crotoneinforma.it, 31 luglio 2021
Accolto l'appello del Garante comunale Federico Ferraro. Nella mattinata di mercoledì 27 luglio sono stati consegnati dalla dott.ssa Rosa Ciccone 150 mini-ventilatori a batteria e 10 borse termiche ai detenuti della Casa Circondariale di Crotone. Gli strumenti sono stati immediatamente consegnati nelle celle ai singoli detenuti di Crotone. Presenti alla consegna oltra la garante comunale dei detenuti Federico Ferraro anche la direttrice della Casa Circondariale Caterina Arrotta, una delegazione di detenuti e del personale del DAP, nonché degli agenti di Polizia Penitenziaria.
La dott.ssa Ciccone, originaria di Avellino, raccogliendo l'invito del garante dei detenuti avv.to Federico Ferraro, con grande sensibilità ha compiuto un gesto di grande solidarietà e di attenzione verso il prossimo. Un pubblico plauso è stato rivolto alla dottoressa dal garante comunale dei detenuti, soddisfatto per la grande solidarietà rivolta verso la popolazione carceraria, e anche dall'Assessore alle Politiche Sociali Filly Pollinzi che ha espresso la gratitudine a nome del sindaco e della comunità cittadina. Nella Sala Giunta si è svolta la consegna del gagliardetto del Comune da parte dell'Assessore Pollinzi mentre da parte dell'avv.to Ferraro è stata consegnata in dono una riproduzione delle pinakes votive della Magna Graecia raffigurante Persefone, dea del rinnovamento della vita, come auspicio buonaugurale dopo il Covid. L'appello del garante comunale è stato accolto anche dal Comitato crotonese della Croce Rossa Italiana, nella persona del Presidente Sergio Monteleone per la consegna di 10 borse termiche e 20 ghiacciolini, per interessamento del sig. Aurelio Capogreco.
Questi gesti di solidarietà fanno capire che la libertà deve essere pagata con la pena della reclusione e mai con la dignità dell'essere umano. L' estate torrida di quest'anno ha reso ancora più difficile la privazione della libertà personale quotidiana e si è pensato di assicurare ai detenuti, attraverso la dotazione di strumenti di refrigerio una condizione più umana. La donazione delle mascherine anti-Covid in inverno e i ventilatori questa estate hanno certamente reso la pena meno afflittiva ed è stata assicurata la tutela della dignità umana, diritto irrinunciabile per ogni persona.
La Repubblica, 31 luglio 2021
Si è ucciso in carcere il giorno del suo compleanno. La vittima soffriva di problemi psichiatrici. La tragedia è avvenuta a Rebibbia. A denunciare il caso è il Sindacato di polizia penitenziaria.
"Un detenuto italiano di 52 anni con problemi psichiatrici si è suicidato dopo essersi coperto la testa con una busta e aver inalato del gas, proprio nel giorno del suo compleanno. Altro che 72, come sostiene la ministra Cartabia: i detenuti con problemi mentali sono molto più numerosi".
A lanciare l'allarme è Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria che ricorda che da inizio anno nelle carceri "ci sono stati 18 suicidi, 4 di stranieri, 16 di italiani, il più giovane aveva 24 anni e il più anziano 56 (nel 2020 i suicidi sono stati 62, uno ogni 10mila detenuti, il tasso più alto degli ultimi anni)". Per Di Giacomo "i detenuti con problemi psichiatrici certificati sono circa 1.300, di cui 630 circa ospitati nelle 30 residenze per le misure di sicurezza (Rems) disponibili, e oltre 700 in attesa di entrarvi".
di Benedetta Tobagi
La Repubblica, 31 luglio 2021
Sono 41 anni che, tra false piste e notizie manipolate, sollevano un gran polverone per annebbiare la percezione del contesto di potere che si mosse intorno al massacro del 2 agosto 1980. Il nuovo processo per la strage di Bologna sta svelando al pubblico una sorta di "ritratto di Dorian Gray" della Repubblica, a lungo confinato in soffitta, in cui si scorgono i tratti deformati e corrotti di una storia finora solo parzialmente svelata, in particolare i meccanismi e le dinamiche del potere occulto e gli intrecci tra storia politica e criminale del Paese. Perché Bologna vuol dire terrorismo nero e anche P2. In aula non c'è solo Bellini, neofascista e killer di 'ndrangheta, oggi imputato principale per concorso in strage. Gelli, già condannato per i depistaggi consumati tramite i servizi segreti, è oggi sotto scrutinio come mandante e finanziatore della strage.
