di Domenico Marino
Avvenire, 23 dicembre 2021
Bico, 4 anni, e la mamma, Marta, hanno realizzato a Cosenza l'idea di portare volumi da tenere dietro le sbarre. La colletta di carta è destinata ai figli dei detenuti. "Mamma, sarebbe bello creare una libreria nel carcere. Così, magari, i papà potrebbero leggere qualche pagina assieme ai figli durante le visite. Che ne pensi?". È cominciata così, dal sogno... sognante di Alberico Guarnieri, per tutti Bico, un bambino di quattro anni, la raccolta di volumi da destinare alla casa circondariale di Cosenza, all'interno dello Spazio giallo che è un progetto ministeriale realizzato in quasi tutti i penitenziari. In Calabria quello di Cosenza è il primo. Accoglie i piccoli in arrivo nel luogo di reclusione prima di entrare per incontrare i papà, e all'uscita dopo avere dialogato con loro.
Un'équipe di specialisti all'ingresso li prepara e se ne prende cura. Proprio lì da gennaio troveranno spazio i libri che Marta Monteleone della libreria 'Raccontami' di Cosenza sta raccogliendo per realizzare il sogno del suo piccolo. Perché Bico è suo figlio ed è anche un po' merito suo se ha maturato l'idea, perché pedalano spesso assieme lungo la pista ciclabile cosentina che in un tratto costeggia il carcere cittadino. Lei lo accompagna a scuola in sella, passando a poca distanza da quei muri alti e spessi. Ma è stata una serie di coincidenze fortunate, o forse è meglio scrivere provvidenziali, che ha per- messo la trasformazione in realtà della speranza di Bico, il quale ha pure fatto un disegno diventato immagine dell'iniziativa solidale.
La mamma ne ha parlato con l'amica Carmen Rosato, che è impegnata nel penitenziario come operatrice, la quale a sua volta ha condiviso l'idea con la direttrice Maria Luisa Mendicino che l'ha colta al volo. Dalle parole e dai buoni propositi si è presto passati ai fatti, con la raccolta avviata in una vera e propria biblioteca. Sono già tanti i volumi accumulati nelle ceste sistemate ad hoc nel locale, e promettono di aumentare ancora sino al 7 gennaio quando la colletta di... carta terminerà e verranno consegnati al penitenziario affinché siano catalogati e sistemati nello Spazio giallo.
Non è finita, perché Marta se n'è inventata un'altra chiedendo a quanti acquistano un libro 'sospeso', di lasciare una dedica per chi sfiorerà quelle pagine. E così, sfogliando qua e là, si può ad esempio leggere un invito a guardare con fiducia al futuro anche da dietro le sbarre, perché in fondo anche da lì il cielo è azzurro come se osservato dall'esterno. "Abbiamo avuto questa idea perché ci piace che chi viene qui per donare un volume destinato alla libreria in carcere mandi un messaggio o comunque trasmetta qualcosa a chi leggerà, che adesso inevitabilmente è un lettore ideale" commenta Marta. I libri regalabili sono esclusivamente per altri bambini, da 0 a 10 anni. Bella l'idea, ottima la realizzazione, emozionate le prime reazioni.
Bico stenta a credere che il suo sogno diventerà realtà e alcuni detenuti hanno trattenuto a stento le lacrime quando hanno saputo quello che si sta organizzando per loro. "Forse in tanti vi vogliono del male, ma di sicuro ci sono tanti che vi vogliono un gran bene e stanno preparandovi un gran ben regalo", è stato detto loro nei giorni scorsi. L'iniziativa ha ancora più valore perché in precedenza i figli potevano incontrare i padri solo assieme alle mamme, mentre da un po' di tempo possono anche farlo da soli, avendo dei momenti faccia a faccia, cuore a cuore, con il genitore.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 23 dicembre 2021
Nel carcere Campanello proiezione del film Gelsomina Verde, vittima innocente dalla faida di Scampia. Ha suscitato particolare interesse oltre ad un dibattito interessante, con il coinvolgimento dei detenuti, la proiezione del film Gelsomina Verde, uccisa a soli 21 anni nella prima sanguinosa faida di Scampia.
Il carcere che si apre all'esterno e che nonostante le difficoltà legate ad una cronica mancanza di uomini e donne della polizia penitenziaria, tema cruciale di un anno difficile e duro su questo fronte, mostra le sue potenzialità e i frutti di un proficuo lavoro che vede protagoniste ogni giorno diverse figure professionali.
Elogi al grande lavoro svolto ad Ariano sono arrivati dal garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello in visita alla struttura arianese: "Tutte le carceri hanno bisogno di riconciliarsi con il mondo esterno e all'interno, e queste attività culturali, scolastiche, teatrali, musicali, aiutano a recuperare le emozioni delle persone e a riflettere sulle proprie responsabilità. Il vero cammino di reinserimento sociale è questo. Purtroppo non è sempre così, il carcere come azienda ha fallito, molta gente ci ritorna. Vince chi invece è riuscito a costruire un ponte, grazie ad una cooperativa, un'associazione, un cappellano. L'augurio è che in questo natale, possa essere superato il muro dell'indifferenza. Una politica cinica, pavida considera il carcere come una discarica sociale. Una risposta semplice a bisogni che sono complessi. Abbiamo bisogno di recuperare in ogni carcere una dimensione trattamentale. Alla persona che sbaglia, deve essere tolto il diritto alla libertà, ma non alla dignità".
Ha suscitato particolare interesse oltre ad un dibattito interessante, con il coinvolgimento dei detenuti, la proiezione del film Gelsomina Verde, uccisa a soli 21 anni nella prima sanguinosa faida di Scampia, la cui ferita resterà per sempre triste e indelebile. Presente il regista Massimiliano Pacifico e l'attore e drammaturgo Davide Iodice. Prezioso il lavoro svolto dalla docente Michela Notaro. Una squadra ben collaudata, ognuno ha dato il proprio contributo in termini di risorse umane e professionalità.
"Una storia di una vittima di camorra, una forte attenzione per la legalità - ha detto la direttrice della casa circondariale Campanello, Maria Rosaria Casaburo - un riflettere insieme su quelli che sono i danni devastanti che la criminalità organizzata può produrre su persone che alla fine non ne fanno nemmeno parte. Il carcere deve essere palestra di legalità e credo che in questa giornata abbiamo svolto un bell'esercizio". Un anno difficile segnato dalle rivolte nelle carceri in Campania, da una pandemia che non accenna purtroppo ad allontanarsi, ma che fortunatamente grazie ad una sinergia tra le varie istituzioni e all'ottimo e scrupoloso lavoro svolto dalla direzione del carcere arianese risulta essere al momento sotto controllo.
"Un anno faticoso, molto intenso di lavoro, ma non sono mancate le soddisfazioni. Ad esempio, l'essere riusciti a fronteggiare la pandemia, per cui Ariano, vanta oggi questo piccolo record, nessun detenuto e agente contagiato all'interno dell'istituto. Tutto questo, grazie ad un'opera intensa di prevenzione, grazie anche al supporto dell'Asl. Alcune attività sono in corso, altre in procinto di partire, speriamo di poter continuare su questa strada."
di Domenico Guarino
controradio.it, 23 dicembre 2021
Lo spettacolo, primo in Italia a utilizzare le nuove risorse digitali per un progetto di teatro in carcere, materializzerà in scena in tempo reale i giovani detenuti dell'Istituto Penale per i Minorenni G. Meucci di Firenze, raccontando una storia tra ossessioni e voglia di libertà. La produzione, firmata dalla compagnia Interazioni Elementari, si inserisce nel progetto "Streaming Theater: un ponte tra carcere e città", percorso di formazione nei mestieri dello spettacolo che punta alla cittadinanza attiva e all'inclusione sociale attraverso il teatro e la performance.
L'obiettivo è quello di "intrecciare teatro e tecnologia, per ribaltare regole e percezioni portando il carcere fuori dal carcere. È in arrivo a Firenze "One Man Jail: le prigioni della mente", l'unico spettacolo in Italia che utilizza le nuove risorse digitali per un progetto di teatro in carcere, in scena in prima assoluta sabato 8 e domenica 9 gennaio 2022, ore 21.00, al Teatro Cantiere Florida".
Proposto e prodotto da Compagnia Interazioni Elementari, diretta da Claudio Suzzi, "One Man Jail: le prigioni della mente" grazie alla diretta streaming, materializzerà sul palco in tempo reale i giovani attori detenuti dell'Istituto Penale per i Minorenni G. Meucci, per raccontare una storia di ossessioni e libertà, mentre il pubblico si trasformerà per due ore in un gruppo di prigionieri, o forse si accorgerà di esserlo sempre stato, in un caleidoscopio di ribaltamenti e cortocircuiti tra dentro e fuori (www.interazionielementari.com).
La storia è quella di Frank Petroletti - interpretato dall'attore Filippo Frittelli- comico che, all'apice del successo, viene arrestato e incarcerato. All'interno della prigione, di fronte a un pubblico di detenuti ostili e disinteressati, si prepara a esibirsi nella sua ultima performance. Lo show, caustico e strampalato, lo porterà ad affrontare le proprie paure e i pensieri che lo tengono realmente prigioniero, a liberarsi dai personaggi che affollano la sua mente, per raggiungere un "altrove" forse meno rassicurante di quello che gli si vorrebbe far credere.
Lo spettacolo si inserisce all'interno del progetto "Streaming Theater: un ponte tra carcere e città", percorso di educazione ai mestieri dello spettacolo e della performance tramite l'utilizzo di tecnologie digitali, che vuole andare a colmare due bisogni fondamentali di chi abita l'istituto di detenzione minorile: stabilire un collegamento con la comunità esterna e ottenere una formazione lavorativa, in grado di aprire prospettive future per i giovani detenuti, già a partire dal periodo di permanenza in carcere.
L'obiettivo principale non è solo coinvolgere i giovani detenuti del Meucci, ma anche e soprattutto sensibilizzare la comunità fuori. "Lavoriamo perché i ragazzi vengano scritturati come attori - spiega il regista Claudio Suzzi, fondatore di Interazioni Elementari e ideatore di Streaming Theater - remunerati come lavoratori dello spettacolo. Per questo sarà fondamentale distribuire lo spettacolo "One Man Jail: le prigioni della mente" in modo da farlo circuitare il più possibile nei teatri della Regione Toscana e del circuito nazionale, obiettivo ora possibile grazie alla nuova modalità di collegamento in diretta live sulla quale si base la produzione. In un processo di incontro tra il carcere e le città, vogliamo coinvolgere un pubblico più ampio puntando, grazie al teatro, ad un maggiore sviluppo della cittadinanza attiva e alla partecipazione delle comunità locali, in modo da creare una maggiore inclusione sociale".
