di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 23 dicembre 2021
"Era chiaro che le elezioni non ci sarebbero state ma per Tripoli non c'è un piano B. L'Afghanistan? Dimenticato. Tutto ciò non è nell'agenda del Consiglio europeo, ma è nell'agenda della realtà". Ci tiene a dire che queste questioni lei le ha sollevate in Aula al Senato e nell'incontro di +Europa a Milano: Libia, migranti, la tragedia che si sta consumando ai confini tra Bielorussia e Polonia. Emma Bonino, leader storica dei Radicali, già ministra degli Esteri e Commissaria europea, oggi senatrice di +Europa, ha fatto della difesa dei senza diritti una ragione di vita politica. Di Libia se ne è sempre occupata, da ministra, Commissaria europea e parlamentare.
E come parlamentare ha votato contro il rifinanziamento della Guardia costiera libica da parte dell'Italia. Cosa che allora, luglio scorso, spiegò così: "La strategia inaugurata con il memorandum Italia-Libia del 2017, proseguita con il riconoscimento della SaR (la zona di Search and Rescue) libica, con il decreto motovedette dell'estate 2018 e con queste missioni di supporto che ora si chiede di rinnovare, si regge su una finzione cui nessuno può più far finta di credere: che le autorità libiche siano in grado di salvare persone in mare garantendo il rispetto dei più basilari diritti umani. Le condizioni dei centri di detenzione, non chiamiamoli di accoglienza per favore, sono note a tutti, ne sono pieni i rapporti delle organizzazioni internazionali. Sono dei lager". Sono passati 5 mesi da quel voto, e la realtà le ha dato tragicamente ragione. Quanto poi ai balletti quirinalisti, la risposta è nell'intervista.
Dal Mediterraneo all'Afghanistan, dalla gelida frontiera tra Bielorussia e Polonia al dimenticato Yemen. Il 2021 ci sta lasciando tragedie umanitarie che mettono a rischio la vita di milioni di persone. E la comunità internazionale?
Cosa sia nel concreto oggi la "comunità internazionale" è qualcosa che mi sfugge tanto indeterminati ne sono i riferimenti. Diciamo che guarda attonita queste crisi e come sempre accade quando fallisce la politica, si rivalutano gli "umanitari". I quali fanno il loro mestiere che non è quello di far politica o trattative. Il loro nobile mestiere è quello di salvar gente, se ci riescono e quando ci riescono. Noi siamo in una situazione, sempre quella, di una politica estera che non c'è, di una politica sull'immigrazione che non esiste, e se penso a quelli che muoiono di freddo tra Bielorussia e Polonia, come ho detto in Senato, qui anche la pietà è morta. Il che non mi rende molto orgogliosa di questa Europa. Per niente.
Un'altra zona calda è la Libia. Il regno del caos. Il 24 dicembre doveva essere una data storica per il Paese nordafricano: il giorno delle elezioni presidenziali e parlamentari. Ora è ufficiale che le due elezioni sono state rimandate non si sa a quando, mentre a dettar legge sono le milizie in armi. Libia, un fallimento annunciato?
Io ne ho parlato a lungo nella convention di +Europa a Milano. Ho ripreso il tema al Senato. Mi è stato risposto da parte di alcuni elementi del Governo che la Libia non era all'ordine del giorno del Consiglio Europeo. Vero. È però all'ordine del giorno della realtà che forse conta un po' di più. E non ci voleva chissà quale sfera di cristallo per capire che non si sarebbero tenute le elezioni il 24 dicembre. E, che io sappia, non è esistito alcun piano B. Nel frattempo sono morte altre 156 persone nel Mediterraneo, ma ormai questo non fa più né notizia né emoziona. La Road map è fallita ma si sapeva fin dall'inizio che non avrebbe tenuto. E cosa succede adesso non lo sa nessuno.
Non lo sa nessuno. Però nella conferenza stampa di fine anno, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha affermato che "Ue e Italia continueranno a far di tutto per il consolidamento della democrazia" in Libia. Siamo all'errare è umano, perseverare è diabolico?
Sì. Anche perché continuano "a fare di tutto" e non capisco cosa sia quel "tutto", che rimane abbastanza vago. Per ora constato che l'accordo per il processo elettorale del 24 dicembre è ampiamente fallito. Tutto sta, sostanzialmente, nelle mani delle milizie e noi ci affidiamo, che ne so, a Dio... Non c'è nessun piano B per la Libia, Né italiano né europeo.
Il dramma è che non ci affidiamo a Dio ma continuiamo a farlo, con tanto di finanziamenti, alla cosiddetta Guardia costiera libica...
Più le milizie, che molto spesso sono la stessa cosa. Per questi criminali, anche in divisa, la tratta dei migranti produce considerevoli flussi finanziari e quindi in uno Stato in cui nessuno governa, "sgovernano" queste milizie. Ma questo lo sappiamo da sempre. Vogliamo continuare a far finta di no, ma lo sappiamo da sempre.
La smemoratezza è una brutta malattia, specie in politica. In questi mesi ho perso il conto di quante volte si è usato e abusato di "corridoi umanitari", di "chiusure dei campi di detenzione in Libia" etc. Di questo che è rimasto?
Niente. Assolutamente niente. Era niente quando l'avevamo sbandierato ed è niente adesso che tutto ciò non è nell'agenda del Consiglio Europeo ma è nell'agenda della realtà.
L'Afghanistan l'abbiamo completamente dimenticato, di Yemen e altro facciamo finta di no, e tutta l'attenzione nel nostro paese è il gioco della torre tra Draghi e Mattarella: chi buttiamo giù per primo. Mattarella si è tirato fuori e adesso tutto il chiacchiericcio politico è che succede. Peraltro chiunque abbia un po' di esperienza storica sa che solo Cossiga e Ciampi furono eletti al primo colpo e tutti gli altri quattordici votazioni, sedici votazioni, diciotto votazioni...e tra una votazione e l'altra sono stati esclusi tutti quelli che erano entrati nel "conclave" come papabili: Forlani, De Mita e via elencando, ne cadeva uno dietro l'altro. Io a questo gioco mi rifiuto di partecipare perché è un gioco di dietrologia a mio avviso inutile e anche incomprensibile. Guardo, però, ai risultati, secondo me positivi di questo Governo e mi terrorizza l'idea che si cambi il manovratore. Continuo ad essere fermamente convinta che l'energia e l'autorevolezza di Mario Draghi non debba assolutamente andare sprecata. Il paese non se lo può permettere. Per restare su questo.
