di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 31 luglio 2021
Vedo la legge Cartabia, le opache e querule opposizioni di facciata che ha suscitato, la sua necessità per addolcire la pillola della infinita durata dei processi, cioè del diniego di razionalità e di elementari garanzie di equità, vedo bene i compromessi opportuni, ma non vedo alcuna riforma della giustizia. Tutte le chiacchierate deroghe su mafia, terrorismo, stupro, sempre accompagnate dal canto lacrimoso intonato in nome delle vittime e del loro risarcimento, che infallibilmente irrora le guance degli ipocriti, sono prive di senso giuridico. "Portare a termine" certi processi per reati gravi e di particolare allarme sociale, forzando la procedura penale e comprando il tempo della giustizia eguale per tutti, insomma la pretesa salvifica di Conte e dei suoi sopravvissuti della legge Bonafede, equivale ad aggiustare i processi, è una modalità paramafiosa di annullare il criterio di una giustizia giusta in nome della propaganda.
In tutta questa chiacchiera, come sempre provocata dal "popolo dell'onestà-tà-tà" e dai suoi rappresentanti nella maggioranza di emergenza nazionale guidata da Draghi, ci stiamo dimenticando il principio cardine che fingiamo di difendere con toni stentorei e tenorili: il diritto eguale. Un magistrato, ovviamente uno di quelli dalla prefazione facile, di quelli che si occupano di megainchieste e di megacorrenti, ha avuto l'impudicizia di dire che senza emendare quelle norme originarie "non potremo più fare maxiprocessi", come se un atto di guerra emergenziale, sacrosanto, contro la cupola di Cosa Nostra fosse erigibile a modello extra e antigiuridico della nuova procedura in nome della retorica chiodata dell'antimafia.
Viviamo, con magistrati presunti corrotti che primeggiano da mesi nelle classifiche della calunnia libraria, con intere procure attraversate dal vento tempestoso degli appelli ad hominem, nello scatenamento vendicativo delle peggiori pulsioni politicanti con la toga addosso, in una situazione di massima iniuria travestita da ricerca di giustizia. E ci dobbiamo accontentare, ché c'è anche qualcosa di virtuoso, di dettagli come le videoregistrazioni, le assunzioni massicce di personale ausiliare, i famosi clerk, e altri mezzi strumentali che non hanno a che vedere con il problema principale. Problema noto a tutti, ratificato in canoniche e celebri campagne referendarie, oggi degradate a parossismo trasversalista, e in storia politica del paese che disattende il meglio di sé. Bisogna abolire la carcerazione preventiva come strumento e metodo di ottenimento delle "confessioni". Bisogna notoriamente separare le carriere di chi giudica e di chi accusa e indaga, l'incompatibilità fondativa su cui è costruito il castello incantato del paese che affetta di detestare i conflitti di interessi e di funzioni, e il traffico di influenze, o così si dice. Bisogna impedire l'abuso delle intercettazioni telefoniche e ambientali, e il loro connesso mercato mediatico, due tra i mezzi prediletti dell'avvilimento della giustizia e della sua cultura. Bisogna normare l'esternazione dei funzionari in toga, impedendo la loro costituzione ogni giorno in partito politico o in sindacato di corporazione attivistica.
Bisogna accelerare i giusti processi per tutti, e tendenzialmente senza deroghe di aggiustamento, collegando l'insieme a una legislazione di decarcerazione che i fatti di Santa Maria Capua Vetere mostrano necessaria e urgente. Bisogna introdurre la responsabilità disciplinare per negligenza e dolo come se non sia mai esistita, perché in effetti con questa organizzazione della corporazione dell'ordine giudiziario non esiste o quasi. Bisogna mettere il ministero della Giustizia nelle mani degli eletti e sottrarlo a quelle dei magistrati. Con tutto il rispetto per la legge Cartabia, benintenzionata, e per la buona mediazione del famoso "primo passo" riformista, la questione di una giustizia eguale per tutti e per tutti efficace è questa, non la si rinviene nell'ultimo scontro tra becerume vendicativo e palliativi vari.
di Francesco Bei
La Repubblica, 31 luglio 2021
Il giorno dopo l'approvazione della riforma Draghi-Cartabia sulla giustizia, è partita la rincorsa ad attribuirsi meriti, spesso a vanvera. I Cinque Stelle rivendicano di aver sventato una manovra che avrebbe disarmato lo Stato di fronte alle mafie, parlando della "schiforma" come di una legge che avrebbe di fatto garantito "impunità" ai boss. Dimenticando che quelle stesse norme erano state votate anche dai loro ministri l'8 luglio, d'intesa con Beppe Grillo. Tutti amici dei mafiosi Di Maio, D'Incà, Patuanelli e Dadone? Improbabile.
La verità è che il presunto favoritismo alle cosche era una forzatura propagandistica, il grimaldello perfetto trovato dai nemici di Marta Cartabia per far saltare il suo progetto e, insieme a lei, dare una bella spallata al governo. Una manovra sventata all'ultimo, ma il disegno era quello e il merito c'entrava ben poco. Tanto più che in Italia i processi per mafia corrono sull'alta velocità, hanno la priorità, mentre quelli per i reati ordinari restano indietro. Quindi il calcolo sulle centinaia di migliaia di procedimenti contro i boss che sarebbero finiti al macero era, come diceva Mark Twain, grossolanamente esagerato.
Del pari fuori misura è il trionfalismo di Matteo Salvini, che si vanta di aver schiantato a terra la legge Bonafede. Non è così. Anzi tra allungamenti della prescrizione, differimento al 2025 dell'entrata in vigore delle nuove norme e possibili proroghe decise dai giudici per i casi più complessi, i processi dureranno (purtroppo) ancora tantissimo. Anche un giorno di troppo, per chi finisce innocente davanti a un magistrato, sia pure accusato di un grave reato, dovrebbe suonare come una bestemmia nella patria del diritto.
E i casi non sono pochi. Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, due giornalisti che alimentano una banca dati sugli errori giudiziari, hanno calcolato che tra ingiusta detenzione ed errori in senso stretto - ovvero coloro che sono riconosciuti innocenti dopo i tre gradi di giudizio - si arriva dal 1991 al 31 dicembre 2020 a quasi trentamila vittime di malagiustizia: in media, poco più di 988 l'anno. Senza calcolare le spese per gli indennizzi, è una cifra enorme. La benemerita riforma Draghi-Cartabia interviene sul "fine processo mai", ma certo è ancora possibile restare per un decennio appesi a un giudizio. E alla fine uscirne da innocenti.
La conclusione è che i partiti della maggioranza stanno facendo a gara per agitare davanti ai follower lo scalpo dell'avversario, ma la narrazione dei fatti e la lettura delle norme dicono altro. Come ha confidato il premier a un ministro al termine della riunione più lunga e sofferta del suo governo, "quella che è stata approvata è una formulazione che consente a ognuno di voi di rivendicare un successo". Si capisce l'interesse di Draghi di spegnere il prima possibile ogni scintilla che possa far ripartire l'incendio appena domato.
La verità tuttavia è che nessuno può cantare vittoria tranne, appunto, il premier. Mr Fix-it, il signor aggiusta-tutto come l'ha ribattezzato il New York Times, è riuscito a imporsi anche sul terreno dove i partiti si sono combattuti più aspramente in questi trent'anni, quello della giustizia penale. Per citare un altro giornale internazionale che ha dedicato spazio alla vicenda, il Financial Times, per l'ex banchiere si trattava della "toughest nut to crack", della noce più dura da rompere.