Un percorso che vorrebbe continuare anche dopo il ritorno in libertà dei suoi protagonisti: "Il coronamento di questo lavoro sarebbe potergli dare un seguito anche fuori dal carcere, ma al momento è impossibile per mancanza di uno spazio dedicato, una sede a Firenze, senza la quale la Compagnia Interazioni Elementari non potrà continuare a lungo il suo lavoro. Abbiamo bisogno di un luogo dove far mettere radici al progetto e alla Compagnia, e per questo confidiamo nella sensibilità, nell'ascolto e nel sostegno delle autorità locali toscane e fiorentine".
Il progetto è finanziato dal bando "Giovani al centro" e rientra nell'ambito di Giovanisì, il progetto della Regione Toscana per l'autonomia dei giovani, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento delle politiche giovanili e del Servizio civile universale e dalla Regione Toscana, dal Ministero della Giustizia - Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e da Publiacqua S.p.A. In partenariato con Associazione Volontariato Penitenziario Onlus, Associazione Altro Diritto Onlus, Associazione di Promozione Sociale Progress.
In collaborazione con Istituto Penale Minorile "G. Meucci" di Firenze, Assessorato all'Educazione, Università e Ricerca, Formazione Professionale, Diritti e Pari Opportunità del Comune di Firenze, Assessorato alla Cultura, Moda e Design del Comune di Firenze, Garante dei detenuti della Regione Toscana, Garante dei detenuti del Comune di Firenze, Associazione Antigone Onlus, Cinema Teatro di Castello e Teatro delle Arti Lastra a Signa.
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 23 dicembre 2021
Un giocattolo usato da regalare ad un genitore detenuto: è la speciale raccolta organizzata dalla cooperativa sociale THC - Together let's help the community! e dal Gruppo di Solidarietà Heos per la casa circondariale di Massa Marittima che parte a Natale ma diventerà un appuntamento fisso.
A Natale Gesù che nasce viene a dirci che un'altra vita è possibile, e lo è per tutti, persino per chi è rinchiuso in carcere ed è costretto a trascorrere questa e le altre feste lontano dai propri affetti, in particolare lontano dall'amore dei propri figli. È così che in carcere, spesso, il Natale si trasforma da momento di gioia in momento di solitudine e sofferenza. "Non so che cosa significhi esattamente vivere il Natale in carcere perché penso che soltanto chi l'abbia vissuto lo sappia - ci racconta Mirko Pascale, presidente della cooperativa TCH Together let's help the community! attiva da anni nella casa circondariale di Massa Marittima e in altri istituti di pena della Toscana - ma in base alla mia esperienza, il Natale aumenta la tendenza del carcere a vivere tutto amplificato, ogni pensiero, ogni attenzione. Non dobbiamo mai dimenticare che la libertà ha tante sfaccettature e che parliamo di un posto dove la privazione è totale, dove a volte non si può neanche attraversare una porta liberamente".
Genitorialità e carcere: un binomio difficile - Ed è in un posto così che perfino un regalo non dato diventa un vissuto troppo doloroso, capace di trasformare il Natale in un momento di vergogna per non poter dare ai propri figli quello che si vorrebbe, quello che meriterebbero. Si può arrivare addirittura a rifiutare un momento di contatto come il tanto atteso colloquio, pur di non dover affrontare quello sguardo in cui si riesce a leggere solo delusione. "Essere genitore ma al contempo non riuscire a esserlo come si vorrebbe - spiega ancora Pascale - questo causa emozioni fortemente negative come lo sconforto, si può arrivare perfino alla depressione che fa chiudere il detenuto in se stesso e oltre a comprometterne i rapporti familiari ne compromette anche il percorso di recupero e reinserimento nella società".
La storia di Mohammed e del cioccolato - Ma per fortuna ci sono delle 'medicine buone' a questi mali dell'anima, strumenti geniali nella loro semplicità che nascono dall'osservazione interna del mondo carcere, una prospettiva che consente di conoscere sfumature che dall'esterno sarebbero impossibili da percepire. Così anche l'idea della raccolta di giocattoli di THC nasce da una storia, quella di un detenuto tunisino di 50 anni che chiameremo Mohammed, una storia che il presidente della cooperativa ci vuole raccontare: "Questo detenuto aveva lavorato con noi nel progetto di apicoltura per un po', aveva guadagnato e messo da parte qualcosa. A Natale dell'anno scorso mi è venuto naturale mandargli in carcere un cesto augurale in cui c'era il miele che aveva contribuito a produrre, dei datteri che sapevo gli piacessero anche perché venivano dal suo Paese, un panettone e due tavolette di cioccolato, il tutto accompagnato da una lettera in cui lo ringraziavo per il lavoro svolto insieme e gli facevo gli auguri", ricorda Mirko. "Non ho avuto sue notizie fino a marzo, ma la prima cosa che mi ha detto quando siamo riusciti a rivederci è stato ringraziarmi con le lacrime agli occhi. In quattro anni da recluso nessuno gli aveva mai regalato nulla, mi ha detto, raccontando poi che grazie a quelle due tavolette di cioccolato era riuscito a regalare qualcosa ai suoi figli che erano andati a trovarlo per Natale. Mohammed mi ha fatto capire l'importanza che ha un gesto semplice, naturale, per chi è impossibilitato a compierlo autonomamente ma deve dipendere da altri. In questo caso dall'ispettore che si occupa degli acquisti e dalla disponibilità delle strutture commerciali vicine al carcere".
L'obiettivo: considerare il carcere un posto come gli altri - Un tema, quello della genitorialità in carcere, dai mille volti e dalle mille sfumature: "I figli di Mohammed non sapevano che lui fosse in carcere, ma credevano di andare in un posto dove stesse trascorrendo la riabilitazione dopo un intervento chirurgico, non aveva avuto il coraggio di dirlo - racconta ancora Pascale - ed è proprio questo sentimento di vergogna che dobbiamo estirpare. Bisogna entrare in carcere per conoscerlo nel bene e nel male, eliminare il pregiudizio che lo avvolge e arrivare a considerarlo solo un posto tra i tanti delle nostre città, non dimenticarlo ai margini della società per far finta che non esista, perché esiste. C'è. È lì". "Un'altra storia sul valore della genitorialità in carcere che forse sta alla base di questa semplice raccolta di giocattoli me l'ha raccontata un ergastolano - prosegue il presidente di THC - questo era entrato in carcere che sua figlia era piccola, poi è cresciuta e quando andava ai colloqui lui l'aveva sempre vista seduta: seduta quando lui arrivava, seduta quando lui veniva riportato in cella. Il giorno che l'ha vista in piedi si è messo a piangere. È incredibile come i reclusi si leghino a quelle sfumature che noi neppure notiamo ma che per loro diventano così importanti...".
Il Natale come messaggio di speranza - Lo dice anche la nostra Costituzione: il carcere non è - o meglio non dovrebbe essere - un luogo di disperazione e di dolore, bensì un luogo di recupero, perciò di speranza, quella in una nuova vita e in un futuro migliore, una volta fuori. "Ma una vita migliore s'inizia a costruire dentro - avverte Mirko Pascale - serve in questo senso una profonda evoluzione istituzionale che ampli l'offerta formativa e lavorativa e la allarghi a tutti gli istituti. Poi si deve pensare anche all'aggiornamento formativo del personale, spesso molto carente, e infine, ma non per ultimo, alle famiglie che restano fuori, alle quali il carcere va spiegato e fatto digerire, esattamente come a chi vi è rinchiuso. È un'attenzione ai particolari che spesso sfugge, ma è fondamentale". Per il recupero completo della persona, strumento essenziale è il lavoro: la cooperativa THC lo sa e ha attivato a tal proposito 'Percorsi in carcere': "In pratica facciamo da facilitatore - spiega il presidente - mettiamo in contatto tra loro e con le strutture penitenziarie, diverse aziende agricole nel territorio in cui operiamo, che in questo caso è la Toscana, facciamo rete anche con agenzie formative e associazioni per costruire nuove possibilità di contatto che rendano il carcere interessante per una determinata azienda e consentano al ristretto, come dice lo stesso termine istituzionale, di mettersi alla prova".
Il regalo che fa bene al cuore - Intanto la raccolta di giocattoli promossa da THC e Gruppo Heos sta avendo un grande successo: "È un successo duplice - precisa il presidente Pascale - infatti oltre a regalare un sorriso al figlio di un detenuto, fa anche molto bene ai bambini che donano un giocattolo che non usano più, perché dai genitori viene loro spiegato a chi sarà destinato quel giocattolo". Un successo anche di numeri, che come sempre parlano più chiaro delle parole: "A Massa Marittima sono stati consegnati quattro bustoni oltre alla carta e al nastro per le confezioni - conclude - ma giocattoli ne sono arrivati talmente tanti che stiamo contattando altre strutture che potrebbero averne bisogno, come Volterra o Sollicciano a Firenze. Ci piacerebbe esportare il progetto in tutte le carceri della Toscana e poi, chissà, magari anche a Roma grazie alla nostra collaborazione con Economia carceraria". Perché istituti di pena con dentro detenuti, detenuti genitori e bambini che vanno a trovare detenuti che sono anche i loro genitori, ce ne sono ovunque. E ce ne saranno sempre.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 23 dicembre 2021
"Era attesa da tempo". La Fondazione Rava ha finanziato il cantiere. Inaugurazione con Turci, Colombari e Costacurta. Gatto (Tribunale per i minorenni): "Segnali importanti". Verde, azzurro, rosso. Colori scelti dai ragazzi del Beccaria che, insieme ai volontari della Fondazione Francesca Rava, hanno reso possibile un piccolo miracolo: dopo tanti anni di inagibilità la palestra del carcere è di nuovo funzionante e più bella che mai. "Finalmente hanno uno spazio di grandi dimensioni da utilizzare per le attività sportive e il merito è tutto loro - dice la presidente della onlus, Maria Vittoria Rava -. Hanno partecipato alla ristrutturazione con impegno ed entusiasmo sperimentando un modo costruttivo di vivere le relazioni. È un traguardo, un regalo di Natale simbolo di riscatto per tutta la comunità".
