torinoggi.it, 3 agosto 2021
Non ritireranno il cibo dal 14 al 21 agosto per protestare contro le condizioni pessime in cui versano le prigioni piemontesi. Le detenute del carcere Lorusso e Cutugno di Torino hanno indetto uno sciopero del carrello: dal 14 al 21 agosto infatti non ritireranno il cibo distribuito all'interno della struttura. Tutto questo per denunciare una situazione penitenziaria che "ormai rasenta la tortura", deteriorata dalla pandemia "che ancora oggi blocca gli incontri fisici senza barriera l'uso di molte aree verdi e obbliga molti detenuti a comprarsi i farmaci da soli".
Lo ha annunciato all'Ansa Rita Bernardini presidente di Nessuno tocchi Caino e componente del consiglio generale del Partito Radicale che oggi ha visitato il reparto femminile del carcere con Mario Barbaro dell'associazione Marco Pannella e con i garanti comunale e regionale Monica Gallo e Bruno Mellano. "A Torino - ha spiegato Mellano - ci sono 1.332 detenuti a fronte dei 1.044 previsti per legge. Inoltre in Piemonte ci sono di 5 direttori per 13 carceri: impossibile occuparsi dei problemi reali interni".
di Andrea Borasio
vercellinotizie.it, 3 agosto 2021
Un progetto della Comunità di Sant'Egidio. Lunedì 26 luglio nella Casa Circondariale di Vercelli si è svolta la cerimonia di consegna a 31 detenuti degli attestati dei "Laboratori di Pace", lezioni di educazione alla pace promosse dalla Comunità di Sant'Egidio.
Nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia, è stato infatti possibile effettuare alcuni incontri in presenza fra ottobre 2020 e luglio 2021, rispettando sempre le norme di distanziamento e utilizzando tutte le misure di prevenzione necessarie. Così, molti detenuti hanno potuto confrontarsi con diverse tematiche relative alla guerra, alla violenza e al terrorismo nel nostro mondo contemporaneo, ne hanno discusso insieme e hanno espresso il loro sincero desiderio di pace, un bene necessario a tutti "come l'aria che si respira".
Oltre a Paolo Lizzi, operatore volontario della Comunità in carcere e referente del progetto, erano presenti la Direttrice della Casa Circondariale, dott.ssa Giordano, l'Ispettrice della Polizia Penitenziaria, dott.ssa Gambino, la responsabile dell'Area Educativa-trattamentale, dott.ssa Climaco.
La Direttrice ha sottolineato il profondo valore formativo ed educativo dell'iniziativa e ha invitato i detenuti che hanno frequentato il corso ad essere a loro volta "artigiani di pace "con i loro compagni e anche in futuro, quando otterranno la libertà: "È un riconoscimento che vi viene dato per la vostra presenza e partecipazione attiva al corso: ora è necessario proseguire l'impegno personale per la pace e il dialogo nella vita di tutti i giorni".
La dott.ssa Climaco ha raccontato di aver partecipato personalmente, in alcuni momenti, ai Laboratori di pace, constatando la loro capacità di "rasserenare e rigenerare gli animi". Tutti i presenti hanno auspicato che nei prossimi mesi si possa continuare con maggiore regolarità ed ampliare questa iniziativa, così come tutte le attività di socializzazione e di formazione culturale che sono state forzatamente ridotte in quest'ultimo anno all'interno delle mura carcerarie, a causa della pandemia.
Durante il corso, si è parlato di pace sotto diversi aspetti. Si sono descritti anzitutto gli effetti rovinosi che le guerre hanno sui popoli, ad esempio la fuga disperata di milioni di persone che si riversano nei campi profughi. I detenuti hanno ascoltato la testimonianza di un volontario di Sant'Egidio: il suo incontro, l'estate scorsa, con migliaia di profughi che provengono soprattutto da teatri di guerra come la Siria e l'Afghanistan, e ora vivono in condizioni terribili sull'isola di Lesbo, in Grecia, con il sogno di una vita migliore sulla terraferma.
Ci si è chiesti, allora, che cosa significa costruire la pace oggi e rendere questo mondo più umano e abitabile. Si è parlato, a questo proposito, del ruolo importante che devono avere le religioni: tutte, infatti, hanno inscritto nel loro DNA un profondo messaggio di pace. Una delle lezioni del corso si è incentrata sulle immagini dello storico incontro delle religioni mondiali per la pace, voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 e poi ripreso e ravvivato ogni anno dalla Comunità di Sant'Egidio in diverse città d'Europa: le religioni, cioè, come strumento di dialogo e di pace, e non come benzina sul fuoco della guerra (come spesso è avvenuto in passato)
Ma la pace non è solo assenza di guerra, è qualcosa di più profondo che si costruisce giorno per giorno, nella vita quotidiana, nei rapporti tra le persone. È legata al nostro cambiamento personale, non dipende solo dalle decisioni dei "grandi" e dei potenti della terra. Diceva san Serafino di Sarov. un santo della tradizione ortodossa russa: "Acquista la pace dentro di te e migliaia si salveranno intorno a te".