Mettere insieme e far votare lo stesso testo dai giustizialisti alla Bonafede, uno che teorizzava da ministro che "gli innocenti non finiscono in carcere", così come dai più garantisti, è stato in effetti un mezzo miracolo politico. Riuscito solo perché alla fine Draghi è andato a vedere il bluff dei Cinque Stelle, forzando sull'approvazione. A quel punto a Giuseppe Conte sarebbe rimasta un'unica scelta, far astenere i suoi ministri oppure farli uscire dal governo. Una scelta identitaria che avrebbe schiacciato il suo movimento su una posizione massimalista, molto lontana da quel profilo moderato e persino "liberale" che l'ex premier vorrebbe per la sua nuova creatura. Oltretutto anche il Pd ha fatto arrivare a Conte un messaggio preciso: su quella deriva i Cinque Stelle sarebbero rimasti da soli. E questo avrebbe significato la fine di ogni prospettiva di alleanza di centrosinistra alle prossime elezioni. Di fronte a questo panorama di macerie, che avrebbe fatto felice solo l'ala più oltranzista del M5S e qualche fiancheggiatore della stampa amica, Conte si è fermato e ha accettato il compromesso.
Bene così e bene anche per l'Italia. Che deve mantenere di fronte all'Europa l'impegno di abbattere del 25 per cento i tempi dei giudizi penali entro il 2025. Lo si potrà fare grazie ai massicci investimenti del Recovery sulla giustizia, garantiti dall'approvazione della riforma Cartabia, non certo inseguendo il feticcio dell'abolizione della prescrizione.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 31 luglio 2021
L'obiettivo del governo è approvare il testo entro lunedì alla Camera. Sì all'emendamento Annibali (Iv): arresto per i molestatori sotto casa. La riforma della giustizia finalmente corre. Dopo la giornata di giovedì, con il governo e la maggioranza sulle montagne russe, ora hanno tutti una gran fretta di chiudere. L'obiettivo della maggioranza è votare e approvarla alla Camera tra domenica e lunedì. La ministra Marta Cartabia non teme più impedimenti. E spiega, all'intervistatore del Tg3 che le chiede se davvero i tempi dei processi saranno più veloci: "È l'obiettivo di questa riforma che vuole rimediare a un problema della giustizia italiana dove i processi spesso hanno una eccessiva durata. Dopo un reato è fondamentale accertare tutti i fatti e le tutte le responsabilità e farlo in tempi certi. Questo nell'interesse delle vittime, degli imputati, di tutti i cittadini".
In extremis, però, c'è il tempo per alcune piccole aggiunte. Il deputato Enrico Costa, Azione, convince tutti sulla necessità di garantire l'oblio dai motori di ricerca per le persone assolte. E Lucia Annibali, Italia viva, ottiene il consenso di tutti su una norma anti-stalker: si dispone "l'arresto obbligatorio in flagranza" per mariti o ex mariti violenti che violano i provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Lei sa bene, purtroppo, per averlo vissuto sulla sua pelle, che cosa significhi la violenza di un ex.
Attualmente l'arresto in flagranza è previsto per i maltrattamenti contro i familiari e i conviventi, ed anche per il reato di stalking, ma per chi violava il divieto di avvicinamento non era previsto che scattassero le manette e la detenzione arrivava solo al termine di un eventuale processo. "Sono situazioni - ha commentato Annibali - che purtroppo si sono verificate di frequente negli episodi di violenza verso le donne da parte di ex mariti o ex compagni". L'arresto in flagranza dovrebbe evitare quindi che dalla minaccia un ex passi ai fatti con esiti tragici, come accade sempre più spesso. In base ai dati forniti dal Viminale relativamente al periodo compreso tra il primo gennaio e il 25 luglio 2021 sono stati registrati 157 omicidi, con 64 vittime donne di cui 56 uccise in ambito familiare/affettivo. Di queste, 39 hanno trovato la morte per mano del partner o di un ex.
Piccoli significativi aggiustamenti in una riforma che però segna davvero uno scarto di marcia. Si passa da una previsione, secondo la legge Bonafede, per cui i reati non scadevano mai, a un'altra in cui i processi sono sottoposti a tempi assolutamente stringenti.
Ecco perché la ministra può dire che si mette rimedio al problema italiano dell'eccessiva durata dei procedimenti. E su questo aspetto ci siamo impegnati con l'Europa, che ha condizionato i miliardi del Recovery Plan a una riforma della giustizia che riduca del 25% i tempi del processo penale e addirittura del 40% quelli del processo civile. Ovviamente, se ci si riuscirà, i primi a beneficiarne saranno gli italiani. E poi l'economia. "Sappiamo bene che tanti investimenti stranieri stentano ad arrivare in Italia, tra gli altri motivi, anche per le incertezze dei tempi della giustizia civile", dice ancora la ministra Guardasigilli al Tg3.
Come annunciato, ci sarà un doppio binario che mette al sicuro i processi di mafia, terrorismo, stupro e traffico di stupefacenti. Non i reati di corruzione e concussione. E di ciò si vanta Forza Italia: "Non possiamo non sottolineare che dal testo approvato è stato, infine, espunto l'irragionevole ed incostituzionale doppio binario inizialmente previsto per i reati contro la pubblica amministrazione. Il nostro gruppo da sempre si batte per una più equa disciplina delle responsabilità di sindaci e pubblici amministratori".
E mentre i partiti di maggioranza cantano tutti vittoria, ciascuno dal suo punto di vista, le opposizioni demoliscono la riforma. "Una invereconda mediazione al ribasso per tenere unita una maggioranza dilaniata. Mancano clamorosamente tempi rapidi del processo, sicurezza della pena e giusto processo", denuncia Andrea Delmastro, responsabile Giustizia di Fratelli d'Italia. A protestare contro la riforma sono anche gli ambientalisti, che avrebbero voluto maggiori garanzie per gli ecoreati.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 31 luglio 2021
Con la solita franchezza consentitami da un giornale le cui insegne culturali e civili sono il dubbio e il conseguente garantismo debbo dirvi che più leggo l'elenco dei reati esclusi formalmente o di fatto, con presunti "aggiustamenti tecnici", dalla "improcedibilità" preferita alla prescrizione dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, nei passaggi in appello e in Cassazione, meno mi convinco dell'" addio" volenterosamente o ottimisticamente annunciato al "fine processo mai". O alla figura barbarica dell'imputato a vita. E più mi verrebbe voglia di dare ragione, una volta tanto, al Fatto Quotidiano con quel titolo di prima pagina su "Cartabia & C." che "cedono" a Conte, riuscito quanto meno a "limitare i danni", dal suo punto di vista, derivanti dalla riforma del processo penale all'esame della Camera.
Potrei, sempre una volta tanto, condividere anche il fotomontaggio del giornale diretto da Marco Travaglio in cui il pugno destro dell'ex presidente del Consiglio è infilato in un guantone rosso da pugile e Draghi e Cartabia hanno l'occhio destro livido e occultato con una lente nera. Dirò ancora di più. Sempre una volta tanto, immedesimandomi in un elettore di quelli ai quali si rivolge con l'aria del consigliere e del protettore il direttore del Fatto Quotidiano, potrei condividere la sua lettura delle decisioni prese dal Consiglio dei ministri dopo le convulse trattative sulle modifiche alle modifiche del governo alla riforma del processo penale. In particolare, Travaglio ha scritto che "i pericoli peggiori (anche se non tutti) della schiforma Cartabia sembrano sventati: basta confrontare il testo originario con quello stravolto dall'accordo di ieri. I 5 Stelle, dopo mille cedimenti e sbandate, ridanno agli elettori un motivo per votarli".
Che cosa dovrebbe fare allora uno come me, che non ha mai votato e tanto meno condiviso le aspirazioni di un movimento come quello delle 5 stelle, neppure le istanze all'onestà perché contraddette spesso dalla pratica dei loro portavoce e dall'arbitraria applicazione della disonestà a comportamenti legittimi? Dovrebbe aggiungere il presidente del Consiglio e la ministra della Giustizia in carica, con tutto il loro prestigio, e la loro storia professionale alle spalle, al lungo elenco degli opportunisti o dei pavidi che hanno fatto mettere la politica, il Parlamento, la democrazia e chissà cos'altro sotto i piedi di una certa magistratura stravolgendo la Repubblica, sino a renderla più giudiziaria che parlamentare? E, di conseguenza, avendo presuntivamente tutti fallito nell'azione di contrasto a questo andazzo cominciato tanti anni fa, forse ancor prima della famosa Tangentopoli esplosa nel 1992 con l'arresto di Mario Chiesa a Milano, aderire al vero partito di maggioranza che è diventato quello delle astensioni? Beh, non ci penso neppure.
