genova24.it, 22 dicembre 2021
"Da nominare al più presto, carceri liguri al collasso. Le forze di maggioranza non sono in grado di affrontare una discussione sugli organismi di garanzia, a partire dal difensore civico, in maniera coerente e di prospettiva".
"Mentre le condizioni delle carceri liguri sono sempre più precarie, sia per sovraffollamento che per mancanza di personale, la discussione sulla nomina del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, in consiglio regionale langue, in una Regione che non può più permettersi di non avere una figura di garanzia che tuteli sia chi viene detenuto sia chi lavora all'interno del settore", a dirlo il capogruppo di Linea Condivisa Gianni Pastorino.
E continua: "Le forze di maggioranza non sono in grado di affrontare una discussione sugli organismi di garanzia, a partire dal difensore civico, in maniera coerente e di prospettiva. Spiace constatare che la Liguria sia stata una delle ultime Regioni ad approvare la legge, e posso dire di essermi personalmente impegnato per cinque anni, per convincere il consiglio regionale ad adeguarsi alle normative delle altre Regioni, ma in realtà, da maggio 2020, in consiglio regionale non si è mosso nulla, mentre la vita delle donne e degli uomini carcerati e di chi lavora in carcere è sempre peggio".
Poi prosegue riportando all'attenzione il caso del carcere di Sanremo: "La casa circondariale di Sanremo continua dopo anni a presentare gli stessi problemi: mancanza di personale e sovraffollamento, che portano ad una inadeguata sorveglianza delle persone detenute e ad un carico di lavoro eccessivo per chi svolge le mansioni all'interno. Inoltre c'è da chiedersi se come era stato segnalato da Antigone, nel 2019, i problemi riguardanti il riscaldamento e l'acqua calda, siano stati risolti", spiega il consigliere regionale Gianni Pastorino.
Il Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale deve essere una figura indipendente, competente, che deve guardare a tutto tondo alla realtà carceraria, capace di analizzare le condizioni degli istituti penitenziari in Liguria, sia dal punto di vista delle strutture che da quello delle condizioni di vita delle persone detenute e degli operatori penitenziari. "Quanto accaduto a Sanremo rinsalda in me l'ulteriore necessità di nominare il Garante, perché quello a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi è un esempio di come la politica non voglia assumersi nessuna responsabilità, anche quando sono sotto gli occhi di tutti i disagi e i problemi che devono essere urgentemente affrontati - conclude il consigliere regionale Pastorino -. Quando finalmente sarà scelta la persona migliore per ricoprire questo ruolo, saremo una Regione più giusta e più civile".
newsinquota.it, 22 dicembre 2021
C'è un mondo nascosto a Baldenich. Fatto di storie complicate, ma anche di riabilitazione. Di passati burrascosi, ma anche di speranza e di lavoro. Soprattutto di lavoro. Nel carcere di Belluno infatti oltre il 70% dei detenuti ha un regolare contratto. E si conquista la riabilitazione pezzo dopo pezzo, ora dopo ora.
Non è una storia di Natale. E neanche la sceneggiatura di un film sulla libertà. È una realtà resa possibile dalla collaborazione tra l'istituto penitenziario e la cooperativa Sviluppo & Lavoro. La casa circondariale ultimamente fa quasi fatica a impiegare i detenuti nelle sue attività "canoniche", perché il lavoro è tantissimo. E l'impegno dei detenuti è encomiabile. Tutto con regolare contratto, orario di lavoro e stipendio.
Le persone impiegate dalla cooperativa si occupano di produrre astucci per occhiali per conto di importanti aziende del territorio. Più tutto il contorno, fatto di pezzette per occhiali e imbustamento spray per pulire le lenti. Manifattura di attenzione è quella che riguarda l'assemblaggio, altra categoria di lavoro presente a Baldenich, come ha potuto toccare con mano il presidente della Provincia, in visita alla struttura nei giorni scorsi.
"Attraverso il lavoro, viene garantito un impegno quotidiano e costante ai detenuti, con un orario di lavoro dal lunedì al sabato - spiega il presidente della cooperativa, Gianfranco Borgato. Vengono realizzati astucci e kit di pulizia degli occhiali per alcune importanti aziende del territorio bellunese. E anche assemblaggio di componenti plastici".
