibile sancire è che restino reati non perseguiti, come si ricava dal riferimento alle limitazioni derivanti dalle scarse risorse disponibili.
A questo proposito ha perfettamente ragione il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Gratteri, quando dice che la vera riforma risolutiva è una sola: quella di dotare gli uffici giudiziari, i cui ruoli da tempo presentano vuoti inimmaginabili, di più magistrati, più personale addetto e maggiori strumenti meccanici e telematici. Anche questa disposizione mi sembra in contrasto con la Costituzione, e cioè con gli artt. 3 e 101 Cost., stabilendo l'art. 101 Cost. che "la giustizia è amministrata in nome del popolo" e stabilendo l'art., 3 Cost., che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge".
Altro aspetto preoccupante di questa disposizione è il fatto che i criteri di priorità di cui si parla devono essere stabiliti dagli uffici del pubblico ministero "nell'ambito dei criteri generali indicati con legge del Parlamento". Non può sfuggire che, così facendo, si dà un colpo all'indipendenza della magistratura e si aprono le porte alla possibilità che certi reati commessi da politici non rientrino tra quelli da perseguire. Anche questa parte della riforma presenta, a mio avviso, profili di incostituzionalità per violazione del citato art. 101 della Costituzione, il quale nell'affermare che "i giudici sono soggetti soltanto alla legge", ribadisce il principio della separazione dei poteri e esclude che "la legge", che il magistrato deve applicare, possa poi intervenire nello svolgimento della funzione giurisdizionale.
In conclusione, una riforma che può certamente far comodo alle multinazionali, alla finanza e a quanti illecitamente, o mediante le micidiali privatizzazioni, si impossessano del nostro patrimonio pubblico, ma che certamente ha un costo enorme in termini di sicurezza e di attesa di giustizia da parte del popolo italiano.
*Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale
di Paolo Itri
Il Riformista, 28 luglio 2021
Secondo il Poligrafico dello Stato, gli atti normativi pubblicati in Gazzetta Ufficiale sono circa 111mila (il dato è ampiamente sottostimato, in quanto non tiene conto delle legislazioni regionali). La bulimia del legislatore si traduce in una enorme quantità di leggi e spesso queste leggi, proprio perché così numerose e complicate, entrano in contraddizione con altre leggi e con altre norme, fino a creare un coacervo inestricabile anche per i più esperti giuristi. A volte leggere o interpretare un testo di legge è un'opera faticosissima. Non vi è comma o articolo di legge che non rinvii a un diverso comma di un altro articolo di una ulteriore legge e così via, fino a quando, a forza di rinvii su rinvii, non si finisce per dimenticare da dove si è iniziato e che cosa si stesse cercando.
Il risultato è che spesso il significato di una norma è talmente criptico da risultare incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Bizantinismi di ogni genere e incertezze interpretative finiscono per alimentare la libidine di burocrati e azzeccagarbugli, con grave danno per la certezza del diritto e la prevedibilità delle sentenze. La complessità della macchina burocratica nel nostro Paese è tale da non poter essere affrontata con un unico intervento riformatore, poiché riformare la giustizia in Italia significa dover affrontare complesse questioni normative, ma prima di tutto culturali, sociali e finanche psicologiche.
La prima domanda che ci si dovrebbe pertanto porre è la seguente: ma siamo proprio certi che tutte queste leggi siano veramente utili e necessarie? Partiamo da un dato di fondo. Secondo i dati Istat, dal 1992 al 2020 gli indennizzati per ingiusta detenzione sono stati circa 30mila, con una spesa a carico del contribuente pari a 870 milioni di euro. La media annua dei risarcimenti liquidati supera i 27 milioni di euro, anche se nel solo 2020 ne sono stati spesi quasi 37 (record assoluto).
