Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2021
Ad annunciarlo, tra gli altri, su Twitter è stata la sorella Mona Seif, anche lei attivista, che aveva anche assistito a uno dei numerosi arresti arbitrari subiti dalla sorella da parte delle forze dell'ordine egiziane. Oggi Mona ha mostrato ai suoi follower la foto "ufficiale" del rilascio della sorella, immortalata di nuovo a casa mentre abbraccia il suo cane Toka.
Tre giorni fa era arrivata la notizia della condanna di Alaa Abdel Fattah, attivista per i diritti umani e protagonista della rivoluzione del 2011, a 5 anni di carcere per "diffusione di notizie false". Oggi per la famiglia del noto oppositore del regime di Abdel Fattah al-Sisi è però un giorno felice perché la sorella Sanaa Seif è stata finalmente scarcerata, dopo la condanna a un anno e mezzo di carcere del marzo scorso con la stessa accusa del fratello, ma relativa alle informazioni diffuse sulla pandemia di coronavirus in Egitto.
Ad annunciarlo, tra gli altri, su Twitter è stata la sorella Mona Seif, anche lei attivista, che aveva anche assistito a uno dei numerosi arresti arbitrari subiti dalla sorella da parte delle forze dell'ordine egiziane quando nel 2020, insieme alla madre, erano tutte e tre andate a denunciare alla Procura del Cairo un'aggressione compiuta da un gruppo di donne, probabilmente parte dei famigerati gruppi criminali detti Baltagiya al soldo del governo per compiere spedizioni punitive contro i dissidenti. Oggi Mona ha mostrato ai suoi follower su Twitter la foto "ufficiale" del rilascio della sorella, immortalata di nuovo a casa mentre abbraccia il suo cane Toka.
In carcere, come detto, rimane invece Alaa Abdel Fattah che il 20 dicembre è stato condannato a 5 anni di reclusione, insieme al suo avvocato Mohamed al-Bakr e al blogger Mohamed Oxygen Ibrahim, quest'ultimi a 4 anni, per la stessa accusa che vede ancora imputato Patrick Zaki. Nello specifico, per i primi due l'accusa è di aver criticato le autorità riguardo al trattamento dei detenuti e su alcuni decessi in custodia, mentre Mohamed Oxygen Ibrahim ha denunciato sui social il mancato rispetto dei diritti sociali ed economici da parte del governo.
adnkronos.com, 23 dicembre 2021
"E una rivoluzione copernicana". Così l'avvocato Alexandro Maria Tirelli commenta con l'Adnkronos l'ordinanza con la quale il Tribunale di Sorveglianza di Brescia ha concesso al suo assistito, Philippe Buchet, condannato da un Tribunale italiano, la possibilità di scontare il residuo di pena nel luogo dove risiede, vale a dire il Belgio.
Pochi giorni fa, infatti, il TdS di Brescia (presidente Ezia Gardoni), ha emesso un'ordinanza partendo dal presupposto che "l'istante, attualmente libero, deve espiare, in forza dell'ordine di esecuzione per la carcerazione e contestuale decreto di sospensione del medesimo, emesso il 5.7.2018 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo - Ufficio Esecuzioni Penali, la pena residua di anni due, mesi sei e giorni otto di reclusione" dopo una condanna a tre anni per traffico internazionale di cocaina.
di Valter Vecellio
lindro.it, 23 dicembre 2021
Ci voleva Papa Francesco: decide, in prossimità delle feste natalizie, di incontrare gli "invisibili", e coglie l'occasione per affrontare temi cruciali. Dalla violenza alle donne al sovraffollamento delle carceri: "È tanto, tanto grande il numero di donne picchiate, abusate in casa, anche dal marito. Il problema è che per me è quasi satanico, perché è approfittare della debolezza di qualcuno che non può difendersi, può soltanto fermare i colpi. È umiliante, molto umiliante".
C'è una donna vittima di violenza protagonista con altri "invisibili", nel collegio di Santa Marta, dove ha luogo l'incontro: "È umiliante quando un papà o una mamma dà uno schiaffo in faccia a un bambino, mai dare uno schiaffo in faccia. Perché la dignità è la faccia. Questa è la parola che io vorrei riprendere", aggiunge quell'uomo venuto da "quasi la fine del mondo".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 23 dicembre 2021
Il partito dei magistrati (e dei giornalisti giudiziari embedded) attraverso la sua rappresentanza parlamentare (il Movimento 5 Stelle) ha chiesto ufficialmente al governo di rinunciare alla legge sulla presunzione di innocenza, e dunque alla Costituzione.