"Ho potuto vedere un clima sereno: il lavoro e la formazione rappresentano uno strumento straordinario di reinserimento in società" il commento del presidente della Provincia al termine della visita. "Il progetto avviato dalla cooperativa Sviluppo & Lavoro mi ha colpito molto e sono convinto abbia ulteriori potenzialità di sviluppo: è l'esempio di un'attività in grado di offrire ricadute positive sia a livello economico per le imprese del territorio, sia a livello sociale, perché attraverso il lavoro regolarmente retribuito è più semplice prevenire recidive da parte di chi oggi è detenuto e si appresta a tornare nella società. Ringrazio Gianfranco Borgato per l'idea a cui è riuscito a dare forma. E la direttrice del carcere, Tiziana Paolini. Da lei ho raccolto lo stimolo per un intervento di miglioramento dei due campetti sportivi all'interno della struttura: valuteremo se c'è la possibilità che la Provincia intervenga. Anche lo sport infatti è un mezzo potentissimo di promozione sociale e di riabilitazione".
milanotoday.it, 22 dicembre 2021
Sono settanta i positivi al Covid nel carcere milanese di San Vittore. Lo segnala Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria, facendo il punto dei contagi nella settimana dal 13 al 19 dicembre secondo i dati di fonte ministeriale nelle carceri del Paese.
Secondo il sindacalista, nelle carceri italiane i contagiati dal Covid, tra detenuti e personale penitenziario, sono raddoppiati in due settimane mentre, dal 13 al 19, si è registrato un aumento del quaranta per cento. I dati non arrivano in tempo reale e segnalano una tendenza che, probabilmente, oggi è ancora peggiore.
"La realtà segna un trend di contagi in forte aumento in queste festività e destinato ad avere conseguenze impattanti sulla gestione delle carceri", il commento di Di Giacomo: "In mancanza di misure urgenti" per bloccare la tendenza, "nel giro di poche settimane raggiungeremo un picco vicino a quello delle carceri del Sud America e della Tailandia, dove si registrano da giorni sanguinose rivolte".
Il sindacato di polizia penitenziaria rappresentato da Di Giacomo chiede quindi l'organizzazione immediata di open day per le vaccinazioni contro il Covid nelle carceri. "Si sta ripetendo lo stesso grave errore di sottovalutazione compiuto con l'avvio della prima fase di vaccinazione anti Covid: per la somministrazione della dose booster del vaccino - evidenzia il sindacalista - non c'è alcuna corsia preferenziale per il personale penitenziario e i detenuti".
Pnrr per il sistema della salute in carcere - "Gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sul tema del carcere sono in totale 132,9 milioni di euro, utilizzabili dal 2022 al 2026 per la 'costruzione e il miglioramento di padiglioni e spazi per le strutture'. Si cominci a spendere per rafforzare in strutture e personale il sistema di tutela della salute che registra carenze storiche ancor più allarmanti per la situazione Covid", conclude Di Giacomo.
triesteprima.it, 22 dicembre 2021
Torna il Covid all'interno del carcere di via Coroneo a Trieste e la temperatura inizia a scaldarsi. Nei giorni scorsi, dopo che più di una settimana fa si erano registrati i primi contagi, è scoppiato un altro focolaio ed un braccio del penitenziario è stato isolato, anche a causa del contatto di alcuni detenuti con altri risultati positivi. All'elemento epidemiologico si somma una situazione generale che non sembra essere delle più rosee. Nei giorni scorsi un detenuto ha tentato di suicidarsi (i motivi rimangono ignoti ndr) ed è stato trasportato in gravi condizioni all'ospedale di Cattinara dal personale del 118 intervenuto, assieme al personale del carcere, in maniera tempestiva.
Anche da fuori le cronache raccontano di una preoccupazione estesa anche e soprattutto ai famigliari dei detenuti. "Se dovessero bloccare le visite nuovamente - così una fonte di TriestePrima - rischiamo nuove rivolte. La situazione potrebbe tornare ad essere tragica". La memoria corre alle proteste e al blocco, insostenibile dal punto di vista emotivo per le famiglie già provate da una condizione di estremo disagio. Se la struttura cerca di limitare al massimo i disagi e di superare le criticità gettando acqua sul fuoco, all'interno alcuni incendi di piccole dimensioni sarebbero scoppiati comunque, con una tensione che avrebbe alzato il livello di allerta, soprattutto in un braccio del penitenziario "particolarmente complicato".
