di Giovanna Di Rosa*
Il Riformista, 24 dicembre 2021
Nel dibattito parlamentare sull'ergastolo ostativo emerge la difficoltà ad attuare i principi limpidi espressi dalla Corte Costituzionale. Cioè che la presunzione assoluta di pericolosità non va bene. Guardare in faccia la persona, valutare il suo cambiamento: è tutta qui la questione.
La questione centrale è se l'ergastolo ostativo è in sé uno strumento per arginare la mafia continuando a manifestarsi attraverso l'esempio di una pena perpetua, con delle finalità dichiarate - questo a me è sembrato proprio un eccesso - di prevenzione generale. Così, il senso della pena, secondo la finalità dell'articolo 27 della Costituzione, non assume però rilevanza.
La finalità di politica criminale perseguita con la rigidità dell'ergastolo ostativo si contrappone al dettato della sentenza Viola della Corte Europea e della sentenza 253 della Corte Costituzionale, che invece si basano sulla necessità di valutare le singole persone. Punisco così duramente perché nessun altro faccia quello che ha commesso la persona che sto punendo e, quindi, non volgo lo sguardo alle persone stesse, guardandole in faccia per capire, una per una, che cosa hanno fatto e chi sono.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 24 dicembre 2021
Nel carcere di Sassari, il boss mafioso ha scelto la totale solitudine. Gioca a carte e prova a fingersi pazzo. Sperando nella fine dell'ergastolo ostativo. Come una iena che fiuta la preda e scatta di colpo per afferrarla. E quando non ci riesce ulula, sbraita e inveisce usando lo slang del mafioso corleonese. La iena è Leoluca Bagarella, il cognato di Salvatore Riina, stragista, autore di centinaia di omicidi, donne e bambini compresi. Trascorre il suo tempo nella sezione detenuti al 41 bis del carcere Bancali di Sassari. Ogni volta che annusa nel corridoio davanti all'ingresso della sua cella una presenza estranea si lancia verso la porta blindata e inizia a urlare parole offensive, cariche di odio. Lancia oggetti contro il muro in segno di protesta. O di ribellione. Una scena isterica che dura qualche minuto. Poi torna ad essere calmo e fermo.
Oggi trascorre l'ora d'aria da solo (ne fa tre ore al giorno), in una stanza in cui ha a disposizione una cyclette, un vogatore e un tavolo. Lui, fisico asciutto, alto poco meno di un metro e settanta, con il cappello nero di lana calato fin sopra gli occhi, se ne sta seduto al tavolo con le carte siciliane in mano a giocare al solitario, quello a piramide. Vuole restare da solo nell'ora d'aria e non vuole compagnia durante il passeggio. Non vuole stare con nessun altro detenuto. È un lupo solitario. Perennemente alterato. Pubblicamente ha parlato pochissime volte, si possono contare sulle dita di una mano le occasioni in cui ha aperto bocca. Una di quelle volte, forse l'ultima, è avvenuta qualche anno fa durante un processo per omicidio in cui era imputato a Palermo. Lo ricordo bene quel giorno. Bagarella attraverso il videocollegamento ha chiesto la parola durante il dibattimento e mi ha vomitato addosso il suo odio. Mi ha puntato il dito contro, pubblicamente, per contestare alcune storie di mafia che avevo scritto. Il boss, nonostante il 41bis, era riuscito a conoscere l'autore delle notizie riprese dai canali d'informazione e non ci ha pensato un attimo a minacciarmi. I giornalisti gli sono sempre stati antipatici e lui lo ha mostrato, purtroppo, a cominciare dall'uccisione di Mario Francese a Palermo.
A distanza di tempo dal suo proclama, la coincidenza ha voluto che ci siamo trovati a poca distanza in linea d'aria. L'occasione di entrare in questo super carcere in cui è rinchiuso Bagarella mi è stata data per incontrare i detenuti che sono nella sezione dell'alta sicurezza in cui si trovano condannati definitivi per mafia o all'ergastolo o altri a cui hanno revocato il 41bis. Una giornata importante organizzata a scopo culturale dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Sardegna, guidato da Maurizio Veneziano e dalla responsabile dell'area educativa del carcere, Ilenia Troffa. All'incontro ha pure assistito il magistrato del tribunale di sorveglianza di Sassari.
Con alcuni di questi detenuti si è parlato della lotta alla mafia e di giustizia, sono state poste domande e fornite risposte, e ho ricordato che a pochi metri di distanza c'era la cella in cui si trovava l'uomo che ha contribuito a cambiarmi la vita. E questa volta, nel suo campo, usando una metafora calcistica, in trasferta, sono stato io a puntargli il dito contro. A parlare di Bagarella e di quello che ha fatto e degli altri come lui che sono passati da quella sezione e adesso sono liberi di circolare nonostante le pesanti condanne che hanno avuto inflitte dai tribunali.
E mentre parlavo, Bagarella era seduto ad un tavolo della stanza in cui fa l'ora d'aria, impegnato a giocare a carte al solitario. Immerso in un silenzio assoluto, dove l'aria sembra ferma. Il suo obiettivo, nonostante le condanne definitive all'ergastolo ostativo e nessun segnale di pentimento, è quello di poter uscire. Ci ha provato durante la prima ondata di pandemia, sfruttando una circolare che allargava le maglie per anziani detenuti con diverse patologie. Lui ha fatto richiesta ma i medici hanno stabilito che non era incompatibile con il regime carcerario. E da alcuni mesi sta provando a far credere che potrebbe avere problemi psichici. Anche questo tentativo è stato respinto.
Un vecchio trucco dei mafiosi degli anni Settanta e Ottanta per sfuggire al carcere e continuare a "mafiare" fuori. Chi lo ha incontrato sostiene che durante il colloquio Bagarella si pone "in maniera tendenzialmente educata e rispettosa". E si presenta in modo molto introverso. Se gli si pongono domande risponde "in modalità ermetica", all'uso corleonese. Durante la conversazione è lucido e mantiene sempre la logica del discorso, senza mai palesare episodi di disorientamento o di amnesia, ricorda bene tutto e non fraintende le domande che gli vengono fatte. Le conversazioni con Bagarella non lasciano trasparire alcun processo di revisione critica dei delitti che ha commesso e per gli esperti criminologi che lo hanno visitato le "esplosioni di violenza, anche fisica" sono "incompatibili con una ipotesi di deterioramento psicofisico".