Ma quali sono le cause di una situazione così grave? E perché la politica - che pure in tutti questi anni non ha mai esitato a intervenire a gamba tesa sul processo penale ogni qualvolta se ne è presentato il pretesto - non vuole o non è in grado di risolvere il problema? Lo spiega bene per noi uno dei più grandi scrittori del Novecento, Franz Kafka, nel suo capolavoro Il Processo, scritto tra il 1914 e il 1915, attraverso l'angosciante storia del protagonista, Joseph K. Quest'ultimo è un impiegato bancario che, trovatosi coinvolto in un processo per quello che si illude sia un semplice malinteso, tenta inizialmente di affrontare il problema con la logica del buon senso e il sano pragmatismo che gli derivano dal suo lavoro. Ben presto, però, si troverà ad affrontare una macchina processuale infernale, i cui insondabili e oscuri meccanismi finiranno per travolgerlo fino alla morte.
Ecco allora che la burocrazia, l'ipertrofia normativa e il panpenalismo - in una parola, la mancanza di regole semplici, trasparenti e comprensibili - diventano uno strumento di potere in mano alle classi dominanti e ai "sacerdoti" del diritto. Non sarà un caso se, in tempi di pandemia e dpcm - in un'epoca cioè in cui l'Autorità sanitaria avverte particolarmente la necessità di disciplinare ogni più minuto aspetto della vita quotidiana dell'individuo -, si sia osservata una particolare propensione del legislatore (o di chi per esso) a emanare norme "per elenchi" di condotte, laddove la pretesa di imporre ai cittadini finanche il colore dei calzini da indossare non ha prodotto che ulteriori incertezze interpretative e ancor minore chiarezza. Più o meno lo stesso fenomeno che è alla base della "paura della firma" che assale il pubblico ufficiale quando, al momento di siglare un atto del suo ufficio, cerca di districarsi tra ingarbugliati coacervi di norme, alla ricerca dell'interpretazione più corretta e meno foriera di indesiderate complicanze giudiziarie.
cronacabianca.eu, 28 luglio 2021
Appello Garavini-Marighelli: applicare normativa in materia. La legge 62 del 21 aprile 2011 prevede l'istituzione di case famiglia protette, per evitare del tutto l'ingresso dei bambini in carcere. Nei giorni scorsi sono entrati in un istituto penitenziario della nostra regione due bambini di 7 e di 17 mesi con le loro mamme: una per scontare una pena di venti giorni, l'altra per un provvedimento di custodia cautelare.
"Si continua ad assumere decisioni e a valutare situazioni senza tenere ben presenti le esigenze specifiche dei bambini connesse alla loro crescita, i diritti sanciti da norme internazionali e nazionali, in particolare l'interesse superiore del fanciullo che, come indicato dall'articolo 3 della Convenzione Onu, deve orientare tutte le scelte relative alle persone di minore età", hanno rimarcato i una nota la Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Clede Maria Garavini, il Garante dei detenuti, Marcello Marighelli.
"Anche nelle carceri della nostra regione- specificano poi i due garanti- alcuni bambini continuano a essere presenti e trascorrono periodi più o meno lunghi, assieme alle loro mamme, in spazi ristretti, poveri e disfunzionali: limitati nei movimenti, nelle possibilità di sviluppo, a contatto con un mondo adulto, con un'organizzazione e con un sistema di relazioni che non aiutano ad allenare le competenze e a favorire l'evoluzione nei diversi ambiti".
"Il silenzio delle istituzioni preposte a modificare la situazione, l'assenza di azioni concrete e di passi significativi in direzione di quanto, peraltro, indicato dalla normativa in materia (la legge 62 del 21 aprile 2011 prevede l'istituzione di case famiglia protette, per evitare del tutto l'ingresso dei bambini in carcere) ci porta a evidenziare il permanere delle condizioni di forte disagio in cui vivono alcuni bambini della nostra regione. Sollecitiamo, quindi, gli interventi necessari in applicazione, appunto, di quanto già stabilito dall'apposita legislazione". Così Garavini e Marighelli, che concludono il loro intervento con un appello accorato.
La Repubblica, 28 luglio 2021
Dal Consiglio regionale un riconoscimento ai tanti impegnati nelle infermerie dei penitenziari durante l'emergenza. Nei mesi più bui dell'emergenza Covid anche i detenuti spesso si sono arruolati nell'esercito di chi era impegnato in prima linea per combattere quella lunga guerra silenziosa contro il virus. In tanti hanno lavorato nelle infermerie delle carceri lombarde.