Il presidente Draghi ha comunque ribadito che lui è in pista se rimane una maggioranza di unità nazionale a sostenerlo. La metto giù un po' brutalmente: così facendo vogliamo istituzionalizzare l'emergenza?
Non è che la vogliamo istituzionalizzare. È che l'emergenza continua. C'è. Io non sono una esperta, una tecnica, ma quello che mi pare di aver capito anche da altri paesi è che questa variante Omicron è meno letale ma con una capacità di diffusione molto più grande. Siamo entrati in un'altra emergenza, o meglio, nell'evoluzione della stessa. Questo è il punto. Io tra tutte le varie tesi continuo a ritenere e a dire che la cosa più sensata è vaccinarsi. Cosa che mi pare la grande maggioranza dei cittadini stia facendo. Dall'emergenza, però, non siamo usciti. È solo che si presenta in modo diverso, ma lì stiamo.
Dal chiacchiericcio dei palazzi della politica o dei salotti mediatici alle tragedie, quelle vere. I migranti come arma di ricatto. Ricatto all'Europa. È ciò che sta avvenendo a Est. Dell'autocrate di Minsk, Aleksandr Lukashenko, si è detto di peggio e di più, giustamente. Ma che dire della Polonia, paese membro dell'Unione Europea che ha chiesto i soldi a Bruxelles per erigere un muro anti migranti alla frontiera con la Bielorussia?
No, stai attento. Lì gli è stato detto di no. Non con i soldi europei. Ma sostanzialmente non cambia niente. Voglio ribadire qui quanto ho avuto modo di dire nel mio intervento al Senato: ho vissuto, come molti credo, con un po' di vergogna il fatto che anche dentro i confini dell'Europa si parli sempre e solo di tener fuori, di respingere... Io non mi capacito, e mai lo farò, di un continente che ha 500milioni di abitanti e che oggi abbia paura dell'"invasione" di seimila, settemila disperati che stanno gelando ai confini tra la Bielorussia e la Polonia! Questo è un tema che, a mio avviso, va affrontato di petto nella famosa Conferenza per il futuro dell'Europa, che ha tanti, troppi, temi nella sua agenda, ma non quello della necessità di riforme istituzionali del Trattato. E se non si affronta e si scioglie questo nodo, e si mantiene, ad esempio, il ricatto delle decisioni all'unanimità su questioni cruciali, quali appunto quella dell'immigrazione, saremo sempre lì. Non è che le cose si risolvano sempre con un cerotto. A volte ci sono cose che si devono risolvere con modalità un po' più, se mi posso permettere, radicali.
di Roberto Brunelli
La Repubblica, 23 dicembre 2021
Il sondaggio YouGov per Lena (Leading European Newspaper Alliance). La maggioranza crede che gli stranieri rappresentino una minaccia alla propria "identità nazionale". Confusa, impaurita, divisa: è l'immagine dell'Europa di fronte al fenomeno dei grandi flussi migratori. Dove quasi la metà dei cittadini immagina di innalzare muri per difendersi dagli stranieri illegali ed una grande maggioranza - da nord a sud, da ovest ad est del continente - ritiene che il livello d'immigrazione sia "troppo alto" nei rispettivi Paesi (e nell'Unione europea nel suo complesso). Altrettanti sono certi del fatto che l'arrivo degli stranieri rappresenti una minaccia alla propria "identità nazionale".
A sei anni dalla grande crisi migratoria del 2015, fa riflettere il quadro che emerge oggi dal sondaggio realizzato da YouGov in esclusiva per Repubblica e la Leading European Newspaper Alliance in dieci Paesi (Germania, Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Svezia, Belgio, Svizzera, Polonia e Ungheria). Un dato sopra tutti: il 60% degli intervistati afferma che vi è "troppa immigrazione" nei rispettivi Paesi. È un'opinione sostanzialmente condivisa in gran parte del Vecchio Continente: in Italia cresce al 77% del campione, seguita dalla Spagna al 75% e dalla Svezia al 73%, mentre è più contenuta in Germania (al 67%), in Francia (al 66%) e nel Regno Unito (al 51%).
Di contro, apparentemente è un paradosso la risposta al quesito in Polonia e in Ungheria, i cui governi spiccano per rigidissime politiche anti-migranti: qui la quota di coloro che trovano eccessiva la presenza di stranieri si riduce rispettivamente al 39% e al 34%, numeri che a detta degli analisti di YouGov si spiegano con il fatto che si tratta di Paesi più di "transito" che di permanenza. Ad uno sguardo più attento, tuttavia, si scopre che nelle stesse Polonia ed Ungheria schizza in alto il numero di cittadini che considera un'ottima soluzione la costruzione di muri per bloccare i migranti irregolari: rispettivamente sono il 58% ed il 71%. Lo scenario cambia nell'Europa centro-occidentale: in Germania i "pro-muro" sono il 48%, tra i francesi e gli spagnoli lo è solo il 36, tra belgi ed elvetici si scende al 31 e al 28%.
È uno schema che si replica nelle risposte sulla "minaccia all'identità nazionale": in Ungheria è quel che pensa il 53% della popolazione, in Polonia il 46%, ma la percentuale precipita al 35% in Spagna, al 37% nel Regno Unito, ma torna a crescere al 44% in Italia e al 43% in Svizzera. Patrick English, research manager di YouGov, non ha dubbi: "Complessivamente in Europa il 45% pensa che l'immigrazione costituisca una minaccia all'identità, il 48% è convinto dell'opposto: il che riflette una forte divergenza di pensiero e la mancanza di chiarezza sul tema migranti". Differenze, come quella sui muri, che hanno anche a vedere con l'esperienza d'immigrazione dei singoli Paesi: quelli dell'est, per esempio, "scontano" il fatto di coincidere con le frontiere esterne dell'Ue.