A costo di apparire ingenuo, superato lo sgomento iniziale, sono invece tentato dalla volontà di giustificare in qualche modo sia Draghi sia Cartabia con le ragioni superiori della lotta alla pandemia e delle altre emergenze per fronteggiare le quali è stato formato l'attuale governo. Penso allo scrupolo, forse anche incoraggiato dietro le quinte dal presidente della Repubblica ormai in semestre cosiddetto bianco, senza possibilità di sciogliere le Camere, di evitare una crisi da irresponsabilità dei grillini. La cui esplosione finale si è forse preferito a Palazzo Chigi ritardare al momento in cui si potrà davvero tornare alle urne e farla finita con questa legislatura appesa dal primo momento agli umori e ai problemi tutti interni ad un movimento nato e cresciuto allo scopo, neppure tanto nascosto, di destabilizzare un sistema che già di suo era in notevole sofferenza.
Mi piace pensare - magari illudendomi, ripeto, e facendo la figura dell'ingenuo che Draghi e Cartabia abbiano voluto mettere in sicurezza quel poco della loro riforma - altro che la "schiforma" denunciata da Travaglio e contrastata da Conte nel suo rodaggio di presidente del MoVimento 5 Stelle designato, prima bocciato e poi recuperato da Grillo - e scommettere pure loro sui sei referendum sulla giustizia promossi da leghisti e radicali. Cui a questo punto, dopo l'adesione dei cinque consigli regionali previsti dalla Costituzione, non sarebbero più necessarie neppure le 500 mila firme anch'esse richieste dalla Costituzione. Più della metà delle quali comunque sono state già raccolte, a dimostrazione di quanto le prove referendarie siano condivise dall'opinione pubblica: tanto condivise quanto osteggiate dall'ala più militarizzata, diciamo così, della magistratura e dai partiti, correnti, giornali eccetera che la fiancheggiano.
Sono passati ormai troppi anni dal 1987 e successi troppo guai da allora, a scapito della Giustizia con la maiuscola, per pensare che possa ripetersi - magari con Draghi ancora a Palazzo Chigi e la Cartabia guardasigilli - ciò che accadde 34 anni fa, quando la responsabilità civile dei magistrati, per esempio, fu reclamata dalla stragrande maggioranza degli elettori referendari e sostanzialmente negata, dopo pochi mesi, in una legge che avrebbe dovuto semplicemente disciplinarla.
Per non sbagliare o essere più semplicemente coerente con ciò che ho scritto, appena trasmesso questo articolo al Dubbio andrò a firmare, alla prima postazione più vicina a dove mi trovo, i moduli di tutti i referendum in cantiere. Dei quali non deploro ma apprezzo che si siano convinti gli stessi o gli eredi di quei leghisti che il 16 marzo 1993 si unirono ai forcaioli applaudendo o incoraggiando con risate il loro collega deputato Luca Leoni Orsenigo che ostentava un cappio nell'aula di Montecitorio.
di Giulia Merlo
Il Domani, 31 luglio 2021
La riforma della giustizia cambia il codice penale rivoluzionando i tempi dei processi con l'istituto dell'improcedibilità. Lo scontro politico ha riguardato la prescrizione. Le statistiche evidenziano dove i procedimenti sono davvero a rischio. A sorpresa molte corti del sud hanno buone percentuali. E in Sicilia i tempi dell'appello per i reati di mafia sono virtuosi.
Lo scontro sulla riforma della giustizia penale, che si è chiuso giovedì con un accordo tra i partiti della maggioranza, si è giocato quasi per intero sulla prescrizione e, come si legge nel nuovo testo voluto dal guardasigilli Marta Cartabia, su quello dell'improcedibilità. Istituti che prevedono l'estinzione del reato a fronte del passaggio del tempo che esaurisce la pretesa punitiva dello stato. La prescrizione è attualmente prevista solo per il processo di primo grado. La riforma Bonafede del 2019, infatti, prevede che il decorso della prescrizione sostanziale si interrompa quando il tribunale emette la sentenza. Dopo questo momento, si presume che la volontà dello stato di procedere per il reato sia chiara e dunque il processo debba arrivare a sentenza definitiva, senza alcun limite di tempo per farlo.
La riforma Cartabia inserisce un nuovo meccanismo: in primo grado rimane la prescrizione sostanziale prevista da Bonafede e calcolata sulla base della pena, e che dunque ha durata diversa a seconda della tipologia di reato. In appello e in Cassazione, invece, viene introdotta la prescrizione cosiddetta processuale: in questo caso a estinguersi non è il reato ma il processo.
La prescrizione processuale, infatti, prevede una durata fissa per ogni fase: due anni in appello e uno in cassazione. Questa durata secondo i tecnici di Via Arenula non è stata individuata in modo arbitrario, ma risponde ai tempi stabiliti come "non irragionevoli" per i giudizi di impugnazione dalla legge Pinto del 2001, che ha recepito le previsioni della Convenzione europea sulla giusta durata dei processi e sancisce il diritto all'equa riparazione nel caso di danno da irragionevole durata.
Questa formula ibrida, che somma due diversi tipi di prescrizione - una che ha effetti sul reato e una sul processo - è stata fortemente criticata dai magistrati, che hanno lanciato due specifici allarmi. Il primo, che la prescrizione processuale faccia "morire" moltissimi processi in appello: addirittura il 50 per cento, secondo il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Il secondo, che così si indebolisca il contrasto a fenomeni mafiosi: "La improcedibilità non corrisponde alle esigenze di giustizia anche perché riguarda tutti i processi compresi quelli per reati gravissimi, come mafia, terrorismo e corruzione, con conseguenze molto gravi nel contrasto alle mafie, al terrorismo e alle altre illegalità", ha detto il procuratore antimafia, Federico Cafiero de Raho.
Il fuoco di fila dei pm antimafia è stato unanime, e Cartabia - anche per l'imposizione del M5s - ha deciso nell'ultima bozza della riforma di modificare il testo. Che ora è stato accettato da tutti i partiti della maggioranza. La rivoluzione scatterà dal primo gennaio 2015, quando per tutti i reati ordinari sarà previsto il termine dei due anni in appello e uno in cassazione, prorogabili su decisione motivata del giudice di un anno in appello e sei mesi in cassazione. Prima della fatidica ora X, è stata prevista una norma transitoria che vale fino a fine 2024, e che riguarda i termini di tutti i processi: tre anni in appello e 18 mesi in Cassazione.
Per quanto riguarda i reati più gravi, nulla cambia per quelli puniti con l'ergastolo: non ci sono termini di durata previsti. Per mafia, terrorismo, violenza sessuale e associazione finalizzata al traffico di droga saranno possibili proroghe (sempre motivate) senza limiti di tempo. Infine sul tema dei reati "aggravati dal metodo mafioso" la mediazione tra partiti ha prodotto un allungamento rispetto a quelli senza aggravante: dal 2025 si prescriveranno in 5 anni durante l'appello e 2 e mezzo in Cassazione.
Ancora ieri molti magistrati si dicevano preoccupati dall'effetto della riforma sulla cancellazione di decine di migliaia di processi. Per valutare la fondatezza degli allarmi lanciati, è necessario partire dai dati a disposizione. Numeri che in parte smentiscono alcuni luoghi comuni sulle patologie del processo in Italia. Secondo i dati ministeriali del 2019 - ultimo anno non influenzato dalla pandemia e quindi verosimile in una proiezione futura - i procedimenti che si sono conclusi con la prescrizione del reato rappresentano il 9 per cento di quelli avviati a livello nazionale.