Un impegno che oggi il Consiglio regionale riconosce: l'aula del Pirellone ha approvato lo stanziamento di 48 borse lavoro dedicate a loro. Il Covid ha portato la Lombardia in trincea, e quello era un fronte che non distingueva il dentro e il fuori, le carceri sono state in pericolo e solo di recente è stato raggiunto il traguardo dei contagi zero in tutti i penitenziari della regione. Da qui l'idea di dare un riconoscimento anche all'impegno di chi si è speso per assistere i malati, ma anche di farlo diventare un'opportunità di formazione.
Il Consiglio regionale infatti ha approvato ieri, durante una sessione della maratona sul bilancio, una proposta di Più Europa/Radicali a firma Michele Usuelli. Un emendamento e un ordine del giorno prevedono l'accesso a corsi gratuiti per avere la qualifica di operatore sociosanitario (Oss) o di ausiliario socioassistenziale (Asa) per i detenuti meritevoli che nelle infermerie hanno sviluppato spesso competenze di buon livello, a parere dei medici penitenziari. Il testo approvato prevede uno stanziamento di 120mila euro per finanziare la formazione professionale necessaria ai detenuti per conseguire le due qualifiche professionali oggi molto ricercate nel mercato del lavoro. Per le 19 carceri lombarde, sono state stanziate 48 borse lavoro, 24 per Oss e 24 per Asa.
Non l'unica novità che arriva dalla maratona in aula sul bilancio regionale. Sempre in ambito carcerario, è stato approvato un ordine del giorno Lega/+Europa Radicali per iniziative che vogliono migliorare la qualità di vita degli ospiti e la condizione lavorativa del personale sociosanitario all'interno di quelli che un tempo si chiamavano manicomi criminali e oggi sono diventati Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza.
In Lombardia l'unica struttura di questo tipo si trova a Castiglione delle Stiviere. Accanto a tanto buon lavoro svolto, si riscontrano alcune criticità come le liste d'attesa molto lunghe, personale medico composto soltanto da psichiatri, spazi non adeguati, visite dei familiari possibili solo di un'ora alla settimana. L'ordine del giorno ha quindi impegnato la giunta a confrontarsi con il governo sulle norme che regolano il sistema delle Rems e ad avviare interventi, anche sperimentali, per arrivare a superare queste criticità.
Infine, ancora sul fronte Covid, il Consiglio ha approvato un ordine del giorno che chiede di riaprire le discoteche, impegnando la giunta a stipulare un accordo con governo e Cts per l'organizzazione di "eventi trial sperimentali". Con il tracciamento per studiare nei seguenti 15 giorni se l'evento abbia sviluppato o meno focolai di contagio.
Prove di spirito bipartisan anche al Pirellone. E "siamo soddisfatti del lavoro complessivo svolto insieme alla maggioranza e alla giunta", ha dichiarato Usuelli. "In particolare per la prima volta ci è capitato di interfacciarci con gli assessori Rizzoli e Guidesi, ricevendo attenzione e ascolto. Ho pertanto ritenuto, pur rimanendo fermamente all'opposizione, di voler dare un segnale di riconoscimento per questo lavoro sulle cose concrete votando l'astensione all'assestamento di Bilancio".
cronacaflegrea.it, 28 luglio 2021
È stato trovato morto nella sua cella nel carcere di Fossombrone dove era detenuto il puteolano Massimiliano Testa, 45 anni, nativo del Rione Toiano. L'uomo si sarebbe suicidato impiccandosi con un lenzuolo. A ritrovarlo senza vita gli agenti della Polizia penitenziaria.
Detto "o sciacallo" Massimiliano Testa era affiliato al clan di Gaetano Beneduce ed era ritenuto uno degli uomini più vicini al boss. Fu arrestato nel 2008 e nel 2010 fu destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altri 81 affiliati ai clan Longobardi e Beneduce nell'ambito dell'operazione "Penelope". Sono ancora ignote le motivazioni che lo hanno spinto all'estremo gesto.
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