In compenso, la maggioranza degli europei è convinta che gli stranieri rifiutino di integrarsi: risponde così il 51% degli italiani, il 50% degli svedesi, il 46% dei tedeschi e il meno sorprendente 57% degli ungheresi. Per quanto riguarda le preoccupazioni suscitate dall'immigrazione, al primo posto svetta quasi ovunque in Europa il timore di un aumento del crimine: è del 47% il dato complessivo nei dieci Paesi della rilevazione, che cresce al 52% in Germania, al 53% in Italia, addirittura al 64% in Svezia. Più bassa la percezione di un rischio di "intolleranza culturale" o religiosa, con percentuali che quasi ovunque oscillano poco sopra il 30%. Sicuramente inferiore a qualche anno fa il tasso (anche questo intorno al 30%) di chi vede al primo posto "il rischio terrorismo", con la consueta eccezione delle risposte date alle latitudini di Budapest (al 54%).
Sull'Italia nel sondaggio YouGov spiccano due dati. Primo, in diversi quesiti le risposte divergono drammaticamente a seconda della affiliazione partitica: arriva infatti al 91% la quota di elettori di Lega e Fratelli d'Italia convinti che vi è "troppa immigrazione" nel Paese, contro il 63% di chi vota Pd. Secondo, mentre sul giudizio incide notevolmente il livello di reddito (in questo gruppo è il 77% a temere il numero dei migranti), si fa notare il fatto che la "minaccia immigrazione" è decisamente meno percepita al sud e nelle isole che al nord e al centro (38% contro il 47%). Sorprendente, visto da Lampedusa.
di Paolo Pezzati*
Il Fatto Quotidiano, 23 dicembre 2021
A tre anni dagli Accordi di Stoccolma - che avrebbero dovuto rappresentare la prima pietra su cui costruire significativi progressi verso un possibile accordo politico tra le parti in conflitto - in Yemen la popolazione civile è ancora sotto il tiro incrociato di bombardamenti aerei e scontri terrestri sempre più intensi, soprattutto in alcune aree chiave del paese, prese di mira perché geograficamente strategiche o ricche di risorse, come il governatorato di Marib.
Il capoluogo, Marib City, che prima dell'inizio del conflitto contava poco più di 40.000 abitanti, adesso ospita oltre 1 milione di sfollati che continuano ad aumentare settimana dopo settimana. In tutto lo Yemen al momento si contano oltre 4 milioni di persone in fuga dalla guerra - nei campi profughi perennemente sotto attacco o in alloggi di fortuna senza acqua pulita, cibo, medicine - a cui se ne sono aggiunte altre centomila solo negli ultimi 3 mesi.
A metà novembre, gli scontri lungo la costa del Mar Rosso hanno costretto oltre 25.000 persone ad abbandonare le proprie case, mentre lo spostamento continuo delle linee del fronte, con vaste aree cosparse di mine anti-uomo, non fa che aumentare il numero di civili uccisi: 120 negli ultimi 2 mesi, 18.500 dall'inizio del conflitto, con un numero ormai imprecisato di vittime totali, stimato nell'ordine di centinaia di migliaia.
Le cause e le conseguenze di un fallimento pagato da milioni di innocenti - L'accordo, firmato il 13 dicembre di tre anni fa - tra la minoranza Houthi e il governo riconosciuto a livello internazionale - aveva l'obiettivo proprio di evitare una catastrofica escalation militare, ma l'attuazione limitata delle sue componenti chiave è tra le cause alla base dell'emergenza umanitaria in corso, la più grave al mondo nella storia recente.
Due in particolare gli elementi disattesi che hanno gravi conseguenze umanitarie: il mancato cessate il fuoco e un nuovo dispiegamento delle truppe (da parte di tutte le parti in conflitto) a Hodeida (il principale porto del paese da cui entrano oltre l'80% degli aiuti e dei beni essenziali); la mancata risoluzione della situazione a Taiz, città che è sotto assedio dall'inizio del conflitto, la cui popolazione sta pagando uno dei prezzi più alti in termini umanitari.
A Hodeidah la distruzione di infrastrutture pubbliche e civili come scuole (in questo governatorato ci sono bambini che non vanno più a scuola da tre anni), ospedali e strade ha causato la perdita di mezzi di sussistenza e un vero disastro economico. A Taiz, i bombardamenti indiscriminati continuano a ferire e uccidere civili, lasciando la popolazione senza accesso ai servizi essenziali. A causa degli attacchi e dello spostamento delle linee del fronte, le principali vie di trasporto sono infatti inservibili o distrutte. Una situazione che sta complicando enormemente il lavoro delle organizzazioni umanitarie sul campo, che fanno sempre più fatica a raggiungere le comunità più colpite.
L'appello per una tregua immediata, di fronte a una comunità internazionale latitante - La nuova ondata di violenza in corso nel Paese, oltre che aggravare una situazione umanitaria già disastrosa, potrebbe mettere a repentaglio le possibilità di un processo di pace di successo nei prossimi mesi. Da qui l'appello urgente lanciato in questi giorni da alcune delle principali organizzazioni, che come Oxfam sono al lavoro per soccorrere la popolazione, perché tutte le parti in conflitto rispettino i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario, compresi quelli relativi all'accesso umanitario e alla protezione dei civili, degli operatori umanitari e sanitari. Cessando immediatamente di colpire le poche infrastrutture essenziali, come quelle idriche e sanitarie, ancora in funzione.