Interessante però è constatare in quale fase i procedimenti si prescrivono: circa il 38 per cento durante le indagini e dunque prima ancora che il processo sia cominciato; il 32 per cento nel giudizio di primo grado e il 26 per cento nel giudizio d'appello, mentre è insignificante nel giudizio cassazione, con meno dell'1 per cento. La maggior parte dei reati, quindi, non si prescrive per cause legate al processo e dunque a eventuali lungaggini procedurali, ma nella fase ancora precedente in cui gli inquirenti indagano. Tuttavia, le critiche della magistratura alla nuova prescrizione processuale si concentrano sul fatto che due anni siano troppo pochi per concludere il giudizio di appello.
Analizzando la durata di questa fase processuale, emerge che la durata media dei processi in appello in Italia è di 835 giorni, dunque più alta dei 730 previsti dalla nuova riforma, qualora rimanesse la previsione più restrittiva. Approfondendo il dato, tuttavia, risulta che le corti d'appello a superare il limite dei due anni sono otto: Firenze con 745 giorni, Bari con 813, Bologna con 823; Venezia con 996; Roma con 1142; Catania con 1247; Reggio Calabria con 1645 e Napoli con 2031. Tutte le altre corti d'appello, invece, sono già al di sotto dei due anni per durata media dei procedimenti: compresa quella di Catanzaro oggi guidata da Gratteri, dove un processo d'appello dura in media 567 giorni.
Ovviamente, nelle corti con un processo più breve in appello, l'incidenza della prescrizione è molto inferiore. Un esempio su tutti fatto con due corti comparabili a livello di volume di contenzioso: nel 2019 il distretto di Napoli ha avuto una percentuale di prescrizioni del 32,8 per cento; in quello di Milano, dove il tempo di conclusione dell'appello è sei volte inferiore a quello di Napoli (2031 giorni contro 335) la prescrizione del reato in appello è avvenuta solo nel 4,5 per cento dei procedimenti. Tradotto: nel caso in cui la riforma entrasse in vigore così com'è, gli interventi più drastici di rafforzamento delle corti d'appello per ridurre la durata dei processi dovrebbero essere localizzati ai soli distretti che già non rimangono sotto il limite del 730 giorni.
I dati mostrano anche un altro elemento: la durata dei processi è totalmente indipendente dall'elemento geografico, smentendo la facile equazione che i distretti del meridione, quelli anche più interessati alla lotta a fenomeni mafiosi, siano quelli più lenti dove i processi si prescrivono con maggiore frequenza.
A dimostrarlo è il dato sulla prescrizione pre-riforma Bonafede: nel 2020, la media nazionale di incidenza delle prescrizioni in grado d'appello sul totale dei procedimenti definitivi è stata del 26 per cento. I distretti con le maggiori difficoltà sono Roma (49 per cento), Reggio Calabria (48) e Venezia (45). Proprio questo dato è significativo perché si tratta di tre corti diversissime: Roma è la più grande d'Italia con oltre 10 mila procedimenti definiti l'anno; Reggio Calabria invece, con poco più di 1100 procedimenti, è omologabile a Caltanissetta che ha invece solo il 3 per cento di prescrizioni; infine Venezia, che conta circa 4000 procedimenti. Sopra la media nazionale ci sono poi Napoli (39 per cento, su 9 mila procedimenti), Catania e Bologna (33, rispettivamente su 3 mila e 6500) e Catanzaro (29 per cento su 2900). Efficienti, invece, sono le corti d'appello medio-grandi come Milano e Palermo (6 per cento di prescrizioni su, rispettivamente, 5700 e 5000 procedimenti) e buoni risultati si hanno in tutte le procure siciliane, dove spicca il dato negativo di Catania, mentre le altre tre oscillano tra il 3 e il 6 per cento di prescrizione.
Proprio il fatto che la durata dei processi e la prescrizione dei reati non sia legata a un fatto territoriale permette di trarre altre conclusioni sul tema del contrasto alle mafie. Le corti siciliane sono decisamente rapide in grado d'appello: Messina è la più veloce d'Italia, con appena 228 giorni per concluderlo; Caltanissetta la segue con 293 giorni, Palermo con 445. In Campania, la maglia nera è quella di Napoli, mentre Salerno è tra le corti più rapide, con appena 340 giorni. Identica la situazione in Calabria, dove Reggio Calabria fissa il record negativo dietro Napoli, mentre Catanzaro è sotto la media nazionale. La durata media dei giorni di durata dei processi in appello, tuttavia, non permette di apprezzare dati qualitativi sui singoli reati. La domanda quindi è: i processi per mafia, vista la loro potenziale difficoltà, si prescrivono più degli altri? In realtà, questo tendenzialmente non accade. La ragione è prettamente legata a cause processuali, che favoriscono la velocità in appello di questi reati.
I processi per mafia sono quelli in cui si contesta il reato associativo, il cosiddetto 416 bis - ovvero l'associazione per delinquere di stampo mafioso - e i reati cosiddetti "fine", che descrivono l'attività criminale della cosca (i più diffusi sono il traffico di stupefacenti, l'usura, l'estorsione, il riciclaggio e oggi sempre più spesso anche reati finanziari). Come scrive il presidente dell'Unione camere penali italiane, Giandomenico Caiazza, si tratta di processi che "sono in larghissima percentuale a carico di imputati in stato di custodia cautelare".
A livello pratico, questo si traduce nella conseguenza che, a dettare i tempi della trattazione di questi processi, sono i termini di custodia. In altre parole, questi processi hanno una sorta di binario privilegiato per cui vengono celebrati con precedenza rispetto ad altri, perché il giudizio va celebrato prima della conclusione del termine di custodia cautelare previsto in quella fase (almeno per le imputazioni principali che hanno un termine che prorogabile fino a circa 2 anni). In questo modo, si evita che l'imputato torni a piede libero. "Nessuna Corte di Appello versa nelle condizioni di non riuscire a celebrare questi giudizi prima dello spirare del termine custodiale di fase. Possiamo anzi dire che è proprio la trattazione prioritaria di questa categoria di processi a determinare i gravi ritardi di trattazione dei tanti altri che per comodità vogliamo definire ordinari", conclude Caiazza. In ogni caso, la mediazione trovata dal governo esclude l'improcedibilità per prescrizione processuale per tutti i reati di mafia.
L'appello nella maggior parte dei casi si conclude in una sola udienza o con un numero molto ridotto di udienze. Questo perché in appello la fase istruttoria non avviene, ma si esamina solo la parte appellata della sentenza di primo grado e la rinnovazione delle prove non è frequente, ma avviene solo se il giudice la consente su richiesta del ricorrente. Nonostante questo, il processo d'appello rimane il collo di bottiglia del sistema giudiziario italiano.
A produrre questo effetto è stata la riforma del 1998 che, per un numero importante di reati, ha sostituito nel primo grado il giudice monocratico al collegio. Tradotto: in primo grado nella maggior parte dei casi è un unico giudice a decidere e non più un collegio composto da tre. Questo ha decongestionato il primo grado ma ha progressivamente ingolfato l'appello: a fronte di un aumento di flusso di ricorsi, i giudizi d'appello sono sempre collegiali e l'organico nelle corti non è stato rafforzato. Per fare un esempio, infatti, a Roma il tempo solo per il passaggio di un fascicolo dal tribunale alla corte d'appello è di un anno, che si perde non per svolgere udienze ma per sole ragioni di organizzazione carente.
Per risolvere il problema, la scommessa della riforma Cartabia è proprio quella di incidere sulle corti che hanno maggiori problemi e percentuali disastrose, partendo dall'assunto che la prescrizione come patologia di sistema è un fenomeno "localizzabile", la cui soluzione - che si traduce in una riduzione dei tempi del contenzioso - deve partire proprio dagli uffici.