Tra le altre cose fa discutere infine la presenza di un sanitario che, secondo indiscrezioni tutte da confermare sia da parte della struttura che dall'assessorato regionale alla Sanità, sarebbe stato visto operare all'interno della struttura senza tuttavia essere vaccinato. Il sanitario sarebbe sfuggito ai controlli fatti da Asugi. Se così fosse, visto l'obbligo in vigore per la categoria, rischierebbe la sospensione. Proprio dall'interno si sono levate voci di insofferenza per questa situazione, con alcune segnalazioni che sarebbero arrivate fino ai vertici.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 dicembre 2021
Lungaggini e ritardi sono il male oscuro della giustizia. Lo abbiamo detto, e sentito dire, migliaia di volte. Da tempo si discute di riforme che dovrebbero curare questo male, ma fino a questo momento la situazione non sembra far registrare miglioramenti significativi.
E al Tribunale di Sorveglianza di Napoli la situazione è, se possibile, ancora peggiore se si considerano le carenze e le lungaggini che appesantiscono il lavoro di chi opera all'interno di questo settore della giustizia e le attese di chi si trova a dipendere dalle decisioni di questo Tribunale. Uno dei casi più recenti, ed eclatanti, riguarda un detenuto del carcere di Secondigliano, uno di quelli condannati al fine pena mai, con l'ergastolo da scontare e alle spalle accuse che vanno dall'associazione mafiosa all'omicidio.
Insomma, un boss di quelli per i quali l'opinione pubblica sarebbe più incline al giustizialismo che a spiragli di umanità della pena. Ebbene, questo detenuto attende da molti mesi una risposta definitiva alla sua richiesta di ottenere un permesso premio. Ad aprile aveva presentato la richiesta, a fine luglio è arrivato il rigetto della richiesta e da allora - sono trascorsi cinque mesi - attende la fissazione dell'udienza per discutere il reclamo. In totale, questa vicenda pende dinanzi al Tribunale di Sorveglianza di Napoli da otto mesi. Non vi sembrano troppi per arrivare a una decisione relativa a un permesso? Può davvero dirsi giusta una giustizia che risponde con simili ritardi e può definirsi davvero umana una pena per cui si resta sospesi per un tempo indefinito e indefinibile alla decisione di un giudice? Ora, è pur vero che il Tribunale di Sorveglianza di Napoli si trova a lavorare con una pianta organica molto ridimensionata rispetto alle reali necessità e che la mole di detenuti in Campania è tale da determinare un flusso enorme di atti, istanza, decisioni. Ma tanti mesi per definire un'istanza e un ricorso sembrano troppi.
L'attesa è quella di Antonino Melodia, boss della mafia siciliana di Alcamo. Detenuto ininterrottamente dal 30 aprile 1985, praticamente ha vissuto in cella più della metà dei suoi anni. Aveva 26 anni quando fu arrestato, oggi è un uomo che ha superato la sessantina e si è adattato alla vita in carcere e al percorso della pena al punto da aver ottenuto, negli ultimi tempi, due permessi per uscire per qualche ora dal carcere e ritrovare una dimensione di umanità. Seppur minima, perché si tratta di un condannato all'ergastolo per accuse gravi. Sta di fatto che sulla scia di questo percorso di umanizzazione della pena, Melodia aveva chiesto, ad aprile scorso, un permesso. Il giudice ha risposto a fine luglio, negandolo sulla base della recente sentenza della Corte Costituzionale in tema di ergastolo ostativo e accesso ai permessi premio. In questo caso il permesso consiste nel consentire al detenuto siciliano di trascorrere otto ore in una comunità a Pompei. Quel rifiuto è stato impugnato, puntando sull'assenza di contestazioni ed elementi nuovi e tali da rendere non più meritevole, il detenuto, del permesso premio. E da luglio ad oggi (sono trascorsi cinque mesi) non è stata ancora nemmeno fissata l'udienza.