A nome del partito dei Pm è intervenuto in aula, l'altra sera, il deputato Vittorio Ferraresi, che viene considerato ('alter ego dell'ex ministro Bonafede. Ferraresi è stato anche sottosegretario nei diversi governi a 5 stelle, per la precisione sottosegretario alla Giustizia. E lui che ha chiesto che sia cancellata o modificata radicalmente una legge di applicazione della Costituzione che appena qualche giorno fa i 5 Stelle avevano approvato.
41bis, illegittimo il divieto per il detenuto di dare giocattoli e dolci al figlio minore di 12 anni
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2021
Non è la stessa cosa se il dono viene dato da un agente penitenziario. Il divieto di legge va superato con le dovute accortezze in nome dell'interesse dei bambini ad un rapporto il più possibile normale con i genitori. Viola il diritto dei bambini a preservare una relazione familiare più normale possibile con il genitore detenuto il divieto, imposto ai carcerati sottoposti al 41-bis, di consegnare personalmente giocattoli e dolciumi ai figli minori di 12 anni.
Per la Cassazione (sentenza 46432) va superata la previsione normativa che impedisce, senza eccezioni, il passaggio di oggetti da parte delle persone che scontano la pena con il cosiddetto "carcere duro". Malgrado nel caso di figli o nipoti minori di 12 anni sia stato, infatti, concesso il colloquio senza il vetro divisorio, resta in piedi il divieto dello scambio di oggetti.
di Davide La Cara
notizie.com, 23 dicembre 2021
L'esponente Radicale è in sciopero della fame per far approvare una proposta che migliori la condizione disastrosa delle carceri italiane. Rita Bernardini è in sciopero della fame. La storica dirigente del Partito Radicale e presidente dell'associazione Nessuno tocchi Caino, dal 5 dicembre porta avanti la sua iniziativa per accedere l'attenzione sulle difficili condizioni in cui si trova la popolazione carceraria italiana. Un problema da sempre attuale e che la politica non ha mai affrontato con la dovuta decisione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 23 dicembre 2021
L'ex procuratore aggiunto di Venezia, da anni tra i più autorevoli commentatori sulla giustizia, smonta gli allarmi sulle nuove norme a tutela della presunzione d'innocenza.
"La libertà di stampa? Nel caso concreto dell'informazione giudiziaria, è una favola vuota". Carlo Nordio non concede sconti. L'ex procuratore aggiunto di Venezia che oggi, da editorialista del Messaggero, è tra i più ascoltati commentatori sulla giustizia, non si lascia commuovere dagli allarmi sulle nuove norme a tutela della presunzione d'innocenza. Controbatte con impietoso realismo alla tesi per cui la recente riforma colpirebbe il diritto di informare: "I giornalisti", obietta, "scrivono quello che gli inquirenti lasciano trapelare dopo aver selezionato le notizie secondo le proprie convenienze. È una divulgazione pilotata, spesso a favore di cronisti amici e a scapito di altri". Una replica alle preoccupazioni espresse non solo dal mondo dell'informazione, ma soprattutto dalla magistratura, Anm in testa, e da partiti come il Movimento 5 Stelle che considerano una iattura qualsiasi argine allo strapotere delle Procure.
Appena presentato, il decreto sulla presunzione d'innocenza sembrava fin troppo blando, soprattutto per le sanzioni assai remote: ma visti i recenti allarmi, soprattutto della magistratura, comincia a venire il sospetto che si tratti di un provvedimento efficace...
Come le altre recenti riforme della ministra Cartabia, anche questa è un piccolo passo per la risoluzione del problema, ma un balzo gigantesco nella giusta direzione. È proprio questo cambiamento di rotta che preoccupa la magistratura, che vede ridotto uno dei suoi poteri di cui ha talvolta fatto uso improprio: quello cioè di tenere in pugno un cittadino, attraverso la divulgazione di notizie riservate. In ogni caso un effetto positivo, sia pure limitato, ci sarà.
