di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2021
Ammesso che sia consentito - almeno ogni tanto - scherzare non solo coi fanti ma anche coi santi, provo a dire che Mario Draghi e Marta Cartabia rischiano di sembrare una specie di... appropriazione indebita del mito di Creso. Nel senso che a forza di essere incensati e santificati talora anche "a prescindere", molti possono essere indotti a pensare che ogni loro intervento sia oro, cioè risolutivo, sempre "a prescindere". Anche quando i risultati siano soltanto ipotetici.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 1 agosto 2021
Se si ha voglia di sottrarsi al mortifero abbraccio tra chi teorizza che a Palazzo Chigi le organizzazioni mafiose abbiano una loro quinta colonna, o, peggio, un Attila del principio di legalità e di uguaglianza di fronte alla legge, e chi, specularmente, non coltiva altra ambizione di riforma del processo penale che non una resa dei conti promessa da vent'anni che la riduca a impotente simulacro del ruolo che la Costituzione le affida, si deve guardare con un qualche ottimismo e coraggio al voto con cui la Camera si prepara a licenziare le modifiche del processo penale. Sono figlie del compromesso raggiunto giovedì scorso dalla maggioranza di governo (accogliamo l'invito della ministra Cartabia a non intestarle più ciò che, con tutta evidenza, è la risultante di una mediazione tra i molti attori, politici e non, di questo percorso).
di Massimo Giannini
La Stampa, 1 agosto 2021
Non sono un magistrato. Non sono un giurista. Ho una laurea in giurisprudenza, ho fatto una tesi in diritto costituzionale, per qualche tempo ho fatto l'assistente volontario alla Sapienza. Ma non serve essere Salvatore Satta o Costantino Mortati, per capire che la riforma della giustizia penale appena varata dal governo Draghi coglie un'opportunità ma non scioglie le criticità.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 1 agosto 2021
È grazie alle denunce da lui raccolte che è potuta emergere la verità sul pestaggio avvenuto il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ora si sta battendo per ottenere un altro risultato: riportare in Campania i 42 detenuti del carcere casertano trasferiti in altre 23 carceri del resto d'Italia.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 1 agosto 2021
La riforma in Senato: previste assunzioni e nuovi software. Addio alla prima udienza lampo: si entrerà subito nel merito. C'è un'altra riforma della giustizia che marcia, al Senato, silenziosamente: quella del processo civile. Non c'è l'animosità che si è scatenata per il penale. E quindi è passato un po' in sordina il fatto che ci siano stati molti passi in avanti, dopo che a inizio maggio il governo ha depositato la nuova architettura del processo civile. Naturalmente anche qui le discussioni sono andate avanti, non solo con i partiti di maggioranza, ma anche con avvocati e magistrati. E adesso ci si attende che nei prossimi giorni il testo sarà chiuso, per iniziare le votazioni alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva.
A settembre, insomma, ci sarà il via libera del Senato per la nuova giustizia civile. E così farà uno scatto in avanti una tra le riforme più essenziali tra quelle concordate dal governo con l'Europa. Come ricorda sempre la ministra Marta Cartabia: "Ci siamo impegnati a ridurre i tempi del processo civile del 40%". Una meta non facile.
La rivoluzione targata Cartabia si articola essenzialmente in tre capitoli: investimenti, strumenti alternativi, concentrazione delle udienze a cominciare dalla prima.
Sugli investimenti, si fa affidamento innanzitutto sui miliardi del Recovery Plan. Si annunciano grandi spese per rinnovare l'infrastruttura digitale, che, pur nata d'avanguardia, già mostra l'usura dei primi anni. Pochi sanno, forse, che il processo civile è già telematico: gli atti corrono attraverso la Rete; il giudice e la parte avversa legge tutto online. Questa infrastruttura digitale troppo spesso si blocca, però. "Ho scoperto anch'io - ha detto la ministra al recente congresso degli avvocati - che nel fine-settimana i sistemi si bloccano per manutenzione. Ciò è inaccettabile e ci stiamo lavorando".