Un processo che dovrebbe essere guidato da una comunità internazionale al momento "latitante" e che per anni ha alimentato de facto il conflitto vendendo - Italia compresa - armamenti ai paesi della coalizione a guida saudita coinvolta nel conflitto per cifre record. Comunità internazionale che ad oggi ha finanziato solo per il 58% il piano umanitario definito dalle Nazioni Unite per far fronte all'emergenza nel 2021, ovvero 2,2 miliardi euro a fronte dei 3,8 necessari per rispondere ai bisogni di 16 milioni di persone. Con l'Italia totalmente assente nella lista dei donatori dopo essersi impegnata con soli 5 milioni di euro nel 2019 e nel 2020. Una vergogna che si sta consumando, ancora una volta, nella quasi totale indifferenza dell'opinione pubblica mondiale.
*Policy Advisor Oxfam
di Gianni Sartori
volerelaluna.it, 23 dicembre 2021
Per ora è l'ultimo. Ma - si teme - non lo sarà a lungo. Condannato all'ergastolo, Vedat Çem Erkmen era rinchiuso nella prigione di tipo F di Tekirdağ. Le dinamiche della sua morte (stando alla versione ufficiale si sarebbe suicidato domenica 19 dicembre) risultano perlomeno sospette. Quando i suoi familiari, gli avvocati dell'Associazione per i diritti dell'uomo (IHD) e quelli dell'Associazione degli avvocati per la libertà (ÖHD) si sono presentati alle porte del carcere sono stati informati che l'autopsia era già avvenuta in loro assenza. Un esponente della Commissione sulle prigioni di ÖHD, Gürkan Isteli, ha messo in rete le sue perplessità: "Cosa cercano di nascondere? Siamo andati avanti e indietro per ore dalla prigione al palazzo di giustizia, all'ospedale. Ma tutte le nostre richieste di poter vedere il corpo venivano respinte. Solo dopo molte ore, quando finalmente siamo riusciti a entrare nell'ufficio del procuratore, abbiamo potuto identificarlo". Da qualche giorno il prigioniero curdo era stato trasferito in una cella d'isolamento, senza plausibili ragioni. A meno che - è questo il timore che serpeggia tra gli avvocati e non solo nel caso di Vedat Erkmen - tali trasferimenti siano il preludio per l'eliminazione fisica del detenuto. Particolare inquietante, solo qualche giorno prima (il 17 dicembre) nel corso di una telefonata, il prigioniero aveva chiesto al fratello di presentare un reclamo contro l'amministrazione penitenziaria per i maltrattamenti subiti. Si profila quindi l'eventualità di una ritorsione dei guardiani nei suoi confronti. Come avviene quasi regolarmente nel caso dei detenuti curdi morti in carcere, il corpo di Erkmen non è stato consegnato alla famiglia (affinché potesse seppellirlo a Kars, la città natale), ma portato dalla polizia in un cimitero di Istanbul (Küçükçekmece) già nel primo mattino di lunedì 20 dicembre.
Con quello di Erkmen siamo al quinto decesso sospetto di prigionieri politici curdi in meno di dieci giorni. Solo due giorni prima avevo scritto che "a costo di apparire cinico (ma in realtà disgustato, affranto per questo rosario infinito e ingiusto di morte...) e consapevole che sulla tragedia del popolo curdo l'ironia è fuori luogo, dopo la morte di Halil Güneş il 15 dicembre (successivo a quelli di Abdülrezzak Şuyur il 14 dicembre e di Garibe Gezer il 9 dicembre) non avevo potuto fare a meno di pensare che "Non c'è due senza tre". Ma siccome non c'è limite al peggio, ora la lista si è ulteriormente allungata". Infatti a distanza di un paio di giorni dalla morte di Halil Güneş l'ennesimo prigioniero politico curdo era deceduto il 18 dicembre in una maniera che anche i suoi familiari ritengono "sospetta".
Ilyas Demir (32 anni, condannato all'ergastolo) si trovava in una cella d'isolamento (dove, di fatto, i prigionieri sono completamente in balia dei loro carcerieri) della prigione di tipo T di Bolu. La famiglia non era nemmeno stata informata direttamente dalla direzione del carcere, ma soltanto dal muhatar (il rappresentante di quartiere che evidentemente era stato contattato dalle autorità). E senza che venisse fornita qualche spiegazione sulla causa dell'improvvisa morte. Madie Demir ha dichiarato che suo fratello, da quando venne arrestato nel 2013, era stato rinchiuso in varie prigioni, spesso in isolamento. Inoltre, nonostante patisse di gravi problemi psicologici, non era mai stato curato. Aggiungendo che "costringerlo in isolamento in tali condizioni è stato un crimine in quanto avrebbe dovuto trovarsi all'ospedale per venir curato".
Un passo indietro. Quando il 13 dicembre del 1980 il giovanissimo militante del Türkiye Devrimci Komünist Partisi (Partito Comunista Rivoluzionario della Turchia) Erdal Eren venne impiccato, la sua vera età (16 anni) venne falsificata dalle autorità turche per poterlo giustiziare. Il ragazzo era stato arrestato con altri militanti di sinistra durante una manifestazione e accusato della morte di un soldato. Colui che ne aveva patrocinato l'impiccagione (e che non certo impropriamente venne definito il "Pinochet turco"), il generale golpista Kenan Evren, aveva così commentato: "Avremmo forse dovuto incarcerarlo e nutrirlo a vita invece di impiccarlo?".