Parte dei divieti esisteva già dal 2006, come quello che preclude ai singoli pm la divulgazione di notizie, ma nessuno se n'è accorto. Perché stavolta dovrebbe andare diversamente? È la perdita di autorevolezza sofferta in questi anni che potrebbe impedire alla magistratura di aggirare le norme?
È vero che una norma simile esisteva già nell'ordinamento giudiziario, nel senso che i rapporti con l'esterno potevano esser tenuti solo dal capo dell'Ufficio o dal suo Aggiunto. Ma poiché è stata spesso disattesa senza conseguenze, si è ritenuto opportuno rafforzarla. Questo risultato è possibile oggi per due ragioni complementari: la prima è l'autorevolezza e la credibilità della ministra proponente, che la rende immune da qualsiasi sospetto di cointeressenze ambigue. La seconda è proprio l'indebolimento della credibilità della magistratura. Dopo lo scandalo Palamara, e quello ancora più grave della Procura di Milano, la sua forza contrattuale è grandemente scemata. E non è nemmeno finita. Il fatto che la Procura di Roma sia stata fino a poche ore fa senza un titolare, e che quella di Firenze abbia un capo sanzionato disciplinarmente, contribuiscono a questo sfacelo. Ora ci mancava il ritorno del nome di Berlusconi per fatti di mafia di trent'anni fa. Siamo nel grottesco più estremo, ed è doloroso, per chi ha rivestito la toga per oltre 40 anni, vedere che rischiamo di coprirci di ridicolo.
Cosa risponde alle preoccupazioni dei giornalisti secondo cui l'impossibilità di acquisire, d'ora in poi, notizie sulle indagini in modo informale pregiudicherà la libertà di stampa?
Cominciamo col dire che finalmente il sistema si occupa anche dei diritti dell'indagato, che spesso finisce sui giornali come presunto colpevole, perde l'onore e magari il lavoro o la carica politica, e dopo mesi o anni viene archiviato senza neanche le scuse. Quanto alla libertà di stampa, questa, nel caso concreto è una favola vuota: perché i giornalisti scrivono quello che gli inquirenti lasciano trapelare dopo aver selezionato le notizie secondo le proprie convenienze. È una divulgazione pilotata, spesso a favore di cronisti amici e a scapito di altri. La libertà sarebbe quella di aver a disposizione tutto il materiale, lasciando al giornalista la discrezione di scegliere quale pubblicare.
In un'intervista radiofonica lei ha ricordato che anche Marco Pannella, in passato, aveva fatto un discorso del genere...
È un po' quello che accade quando la tv riprende un processo. Lo spettatore non vede quello che vuole lui, ma quello che gli dà la regia. E se questa, ad esempio, inquadra le mani sudaticce e agitate di un teste, manda un messaggio, più o meno subliminale, di inaffidabilità. Per questo io non ho mai consentito i montaggi, ma solo la telecamera fissa in aula. Così lo spettatore guarda dove e come vuole.
Secondo la circolare inviata lo scorso 6 dicembre dal Pg Salvi alle Procure, il dovere di informare è legato, per la magistratura inquirente, anche alla necessità di contrastare ricostruzioni fantasiose che, sulle indagini, potrebbero altrimenti essere proposte nei vari "quarti gradi televisivi": è d'accordo?
Condivido l'idea che alle limitazioni per le esternazioni dei magistrati faccia riscontro quella dei talk show sui processi in corso. Negli ordinamenti anglosassoni, che abbiamo scopiazzato, questo non è consentito: costituirebbe il reato di Contempt of Court, disprezzo della Corte. Il giusto equilibrio dev'essere trovato dai capi degli uffici, proprio per evitare che i giornalisti lavorino di fantasia, e così assicurare un'informazione adeguata.
Cosa pensa delle proposte di limitare anche il contenuto degli atti d'indagine? Chi lo chiede, ritiene vadano scongiurati casi come quello dell'inchiesta su Open, in cui la Procura, senza fornire informazioni sottobanco ai cronisti, lascia nel fascicolo una messe di informazioni con cui i giornali costruiscono comunque la gogna mediatica...