Oltre ad essere un sicario, Bagarella si dimostra ancora una volta un corleonese che sa mettere a frutto le proprie strategie. Quando in passato i detenuti avevano compreso che si stava mettendo mano alla legge sul 41bis avevano iniziato a reagire con proteste e messaggi dal carcere. E il 12 luglio 2002 Bagarella davanti ai giudici di Trapani ha letto un proclama: "Parlo a nome di tutti i detenuti ristretti all'Aquila sottoposti al regime del 41bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio... Siamo stati presi in giro... Le promesse non sono state mantenute... Intendiamo informare anche questa Corte che dal primo luglio abbiamo avviato una protesta civile e pacifica che comprende la riduzione dell'ora d'aria e del vitto". Ma di quali promesse parla il boss corleonese? Chi lo avrebbe strumentalizzato? Il messaggio-proclama firmato qualche mese dopo da altri boss prosegue così: "Dove sono gli avvocati delle regioni meridionali che hanno difeso molti degli imputati per mafia e che ora siedono negli scranni parlamentari e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi?".
Bagarella nel 2002 aveva una fitta corrispondenza con i detenuti vicini all'area corleonese stragista ma anche con quelli appartenenti ad altre organizzazioni criminali. Le lettere analizzate dagli investigatori apparivano innocue, ma c'erano degli elementi che destavano qualche sospetto: veniva per esempio citato di continuo il Milan. Un riferimento che potrebbe essere logico fra detenuti tifosi di calcio, ma gli analisti all'epoca hanno sovrapposto la squadra di calcio al suo presidente e la sigla delle corse automobilistiche (F1) a quella di un partito (FI). Quindi Silvio Berlusconi e Forza Italia, che in quel momento storico è al governo.
Bagarella non è un mafioso qualunque. È un capo di Cosa nostra. O, per meglio dire, è uno dei soci fondatori di quella fazione, i corleonesi, che ha dominato la scena nell'organizzazione, piegando al suo volere l'intera cupola. Il suo carisma è personale, e non deriva solo dal fatto di essere cognato di Riina. Dunque, Bagarella non parlava a titolo personale, parlava a nome di Cosa nostra, nella pienezza della sua capacità rappresentativa. E gli altri partecipavano alla protesta inscenando manifestazioni, sia pur pacifiche.
Per Bagarella stravedeva suo cognato. L'unica volta che Salvatore Riina ha potuto incontrare in un colloquio il figlio Giovanni, anche lui detenuto per omicidio, hanno parlato dello "zio". Occorre ricordare che Giovanni è stato condannato all'ergastolo per l'uccisione di una giovane coppia, vittima innocente, perché era stato Bagarella a chiedergli di ucciderli. Era il suo battesimo del fuoco. Adesso padre e figlio sono in carcere e il capomafia ricorda a Giovanni di salutargli lo zio quando gli scriverà. "Si, certo, ogni domenica quando scrivo a te, scrivo anche a lui e alla mamma", risponde Giovanni. E Totò dice: "Rispettatelo sempre, che volete povero uomo sfortunato, anche lui nella vita... proprio sfortunato nella vita per quello che gli è successo, purtroppo questa è la vita, andiamo avanti". Il riferimento è alla morte di Vincenzina Marchese, la moglie di Bagarella, deceduta durante la latitanza del sicario che trascorrevano insieme. Lei era la sorella di un collaboratore di giustizia, molto religiosa, e credeva di non riuscire ad avere un figlio dal marito perché Dio non voleva per punirli di tutti gli omicidi che lui aveva commesso, compreso quello del piccolo Giuseppe Di Matteo. Sulla morte della donna, che alcuni collaboratori dicono che si è suicidata, c'è un grande mistero, e il suo corpo non è stato fatto mai trovare. Qualcuno ipotizza invece che Vincenzina avrebbe maturato l'idea di seguire la stessa strada del fratello e collaborare e questa scelta scoperta da Bagarella l'avrebbe portata alla morte.
Salvatore Riina insiste con il figlio, e gli ricorda: "Voletevi bene voi fratelli e pensate sempre a questo zio". Durante una missione a Bancali, quattro anni fa, di una rappresentanza di parlamentari della Commissione antimafia, l'allora vicepresidente Claudio Fava è stato condotto con gli altri suoi colleghi nel corridoio della cella di Bagarella e qui il parlamentare rivolgendosi al cognato di Riina, dice: "Buon giorno, siamo dell'antimafia". Bagarella lo guarda dritto in faccia e ribatte: "E che siete venuti a fare? Qui mafia non ce n'è...". Leoluca questa volta non ha fatto il pazzo, ma nega o ironizza davanti all'evidenza.
Nella mia visita in questo istituto di massima sicurezza, la iena non avrà annusato alcuna "strana" presenza, non ha percepito nulla che lo può aver allarmato nella sua cella, che è una stanza di dodici metri quadrati in cui c'è un bagno, un lettino e un angolo dispensa. Non è certamente quello spazio ristretto in cui sono costretti a stare o quelli in alta sicurezza o ancor peggio i detenuti comuni, anche otto per cella, dove il più giovane o l'ultimo arrivato sono sottoposti a disumane gerarchie.
A Bancali le camere per gli 88 detenuti al 41bis sono tutte le stesse, ampie e pulite. Materassi ortopedici e cuscini adatti per la cervicale. I corridoi sembrano corsie di ospedale: luminose, pareti bianche colorate con strisce verdi, e pavimenti pulitissimi. E il silenzio regna sovrano. L'assistenza sanitaria è al top, e quando le cure richiedono uno specialista, il boss su indicazione del giudice di sorveglianza viene inviato all'esterno del carcere per le visite mediche, finanche per i massaggi indicati dai medici per la loro terapia.
