di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 25 dicembre 2021
Ecco i doni solidali per un mondo diverso. Adozioni a distanza, associazioni impegnate nei reparti ospedalieri, ma anche progetti come l'Enciclopedia delle donne o il Museo della Memoria collettiva. La notte della Vigilia scartiamo regali che aiutano a includere le persone in difficoltà o con disabilità.
Avete fatto un'abbuffata di regali? Magari siete del genere che si butta in qualche centro commerciale affollato nel giorno della Vigilia e non ne avete voglia. Oppure non avete ancora trovato l'idea "giusta". Un consiglio? Intanto ripartiamo dall'idea del dono: che è di mostrare con un pensiero impacchettato quanto teniamo all'altra persona e quanto la amiamo, genitore, compagna/o, figlia/o, amica/o che sia. Ma è anche voler restituire con un gesto il tanto che durante l'anno abbiamo ricevuto. E allora perché non allargare il nostro sguardo e approfittare di questa occasione per sostenere qualche realtà del mondo non profit? Perché non contribuire ad un progetto di solidarietà? Intervenendo a fine ottobre a Civil Week di Buone Notizie del Corriere, il premier Draghi ha ringraziato lavoratrici e lavoratori, volontarie e volontari del Mondo del Terzo settore: "Ora tocca a noi aiutarvi perché possiate continuare ad aiutarci". Ecco, tocca un po' anche a noi e il Natale potrebbe essere l'occasione giusta per scoprire come.
Un primo suggerimento è quello di andare a curiosare sulla piattaforma di Italia non profit (qui il sito), che anche quest'anno ha raccolto, validato e messo in fila una serie di proposte di doni solidali, dividendoli per categorie e non solo: il motore di ricerca ci aiuta anche a scoprire cosa è attivo più vicino a noi, oppure ci consiglia sulla base dei temi che più ci stanno a cuore. E si trova davvero di tutto: dalle tantissime associazioni impegnate nei reparti ospedalieri del nostro Paese e quelle che supportano i pazienti e le famiglie di chi è affetto da malattie rare; dai grandi "marchi" del Terzo settore, al mondo della cooperazione internazionale con, ad esempio, le proposte di adozioni a distanza. E poi molte realtà più piccole impegnate su progetti particolari, come la società per l'Enciclopedia delle donne o il Museo della memoria collettiva di Gemona del Friuli, giusto per citarne un paio. Come spiega Giulia Frangione, Ceo di Italia non profit, "i regali solidali che scegliamo di acquistare ci parlano del mondo che vogliamo costruire, oltre che delle cause che ci stanno a cuore. Le organizzazioni non profit sono pronte ad agire il cambiamento anche grazie a una Riforma del Terzo settore che le lascia più libere di gestire le "attività diverse" e di proporre nuovi modelli di intervento e finanziamento: è arrivato il momento di fare la differenza per l'interesse di tutti".
Altra idea è di andare a navigare sul sito e-commerce di Gioosto (qui il link) che per Natale ha raccolto sotto lo slogan "Non è carità, ma un regalo per te e per gli altri" le proposte di prodotti alimentari e pacchi dono realizzati da diverse cooperative e imprese sociali del Sud. Qui fare economia solidale è più difficile perché ci si trova spesso a dover combattere contro varie forme di criminalità organizzata e per questo alle battaglie di questi giovani imprenditori sociali serve anche il nostro sostegno. E certo, il dono ordinato il 24 dicembre non sarà all'indirizzo che vogliamo entro il giorno di Natale: ma un giro su questo sito ci presenta realtà che potranno accompagnarci durante il resto dell'anno con la loro frutta, la loro pasta biologica, i sughi e le marmellate, il caffè e il cioccolato. Perché fare la spesa con questo criterio aiuta noi a mangiare sano e fa bene a chi combatte la mafia, il caporalato, a chi fa inclusione di persone svantaggiate o disabili e ai più fragili in generale.
Infine una idea più di nicchia ma che negli anni è molto cresciuta: i Nipoti di Babbo Natale, della associazione comasca un Sorriso in più, avevano cominciato raccogliendo i desideri degli ospiti di qualche casa di riposo della loro zona. Li avevano messi sul loro sito cercando qualcuno che li realizzasse e l'iniziativa è talmente cresciuta che le domande non erano sufficienti rispetto alle tante risposte piovute dal web. Così il progetto si è allargato a tante cose di riposo: e oggi all'indirizzo web nipotidibabbonatale.it (qui il link) c'è chi chiede una spilla o un bambolotto; chi vuole uscire a pranzo e chi vorrebbe l'abbonamento a una rivista; chi ha bisogno di una cassettiera da tenere in stanza e chi cerca la statua di una Madonnina. Desideri che profumano di solitudine e tenerezza e che possiamo soddisfare davvero con poco, entrando anche in contatto con chi lo ha espresso. Perché in fondo Natale è regalare un sorriso a chi ne ha tanto bisogno. E quel sorriso renderà più leggeri anche noi.
di Franco Insardà
Il Riformista, 25 dicembre 2021
Intervista al fondatore del Censis: "La società italiana non accetta salti di modernizzazione, li deve fare in maniera più graduale, lenta. In questi anni di studio abbiamo verificato che la società è cambiata, ma non nella prospettiva e nei traguardi che l'élite si era posta".