Questa è una riforma fondamentale, che deve integrare quella attuale, perché ora i pm possono diffondere, nella più perfetta legalità, notizie che screditano il cittadino. Essi infatti sono arbitri assoluti nel decider cosa sia utile all'indagine e cosa no. E con questo alibi posso depositare documenti, e addirittura intercettazioni, che vulnerano l'onore di una persona, senza avere alcuna giustificazione riferibile all'economia dell'indagine. Ma sulla disciplina delle intercettazioni questo Parlamento non ha né la volontà né la possibilità di intervenire. Aspettiamo il prossimo.
Sarebbe opportuno inasprire le sanzioni per il misconosciuto reato di "pubblicazione arbitraria di atti giudiziari", che oggi un giornale può cancellare col versamento di una modestissima oblazione?
No. Ho sempre sostenuto e sostengo che è ingiusto e inutile prendersela con il cronista o con il direttore. Se vi è violazione del segreto istruttorio, il primo a risponderne dev'esser chi ne era depositario e ne ha consentito la divulgazione, o non ha vigilato abbastanza affinché ciò non avvenisse. Quindi in primo luogo proprio il magistrato. Ma introdurre la sua responsabilità civile e l'obbligo al risarcimento serve a poco, anche perché è assicurato. Un magistrato inetto, inabile o infedele deve solo cambiare mestiere.
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 23 dicembre 2021
Cartabia: "È malagiustizia". C'è anche il caso del professor Francesco Addeo, ex capo del Cnr di Avellino nonché docente alla facoltà di Agraria, tra quelli citati ieri da Marta Cartabia che, parlando ai dipendenti del Ministero della Giustizia in occasione del Natale, ha detto: "So cosa vuol dire stanchezza e scoraggiamento".
Addeo infatti fu arrestato nel 2001 con accuse gravissime (associazione a delinquere, falso in atto pubblico, truffa aggravata) quando era uno dei più importanti esperti europei del settore lattiero caseario, dopo le dichiarazioni rese da due imprenditori; gli veniva contestato di avere attestato falsamente la bontà di alcuni prodotti caseari italiani esportati verso la Francia; si trattava in particolare, secondo l'accusa, di burro non genuino spedito oltralpe. Dopo 20 anni Addeo è stato assolto al termine del secondo processo di appello (la Cassazione aveva infatti annullato con rinvio il primo): "il fatto non sussiste". Oggi il professore, alla vigilia degli 80 anni, è molto malato; ha subìto un trapianto e probabilmente dovrà sottoporsi a un altro intervento. Il suo caso è stato raccontato, tra gli altri, da Stefano Zurlo nel suo "libro nero delle ingiuste detenzioni".
Il professor Addeo, racconta l'avvocato Alberto Barletta, che lo ha difeso, quando fu emessa l'ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti era in Corsica, dove presiedeva un centro di ricerche sui piccoli ruminanti; si precipitò in Italia per farsi notificare il provvedimento e dal 26 marzo al 26 luglio rimase in custodia cautelare nel carcere di Poggioreale: "Un trattamento - sottolinea il legale - assolutamente spropositato e ingiustificato per uno scienziato, una persona autorevole e stimata conosciuta in tutta Europa". Quindi ottenne i domiciliari, dove restò altri due mesi, fino al 26 settembre di quell'anno. Nel frattempo erano stati scarcerati i due imprenditori che lo avevano accusato.
I processi si sono trascinati stancamente per 20 anni anche perché Addeo, che pretendeva l'assoluzione nel merito, aveva rinunciato alla prescrizione (la prima sentenza, emessa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, è del 5 novembre 2008: un anno e mezzo di reclusione), mentre le condizioni di salute dello scienziato peggioravano sempre più. Ora l'avvocato Barletta si accinge a chiedere allo Stato il risarcimento per l'ingiusta detenzione: sarebbe una cifra simbolica, ovviamente, ma al tempo stesso il riconoscimento che quei mesi di vita cancellata furono un errore giudiziario. E il professore non spera nemmeno più nel reintegro: "Aveva tanti incarichi, come si farebbe - si chiede Barletta - a reintegrarlo in tutti?".