Lo scoperchiamento della P2 nel 1981 non ha segnato la fine dell'influenza pervasiva di quel sistema di potere, occulto e ramificato. A prescindere dai profili penali, davanti alla Corte d'Assise bolognese riemerge un clima di ricatti, reticenze, leggerezze e favoritismi caratteristico dell'anatomia del potere italiano. Il tutto a partire dal "documento Bologna", un appunto di Gelli con bonifici effettuati prima e dopo il 2 agosto 80, rintracciato in forma integrale agli atti del processo per il crac dell'Ambrosiano solo in anni recenti.
Da mesi la Corte rincorre invano il factotum finanziario di Gelli, Marco Ceruti, per interrogarlo su questi bonifici: forse l'hanno individuato in Brasile. Seguendo il denaro, la procura ha riscoperto il "mediatore d'affari" Giorgio Di Nunzio, che incassava bonifici di Gelli in Svizzera riportando i denari in Italia. In aula, il figlio Roberto descrive il "contesto di potere" in cui si muoveva il padre, l'auto blindata con la scorta, sebbene non avesse incarichi istituzionali, le frequentazioni con politici e militari, boss della Magliana e cardinali, il potente Federico Umberto D'Amato e il senatore missino affiliato P2 Mario Tedeschi, questi ultimi, secondo l'accusa, pagati da Gelli per collaborare al depistaggio della strage. Muore nell'81 e, in camera ardente, rammenta il figlio, si parla di far sparire i documenti del suo ufficio privato.
Il "documento Bologna" fa parte degli appunti sequestrati a Gelli nel 1982, al momento dell'arresto a Ginevra. Scottano al punto che nell'ottobre 1987 (poco dopo che Gelli, evaso dalle carceri svizzere, si è costituito) il suo difensore, Fabio Dean, incontra Umberto Pierantoni, direttore dell'ex Ufficio Affari riservati del Viminale. Gelli, dice il legale potrebbe "avallare o meno, sulla base del come gli verranno poste le domande stesse". Chiede il coinvolgimento del ministro dell'Interno e minaccia: se lo costringono "a tirare fuori gli artigli, allora [...] li tirerà fuori tutti". Con un appunto riservatissimo, gestito al di fuori del circuito archivistico ufficiale, il capo della polizia Parisi comunicava tutto al ministro Fanfani. Quanti imputati beneficiano di un simile trattamento?
Prima che una "manina" facesse sparire l'intestazione "Bologna" dalla famigerata nota (riducendola alla forma mutila trasmessa agli atti della prima inchiesta sulla strage), quell'intestazione, insieme al resto del documento, era riprodotta, ben chiara, in un lungo rapporto investigativo della Guardia di Finanza, consegnato ai giudici istruttori che indagavano sul crac dell'Ambrosiano (illustrato con tanto di slide al nuovo processo). Non era chiaro cosa volesse dire "Bologna", precisava il rapporto. Eppure l'allora giudice Bricchetti (oggi presidente di sezione in Cassazione) e il collega Pizzi (defunto), interrogando Gelli nel maggio 1988, non glielo chiedono. Bricchetti, in aula, si rammenta di Gelli "nella nostra stanza" (presumibilmente nell'ufficio istruzione): "Ci fu un primo interrogatorio in cui secondo me [...] venne a sondare il terreno con il suo avvocato a capire che tipo di domande potessero essere fatte".
Le molte testimonianze sul defunto prefetto D'Amato, poi, confermano l'esistenza di gerarchie di potere che prescindevano dagli incarichi ufficiali, un potere che si nutre di ricatti. Sono 41 anni che, tra false piste e notizie manipolate, sollevano un gran polverone per annebbiare la percezione del contesto di potere che si mosse intorno al massacro del 2 agosto '80. Non facciamoci più distrarre.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 luglio 2021
Ieri sera fa le lettere inviate alla massima istituzione dell'avvocatura da quattro degli otto componenti interessati alla controversia sul divieto di triplo mandato, passata per la recente sentenza sull'ineleggibilità della Corte d'appello. Di grande intensità il messaggio del presidente dimissionario, che parla di "viaggio bello ed emozionante".