Quasi con le stesse parole veniva commentata la morte - il 9 dicembre ‒ nel carcere di Kocaeli della prigioniera politica curda Garibe Gezer (già torturata e violentata dai suoi guardiani). Alcuni media a favore di Erdogan si sono rallegrati per la sua morte scrivendo che ora "c'era una terrorista di meno da nutrire in carcere". Di Garibe Gezer, morta il 9 dicembre, mi ero occupato circa due mesi fa denunciando le ignobili sevizie a cui veniva sottoposta. Torturata e violentata dai carcerieri, il suo è stato un autentico calvario. Alla fine gli aguzzini hanno completato l'opera di annientamento nei confronti di questa prigioniera politica rinchiusa nel carcere di massima sicurezza (di tipo F) di Kandira a Kocaeli. Secondo la versione fornita dalla amministrazione carceraria, la giovane curda - arrestata a Mardin ancora nel 2016 - si sarebbe "suicidata". Numerose donne, esponenti delle Madri della Pace, del Movimento delle Donne Libere (TJA), dell'Associazione di aiuto alle famiglie dei prigionieri (Tuhay Der) e dell'HDP, si sono riunite davanti all'ospedale di Kocaeli per riavere il corpo della giovane vittima. Hanno poi portato a spalla la bara scandendo slogan contro la repressione nonostante la polizia intervenisse per impedirlo. Nella tarda serata del 10 dicembre è stata sepolta a Kerbora, la città dove era nata 28 anni fa. Ma la versione ufficiale sulla morte di Garibe Gezer non ha convinto Eren Keskin. In quanto avvocato e co-presidente dell'Associazione dei Diritti dell'Uomo (IHD) si è chiesta come la detenuta abbia potuto suicidarsi visto che si trovava in isolamento (per una sanzione disciplinare), sotto lo sguardo perenne delle telecamere. Nell'ottobre scorso, con una Iniziativa parlamentare delle donne del Partito Democratico dei popoli (HDP), veniva segnalato che Garibe era stata posta in isolamento per 22 giorni dopo il suo trasferimento - il 15 marzo - dalla prigione di Kayseri in quella di Kandira dove in queste ore ha perso la vita. Il 24 maggio, agenti penitenziari, sia uomini che donne, erano entrati nella sua cella per picchiarla. Si leggeva nel rapporto che "mentre le guardiane le tenevano le braccia bloccate, gli uomini la percuotevano sulla schiena. I suoi abiti venivano strappati, le venivano tolti i pantaloni per essere quindi trascinata per i capelli, seminuda, nell'area riservata ai detenuti maschi". Scaraventata in una "cella imbottita completamente isolata e controllata 24 ore su 24". E qui subiva "violenze sessuali da parte dei carcerieri". A causa delle violenze subite, secondo il rapporto di HDP, la prigioniera avrebbe cercato di porre fine ai suoi giorni. Portata nell'infermeria del carcere, vi subiva altri maltrattamenti e non veniva curata. Messa in isolamento, il 7 giugno tentava di appiccare il fuoco alla sua cella e veniva gettata nuovamente in una cella imbottita. In una conversazione telefonica con la sorella era riuscita a informare i familiari che sarebbe stata posta ancora in isolamento e che nei suoi confronti venivano esercitate altre restrizioni disciplinari. Quanto alle lettere, alcune sono state censurate, altre mai spedite. Nonostante le sue proteste e denunce degli abusi subiti in carcere fossero note da tempo, nessuna inchiesta era mai stata avviata. Agli avvocati dell'Ufficio di aiuto giuridico contro la violenza sessuale e lo stupro, che si erano recati al carcere insieme a quelli dell'Associazione degli avvocati per la libertà (OHD), non veniva concessa la possibilità di assistere all'autopsia.
Una vicenda quella di Garibe Gezer purtroppo analoga a tante altre. La sua famiglia in particolare ha pagato un prezzo molto alto nella lotta di liberazione. Un fratello, Bilal, era stato ucciso nelle proteste che tra il 6 e l'8 ottobre 2014 videro decine di migliaia di curdi scendere in strada da Diyarbakir a Vario e in una trentina di altre località, anche sul confine tra Suruc e Kobane. Assediando caserme e commissariati e incendiando alcuni edifici governativi in Bakur (Kurdistan del Nord sotto occupazione turca). Quella che sotto molti aspetti fu una vera e propria insurrezione derivava dalla richiesta di aprire un corridoio per portare soccorso a Kobane assediata dall'Isis. L'abbattimento di un largo tratto della frontiera consentì a molti curdi provenienti dalla Turchia di raggiungere i fratelli di Kobane. Da parte sua Erdogan ordinò il coprifuoco e schierò i carri armati. Le vittime accertate (quasi tutti curdi) furono oltre cinquanta, almeno 700 i feriti. Un altro fratello, Mehemet Emin Gezer, si era recato al commissariato di Dargeçit per poter recuperare il corpo di Bilal, ma era stato colpito dalla polizia delle operazioni speciali rimanendo paralizzato. Altri membri della famiglia erano poi stati ugualmente incarcerati.
Come ho detto, dopo Garibe altri quattro detenuti curdi (Abdülrezzak Şuyur, Halil Güneş, Ilyas Demir, Vedat Çem Erkmen) sono deceduti carcere. Arrestato nel 1993, Abdülrezzak Şuyur aveva 56 anni ed è morto nella prigione di Sakran (nella provincia di Izmir) dove, nonostante fosse da mesi gravemente ammalato, sembra non sia stato curato. Due settimane fa aveva potuto incontrare i figli, ma in seguito di lui non si erano avute notizie. Invano un fratello si era recato al carcere per poterlo vedere. Così come erano rimaste lettera morta sia una richiesta di scarcerazione, vista la gravità della sua situazione, sia la richiesta di potersi curare in un ospedale esterno. In precedenza Abdülrezzak Şuyur era stato rinchiuso a Siirt e Antep.
Halil Güneş, deceduto il 15 dicembre nella prigione di Diyarbakir, aveva 51 anni. Condannato all'ergastolo nel 1993, era da tempo gravemente ammalato.
La questione della situazione sanitaria dei detenuti in Turchia (soprattutto della mancanza di cure adeguate) è da tempo all'ordine del giorno. In ottobre l'Associazione dei Diritti dell'Uomo in Turchia (IHD) aveva nuovamente chiesto il rilascio almeno di quelli ammalati più gravemente (in particolare di Adem Amaç, Atilla Coşkun e Eser Morsümbül). Richiesta comunque caduta nel vuoto nonostante siano ormai centinaia i prigionieri politici senza cure adeguate che continuano a languire (un supplemento di pena) nelle carceri turche. Secondo IHD sarebbero 1.564 i prigionieri ammalati e per 591 di loro la situazione è estremamente grave. Ovviamente si tratta dei casi accertati, ma appare scontato che il numero reale sia ben più elevato. E per chi era già ammalato con la pandemia i rischi sono aumentati.