Scriveva il penalista nel ricorso in Appello dopo la sentenza di condanna del Tribunale di Santa Maria: "Quello che più lascia sconcertati nella lettura della sentenza è, oltre alla considerazione che il Tribunale ha del Viglione (uno degli imprenditori che accusava il professore, ndr) come portatore di verità, il fatto che il Tribunale si lascia trascinare dalle considerazioni e descrizioni non di fatti concreti, ma di contorni, di immagini, di impostazioni di rapporti e così via, che il Viglione con la sua grande capacità di affabulatore propone e che dal collegio giudicante vengono assunti come elementi fondamentali per la dimostrazione della responsabilità dell'imputato".
Dopo 20 anni si è accertato che il professore non aveva attestato falsamente la genuinità del burro prodotto dai suoi accusatori. A causare l'errore giudiziario sono state anche le erronee interpretazioni delle intercettazioni telefoniche e la traduzione imprecisa di alcuni documenti (in particolare analisi sulla qualità dei prodotti) dall'Italiano al Francese e viceversa.
Una vicenda amara, dunque, che la ministra Cartabia ha accostato ad altre probabilmente più conosciute. La guardasigilli si è detta infatti "enormemente colpita" da alcuni incontri con cittadini che chiedevano giustizia, come quello a Genova "con le madri che hanno perso i figli in quell'insensato crollo del ponte e che aspettano parole di verità dalle istituzioni" e quelli con i familiari delle vittime della strage di Bologna. Cartabia ha anche fatto riferimento all'incontro con una madre che temeva di non sopravvivere per poter vedere la fine del processo ai responsabili della morte del figlio, "vittima di uno dei tanti, troppi incidenti sul lavoro".
"Quando scriviamo nuove norme - ha perciò concluso la ministra - facciamo qualcosa per persone in carne e ossa. Questo pensiero sia l'energia che ogni mattina ci fa riprendere con serietà e dedizione il nostro lavoro, dopo ogni delusione, stanchezza e frustrazione".
redattoresociale.it, 23 dicembre 2021
Mauro Palma: "Le criticità complessive delle strutture penitenziarie coinvolte nella visita riflettono molte delle problematicità riscontrabili a livello nazionale: dall'affollamento, alla carenza di una complessiva 'visione' di una esecuzione penale costituzionalmente orientata, alla carenza di risorse ai diversi livelli"
Nei mesi di novembre e dicembre il Garante nazionale delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, ha effettuato una visita regionale in Lombardia svolgendo il monitoraggio di diverse strutture: sette istituti penitenziari per adulti e quello milanese per i minori; il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Milano; quattro Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) dislocati in diverse città; la 'multiforme' Rems tuttora plurimodulare di Castiglione delle Stiviere; una residenza sanitaria assistenziale di Bergamo e alcune camere di sicurezza delle Forze di polizia delle città toccate dalla visita.
"Le criticità complessive delle strutture penitenziarie coinvolte nella visita riflettono molte delle problematicità riscontrabili a livello nazionale - afferma il Garante in una nota riassuntiva dell'attività ispettiva -: dall'affollamento, alla carenza di una complessiva 'visione' di una esecuzione penale costituzionalmente orientata, alla carenza di risorse ai diversi livelli (di direzione, di personale delle varie funzioni tutte ugualmente essenziali in un Istituto, di dialogo concreto con le strutture sanitarie territoriali). Un panorama ancor più colpito dalle recenti chiusure dovute al rischio pandemico e che, soprattutto nella parte di vista di dicembre, risente della risorgente ansia per i riflessi che la situazione complessiva potrebbe avere sulla vita reclusa".
"La necessità di costruire un rapporto diverso con la sanità territoriale - e all'interno della struttura stessa tra le due amministrazioni - è emersa in modo particolare nella Casa di reclusione di Opera che pure ospita una struttura potenzialmente qualificabile come ospedaliera - afferma il Garante -. Questo aspetto è stato sollevato anche in occasione dell'incontro avuto con la vice-presidente della Regione, Letizia Brichetto Moratti".
Gli istituti visitati sono stati, oltre a quello di Opera, quelli di Bergamo, Brescia 'Canton Mombello' e Brescia Verziano, Pavia, Voghera, Monza. In alcuni casi si è trattata di una visita di follow-up, dopo quella del 2017; la situazione riscontrata ha però confermato le criticità allora rilevate. Positiva invece la prima visita all'Istituto di Verziano.