Lo scorso 22 luglio, all'immediata vigilia del congresso nazionale forense, la Corte d'appello di Roma aveva confermato la sentenza di ineleggibilità per il presidente Andrea Mascherin e altri 7 componenti del Cnf. Poco fa lo stesso Mascherin e tre dei consiglieri interessati con lui dalla controversa vicenda hanno rassegnato le dimissioni dalle rispettive cariche ricoperte nella massima istituzione dell'avvocatura. Un passaggio che incide in modo visibile la questione, insorta attorno al divieto di triplo mandato consecutivo che i giudici di secondo grado hanno ritenuto di riconoscere, con la loro pronuncia (la numero 5478 del 2021), per il Consiglio nazionale forense.
Nella sua lettera Mascherin ringrazia "gli attuali e tutti gli altri componenti del Consiglio che nei tanti anni si sono susseguiti nel condividere un percorso comune, per alcuni aspetti ambizioso e coraggioso, avente come traguardo il riconoscimento della alta funzione degli Avvocati all'interno della Società e della Giurisdizione". Chiaro riferimento innanzitutto alla battaglia per l'Avvocato in Costituzione che Mascherin ha condotto con grande forza. E ancora, il presidente dimissionario ringrazia anche "Cassa Forense, le Articolazioni ordinistiche, i Consigli di disciplina le Rappresentanze politiche, i Comitati, il mondo dell'Associazionismo e tutti coloro, e sono tanti, che a vario titolo, nelle commissioni e gruppi di lavoro, hanno messo a disposizione del Consiglio Nazionale Forense il loro entusiasmo e il loro convinto impegno". Nel concludere, ricorda che per lui il "viaggio è stato bello ed emozionante". Intenso anche il tono della lettera firmata dal consigliere dimissionario Carlo Orlando, che nel rivolgersi innanzitutto alla presidente facente funzioni Maria Masi, spiega: "Non credo di dover rassegnare le dimissioni (che comunque rassegno) da un incarico che evidentemente non ricopro alla luce di un percorso giudiziario contaminato e segnato, anche nelle scansioni temporali, da una cabina di regia avversa".
Seguono, come per Mascherin, lunghi ringraziamenti rivolti anche al personale del Cnf, quindi Orlando assicura: "Non dimenticherò nulla di questi anni al Consiglio, le cui emozioni (positive e negative) custodirò gelosamente. Ho scritto con passione e impegno ogni pagina di questo libro che ora ho terminato. Sono orgoglioso di aver servito in questi anni il Cnf di cui resterò un gran tifoso", conclude il consigliere dimissionario. Brevi i messaggi con cui lasciano l'incarico il vicepresidente e il consigliere dimissionari Giuseppe Picchioni e Stefano Savi. Picchioni comunque non manca di riferirsi alla sentenza della Corte d'appello che, scrive, "ancorché, e non solo per la parte motiva, mi rafforzi nel convincimento della fondatezza delle nostre tesi, mi impone di tener conto dei suoi riflessi sul piano istituzionale. E ciò al di là delle personali convinzioni sull'esito processuale della vicenda, peraltro non definitivo, e delle sue implicazioni", conclude Picchioni.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 luglio 2021
Parla il professor Giorgio Spangher: "Questa riforma contempla che il giudice possa richiedere proroghe motivate in base alla complessità concreta del processo. Ma lasciare discrezionalità al giudice fa sorgere problemi sulle garanzie". Per Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto processuale penale alla Sapienza di Roma, le questioni di diritto sono state sacrificate in nome del compromesso politico per portare a casa la riforma della giustizia targata più Draghi che Cartabia.
Cosa pensa di questo accordo?
Faccio innanzitutto notare che mentre il Csm era riunito in plenum per esprimere un parere richiesto dalla Ministra Cartabia, a Palazzo Chigi già stavano riscrivendo il testo della riforma. Poi ho letto nel comunicato sul Cdm: "Rispetto al testo approvato due volte all'unanimità dal governo si introducono alcune novità". "Approvato" mi pare una sottolineatura ironica visto quello che poi è successo nei giorni successivi e il faticoso lavoro di mediazione che si è dovuto fare. Tornando alla sua domanda è chiaro che siamo dinanzi ad un compromesso. La Ministra avrebbe potuto fare molto meglio ma lei ha ridimensionato l'unica proposta culturalmente valida che era quella della Commissione Lattanzi. Da quel momento tutto si è complicato ed è iniziata la battaglia politica sull'improcedibilità. Nel frattempo sono emerse tutte le criticità culturali e scientifiche degli effetti dell'improcedibilità, che vedremo - ad essere ottimisti - alla fine del 2024. Tutto questo però è stato ignorato perché si è pensato a giocare solo con le bandierine che i partiti hanno messo sui vari reati affinché sfuggissero alla tagliola della prescrizione processuale. Infine sul risultato finale ha pesato il fatto che la partita si è spostata da via Arenula a Palazzo Chigi.