L'avvocato Gabriella Di Nardo, che assiste Melodia, conferma le lungaggini di questa attesa. Nessun commento sul merito della vicenda che sarà discussa davanti ai giudici. Anche noi non vogliamo entrare nel merito di questioni che vanno valutate in diritto e nelle sedi opportune, né vogliamo prestare il fianco a polemiche populiste. Ma questa storia, come tutte quelle di bibliche attese per avere una risposta dalla giustizia, solleva interrogativi: è normale che otto mesi non bastino per avere una risposta definitiva su una questione relativamente semplice come il rinnovo di un permesso già concesso in passato? La pena vissuta in questo limbo è umana? E una giustizia così lenta e indifferente può essere davvero giusta?
cataniatoday.it, 22 dicembre 2021
Lo sportello consente agli avvocati di ricorrere all'applicazione della disciplina della sospensione del procedimento con messa alla prova per i cittadini che stanno affrontando un processo. Un tassello importante per la cosiddetta "giustizia riparativa" nell'interesse della collettività.
Inaugurato oggi al tribunale di Catania lo sportello per la Messa alla prova, che consente agli avvocati di ricorrere all'applicazione della disciplina della sospensione del procedimento con messa alla prova per i cittadini che stanno affrontando un processo. Un tassello importante per la cosiddetta "giustizia riparativa" nell'interesse della collettività. L'ufficio Map, messo a disposizione dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Catania, si trova all'interno del Palazzo di Giustizia, nel locale attiguo all'aula "Camilleri" (Tribunale Seconda Sezione Penale).
Lo sportello garantirà la diffusione delle informazioni e l'agevole fruizione della modulistica e potrà offrire opportunità qualificate tese a sostenere lo svolgimento di attività inquadrate nell'ottica del paradigma della giustizia riparativa. Alla presentazione sono intervenuti il presidente Corte di appello, Filippo Pennisi, il presidente del Tribunale, Francesco Mannino, il Procuratore generale presso la Corte di appello, Roberto Saieva, la presidente della Prima sezione penale del Tribunale, Grazia Anna Maria Concetta Caserta, il direttore dell'Udepe (Ufficio Distrettuale Esecuzione Penale Esterna, Antonio Gelardi, la dirigente reggente dell'Ufficio Interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna, Anna Internicola, il vice presidente della Camera penale "Serafino Famà", Tommaso Tamburino, il presidente e il vice presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Catania, Rosario Pizzino e Fabrizio Seminara.
Seminara, a margine della presentazione, ha ricordato che "l'iniziativa è frutto del 'Protocollo di intesa operativa', stipulato nell'ottobre 2020, tra: il COA, il Tribunale ordinario, la Procura della Repubblica, la Camera Penale 'Serafino Famà' e l'Ufficio Distrettuale Esecuzione Penale Esterna (Udepe) di Catania. Uno strumento operativo di estrema utilità nell'espletamento delle pratiche e che consentirà agli Avvocati anche una più agevole interlocuzione con i funzionari dell'Ufficio dell'Esecuzione Penale".
Seminara ha ricordato anche che il protocollo prevede che gli avvocati possano "depositare istanze di elaborazione del programma finalizzato alla sospensione del processo con messa alla prova (ex art. 168 bis c.p.), richiedere informazioni inerenti la predisposizione del programma e, in generale, assumere notizie nell'interesse del proprio assistito".
di Dijana Pavlovic
Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2021
Potevano essere rom, bulgari, rumeni, nigeriani o di qualsiasi altra etnia. Birka e Christian, i due bimbi di 4 e 2 anni, morti carbonizzati nella baraccopoli di Stornara, in provincia di Foggia, non sono vittime di segregazione razziale. E non sono morti di "campo nomadi". Pare che non fossero neppure rom ma appartenenti a una delle tante famiglie bulgare che insieme ai rom strappano la loro vita sui campi pugliesi. Sono vittime di un pezzo dell'economia del nostro paese basata sullo sfruttamento spietato di persone disperate. E se vogliamo cercare la chiave di lettura nella ricerca di soluzioni non la troviamo nel "campo nomadi". Per questo sbagliano gli attivisti rom e pro rom a dire che sono morti di "campo nomadi".