"L'Istituto minorile di Milano è tuttora in attesa di finire i lavori di ristrutturazione - evidenzia il Garante -: l'annuncio di uno sblocco dei lavori lascia sperare, anche se quanto riscontrato al momento risente del perdurare di tale situazione. In tutto il territorio deve essere potenziata una rete di effettiva presa in carico delle molte criticità di natura comportamentale o psichiatrica che proponga soluzioni di continuità ed eviti sia il rischio di internamento o di assenza di effettiva risposta ai bisogni espressi, sia il loro ricadere su personale non professionalmente formato per tale compito. Resta tuttora aperta la peculiarità della situazione di Castiglione delle Stiviere, esplicita anche nella sua stessa denominazione di 'sistema plurimodulare di Rems provvisorie'".
La delegazione è stata particolarmente colpita dalla non consapevolezza da parte dei taluni responsabili di Spdc circa la funzione, i compiti e le prerogative del Garante nazionale: "Situazioni indubbiamente risolte con celerità dal competente assessorato, ma che evidenziano la necessità di una migliore informazione territoriale e di una formazione specifica da rivolgere al personale medico responsabile".
Continua il resoconto del Garante: "La visita al 'Centro di permanenza per i rimpatri' è stata seguita da un dialogo con il Prefetto di Milano, in una fase, quale quella attuale, di ridefinizione del Regolamento per la permanenza in tali strutture. I temi affrontati hanno, quindi, riguardato criticità d'ordine generale, già evidenziate in precedenti visite e in Rapporti tematici su tali strutture prodotti e resi pubblici dal Garante nazionale".
Anche alle visite alle camere di sicurezza sono seguiti incontri con i vertici delle Forze di Polizia responsabili. Del resto, gli incontri istituzionali sono parte integrante delle prolungate visite regionali condotte dal Garante nazionale. Oltre a quelli precedentemente incontrati, le delegazioni hanno incontrato i presidenti dei tribunali di sorveglianza di Milano e di Brescia (attualmente magistrato facente funzione), il Procuratore della Repubblica di Pavia (facente funzione), il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, il Garante regionale la Garante della provincia di Pavia, i Garanti comunali di Milano, Bergamo, Brescia.
Le parallele sezioni di formazione dei Comandanti di strutture dell'Arma dei Carabinieri, tenute al Comando provinciale di Brescia e a quello di Pavia, sono state altresì occasioni di scambio e di valutazione circa il tema della privazione della libertà da parte dell'Arma dei Carabinieri. Nelle due sessioni e nell'articolazione in tre sotto-delegazioni, che hanno lavorato in parallelo, la visita ha coinvolto, oltre ai tre componenti del Collegio, tredici componenti dell'Ufficio per complessive ventisette giornate lavorative.
di Giulia Merlo e Nello Trocchia
Il Domani, 23 dicembre 2021
Nel carcere dei pestaggi dell'aprile 2020, spento il clamore mediatico, nulla sembra essere cambiato. L'acqua potabile ancora non c'è. La temperatura esterna è di circa dieci gradi, che però scendono nel corso della notte e le celle non sono riscaldate. Inoltre, è in corso un focolaio di contagi di Covid, con 61 detenuti positivi. Del resto, come ha spiegato la garante dei detenuti di Caserta Emanuela Belcuore, "Un detenuto su tre non è vaccinato, perché l'obbligo di vaccinazione esiste solo per gli agenti". Che quello che sta per arrivare sia un Natale se possibile ancora più difficile a Santa Maria non lo denuncia solo la garante. Anche la stessa polizia penitenziaria denuncia la gravità della situazione, perché manca personale per fare la sorveglianza.
Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere l'acqua potabile ancora non c'è. La temperatura esterna è di circa dieci gradi, che però scendono nel corso della notte e le celle non sono riscaldate. Il giorno di Natale è prevista pioggia e così anche nei giorni seguenti, a rendere il clima ancora meno di festa nel carcere diventato tristemente noto alle cronache nel corso del 2021 quando Domani ha raccontato e reso pubblico il pestaggio dei detenuti da parte di 283 agenti della polizia penitenziaria, avvenuto il 6 aprile 2020. Allora, i reclusi rivendicavano acqua potabile, mascherine e gel per difendersi dal contagio e risposte sul virus nella struttura.