La ministra della Giustizia ripete da giorni che la riforma del penale va letta per intero e non solo nella parte che riguarda la prescrizione: il testo prevede una serie di interventi che riguardano ogni fase processuale in modo da ridurne i tempi. Inoltre è prevista una massiccia campagna di assunzioni di funzionari e magistrati e la creazione dell'ufficio del processo, che dovrebbe essere un gruppo di lavoro formato da tirocinanti, magistrati onorari e cancellieri che coadiuvano il giudice in modo da velocizzarne il lavoro, in ottica soprattutto di smaltimento dell'arretrato. Rafforzare gli organici e una migliore organizzazione degli uffici dovrebbe permettere a Roma di raggiungere gli stessi livelli di efficienza di Palermo e Milano. D'altronde anche la riforma Bonafede che andrà salvo sorprese in soffitta prevedeva un potenziamento degli organici importante.
Inoltre, la riforma Cartabia prevede una nuova disciplina delle notificazioni, nuove norme che escludono la punibilità per tenuità del fatto e che sospendono il procedimento con messa alla prova. Infine, sono previsti dei meccanismi di allargamento del patteggiamento. Tutti strumenti che puntano a ridurre il contenzioso, soprattutto quello in appello. In questo modo, è la speranza del ministero, la prescrizione diventerà un fenomeno patologico a cui si arriverà per un numero ridottissimo di casi, in modo da raggiungere l'obiettivo fissato dall'Unione europea di ridurre del 25 per cento la durata dei giudizi penali. Un taglio, ricordiamolo, fondamentale anche per ottenere i soldi del Recovery fund.
Se dal punto di vista della velocizzazione dei tempi la riforma Cartabia ha messo in campo una serie di soluzioni che dovrebbero snellire i processi, la nuova prescrizione prima sostanziale e poi processuale solleva però altri problemi di natura più prettamente procedurale, che l'accademia si è incaricata di far emergere. Si tratta, in particolare, di questioni che potrebbero finire davanti alla Corte costituzionale per ragioni legate alla disparità di trattamento degli imputati.
Giuristi come Giorgio Spangher, professore emerito di procedura penale alla Sapienza di Roma, inoltre, hanno paventato l'ipotesi di una parziale bocciatura europea: la Corte di giustizia, infatti, potrebbe autorizzare i giudici di merito a disapplicare l'improcedibilità ogni volta che vengano pregiudicati "gli interessi europei", creando incertezza sui casi di applicabilità della norma. Sul fronte europeo, eventuali problematiche potrebbero anche venir sollevate davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, perché l'improcedibilità rischia di ledere gli interessi della vittima del reato, oltre a vanificare il diritto alla conclusione del processo con una sentenza di merito, sia a favore che a carico.
Infine - e questo è il pericolo forse maggiore - la natura processuale della prescrizione in appello e Cassazione fa venire meno il principio di irretroattività delle norme penali sostanziali previsto dall'articolo 25 della Costituzione. La corte costituzionale, allora, si troverebbe a dover decidere su possibili ricorsi in cui questa natura ibrida della prescrizione rende incerta l'applicazione della norma anche a casi precedenti.
Altro problema riguarda l'obbligatorietà dell'azione penale prevista dalla Costituzione all'articolo 112: la prescrizione processuale estingue il processo e non il reato, che però non potrebbe più venire perseguito per sole ragioni processuali, mettendo in discussione proprio il principio dell'obbligatorietà a perseguire i reati.
Infine, emerge un evidente problema pratico di possibili disparità di trattamento che risulta facilmente comprensibile con un esempio: il reato di estorsione si prescrive in 10 anni e, applicando l'attuale riforma della prescrizione si possono verificare due casi estremi. In primo grado il processo dura 10 anni meno un giorno, dunque rimane nel termine della prescrizione sostanziale e non muore. Poi il processo potrà durare altri due anni in appello e uno in cassazione per un totale di 13 anni per arrivare concretamente alla prescrizione. All'opposto, in un tribunale molto veloce il primo grado potrebbe durare 3 anni: sommando i 2 anni più 1 delle altre due fasi, lo stesso reato estorsivo si prescriverebbe in 6 anni.
Questi problemi si sono verificati perché la scelta del governo è stata quella di fare una crasi tra le due ipotesi di riforma della prescrizione previste dalla commissione di esperti presieduti dall'ex giudice e presidente della corte costituzionale Giorgio Lattanzi, che aveva il compito di proporre le modifiche al testo base del ddl penale.
La commissione aveva prodotto due ipotesi di riforma: la prima prevedeva di reintrodurre la prescrizione sostanziale anche in appello e Cassazione, ma con una sospensione di due anni in appello e uno per la cassazione. Se nel tempo di sospensione non si giungeva a sentenza, la prescrizione sostanziale riprendeva a decorrere. La seconda proposta invece prevedeva l'introduzione per tutti i gradi di giudizio della prescrizione processuale: la prescrizione sostanziale si interrompeva con l'esercizio dell'azione penale, poi la previsione di termini di fase di 4 anni per il primo grado, 3 per l'appello e 2 per la cassazione oltre i quali scattava l'improcedibilità.
Per ragioni di compromesso politico con il Movimento 5 stelle, che non voleva rinunciare allo stop alla prescrizione sostanziale dopo il primo grado, alla ministra non è rimasto che provare una sintesi tra le due proposte. Il risultato, tuttavia, è che la doppia natura sostanziale e processuale della prescrizione produce un istituto spurio, che interviene prima sul reato e poi sul processo, generando potenziali effetti aberranti. Tra le quali, anche e forse soprattutto una penalizzazione dell'innocente che - nelle corti più ingolfate - rischia di non poter ottenere una assoluzione piena ma solo la "morte" del processo per decorrenza dei termini, a meno che non accetti di rinunciare alla prescrizione.
di Liana Milella e Lavinia Rivara
La Repubblica, 31 luglio 2021
La ministra della Giustizia risponde alle domande della redazione di Repubblica. E dice: "La nostra legge non produce nessuna zona di impunità. La prima forma di impunità sono i processi che non finiscono mai". Racconta la Guardasigilli: "Ho temuto che saltasse tutto quando ho visto la politica ignorare il merito per restare prigioniera delle bandiere".
Dopo l'accordo sul filo della crisi della riforma del processo Penale, la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ospite di un forum nella nostra redazione, racconta le ore in cui tutto è stato a un passo dal saltare, difende le ragioni e lo spirito della sua legge ribaltando sugli avversari l'accusa di impunità, confessa lo smarrimento di fronte a una politica prigioniera delle sue bandiere e non del merito delle nuove norme, rivendica una giustizia e un diritto penale miti, dove i tempi del giusto processo sono certi, dove le sanzioni alternative e la giustizia riparativa si allargano perché "nella Costituzione c'è scritto pena, non carcere". Lo fa rispondendo per oltre un'ora alle domande che le vengono rivolte con determinazione ed eleganza. Confessando che nelle ore più difficili di questo passaggio si è rifugiata nella lettura di un saggio su Leopardi, scoprendo che il campione del Pessimismo cosmico, in realtà si nutriva di illusione, della convinzione che il corso delle cose possa essere diverso da quello che si immagina.
Ministra Cartabia benvenuta a Repubblica. Perché questa riforma è importante per i cittadini, per le famiglie, per le imprese?
"È una riforma importante a vari livelli. Innanzitutto, perché si muove nella direzione di attuare principi costituzionali come la ragionevole durata del processo. L'eccessiva durata dei processi è un problema del nostro Paese che dobbiamo risolvere. Lo esige la Costituzione e lo esigono principi europei. Ma soprattutto lo dobbiamo ai nostri cittadini, che patiscono i danni di una giustizia lenta. L'obiettivo di questa riforma è arrivare a sentenze definitive in tempi rapidi. Dopo un reato, è fondamentale garantire l'accertamento pieno dei fatti e delle responsabilità. E questo deve avvenire nei tempi giusti. C'è poi anche una ragione contingente: questa riforma è un impegno preso con l'Europa come condizione per ricevere i finanziamenti del Recovery fund".
Giovedì c'è stato un momento in cui lei ha temuto che saltasse tutto, anche il governo? Oppure è stato un gioco delle parti?