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 23 dicembre 2021
Accordo tra i due governi per il trasferimento di 300 detenuti, soprattutto detenuti comuni e di origine extracomunitaria. L'intesa prevede un primo pagamento di 15 milioni di euro a Pristina. Protestano le Ong kosovare: "Il nostro sistema non è in grado di accollarsi altri prigionieri".
La Danimarca adotta il metodo dell'outsourcing di detenuti, soprattutto di detenuti comuni condannati e provenienti da paesi esterni all'Unione europea, quindi destinati ad essere espulsi dal regno dopo aver scontato la pena. Il governo danese ha raggiunto un accordo in tal senso con il Kosovo per trasferirvi 300 reclusi. L'intesa prevede al momento l'affitto di 300 celle nella prigione kosovara di Gjilian, che si trova a 50 chilometri dalla capitale del paese balcanico Pristina, per spostarvi un numero non precisato di detenuti dalle prigioni danesi. Le quali secondo le autorità di Copenaghen scoppiano essendo ormai troppo sovraffollate soprattutto di criminali comuni di origine extracomunitaria condannati in regolari processi per reati commessi in territorio danese.
L'intesa prevede un primo pagamento di 15 milioni di euro l'anno al Kosovo da parte danese e ha al momento una durata di cinque anni. Un suo rinnovo in futuro non è escluso. Il provvedimento, ha detto il ministro della Giustizia danese Nick Haekkerup, "allevierà la pressione nelle nostre carceri e alleggerirà la pressione sugli agenti penitenziari, ormai sottoposti a uno stress insostenibile a causa del sovraffollamento".
Al tempo stesso, sempre secondo il ministro, "la decisione invierà un segnale preciso agli extracomunitari, soprattutto a quelli che si sono macchiati di delitti: il vostro posto non è in Danimarca, dovete tornare da dove venite o andare dove possibile. E non dovete neanche scontare a casa nostra la pena cui siete stati condannati". È un nuovo atto della politica di tolleranza zero e di obiettivo migranti zero perseguita dal governo guidato dalla dura premier socialdemocratica Mette Frederiksen.
Si calcola che con un'estensione nel tempo dell'accordo bilaterale sull'affitto di celle il Kosovo, uno tra i paesi più poveri d'Europa, riceverà dalla ricca Danimarca una somma totale di 210 milioni di euro in 10 anni, i quali verranno pagati a partire dal 2023.
L'accordo, secondo il sito di notizie Euractiv, è stato duramente criticato da esperti delle organizzazioni umanitarie kosovare. Bexhet Shala, dirigente della ong per la protezione della libertà e die diritti umani, ha affermato che "il nostro sistema carcerario è in tali condizioni da non essere assolutamente in grado di accollarsi 300 prigionieri in più. È troppo facile per la Danimarca pagare l'outsourcing della detenzione offrendo facilmente soldi a un paese povero. Oltretutto le leggi e consuetudini internazionali stabiliscono che i condannati scontino la pena loro comminata il più vicino possibile ai loro familiari, e qui siamo di fronte a extracomunitari condannati, emigrati in Danimarca con le famiglie o parte delle famiglie".
Fatmire Haliti, un'altra persona esperta di problemi del sistema carcerario kosovaro, sottolinea che nelle prigioni dell'ex provincia jugoslava le condizioni di vita quotidiane sono gravi e pericolose: ci sono scontri e violenze frequenti tra detenuti, lesioni che i detenuti si autoinfliggono per finire almeno in infermeria, e casi di morti e omicidi. Il ministro danese Haekkerup ha risposto che il Kosovo potrà fare quello che vuole coi detenuti trasferiti e che dal dislocamento saranno esclusi terroristi, detenuti colpiti da malattie mentali e anche da disordini psicologici gravi.
La Repubblica, 23 dicembre 2021
La testimonianza di un sacerdote missionario nel mezzo di un conflitto. A tutelare le concessioni di multinazionali dell'energia, i contingenti militari ruandesi, che di fatto alimentano il raggio d'azione dei jihadisti. 740 mila sfollati. "Del Covid-19 ci siamo quasi dimenticati che esista, abbiamo ben altre lotte da affrontare". Scrive così don Silvano Daldosso, missionario nel Nord del Mozambico, denunciando arresti e abusi dei diritti umani legati all'estendersi del conflitto tra militari e ribelli. La testimonianza arriva dal distretto di Memba, proprio al confine con Cabo Delgado, la provincia più ricca di idrocarburi del Paese, epicentro delle violenze. Secondo don Daldosso, veronese, responsabile della Missao de Nossa Senhora da Conceicao a Cavà, i giorni di Natale saranno segnati dall'incertezza. "La mia gente - dice il sacerdote - riceverà l'eucarestia con la paura nel cuore per il terrorismo che sta raggiungendo anche il nostro distretto".
La minaccia dei "difensori della tradizione". Il riferimento è ad Ansar al-Sunna, i cosiddetti "difensori della tradizione", uno dei gruppi attivi a Cabo Delgado, formazione islamica sunnita irachena che ha combattuto contro le truppe USA e i loro alleati locali durante la guerra in Iraq. Erano basati soprattutto nell'Iraq settentrionale e centrale e comprendeva combattenti iracheni (sia arabi sunniti che curdi sunniti). Nel 2007, si è diviso in due gruppi: uno ha iniziato a operare sotto il nome di Ansar al-Islam, e il secondo gruppo si è chiamato Ansar al-Sunnah Shariah Committee, prima di cambiare nome in Ansar al-Ahlu Sunnah nel 2011.
Ci sono già più di 740 mila sfollati. Nella provincia, secondo stime delle Nazioni Unite, gli sfollati sono almeno 740mila. A preoccupare non sono però solo le violenze dei ribelli. "Da tre settimane a Memba è arrivato un contingente di 150 militari in assetto antiterrorismo", riferisce don Daldosso. "Il governo ha distribuito questi soldati nelle aree della costa più a rischio ma la loro presenza non è una sicurezza per noi, bensì un motivo per altri soprusi e abusi". Secondo il missionario, "in questi giorni molte persone sono state picchiate senza motivo" e altre sono state "portate in carcere solo perché giravano per strada dopo il tramonto".