Proprio come nei ricordi di un ex detenuto, che nell'istituto ha passato alcuni mesi e anche le festività natalizie. Quando gli si chiede cosa ricordi con più chiarezza, risponde: "L'acqua marrone che usavamo per lavare i denti. In quel carcere si entra con i denti e si esce senza, perché l'acqua potabile ancora non c'è. Io mi sto ancora curando". E questo nonostante già allora i reclusi portassero avanti una battaglia che lui stesso definisce "inutile", per chiedere l'allacciamento con la condotta idrica comunale. "Nella cella non c'era neanche la doccia. Dovevamo uscire in corridoio per farla". Oggi, a più di un anno di distanza dai pestaggi e terminata l'onda del clamore mediatico, nulla sembra essere cambiato.
Nulla è cambiato - Santa Maria Capua Vetere non è diventato un carcere modello, anzi. Anzi, le condizioni sono rimaste immutate. Non solo per il fatto che continui a mancare l'acqua potabile, ma anche dal punto di vista sanitario. A mostrare come l'immobilismo -o forse l'indifferenza una volta spenti i riflettori- siano la cifra dell'atteggiamento nei confronti del carcere e di questo istituto in particolare è il caso del detenuto al quale è stata somministrata una dose di vaccino non diluita che valeva per sei. Doveva essere spostato, ma ad oggi è ancora nel carcere "Francesco Uccella" e qui trascorrerà il Natale un altro anno. "Abbiamo chiesto decine di volte il trasferimento di questo detenuto a Bergamo, ma il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non ci ascolta", dice la garante dei detenuti di Caserta Emanuela Belcuore.
E il suo non è un caso isolato. Sia nel carcere di Santa Maria Capua Vetere che in altri istituti campani, la garante ha raccontato anche dell'aumento degli arrivi nel carcere da parte di detenuti provenienti dalla regione Lazio. "Capisco lo sfollamento dalle altre carceri, ma non andiamo a ingolfare il Francesco Uccella che sta provando a risorgere grazie anche all'impegno della nuova direttrice. Dobbiamo rendere il carcere di Santa Maria un istituto modello, queste scelte non vanno in questa direzione", dice. Le carceri campane oggi sono guidate da Carmelo Cantone, provveditore già per Lazio, Molise e Abruzzo e dal luglio scorso provvisoriamente provveditore anche in Campania.
I contagi aumentano - Come nelle altre carceri italiane, infatti, il sovraffollamento è costante ma a soprattutto si è aggravata la situazione dei contagi: proprio al reparto Nilo, decine di detenuti si sono contagiati arrivando alla cifra record di 61, addirittura più di quelli di un anno fa nello stesso periodo, in piena emergenza pandemica. "A Santa Maria Capua Vetere il focolaio è sfuggito ad ogni controllo", ha ammesso anche il segretario generale del sindacato polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo. Del resto, come ha spiegato Belcuore, "Stimiamo che non siano vaccinati tra il 30 e il 40 per cento dei detenuti, praticamente uno su tre. Questo perché l'obbligo di vaccinazione esiste solo per gli agenti".
Il problema non sono i detenuti no-vax - pochissimi - ma il fatto che non ci sono gli operatori sanitari per somministrare i vaccini, per questo la garante ha chiesto un camper dell'Asl in carcere per portare avanti a tappeto la campagna vaccinale. Altrimenti il cluster rischia di allargarsi ancora in una struttura che, nonostante l'attenzione dichiarata dalle autorità istituzionali e politiche, è rimasta abbandonata a se stessa. "Bisognerebbe anche chiedere i tamponi oppure il green pass all'ingresso sia agli avvocati che ai familiari dei detenuti, che possono essere veicolo di contagio per chi sta all'interno. Ma la situazione attuale è questa", spiega la garante Belcuore.