Tornei sportivi - La palestra è uno dei tasselli del progetto "Palla al centro" nato dall'accordo di collaborazione con Maria Carla Gatto, presidente del Tribunale per i minorenni di Milano, e Francesca Perrini responsabile del Centro giustizia minorile per la Lombardia. In nome di quel progetto sono già stati attivati una scuola di informatica, laboratori di arte e imbiancatura, un programma di tornei sportivi e un ciclo di incontri motivazionali di preparazione al lavoro. "Dare segnali concreti di attenzione nei confronti dei ragazzi che temporaneamente vivono qui ed è importante per contrastare la loro stigmatizzazione sociale - sottolinea Gatto -. Dobbiamo rafforzare il ponte tra dentro e fuori, preparare il terreno per quando quei ragazzi usciranno e per questo sforzarci di immaginare un carcere minorile sempre più aperto". Se è vero che l'ingresso al Beccaria, per gli adolescenti più vulnerabili, rischia talvolta di rafforzare un'identità deviante, è anche vero che se si uniscono forze pubbliche e private, quello stesso periodo può essere trasformato al contrario in una opportunità. Ieri c'erano le madrine della fondazione Paola Turci e Martina Colombari, con Billy Costacurta che è sceso in campo assieme ai ragazzi. Ancora, la direttrice del Beccaria Mimma Buccoliero e gli assessori comunale e regionale al Welfare Lamberto Bertolè e Letizia Moratti. "Chi commette reato a 15 anni non sceglie di delinquere. Invece sta chiedendo aiuto, ci chiama tutti in causa", rimarca Bertolè.
Il sovraffollamento - Certo, al Beccaria le criticità non mancano e di recente il procuratore capo del Tribunale per i minorenni Ciro Cascone le ha messe nero su bianco in una lettera indirizzata al ministero. Il sovraffollamento, intanto (39 ragazzi, e dovrebbero essere massimo 31). E poi: "Gli spazi in origine destinati ai ragazzi arrestati in flagranza sono occupati da quelli in isolamento preventivo per il Covid. Risultato: chi è in stato di fermo deve essere portato via, accompagnato a Torino o Genova. Visto poi che i lavori che dovrebbero raddoppiare la capienza della struttura dureranno almeno un altro anno, per mancanza di spazio alcuni giovani detenuti vengono trasferiti in altre regioni, lontani dalle famiglie, e questo aggiunge sofferenza", denuncia Cascone. Il direttore del carcere è in struttura solo due giorni (perché distaccato a Opera). Infine, "aumentano gli adolescenti con problematiche sanitarie psichiatriche o di dipendenza che destabilizzano la gestione dei gruppi. Ma data la carenza di comunità terapeutiche specializzate in Lombardia, non viene trovata altra soluzione".
di Massimo Ammaniti
La Repubblica, 23 dicembre 2021
Sicuramente l'adolescenza è un periodo a rischio per l'uso e l'abuso di sostanze e di alcol, anche perché le trasformazioni tipiche di questa fase creano una fragilità psicologica che può predisporre a questo uso.
È presente infatti un divario fra la forte attivazione emotiva del sistema cerebrale limbico e i sistemi regolativi di controllo di sé che invece maturano più tardivamente, legati quest'ultimi alla corteccia cerebrale frontale e prefrontale. È il motivo per il quale gli adolescenti manifestano spesso forti oscillazioni delle emozioni, in cui si alternano momenti di abbattimento e di vuoto a momenti di eccitamento e di tensione. E quando vengono contrariati o rimproverati reagiscono con improvvisi scoppi di rabbia provocati dalla loro suscettibilità e dalla permalosità essendo molto concentrati su loro stessi. E tutto questo è fonte di malessere e di insofferenza, che a volte subiscono i genitori e gli insegnanti che hanno difficoltà a comprenderne le motivazioni.
Questa forte discontinuità di comportamento che si crea col proprio passato suscita incertezze e addirittura confusioni personali, quasi l'adolescente potesse temere di perdere la direzione di se stesso. E dal momento che non ci si può più appoggiare ai genitori, da cui invece si vuole distaccare, i coetanei diventano indispensabili. Con loro si condividono i propri stati d'animo e i propri interessi superando l'opprimente senso di solitudine che si avverte in alcuni momenti. In gruppo il confronto è continuo per farsi valere ed affermarsi, insieme si scoprono territori sconosciuti ed eccitanti, come le prime esperienze sentimentali e sessuali. Si tratta di una grande risorsa, che stimola il senso di appartenenza e il riconoscimento del proprio ruolo, anche se poi non è facile per un ragazzo o una ragazza sottrarsi alle pressioni e alle seduzioni del gruppo, col rischio di essere rifiutato ed emarginato, esperienza che può compromettere il senso di sé.
Fra i comportamenti di iniziazione nei gruppi l'uso dell'alcol e delle droghe rappresenta una vera prova del fuoco, che viene a sancire la stessa appartenenza, anche perché viene considerato un'esperienza esaltante, anche perché proibita e disapprovata dai genitori. Le prime esperienze con le canne hanno quasi un carattere rituale, perlopiù durante una festa nel clima di complicità e di eccitazione lo spinello è quasi un oggetto sacrale, che viene passato da uno all'altro per un tiro insieme.
Per molti ragazzi inizia così un percorso clandestino, che prima o poi viene scoperto dai genitori provocando grandi scontri familiari. Non è facile capire quanto la cannabis sia diffusa fra i ragazzi, una ricerca di qualche anno fa stimava che il 20% degli studenti delle scuole superiori ne facesse uso, sia in modo occasionale che in modo continuativo. Dati più recenti del Dipartimento per le Politiche Antidroga mettono in luce che il 30% dei ragazzi e il 21% delle ragazze non solo ricorrono agli spinelli ma creano cocktail micidiali mettendo insieme marijuana, cocaina, psicofarmaci e droghe sintetiche, quest'ultime ben più pericolose dal momento che provocano reazioni mentali e neurologiche gravi.
Molti adolescenti sottovalutano il pericolo dell'uso della cannabis avendo l'illusione che possa risolvere con la sensazione piacevole di rilassamento i malessere e le ansie personali vissute dagli adolescenti. Non va dimenticato che la marijuana e l'hashish che si trovano oggi nel mercato nero sono frutto di ibridazioni molto diverse dal passato, avendo concentrazioni di tetraidrocannabinolo (THC) ben più elevate, addirittura 25 volte superiori. E come hanno confermato numerose ricerche i livelli elevati di THC interferiscono gravemente con la maturazione cerebrale che si verifica durante l'adolescenza, provocando scompensi psichici anche molto gravi.
In questo poliuso di sostanze si assomma frequentemente anche il ricorso all'alcol che si sta diffondendo sempre più fra gli adolescenti soprattutto fra i 14 e i 17 anni, in particolare nelle ragazze. Non è l'alcol che veniva utilizzato in passato per superare blocchi ed inibizioni sociali, viene invece mischiato con le droghe per provocare sballi che a volte esitano in stati di coma. Purtroppo la recente pandemia ha provocato nei giovani un isolamento ed un impoverimento della loro vita sociale aggravando la diffusione dell'uso di sostanze. È una piaga che rischia di pregiudicare il futuro delle nuove generazioni, ma il problema più che riguardare soltanto i giovani chiama in causa il mondo degli adulti, se -come scrisse il grande psicoanalista Donald Winnicott - sono abbastanza sani da poterli aiutare senza ricorrere a misure repressive.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 23 dicembre 2021
Lo sballo degli adolescenti si sta mangiando una generazione. L'alcol è diventata la porta al policonsumo di ogni genere di stupefacente. C'è una generazione, che per consuetudine chiamiamo Z, i nati tra il 1995 e il 2010, i cosiddetti "zoomer" o "post millennial", che viene divorata ogni notte, nelle nostre grandi aree urbane come nelle provincie e in numeri crescenti, da un consumo di alcol in età sempre più precoce. Grazie a "cartelli" sui prezzi di listino studiati dai locali a misura di paghetta, i cocktail a 3 euro, gli shottini a 1, la "vodka del bangla" a 8, sono diventati la sempre più accessibile porta di ingresso non solo a uno dei riti di iniziazione alla vita adulta, ma hanno profondamente modificato la percezione dello sballo e il modo di viverlo. Non si cerca più il piacere, ma la perdita di controllo. In un'alchimia fai da te che non è mai soltanto alcolica, ma di cosiddetto "poliabuso" di sostanze stupefacenti, in cui l'alcol è la "gateway drug". Siamo andati ad ascoltare queste ragazze e ragazzi nelle piazze della movida, così come nei pronto soccorso e nelle comunità dove spesso finisce la loro corsa. E abbiamo dato la parola a chi se ne occupa ogni giorno, silenziosamente, provando a rimettere insieme i pezzi delle loro giovanissime vite.
Un milione di giovani attaccati al bicchiere. E aumentano le ragazze - Ad alzare il gomito si comincia a 12 anni, perché con il bicchiere gli italiani sono i più precoci al mondo. E a passare da uno shottino a uno spritz o da un prosecco a un mojito ormai ci sono sempre più ragazze, sedotte da cocktail dolciastri o alla frutta rispetto ai loro coetanei che preferiscono la birra o i mix più ruvidi a base di vodka o tequila. Così, nel 2019, 4.723 ragazzi sotto i 18 anni sono finiti al pronto soccorso per aver bevuto troppo, con un aumento del 18 per cento rispetto all'anno precedente. E, tra loro, 2150 erano ragazzine: il 25,4 per cento in più del 2018.
Sono i dati dell'ultimo report dell'Istituto superiore di Sanità e offrono una fotografia allarmante dell'impennata dei consumi alcolici degli adolescenti. Cui ha contribuito anche il periodo di lockdown imposto dalla prima pandemia di Covid, con la novità degli aperitivi distanziati WhatsApp. E tra happy hour e "indianate" in cameretta, è tornato a fare capolino persino un pericolosissimo gioco che sembrava caduto nel dimenticatoio: il "Nek Nomination". Quello in cui si nominano tre amici che devono filmarsi mentre si scolano un'intera bottiglia.
Delle 48 mila intossicazioni da alcol registrate nel 2020 nei pronto soccorso, il 17 per cento ha riguardato minori di 14 anni, racconta il professore Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio alcol dell'Iss e del Centro Oms per la promozione della salute e la ricerca sull'alcol. E tutto questo si traduce in numeri che fanno spavento: +446 per cento di alcol consumato nel primo anno di pandemia in Italia, +209 per cento nella fascia d'età dai 18 ai 24 anni.