Il suo guardo attento sulla società italiana e la sua esperienza consentono a Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, di analizzare l'evoluzione del nostro Paese, di metterne in risalto pregi e difetti e di prefigurare scenari futuri con autorevolezza.
Professor De Rita, il Censis nel suo ultimo rapporto ha descritto un'Italia "credulona" e avete ricevuto qualche critica, soprattutto per i dati legati al Covid...
Tenga presente che Giuseppe Baretti nel 1768, cioè circa 240 anni fa, definì gli italiani "creduli, ignoranti e superstiziosi". Noi del Censis da 55 anni elaboriamo il nostro rapporto, siamo molto attenti a quello che scriviamo perché consapevoli del fatto che saremo interpretati. Chi asserisce che questa analisi è contraria a una realtà di fatto, dove siamo in testa per le vaccinazioni e vinciamo nello sport e nelle scienze, dovrebbe tenere in considerazione la compresenza di questi due aspetti nella nostra società: una cultura razionale e una credulona-popolare. Giulio Bollati, uomo di grande finezza intellettuale, nel suo "L'italiano" nei primi decenni dell'800 si chiedeva come mai da una parte c'era una élite, che faceva del suo meglio per fare l'Italia, e dall'altra questa credulità e una voglia di non accettare la modernità. La conclusione di Bollati è chiara: la compresenza dei due aspetti è una componente essenziale della società italiana. E io studiando la nostra società negli ultimi cinquant'anni, ho potuto verificare che ogni qual volta una élite ha portato a ragionare su argomenti più avanzati, dalla automazione alla industrializzazione, dalla cultura urbana a quella dei mezzi di comunicazione di massa, fino a quella digitale, e quindi ha spinto verso una razionalizzazione, la società ha resistito perché, tornando a Bollati, "non facit saltus". La società italiana non accetta salti di modernizzazione, li deve fare in maniera più graduale, lenta. Noi Censis in tutti questi anni di studio abbiamo verificato che la società è cambiata, ma non nella prospettiva e nei traguardi che la élite si era posta. Faccio un esempio: da venti anni si parla di digitalizzazione, ma la nostra società va ancora avanti con il cartaceo e forse tra altri venti anni arriveremo alla digitalizzazione.
Però siamo al passo con i tempi per l'utilizzo delle tecnologie e soprattutto dei social, con i quali tutti intervengono nel dibattito: dalla politica, alla medicina, alla scienza e alla cultura...
Il protagonismo degli italiani sui social deriva da un aspetto del quale siamo colpevoli tutti: cioè il cambiamento dall'informazione all'opinione. Ci sono state battaglie per la correttezza e la trasparenza dell'informazione, ma nei fatti tutti, me compreso, abbiamo creato opinione e in questo campo la regola è che uno vale uno. Lo stesso giornalismo si trova prigioniero di questo dilemma: fare opinione o informazione? E se si arriva alla conclusione che l'opinione porta lettori, li fidelizza nelle prime pagine dei quotidiani e in quelle successive, le opinioni sovrasteranno le informazioni e siccome l'opinione pubblica è sacra, nessuno farà mai qualcosa contro, però questa situazione sta distruggendo la cultura italiana. Come scrivevo nell'introduzione al testo Mondadori, che raccoglieva le cinquanta considerazioni generali dei rapporti Censis, in questi 50 anni noi del Censis, non avendo infastidito nessuno e non avendo partecipato a battaglie ideologiche, non abbiamo avuto nemici. Però ne abbiamo avuto due fondamentali: la cronaca e l'opinione.
Nel vostro rapporto c'è un capitolo allarmante: quello della povertà...
Si tratta di un dato ufficiale dell'Istat, ma abbiamo provato a studiare a fondo la cosa. La povertà immateriale oggi è ancora più grave, parliamo di stress, depressione, paura indistinta che crea tensione e non speranza di futuro. La tragedia, come abbiamo evidenziato nel nostro rapporto, è che questa povertà immateriale è più presente nei giovani che negli anziani: il 30% contro l'11%. Il vero problema in una società come la nostra, impalpabile, ma densa, è analizzare i fenomeni qualitativi, non quelli quantitativi che non dicono più nulla.
E la pandemia oltre al virus del Covid sta diffondendo anche quello della paura...
Certamente. Le morti di Alzano Lombardo e di Bergamo hanno segnato tutti, così come i ricoverati in terapia intensiva che morivano tra sofferenze atroci e senza poter avere vicino l'affetto dei loro cari. Siamo stati bravissimi a superare queste tragedie, i cittadini si sono lentamente liberati dalla paura. Esiste una paura strutturale e non emotiva di chi gestisce il sistema sanitario per il pericolo che possa saltare tutto: troppe terapie intensive occupate, troppi ricoverati, che i vaccini non siano sufficienti o che non coprano le varianti del virus. La paura vera di questo Paese è che non funzionano le istituzioni: la sanità, la scuola, l'università e la ricerca che la pandemia ci ha fatto scoprire essere impreparati.
Il Terzo rapporto Censis-Tendercapital si intitola "Inclusione ed esclusione sociale: cosa ci lascerà la pandemia". Come si può rispondere a questa domanda?
La pandemia ci lascia una sorta di reazione vitale, confermata dall'impennata dei dati dell'export, delle piccole e medie imprese che hanno avuto il coraggio e l'orgoglio, misto in qualche caso a disperazione, di giocare sul proprio brand. C'è stata una reazione meno nobile, ma fortissima di economia sommersa. La maggior del 6% di Pil in più che abbiamo è da attribuirsi all'economia sommersa, che si registra nei consumi e nelle vendite. Questi due elementi ci hanno in qualche modo protetto dagli effetti della pandemia.