Quando arrivi e superi due grandi e massicci portoni in ferro che si aprono automaticamente, vedi all'interno tanti grandi cubi in cemento armato di colore grigio che sbucano dalla terra. È la sezione dei 41bis e sono sistemati in fila su un enorme appezzamento di terreno che si estende per circa dieci ettari. Intorno non c'è nulla. È tutto protetto da un alto muro di cinta sorvegliato giorno e notte da agenti armati che stanno dentro casette che hanno grandi vetri blindati. È una struttura carceraria moderna, all'avanguardia, progettata e realizzata secondo le norme di legge per ospitare i mafiosi più pericolosi. Le celle sono state sistemate in modo che ogni detenuto non si incontri con altri per andare al "passeggio" o quando si reca ai colloqui con familiari o con il difensore. Hanno tutti percorsi unici, che si sviluppano dentro il loro cubo, senza attraversare lunghi corridoi davanti ad altre celle, in cui un gesto, un movimento del corpo può già lanciare o ricevere un messaggio. E Bancali è unico nel suo genere. Per questo è temuto dai 41bis, e nessuno vuole finirci qui dentro. E i mafiosi, di contro, fanno la guerra a colpi di carte giudiziarie al direttore o agli agenti penitenziari, denunciandoli per ogni piccola cosa, finanche per aver ricevuto un libro con le pagine sgualcite. E così il mafioso denuncia, anche per conoscere l'identità dei nuovi agenti o del nuovo direttore e questi, per difendersi in tribunale, sono costretti a pagarsi l'avvocato, perché l'amministrazione penitenziaria non rimborsa tutta la parcella. Così è una guerra persa per lo Stato. Il popolo dei boss vede ospite della struttura sarda, oltre a Bagarella, anche Aldo Ercolano di Catania, Gaetano Fontana, Salvatore Madonia, Settimo Mineo, Francesco Tagliavia, tutti di Palermo, e poi Domenico Gallico di Palmi, Antonio Pelle di San Luca e Francesco Pesce di Rosarno, Salvatore Casamonica di Roma, Valentino Gionta di Torre Annunziata, Michele e Vincenzo Zagaria di San Cipriano D'Aversa.
Sono al 41bis, e tutti cercano di uscirne. Anche se questo speciale regime detentivo si è svuotato rispetto a trent'anni fa quando venne applicato per la prima volta dopo le stragi di Falcone e Borsellino. Nel tempo si è assistito ad una sostanziale metamorfosi rispetto alla modalità di affrontare il 41bis da parte del detenuto, passando da "non chiedere nulla allo Stato", secondo la "vecchia mentalità omertosa mafiosa", ad una attività speculativa tendente all'ottenimento di una carcerazione più confortevole mediante espedienti che sfruttano i principi costituzionali. Come fa notare uno degli uomini che si occupano ogni giorno di questo speciale regime carcerario: "Non si tratta di guardare nostalgicamente al passato rinverdendo il ricordo di ciò che è stato e che non è più, ma ripercorrere le tappe è un atto necessario alla comprensione di come il "carcere duro", per come lo immagina chi non lo conosce, si sia elevato a "carcere elitario", essendosi, di fatto, snaturata la ratio e la finalità del 41bis, ampliando le maglie di quella impermeabilità, anche all'interno dell'amministrazione, che doveva contraddistinguerlo".
Oggi Bagarella rimane l'ultimo del poker d'assi corleonese (Liggio, Riina e Provenzano) che ha provato a piegare lo Stato, incamerando pure molti segreti. Adesso fra le mura di Bancali prova a mostrare la sua astuzia per tentare di uscire sfruttando gli strumenti legislativi che la politica e i nuovi indirizzi giuridici gli offrono, a cominciare dall'annullamento dell'ergastolo ostativo ai mafiosi duri e puri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 dicembre 2021
Il Garante nazionale delle persone privare della libertà, rende noto che nei mesi di novembre e dicembre ha effettuato una visita regionale in Lombardia effettuando il monitoraggio di diverse strutture: sette Istituti penitenziari per adulti e quello milanese per i minori; il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Milano; quattro Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) dislocati in diverse città; la 'multiforme' Rems tuttora plurimodulare di Castiglione delle Stiviere; una residenza sanitaria assistenziale di Bergamo e alcune camere di sicurezza delle Forze di polizia delle città toccate dalla visita.
Le criticità complessive delle strutture penitenziarie coinvolte nella visita riflettono molte delle problematicità riscontrabili a livello nazionale: dall'affollamento, alla carenza di una complessiva ' visione' di una esecuzione penale costituzionalmente orientata, alla carenza di risorse ai diversi livelli (di direzione, di personale delle varie funzioni tutte ugualmente essenziali in un Istituto, di dialogo concreto con le strutture sanitarie territoriali).
La necessità di costruire un rapporto diverso con la sanità territoriale - e all'interno della struttura stessa tra le due amministrazioni - è emersa in modo particolare nella Casa di reclusione di Opera che pure ospita una struttura potenzialmente qualificabile come ospedaliera. Questo aspetto è stato sollevato anche in occasione dell'incontro avuto con la Vice- Presidente della Regione, Letizia Brichetto Moratti.
Gli Istituti visitati sono stati, oltre a quello di Opera, quelli di Bergamo, Brescia 'Canton Mombello' e Brescia Verziano, Pavia, Voghera, Monza. In alcuni casi si è trattata di una visita di follow- up, dopo quella del 2017; la situazione riscontrata ha però confermato le criticità allora rilevate. Positiva invece la prima visita all'Istituto di Verziano. L'Istituto minorile di Milano è tuttora in attesa di finire i lavori di ristrutturazione: l'annuncio di uno sblocco dei lavori lascia sperare, anche se quanto riscontrato al momento risente del perdurare di tale situazione.
Il Garante osserva che in tutto il territorio deve essere potenziata una rete di effettiva presa in carico delle molte criticità di natura comportamentale o psichiatrica che proponga soluzioni di continuità ed eviti sia il rischio di internamento o di assenza di effettiva risposta ai bisogni espressi, sia il loro ricadere su personale non professionalmente formato per tale compito.