Qualcuno dice che siamo vittime della solita fallacia realista, in base alla quale qualsiasi compromesso si raggiunga va sempre bene. Non siamo stanchi di questo?
Assolutamente sì. Che il compromesso sia al ribasso lo si evince chiaramente dal fatto che ogni partito può rivendicare un pezzo di vittoria. Attenzione: sono spariti dal doppio binario inizialmente richiesto dal M5s i reati con la PA. All'inizio della trattativa sembrava invece essere il punto di snodo. Come vede è stato tutto un compromesso. Ma voglio aggiungere una cosa: ora abbiamo una serie di fasce per la celebrazione dei processi prima che scatti l'improcedibilità a seconda dell'imputazione che darà il pm. Ma oltre a questi doppi, tripli binari rimane in piedi tutto il problema dogmatico degli effetti del nuovo istituto: l'improcedibilità non decide, e cosa significa davvero lo scopriremo solo con la prima sentenza. Non dobbiamo scordarci che stiamo parlando del Diritto e dei suoi effetti sugli imputati e le persone offese. Ieri è stata depositata una sentenza della Consulta per cui se scatta la prescrizione in appello il giudice stesso può decidere sugli effetti civili. Con la nuova riforma si passa la palla al giudice civile. Ma sembra che tutte queste questioni giuridiche, messe in evidenze anche dal Csm, dall'Anm e dall'Accademia, non siano di interesse.
L'Europa ci chiede una giustizia più snella e veloce. A leggere la bozza dell'accordo invece sembra tutto più complicato...
Pensiamo di aver risolto il problema con la trattativa a Palazzo Chigi ma non è così, perché poi dovremo dar conto anche all'Europa degli effetti della riforma. Gli anni dell'appello dovevano essere 2 e poi in alcuni casi sono diventati 3, in altri 5 e poi 6. E in altri casi ancora abbiamo il fine processo mai. Il nostro sistema prevede già diversi binari, un vero groviglio dal punto di vista procedurale. Ora questa riforma contempla che il giudice possa richiedere proroghe motivate in base alla complessità concreta del processo. Innanzitutto vorrei capire qual è la definizione di "complessità". Io capisco che i processi non sono tutti uguali ma lasciare discrezionalità al giudice fa sorgere problemi sulle garanzie. Già abbiamo un eccesso di proroghe nella fase delle indagini preliminari, pensi se un giudice deve decidere per il proprio processo. Farà di tutto per cercare una motivazione. Insomma, non credo onestamente che questo sia il modo giusto per raggiungere l'ambizioso obiettivo di ridurre del 25% la durata dei giudizi penali, come richiesto dall'Europa.
di Marco Galvani
Il Giorno, 31 luglio 2021
Nel laboratorio del carcere di Monza è stato realizzato il bivacco che da oggi accoglierà pellegrini ed escursionisti al Passo della Cisa. Al Passo storico della Cisa, lungo la Via Francigena nel mezzo dei rilievi tosco-emiliani, c'è una capanna in legno. Ricorda un bivacco di montagna, ma è soprattutto un 'rifugio' dove i viaggiatori incontrano il territorio e i loro abitanti.
Dove pellegrini, escursionisti e ciclisti possono vivere e alimentare il turismo lento e l'inclusione sociale. Anche per questo il progetto realizzato dal Politecnico di Milano e dal Club alpino italiano si chiama Twin (Trekking walking and cycling for inclusion). Gemello. Nel nome della solidarietà sociale. Perché a realizzare la capanna ci hanno pensato cinque detenuti del carcere di Monza impegnati nel laboratorio di falegnameria oltre le sbarre.