In questo scenario c'è stato un effetto Draghi?
Ha avuto un effetto rassicurante: è una personalità capace, stimata da tutti e a livello mondiale. È un'ondata di opinione, che in questo caso vale. In più tutti sanno che il passato e il futuro si giocano su questioni monetarie, sul controllo del nuovo patto di stabilità, sull'inflazione più o meno guidata ed è riconosciuto in maniera unanime che Mario Draghi, dopo Guido Carli, è l'unico in grado di affrontare queste situazioni.
Mario Draghi, l'uomo che risolve i problemi, ora è al centro del toto-Quirinale...
Il toto-Quirinale era inevitabile e c'è sempre stato. Ricordo l'elezione di Gronchi, nei primi anni Cinquanta, che arrivò dopo un grande e vivace toto-Quirinale con la destra e sinistra insieme, l'operazione Milazzo in Sicilia. Questa volta è un po' più accentuato perché esiste questa personalizzazione su Mario Draghi.
Come alternativa da più parti si è ventilata l'ipotesi del Mattarella-bis...
Sergio Mattarella ha fatto benissimo a sgombrare il campo da qualsiasi ipotesi dicendo e ribadendo il suo no.
La presenza di Draghi al Quirinale cambierebbe lo scenario?
Per alcuni sì perché ipotizzano un semipresidenzialismo di fatto, perché Draghi sceglierebbe il presidente del Consiglio dei ministri. Credo che non cambierà nulla, in Italia ci sono sempre state delle regole del gioco tacite e rispettate da tutti. Finita la fiammata delle elezioni per il Quirinale, ci riassesteremo facilmente, come è sempre avvenuto in altre occasioni.
Secondo lei Draghi è più utile al nostro Paese capo dello Stato o come presidente del Consiglio?
In ogni caso gli servirebbe un appoggio collaterale. Se rimanesse a palazzo Chigi avrebbe bisogno del presidente della Repubblica, che lo protegga come ha fatto Mattarella, se andasse al Quirinale necessiterebbe di un establishment stretto che gli permetta di sgombrare il campo dai sospetti di un semipresidenzialismo ad personam, altrimenti il rischio è che ci possa essere un rigetto di Draghi capo dello Stato.
In questo periodo Mario Draghi, oltre a confermare il suo valore sul piano economico, si è fatto apprezzare anche sul piano politico...
Mario Draghi si è dovuto mettere a fare un mestiere nuovo, da persona intelligente ha accettato la sfida. Questo, mi permetta lo dico anche io come ex allievo del "Massimo", ce lo hanno insegnato i gesuiti: l'intelligenza ha bisogno di sfide alte. Con i sindacati l'atteggiamento intelligente è stato quello di non contrastare lo sciopero generale, che per loro aveva un significato identitario. In sostanza ha detto fate, poi ci incontreremo e discuteremo.
Che 2022 ci aspetta?
Faticoso. Tutti gli elementi che hanno sostenuto l'economia nella post-pandemia potrebbero non reggere nel tempo. Il peso dell'intervento pubblico, nel momento in cui diminuirà quali effetti potrebbe produrre? La dimensione della competizione internazionale rimarrà la stessa? Si tratta di una serie di variabili che sono state innescate e che nei prossimi dodici mesi andranno alimentate e sostenute. In questo scenario sono d'accordo con chi vorrebbe che Draghi rimanesse a Palazzo Chigi. Personalmente e umanamente sono più propenso a vederlo al Quirinale.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 25 dicembre 2021
Un corridoio umanitario, istituito da Caritas e governo italiano il 26 novembre, ha accolto e integrato nel nostro Paese 50 migranti dal Niger. Una terza via tra l'abbandono in mare e la clandestinità è possibile: cominciamo a percorrerla.
Quando si parla di immigrazione è tutto molto difficile perché per parlarne dovresti - tu che ne parli - non avere una storia e, al tempo stesso, immaginare che chi ti ascolta possa farlo con orecchio vergine. Ma una storia io ce l'ho e nessun orecchio potrà mai dire di non essere influenzato dal rumore di fondo che accompagna ogni racconto di immigrazione, che è sempre un racconto di dolore, separazione e speranza. Se la voce che narra incontra la tua simpatia, allora, caro lettore, sarai disposto ad ascoltare. Se chi racconta ti è inviso, allora tutto ciò che dirà o scriverà ti risulterà odioso. E allo stesso modo procede il rumore di fondo: quello poi è ancora più ingovernabile e ingannevole perché va avanti per accidenti, incidenti e polarizzazioni. Hai letto che un gommone è affondato nel Mediterraneo mentre tu, nello stesso mare, a poca distanza, fai il bagno coi tuoi figli.