Resta tuttora aperta la peculiarità della situazione di Castiglione delle Stiviere, esplicita anche nella sua stessa denominazione di "sistema plurimodulare di Rems provvisorie". La visita al 'Centro di permanenza per i rimpatri' è stata seguita da un dialogo con il Prefetto di Milano, in una fase, quale quella attuale, di ridefinizione del Regolamento per la permanenza in tali strutture. I temi affrontati hanno, quindi, riguardato criticità d'ordine generale, già evidenziate in precedenti visite e in Rapporti tematici su tali strutture prodotti e resi pubblici dal Garante nazionale. Anche alle visite alle camere di sicurezza sono seguiti incontri con i vertici delle Forze di Polizia responsabili.
Oltre a quelli precedentemente incontrati, le delegazioni del Garante Nazionale hanno incontrato i Presidenti dei tribunali di sorveglianza di Milano e di Brescia (attualmente magistrato facente funzione), il Procuratore della Repubblica di Pavia (facente funzione), il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, il Garante regionale la Garante della provincia di Pavia, i Garanti comunali di Milano, Bergamo, Brescia. Le parallele sezioni di formazione dei Comandanti di strutture dell'Arma dei Carabinieri, tenute al Comando provinciale di Brescia e a quello di Pavia, sono state altresì occasioni di scambio e di valutazione circa il tema della privazione della libertà da parte dell'Arma dei Carabinieri. Nelle due sessioni e nell'articolazione in tre sotto- delegazioni, che hanno lavorato in parallelo, la visita ha coinvolto, oltre ai tre componenti del Collegio, tredici componenti dell'Ufficio per complessive ventisette giornate lavorative.
di Ilaria Cucchi
La Stampa, 24 dicembre 2021
Sette anni di reclusione per il Generale Alessandro Casarsa. 5 anni e sei mesi per il Colonnello Francesco Cavallo. 5 anni per il Maggiore Luciano Soligo. 4 anni per il Capitano Testarmata. 3 anni per l'Appuntato Di Sano. 3 anni per il Colonnello Sabatino. 1 anno ed un mese per il luogotenente Colombo Labriola. 5 anni per il maresciallo Luca De Cianni. Con interdizione dai pubblici uffici per tutti.
Queste le richieste di condanna degli imputati avanzate difronte al Tribunale di Roma dal Pubblico Ministero, Dott. Giovanni Musarò, alla conclusione della sua durissima requisitoria. Toccante è stato il ricordo che ha voluto fare del primo Giudice di questo processo, Dottoressa Giulia Cavallone, che purtroppo nonostante la sua giovane età è venuta a mancare.
Un lavoro enorme, quello della procura di Roma per mano dei PM Musarò e Prestipino. Una strada aperta dal Procuratore Pignatone. Riguardo al luogotenente Colombo Labriola, che ha comunque avuto il coraggio, fin da subito, di parlare e raccontare tutta la verità, anche contro di sè, parlerà il 7 gennaio il nostro avvocato Fabio Anselmo. Per tutti gli altri imputati non riesco a non provare un senso di vomito e disgusto che è direttamente proporzionale alla levatura dei gradi che portano le loro divise ed al prestigio che avevano ed hanno o, meglio, pensano ancora di poter avere. Il dolore che hanno inferto a me ed ai miei genitori non è inferiore a quello che abbiamo dovuto sopportare per l'uccisione di Stefano. Hanno annientato la nostra dignità di esseri umani tutti, compresa quella di mio fratello che, da morto, non ha potuto difendersi. Una strategia cinica e crudele avviata fin da subito, a cadavere ancora caldo. Il 7 gennaio spiegheremo come e perché. La spocchia che hanno esibito durante tutto il processo voleva essere ammonitrice nei confronti del Tribunale a voler letteralmente ostentare il fatto che loro si considerano superiori a tutto ed a tutti. Anche alla Legge.
Perché ciò gli è consentito dalle loro divise, anch'esse macchiate del sangue di mio fratello come quelle dei loro sottoposti che lo hanno pestato violentissimamente la notte del 15 ottobre 2009. Coloro che hanno voluto proteggere per salvaguardare le loro carriere. Così ha detto il dott. Musarò. Una scala gerarchica chiusa su se stessa che non si è fatta alcun problema, per l'onore dell'Arma dei Carabinieri, a porre in essere condotte criminali nascondendosi dietro divise e gradi che non meritano di portare. Quell'Arma che si è costituita parte civile nel processo e che vorrà dire la sua verità subito dopo l'intervento del mio avvocato.
Per ultima. Starò molto attenta a ciò che dirà l'avvocato di Stato su quanto eroicamente ricostruito e dimostrato dal Pubblico Ministero in udienza in 15 ore di discussione. E su quanto diremo noi. La costituzione dell'Arma dei Carabinieri come parte civile, affianco a noi, mi ha scaldato il cuore. Mi ha permesso di urlare in faccia, con ancora più forza, a coloro che ci accusavano di essere il partito dell'anti Polizia che questa era una falsità violentemente bugiarda. Abbiamo lottato, insieme agli agenti della polizia penitenziaria per avere verità e giustizia per sette lunghi anni, ma gli uni contro gli altri. Poveri contro poveri, le cui vite sono state oggetto di un risiko cinico e spietato giocato da questi uomini come se fossimo pedine da manovrare prive di qualsiasi rilevanza e rispetto.