Quanto superficiale e strumentale è la volontà di estrapolare quel "campo" dal contesto nel quale è cresciuto. Quanto è disonesto fare finta che non esistano luoghi analoghi, a pochissimi chilometri da quel "campo", non di rom, ma di africani, uguali identici, non solo per condizioni materiali nelle quali vivono migliaia e migliaia di persone di ogni etnia, ma anche per il livello di disperazione umana, che sono il prodotto non della secolare persecuzione nei confronti di rom e sinti, ma di uno dei cancri peggiori del nostro paese, ormai in uno stato di metastasi avanzata - la schiavitù strutturata, il consolidamento tra una grande parte dell'economia agricola, soprattutto del Sud Italia, e le mafie, straniere e autoctone e il caporalato.
Quanto la facciamo facile in questo caso gridando al razzismo e all'apartheid, o i media, che spesso non guardano oltre il fatto di cronaca e si accontentano di alimentare indignazione a tempo e un tanto al chilo, sollevati che il fatto si può attribuire a cose di "rom". Quanto la rendiamo facile ai politici che se la cavano con due dichiarazioni e un dolore più o meno sentito, ma dimenticato dopo un giorno, giustificandosi soltanto perché non hanno sgomberato, senza dover rispondere di quell'altro cancro, troppo scomodo perché tocca interessi economici così grandi, e così pericolosi per il consenso politico in quelle zone d'Italia.
Cerchiamo di distinguere e di capire le origini e il contesto dei mali diversi che ci colpiscono, per poterli combattere meglio. Non buttiamo tutto nello stesso calderone, distinguiamo, almeno noi, tra diversi fenomeni che ci colpiscono, la segregazione razziale, le conseguenze della povertà estrema, tradizioni e volontà di vivere in modi diversi e comunitari... Tutti questi sono fenomeni diversi, presenti in luoghi e situazioni diversi, e cercano risposte e proposte diverse. Se impariamo a non generalizzare, a riconoscerli e ad ascoltarli, a guardare situazione per situazione senza fare di ogni erba un fascio, ci risparmieremo la vergogna di aver anche noi contribuito alla criminalizzazione dei luoghi e delle persone che ci vivono.
Almeno noi, togliamoci i paraocchi che ci impediscono di vedere e di essere cittadini e non solo "rom" o "difensori dei rom", non usiamo tragedie di questa portata per tirare l'acqua al nostro mulino, per affermare i nostri principi e ideologie. In questo caso specifico la segregazione razziale non c'entra nulla, tanto meno si possono equiparare queste baraccopoli ai "campi nomadi". Per quanto riguarda questi ultimi impariamo ad ascoltare chi ci abita, a riconoscergli il diritto di parlare, di dire quello che è il loro punto di vista e quindi di essere soggetti e non oggetti di questa o quella amministrazione o associazione.
In questo caso specifico combattiamo insieme a un pezzo grande e importante della nostra società una battaglia che riguarda anche i rom, ma migliaia e migliaia di migranti da ogni parte del mondo che arrivano da ogni tipo di tragedia, e molti italiani in povertà, uomini, donne e anche bambini. Combattiamo per i diritti dei braccianti, contro lo sfruttamento del lavoro e contro la schiavizzazione delle persone che lavorano 12 ore al giorno per pochi spiccioli, senza nessun diritto e senza nessun accesso ai servizi pubblici, carne umana sulla quale ci guadagnano tutti, a partire dai caporali passando da mafie e malavita organizzata, alle aziende agricole e alla politica che non agisce, per finire a noi che compriamo a prezzi competitivi i pelati per la nostra pastasciutta contenti di mangiare "italiano".
*Attrice, attivista per i diritti umani
di Alessia Principe
cosenzachannel.it, 22 dicembre 2021
L'iniziativa di una libraia cosentina. Lo "spazio giallo" del carcere di Cosenza sarà il primo a nascere in Calabria. Le favole sono tutto per i bambini, ogni storia non raccontata è un sogno in meno. E ci sono dei piccoli che di favole e di sogni ne hanno bisogno anche più di altri. Sono i piccoli che sono costretti a dividere il loro tempo nell'ambiente del carcere. Per colorare questo Natale di fiabe speciali Marta Monteleone della libreria "Raccontami" ha lanciato una splendida iniziativa: il libro sospeso per lo spazio giallo (il luogo di accoglienza per i bambini e bambini allestito all'interno del carcere di Cosenza).