Proverai vergogna, ti sentirai in colpa forse. Ma non saprai come estinguere il rimorso che provi pur non avendo fatto nulla di male. Sei nato dove la vita non è facile, ma almeno non è atroce. Dove se non hai una famiglia che ti sostenga te la vedi nera, ma non sei spacciato. Dove se la tua sessualità non è quella della maggioranza, le cose non saranno facili, ma nessuno ti condannerà a morte. Dove se non riesci a concepire un bambino non verrai ripudiata, cacciata, perseguitata e magari uccisa. Questa mia è una lettera in cui provo a mostrarti, portando prove, che esiste una alternativa alla ferocia anti immigrato, alla teoria dei porti chiusi; che esiste una prassi il cui buon funzionamento è provato, che l'Europa ha il dovere di intraprendere emancipandosi dal timore di non poter essere accogliente per non fomentare le destre.
Se sono sfruttati è perché sono clandestini - Nessuna politica seria di accoglienza è stata fatta in Europa ed è proprio questo a dare armi a chi fa campagna elettorale chiedendo a gran voce la chiusura dei porti, l'affondamento delle imbarcazioni delle Ong che traggono in salvo esseri umani e l'arresto dei loro equipaggi. È la pavidità dei governi europei a creare le condizioni perché in Europa, le feroci destre, possano fare presa sull'opinione pubblica. Dire che siccome nel Sud dell'Italia i clandestini sono sfruttati nelle campagne (che definirei "latifondi" e "feudi") bisogna chiudere i porti, significa eludere la questione di fondo: se vengono impiegati significa che serve manodopera, se sono sfruttati è perché sono clandestini. Regolarizzarli li sottrarrebbe allo sfruttamento, non chiudere i porti. Nel Nord dell'Italia, poi, la questione è un vero e proprio boomerang per le posizioni assunte pubblicamente dai leader sovranisti, perché a chiedere manodopera legale sono le aziende delle regioni a trazione leghista. Servono lavoratori e servono lavoratori che possano essere contrattualizzati.
La paura che ci fa divenire cattivi - Nessun ragionamento buonista, questa è una fotografia dei fatti. Una comunicazione quotidiana che criminalizza gli stranieri ha come ricaduta un impianto normativo influenzato da esigenze di sicurezza. Si fa spesso leva sulla percezione dell'insicurezza più che sulla reale incidenza dei reati, ad esempio di tipo predatorio, da parte soprattutto di immigrati. Quando sentite ripetervi che la difesa è sempre legittima, chi lo dice fa leva su un sentimento di insicurezza che non è mai conseguenza di un reale aumento dei pericoli. E a normative restrittive che regolano l'ingresso sul territorio europeo dei cittadini stranieri segue una diminuzione delle vie legali di accesso e di conseguenza un aumento di migrazioni irregolari.
La vera soluzione: i corridoi umanitari - Manca il coraggio politico di riconoscere che una soluzione esiste e va percorsa. Quella soluzione sono i corridoi umanitari. Sono strade poco battute dagli Stati europei, alternative ai viaggi della morte, a quei viaggi che consentono alle destre populiste di fare campagna elettorale sulla pelle dei disperati. Nel 2017 la Conferenza Episcopale Italiana, insieme a Caritas Italiana, alla Fondazione Migrantes e alla Comunità di Sant'Egidio ha siglato un protocollo di intesa con il nostro governo per aprire un nuovo Corridoio Umanitario che, per la prima volta, ha portato in Italia dall'Africa 500 persone, rinnovato poi nel 2019 per ulteriori 600 arrivate in Italia nei due anni successivi.
La Chiesa Italiana, attraverso Caritas Italiana, finanzia il progetto grazie ai fondi dell'8 per mille. Quindi siamo noi a finanziarlo. La selezione dei richiedenti asilo viene fatta da Caritas Italiana che in Giordania è affiancata da Caritas Jordan, in Niger da Unhcr Niger e in Etiopia dalla Comunità di Sant'Egidio e da Gandhi Charity. I beneficiari vengono selezionati seguendo criteri di vulnerabilità e in Italia vengono preventivamente individuate famiglie tutor che si rendono disponibili ad accompagnare i rifugiati nel percorso di integrazione. Chi arriva, per capirci, ha già un alloggio e trova già chi è pronto a dare aiuto.
Chi accoglie dovrebbe sentirsi coinvolto - Tutto troppo difficile, numeri esigui, starete pensando. Nient'affatto. Se con l'8 per mille molti italiani - direi la maggior parte - finanziano questa alternativa sicura ai viaggi in mare, significa che non è difficile, significa che è una via praticabile e che va messa a regime. I corridoi umanitari sono una prassi che va raccontata, perché ci dice quanto l'immigrazione sia un fenomeno che non possiamo bloccare e che quindi dobbiamo regolamentare, indirizzare e gestire perché chi accoglie non si senta invaso, ma al contrario coinvolto. E chi arriva possa trovare percorsi di integrazione, alloggi e una comunità preparata all'accoglienza. Il 26 novembre sono arrivate all'aeroporto di Fiumicino dal Niger 50 persone. Dovevo esserci anche io a festeggiare il loro arrivo. Ma dal Viminale non hanno dato il via libera alla mia presenza. Avevo seguito nei giorni precedenti i preparativi di questo arrivo e la Caritas Italiana mi aveva reso felicissimo coinvolgendomi.