La giovane movida del sabato italiano - Ansia. stress, depressione, isolamento. Il bere in questi due ultimi anni ha seguito le aperture e le chiusure legate alla pandemia: prima del lockdown, a marzo 2020, c'è stato l'assalto agli scaffali dei supermercati. Poi c'è stato il boom del wine delivery. Secondo dati raccolti da Idealo, il portale internazionale dedicato alla comparazione prezzi, c'è stato un +110 per cento di ordini online, con un consumo raddoppiato per l'Italia soprattutto nella fascia giovanile. E a schizzare in alto è stato anche il numero di telefonate arrivate ai servizi territoriali da parte dei genitori alle prese con i figli intossicati. "Gli adolescenti già qualificabili come alcolizzati e presi in carico dai servizi territoriali sono più di 6.000 - spiega Scafato - e rappresentano l'1 per cento dei 67 mila alcoldipendenti che seguiamo. Ma il fenomeno è molto, molto più vasto. Parliamo di una platea di 600 -700 mila ragazzi sotto i diciotto anni che fanno abuso di alcol. Si arriva a un milione se si aggiunge la fascia di età fino a 24 anni". "L'alcool è un lubrificante sociale e purtroppo in molti casi è una gateway drug, uno stupefacente cosiddetto cancello che apre ad altre sostanze da sballo, leggere e non: canne, pasticche, metadone, droghe varie. Perché fa cadere le inibizioni e amplifica l'effetto delle sostanze", continua Scafato. E così, nei fine settimana, ecco il "binge drinking", che significa bere almeno sei bicchieri di alcolici in una stessa sera per arrivare subito a sentirsi "fuori". L'intossicazione è dietro l'angolo, come pure la dipendenza. E i danni sono a lungo termine.
"I giovani non hanno capacità di metabolizzare l'alcol come gli adulti - spiega il professore - quindi, a quella età, soprattutto tra i 12 e i 21 anni, quando il cervello matura, fa ancora più danno sia diretto che indiretto. È una sorta di 'killer dei neuroni': l'alcool presente nel sangue arriva sulle membrane neuronali portando via i fosfolipidi e causa un danno diretto a livello dell'ippocampo, zona altamente specializzata che regola la memoria e influisce sull'orientamento viso-spaziale. Abbiano visto con la risonanza magnetica che nei ragazzi e nelle ragazze che fanno "binge drinking" per almeno due mesi le aree della memoria si spengono: una persona può perdere tra il 10 e il 20 per cento della propria capacità cognitiva. Un deficit che li accompagnerà anche in età adulta". Sulle ragazze, poi, i danni sono ancora maggiori: avendo, solitamente, minor massa corporea riescono a metabolizzare ancor meno l'alcol. E hanno molti più rischi di sviluppare tumori al seno. "Bisogna far capire ai ragazzi che bevendo bruciano parte della loro possibilità performante. Che le sbronze adolescenziali influiranno anche quando saranno più grandi", avverte Scafato. "Ma bisogna prestare più attenzione ai messaggi che diamo. Non è un caso che persino le bottiglie con i drink alcolici, che piacciono di più agli adolescenti, siano sempre colorate e bellissime. Ed è impari lo stanziamento delle risorse: solo un milione per la prevenzione contro i 500 milioni investiti ogni anno per pubblicizzare gli alcolici. Vincere, in questo modo, diventa impossibile".
Notti senza alba e cocktail a 3 euro. La movida romana - Non c'è bisogno di aspettare l'alba a Largo Osci, piazza del mercato di San Lorenzo, per vedere e sentire gli effetti di una notte di movida romana senza limite. All'una del mattino, il selciato è già una lastra scivolosa di umido e cocci di bottiglie, l'odore che brucia le narici è quello di alcool, urina e vomito. Pietro, 17 anni, maglietta a maniche corte nel gelo di dicembre, cammina in gruppo, avanti e indietro: "I cocktail qui costano poco, 3,50 l'uno, ma dentro non ci mettono un cazzo, quindi tocca farsene almeno tre, più una birra, così li cominci a sentire e la serata gira, incontri gente, alle tre torni a casa.
Se ti senti male vai all'angoletto e ti liberi, le serate nostre sono queste, scusa che altro dovremmo fare dopo essere stati due anni dentro casa?". Nella domanda di Pietro, studente del liceo artistico ("no, dai il cognome no, mia madre poi si preoccupa") c'è più o meno tutto il senso di una generazione smarrita, mentre si reimmerge e scompare nella folla di giovanissimi stretti quasi senza respiro - e senza mascherine - tra i banconi del mercato di San Lorenzo, ex quartiere popolare simbolo della Resistenza, svenduto agli affitti in nero degli studenti fuori sede e aggredito da uno spaccio impossibile da sradicare. Nella strada dove fu uccisa Desirée Mariottini, 16 anni, lasciata morire da due spacciatori dopo essere stata drogata e violentata, ci sono ancora le baracche dove il suo corpo fu ritrovato, i murales di protesta scoloriti, ma nel mezzo del degrado è sorto un improbabile palazzo moderno, dove si fatica a immaginare chi vorrà andare a vivere.
Bere costa poco, pochissimo, perché nelle piazze delle serate dove il rito è la strada con il bicchiere in mano, i locali fanno cartello, attenti alle tasche dei ragazzini. Trastevere, Campo de' Fiori, Ponte Milvio. San Lorenzo. Tra via dei Sabelli e via dei Ramni, per confluire nella grande area del mercato, il listino prezzi è a misura di paghetta: un cocktail 3,50 euro, shottini (bicchierini di superalcolici) 1,50 euro, birre da 2,50 a salire. Prezzi stracciati anche per dosi e microdosi di hashish, marijuana, o per delle palline di cocaina, per del Mdma, o per qualche nuova e sconosciuta sostanza psicoattiva, spacciata negli angoli bui di questa piazza, tanto allegra la mattina, quanto cupa e tossica la notte. In ogni caso, tra un mojto e uno spritz nei bicchieri di plastica, la nuvola che percorre la piazza è quella delle canne.
Mariangela ha 16 anni, "cala" a San Lorenzo il venerdì sera con le amiche dai Castelli romani ("veniamo con il treno poi ci vengono a prendere i genitori") e racconta, candidamente, che a loro under-under diciotto l'alcol lo comprano gli amici più grandi. "Mica ti chiedono i documenti, però i ragazzi del bancone più o meno capiscono quanti anni hai e se sembri troppo piccola ti danno la Coca Cola...Così mandiamo avanti quelle che hanno la faccia da maggiorenni. Sì, ogni tanto ci ubriachiamo, capita, il giorno dopo non c'è scuola, i genitori non si scandalizzano troppo, dicono meglio una sbronza che le pasticche. Sono le nostre serate, che male c'è?".
La piazza è presidiata e normalmente è verso le quattro o le cinque del mattino, quando tra i banconi del mercato restano i più renitenti a tornare a casa e il tasso alcolico è ormai ubriachezza, che scoppiano le risse. "Ogni fine settimana è così - racconta un agente - sequestriamo di tutto, dalla droga ai coltelli. Io li vedo perdersi sti' ragazzini. Forse le famiglie non si rendono conto di quanto questo "divertimento" sia pericoloso".
Già, mica è facile però. Dopo due anni di lockdown la strada sembra essere rimasta l'unico luogo d'incontro per una generazione smarrita. Che occupa le scuole per dire "ci avete dimenticati". Complice un mercato criminale che a prezzi stracciati offre ovunque e dappertutto anestetici dell'anima. Così in un venerdì notte di dicembre, con le luci di Natale un po' meste, da Roma Est ci spostiamo a Roma Nord, a piazza Ponte Milvio, ex enclave popolare tra i quartieri di Vigna Clara e Fleming diventati ricchi negli anni Settanta.
Quelli di Ponte Milvio - È nel tratto di via Flaminia Vecchia che approda al cavalcavia accanto al quale morirono Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, 16 anni, travolte dal Suv guidato da Pietro Genovese, 20 anni, che si snodano le notti degli adolescenti (e non solo) di questo quadrante di città. Un locale dietro l'altro, prezzi che salgono a seconda dell'età degli avventori. Qui un Rum&Coca parte dai sette euro, le paghette sono più alte, fino ai 15/20 euro per gli universitari seduti al caldo dei "funghi" nei dehors. "Quanti anni hai?" "Diciassette". "E questa birra?". "No problem". "In che senso?". "Presa nel frigo del bar e pagata alla cassa". "Quante a sera?", "Tre, più o meno, poi stop, altrimenti sale troppo e non riesco a guidare la moto".
Dicono gli alcolisti anonimi che è così che si inizia. Anzi, che è così che si scivola nella dipendenza, speriamo di no per Francesco, studente del liceo "Farnesina", che sembra incurante del freddo. Del resto si dice che l'alcol scaldi, anche se il binge drinking nei paesi anglosassoni è il maggior responsabile di principi di assideramento di ragazze teenager che nelle notti gelide del Nord escono vestite di niente e si sbronzano. Patrizia, stessa età, stessa classe, dice: "Noi lo facciamo apposta. Quando sale tutto è più facile. I cocktail li annacquano, ma se ci aggiungi la Vodka del Bangla, una bottiglia basta per tutti, ti diverti un sacco, fa bum bum nella testa, io non ho paura di tornare a casa, vado a piedi, abito qui dietro". E se ne va, sfuggente, come tutti i ragazzini incontrati in questa notte di dicembre 2021, del resto gli adulti a quest'età sono amici-nemici. Bisogna allora sedersi in un locale "da grandi" per ascoltare una testimonianza vera, dolorosa. Flaminia Cerri e Paolo hanno 22 e 24 anni, quasi ingegnere lei, informatico lui. "Sai, noi ci siamo passati, siamo cresciuti tra questi locali. Ogni sabato sera una sbornia, sembrava normale. Ci stavamo spegnendo e non ce ne accorgevamo". La voce di Flaminia si fa più grave. "Poi del nostro gruppo in due ci sono rimasti sotto. Marino che aveva iniziato insieme a noi, in piazza, con i drink a 14 anni e alla fine si buttava giù l'alcol puro. Oggi è in comunità e frequenta gli alcolisti anonimi. E Sandra che si è schiantata con il motorino sulla Cassia, mentre tornava all'alba, fatta e sbronza. È viva per miracolo. Ma è rimasta zoppa. Era un'atleta, ora non potrà più correre né saltare. È stato quel giorno in ospedale da Sandra che abbiamo detto basta".
Multe, fermi, sanzioni: i numeri della malamovida romana - Lo scorso anno, i carabinieri hanno accertato 22.073 violazioni per guida sotto gli effetti dell'alcol. Per la metà dei fermati, 10.700, le conseguenze sono state di carattere penale. E dei casi accertati, 5.231, a volergli dare un'etichetta, sono stati ricondotti alla "malamovida". A quel tour alcolico, da un bar a un altro, da un aperitivo a una birretta che nei primi sei mesi del 2021 ha visto 2.727 adolescenti finire tra gli accertamenti dell'Arma.
"Giovani e alcol, già. È una tendenza in crescita ormai da anni - racconta Alessandro Dominici, tenente colonnello dei carabinieri a capo del Nucleo radio mobile di Roma - che si era un po' attenuato con il lockdown tra coprifuoco e locali chiusi, ma con il ritorno alla vita quasi normale ha ricominciato a farsi sentire. Specie durante il week end. E già sappiamo, come accade ogni anno, che il periodo di Natale, è uno di quelli a rischio con i giovani in vacanza, lontano dagli impegni scolastici e con la voglia di stare insieme e di divertirsi".