Provo tanta amarezza e dolore ma anche tanta riconoscenza verso questi magistrati. Ora l'avvocatura di Stato avrà il difficile compito di far sentire la sua voce dimostrando al Paese che quella costituzione di parte civile non è stata una mera operazione di facciata, come tanti sostengono, ma un atto di forte presa di coscienza dello Stato che, questa volta, non può mancare l'occasione di essere dalla parte giusta. Quella del diritto. Del rispetto della dignità umana e della sacralità del patto sociale. Lo Stato che dimostra, finalmente, di saper processare anche se stesso nello stesso modo con cui legittimante lo fa nei confronti dei suoi cittadini. Abbiamo dato dodici anni di vita per arrivare a questo, e altri ne daremo, ma io credo proprio che ne sia valsa la pena. Così mi piace pensare, per Stefano e per tutti gli ultimi di questo Paese.
di Graziella Di Mambro
atinaoggi.eu, 24 dicembre 2021
Superata quota 170% delle presenze, la più alta nel Lazio e anomala anche nel trend nazionale. Anastasìa: "Il Covid ha aggravato una situazione già complicata". Il carcere di Latina è un caso di rilevanza nazionale e l'ultima conferma arriva dal dossier sui luoghi di detenzione del Lazio presentato dal Garante per i detenuti Stefano Anastasìa. Sono in totale 5.569 le persone in stato di detenzione nei penitenziari, nelle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza e nel Centro di Ponte Galeria. È stato inoltre fatto il punto sulla campagna vaccinale anti Covid.
Un capitolo a parte lo ha meritato la casa circondariale di Latina, nonostante, in linea generale, la situazione "in termini generali appaia migliore di quella nazionale, perché non è in corso un incremento". La capienza regolamentare delle carceri del Lazio sarebbe di 5.158 detenuti, tanti sono i posti disponibili. Vista in questi termini si tratta una situazione che sembra meno preoccupante di quella nazionale, con una eccezione, Latina appunto.
"Da luglio a oggi la popolazione detenuta è in costante crescita e questo ci preoccupa rispetto al futuro, perché il rischio di diffusione del covid-19 in carcere è molto rilevante. - ha detto il Garante a margine della presentazione - È un sistema costantemente sovraffollato e il tasso è del 118 per cento, a fronte del dato nazionale pari al 107 per cento. La situazione più preoccupante è da tempo quella di Latina, dove il tasso di affollamento è al 173 per cento".
Anastasìa ha spiegato che nel carcere pontino, costituito per metà dalla sezione maschile e per metà dalla sezione femminile, il sovraffollamento è tutto concentrato nella sezione maschile. "Latina è stata recentemente teatro di una protesta di detenuti che ha comportato l'intervento delle forze dell'ordine. - ha aggiunto Anastasìa - Inoltre, 'in una condizione di sovraffollamento superiore alla media regionale e nazionale ci sono anche Civitavecchia, 152 per cento, Roma Regina Coeli, 144 per cento, e Rebibbia femminile, al 134 per cento.
Ciò ci dice quanto sia difficile la situazione in questi istituti. In particolare, pesa sulla necessità di molti detenuti di potersi avvicinare ai propri luoghi di vita e ai familiari. Infatti, gli istituti penitenziari sono congelati dall'effetto Covid-19, perché in tanti istituti della nostra regione e non solo ci sono stati molti trasferimenti di diverse decine di detenuti da un luogo a un altro, spesso in altre regioni, e non riescono a tornare nella loro sede originaria. In questo periodo ogni trasferimento va centellinato in quanto va garantita la quarantena all'ingresso in istituto e quant'altro: questo sta rendendo molto complicata la gestione della vita in carcere".
Nello specifico della casa circondariale di Latina va detto che da tempo si ritiene necessaria la realizzazione di un'altra struttura e nonostante i moli progetti interni di integrazione il sovraffollamento rappresenta un macigno pressoché insuperabile nello sforzo di rendere più vivibile lo spazio per le persone detenute".
di Fabrizio Merli
La Provincia Pavese, 24 dicembre 2021
"Nel carcere di Pavia sono presenti gravi criticità strutturali, gestionali e rieducative e nell'ultimo mese vi sono stati tre suicidi. Per questi motivi ho presentato una interrogazione al ministro della Giustizia, sulla situazione del carcere pavese e degli altri istituti di pena che registrano analoghi deficit". A dirlo è la deputata e coordinatrice di Italia Viva Lombardia Maria Chiara Gadda.
"La nota del Garante - prosegue la deputata - a seguito della visita del carcere di Pavia parla di condizioni della struttura peggiori rispetto alla sua ultima visita del 2017. Mancano spazi e strumenti per la risocializzazione, molte aree sono degradate e si registrano carenze di personale e risorse nell'area sanitaria. Anche il trattamento e la rieducazione dei detenuti con problemi di dipendenze risulta insufficiente rispetto alle reali esigenze della popolazione carceraria. Situazioni che assommate rendono difficile e gravoso il lavoro della polizia penitenziaria e degli operatori".
A portare in evidenza la situazione di Torre del Gallo, però, sono stati i tre casi di detenuti che si sono tolti la vita. "Il dato sui suicidi dei detenuti è agghiacciante - prosegue l'esponente di Italia Viva - e deve spingere alla pianificazione di interventi immediati. Per queste ragioni chiedo al ministro quali i provvedimenti che si intendono assumere rispetto al carcere lombardo ma anche rispetto alla situazione cronica in cui versano le carceri italiane in materia di sovraffollamento, carenza di personale, manutenzioni ordinarie e straordinarie.
I dati diramati dal Dap (il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) a giugno 2021 parlano ancora di un notevole sovraffollamento, con 54 mila detenuti totali su 50mila posti disponibili e addirittura nel 31% degli istituti le celle sono prive di acqua calda".
"Occorre quindi un carcere che tenda alla rieducazione e che rispetti i diritti sia dei detenuti sia dei lavoratori. Purtroppo, invece - come denunciato anche dal garante dei detenuti vi sono realtà carcerarie come quelle di Pavia che ancora fanno registrare gravi criticità strutturali, gestionali e rieducativi".
Questa mattina la deputata dei Cinque stelle, Valentina Barzotti e il consigliere regionale, Simone Verni, effettueranno un sopralluogo all'interno del carcere per verificare le condizioni dei detenuti e dei lavoratori.
triesteprima.it, 24 dicembre 2021
Elisabetta Burla esprime tutto il suo disappunto per l'assenza, dopo due anni dall'inizio della pandemia, di provvedimenti decisivi e tutelanti. Viavai di persone, il virus corre. Sulla difficile situazione che il carcere di via Coroneo sta vivendo da qualche settimana è intervenuta la garante dei detenuti Elisabetta Burla.