Il viaggio e le torture subite da Bashir - Bashir è un ragazzo somalo, sposato e con due figli. La sua famiglia è rimasta in Somalia. Di loro non sa più nulla. Nel 2017 dalla Somalia è andato in Yemen, poi in Sudan e infine in Libia. La decisione di partire e di lasciare la sua famiglia non è stata facile, ma è stato costretto perché gli mancavano i mezzi per mantenerla. Quando ci si chiede come mai qui da noi arrivino solo uomini, la risposta è immediata: chi porterebbe mai con sé i propri figli senza sapere cosa riserva il viaggio? Bashir è consapevole che se avesse portato con sé la sua famiglia, i bambini non ce l'avrebbero fatta. In Yemen è stato rapito da trafficanti di esseri umani e portato in Sudan; dal Sudan è stato venduto e portato in Libia. In Yemen e Sudan ha subito torture e gli chiedevano soldi, che lui però non poteva dare: la famiglia non aveva niente. Ha ustioni da plastica bollente e segni sulle braccia. È stato impalato e violentato ripetutamente, torturato con la corrente elettrica. Immerso nell'acqua ghiacciata, picchiato con spranghe di ferro, frustato con cavi elettrici. È riuscito a scappare per essere catturato dalla polizia governativa. Nel 2018 è stato preso in carico dall'Unhcr che lo ha portato a Niamey, in Niger.
"Dicono che sono pazzo... rivoglio la mia famiglia" - "Dicono che sono pazzo. Tutti me lo dicono. Forse con le botte in testa con i pali di ferro il mio cervello si è spostato o si è rotto. Non lo so. Ho le cicatrici delle torture ma sono un uomo forte". Così dice Bashir, e continua: "Durante il giorno e durante la notte penso, penso, penso. Mi viene il fumo al cervello. A volte mi dicono che mi incanto a pensare. Non so nemmeno io esattamente a cosa penso. Alle umiliazioni che ho subito, alla mia famiglia lontana. Alle mie giornate che trascorrono senza un obiettivo. Certe volte sento le voci delle persone che mi hanno torturato, sento anche le mie grida. Le sento anche se sono sveglio. Mi manca il respiro e tremo. Mi tremano le gambe. Sento anche l'odore di quelle stanze, i passi delle persone che venivano a torturarmi. Poi penso alla mia famiglia, ai miei bambini e che la mia vita è ferma qui, senza prospettive. Vorrei prendere la patente e fare l'autista oppure lavorare da commesso in un negozio. Quello che vorrei più di ogni cosa al mondo però, è rivedere e riabbracciare la mia famiglia. Lavorare per loro. E invece sono stato condannato alla povertà e a una vita infelice".
Non siamo razzisti: temiamo i poveri e la povertà - Povertà è una parola che quando si raccontano storie di immigrazione dovrebbe farci riflettere perché la verità è che non siamo razzisti, non odiamo gli stranieri: temiamo i poveri e la povertà. Crediamo, sbagliando, di vivere un una scacchiera dove se io occupo una posizione di privilegio, non posso lasciarti spazio, o i posti si invertiranno. Ecco quindi che la prospettiva cambia: non temo lo straniero, temo il povero. Sono razzista con il povero. A chi vi dice "aiuti gli stranieri quando ci sono tanti italiani in difficoltà", chiedete questo: tu cosa fai per gli italiani in difficoltà? Chi si preoccupa del prossimo, lo fa senza pensare al colore della pelle, alla provenienza, lo fa e basta. E lo fa anche sapendo che non ci sarà probabilmente riconoscenza, perché chi soffre ha tutte le ragioni per non guardare il mondo con fiducia, finanche per azzannare la mano che gli viene tesa. È la povertà a spaventarci, non gli stranieri.
Dal Darfur: catturato e venduto a 2 anni - E poi c'è Adballah, ha 19 anni ed è sudanese. Abitava nel Darfur settentrionale dove negli Anni 2000 è scoppiato un terribile conflitto che vedeva le milizie Janjawid bruciare interi villaggi, violentare e uccidere persone. Nel 2004, quando aveva 2 anni, nel suo villaggio c'è stato un attacco dei Janjawid che hanno bruciato tutte le case. Da lì si sono spostati al campo per sfollati interni di Zam Zam, in Sudan. Nel 2017 hanno lasciato il campo per andare a lavorare in Libia, a Humma Aranb, dove c'è una comunità sudanese.
L'arrivo a Fiumicino di una madre e sua figlia, salvate dai corridoi umanitari - Ma Abdallah è catturato e poi venduto, rinchiuso, picchiato sui genitali e usato per chiedere un riscatto. Quando scappa è in condizioni di salute precarie. Decide di spostarsi in Niger. "Non vedo l'ora di partire! Voglio venire in Italia e integrarmi. Mi piace lavorare e anche lo sport, specie il calcio. Sono una persona con tanta pazienza. In Italia vorrei poter studiare". Chiméne ha 33 anni, è del Camerun e di minoranza anglofona. Lavorava in una farmacia della sua città, Bamenda, ma nel 2016, quando la situazione precipita per le discriminazioni e le minacce subite dalla minoranza anglofona, si trasferisce in casa di sua nonna a Mbengwi con il marito e i 2 figli. Ma le minacce e le persecuzioni non finiscono e devono scappare. Divisi. Suo marito scappa con i figli e lei rimane con sua nonna che di lì a poco morirà.