Da Ponte Milvio a Trastevere, da Monti a Campo de' Fiori, da San Lorenzo a Testaccio. Il tour dell'Arma per controllare le zone della movida si muove dopo il tramonto, tra le strade, le piazze e i vicoli del centro storico della città. Luoghi d'incontro dove è più facile che ragazzi e ragazzini si ubriachino o si calino sostanze. "Io stesso svariate volte ho assistito a ragazzi in strada completamente fuori controllo o privi di sensi - racconta Dominici - e l'immagine è sempre la stessa: lui o lei steso a terra, vomito intorno, e gli amici che cercano come possono di farli riprendere, schiaffeggiandoli, urlando, chiedendo aiuto".
L'Arma, nel suo sito, ha dedicato un'area in cui dà i consigli ai genitori. Suggerimenti per capire se i propri figli alzano troppo il gomito e se fanno uso di sostanze da sballo: droghe leggere, droghe pesanti, pasticche. "Prestate molta attenzione", si legge sulla pagina on line, "al rientro dalle serate con amici e soprattutto al ritorno dalla discoteca se sono presenti alcuni indicatori". E giù con la lista dei campanelli d'allarme: sonnolenza, lentezza del ragionamento, senso di euforia, ridarella, senso del tempo dilatato, linguaggio pasticciato, difficoltà di memoria, pupille strette o molto dilatate. Bisogno di parlare senza avere niente da dire, difficoltà ad addormentarsi, aggressività. "La cosa più importante - spiega il tenente colonnello - è la prevenzione. Per questo da anni andiamo nelle scuole, sia alle medie che alle superiori, per spiegare ai ragazzi le insidie di alcol e droga. Pericoli che diventano esponenziali se vengono assunti nella stessa sera. E che diventano micidiali se in quelle condizioni ci si mette alla guida di un'auto o di un motorino".
E se un adolescente viene "pizzicato" dalle forze dell'ordine più volte in stato di ubriachezza, quali sono le implicazioni dal punto di vista legale? "Purtroppo, in caso di recidiva dobbiamo rivolgerci al Tribunale dei minori che verificherà se non ci siano anche responsabilità dei genitori. Visto che sono loro a dover vigilare sul ragazzo, se è minorenne. Ma il controllo dei carabinieri si focalizza in maniera ancora più attenta sui commercianti.
E su quanti vendono bevande alcoliche a chi non ha ancora compiuto i 18 anni. Perché forse ancora non si è compreso, ma vendere alcol a un minorenne è un reato - continua Dominici -. Il negoziante si assume un grande rischio: dare da bere alcolici a un under 18 è sanzionato penalmente. E il provvedimento amministrativo porta anche alla chiusura del locale. Se poi, mettiamo nell'ipotesi più infausta, il ragazzino dovesse morire, c'è una responsabilità connessa tra l'evento e la condotta dell'esercente che ha fornito l'alcol. In questo caso siamo di fronte alla morte come conseguenza di un altro delitto. E nel caso specifico si passano davvero dei grossi guai. Se chi vende la bottiglia di vodka o di vino a un ragazzino avesse chiaro quanto rischia, sicuramente prima di prendere i soldi chiederebbe la carta d'identità".
Stella, 26 anni, alcolista, caduta e risorta - Oggi Stella vorrebbe dire a tutti che la vita è bella. Oggi che ha 26 anni e dopo averne passati undici tra alcol e droghe, da 24 mesi cammina nella strada della sobrietà. "La malattia della bottiglia è lenta e insidiosa, inizi perché lo fanno tutti, alcol e canne, cannabis e "birrette". Tante, da perdere il conto. Non ascoltate chi dice che sono innocue, io sono diventata alcolista a forza di "birrette". Sembra nulla ed è un veleno che ti entra dentro. Butti giù e stare con gli altri diventa facile.
Avevo 13 anni, vivevo in borgata in una famiglia difficile e non mi sentivo all'altezza dei miei coetanei. Ho toccato il fondo, più nero di una notte buia. Soltanto allora ho cominciato a risalire. Stella è un nome di fantasia, il resto invece è tanto vero da fare male, una testimonianza che Stella racconta con urgenza, ora che grazie ad Alcolisti Anonimi da due anni è "sobria", ha un compagno, si è iscritta (di nuovo) all'università, "per diventare assistente sociale e aiutare chi come me è caduto nel fondo di un pozzo". Cresce a Roma in un contesto difficile Stella, in quei quartieri che sembrano senza sole. "La borgata è dura, ha le sue regole, soprattutto è un market a cielo aperto di sostanze. Però frequentavo il liceo, puoi anche vivere in un bel posto e caderci lo stesso. A chi fa paura un ragazzino con lo "shottino" di gin in mano, o un cocktail bello freddo che va giù dritto e dopo è facile sorridere e farsi vedere con la testa brilla? Le famiglie minimizzano, l'alcol è legale, ma se vuoi sballarti non c'è niente di meglio, lo compri ovunque, credete che a 14 o 15 anni mi chiedessero i documenti?".
Stella è poco più di una bambina quando scopre la forza "scacciapensieri" delle birrette e dei long drink, quasi subito accompagnati da cannabis. "Lo facevano tutti, sembrava normale. Fuori scuola, il pomeriggio. Ci si vedeva al bar, al parchetto e passavano le ore. Il punto è che se hai un vuoto dentro quel mix è come la medicina di tutti i mali. Mi sbronzavo, mi facevo una canna e dimenticavo il gruppo che non mi accettava, mio padre che faceva uso di sostanze, mia madre che si "beveva" tutte le mie bugie. Poi ho fatto il salto. Farmaci, cocaina, pasticche. E bere, bere, bere. Se non ce l'avevo, l'alcol, uscivo a comprarlo, se non avevo soldi per la droga facevo l'impicci, a Roma si dice così. A vent'anni non avevo più i denti, ero anoressica ed ero stata ricoverata in psichiatria". Stella è un fiume in piena, racconta la caduta per poter poi "cantare la mia rinascita, la vita al di là della bottiglia, ho scritto una poesia che dice pensavo di essere una pischella condannata invece me so recuperata". Lo dice chiaro Stella, che oggi è andata a convivere con il suo compagno, studia all'università e continua a frequentare Alcolisti Anonimi: "Io sono una storia estrema, mica tutti i ragazzetti che si sbronzano si riducono come me. Ma quello che voglio gridare è che finire all'inferno con una bottiglia, cominciando a bere da adolescenti, è troppo facile e l'allarme è troppo basso, ci sono pubblicità di alcolici dappertutto, avere il bicchiere in mano, così come una canna a 15 anni ti fa sentire fico, come farsi il tatuaggio, spesso le famiglie preoccupate per la droga, chiudono gli occhi sulle sbronze. Ma l'alcol è subdolo, buono, terribile".
Fa alcuni tentativi per uscire dal tunnel Stella, ormai è in tutto e per tutto un'alcolista policonsumatrice, contatta per la prima volta i gruppi degli Alcolisti Anonimi. Ossia quella rete, ormai planetaria, di gruppi di auto-aiuto fondata nel 1935 in Usa da Bill William, egli stesso alcolista, e basata sul principio spirituale dei 12 passi, una sorta di progressione e di "elevazione" attraverso la quale si giunge alla sobrietà. Ancora oggi AA è considerato il metodo più efficace per uscire dalla dipendenza dell'alcol. "Non ero pronta però. Andavo, tornavo, scappavo. Ci ricadevo. Anche perché fuori da quel mondo tossico mi ritrovavo sola. E allora cercavo di nuovo i miei falsi amici, i miei compagni di bevute e di viaggi drogati. Poi però mio padre è morto. Di droga. E con lui tanti altri. Li ho persi. Uno dopo l'altro".
Quando mi chiedono: perché ti drogavi e bevevi, riesco solo a rispondere: perché mi sentivo inferiore, per liberarmi dai complessi, perché dietro le spalle avevo una famiglia a pezzi. O forse perché le sostanze addormentavano il dolore che avevo dentro. Nel 2019 Stella entra in comunità. E proprio in comunità incontra gli Alcolisti Anonimi. Inizia a essere seguita dai membri già più avanti con il programma di recupero. Ce la fa. Abbandona alcol e droghe. "Sono sobria, sobria, voglio gridarlo a chiunque. Ai ragazzi, perché credano nelle proprie potenzialità, perché si ricordino che valgono per quello che sono e non perché hanno un bicchiere in mano. A quelli che hanno appena iniziato a combattere la dipendenza, che imparerò a prendere per mano, così come altri alcolisti anonimi hanno fatto con me. Al mio uomo, che c'è passato anche lui, al nostro futuro di felicità e sobrietà".
La guerra perduta - Pasquale è un uomo che ha il dono della pacatezza. Cinquantasei anni, da 17 "sobrio", è il responsabile di Alcolisti Anonimi per la macroregione del Sud. Come tutti i membri di AA si presenta così semplicemente, "sono Pasquale, alcolista". Non dicono "ex alcolista", la sobrietà è una scelta che si rinnova ogni giorno. Di adolescenti che bevono Pasquale nei gruppi ne vede passare (e ne ha visti passare decine e decine). "Ero un adolescente quando ho iniziato e per l'alcol ho sacrificato le cose più belle della mia vita, a cominciare dai miei quattro figli. Non li ho cresciuti, non li ho cullati la notte, perché la notte uscivo per andare a bere. Così quando nei gruppi arrivano i ragazzi di 18, 20 anni, spesso portati dai genitori, devo sempre ricordarmi chi sono stato quando avevo la loro età. E far capire loro quello che si stanno perdendo dalla vita".
Ma la lotta precoce al baby alcolismo che sta ormai diventando un'emergenza nel nostro paese, quel binge drinking delle sbronze del sabato sera che abbiamo mutuato dai paesi anglosassoni, è per adesso una guerra perduta. Non soltanto perché dietro il bere dei giovanissimi c'è un business che cresce ogni giorno, nelle notti alcoliche che fruttano milioni in cocktail a cinque euro l'uno a bar e locali che non chiedono i documenti, e a market etnici che non si fanno scrupoli nello spacciare bottiglie ai ragazzini. Il punto di fondo, dice Pasquale, è che nessuno racconta ai giovani quanto è pericoloso bere.
Da quanto tempo non vengono lanciate campagne dissuasive vere, come fu per il fumo e prima ancora per combattere l'Aids? "È quasi impossibile intercettare un ragazzino di 16 o 17 anni. Anche perché l'alcolismo è una malattia lenta nella quale ti ritrovi prigioniero a poco a poco. Una malattia che si è complicata, perché i ragazzi che arrivano da noi oggi mescolano più sostanze. Devo dire che quasi sempre vengono colpiti dal nostro programma dei 12 passi, dal cominciare ad inserire qualcosa di positivo nelle loro vite. Il problema, però, è che vanno via".