"Fino a settembre - racconta Marta - io e mio figlio Bico andavamo a scuola in bici e, quasi ogni giorno, passavamo davanti al carcere di Cosenza. Lui mi chiedeva spiegazioni su cosa fosse quel posto e come ci finiva la gente lì, finché un giorno esordisce con un: "Mamma perché non facciamo una libreria dentro il carcere così i bambini che vanno a trovare i loro papà possono leggere i libri insieme?".
Dalle parole del piccolo Bico alla realizzazione del progetto il passo è stato brevissimo. E così Marta, aiutata dalla casualità degli eventi, ha organizzato tutto. "Ho pensato che fosse un'idea bellissima e, per puro caso, un giorno in libreria è entrata una donna fantastica che, incredibile a dirsi, lavorava proprio nel carcere. Le ho proposto l'idea e lei si è messa subito a disposizione per parlare con chi di dovere. Grazie, quindi, di cuore a Carmen Rosato, senza di lei tutto ciò non sarebbe mai partito. Siamo molto emozionate, Bico di più.
Aiutateci a realizzare questo suo piccolo sogno. Che potrebbe essere il sogno di tanti bambini.I libri da donare sono solo per la fascia 0-10 anni". Lo "spazio giallo" sarà il primo a nascere in Calabria per accogliere i bambini prima dell'incontro con i genitori. "Degli operatori saranno lì ad aspettare i piccoli per spiegargli cosa sta succedendo e aiutandoli ad affrontare il momento. I libri potranno essere anche uno strumento di aiuto".
di Francesca Visentin
Corriere della Sera, 22 dicembre 2021
Prodotto dalla pasticceria Giotto è stato indicato dal New York Times come una delle dieci prelibatezze d'Italia. Classico o al moscato, con i fichi o al gianduia: la dolcezza dal sapore di rinascita. Dietro quel panettone che si scioglie in bocca c'è il lavoro artigianale di un pasticcere chiuso in prigione. Fragrante, profumato, morbido, il panettone preparato nel carcere di Padova sta facendo il giro del mondo. Tutti lo vogliono. Anche il Papa lo ordina regolarmente da qualche anno per i suoi regali personali. E il Gambero Rosso l'ha premiato come eccellenza enogastronomica d'Italia. Adesso a occuparsi del panettone dei detenuti-pasticceri di Padova è il New York Times, che lo indica come una delle dieci prelibatezze italiane. Dal "Kabir", al moscato di Pantelleria, a quello con la cioccolata, o con amarene e gianduia, con i fichi, o con zenzero e mandarino, tanti i gusti tra cui scegliere, ma il classico (anche in formato magnum) resta quello più ordinato.
Arrivano richieste da tutto il mondo alla Pasticceria del carcere di Padova e con lo shop online https://www.pasticceriagiotto.it/it_IT/shop.html è possibile ricevere il panettone ovunque. Sei maestri pasticceri insegnano l'arte ai detenuti, che per il lavoro nella pasticceria ricevono uno stipendio, oltre ad imparare un lavoro, che una volta fuori garantisce un futuro. Tra farina, zucchero a velo, profumo di cannella, i laboratori dentro il carcere di Padova sono un'oasi di paradiso, dove creatività e passione fanno dimenticare reati e pene da scontare. La Cooperativa Giotto 15 anni fa ha scommesso su questa possibilità di rinascita attraverso il lavoro e i risultati ci sono. La pasticceria con il marchio "I dolci di Giotto" è diventata eccellenza italiana.
Rapine, truffe, violenza, anche omicidi, i detenuti-pasticceri hanno un passato pesante, ma ognuno di loro è pronto a voltare pagina. Le mani in pasta aiutano a ripartire. Fino ad oggi più di 200 detenuti sono stati guidati in un percorso formativo nell'arte pasticcera e non solo. Il laboratorio è affiancato dal reparto di confezionamento e logistica dove i dolci vengono vestiti e preparati per la spedizione. Arrivano sulla tavola di chi li ordina in eleganti scatole dal designer raffinato. I panettoni sono la star, ma la pasticceria del carcere sforna a ritmo continuo anche torte, biscotti, brioche, praline, gelati, colombe, tutto venduto in Italia e all'estero.