Primo passo di un percorso di formazione per il reinserimento nella società, sostenuto dalla direttrice della casa circondariale Maria Pitaniello e dal responsabile dei servizi educativi Raffaele Carbosiero. I detenuti sono stati guidati da falegnami professionisti e volontari, già docenti all'istituto Meroni di Lissone. E anche il materiale utilizzato non è un legno qualsiasi. Sono i tronchi di Vaia, per sostenere le comunità alpine del Triveneto colpite dalla terribile tempesta dell'ottobre del 2018 che aveva abbattuto 16 milioni di abeti. Nella falegnameria di via Sanquirico si è proceduto a taglio, piallatura, messa in squadra dei longheroni e dei tavolati. Tutti i componenti lavorati sono stati portati in quota e assemblati. E questa mattina la capanna Twin aprirà e potrà accogliere i primi ospiti.
La struttura è stata allestita con una camera con un letto matrimoniale e due letti singoli, un bagno dotato di lavandino, wc e doccia. Con la possibilità di ricavare ulteriori due posti letto sul tavolo che si trasforma in letto grazie ad appositi materassi. A gestirla saranno persone fragili coinvolte in un progetto di formazione coordinato dai servizi sociali del Comune di Berceto in collaborazione con la Cooperativa di comunità Berceto Nova.
"Scegliendo di soggiornare in questo luogo - spiegano i promotori di Twin - si decide di abbracciare la solidarietà. Il messaggio che lanciamo al Paese è proprio quello di credere e investire in una 'lentezza generativa'. Abbiamo bisogno delle migliori intenzioni istituzionali e amministrative per appoggiare sulla lentezza una proposta di sviluppo inedita e ad altissima resa sociale. Camminando e pedalando si fa del bene a se stessi, ma anche ai territori attraversati e ai loro abitanti". "Sin dall'inizio il Sentiero Italia CAI ha avuto tra i suoi obiettivi l'aiuto concreto alle economie della montagna - le parole di Antonio Montani, vicepresidente generale del CAI e responsabile del Sentiero Italia CAI - aiuto che non può che passare attraverso progetti di coesione sociale come appunto Twin".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 31 luglio 2021
Un detenuto su quattro è tossicodipendente e uno su tre si trova in carcere per reati di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, mentre oltre il 60% della popolazione detenuta assume psicofarmaci, in particolare benzodiazepine e ansiolitici. Sono i dati di Antigone Campania diffusi a margine della presentazione del rapporto sui primi sei mesi del 2021 dell'associazione in prima linea per la difesa dei diritti dei detenuti.
Antigone, in questa prima metà dell'anno, ha eseguito 67 visite nei penitenziari di 14 regioni italiane. In Campania, l'associazione ha visitato gli istituti di pena di Carinola, Eboli, Salerno, Sant'Angelo dei Lombardi, Arienzo e naturalmente Santa Maria Capua Vetere, il carcere finito di recente al centro di un'inchiesta penale e di un'indagine interna disposta dal Ministero per i pestaggi e le violenze avvenute il 6 aprile 2020 e ormai da anni afflitto da una grave carenza strutturale per la mancanza di una condotta idrica. Dopo anni di attesa, nei mesi scorsi i lavori sono stati sbloccati ma si è ancora lontani dal garantire acqua potabile e così ciascun detenuto del carcere sammaritano può avere a disposizione due bottiglie d'acqua da due litri al giorno. L'emergenza, dunque, non è soltanto la violenza.
L'aumento dei detenuti con una diagnosi di tossicodipendenza è uno dei fattori di rischio su cui Antigone ha acceso i fari perché, per come sono concepite e strutturate gran parte delle strutture penitenziarie, diventa più difficile il percorso di recupero di detenuti tossicodipendenti mentre sarebbe preferibile che fossero i servizi territoriali a prendere in carico queste persone prevedendo per loro dei percorsi mirati. "Inoltre è in aumento, tra i detenuti, il consumo di psicofarmaci anche in assenza di una diagnosi o di una terapia medica", fa sapere il presidente di Antigone Campania Luigi Romano. È il segnale di disagi e sofferenze che rendono le carceri delle bombe pronte a esplodere. Spesso si assiste a rimpalli di responsabilità per le criticità legate alla gestione di detenuti che hanno comportamenti che necessitano di particolari cautele. La legge prevede delle misure da adottare ma "l'esplosione dei regimi, che si auspica possano essere regolamentati e stabilizzati - osserva il presidente Romano, facendo riferimento in particolare all'articolo 32 del decreto 230 del 2000 relativo all'assegnazione e al raggruppamento dei detenuti per motivi cautelari - ha trasformato di fatto le celle di isolamento in luoghi di contenzione dei casi più difficili, anche quelli psichiatrici, svuotandosi della funzione originaria".