"Non è stato un gioco delle parti. È stata una giornata molto complessa dal punto di vista politico, e il timore che si arrivasse in fondo senza l'accordo di tutti c'è stato in vari momenti. E questo non solo ieri, ma anche nelle settimane precedenti. Quella di ieri è stata la punta dell'iceberg di mesi di incontri, confronti, dialoghi, aggiustamenti e di un lungo, tenace e paziente lavoro di mediazione. Sicuramente la tensione era altissima, su un tema su cui - lo sappiamo - tutte le forze politiche hanno convinzioni radicate e punti da difendere molto forti. La posta in gioco era molta alta, e questo si avvertiva in ogni richiesta di modifica, anche di una virgola: la partita politica si preoccupava delle proprie bandiere, ignorando i contenuti della legge".
Nell'ultima fase della trattativa c'è stato un protagonismo di M5S su un tema delicato come quello dei reati di mafia. La loro richiesta era strumentale o rispecchiava un'esigenza di giustizia?
"Come ho detto poco fa, l'obiettivo della riforma è far arrivare a conclusione nel merito ogni - e ribadisco ogni - processo. Quanto ai reati per mafia, già nella prima bozza approvata l'8 luglio, c'era un'attenzione particolare. Questo perché nel nostro ordinamento ci sono regole dedicate per i reati gravi. Non a caso si parla di "doppio binario". Quindi è stato del tutto naturale prevedere da subito regole diverse. L'improcedibilità, ad esempio, era già esclusa per i reati puniti con l'ergastolo. I processi di mafia sono trattati con priorità anche per la presenza di imputati detenuti. Se poi si considerano i dati di durata media dei processi nelle Corti d'Appello possiamo dire che il pericolo di mandare in fumo, come si suol dire, i processi di mafia non c'è mai stato. In ogni caso, a fronte di preoccupazioni manifestate da più parti, abbiamo previsto una norma transitoria, per l'entrata in vigore con tempi più lunghi e abbiamo introdotto un nuovo sistema: proroghe rinnovabili, ma sempre motivate e sempre impugnabili in Cassazione. Stiamo attenti, non si tratta di processi senza limite, ma proroghe rinnovabili solo con un'ordinanza motivata. Il giudice cioè si assume la responsabilità di dire che ha bisogno di più tempo".
Una parte della magistratura ha criticato la sua riforma. Ma non ci sono stati prima degli incontri, in cui erano emersi i punti critici?
"Io ho anzitutto incontrato le forze politiche, perché è noto che la nostra riforma va a innestarsi sul ddl Bonafede ereditato dal governo precedente. In seguito, c'è stato il lavoro della commissione di esperti presieduta da Giorgio Lattanzi, grandissimo magistrato penalista, presidente della Corte Costituzionale; con lui c'era anche Ernesto Lupo, già presidente della Corte di Cassazione. Inoltre, la Commissione era composta da magistrati, avvocati, professori. Hanno ascoltato tutti i principali attori, a cominciare dalla magistratura. Sulla base delle loro conclusioni e delle mie convinzioni, mi sono confrontata ancora con le parti politiche. Certo il confronto c'è stato prima ed è continuato. Non solo abbiamo ascoltato da subito i magistrati, ma abbiamo continuato a farlo anche dopo, e io non ho avuto alcuna difficoltà ad accogliere i loro suggerimenti, tant'è che ora il presidente dell'Anm dice che parte delle loro preoccupazioni si sono un po' allentate. Si è giunti qui per via del contesto politico che conosciamo. Io stessa ho dovuto accettare questa formula mista di prescrizione, per cercare una strada praticabile nel contesto dato. Mi sono convinta però che questa scelta possa funzionare bene nel concreto".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 31 luglio 2021
Il sostituto procuratore della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria: "Il doppio binario per i reati gravi non serve. Il provvedimento rischia la bocciatura della Corte europea". "Vuole sapere francamente come la penso? Siamo di fronte a un compromesso politico al ribasso nel tentativo di accontentare tutti. Ed è una grave occasione mancata per una riforma complessiva del sistema. Preciso fin da subito che il doppio binario per i reati più gravi (mafia, terrorismo, etc. ndr) non solo non basta, ma non è nemmeno utile". Stefano Musolino, magistrato in forza alla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, è da pochi giorni il nuovo segretario di Magistratura Democratica. Con una linearità quasi impietosa analizza i punti critici del testo della riforma della giustizia in discussione in Parlamento. Con una premessa: "Una riforma del processo penale è ineludibile, ma non era questo che ci aspettavamo".
Delusi dalla ministra Cartabia?
"Diciamo che confidavamo nel fatto che la ministra Cartabia avesse una maggiore capacità di interlocuzione che gli veniva dalla sua qualità tecnico-professionale. Credevamo che con il suo background, noto a tutti, potesse avere l'autorevolezza di imporsi con maggiore decisione, portando in porto molte buone innovazioni contenute nella proposta della Commissione Lattanzi".
Dottor Musolino, perché non basta "salvare" i processi per mafia e terrorismo dalla tagliola della prescrizione?
"Perché si tratta, per la maggior parte, di reati per cui celebriamo processi con imputati in custodia cautelare, con stringenti termini di fase che impongono, di per sé, l'accelerazione di quei processi".
Il doppio binario dunque non serve?
"Non credo proprio ed inoltre, le valutazioni di gravità dei reati sono state già messe a dura prova dalla Corte Costituzionale, per altre fattispecie processuali. Nella situazione data, definire una categoria di reati più gravi di altri è un mero esercizio di stile, funzionale a garantirsi un compromesso minimo, senza risolvere i problemi della giustizia".
Quindi, per sintetizzare, i processi di mafia e terrorismo si sarebbero celebrati comunque anche senza le modifiche prospettate?
"Esattamente".
Pare di cogliere che vi aspettaste più coraggio...
"Credevamo fortemente che non si arrivasse a un compromesso, volto ad accontentare le parti politiche".
Su cosa si sarebbe dovuto intervenire allora?
"I temi sono tanti. Ma la depenalizzazione, ad esempio, è uno dei perni su cui si segna una riforma autentica. Se invece di fronte alla verifica dell'impossibilità di gestire il carico penale attuale, su cui certo bisogna intervenire, si arriva a prevedere dei criteri di priorità, è una sconfitta. Al fondo vi è l'inefficienza del sistema sanzionatorio amministrativo che andrebbe riformato per consentire l'efficace trattazione di fattispecie meno gravi che ingolfano il processo penale. Si trovano così soluzioni provvisorie e precarie, senza una prospettiva di autentica innovazione".
Torniamo al doppio binario. Molti suoi colleghi sottolineano l'incombente ingiustizia per le parti offese dei processi per reati non contemplati. In soldoni: molte vittime di reati rischiano di non avere giustizia nel troncone penale. Cosa pensa?
"È un tema ineludibile ed è una delle maggiori criticità dell'impianto di riforma proposto. Penso, ma solo per fare un esempio concreto, alla strage di Viareggio, ma domani alla tragedia della funivia del Mottarone".
Ilaria Cucchi ha detto che con questa riforma suo fratello Stefano non avrebbe avuto mai giustizia. È così?
"E infatti il reato di tortura non è contemplato al momento nel doppio binario".
Quindi la signora Cucchi ha ragione?
"Purtroppo sì. E vorrei dire che un'indagine su questa fattispecie di reato è molto complessa. Sono fatti difficili da accertare entrando in gioco la mancata tutela di un cittadino inerme nelle mani di uomini dello Stato. Più articolata è l'indagine, va da sé, più tempo necessita per addivenire all'accertamento della verità".
Può farci altri esempi di reati a rischio ghigliottina?
"Per citarne due, ma sono diversi: le responsabilità per i morti sul lavoro, le bancarotte particolarmente gravi. Invece ci sono altri casi in cui la logica del doppio binario finisce per "salvare" fatti marginali "solo" perché aggravati dal metodo mafioso".