Quanto al personale, per la giustizia sono in arrivo 5.000 unità di personale amministrativo a tempo indeterminato più 16.500 giovani laureati in diritto o in economia per gli Uffici del processo, con assunzione triennale. È proprio di ieri un decreto, relativo a primi 8.050 neoassunti, che ne stabilisce la ripartizione provincia per provincia. A Milano, per dire, arriveranno in 680. A Roma, 843. A Torino, 401. E così via. Successivamente si vedrà quanti per il civile e quanti per il penale. Il decreto stabilisce anche le materie della prova scritta: diritto pubblico, ordinamento giudiziario, lingua inglese.
Secondo capitolo fondamentale della riforma Cartabia, gli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie, nel tentativo di deflazionare i numeri dei processi. Per favorire il ricorso a conciliazione, negoziazione assistita e arbitrato arriveranno più incentivi fiscali: sull'imposta di registro, le spese di avvio della procedura di mediazione, le indennità spettanti ai vari organismi, la procedura di riconoscimento del credito d'imposta.
Terzo caposaldo, la concentrazione delle udienze. La prima udienza diventerà cruciale, mentre oggi è solo l'occasione per rinviare di qualche anno. Si prevede che l'atto di citazione debba già contenere l'indicazione dei mezzi di prova di cui l'attore intende valersi e dei documenti che offre in comunicazione, sui quali il convenuto è chiamato a prendere posizione. I legali dovranno insomma scoprire le loro carte fin dall'inizio.
"Le nostre priorità - dice la senatrice Anna Rossomando, relatrice della riforma, e responsabile Giustizia del Pd - sono gli incentivi fiscali per la mediazione e la negoziazione assistita, misure per contenere i costi dell'arbitrato affinché non sia strumento per pochi, l'innovazione e la riorganizzazione a cominciare dall'Ufficio del processo".
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 agosto 2021
Lattanzi aveva proposto il ritorno alla legge Orlando, si è scelto un ibrido pieno d'insidie per attenuare l'irritazione grillina. Flick: "Nelle nuove norme rischi di incostituzionalità". Alcuni punti fermi. La "irragionevole riforma Bonafede", come l'ha definita giovedì sera un moderato qual è Andrea Orlando, è in archivio. Non c'è più l'assurdo di un processo che può durare all'infinito senza alcuna barriera temporale, una volta emessa la sentenza di primo grado. Persino per i reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale e narcotraffico, ci possono essere sì proroghe infinite, di un anno in appello e 6 mesi in Cassazione, da parte del giudice, ma dovranno essere motivate e resteranno comunque impugnabili dinanzi alla Suprema Corte. Dovranno richiamarsi a una "complessità" del giudizio, legata al "numero degli imputati" o alle "questioni di diritto", e non alla sonnolenza fisiologica del sistema giudiziario. C'è da credere che se un giudice scrivesse, nell'ordinanza di proroga, che serve un altro anno perché la sua Corte d'appello è travolta dall'arretrato, la Cassazione annullerebbe l'overtime. È un ulteriore passo avanti, rispetto alla prescrizione, che va riconosciuto persino al "regime speciale" correttivo della "improcedibilità", rivelatosi decisivo per l'intesa di maggioranza. Persino per i reati gravi non c'è più una scorrevole autostrada verso l'infinito.
Tutto vero. Eppure, come ripetono nelle ultime ore autorevoli giuristi, a cui questo giornale continua a dare voce, ripristinare un limite temporale al processo non attraverso la "prescrizione del reato", che è istituto sostanziale, ma con la "improcedibilità", norma di diritto processuale, è nella migliore delle ipotesi un salto nel buio. Marta Cartabia ha dovuto far ricorso a una soluzione del genere perché l'intricato marchingegno poteva attenuare il disdoro del Movimento 5 Stelle. Punto. Non c'è un'altra ragione. I suoi esperti avevano pensato ad altro. Al ripristino della riforma Orlando, solo appena ritoccata: due anni di sospensione dopo la sola condanna in primo grado e un altro anno dopo l'eventuale condanna in secondo grado. In modo che tutti i giudizi d'appello e in Cassazione potessero disporre di un margine supplementare per concludersi.