La guerra e gli interessi delle multinazionali dell'energia. Il conflitto, cominciato nel 2017, ha assunto una dimensione internazionale. A tutelare le concessioni delle multinazionali dell'energia, come l'americana Exxon Mobil o la francese Total, che sfruttano i giacimenti di gas a largo di Cabo Delgado, sono da alcuni mesi anche contingenti inviati dal Ruanda. Proprio la loro forza d'urto avrebbe contribuito all'ampliarsi del raggio di azione di Ansar Al-Sunna. "La settimana scorsa", riferisce don Daldosso, "si sono verificati attacchi nella provincia nord-occidentale di Niassa". I mozambicani mantengono però speranza e fede, garantisce il missionario. Don Daldosso riferisce anche di temperature molto diverse rispetto a quelle di questi giorni in Europa, "26 gradi di prima mattina, che nelle ore successive arrivano a 38° o 40° con un'umidità dell'80%". Ci sono poi le persone, il lavoro, la quotidianità.
Le ormai regolari infiltrazioni jihadiste. Quella del Mozambico è una zona di guerra uscita quasi totalmente dall'orizzonte dei media internazionali. Ma l'attentato sanguinoso del marzo scorso, con oltre 180 vittime nell'hotel Amarula nella città di Palma - centro nevralgico dei cospicui investimenti statunitensi e francesi per l'estrazione di idrocarburi, per tre giorni interi sotto l'assedio di un centinaio di miliziani di Ansar al-sunna al-Shabaab - ha evidenziato le dimensioni della posta in gioco di una crisi sempre meno latente. L'agguato omicida c'è stato nell'estremo Nord del Mozambico, l'ex colonia portoghese sull'Oceano Indiano, dove "fermenta" un miscuglio prossimo alla deflagrazione, fatto di povertà estrema, gigantesche riserve di gas off shore (tra le più grandi del mondo) e una minoranza musulmana umiliata, terreno fertile - ormai è la regola - s'infiltrano le formazioni jihadiste, che sfruttano i disagi sociali e le disuguaglianze, per arruolare nuovi miliziani pronti a combattere.
nova.news, 23 dicembre 2021
La vicepresidente del Nicaragua, Rosario Murillo, ha confermato la scarcerazione di oltre mille prigionieri comuni in occasione delle festività natalizie. La vicepresidente, riferisce la stampa locale, non ha chiarito se una misura simile verrà adottata per i prigionieri politici. Al momento sono 168 i prigionieri politici in Nicaragua, tra cui sette pre-candidati alle elezioni presidenziali tenute il 7 novembre. Lo scorso 16 dicembre il parlamento europeo ha adottato una risoluzione con cui chiede l'adozione di ulteriori sanzioni contro il governo di Daniel Ortega, in Nicaragua, dopo la "farsa elettorale" registrata nel Paese in occasione delle ultime elezioni tenute il 7 novembre. I deputati, riferisce un comunicato diffuso dal parlamento europeo, chiedono che Ortega venga aggiunto all'elenco delle persone sanzionate e sollecitano l'Ue a valutare altre possibili misure, a patto che non arrechino danno alla popolazione nicaraguense.
Secondo il parlamento europeo le elezioni tenute nel paese sono state "una farsa elettorale" orchestrata dal regime di Ortega-Murillo. Le autorità nicaraguensi, si legge, hanno eliminato ogni credibile competizione elettorale, incarcerando e intimidendo sistematicamente e arbitrariamente sette pre-candidati presidenziali e circa 40 leader dell'opposizione, leader studenteschi, giornalisti, difensori dei diritti umani e rappresentanti delle imprese. Il parlamento chiede inoltre il rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri politici detenuti arbitrariamente.
Lo scorso 14 dicembre, durante il dibattito sul Nicaragua in plenaria del Parlamento europeo, l'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, ha dichiarato che l'Unione europea sostiene il popolo del Nicaragua e per farlo deve mantenere aperti i canali di comunicazione. "Molti anni fa, l'attuale presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, rappresentava per molti la forza della libertà di un popolo che ha rovesciato una dittatura e ha conquistato da molti ammirazione, diventando l'immagine di come un popolo può riuscire a liberarsi di un tiranno, Anastasio Somoza, e il suo desiderio di trasformare il Nicaragua in un paese libero, prospero e giusto. E ha ottenuto anche la nostra simpatia, quella della mia generazione, quando ha dovuto lottare contro la cosiddetta 'La Contra', che rappresentava, tra l'altro, una chiara ingerenza degli Stati Uniti", ha ricordato.
"Ma è stato tanto tempo fa. Ora Daniel Ortega è diventato la caricatura del dittatore dei Caraibi. È diventato lo specchio del dittatore contro cui ha combattuto allora. E lo dico tralasciando il contenimento che dovrebbe far parte dell'attività diplomatica, perché Daniel Ortega si è pronunciato contro l'Unione europea e, personalmente, contro il suo Alto rappresentante nei termini più violenti che si possano immaginare", ha aggiunto Borrell. "Il 7 novembre si sono svolte le elezioni in cui, ovviamente, Ortega ha ottenuto la vittoria dopo aver precedentemente arrestato e imprigionato qualsiasi avversario credibile. La risposta del Nicaragua è stata semplicemente quella di non andare a votare, nonostante le intense pressioni del regime a farlo. E, dopo le elezioni, Ortega ha attaccato l'Unione europea e alcuni Paesi in particolare", come la Spagna, "con riferimenti a Hitler e al nazismo" e oltrepassando "una linea di decenza che non dovrebbe mai essere attraversata", ha evidenziato Borrell. In questo contesto, l'Alto rappresentante ha ricordato che l'Ue ha "imposto sanzioni contro 14 persone implicate" negli abusi. "Continuiamo a lavorare con i nostri partner internazionali per mantenere la necessaria pressione sul regime nicaraguense. Continueremo a farlo, chiedendo la liberazione dei prigionieri politici, il ritorno nel Paese delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, l'appello per un dialogo autentico e riforme che ci permettano di uscire dalla notte oscura in cui il popolo del Nicaragua è rinchiuso", ha sottolineato Borrell. "Continueremo a sostenerli e per farlo, però, dobbiamo mantenere aperti i canali di comunicazione. Continuiamo ad avere una delegazione dell'Unione duropea in Nicaragua, poiché ci sono ancora le ambasciate degli Stati membri, perché questo ci aiuta a lavorare a beneficio dei nicaraguensi, specialmente dei gruppi più vulnerabili, che hanno sopportato enormi difficoltà", ha concluso Borrell.