Altra osservazione corrente tra i suoi colleghi: lo strumento dell'improcedibilità rischia di incentivare impugnazioni dilatorie. È così?
"Il rischio esiste eccome. Il miraggio di poter fruire della causa estintiva dell'azione penale, finisca con l'incentivare le impugnazioni meramente dilatorie con il risultato di frustrare l'efficacia degli altri meccanismi acceleratori e deflattivi introdotti da altre disposizioni del disegno di legge di riforma".
Cosa diranno da Strasburgo?
"Se oggi ci condannano per la durata irragionevole dei processi, il rischio è che domani ci condannino per non essere stati in grado di concluderli".
Anche qui non si poteva seguire un'altra strada?
"Meno controindicazioni presentavano le proposte formulate dalla Commissione Lattanzi che avevamo accolto con grande speranza e che aveva immaginato un sistema imperniato su meccanismi di incentivi e disincentivi rivolti a tutti gli attori processuali, potenzialmente capaci di assicurare un risultato (la durata ragionevole del processo), senza incentivare impugnazioni a pioggia (e sempre dilatorie) che - l'esperienza insegna - sono un fenomeno esistente".
di Alfredo Mantovano
Il Foglio, 31 luglio 2021
Quanto segue è realmente accaduto in un ufficio giudiziario italiano, e ha trovato qualche giorno fa epilogo, al momento parziale, in Cassazione. Capodanno 2017. X buca le gomme all'automobile di Y e Y lo denuncia. Si avvia un procedimento penale per il reato di danneggiamento. Dopo appena 4 anni - la complessità del caso spiega la lunghezza dell'indagine - il processo perviene al gip e l'imputato chiede di patteggiare. Il pm esprime parere contrario dicendo che la Procura cui appartiene non lo ha autorizzato a pronunciarsi su istanze di patteggiamento: evoca cioè un dato organizzativo interno al proprio ufficio ma estraneo alla dinamica processuale. Ha il medesimo peso giuridico che se avesse detto "nego il consenso perché la mamma non mi ha dato la merenda".
Il gip, che secondo il codice è obbligato a prendere atto del dissenso del pm e a mandare l'imputato al dibattimento, se ne impipa, scrive che la contrarietà del pm è radicalmente immotivata, pronuncia la sentenza di patteggiamento, e quindi trasforma quello che è fisiologicamente un accordo fra le parti in un atto unilaterale (la richiesta dell'imputato), che lui accoglie. La procura generale fa ricorso per cassazione e la cassazione annulla la sentenza, ritenendo che costituisca un atto abnorme; restituisce gli atti al tribunale di provenienza perché il giudizio, quando con calma sarà rifissato, riprenda daccapo. Non è un caso di mafia o di corruzione, ma ha il pregio di riassumere alcuni dei principali problemi della giustizia italiana.
In 4 anni e mezzo una foratura di ruote impegna dal primo grado alla Cassazione, e non è ancora finita: sarà interessante vedere alla fine quanti magistrati se ne saranno occupati. Gli emendamenti Cartabia alla riforma Bonafede ribadiscono i termini di durata delle indagini, che esistevano già il giorno in cui quelle gomme erano state bucate, e che nel caso specifico avrebbero dovuto chiudersi 6 mesi dopo l'avvio del procedimento: quali risultati conseguirà il mantenimento degli stessi termini?
Non poche condotte illecite non esigono la sanzione penale: ledere le gomme altrui è diverso dal ledere l'integrità personale; comportamenti come il primo potrebbero essere più efficacemente puniti con una sanzione amministrativa o con la condanna in un giudizio civile. Ma questo non avviene a costo zero: l'alternativa del giudizio civile è praticabile se la sentenza arriva non alla generazione successiva. Idem per la sanzione amministrativa, per la quale non può andare come per gli assegni a vuoto, i cui fascicoli riempiono gli scaffali delle prefetture da quando a suo tempo quel reato fu depenalizzato. Ipotesi di depenalizzazione, e di parallelo potenziamento delle prefetture e della giurisdizione civile sono tuttavia estranee alla riforma Bonafede-Cartabia.
Un pm che si presenti in udienza e rifiuti di svolgere la sua funzione (questo è accaduto nel nostro caso) andrebbe censurato disciplinarmente, unitamente al Procuratore che (non) lo ha delegato. Un gip la cui sentenza venga qualificata "abnorme", cioè letteralmente "fuori dalla norma", pure. Gli emendamenti Cartabia non trattano il versante disciplinare; confidiamo nei referendum?
In effetti uno dei referendum per i quali è in corso la raccolta delle firme prevede la responsabilità diretta del magistrato che sbagli, ma si tratta di responsabilità civile: i risultati, se il referendum sarà ammesso dalla Consulta e votato dagli italiani, saranno per un verso l'equivalente di quel che in campo sanitario è la c.d. medicina difensiva, per altro verso l'incremento dei premi dell'assicurazione r.c. che ogni magistrato rinnova annualmente. Avremo la "giustizia difensiva", cioè la ricerca nel caso concreto non della decisione giusta, ma di quella che mette meglio al riparo da eventuali azioni civili dirette di danno. Il fronte referendario condivide il medesimo disinteresse del governo rispetto alla responsabilità disciplinare, la sola in grado di incidere sulla carriera di un togato, e quindi di indurre a minore sciatteria.
Se mai un giorno qualcuno chiedesse conto disciplinarmente a quel pm e a quel gip, l'esito dipenderà dalla copertura correntizia di cui l'uno e l'altro si saranno muniti. Vi è un referendum che garantisce la disarticolazione delle correnti della magistratura associata, e riguarda le modalità di presentazione delle candidature per l'elezione dei componenti togati del Csm. A quesito approvato, non sarà più necessario accompagnare la candidatura con una lista di presentatori; resta misterioso come questo incida sul sistema correntizio: se un magistrato appartiene a una corrente, che cosa cambia se si candida con o senza firme a supporto?
Alla fine c'è il referendum sulla separazione delle carriere fra pm e giudicanti, separazione che nessuno può ragionevolmente contrastare, a 32 anni di distanza dall'operatività del codice di procedura penale in virtù del quale il pm è una parte. Leggendo il relativo lunghissimo quesito, ci si accorge però che da un lato esso è inutile, perché abroga disposizioni da tempo non più operative, dall'altro - pur precludendo il passaggio da una funzione all'altra - lascia in piedi un unico concorso di magistratura, un unico Csm, un'unica scuola di formazione. Lascia cioè invariata la sottoposizione dei giudici, quanto a progressione, incarichi e disciplina, a organi composti anche da pubblici ministeri, e viceversa, con un incremento della confusione.
Taluni dei promotori, che compongono l'attuale maggioranza e hanno propri ministri al governo, rispondono che i referendum sono uno sprone per le riforme, e che - a quesiti approvati - il Parlamento farà quanto necessario per completare l'opera. Ma se così è, non sarebbe meglio dare spazio subito al confronto parlamentare, invece che cercare soluzioni più semplici solo in apparenza? In altri termini, pensare di riformare la Giustizia con referendum di dubbia ammissibilità e dall'esito incoerente, e con emendamenti (quelli Cartabia al ddl Bonafede) che eludono gli snodi centrali della crisi, non dà l'idea di voler raggiungere la meta con una vettura dalle gomme bucate?
di Massimo Villone
Il Manifesto, 31 luglio 2021
C'è ancora un residuo spazio di riflessione per cancellare la norma incostituzionale che mette il Pm sotto tutela di chi detiene il potere politico pro-tempore. Il New York Times del 29 luglio celebra l'accordo sulla riforma della giustizia con un articolo dal titolo emblematico: "Italy's Mr. Fix-It Tries to Fix the Country's Troubled Justice System - and Its Politics, Too". Che possiamo tradurre come "Il signor Aggiustatutto d'Italia tenta di aggiustare il disastrato sistema giudiziario del paese, ed anche la politica". Per quel giornale è la riforma di Draghi, che mette in gioco la sua funzione di premier.