È ormai noto come il presidente della commissione ministeriale istituita dalla guardasigilli, Giorgio Lattanzi, fosse assolutamente convinto che la strada maestra per mandare in soffitta la norma Bonafede consistesse nel regime della doppia sospensione, a cui ovviamente sarebbe rimasta come presidio la cerniera dei reati più gravi, come l'omicidio, comunque imprescrittibili o con tempi di estinzione anche pluridecennali. Ma prima ancora che Lattanzi concludesse i propri lavori, già la forza politica più attenta alla mediazione coi 5 stelle, il Pd, aveva depositato in commissione Giustizia un emendamento da considerare, di fatto, l'archetipo della soluzione approvata giovedì in Consiglio dei ministri, e ieri in commissione Giustizia.
L'ipotesi dem era assai vicina al testo finale di Cartabia, seppur priva delle eccezioni per i reati più gravi, solo distingueva tra assolti e condannati in primo grado. In appello, e in Cassazione, sarebbe scattata appunto l'improcedibilità dopo un tempo limite. Di fatto il "lodo Draghi- Conte" viene da lì, più che da via Arenula. È vero che Lattanzi, nella propria relazione finale, ha aggiunto, al ripristino della prescrizione targata Orlando, una "ipotesi B" pure imperniata sull'improcedibilità. Ma si trattava di uno schema diverso, con una propria coerenza, giacché la prescrizione del reato usciva del tutto di scena nel momento in cui si passava dalla fase preliminare delle indagini a quella del processo vero e proprio, e soprattutto prevedeva tempi limite anche per il primo grado. Un'ipotesi che comunque i tecnici hanno messo sul tavolo della ministra più per evidente necessità politica che per effettiva convinzione scientifica.
Alla fine, l'ipotesi B di Lattanzi si è dissolta in un ibrido più vicino, appunto, all'emendamento del Pd che al già dibattuto, in passato, schema della "prescrizione processuale". E l'ibrido si spiega solo con ragioni politiche. Cosa vuol dire? Che il pregiudizio imposto dalle distorsioni populiste continua a lasciare il segno sull'ordinamento penale. Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, in una dichiarazione all'Adnkronos parla di "problemi di interpretazione e di costituzionalità" legati alle nuove norme sull'estinzione del processo. Un pm particolarmente schietto come Alfonso Sabella aggiunge: "Il problema è che le riforme in materia di giustizia non si fanno sulla base di una visione organica ma di accordi pasticciati e ispirati logiche di compromesso", perciò ci troviamo con "un sistema che, per come è strutturato, se lo vedesse un giurista dell'antica Roma, inorridirebbe". Ce lo porteremo per anni. E quando magari, in una maggioranza libera da forze come i 5 Stelle, qualcuno osasse far notare che non è possibile andare avanti col doppio binario per qualsiasi reato anche minore collegato alla mafia, le urla dell'indignazione populista continueranno a impedirgli di finire la frase.
ansa.it, 1 agosto 2021
l M5s di Giuseppe Conte è il "sorvegliato speciale" in vista delle prossime ore che dovrebbero dare il via libera alla riforma della Giustizia. L'accordo sul provvedimento che approda in Aula alla Camera dovrebbe essere ormai "blindato" ma nel governo l'attenzione rimane altissima soprattutto nei confronti di possibili strappi dentro il M5s.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 agosto 2021
Il vice presidente del Csm: "I processi che non finiscono sono una forma di impunità. Perciò vorrei termini certi sul passaggio dei fascicoli. Occorrono magistrati e altro personale. Giusto sottolineare che nella Costituzione c'è scritto pena e non carcere".
A Repubblica la ministra Cartabia ha assicurato che "la nuova legge sul processo penale non produrrà zone di impunità". Per lei, David Ermini, vice presidente del Csm, è possibile?