Chiméne viene poi catturata insieme ad altre donne, picchiata, maltrattata e violentata. Mentre è in viaggio diretta in Algeria, il convoglio su cui viaggia viene dirottato a Misurata, in Libia, considerata da tutti i migranti in transito l'inferno in terra nonostante quasi tutti i politici italiani abbiano per anni ripetuto che fosse un luogo sicuro. Viene poi sequestrata e portata a Sabratha. "Dopo diversi mesi, a Sabratha", racconta, "sono scoppiati scontri e i migranti sono stati sfollati a Zouara. A Zouara sono salita a bordo di una barca e ho iniziato il viaggio in mare finché la barca è stata intercettata dalla guardia costiera libica e tutti i passeggeri sono stati inviati a Triq al Sika e poi al carcere di Terimata, a Tripoli. Sono rimasta lì per alcuni giorni in pessime condizioni fino a quando l'Onu mi ha evacuato in Niger il 16 maggio 2018".
Abusati e picchiati nel campo profughi - Moustapha è un sudanese di 26 anni partito dal Darfur nel 2003 a causa della guerra. In un campo profughi del Ciad lui e sua sorella sono ripetutamente violentati fino a quando, per aiutare la famiglia, decide di partire. Era l'unico uomo di casa che potesse farlo, suo padre era malato. Giunto in Libia capisce subito che la situazione per lui non sarebbe migliorata. Lo rinchiudono, lo legano con catene e lo picchiano. Gli tagliano il capezzolo sinistro, lo violentano con bastoni e spranghe di ferro. Gli incollano gli occhi dalle palpebre con lo scotch per costringerlo a guardare mentre a un altro uomo aprivano lo stomaco con coltelli per tirargli fuori le interiora, da vivo. "Mi piacerebbe essere indipendente", dice Moustapha. "Che bella parola, indipendenza".
A volte penso che Cristo lo abbiamo davanti agli occhi e non riusciamo a riconoscerlo. Assistiamo al suo sacrificio, permettiamo che venga brutalizzato, usato dalla politica e dall'informazione; assistiamo spesso da corresponsabili, senza alzare la voce.
Temendo di perdere il nostro posto sulla scacchiera restiamo ancorati a una comfort zone che ci rende vili. Se davvero la nostra vita ha uno scopo, è di certo quello di tendere a mano a Moustapha, a Bashir e a Chiméne, che sono quanto di più vicino esista al Cristo in croce. Pretendiamo che il nostro governo sottragga gli immigrati irregolari oggi in Italia alla loro condizione di schiavitù, che siano regolarizzati e possano godere dei diritti fondamentali, inalienabili. Pretendiamo che si trovino rotte alternative e sicure per raggiungere l'Europa. E ringraziamo la Caritas per averci mostrato che tutto questo è possibile.
Il Fatto Quotidiano, 25 dicembre 2021
Non si hanno sue notizie da una settimana. Il fermo di Grant Bailey, volontario inglese di una Ong, è stato confermato da un portavoce del ministero degli Esteri e dal Foreign Office. L'arresto è avvenuto sabato 18 dicembre e secondo il Daily Mirror l'uomo, 50 anni circa, è detenuto in una prigione di Kabul controllata dai Talebani. Il governo afgano non ha ancora rilasciato dichiarazioni.
"Siamo al corrente della detenzione di un cittadino britannico in Afghanistan e siamo in contatto con la sua famiglia per sostenerla". Così un portavoce del ministero degli Esteri inglese ha confermato la scomparsa di Grant Bailey, arrestato dai Talebani a Kabul. Lo ha riportato per primo il Daily Mirror, poi ripreso da altri media britannici, specificando che l'arresto si inserisce in una retata dei miliziani nella capitale.
Bailey, 50 anni circa, lavora per conto di un'organizzazione non governativa e, secondo quanto detto al Mirror da una fonte dei servizi di sicurezza del Regno Unito, non si hanno sue notizie da sabato 18 dicembre. Secondo il quotidiano londinese in questo momento si trova in un carcere controllato dai Talebani nella capitale, ma non è arrivata alcuna conferma da parte del nuovo governo afghano. I funzionari del ministero degli Esteri stanno lavorando per conoscere il luogo in cui Bailey è detenuto e la ragione per cui è stato arrestato.
Il fermo del volontario è stato confermato anche dal Foreign Office, il dicastero britannico responsabile degli interessi del Paese all'estero. Secondo la ricostruzione del Mirror, Bailey è tornato in Afghanistan a settembre, poche settimane dopo la conquista di Kabul da parte dei Talebani e il ritiro delle truppe occidentali che da 20 anni erano sul territorio. Una fonte ha detto al tabloid inglese: "Siamo rimasti abbastanza sorpresi che sia tornato a Kabul dopo il ritiro occidentale, poiché la situazione della sicurezza è ovviamente molto peggiore. A ciò si aggiunge che il governo talebano sta rendendo molto difficile poter viaggiare".
La Repubblica, 25 dicembre 2021
"Violazioni dei diritti umani prima delle elezioni poi rinviate". Il rapporto di Amnesty International. Nella dettagliata analisi resa pubblica oggi, l'organizzazione per i diritti umani ha rilevato come i gruppi armati e le milizie abbiano ripetutamente messo a tacere il dissenso.
Il 22 dicembre 2021 Amnesty International ha denunciato una miriade di violazioni dei diritti umani verificatesi in Libia nel periodo precedente le elezioni presidenziali, inizialmente previste per oggi, 24 dicembre, e poi rinviate di un mese: un periodo segnato da contrasti sulla legge elettorale e sull'eleggibilità dei vari candidati. Nella dettagliata analisi resa pubblica oggi, l'organizzazione per i diritti umani ha rilevato come i gruppi armati e le milizie abbiano ripetutamente messo a tacere il dissenso, limitato lo spazio per la società civile e attaccato funzionari elettorali.