La lettura è - nella sostanza - giusta, perché la riforma Cartabia diventa ogni giorno di più la riforma Draghi. La ministra non avrebbe avuto la forza di scriverla, presentarla, sostenerla nella battaglia politica. Ma i problemi rimangono, quale che sia la firma sulle carte.
Bisognerà aspettare testi definitivi. La camera dei deputati è convocata domani, 1° agosto, per l'esame dell'AC 2435 (proposta Bonafede). Secondo le ultime notizie, in commissione i relatori hanno presentato un subemendamento agli emendamenti del governo già depositati, riproduttivo dell'accordo di maggioranza. Quali sono gli scenari al momento probabili? Il governo porrà la fiducia sul testo approvato in commissione, se questa giungerà a votare. In caso contrario, in aula arriverà il testo originario Bonafede, e il governo porrà la fiducia su un maxi-emendamento onnicomprensivo di tutte le modifiche che si vogliono introdurre. Rimarrebbe in ogni caso aperta la via per ulteriori emendamenti in aula. Mentre è probabile che la fiducia sia posta comunque, per far cadere gli emendamenti delle (residue) opposizioni.
Fino al voto dell'aula rimane uno spazio di riflessione. Il Consiglio superiore della magistratura ha censurato nel suo parere il nodo prescrizione-improcedibilità, ma anche l'indicazione parlamentare ex lege al Pm di priorità per l'azione penale. Si sussurra anche di dubbi da parte del Quirinale. È una palese incostituzionalità, che potrebbe domani spostare l'asse del potere punitivo dello Stato avvicinandolo pericolosamente alle mani di chi detiene il potere pro tempore. Va sottolineato che nella formulazione fin qui nota non si tratta della mera approvazione di una relazione del ministro al parlamento, ma di un atto che entra nella gerarchia delle fonti con il rango legislativo. È difficile pensare che non vi siano conseguenze. Qui bisogna intendersi: il riferimento alla legge sarà contenuto o no nella formulazione definitiva?
Apprendiamo dalla stampa che nella convulsa e confusa trattativa la soppressione degli indirizzi parlamentari era chiesta da M5S. È stato opposto un diniego, vogliamo supporre da Draghi, perché preferiamo non imputarlo alla Cartabia, costituzionalista ed ex corte costituzionale. In ogni caso, ci chiediamo perché, visto che la norma sarebbe superflua o inutile (solo relazione), o con certezza incostituzionale (approvazione con legge). Norma manifesto, o eversione? E che fa il Pd, incapace come spesso accade di una parola identitaria? Non vorremmo che l'ultima rappresentazione fosse quella di una vendetta della politica sulla magistratura per Tangentopoli, trent'anni dopo.
Siamo ottimisti.
Ci aspettiamo che gli indirizzi parlamentari al Pm scompaiano. Auspichiamo poi un affinamento sull'ufficio del processo. Affidarlo a giovani inesperti, da formare e per di più precari assunti a tempo determinato, ci dice che nel tempo dato faranno qualche ricerca di giurisprudenza e poco altro. Dubitiamo assai che ci diano la palingenesi. Meglio rafforzare l'investimento sul radicale ampliamento degli organici dei magistrati e del personale di supporto, sull'aggiornamento tecnologico e nella digitalizzazione, sul miglioramento della qualificazione e della capacità investigativa della polizia giudiziaria.
Nessuno nega l'importanza per il paese di una giustizia più rapida, efficiente, efficace, ma ci sono vie giuste e vie sbagliate, ed anche i dettagli contano. Oltre ai dubbi sulla improcedibilità e sulla tagliola del 1° gennaio 2020, un esempio. Oggi è consentita la rinuncia alla prescrizione, strumento a difesa dell'onore dell'imputato che si ritiene innocente. L'opinione pubblica vede, e valuta. Domani il giudizio sarà congelato dalla improcedibilità. L'opzione oggi disponibile per l'imputato sembrerebbe preclusa. È possibile ripristinarla? Diversamente, ci sentiremmo dire dal cattivo di turno, in specie se personaggio eminente come un Berlusconi, "avrei tanto voluto giungere a sentenza, ma purtroppo la legge me lo ha impedito".
Bisogna orientare al meglio l'emendamento - o emendamenti - del governo, contrastando l'ennesima emarginazione del parlamento. L'esito misurerà la cifra degli occupanti di Palazzo Chigi, più e meglio del New York Times. E se andasse male, il caro estinto - per dirla con Renzi - non sarebbe la riforma Bonafede, ma la speranza di una giustizia giusta.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 31 luglio 2021
Costa (Azione): "Norma di civiltà". Il meccanismo non sarà automatico. La sindaca di Roma Virginia Raggi è stata assolta in via definitiva per la vicenda delle nomine in Campidoglio: potrà chiedere de-indicizzazione dei pezzi giudiziari?
Sono passati appena cinque anni da una Direttiva europea che sanciva i nuovi diritti alla Privacy, e tra questi il "diritto all'oblio", ovvero come sfuggire ai motori di ricerca che su Internet macinano milioni di articoli e trovano in pochi secondi ogni tipo di riferimento collegabile a un nome. Ecco, nella riforma del processo penale, su proposta di Enrico Costa, deputato di Azione, accettata dal governo e dalla maggioranza, si estende il diritto all'oblio a tutti quelli che sono stati indagati o sottoposti a processo e poi assolti. La sentenza di assoluzione varrà come titolo per ottenere la de-indicizzazione dai motori di ricerca. Come, lo stabilirà un successivo provvedimento ministeriale. Ma il principio si avvia a diventare legge. Costa esulta: "È una norma di civiltà, in base alla quale una persona assolta o prosciolta non può essere marchiata a vita". E aggiunge: "Se non ci fosse questo dilagare del processo mediatico, se non ci fossero continue conferenze stampa delle procure, se fosse rispettata la presunzione d'innocenza, non ci sarebbe stato bisogno di questo emendamento. Oggi invece la Rete infanga spesso le persone e restano sacche di resistenza ai rimedi".
La Direttiva europea ha stabilito che questo diritto all'oblio esiste. C'è un comitato apposito di Google, che è il referente principale per questo tipo di problematica, addetto a esaminare le istanze degli utenti. Qualora la prima richiesta venga rigettata, si può poi fare ricorso al Garante nazionale per la Privacy. In Italia accade spesso che persone si rivolgano al Garante, perché delusi da Google. Ma anche qui non c'è un automatismo, in quanto vanno bilanciati il diritto alla reputazione individuale, ma anche il diritto alla conoscenza e alla memoria. E se un ex terrorista, come è accaduto, pur processato e condannato, chiede dopo 30 anni dalla condanna di essere cancellato dai motori di ricerca, la risposta è stata negativa, in quanto prevaleva l'interesse pubblico. Lo stesso accadde qualche anno fa con Mario Chiesa, universalmente conosciuto come "il mariuolo" per la definizione che ne diede Bettino Craxi: voleva l'oblio, gli dissero di no.
Nel caso delle assoluzioni, ovviamente la situazione è diversa. Però non ci saranno automatismi neppure in questo caso. Può sempre esserci un interesse collettivo a non dimenticare una data vicenda. In ogni caso, la de-indicizzazione significa che gli articoli che riguardano una data persona non vengono mai cancellati dall'archivio del giornale che li ha pubblicati, ma che diventa impossibile risalirvi attraverso l'interrogazione di un motore di ricerca.
"Imputati che sono stati assolti hanno diritto a vedere in qualche modo reintegrata la loro reputazione", dice Costa. Secondo il deputato, la norma si applicherà più che ai grandi nomi della politica, ai tanti individui che finiscono stritolati dalle pagine di cronaca locale. "Persone qualsiasi, che, al primo colloquio di lavoro, trovano magari sul tavolo la stampa di qualche articolo che li ha citati. Parliamo di persone prosciolte o assolte. Nel frattempo hanno dimenticato i loro guai giudiziari. Ma da Internet quelle vecchie storie da cui sono usciti puliti, tornano fuori". Da domani, non più.
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