Dall'inizio dell'anno si sono contati in Campania tre detenuti morti suicidi in cella e non si contano, invece, i gesti di autolesionismo. Vivere in celle sovraffollate, dove bisognerebbe stare in quattro e ci si ritrova invece in sei o anche in otto, non è semplice. La vivibilità è difficile anche se si pensa che ci sono celle con schermature alle finestre che impediscono il passaggio di aria e luce naturale. E, con il caldo di questi mesi, è ovvio che la vita in questi luoghi diventi infernale. Dal 31 dicembre 2020, la Campania è tra le sette regioni in cui la popolazione detenuta risulta aumentata e detiene anche il triste primato dei bambini reclusi: dodici sono i bambini che si trovano con le loro mamme all'Icam di Lauro.
Resta enorme la sproporzione tra numeri di detenuti reclusi e unità di personale, tra educatori, psicologi e mediatori, assunti per garantire percorsi di rieducazione. Antigone propone un intervento urgente, oltre che di riforma dell'ordinamento penitenziario, anche sul piano delle assunzioni di personale civile facendo notare che la detenzione costa allo Stato tre miliardi, di cui il 68% è impiegato per la polizia penitenziaria, e che il rapporto medio negli istituti visitati è di un poliziotto penitenziario ogni 1,6 detenuti e di un educatore ogni 91,8 detenuti.
di Nuccio Anselmo
Gazzetta del Sud, 31 luglio 2021
"I detenuti ristretti in regime di "41 bis" sono trattati in maniera disumana, male interpretando le restrizioni per la pandemia, in molti casi non sono garantiti i loro diritti civili". È durissimo l'affondo del noto penalista messinese Salvatore Silvestro, che interviene come responsabile del settore Giustizia di Forza Italia per la Sicilia, dopo aver inviato una serie di esposti ai vertici del Dap e a vari organismi giudiziari. "Mi perdonerete se cito quattro casi concreti che ho trattato insieme ad altri colleghi come difensore - prosegue il legale -, ma ritengo che siano un esempio calzante di un fenomeno che ormai, purtroppo, è generalizzato all'intero Paese".
Ed ecco i casi concreti ricostruiti dal penalista:
1. a Parma "mi viene comunicato il ricovero d'urgenza del detenuto, ma a fronte della richiesta sulle ragioni del ricovero e delle patologie, la direzione subordina l'evasione della richiesta all'inoltro di apposita procura speciale sottoscritta dal detenuto con allegata copia della sua carta di identità. Ho denunziato il fatto al ministero della Giustizia e alla competente autorità giudiziaria, ma ad oggi non ho avuto nessun riscontro";
2. a Parma "dopo l'assoluzione dall'imputazione dal reato di partecipazione al gruppo mafioso "clan Mangialupi" dell'assistito, ho avanzato istanza di revoca anticipata. Dopo avere appreso dal detenuto del rigetto dell'istanza e della mancata consegna dell'atto, ho avanzato richiesta di rilascio copia. Secondo la direzione trattasi di provvedimento la cui motivazione non è ostensibile né al detenuto, né al suo difensore";
3. a L'Aquila "il soggetto è detenuto perché imputato in appello a Reggio Calabria. Dopo l'ennesimo evento infartuale, ricovero ed intervento non comunicato né al sottoscritto, né ai congiunti, chiedo ed ottengo dalla Corte di appello di Reggio Calabria l'autorizzazione affinché un medico faccia ingresso nella struttura. La direzione non ha permesso l'ingresso del consulente di parte. La corte reggina ha ribadito l'autorizzazione all'ingresso in carcere a condizione che la visita venga video-registrata ed eseguita in presenza di un agente penitenziario per evitare... l'eventuale ricezione o trasmissione di "messaggi";
4. a L'Aquila "per un imputato del procedimento "Nebrodi" il tribunale di Patti autorizza la moglie, detenuta agli arresti domiciliari per lo stesso titolo, ad effettuare il colloquio mensile telefonico dai carabinieri di Tortorici. La direzione della casa circondariale non ha mai dato esecuzione all'ordinanza, anzi l'ha interpretata restrittivamente impedendo al detenuto di effettuare colloqui con soggetti diversi dai congiunti conviventi".