Paolo Cuccia, presidente del network Gambero Rosso, nel premiare i panettoni aveva sottolineato: "La Pasticceria del carcere di Padova ha dimostrato che l'impegno etico e sociale cammina meglio quando gli obiettivi sono alti anche in termini di qualità e dimensioni dell'attività imprenditoriale. Le produzioni sono doppiamente buone: per il progetto sociale alla base e per il risultato raggiunto". E dopo 15 anni di attività dentro il carcere, che ha diplomato tanti detenuti-pasticceri offrendo una possibilità di rinascita, adesso è stata inaugurata anche una pasticceria "gemella" fuori dal carcere, in centro a Padova.
"Apriamo questo spazio quasi in punta di piedi, con rispetto per la città che ci accoglie - ha spiegato Matteo Marchetto, presidente di Work Crossing, che gestisce l'attività dei detenuti-pasticceri -. Molti conoscono i nostri panettoni, ma in carcere lavoriamo durante tutti i mesi dell'anno, realizzando prodotti di pasticceria fresca. Proprio per rendere economicamente sostenibile il progetto di inserimento lavorativo dei carcerati abbiamo deciso di inaugurare anche un punto vendita al minuto".
di Erasmo Palazzotto*
Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2021
Qualche sera fa sono passato dalla stazione Termini, a Roma, e ho trovato il pavimento dell'ingresso inondato d'acqua, ovvero appositamente bagnato per scoraggiare coloro che sono in cerca di un posto un po' riparato per trascorrere la notte. La preoccupazione di garantire un cosiddetto decoro in un luogo di transito molto frequentato spinge a nascondere altrove il dramma quotidiano di chi non ha dove dormire. Ci si preoccupa che non si sappia, e non si veda, che ogni notte c'è chi rischia di morire di freddo.
Ormai da settimane, a Roma la temperatura notturna scende intorno ai 2-3 gradi. Nel mese di dicembre, sono già due le persone morte a causa del freddo: pochi giorni fa, nel gelo della notte, è morto un ragazzo di 27 anni proprio vicino alla Stazione Termini, si chiamava Fode Dahaba e veniva dalla Guinea Bissau. Qualche giorno prima era morto un 78enne che aveva probabilmente trovato rifugio in un'auto abbandonata nel tentativo di ripararsi dal freddo nel quartiere di Garbatella. Ogni inverno le attese temperature rigide di dicembre ci trovano impreparati. Quello che appare evidente è la mancanza di soluzioni strutturali rispetto a un'emergenza ciclica e stagionale.
Da pochi mesi Roma ha una nuova amministrazione che ha promesso 300 posti letto in arrivo oltre ai 420 già attivi. Mi aspetto dal sindaco Roberto Gualtieri e dalla sua Giunta un occhio attento agli invisibili e a quelle migliaia di persone (prima della pandemia erano 8000) che ogni notte a Roma cercano un posto dove dormire. Come sempre, una buona gestione non si misura sulle luci di Via del Corso ma innanzitutto dalla cura e dall'attenzione ai più fragili e a chi, di notte al freddo, rischia di diventare ancora più invisibile.
L'opzione di riapertura notturna delle stazioni per dare rifugio a chi non ha un'alternativa alla strada viene considerata non dignitosa. Lo credo anch'io, ma in senso opposto. Non è dignitoso far dormire le persone per terra nelle stazioni quando servirebbero ben altre soluzioni che possano dirsi dignitose per ognuno di loro. Ma una stazione aperta per alcuni potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte. Se non fosse per la solidarietà e il quotidiano impegno di associazioni e volontari, ogni anno il bilancio dei morti per il freddo sarebbe drammaticamente più alto. Ed è chiaro che non possiamo lasciare al solo terzo settore il peso di un'emergenza che ha a che fare con le fasce più vulnerabili della popolazione. Mi piacerebbe che l'amministrazione intervenisse ora, fissando la questione tra le priorità non procrastinabili e preoccupandosi che nessuno e nessuna debba trascorrere anche solo una notte nel gelo di queste notti.
*Deputato di LeU, presidente Commissione d'inchiesta Regeni
- Milano. Una palestra per i detenuti del Beccaria
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