Dopo il tentato suicidio, l'escalation di contagi e la presunta presenza di un sanitario no vax all'interno della struttura, la Burla approfitta per fare il punto a due anni dall'inizio della pandemia ed esprimere tutto il disappunto per provvedimenti decisivi e tutelanti che "non sono ancora stati adottati". Per il garante il carcere di Trieste "non può garantire spazi adeguati, non può - per certo - garantire la misura del distanziamento sociale e, i numeri delle persone detenute sono nuovamente saliti: su una capienza regolamentare di 139 persone ne sono ristrette più di 200".
Cosa succede
Un sovraffollamento che si somma alla gestione delle visite, dell'andirivieni di un elevato numero di persone in grado di aiutare la diffusione del contagio. "A distanza di due anni - continua la Burla - siamo di nuovo a disporre quale unico strumento, le chiusure degli Istituti alla società esterna: niente scuola, nessuna attività formativa, nessun corso o percorso organizzato dal volontariato; accessi alla biblioteca, alla palestra o "all'aria" preclusa a tutti coloro che si trovano in quarantena. Progetti di rieducazione e reinserimento interrotti. Ripercussioni sul piano psicofisico particolarmente incisive; con tutte le conseguenze che ne discendono".
Scelte ed interventi
Si chiede di rivedere le scelte e interventi seri "che incidano positivamente sulle politiche sociali di accoglienza e inclusione sociale, un avvio altrettanto strutturato ai percorsi di lavoro per garantire una concreta autonomia della persona, il ricorso più incisivo alle misure alternative alla detenzione. Nell'immediato, viste le condizioni attuali della detenzione, sarebbe urgente approvare delle norme volte al contenimento delle presenze in carcere anche attraverso il riconoscimento della liberazione anticipata speciale".
padovaoggi.it, 24 dicembre 2021
Sono circa 150 le persone detenute che hanno la possibilità di lavorare e di poter guadagnare uno stipendio fruendo di un "diritto" non scontato in ambito di reclusione. Un'attività di lavoro vero e proprio che li occupa mattina e pomeriggio a seconda del tempo a disposizione dal lunedì al venerdì e che consente loro di poter impiegare fattivamente il tempo che altrimenti passerebbero nei corridoi o nelle celle: siglato al "Due Palazzi" di Padova (prima volta in un carcere italiano) un progetto di premialità per i lavoratori-detenuti impiegati dalla cooperativa sociale Giotto al Due Palazzi di Padova, nelle attività di call center e assemblaggio.
Carcere e lavoro - Non una realtà semplice o comune a tutti ma un impiego che segue un percorso molto attento di valutazione e che coinvolge circa il 30% di tutta la popolazione residente della Casa di Reclusione di Padova. Sono perciò circa 150 le persone detenute che hanno la possibilità di lavorare e di poter guadagnare uno stipendio fruendo di un "diritto" non scontato in ambito di reclusione. L'importanza di questi dati parla da sola se si considera che a livello nazionale la percentuale di occupazione vera e propria all'interno delle carceri è dell'1,5%. Ma il dato più impressionante è che le persone detenute che trascorrono la pena lavorando durante la pena invece di tornare a delinquere (quella che va con il nome di recidiva) tra l'1% ed il 5 % anziché nel 70% dei casi (merita specificare che se la recidiva ufficiale è del 70% quella reale si attesta al 90%). Occorre aggiungere un ultimo dato per far comprendere il livello di ricadute che con tale azione si generano nei confronti della società e cioè di ciascun cittadino ed è il costo giornaliero del detenuto che di soli costi diretti ammonta a circa 200 euro al giorno.
Da oltre due anni la Cisl Fp Padova-Rovigo, attraverso un progetto mirato, offre consulenza ai detenuti impiegati in attività lavorative del Carcere Due Palazzi di Padova dove trovano residenza coloro che per diversi reati sono reclusi. Evidenzia Michele Roveron, segretario generale della Cisl Fp: "Vengono fatte le domande di assegni familiari, la richiesta di elenco delle proprie pendenze con il fisco e spesse volte pervengono domande di chiarimento su temi di carattere contrattuale: riteniamo opportuno affiancare mensilmente i nostri iscritti con un nostro operatore proprio lì dove lavorano, perché per loro è difficile poter ottenere delle risposte in ambito fiscale e previdenziale non potendo accedere al mondo esterno".
Sportello - In particolare l'attività di sportello viene svolta proprio nell'area di "produzione" del Due Palazzi di Padova, fra il call center che segue, ad esempio, le richieste di prenotazione delle Ulss 3 e 6 ed il reparto di assemblaggio, dove, sulla base delle commesse vengono realizzate varie tipologie di lavorazioni a carattere artigianale con alta precisione come ad esempio la produzione di tacchi per scarpe di alta moda.
Evidenzia Franco Maisto della Cisl. che dal 2019 segue i lavoratori della cooperativa sociale Giotto di Padova: "Siamo di fronte ad un percorso di impiego in ambito lavorativo che consente di poter ottenere il riconoscimento di un diritto altrimenti affievolito o negato: non è certo un percorso semplice, vengono attentamente valutati da equipe di educatori, psicologi e personale della polizia penitenziaria e quindi viene dato l'accesso in ambito lavorativo.
Tutto ciò che guadagnano per loro ha un'importanza molto forte. Oltre ad inviare delle somme economiche alle famiglie (elemento questo importante che permette di tornare a risentirsi padri dei propri figli oltre che mariti), in molti casi permette di iniziare a pagare i debiti con l'erario, ma soprattutto a pagare le spese di mantenimento in carcere". L'ambiente a cui si fa riferimento è certamente poco conosciuto ai più, è però importante sottolineare quanto il lavoro tramite le cooperative presenti in carcere offra una vera e propria alternativa al fatto di dover scontare una pena senza una prospettiva di reinserimento reale.