Che tutto rischi di sfuggire di mano lo dimostra il fatto accaduto due settimane fa. Il 14 dicembre, quando è stato trovato l'ennesimo detenuto positivo, tre reclusi del terzo piano hanno aggredito alcuni agenti. La situazione è subito rientrata. Se nelle celle si vive all'addiaccio e con la paura del contagio, anche la polizia penitenziaria protesta. I sindacati, infatti, hanno chiesto che l'obbligo vaccinale venga disposto anche per i detenuti, oltre che l'introduzione del green pass obbligatorio per avvocati e familiari che accedono al carcere per i colloqui. "Siamo in piena quarta ondata e, in assenza di questi due semplici provvedimenti, si rischia che situazioni analoghe possano verificarsi in altre strutture penitenziarie dove il sovraffollamento unito all'esiguità di personale sono elementi peggiorativi di una situazione incancrenita da tempo", ha scritto in una nota Giuseppe Moretti, presidente campano dell'Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria.
Visto l'aumento dei contagi, i detenuti sono stati spostati in altri reparti, ma insufficiente sembra essere anche l'infermeria centrale della struttura, dove sono ricoverati anche detenuti malati di tumore. "L'area sanitaria è carente perché manca il personale, gli stessi medici disertano il carcere come scelta. La cosa spaventosa è che manca la figura della psichiatra, tranne una alla sezione Nilo dove ci sono detenuti con disturbi mentali", dice la garante Belcuore. Nell'istituto penitenziario, infatti ci sono solo psicologi "ma in numero totalmente inadeguato".
Un Natale difficile - Che quello che sta per arrivare sia un Natale se possibile ancora più difficile a Santa Maria non lo denuncia solo la garante. Anche la stessa polizia penitenziaria denuncia la gravità della situazione, perché manca personale per fare la sorveglianza proprio durante i giorni festivi a causa dell'incremento non solo dei detenuti positivi, ma anche degli agenti. "Non riusciamo a capire come sarà possibile far fronte ad una situazione davvero complicata persino per i normali turni di servizio", ha detto Di Giacomo.
Il rischio, se i contagi continuano ad aumentare e contemporaneamente diminuisce il numero di chi presta servizio, è che si debbano ridurre le visite in carcere, che soprattutto sotto le feste sono l'unica fonte di sollievo per i detenuti, almeno per quelli di loro che possono essere raggiunti dalla famiglia. Ma una scelta di questo tipo verrebbe vissuta come l'ennesima afflizione per i reclusi, rendendo ancora più difficile la situazione già tesa, soprattutto se una simile misura venisse adottata durante il periodo delle festività. Anche perché proprio la riduzione dei colloqui con le famiglie, sommata all'emergenza pandemica, è stata una delle micce che hanno scatenato l'esasperazione dei reclusi proprio nei giorni della primavera 2020, in cui in alcuni penitenziari si sono scatenate le rivolte.
I ricordi di un ex detenuto - Che nulla, nel carcere di Santa Maria, ricordi anche solo lontanamente il Natale però è un fatto. Nei ricordi di chi ha trascorso lì alcuni mesi da detenuto, la durezza di quei giorni dietro le sbarre di uno degli istituti più difficili d'Italia è ancora impressa nella memoria. "Potevamo fare entrare in carcere venti chili di prodotti al mese, tra cibo e abbigliamento", racconta. Troppo poco, per considerare le festività natalizie come un momento speciale. A tentare di sopperire, però, era scattata la solidarietà reciproca tra detenuti. "Per allestire almeno un minimo di clima natalizio ci siamo accordati tra compagni di cella. Ognuno faceva entrare qualcosa per trascorrere un natale quasi normale". E così racconta che era stato possibile avere un po' di spaghetti, la carne, l'agnello, "insomma, i prodotti della tradizione. Avevo un compagno di cella calabrese più giovane che ha preparato il nostro pranzo di natale, se così possiamo chiamarlo". Quel poco di consolazione possibile, per chi non ha alternative e spesso nemmeno più speranza.
- Viterbo. Galera criminale: un passo verso la verità sul suicidio in cella di Hassan
- Cagliari. Suicidio di un detenuto ricoverato in ospedale. "Una tragedia annunciata"
- Lazio. Del tutto svanito "l'effetto Covid" è ritornato il sovraffollamento
- Firenze. Il reinserimento dei detenuti passa da una mobilità sostenibile
- Sant'Angelo dei Lombardi (Av). "La voce di Abdul", progetto per l'integrazione dei detenuti