Lo scorso 16 novembre il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha annunciato l'imposizione del divieto di ingresso nel Paese a quasi tutti i maggiori esponenti delle autorità nicaraguensi, compreso il presidente Daniel Ortega e sua moglie. Si tratta, secondo quanto riferisce la Casa Bianca, di una risposta agli atti "repressivi e abusivi" da parte del governo della nazione centroamericana nei confronti dei dissidenti politici. "Ho stabilito che è nell'interesse degli Stati Uniti limitare e sospendere l'ingresso negli Stati Uniti, come immigrati e non immigrati, dei membri del governo del Nicaragua, guidato dal presidente Daniel Ortega, compreso la sua coniuge e vicepresidente Rosario Murillo e altri citati in questo proclama che formulano, attuano o beneficiano di politiche o azioni che minano o danneggiano le istituzioni democratiche o impediscono il ritorno alla democrazia in Nicaragua", ha affermato Biden in una dichiarazione ufficiale.
Solo il giorno prima gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni contro la procura generale del Nicaragua e nove funzionari del governo di Managua, in risposta alle elezioni "farsa" tenute domenica 7 novembre. È quanto si legge in un comunicato diffuso dal dipartimento del Tesoro Usa. Tra i funzionari sanzionati ci sono Jose Castaneda Mendez, presidente dell'Istituto per l'energia del Nicaragua, Mohamed Farrara Lashtar, ambasciatore del Nicaragua in Algeria, Egitto, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Salvador Mansell Castrillo, ministro dell'Energia del Nicaragua.
"Come ha affermato il presidente Biden, il presidente Daniel Ortega e la vicepresidente Murillo hanno orchestrato un'elezione farsa che non era né libera né equa, e sicuramente non democratica. L'ingiusta detenzione di quasi 40 esponenti dell'opposizione da maggio, inclusi sette potenziali candidati presidenziali, e il blocco dei partiti politici dalla partecipazione hanno truccato l'esito ben prima del giorno delle elezioni", recita la nota, in cui si chiarisce che "diversi funzionari colpiti dalle sanzioni sono stati nominati da Ortega e sono i principali sostenitori del regime e delle sue politiche antidemocratiche". Secondo stime della Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) oltre 350 persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni di protesta registrate in Nicaragua a partire da aprile 2018.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 dicembre 2021
Il diritto alla salute in carcere è uno dei problemi più insormontabili del sistema penitenziario. Negli istituti manca il personale e le risorse non sono adeguate a garantire i servizi necessari. Per questo motivo la telemedicina è di primaria importanza. Ma qualcosa si muove.
Lunedì, al carcere di Rebibbia, e con la presenza della ministra Marta Cartabia, è stato presentato il nuovo progetto di telemedicina. All'evento hanno partecipato Rosella Santoro, Direttore della Casa Circondariale Rebibbia N. C. ' Raffaele Cinotti', Giorgio Casati, Direttore Generale ASL Roma 2, Roberto Tartaglia Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Gabrielli Direttore del centro nazionale per la telemedicina dell'Iss, Carmelo Cantone, Provveditore Amministrazione Penitenziaria, Francesco Rocco Pugliese, Direttore Sanitario ASL Roma 2, Stefano Anastasìa Garante dei diritti dei detenuti Regione Lazio e Maria Antonia Vertaldi, Presidente del tribunale di Sorveglianza di Roma.
di Giulia Merlo
Il Domani, 22 dicembre 2021
Da Padova a San Vittore fino a Rebibbia, la situazione in un anno di pandemia non si è mai risolta, soprattutto il sovraffollamento. I momenti di festa sono i più dolorosi per i detenuti, che percepiscono in modo ancora più acuto soprattutto la distanza dalle famiglie. Con la pandemia, infatti, gli accessi al carcere sono resi ancora più complicati. L'unico elemento positivo introdotto dalla pandemia sono le videochiamate, che hanno permesso ai detenuti di vedere i loro cari. Alcuni hanno visto per la prima volta dopo anni i visi dei genitori anziani e la loro casa. L'obiettivo ora è che diventino prassi e non solo beneficio emergenziale.
di Matteo Marcelli
Avvenire, 22 dicembre 2021
Dopo la sospensione dello scorso anno, Rinnovamento nello Spirito Santo torna a dare speranza alle carceri italiane con l'ormai tradizionale pranzo di Natale. Un'occasione per contribuire a costruire quella "finestra spirituale" che papa Francesco, nel messaggio agli ultimi di domenica scorsa, ha chiesto con forza sia concessa ad ogni persona privata della propria libertà.
Con l'iniziativa di ieri il progetto "L'altra cucina... Per un pranzo d'amore" è giunto alla sua ottava edizione e ha visto l'adesione di quattro istituti grazie alla collaborazione della Fondazione Alleanza (sempre riconducibile al Movimento guidato da Salvatore Martinez), e della Onlus Prison Fellowship Italia. Sono stati circa 800 i detenuti serviti, sparsi tra la sezione femminile di Rebibbia a Roma, il carcere di Opera a Milano e gli istituti di Ivrea e Cagliari (Quartucciu).
Decine i volontari impegnati, assieme ad alcuni personaggi del mondo della musica e della televisione. A Roma hanno partecipato la cantante Francesca Alotta, i Cugini di Campagna, la giornalista Maria Soave e altri ancora.
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