Gli sguardi, l'azione ed i momenti formativi consentono ai reclusi provenienti da tutta Italia di poter iniziare un cammino che porta risultati positivi per tutta la società, una crescita personale ed una consapevolezza che il rispetto delle regole porta. Il percorso, portato avanti dalle realtà del terzo settore al Due Palazzi, oltre a produrre beni e servizi per la comunità esterna, consente ad ogni recluso di fare un passo verso una vita più normale: vi è un percorso di formazione, quindi di inserimento lavorativo e la possibilità di guadagnare uno stipendio più che dignitoso grazie al tempo dedicato al lavoro, quando non vi sono obblighi per udienze, trasferimenti, richieste dei magistrati o altre esigenze dell'istituto.
Accordo - Un lavoro che contribuisce a dare una reale prospettiva grazie a stipendi dignitosi in linea con i contratti collettivi di settore. Le persone detenute svolgono una attività lavorativa volontariamente senza alcuna costrizione, anche se molto spesso inframmezzata da obblighi legati a percorsi giuridici o di altra natura.
"Oltre a questo importante compito svolto dalle cooperative che danno lavoro al Due Palazzi, occorre sottolineare la presenza di molteplici occasioni di formazione scolastica, culturale, sportiva, editoriale, musicale e di assistenza volontaria più in generale. La possibilità di avere occasioni di lavoro è di fatto dare delle speranze, specie a chi ha da trascorrere molti anni prima di tornare alla vita normale.
L'impegno e la professionalità degli addetti ai call center, così come in ambito produttivo, è stato oggetto di un importante approfondimento e confronto con la cooperativa Giotto che ha portato ad un significativo riconoscimento del lavoro e dell'impegno anche in termini di un incentivo economico".
Un accordo quello siglato in data 23 dicembre 2021 che rappresenta un ulteriore mattone per la storia del carcere in Italia, che dimostra che il lavoro consente una vita migliore e che con la dedizione con la quale ognuna delle persone che lavorano in cooperativa dentro il carcere può ricevere un incentivo legato a dei parametri oggettivi: quali la qualità del servizio erogato, l'assenza di procedimenti disciplinari e il completamento del percorso di inserimento. Ci sarà quindi un premio a disposizione dei lavoratori, stimolo a fare ancora di più squadra in un viatico che li avvicini il più possibile ad un lavoro normale.
Cisl - Conclude Franco Maisto della Cisl: "Al di là dell'aspetto economico che consente, con questo accordo firmato all'interno della Casa di Reclusione Due Palazzi, di garantire un aiuto in più ai reclusi e alle loro famiglie, si vuole mettere in luce che l'esempio del carcere di Padova possa tornare utile per tutti gli istituti di reclusione d'Italia, portare il lavoro dentro il perimetro carcerario consente di preparare persone per il mondo del lavoro e di dare loro una piena consapevolezza di dignità e orgoglio.
Ora è il momento di una promozione di questo tipo di servizi perché tenere impegnate le persone le prepara ad una nuova vita. Siamo convinti della bontà dello sportello che realizziamo mese per mese dal 13 giugno 2019. Le attività che vediamo direttamente, i lavoratori inseriti in call center e gli ambienti di lavoro della cooperativa, pur avendo il confine della reclusione, danno l'idea di essere in un normale contesto lavorativo. Abbiamo la speranza che tutto il nostro lavoro svolto in ambito sindacale possa essere il più possibile conosciuto all'esterno, in modo tale che questo sistema virtuoso e collaborativo possa essere replicato in tante altre strutture, il tutto a beneficio della collettività".
di Marco Staglianò
orticalab.it, 24 dicembre 2021
Mercoledì mattina abbiamo avuto il grande onore di assistere, tra le spesse mura del carcere di Ariano, alla proiezione del film "Gelsomina Verde", vittima innocente della prima faida di Scampia, torturata, uccisa e poi data alle fiamme nella sua macchina, a soli 21 anni, per la sola colpa di aver frequentato, probabilmente amato, il ragazzo sbagliato.
Abbiamo avuto il grande onore di condividere questa esperienza con un folto gruppo di detenuti, alla presenza del regista, Massimiliano Pacifico, e di Davide Iodice, pluripremiato regista napoletano teatrale, cointerprete, insieme a Margherita Laterza, Francesco Verde, Giuseppe D'Ambrosio, Francesco Lattarulo, Maddalena Stornaiuolo e Pietro Casella.
Solo il primo di una lunga serie di cineforum a cui, a partire dalle prossime settimane, i detenuti, seppur a rotazione, potranno partecipare condividendo emozioni e pensieri con registi, attori e sceneggiatori. Un'iniziativa di straordinario valore, resa possibile dalla tenacia della direttrice Maria Rosaria Casaburo, dalle donne e dagli uomini della polizia penitenziaria che operano all'interno della casa circondariale arianese, dal Dirigente Scolastico del "De Gruttola" di Ariano, Pietro Petrosino, dalla tenacia della professoressa Michela Notaro, da Michela Mancusi e dallo Zia Lidia Social Club, con il sostengo economico del Gruppo Miele.
Abbiamo assistito ad un'opera di straordinaria intensità, nella quale linguaggio teatrale e cinematografico si fondono perfettamente, un'opera che non suggerisce giudizi ma dubbi, interrogativi che difficilmente potrebbero trovare risposte più esaustive di quelle che gli sguardi di quegli uomini, di quei ragazzi, ci hanno restituito.
Ed è proprio a loro che ci rivolgiamo con parole di infinita gratitudine per la lezione di dignità che ci hanno offerto, per averci ricordato, nel lungo confronto seguito alla proiezione, di quanto sia comodo l'alibi del giudizio e della semplificazione, di quanta responsabilità gravi sulle spalle di ognuno di noi per ognuna di quelle vite compromesse, di quanto sia ipocrita la pretesa di distinguere la responsabilità individuale da quella sociale e collettiva, di quanto sia illusoria e misera la tentazione di ricondurre tutto al libero arbitrio. E di quanto sia perverso, soprattutto, considerare quelle vite perse.
Non abbiamo ascoltato parole di vittimismo, ma siamo stati travolti dall'entusiasmo di condividere una verità più profonda e complessa di quella nella quale noi, qua fuori, ci rifugiamo. Siamo stati travolti dall'ansia famelica di trovare nei nostri sguardi la certezza di poter "stare" ancora in questo mondo, senza rabbia, senza scappare e senza vergogna, anche solo con le parole, amarissime parole che tuttavia tradivano la profonda gioia di condividere, il disperato tentativo di farsi comprendere, l'irrefrenabile tentazione di fare un passo oltre l'ombra del giudizio.