Prosegue l'avvocato Silvestro: "Numerosi e frequenti sono poi i casi in cui le varie direzioni non eseguono le ordinanze con le quali i magistrati di Sorveglianza competenti per territorio disapplicano le circolari emesse dal Dap o dai vari direttori. Ciò che si lamenta è il mancato rispetto dei diritti fondamentali della persona, che sempre più spesso si concretizza attraverso la palese violazione dei precetti normativi che regolano la materia e le guarentigie difensive. Il tutto evidentemente alimentato dall'atavico sospetto che accompagna l'esercizio della professione forense di cui le procure e i magistrati che dirigono il Dap, pur dinanzi agli scandali che li hanno interessati e li continuano ad interessare, non riescono a liberarsi".
di Nadia Urbinati
Il Domani, 31 luglio 2021
La pandemia ha catapultato la democrazia costituzionale in una realtà inedita sotto molti punti di vista, medico-sanitari, giuridico-amministrativi ed etici. La riporta alle sue radici - la libertà e i diritti - come non accadeva dagli anni Quaranta e Cinquanta, quando su questi temi si accese una delle più ricche e importanti discussioni filosofiche e politiche del Ventesimo secolo. Allora, l'obiettivo polemico era il potere totalizzante di uno stato non democratico. Oggi, sono i limiti alla libertà nelle decisioni di democrazie costituzionali. Nelle strategie di contenimento e prevenzione del contagio adottate dai governi democratici, i critici leggono il segno della dimensione fatalmente arbitraria del potere statale, pronto a derubarci della libertà con il pretesto di proteggere la nostra vita.
Il green pass è scomunicato come una politica di discriminazione verso chi non è vaccinato o non si vuole vaccinare - addirittura come la stella di David che i regimi nazi-fascisti imponevano agli ebrei di appuntarsi sul petto. Si tratta di una battaglia ideologica che immagina complotti e cospirazioni da parte di poteri occulti ai danni di cittadini vulnerabili usati come cavie. La narrativa del potere invisibile e totale è irresistibile perché dogmatica; ed è capace di unire al di là di destra e sinistra, di risvegliare il dormiente "potere costituente" contro il "potere costituito" nel nome della libertà (di non vaccinarsi e di non certificare la vaccinazione). Tornare alle radici, ai principi fondativi della nostra democrazia è quanto mai necessario e urgente.
La Costituzione - La Costituzione documenta la complessità della libertà individuale quando la collega direttamente all'uguaglianza e impegna il legislatore a rimuovere gli ostacoli che non ne permettono l'uguale godimento. Gli "altri" - le persone che ci vivono accanto - sono l'orizzonte nel quale la Costituzione situa la libertà, che si accompagna necessariamente alla limitazione. Ciò non solo perché noi non possiamo volere tutto quel che desideriamo (non possiamo volare per esempio); non solo perché siamo "costretti" a decidere (la nostra natura non è programmata ad attivare comportamenti istintivi funzionali); non solo perché la nostra possibilità di fare scelte richiede un governo limitato (e governanti che rispettino le norme che lo limitano); ma anche perché ogni volta che scegliamo rinunciamo a qualcosa per qualcos'altro e facendo ciò incrociamo altre persone che come noi scelgono e magari scelgono le stesse cose, per cui ogni azione per essere libera concretamente presume un coordinamento, una regia - ovvero la legge. La democrazia costituzionale si è rivelata una buona regia; tiene conto di questa complessità di limiti normativi e fattuali; delinea un ordine istituzionale incentrato sulla divisione dei poteri e comanda il rispetto dei diritti fondamentali.
Il vivere democratico ci ha abituati a identificare la libertà con i diritti. I diritti stabiliscono una limitazione giuridica che coincida il più possibile con quella che noi daremmo a noi stessi; istigano per tanto una diffidenza naturale verso il potere costituito. L'età dei diritti è a tutti gli effetti l'età della centralità della persona e delle libere contestazioni al potere; della critica all'autoritarismo e alle tecniche di sorveglianza affinate dal potere istituzionale, politico ed economico, con lo scopo di addomesticare le volontà e rendere le persone docili; della critica al formalismo dei diritti, indifferente alle condizioni socio-economiche e culturali nelle quali la libertà è (o non è) goduta.