Qualche incontro per far piacere ai genitori preoccupati, senza però cambiare definitivamente il proprio stile di vita. La bottiglia insomma. "La pazienza però - scherza Pasquale - è il nostro forte. Anche se abbandonano dopo qualche incontro, o dopo qualche mese, il seme è stato gettato. Sanno che noi siamo qui, sanno che potranno sempre contare su di noi. Perché mica è facile ammettere che si ha un problema. Purtroppo, spesso per arrivare al desiderio di uscirne, tocca andare a fondo. E allora tornano". Perché il metodo si basa su un percorso di consapevolezza (anche spirituale) chiamato dei "dodici passi". Il primo dei quali consiste appunto nel riconoscere di avere un problema. "Salve, mi chiamo Franco, sono alcolista".
Chi sono i ragazzi che bevono così tanto, drink dopo drink, da non poterne più fare a meno? "I ventenni che arrivano sono in gran parte universitari e nella media non provengono da situazioni di disagio o di marginalità. Potrei usare la parola "normali". Ma forse è questa parola che ci deve fare paura. Perché uscire la sera e stare con il bicchiere in mano fin dagli anni delle scuole superiori, ormai è considerato normale. Poi succede che senza quell'alcol non si riesca più a vivere, a entrare in relazione, a stare bene. Vuol dire che è avvenuto il salto nella dipendenza. Ormai per esperienza so che per aiutare un giovane bisogna aspettare che torni la seconda o la terza volta". Rivela Pasquale: "Arrivai ai gruppi che ero ubriaco, ogni anno festeggio il mio compleanno di sobrietà. Diciassette compleanni. A volte il desiderio torna, ma è breve, il ricordo di quello che sono stato rispetto alla serenità di oggi è più forte di tutto. È con la testimonianza della mia vita che spingo i giovani a tornare e affrontare il loro alcolismo. Gli racconto di me, dei miei figli che non ho mai preso in braccio, di quello che ho perduto, ma poi riconquistato. A cominciare proprio da loro: i miei meravigliosi quattro figli".
Nel pronto soccorso di Reggio Emilia - Nel week end, arrivano al pronto soccorso di Santa Maria Nuova di Reggio Emilia sorretti dagli amici. Gli stessi con cui avevano condiviso la seratina, finita in schifo. Ma spesso "quando ce li portano in ambulanza sono purtroppo già in coma etilico", racconta la dottoressa Anna Maria Ferrari che dirige l'emergenza dell'ospedale emiliano ed è direttore di Faculty Simeu, la società italiana di emergenza urgenza. "Nel fine settimana, naturalmente, il via vai si intensifica, con la movida, le feste private, i locali, le discoteche. E la cosa che mi colpisce di più è vedere madri e padri che quando vengono chiamati nel cuore della notte dall'ospedale, davanti ai medici, cadono dalle nuvole. Quasi nessuno s'immagina di trovare i figli in quelle condizioni. 'Pensavo neanche bevesse!' ti dicono. Poi però più dello shock può la preoccupazione per lo stato di salute del ragazzino. E hanno ragione questi genitori, perché il coma etilico non è una passeggiata: può causare anche danni importanti che restano per tutta la vita. L'attesa del risveglio può essere lunga e può lasciare, in caso sia subentrata una condizione di ipo-ossigenazione, dei danni cerebrali o di riduzione delle capacità cognitive. Questo può accadere specialmente se insieme all'alcol si sono mischiate pasticche o droghe varie. Ed in queste occasioni che per noi medici comincia la parte più difficile".
Spesso, chi entra "sballato" in ospedale non è in grado di raccontare. Perché non è cosciente il più delle volte. E un po' perché proprio non sa cosa abbia ingerito. "La prima cosa è fare dei test, delle analisi specifiche per capire cosa c'è nel sangue, quali sostanze. Il problema è che la composizione delle droghe, specie quelle sintetiche, è un terno al lotto. Le molecole sono tantissime e l'alchimia cambia di continuo - continua Ferrari - Quindi è tutto più complicato. La raccomandazione che mi sento di dare ai ragazzi è di chiedere sempre cosa c'è nel bicchiere che ti hanno riempito e, nel caso di droghe, che roba è. Capisco che è difficile perché ci troviamo di fronte a volte a dei ragazzi giovanissimi.
E sprovveduti. Capisci quanto siano sprovveduti quando stanno meglio e tornano a parlare. 'Che c'era nella pasticca? Boh! me l'ha dato un amico mio, mi ha detto solo che così mi divertivo di più". E si stupiscono pure che vengano chiamate le forze dell'ordine. Gli sfugge spesso anche il risvolto penale. Perché un conto è se ci si sbronza in casa, ad una festa privata, un altro se invece a vendere alcol a un minorenne è stato un commerciante".
Rimedi per evitare di arrivare al pronto soccorso ubriachi fradici? "C'è poco da fare, non bisogna bere. Non bisogna sballarsi - dice - anche la storia che se mandi giù tanta acqua l'ubriacatura non arriva, è una stupidaggine. Ai più giovani mancano gli enzimi necessari che danno al fegato la possibilità di processare l'alcol. Quindi agli adolescenti che escono il sabato sera a caccia di emozioni e di svago dico: "limitatevi". Se proprio volete bere, fatevi una birretta, evitate i superalcolici che al secondo bicchiere siete già stesi. E la "roba", la droga, non provatela mai".
Droghe. Qualche numero - Già, la droga. A sentire gli esperti è la realtà che meglio si è adattata in poco tempo alle restrizioni connesse alla pandemia. "Con il lockdown abbiamo visto il crollo degli acquisti in strada e un numero inferiore di operazioni, eppure nel 2020 sul fronte sequestri c'è stato un aumento del 7,4% di sostanze requisite - spiega Riccardo De Facci, presidente del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza - Questo vuol dire che il mercato si è riorganizzato, utilizzando sempre di più i canali del delivery, ossia la consegna a domicilio, e del dark web". "Il Covid ha di fatto accelerato - scrive anche Flavio Siniscalchi, capo Dipartimento delle politiche antidroga della presidenza del Consiglio - una tendenza registrata negli ultimi anni, di un mercato sempre più digitalizzato". E a farne uso sono soprattutto coloro che hanno un po' di confidenza informatica: gli smanettoni e i nativi digitali della Generazione Z.
Non è la sola novità. Nell'ultima Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze pubblicata il 30 giugno scorso si legge quello che i medici del pronto soccorso raccontano dal vivo. E cioè che nelle nuove generazioni c'è "la propensione, sempre più accentuata, verso consumi non legati a una sola sostanza o la compresenza in molti casi di dipendenze da sostanze insieme a quelle comportamentali". Nero su bianco c'è scritto pure che le storie non sono tutte come quella di Stella, ma "colpiscono i casi in cui l'uso problematico non nasce in presenza di condizioni di emarginazione o fragilità sociale".
Secondo i dati raccolti grazie a "Espad Italia", la ricerca campionaria sui consumi psicoattivi, il 26% degli studenti italiani, in un'età che va quindi tra i 15 e i 19 anni, ha utilizzato almeno una sostanza illegale (oppiacei, cocaina, stimolanti, allucinogeni o cannabis). Tra questi il 9,3% è un "poliutilizzatore": ne prende due, tre o anche di più, tutte insieme. I maschi sono più delle femmine. Il denominatore comune è per la maggioranza di loro la cannabis che è stata la sostanza più utilizzata nel 2020. Subito dietro ci sono le Nps, le nuove sostanze psicoattive, i cannabinoidi sintetici (salvia divinorum, ketamina, oppioidi sintetici), gli stimolanti (ghb ovvero la cosiddetta droga dello stupro che porta alla dipendenza da chemsex, Mdma, amfetamine, ecstasy) e gli allucinogeni (lsd, funghetti) che però sono in costante diminuzione dal 2010. I consumi di cocaina e oppiacei ci sono ma sono meno diffusi. Per trovarle si scende in strada, oppure gli adolescenti le consumano a casa di amici che le comprano, nelle discoteche, ora che hanno riaperto, a scuola e, per uno su dieci, anche su internet.
La coca arriva dal mercato colombiano, passa in Cile, Ecuador, Venezuela, Brasile e Repubblica Dominicana. La rotta porta dritta in Spagna o in Olanda e poi da lì, prima di calare nelle piazze di spaccio, finisce soprattutto nei porti di Gioia Tauro, Livorno, La Spezia, Genova o negli aeroporti di Fiumicino e Malpensa. La marijuana viaggia invece dalla Spagna e dall'Albania, e da qui, come dal Marocco e dalla Siria, arriva pure l'hashish. Un hashish potenziato nell'ultimo anno perché dalle analisi è emerso che la percentuale di Thc, il tetraidrocannabinolo, nel fumo è cresciuta: del 25% in più. Le droghe sintetiche invece vengono diffuse nelle piazze italiane dall'Olanda oltre che dalla Siria, dal Brasile, dal Perù e, guardando a Oriente, dalla Cina. Per un grammo di marijuana, con cui si "girano" una, due o tre canne, servono tra i 9 e gli 11 euro, a meno che non sia di qualità più raffinata. L'hashish sale, tra 11 e 14 euro, sempre al grammo.
Per una pasticca di ecstasy il tariffario varia da 10 a 20 euro. Le amfetamine hanno un prezzo compreso tra 22 e 25 euro, le meta tra 31 e 39, l'Lsd va da 21 a 28 euro. La cocaina è la più cara, 50-70, anche 90 euro al grammo. Ma ci sono le monodosi e tra i ragazzi si "stecca", si divide in comitiva. L'eroina varia a seconda che sia brown (36-58 euro al grammo) o bianca (49-59 euro), ma viene venduta anche in monodose, a 5 euro. È il cartello del Dipartimento antidroga a dare conto dei prezzi, ma facendo un giro in strada o in quantità superiori si trova a prezzi ribassati.
Tra i minori che la consumano o la vendono c'è chi si è messo nei guai ed è stato segnalato, 9 su 10 sono maschi, in stragrande maggioranza italiani, quasi uno su dieci ha meno di quindici anni. A livello nazionale, i minorenni segnalati per detenzione di sostanze stupefacenti sono stati 155 ogni 100.000 residenti tra i 15 e i 17 anni. Quelli denunciati per spaccio di stupefacenti in un anno sono stati 915 e uno su tre è stato poi arrestato. Il numero aumenta man mano che ci si avvicina alla maggiore età. E più al Nord che al Sud, o almeno è lì che vengono pizzicati più facilmente: è prima la Lombardia per minorenni coinvolti nel traffico di sostanze, poi il Lazio, il Piemonte, il Veneto, la Sicilia, la Sardegna, la Puglia, la Campania e la Toscana.