Il ruolo non svolto dalle forze armate libiche. "Creare un clima elettorale libero dalla violenza e dalle intimidazioni - ha detto Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord - è pressoché impossibile se gruppi armati e milizie non solo beneficiano dell'impunità, ma vengono anche integrati nelle istituzioni statali, compresi i responsabili di crimini di diritto internazionale. Per avere elezioni libere, il Governo di unità nazionale e le Forze armate arabe libiche dovranno impartire alle milizie e ai gruppi armati loro sottoposti l'ordine di cessare immediatamente le intimidazioni e gli attacchi contro i funzionari elettorali, i giudici e il personale di sicurezza e di rilasciare subito le persone arrestate solo per aver espresso il loro punto di vista sulle elezioni", ha aggiunto Eltahawy.
L'irruzione nel palazzo di Giustizia. Il 26 novembre Emad al-Sayeh, capo dell'Alta commissione elettorale nazionale, aveva espresso preoccupazioni sulla sicurezza in vista delle elezioni dopo che uomini armati avevano fatto irruzione in almeno quattro sedi locali, poi costrette a chiudere, interrotto la registrazione dei votanti e rubato le schede elettorali. Molti funzionari della commissione elettorale e della struttura del ministero dell'Interno, incaricata di mantenere la sicurezza in occasione delle elezioni, hanno denunciato di aver subito minacce. A Sabha, uomini armati hanno circondato il palazzo di giustizia per interrompere il riesame dell'eleggibilità di un candidato.
Il rapimento di 21 giornalisti e attivisti. I gruppi armati e le milizie hanno rapito almeno 21 giornalisti, manifestanti e attivisti che sostenevano determinati candidati o avevano espresso le loro opinioni sulle elezioni a Tripoli, Bengasi, Misurata, Ajdabiya e Sirte. A Sirte, il 14 novembre, uomini armati affiliati all'Agenzia per la sicurezza interna, a sua volta legata alle Forze armate arabe libiche (un gruppo armato che controlla vaste zone dell'est e del sud della Libia), hanno arrestato 13 uomini, compresi giornalisti, per la loro presunta partecipazione a una manifestazione a sostegno della candidatura di Saif al-Islam Gheddafi. Sono stati rilasciati cinque giorni dopo.
Le forti rivalità nella campagna elettorale. Laila Ben Khalifa ed Heneda al-Mahdi, le due candidate alla presidenza della Libia, hanno subito molestie fisiche e insulti online. La campagna elettorale si è svolta in un contesto di profonda rivalità tra gli attori che competono per il potere in Libia sin dal 2014. Da quando a marzo sono stati annunciati i preparativi per lo svolgimento delle elezioni, il Governo di unità nazionale ha mantenuto a stento il controllo della situazione, mentre le Forze armate arabe libiche continuavano a controllare buona parte del territorio.
L'ammissione del figlio di Gheddafi. Delle 96 candidature presentate, la commissione elettorale ne ha inizialmente respinte 25 a causa di precedenti condanne, doppia nazionalità, insufficiente numero di firme raccolte o motivi legati alle condizioni di salute. Sulle tre candidature principali - quelle di Khalifa Haftar, Saif al-Islam Gheddafi e Abdelhamid Dbeibah - sono stati presentati ricorsi su ricorsi. Il figlio dell'ex leader Muammar Gheddafi è stato poi ammesso nonostante sia ricercato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l'umanità per aver appoggiato la repressione ordinata dal padre durante le rivolte del 2011.
Le accuse di crmini di guerra. Khalifa Haftar, le cui Forze armate arabe libiche hanno cercato per un anno dal giugno 2020 di estendere il loro controllo sulla capitale Tripoli e sull'Ovest del Paese, è stato a sua volta autorizzato a partecipare alle elezioni sebbene Amnesty International e altri abbiano accusato il suo gruppo armato ed altri alleati di crimini di guerra. Anche la terza candidatura, quella del primo ministro del Governo di unità nazionale Abdelhamid Dbeibah, è stata accolta. Amnesty International ha documentato crimini di diritto internazionale commessi durante il suo mandato dalle forze sotto il comando del Governo soprattutto ai danni di migranti e rifugiati.
di Giulia Merlo e Filippo Teoldi
Il Domani, 24 dicembre 2021
In questo anno di riforme della giustizia, con quella penale e civile già approvate e quella dell'ordinamento giudiziario in discussione, a rimanere indietro sono sempre gli ultimi. Nonostante le rivolte del marzo 2020 e il caso drammatico di Santa Maria Capua Vetere, infatti, il problema delle carceri è rimasto in fondo alla lista degli interventi. Anche di questo governo, nonostante la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, da tempo ribadisca la necessità di intervenire per "dare risposte diverse".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 dicembre 2021
La ministra della giustizia Marta Cartabia ha ribadito il suo impegno per risolvere l'emergenza carcere. A renderlo pubblico Rita Bernardini del Partito Radicale e presidente dell'associazione Nessuno Tocchi Caino. La ministra ha incontrato la storica militante radicale al 19esimo giorno dello sciopero della fame. per consegnarle un dono di un ergastolano del carcere di Opera che ha partecipato al congresso di Nessuno tocchi Caino.