L'età dei diritti - Nel secondo dopoguerra, agende libertarie e agende socialdemocratiche hanno segnato buona parte dell'età dei diritti. L'esito è stato l'espansione dei diritti di libertà nel campo delle relazioni private e intime (interruzione volontaria del vincolo matrimoniale e della gravidanza); la sovversione di tradizioni ataviche (abolizione del delitto d'onore); la conquista dell'eguale opportunità di donne e uomini di accedere alle carriere nell'amministrazione pubblica; la traduzione del diritto alla salute in un sistema sanitario nazionale. Tutte queste battaglie sono state condotte nel nome della libertà. E tutte implicano limiti.
Scriveva Norberto Bobbio che la storia delle libertà è una storia di lotte volte a conquistare i diritti, a partire da quelli che chiamiamo fondamentali e poi quelli che proteggono altri beni non meno importanti come condizioni dignitose di lavoro e di vita o protezione dell'ambiente. Tutti questi diritti vogliono obblighi. Sovente ce ne dimentichiamo. La politica e la pratica dei diritti è a un tempo di contestazione e di differenziazione. Ha anche la forza di distanziare le persone dai valori comunitari. Infine, le abitua a concepire la loro libertà in un rapporto di tensione, quando non di contrasto, con gli altri; a idealizzare la libertà come un bene esclusivamente individuale, idealmente in assenza degli altri e della società. La pandemia ha portato alla superficie questa concezione individualistica della libertà e ne ha messo in luce i problemi e i limiti.
Fare quel che ci piace - Il green pass rientra in questa concezione. Coloro che identificano il gress pass con il despotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci.
La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso. Per questo si esprime nelle forme che il diritto stabilisce e la legge detta. Scriveva John Stuart Mill che la libertà significa "fare quel che ci piace, essendo soggetti alle conseguenze che possono da ciò derivare, senza impedimento da parte degli altri fino a quando non arrechiamo loro danno".
Questa teoria trova la sua traduzione giuridica nella nostra Costituzione, la quale indica al legislatore il principio per decidere di limitare la nostra libertà di "fare quel che ci piace". Questo principio, dice Mill, "è che l'umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d'azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri". Dice l'articolo 16 della nostra Costituzione: "Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza". Dice l'articolo 32: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge".
Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l'assunto che "fare quel che ci piace" sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa. Il suo principio di riferimento è quello del danno che, secondo la Costituzione, ammette l'interferenza con le scelte individuali se queste sono comprovatamente dannose agli altri.
di Carla Santandrea
varesenews.it, 31 luglio 2021
Sarà Massimo Colombo, cuoco di Enaip, a realizzare il pranzo con i prodotti dell'orto voluto dalla direttrice della casa circondariale e gestito da alcuni detenuti. Da qualche mese presso la realtà della Casa Circondariale di Varese un gruppo di detenuti, accompagnati da alcuni operatori, si sta dedicando alla coltivazione di erbe aromatiche. Si tratta di un'iniziativa formativa voluta dalla direttrice dell'Istituto la dr.ssa Carla Santandrea e dal responsabile delle attività educative dr. Domenico Grieco. Il progetto ha preso forma grazie ad un contributo della Regione Lombardia con la collaborazione di Enaip e della Cooperativa Homo Faber.
Martedì 3 agosto verrà realizzato il primo piccolo ma significativo raccolto, le produzioni verranno utilizzate per preparare un menù speciale da destinare a tutti i detenuti, in questo modo si vuole celebrare il lavoro di chi si è impegnato nell'attività agricola. Sarà Massimo Colombo, cuoco di Enaip, a guidare la brigata della cucina nell'allestimento del menù che prevede: pasta al pesto di salvia, fusi di pollo con capperi limone e origano, patate al rosmarino e panna cotta alla menta.
È proprio il caso di dire che in carcere quando si vuole si riesce a trovare sempre qualcosa di buono! "Questa iniziativa - dichiara la direttrice Carla Santandrea - si aggiunge alle altre che abbiamo realizzato e realizzeremo per il periodo estivo. Le erbe aromatiche che verranno utilizzate nella preparazione del menù sono quelle raccolte nel giardino creato all'interno dell'istituto che viene curato quotidianamente da un gruppo di detenuti. Questo evento fa parte di una serie di precedenti iniziative sul cibo che hanno visto coinvolti i ristretti (si pensi al ricettario periodico Cucinare al fresco) e che sono sempre state accolte con grande entusiasmo. Sarà possibile così servire un pranzo particolare che verrà preparato sotto la guida di un esperto chef".