Nell'ambulatorio delle dipendenze - Al Policlinico Gemelli di Roma c'è un centro dedicato alle dipendenze. Cannabis, alcol, droghe pesanti, gioco d'azzardo, web, ci si prende cura un po' di tutto. Ci passano decine di ragazzi e di ragazze, ogni anno. "Le persone comunque più intelligenti con cui ho a che fare", racconta Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta che da molti anni si occupa di dipendenze patologiche e di abuso di sostanze negli adolescenti. "Di solito funziona quando sono loro a venire da me - sottolinea il professore - Ci prendiamo cura di un ragazzo se è lui a chiedere aiuto. Se un adolescente non è d'accordo, si rifiuta, diventa una missione impossibile aiutarlo. La terapia funziona quando un ragazzo è motivato. Se sono i suoi genitori a venire da noi, aiutiamo loro". Lo incontriamo in una pausa di lavoro nel suo ambulatorio.
E la sua prima risposta, quando gli si chiede di dipendenze tra i giovani, è quella che non ti aspetti: "Starei attento - dice - a parlare di dipendenze patologiche negli adolescenti". "La mente adolescenziale per sua natura è come la creta fusa: è destinata a diventare un'altra cosa, è in continuo transito, in continuo divenire - spiega Tonioni - Fare diagnosi così nette riduce la complessità dell'adolescenza".
E allora a cosa siamo spesso davanti? "Io parlerei di 'fasi di abuso' che possono poi degenerare certo in una dipendenza patologica oppure risolversi spontaneamente senza il nostro intervento. Non mi stupisco quando incontro un ragazzo di 15 anni che si fa canne dalla mattina alla sera e lo ritrovo a 18-20 anni, cresciuto, maturato, che ne fa un uso saltuario e ludico o addirittura ha smesso con qualsiasi sostanza". Lo dicono i numeri che abbiamo raccolto, lo conferma l'esperienza di chi è immerso per lavoro tra i giovani: "L'incontro con la cannabis e con le droghe leggere è molto frequente, come lo è quello con l'alcol. Ma tra i 14 e i 18 anni è possibile incontrare anche l'Md, l'ecstasy, e non manca la cocaina, molto meno l'eroina. Esiste anche la ketamina, un anestetico dissociativo, che di solito viene usato in coppia con le amfetamine. Un consumo più frequente, ad esempio, si ha durante i raduni di musica techno". Se nella miscela ci si aggiunge anche l'Mdma e un colorante, allora ecco che assume una tonalità attraente: è la cosiddetta cocaina rosa. Ad analizzarle, ai rave, nelle feste, in unità mobili su strada, ci pensano spesso gli operatori della riduzione del danno che si occupano di contenere i rischi sulla salute (ma poi anche economici e sociali) di chi fa uso di sostanze. I consumatori vengono invitati a inserire la sostanza che vogliono assumere in una bustina che viene scansionata da uno strumento in grado di riconoscerne il composto. A quel punto l'operatore sociale può fornire una consulenza sui rischi e i danni a cui si va incontro consumando quella specifica droga.
Ma l'elemento nuovo che ha preso piede da un paio di anni è l'uso degli oppioidi sintetici che vengono però assunti per vie anomale, estratti ad esempio dagli sciroppi per la tosse, che in dosi e modi diversi da quelli prescritti o mixati con altri farmaci diventano sostanze psicoattive. Trovarli è talvolta più facile: sono in casa, in famiglia o dagli amici; in farmacia con prescrizione medica; vengono aggiunti su ricette; comprati online nel dark web o al mercato della strada. È sempre Tonioni a parlare: "I ragazzi sanno molte più cose di quelle che sapevamo noi anche sulle sostanze stupefacenti, si nutrono da internet e riescono a fare cocktail tutti loro assumendo oppiacei di sintesi all'interno di farmaci che nella terapia medica sarebbero deputati ad altro".
Le cure del dolore fisico diventano le "cure" di un dolore, di un bisogno, di un desiderio differente.
Novanta nuove droghe - L'ultimo rapporto dell'Istituto superiore di sanità pubblicato a giugno di quest'anno racconta che sono state 90 le nuove droghe rilevate in Italia dal Sistema nazionale di allerta precoce, lo Snap. L'incremento di segnalazioni rispetto all'anno prima è pari al 200%. Sono le cosiddette nuove sostanze psicoattive, Nps in sigla, droghe sintetiche che mimano in laboratorio quelle tradizionali. Si dicono "nuove" fino a quando non vengono inserite nelle tabelle allegate al Testo unico sugli stupefacenti. Sono sostanze che di solito hanno bassi costi di produzione e appartengono per lo più alla classe dei catinoni sintetici (droghe con struttura e effetti simili alle amfetamine), dei cannabinoidi (la spice è la più famosa) e, appunto, degli oppioidi sintetici. A segnalarle sono i servizi per le dipendenze, le strutture di emergenza, le unità mobili, le comunità che osservano, sul campo, i consumatori di sostanze psicoattive o stupefacenti.
Dal piacere alla perdita di controllo - Ma più che di nuove droghe, secondo Tonioni, bisogna parlare di "un nuovo modo di assumere le droghe". "Ai nostri tempi - ricorda lo psichiatra che è nato nel '68 e di anni ne ha 52 - alla base dell'assunzione di droghe c'era l'idea della ricerca del piacere, ora quella della perdita di controllo". Ma una perdita che in qualche modo Tonioni definisce controllata o programmata. Può sembrare un ossimoro e in effetti il risultato è fallimentare. Per capire meglio usiamo ancora le parole dello psichiatra: "Tra chi si drogava 30 anni fa c'era chi assumeva cocaina, chi oppiacei e questo definiva anche un profilo ambientale e sociale di un certo tipo. Oggi il fenomeno centrale - conferma Tonioni - si chiama poliabuso e consiste nell'assunzione concomitante o in sequenza di più sostanze o di droghe e alcol. L'idea alla base, destinata ovviamente a fallire, è quella di programmare gli stati d'animo attraverso fasi alternate di eccitazione e di sedazione".
Un'illusione, quella di manipolare umore ed emotività, grazie ai mix che mandano su e giù, up and down, che nasconde altro. "Le droghe diventano un surrogato della vera perdita di controllo che è ancora rappresentata dall'innamorarsi. E di innamorarsi i ragazzi hanno paura", sostiene Tonioni. Per questo, nell'ambulatorio del Gemelli non si risponde all'abuso, alle dipendenze, con un uso disinvolto degli psicofarmaci. "Io non credo che si possa replicare a un problema affettivo con la chimica. Anche perché chi viene da me dopo essersi reso conto che si fa troppe canne o assume troppe pasticche il suo "farmaco", tra virgolette, già lo ha. Sotto ogni dipendenza - prosegue Tonioni che ha una formazione psicanalitica - c'è sempre una angoscia più profonda e la dipendenza, con effetti ovviamente devastanti e fallimentari, cerca di prendersi cura proprio di quella angoscia. Allora al centro bisogna rimettere l'affettività, la comprensione". Qualcosa che curi più a fondo ed elimini il bisogno di una "medicina" illegale. Non ci sono solo storie di chi si fa di eroina, di chi pippa cocaina, butta giù l'ecstasy, mixa farmaci e ci beve sopra. All'ambulatorio arriva anche chi fa uso di droghe leggere, hashish e marijuana. "Sono droghe che possono segnare riti di passaggio in età adolescenziale, che non fanno certo bene, ma non sono il segno di vere e proprie patologie", spiega Tonioni.
Nel Rapporto al Parlamento si spiega che esiste un test che si chiama Cannabis abuse screening test (Cast), uno strumento standard per individuare gli utilizzatori potenzialmente a rischio che si basa sulle indicazioni fornite dall'European monitoring centre for drugs and drug addiction (Emcdda) ed è composto da 6 item che descrivono il comportamento di uso di cannabis. Dallo studio del 2020, è emerso che il 21% degli studenti consumatori di cannabis ha un consumo definibile "a rischio", con una percentuale più elevata fra i ragazzi rispetto alle ragazze tra cui però dal 2020 si è osservato un incremento sensibile. Ma chi sono i consumatori a rischio? Secondo il Cast sono "ragazzi che la usano 20 o più volte al mese, la comprano di tasca sua, la fumano sempre, anche in compagnia di amici, bevono tutti i giorni o quasi, si ubriacano, fanno "binge drinking", sono poli-utilizzatore, hanno comportamenti potenzialmente pericolosi, segnalazioni alle forze dell'ordine e al prefetto, problemi dentro e fuori casa, risse, furti, danneggiamenti". Il test però non rappresenta l'equivalente di una diagnosi clinica di patologia.
Ora, mentre è in atto un dibattito sulla legalizzazione, più o meno soft, della cannabis in Italia grazie a una proposta di legge e a un referendum popolare da centinaia di migliaia di firme che chiedono, in forme diverse, l'eliminazione del reato di coltivazione e la depenalizzazione dei reati legati al consumo, c'è chi considera ancora la marijuana come una porta verso droghe più pesanti. "La scalata dalla cannabis all'eroina è una favola - ribadisce lo specialista del Gemelli. Si diventa tossicodipendenti non se si cominciano a fumare le canne ma se c'è lo spazio interno per diventarlo. Il confine tra lo spinello ricreativo, quello che si fuma la sera, in alcune circostanze, e quello "pesante" è molto sottile.
Ma sta nel ruolo che il ragazzo o la ragazza attribuisce alla canna stessa. Se si fuma ogni mattina, prima di entrare a scuola, accompagnandola con una birra, non significa che si è per forza tossicodipendenti ma certo si dà alla marijuana una funzione terapeutica fai-da-te, del tutto illusoria. Quella canna e quella birra così reiterate diventano una sostituzione del pensiero. Viene chiesto loro di svolgere un compito impegnativo che in realtà è una necessità. Lì, in quella crepa, in ragazzi magari un po' depressi, con una bassa stima di sé, con idee che virano in senso persecutorio, con problemi relazionali a casa e fuori, allora potrebbe esserci lo spazio per l'uso di droghe pesanti come cocaina e metamfetamine". Molto più raro il passaggio agli oppiacei come l'eroina. "La strada attraverso la quale si arriva lì è diversa", sostiene Tonioni.