È una piccola tela ricamata da Antonio A. con i nomi delle donne che parteciparono alla Costituente e la celebre frase di Calamandrei: "Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione".
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 24 dicembre 2021
La Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario ha consegnato alla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, la relazione finale predisposta al termine dei lavori che si sono tenuti, come previsto, nell'ultimo trimestre del 2021.
Istituita con decreto ministeriale del 13 settembre 2021 e presieduta da Marco Ruotolo, Ordinario di Diritto costituzionale nell'Università Roma tre, la Commissione aveva avuto il compito di individuare possibili interventi concreti per migliorare la qualità della vita all'interno degli istituti penitenziari, perché sia sempre più conforme ai principi costituzionali e agli standard internazionali.
di Angela Stella
Il Riformista, 24 dicembre 2021
La Radicale al 19esimo giorno di sciopero della fame. "Ho incontrato Marta Cartabia per consegnarle un dono di un detenuto ergastolano del carcere di Opera che ha partecipato al congresso di Nessuno tocchi Caino - ha scritto ieri su Facebook la radicale Rita Bernardini.
Una piccola tela ricamata da Antonio con i nomi delle donne che parteciparono alla Costituente e con la celebre frase di Calamandrei: "Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione".
di Andrea Ossino
Corriere della Sera, 24 dicembre 2021
Ecco le richieste di condanna del sostituto procuratore Musarò agli ufficiali dell'Arma che hanno offuscato la verità sulla morte di Stefano nell'ottobre del 2009, quando era nelle mani dello Stato. Hanno offuscato la verità, opacizzato i fatti, stravolto gli eventi e depistato chi ha cercato di ricostruire cosa è accaduto nell'ottobre del 2009, quando Stefano Cucchi è morto mentre era nelle mani dello Stato. È questa la tesi del sostituto procuratore Giovanni Musarò che giovedì pomeriggio ha chiesto sette anni di carcere per il generale Alessandro Casarsa.
Per i depistaggi oltre a Casarsa all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, sono imputati altri 7 carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Gli otto carabinieri sono accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Oltre a Casarsa e Sabatino, sono a processo Francesco Cavallo, all'epoca dei fatti tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, all'epoca dei fatti maggiore dell'Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, all'epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, all'epoca in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri e il carabiniere Luca DeCianni, accusato di falso e di calunnia.
"Non è un processo contro l'Arma dei carabinieri", ha spiegato il pm. Ma sul banco degli imputati c'è il generale Alessandro Casarsa, all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, Francesco Di Sano, Francesco Cavallo all'epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma, in servizio la notte dell'arresto, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, e il carabiniere Luca De Ciani.
Mentre "l'Arma, a partire dal 2018", ha "collaborato lealmente" al caso Cucchi, precedentemente le indagini sulla morte del ragazzo sono state caratterizzate da depistaggi e bugie che hanno stravolto la narrazione degli ultimi giorni di Stefano Cucchi, detenuto prima in caserma, poi in carcere e infine all'ospedale Sandro Pertini.
I testimoni che hanno raccontato quello che è accaduto il 15 ottobre 2019 sono stati ritenuti attendibili, perché "la notizia del pestaggio di Stefano Cucchi ad opera dei carabinieri in borghese non era stata divulgata all'epoca dai media e neppure era conoscibile dalle parti". Tra le testimonianze rilevanti c'è quella di un mlitare "dalla schiena dritta", Pietro Schirone. Ha ricordato che Cucchi lamentava anche dolori alla testa. "Quindi Schirone e Mollica (Stefano Mollica, ndr) -ha detto il pm Musarò - dicono di aver capito che era successo qualcosa e che erano coinvolti i carabinieri. Tornando da piazzale Clodio dice Mollica 'eravamo turbati perché insinuavano dubbi sulla catena che mi ha preceduto'.
I depistaggi sarebbero iniziati nel 2009, con i primi dubbi sulla morte di Stefano Cucchi. Bisognava metterli a tacere. Quindi, secondo l'accusa, furono fatte annotazioni che dipingevano "un ragazzo compromesso" e anticipavano, addirittura, le conclusioni che i medici della procura avrebbero depositato solo dopo alcuni mesi. Così quando l'allora ministro della Giustizia andò in Parlamento a spiegare l'accaduto, riportò circostanze non vere, perché basare su falsità che gli sarebbero state confezionate.
Poi sarebbero continuate fino "al febbraio 2021 - ha detto il pm - Sono state alzate tante cortine fumogene che cercheremo di diradare. Il depistaggio del 2009 è particolare. E questo perché nel 2009, soprattutto dopo la pubblicazione delle fotografie del cadavere di Stefano Cucchi, con il volto tumefatto, tutti chiedono la verità sulla sua morte. Viene organizzata un'attività di depistaggio che viene portata avanti scientificamente". E ancora: "La vera finalità di questo depistaggio sconcertante non era solo depistare l'autorità giudiziaria, ma farlo anche da un punto di vista mediatico e politico".
In altre parole "si è voluto riscrivere una verità. Il politraumatizzato Stefano Cucchi che muore di suo, e sono riusciti a farlo credere, incredibilmente, per sei anni. C'è stata un'attività di depistaggio ostinata, che a tratti definirei ossessiva. I fatti che oggi siamo chiamati a valutare non sono singole condotte isolate ma un'opera complessa di depistaggi durati anni", ha detto il pm.