"In linea di principio sono d'accordo. E condivido i principi contenuti nella riforma. Però, perché possa raggiungere gli obiettivi, garantendo la non impunità per tutti i reati e mettendo al sicuro tutti i processi in corso, non sarà sufficiente la sola legge, ma occorrerà tutta una serie di investimenti sulle persone e sulle strutture che impegneranno non solo questo governo, ma anche quelli a venire. È necessario che dall'astrattezza delle norme si passi a concreti investimenti e misure organizzative".
E non possono bastare i fondi del Recovery su cui puntano tutto Draghi e Cartabia?
"Possono bastare per il periodo contingente, ma è evidente che una riforma di questo genere ha bisogno di una condivisione nazionale per cui - indipendentemente dalle future maggioranze - tutti devono mantenere l'impegno di investire non solo i soldi del Recovery, ma destinare una parte significativa del Pil per la giustizia".
Giusto quello che per 50 anni non s'è mai fatto...
"Abbiamo imparato che le riforme a costo zero non servono a dare un miglior servizio ai cittadini. E dico subito che se le cose dovessero andare male non si potrà gettare la responsabilità sulla magistratura".
Ecco, lei tocca un punto chiave della riforma. A gestirla saranno i magistrati. Cartabia assicura di aver sentito giudizi positivi, a fronte delle toghe preoccupate anche delle possibili ritorsioni per un processo che dura di più perché un giudice lo ha deciso.
"La storia della magistratura italiana è piena di esempi di grandi magistrati che non hanno mai avuto paura delle ritorsioni. E questo avviene tuttora con tanti giudici in prima linea, che svolgono il loro lavoro quotidiano senza neppure che si conosca il loro nome".
Però con la riforma si passa da una prescrizione che stabilisce tempi certi per ogni reato, alla possibilità per il giudice di allungare il tempo di un processo...
"Infatti ritengo che nelle norme sia indispensabile indicare dei termini perentori di natura organizzativa. Come quello relativo al trasferimento del fascicolo dal giudice che ha emesso la sentenza a quello dell'impugnazione. Altrimenti il rischio è che il personale amministrativo, da anni gravemente sottodimensionato, e che svolge mansioni tra cui quella del trasporto dei fascicoli, diventi il protagonista del tempo del processo. Da avvocato conosco bene gli incredibili tempi che può impiegare un fascicolo per passare pure da un piano a un altro".
Per Cartabia "la prima forma di impunità sono i processi che non finiscono mai"...
"Condivido in pieno, e per questo servono tempi certi anche nei passaggi che non sono sotto i riflettori dei media, ma che possono incidere in modo determinante sui tempi del processo. La possibilità di ricorrere subito in Cassazione contro la decisione del giudice di prolungare i termini del processo rischia di portare un nuovo e pesante carico alla Suprema corte".
Ci sono alcune corti in regola e sei-sette con un arretrato disastroso...
"Innanzitutto occorrono più magistrati, perché dall'osservatorio del Csm posso dire che per una corte di Appello ingolfata di processi a volte non si riesce a garantire la copertura dei posti. Se ci fossero piante organiche più ampie e un numero maggiore di magistrati, la situazione potrebbe migliorare".
Per Cartabia è il Csm che non manda i magistrati richiesti...
"I bandi li pubblichiamo regolarmente, il Consiglio fa la sua parte nel coprire i posti negli uffici in maggiore difficoltà. Penso alla Procura generale di Bologna che è in sofferenza, di cui ci siamo fatti carico con l'ultimo bando e che sarà ancora al centro della nostra attenzione".
L'ufficio del processo, finanziato per tre anni, deve andare a regime?
"Assolutamente sì. È un'ottima innovazione ma deve diventare stabile. Tutti i governi dovranno seguire, sulla giustizia, il lavoro iniziato da Draghi e Cartabia".
Il suo Csm critica le priorità dell'azione penale decise dal Parlamento.