"Prima il popolo degli eroinomani proveniva dalle borgate, aveva a che fare con un tipo diverso di mentalità, di ideologia. Oggi gli oppiacei servono soprattutto a smorzare, come si dice in gergo, gli "up". L'eroina sembra lì per lì a chi la prende la panacea di tutti i mali ma il suo uso nasce solo dall'esigenza di lenire la paranoia scaturita dall'abuso degli psicostimolanti. Poi restano solo gli effetti pesanti e la dipendenza".
San Lorenzo, Roma
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 dicembre 2021
Non sono carceri o centri di permanenza, ma sono luoghi di segregazione informale dove di fatto c'è una grave restrizione della libertà e violazione dei diritti umani. Sono luoghi dove le condizioni di vita sono difficili, talvolta drammatiche con scarso se non inesistente accesso ai beni essenziali come cibo, acqua, servizi igienici, assistenza sanitaria.
Parliamo delle tendopoli dove vivono i migranti che fanno i braccianti nei campi. Alcune di queste baraccopoli si trovano ad ospitare i braccianti della Piana di Gioia Tauro, in Calabria.
Ed è qui che nel mese di dicembre, la clinica mobile di Medici per i Diritti Umani (Medu) è tornata, per l'ottavo anno consecutivo, a fornire prima assistenza sanitaria ed orientamento socio- legale ai braccianti che trovano impiego nella raccolta agrumicola in condizioni di grave sfruttamento. Circa 600 persone popolano infatti i diversi insediamenti precari dell'area, in particolare la tendopoli di San Ferdinando, il campo container di Rosarno e i casali abbandonati nel Comune di Taurianova.
In relazione agli insediamenti precari - come hanno denunciato i Medici per i Diritti Umani (Medu) - la tendopoli di San Ferdinando ospita circa trecento persone, in condizioni di totale abbandono. È presente solo un presidio costante dei Vigili del Fuoco nel piazzale limitrofo, ma da agosto del 2020 la cooperativa che gestiva la tendopoli dal 2018 ha lasciato il campo per mancato rinnovo del contratto.
Il sindaco del Comune di San Ferdinando ha comunicato ai braccianti, tramite un volantino affisso nella tendopoli, l'obbligo di lasciare l'insediamento entro il 15 agosto, ma in assenza di soluzioni abitative alternative, circa duecento migranti sono rimasti nell'area in attesa che le autorità trovino delle soluzioni. Medu denuncia anche quest'anno lo stato di terribile abbandono e fatiscenza della tendopoli che versa oggi in condizioni drammatiche, in assenza di servizi essenziali quali l'elettricità, l'acqua calda, un servizio di smaltimento rifiuti e di manutenzione dei servizi igienici. All'interno delle tende, più persone condividono spazi molto limitati e per riscaldarsi accendono fuochi o allestiscono stufe di fortuna alimentate con piccoli generatori o con materiali di risulta, con un elevato rischio di incendi e gravi conseguenze per la salute come purtroppo ci raccontano le cronache.
Poi c'è il campo container di Rosarno - costruito all'indomani della rivolta dei braccianti del 2010, senza prevedere in seguito alcun investimento per il suo mantenimento - che invece ospita altre duecento persone in condizioni meno precarie, dal momento che sono garantiti alcuni servizi essenziali, ma pur sempre in un contesto estremamente isolato e senza alcun tipo di supporto da parte delle istituzioni.
I container richiedono infatti una manutenzione periodica e l'impianto elettrico presenta pericolose problematiche dovute al sovraccarico di corrente. Circa settanta braccianti, infine, trovano riparo presso i casali diroccati siti in Contrada Russo, nel Comune di Taurianova, in condizioni disumane, in assenza di qualsivoglia servizio di prima necessità, completamente abbandonati a se stessi. Come denuncia a gran voce Medu, l'unico punto acqua disponibile si trova a circa cinquecento metri di distanza dalle abitazioni, all'inizio di una strada sterrata che in caso di pioggia diventa inaccessibile a causa del fango e delle pozzanghere che rendono penoso attraversarla. Per rifornirsi dell'acqua necessaria per lavarsi e cucinare, i braccianti sono costretti a percorrerla più volte al giorno, trasportando le taniche su carriole o biciclette. "Per l'ennesimo anno, le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti appaiono desolanti, l'accesso ai diritti fondamentali una chimera e gli interventi istituzionali tardivi e poco lungimiranti", denuncia aspramente Medu nel suo report.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 23 dicembre 2021
Davanti alla Corte costituzionale. "Soddisfatti" i comitati promotori. "È necessario che ora la parola passi al popolo sovrano". "Il governo non si costituirà contro l'ammissibilità dei referendum. Non ne ha alcuna intenzione". Il presidente del Consiglio Mario Draghi risponde così a chi gli chiede quale sarà la posizione dell'esecutivo davanti alla Corte costituzionale quando verrà discussa l'ammissibilità dei referendum sulla legalizzazione dell'eutanasia (il prossimo 15 febbraio) e della cannabis, e quella dei sei quesiti riguardanti la giustizia proposti tramite delibere dalle Regioni a guida centrodestra. "Il governo - precisa il premier - avrebbe potuto in alcuni casi creare delle condizioni per cui la presentazione sarebbe slittata all'anno prossimo e non lo ha fatto. Quindi non c'è nessuna intenzione di costituirsi contro".
"Ha accolto la nostra richiesta", fa notare Riccardo Magi (+Europa), tra i promotori del referendum per la depenalizzazione dei fatti di lieve entità legati alle droghe, riguardo al quale la Cassazione è ancora impegnata nella verifica delle oltre 630 mila firme. Mentre l'"Eutanasia legale" ha superato il vaglio della Cassazione con le sue 1,2 milioni di firme. Sono "soddisfatti" Filomena Gallo e Marco Perduca, dell'Associazione Luca Coscioni e presidenti dei due Comitati promotori, "sempre più convinti che la parola debba passare al popolo sovrano". Perché, spiegano, è ormai evidente la "mancanza di assunzione di chiare responsabilità politiche".
"Infatti, la sentenza 242/2019 della Consulta (Cappato/DjFabo) ha stabilito le condizioni per cui non debba essere punito il suicidio assistito e ha invitato il Parlamento a normare sul tema. A oltre due anni da quella decisione, però, il testo incardinato alla Camera non ha un calendario certo per la sua adozione, né affronta le condotte al centro del referendum eutanasia legale". Inoltre, "la VI Conferenza nazionale sulle droghe del novembre scorso ha, tra le altre cose, raccomandato la revisione degli articoli 73 e 75 del T.u. sulle droghe 309/90 - gli stessi articoli toccati dal referendum cannabis - per favorire la depenalizzazione di condotte oggi ancora fortemente punite".
di Alessia Maccaferri
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2021
Partnership tra la ong Mani Tese e la Fondazione Isi per elaborare una piattaforma e un report internazionale. Un indice per conoscere e fare advocacy. Siccità, inondazioni, eventi estremi che sconvolgono la vita di milioni di persone ovunque nel mondo. E ancora inquinamento, guerre per le risorse naturali e catastrofi. Per misurare i livelli di giustizia ambientale ora arriva un indice ad hoc messo a punto dalla ong Mani Tese insieme a Fondazioni Isi, che sarà realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo. La piattaforma digitale che sarà creata e il rapporto saranno strumenti non solo di conoscenza ma anche di advocacy davanti ai governi e alle istituzioni nazionali.
Un indicatore multidimensionale - L'idea di creare un indice di giustizia ambientale nasce come progetto pilota all'interno del programma Innovazione per lo sviluppo di Fondazione Cariplo e Fondazione Compagnia di San Paolo.
"La giustizia ambientale è uno dei nostri temi forti su cui abbiamo sentito l'esigenza di mettere in piedi uno strumento di advocacy nel dialogo con le istituzioni - spiega Elias Gerovasi, responsabile progettazione & innovazione di Mani Tese - Il problema è che esiste una casistica ma non abbiamo trovato sinora una modalità di misurazione". Così, all'interno dello studio di fattibilità ci si è posti la domanda: quali fattori prendere in considerazione per misurare la giustizia ambientale? Con un gruppo di lavoro di accademici (Università di Milano Statale) e con gli scienziati dei dati (Fondazione Isi) hanno cercato di comprendere quali indicatori esistono e come comporre un indice. "Non ci sono indici sintetici di riferimento ma solo indicatori parziali, dalle emissioni di Co2 al consumo di suolo" aggiunge Gerovasi. Ora l'indice sintetico messo a punto esplora più dimensioni estratti da dataset di varie fonti.
Tre le aree principali di fonte dei dati: 1) ambiente: sprawl urbano (Fao)* procapite 2) Red list index (SDGs) con le specie a rischio. 2) società: tasso di mortalità per inquinamento (SDGs), indice di libertà di stampa (Reporters Without Borders), indice Gini (World Bank) che misura la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. 3) diseguaglianze internazionali: impronta ecologica per persona (Ecological Footprint Network); emissioni di gas serra pro capite (World Bank); compliance rispetto alla convenzione di Basilea sul controllo delle movimentazioni transfrontaliere di rifiuti pericolosi e loro smaltimento; compliance rispetto alla convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti.
La giustizia ambientale viene così definita come eguale protezione dai rischi ambientali e di salute pubblica per tutte le persone, senza distinzione di etnia, reddito, cultura e classe sociale.
Lo sviluppo della piattaforma - Ora grazie a un nuovo contributo di Fondazione Cariplo di 85mila euro, l'indice diventerà realtà. Innanzitutto si procederà alla validazione della metodologia e finalizzazione della scelta degli indicatori individuati nella fase pilota per ogni dimensione (ambiente, società, diseguaglianze internazionali). Verranno processati i nuovi dati disponibili nel periodo di riferimento per arrivare alla sintesi del quadro di ogni dimensione tramite calcolo complessivo degli indici contenuti e alla sintesi dell'indice di giustizia ambientale tramite calcolo complessivo delle dimensioni contenute; successivamente verranno elaborate le mappe geografiche globali delle tre dimensioni e dell'Indice complessivo.
Poi sarà realizzata una piattaforma online (in italiano e in inglese) per ospitare e divulgare i contenuti numerici e geografici dell'Indice, la metodologia, un ambiente data set aggiornabile, uno spazio Lab di interazione tra stakeholder, la repository del Rapporto di Giustizia Ambientale. Il tutto sarà accompagnato dalla realizzazione di un Rapporto sulla Giustizia Ambientale (in italiano e inglese) per documentare periodicamente focus tematici e geografici riguardanti la giustizia ambientale che riporterà, oltre ai dati sintetici aggiornati dell'indice di giustizia ambientale, una serie di approfondimenti tematici e/o geografici che potranno essere utilizzati per partecipare al dibattito relativo alla governance dei beni comuni ambientali e alla lotta alle disuguaglianze nell'accesso, controllo e loro gestione.