E' stato facilissimo non cedere alla compassione, difficilissimo, invece, sostenere il peso di quelle parole, di quei racconti, di quegli sguardi e di quelle domande che tradivano la necessità di credere in un altro Stato. Non lo Stato latitante, forte con i deboli e debole con i forti, lo Stato colpevole di non esserci stato, di non aver nemmeno incrociato quelle vite quando potevano e dovevano essere curate, se non con il volto dell'abbandono e della repressione.
Domande mosse della certezza che no, noi non potremo mai comprendere fino in fondo cosa vuol dire nascere in certi luoghi, in taluni contesti, dove a 21 anni si può morire per aver amato, dalla certezza che quelli come noi non potranno mai accogliere fino in fondo quella sofferenza. E ciò ci rende colpevoli, molto più colpevoli di loro. Buon Natale, ragazzi.
di Maurizio Patriciello
Avvenire, 24 dicembre 2021
Un giorno, per caso, senti parlare di loro. Inorridisci. Hanno commesso reati di difficile comprensione. Poi, lentamente, precipitano nell'oblio. Solo qualche nome rimane nella memoria collettiva, gli altri escono per sempre dalla scena. Sono persone problematiche da un punto di vista psichico, bisognosi di attenzioni e cure accurate, e che non sempre ci sono state. E così si sono smarrite dietro i loro fantasmi. Dove sono adesso? Che fine hanno fatto?
Nel carcere di Napoli-Secondigliano, in un reparto dedicato, sono detenuti queste persone, quasi tutti giovani, con problemi psichiatrici e con alle spalle reati più o meno gravi. Ognuno di loro si porta dentro la sua storia, non sempre di facile interpretazione. L'uomo è e resta un mistero, guai a ridurlo a ciò che mangia o considerarlo solo un prodotto dell'ambiente in cui vive. Venerdì 17 dicembre, dal caro amico Samuele Ciambriello, garante campano dei diritti dei detenuti, ricevo l'invito - accolto con gioia - a partecipare al pranzo nella sezione occupata da questi fratelli. Nel varcare la soglia, mentre i controlli vengono effettuati, ricordo che "visitare i carcerati" non è, per un cristiano, facoltativo, ma un dovere. Tra i giusti che Gesù proclama c'è chi ha portato loro un poco di conforto.
Comprendo - sia chiaro - il dolore, lo smarrimento, le difficoltà di chi da essi è stato colpito; non mi permetto di giudicare nessuno. Certo, è più facile vestire una bambina infreddolita, dar da mangiare a una famiglia povera, che abbracciare un uomo rinchiuso perché pericoloso. Tutte le regole, dovute al luogo e alla pandemia, vengono rispettate. Nei corridoi c'è un via vai di detenuti, guardie carcerarie, personale medico e paramedico, dirigenti. Poi, ci sono loro: i volontari, giovani e meno giovani. Aria di festa. Si mangia, si parla, si canta, si balla. Sguardo e conversazioni rivolti al futuro, a quando i cancelli si apriranno e la vita riprenderà a scorrere normalmente. Il pranzo è ottimo, i detenuti hanno cucinato non senza difficoltà, dovendo servirsi solo di piccoli fornelli.
Faccio fatica a mantenere i pensieri in ordine. Vagano, scappano, volano per conto proprio. Fisso il crocifisso, nudo, umile, povero, sulla parte di fronte a me. Gli rivolgo mille domande, poi, senza attendere risposta, parlo e rido con il fratello calabrese che mi siede accanto e che, con gentilezza, continua a riempiermi il bicchiere di aranciata. Non ne ho mai bevuta tanta. Certe canzoni napoletane sembrano scritte apposta per creare buonumore, armonia, allegria, e anche un pizzico di nostalgia. Cantiamo a squarciagola.
Tutti figli dello stesso Padre che "fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi"; tutti bisognosi di amore e di perdono. È una bella giornata, dalla finestra spalancata, il sole irrompe nella sala senza tenere conto delle sbarre. Entra per tutti, bacia tutti, riscalda tutti. Quei raggi luminosi e caldi mi ricordano la speranza, senza la quale nessun essere umano potrebbe continuare a vivere. Virtù sulla quale troppo poco abbiamo meditato. Come il sole, infatti, s' intrufola dappertutto, non tiene conto degli ostacoli, dei pericoli, dell'età, della miseria, la speranza. Ed è proprio lei la protagonista di questo stupendo e singolare pranzo di Natale.
Insieme ai detenuti di Secondigliano, vogliamo abbracciare tutti i fratelli e le sorelle - in modo particolare i minorenni - che stanno scontando una pena. Buon Natale! Devono sapere che ci sono cari. Se la società civile, nei loro confronti, si è vista costretta a prendere questa dolorosa decisione è perché le hanno procurato dolore e sconcerto. Ma non ha mai perso la speranza di poterli, prima o poi, rivedere liberi e recuperati, impegnati a rendere più bello il mondo. Forza! Nessuno si lasci cascare le braccia. Il Bambino che giace nella mangiatoia è nato per tutti, anche e, forse soprattutto, per loro.
Un grazie a coloro che rendono un servizio in questi luoghi. Ai volontari e alle volontarie, veri profeti dei nostri tempi, che, senza nulla chiedere o pretendere, con semplicità, portano la gioia dove difficilmente riesce a penetrare, un grazie del tutto particolare. Buon Natale. E a presto.
- Torino. Il Cpr rimpatria solo un migrante su cinque. La Garante: "È inutile"
- Como. I detenuti del Bassone imparano a fare i maniscalchi
- Bologna. Con ago e filo per ridare senso a una vita "chiusa"
- Napoli. Buone notizie da Poggioreale, il nuovo centro dialisi dà una cura a 4 detenuti
- Evoluzione dei diritti e delle pene o ritorno ai secoli passati. Detenuti o merci?