"In una Repubblica parlamentare le Camere sono sovrane. Esiste il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale che la riforma lascia intatto. Non c'è da scandalizzarsi sul principio in sé. Mi chiedo se, in un Paese così diversificato dal punto di vista criminale e giudiziario, si possa pensare di avere linee omogenee per tutti i territori. Il parere del Csm è critico su questo punto".
Come vede il passaggio dalla prescrizione all'improcedibilità?
"È una rivoluzione perché si passa da una norma che ha incidenza sostanziale sull'estinzione del reato a una che incide sui tempi del processo. Se lo scopo è quello di arrivare a una ragionevole durata del processo allora, se si metterà la macchina della giustizia veramente in grado di raggiungerlo, sarà una rivoluzione positiva".
Cartabia richiama questo principio...
"È scritto con chiarezza all'articolo 111 della Costituzione e dev'essere perseguito e rispettato".
Nella Carta "c'è scritto pena, e non carcere" dice la ministra. La riforma insiste sulle pene alternative. Torna il "diritto mite" della riforma Orlando sulle carceri?
"È stato un errore non approvarla. Il sistema "carcerocentrico" ci ha insegnato che le recidive aumentano quando la pena è scontata in carcere anziché con modalità alternative e che il principio costituzionale della rieducazione del condannato non sempre viene rispettato. Ci siamo presi condanne dall'Europa. Il sistema delle pene alternative è opportuno perché può contribuire al calo delle recidive".
Il suo Csm è ancora credibile dopo i casi Palamara e Storari?
"Senta, questo Csm ha la sola colpa di aver visto scoppiare una bomba la cui miccia era accesa da tempo. Sotto la vigilanza del presidente Mattarella continuerà a tenere la schiena dritta. Consegneremo ai nostri successori una magistratura più consapevole che ha affrontato senza remore e senza nascondersi i problemi sul tavolo. Nella consapevolezza che l'autonomia e l'indipendenza sono essenziali per la salvaguardia della libertà dei cittadini. Gli esempi drammatici di altri Stati europei ci insegnano che è così".
E il caso Storari-Davigo?
"C'è un'indagine in corso, in cui sono stato sentito come persona informata sui fatti, e va da sé che non posso parlare".
Il caso procura Roma è ancora aperto, e si sta per aprire quello di Milano. Come ne uscirete?
"Rispettando le circolari e le norme, ed esercitando nel miglior interesse dei cittadini e degli uffici, la discrezionalità che spetta al Consiglio. Tutto qui".
Quotidiano del Sud, 1 agosto 2021
Accolto l'appello dei pm contro i detenuti accusati di danneggiamenti e sequestro di persona. Conseguenze penali per i detenuti che a marzo dell'anno scorso hanno partecipato alla rivolta esplosa nel carcere di Alta sicurezza di Melfi, in seguito all'imposizione di una serie restrizioni ai contatti con l'esterno per prevenire contagi da Covid-19.
Nei giorni scorsi, infatti, il Tribunale del riesame di Potenza ha spiccato nei confronti di 44 di loro, inclusi un paio a cui nel frattempo sono stati concessi gli arresti domiciliari, altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere per i danni inferti a strutture e suppellettili dell'istituto, più il sequestro di alcuni agenti della polizia penitenziaria, e operatori sanitari.
I giudici hanno accolto, in particolare, l'appello presentato dal pm Gerardo Salvia del capoluogo lucano. Lo stesso pm che a settembre, invece, aveva chiesto l'archiviazione per le accuse dei detenuti sui pestaggi subiti dalla polizia penitenziaria una settimana dopo la rivolta. Durante il trasferimento dei presunti responsabili in altri istituti sparsi in mezza Italia.
Nel mirino è finita l'ordinanza con cui a febbraio il gip Teresa Reggio aveva respinto la richiesta di arresti dei rivoltosi. Liquidando l'accaduto come un fatto episodico, scatenato dalle restrizioni anti-contagio, e allontanando i sospetti di una manovra orchestrata da una non meglio precisata organizzazione criminale per imporre le sue regole a uno Stato in ginocchio per l'infuriare della pandemia.
"La violenza e l'aggressività dimostrata - è spiegato in un passaggio cruciale del provvedimento del Riesame - ben potrebbero essere nuovamente espresse, anche in relazione a provvedimenti genericamente sfavorevoli alla condizione dei detenuti e afferenti diversi ambiti, quali ad esempio quello della generale gestione e della disciplina (si pensi all'adozione di provvedimenti disciplinari ritenuti ingiusti)". Poco più avanti, inoltre, i magistrati si soffermano sul "papello" con le richieste avanzate dai detenuti melfitani alla direzione del carcere durante quelle ore di autogestione dell'istituto. Richieste che in parte sono risultate connesse "all'applicazione di misure di neutralizzazione del contagio", ma in parte anche rivolte in maniera generica "a ottenere una condizione penitenziaria più favorevole". Come le celle aperte dalle 8:30 alle 15:45 senza poliziotti in circolazione. Di qui il sospetto che "possano essere nuovamente veicolate, anche attraverso nuove e diverse azioni di violenza".
Il Riesame ha accreditato anche la possibilità che il fine della rivolta fosse un'evasione di massa dal carcere, come avvenuto a Foggia proprio in quei giorni. In questo senso ha valorizzato persino il coro "libertà, libertà" intonato da alcuni detenuti che erano saliti sul terrazzo del carcere di Melfi. Un coro considerato un'"inequivocabile indizio del fatto che le restrizioni legate al covid 19 abbia costituito un pretesto, o quanto meno lo stimolo, per concretizzare un tentativo di evasione dal carcere". Di qui l'esigenza della custodia cautelare per impedire che la concessione di un permesso premio, o un'attenuazione del regime di detenzione, possa diventare l'occasione per portare a compimento quei propositi di fuga.
I dubbi dell'associazione Antigone - Dubbiosa per quest'ultimo l'ultimo risvolto della vicenda giudiziaria innescata dalla rivolta melfitana l'avvocato Simona Filippi, dell'Associazione Antigone, che si sta opponendo all'archiviazione delle denunce dei detenuti per le violenze subite durante il trasferimento dei presunti facinorosi.
"Questo approccio degli inquirenti rispetto ai fatti avvenuti nel corso della rivolta sinceramente non lo vedo nel procedimento che vede i detenuti come persone offese ed si vorrebbe chiudere dicendo che non è stato possibile individuare i responsabili". Ha dichiarato Filippi al Quotidiano del Sud. "Credo quindi che adesso sia il momento di profondere lo stesso sforzo non solo per individuare almeno alcuni degli autori delle violenze, ma anche per capire i motivi per cui sono avvenute. Chi le ha organizzate. Proprio come è stato fatto nell'indagine su Santa Maria Capua Vetere".
di Enrico Fontana*
Il Manifesto, 1 agosto 2021
Giustizia. La riforma Cartabia non contempla i delitti contro l'ambiente tra i reati gravi. A rischio prescrizione centinaia di processi. A nulla sono serviti finora gli appelli lanciati insieme da Legambiente, Wwf, Greenpeace, Libera e Gruppo Abele perché ai delitti ambientali venga riconosciuta quella gravità e complessità dei fatti da accertare che garantisce, con l'ultimo accordo raggiunto in Consiglio dei ministri sulla riforma della giustizia, un regime speciale ai reati di terrorismo, mafia, violenza sessuale aggravata e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.
Alle 14 di oggi inizia l'esame da parte della Camera di questa tormentata riforma della giustizia. E arriverà nei prossimi giorni il momento di discutere gli emendamenti, prima firmataria l'on. Rossella Muroni, che possono consentire quel "ravvedimento operoso" sui delitti ambientali evocato finora invano dalla società civile, sempre che il governo mantenga l'impegno, dopo l'accordo raggiunto, di non mettere la fiducia. È sempre sgradevole fare una "classifica" della maggiore o minore pericolosità di un delitto, soprattutto quando sono in gioco le sensibilità delle vittime. Ma davvero non si comprende secondo quale valutazione di merito la larghissima maggioranza di governo, insieme alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al premier Mario Draghi, ritenga più meritevoli di maggiori tutele i processi istruiti per chi è accusato di traffico di stupefacenti rispetto a quelli che vedono alla sbarra persone e società a cui viene contestato il delitto di disastro ambientale. Oppure se, come la stessa ministra Cartabia racconta in un'intervista a la Repubblica, è stato solo un "gioco di bandierine" tra le diverse forze politiche. E nessuno, nemmeno lei a dire la verità, ha "alzato" e difeso fino in fondo quella dei delitti ambientali.
I fatti che regalano le cronache quotidiane e i numeri del lavoro svolto dal 2015 ad oggi da forze dell'ordine e magistratura basterebbero da soli per giustificare un "ravvedimento operoso" da parte del governo e di chi lo sostiene. Solo nel 2020, secondo i dati del monitoraggio svolto dal ministero della Giustizia, sono stati 883 i procedimenti penali avviati per delitti contro l'ambiente, con 2.314 persone denunciate e 824 ordinanze di custodia cautelare eseguite. Dal 2015 le inchieste sviluppate dalle procure sono state ben 4.636, le persone denunciate 12.733, quelle raggiunte da ordinanze di custodia 3.989. Solo per il delitto di disastro ambientale, i procedimenti che hanno visto impegnati in indagini complesse, anche dal punto di vista scientifico, magistrati, tecnici e ricercatori, ufficiali di polizia giudiziaria e personale delle forze dell'ordine sono stati 249.
Che fine faranno, senza ripensamenti durante il dibattito e il voto in aula, tutte queste inchieste e le aspettative di chi chiede verità e giustizia? Quale sarà il destino di processi come quello per lo sversamento in mare di milioni di dischetti di plastica dopo il "collasso" del depuratore di Capaccio Paestum? E quali speranze ha di concludersi nei tempi previsti quello frutto delle indagini per disastro ambientale sulle devastazioni causate alle scogliere e alla parte sommersa dei Faraglioni di Capri dalla pesca illegale dei datteri di mare? E perché chi quei delitti li ha denunciati, come hanno fatto i circoli di Legambiente che hanno raccolto centinaia di migliaia di dischetti finiti lungo le spiagge, deve attendere l'esito dei processi con l'ansia della scadenza dei termini previsti dal nuovo "cronometro giudiziario"? C'è una qualsiasi ragione di merito comprensibile oppure è solo il frutto del "gioco delle bandierine" in cui le ragioni della tutela dell'ambiente sono state sacrificate, ancora una volta, ad altre "priorità"?
Era ben altro il clima politico quando, il 19 maggio del 2015, il Senato, con un'ampia maggioranza, diede il via libera alla legge 68 che introduceva, dopo 21 anni di denunce dell'ecomafia, promesse e aspettative tradite, i delitti contro l'ambiente nel nostro Codice penale. Un voto salutato dall'applauso dell'aula e dalle dichiarazioni entusiastiche di ministri e leader delle forze politiche che avevano sostenuto quella riforma di civiltà. Allora Partito democratico e Movimento 5stelle erano su fronti opposti, il primo al governo, il secondo all'opposizione. Adesso che fanno parte della stessa maggioranza, non hanno ancora trovato la forza e la volontà politica condivisa di mettere al riparo gli ecoreati, anche quelli più gravi come il disastro ambientale, dai rischi della improcedibilità.
La Ministra Cartabia invoca il rispetto dei patti da parte di chi li ha sottoscritti dopo una lunga trattativa. È la stessa richiesta fatta dalle associazioni alle forze politiche che hanno votato nel 2015 la legge con cui sono stati introdotti i delitti contro l'ambiente nel Codice penale: rispettare il patto con cui è stato garantito al Paese che sarebbe finalmente arrivato il tempo della giustizia anche in nome del popolo inquinato.
*Responsabile dell'Osservatorio nazionale Ambiente e legalità di Legambiente
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