Alcuni detenuti hanno ammesso che non è facile vivere con un cuore pacificato perché prevalgono spesso sentimenti di inimicizia, di rancore, di vendetta, di odio. Ma questi sentimenti non aiutano né a crescere, né ad essere migliori. Nelson Mandela, una figura straordinaria a cui è stato dedicato uno degli incontri più apprezzati, diceva: "Provare risentimento è come bere veleno ogni giorno sperando che ciò uccida il nemico"
Perciò, la strada migliore è sempre quella della parola, del dialogo, della riconciliazione con gli altri È una strada a volte difficile da percorrere, perché richiede pazienza, costanza, autocontrollo, fiducia nel prossimo, ma è quella che avvicina, più di ogni altra, alla convivenza pacifica tra genti di età, lingue e tradizioni diverse. A detta degli stessi partecipanti, il corso ha aiutato ad allargare lo sguardo oltre se stessi e a comprendere meglio il grande bisogno di pace che c'è nel mondo e nelle nostre città.
Si è compreso meglio che ognuno può fare molto per aggiungere il proprio mattone al grande edificio della pace: attraverso la preghiera, per chi è credente, attraverso la cultura e la corretta informazione su ciò che accade vicino e lontano da noi. Ma anche attraverso tanti piccoli gesti quotidiani di solidarietà, di umanità, di dialogo che sono alla portata di tutti. Insomma, anche in un mondo "chiuso" come quello del carcere, è possibile mettersi al servizio della pace: anche così si comincia a pregustare il sapore della libertà.
di Marcello Giordani
La Stampa, 3 agosto 2021
Lo ha stabilito la Cassazione che ha accolto il ricorso di Francesco Schiavone, 68 anni, sottoposto nel carcere di Novara al regime del 41 bis. Schiavone, conosciuto come Sandokan per la sua somiglianza con l'attore Kabir Bedi che aveva interpretato l'eroe salgariano in uno sceneggiato televisivo, ha ricevuto grande spazio anche nel libro di Saviano, "Gomorra", come uno dei pezzi grossi del mondo della camorra. Arrestato prima nel 1990 e poi nel 1998 in un bunker del suo paese natale, è stato condannato all'ergastolo per associazione di stampo mafioso. Attualmente è sottoposto al regime carcerario speciale del 41 bis nel carcere di via Sforzesca.
Schiavone è un personaggio che ha continuato a fare parlare di sé anche dopo l'arresto: nel 2008, durante le fasi finali del processo "Spartacus" che si svolgeva presso il tribunale di Napoli, Schiavone è comparso in videoconferenza dal carcere di L'Aquila dove era detenuto, dichiarando di non voler comparire in video e di essere considerato come una fiera in gabbia dalla legge sull'ordinamento penitenziario. Una personalità forte quella del boss, che ha sempre manifestato interesse anche per l'arte e la storia: in casa sua, all'atto dell'arresto, vennero trovati numerosi dipinti che lui stesso aveva realizzato, e moltissimi libri, fra cui diverse opere su Napoleone Bonaparte. Rinchiuso a Novara l'anno scorso Schiavone aveva chiesto di potere effettuare l'incontro con i parenti in videochiamata, mediante la piattaforma "skype for business".
La direzione carceraria negava l'autorizzazione e a quel punto il detenuto si rivolgeva con un reclamo al Magistrato di sorveglianza di Novara che con un'ordinanza del 24 giugno 2020 dichiarava inammissibile l'istanza, per l'impossibilità di estendere ai detenuti sottoposti al regime detentivo differenziato, il 41 bis, le modalità di effettuazione dei colloqui (quindi il video-collegamento) previste per i detenuti in regime ordinario.
Nel ricorso alla Cassazione Schiavone ha rivendicato il diritto al mantenimento dei rapporti familiari, riconosciuto e protetto dalla Costituzione, un diritto che, se viene violato si traduce in un trattamento contrario al senso di umanità. La Cassazione ha accolto il ricorso in base al fatto che la legge non esclude i detenuti del 41 bis dai colloqui, ma li regolamenta con l'introduzione di limiti numerici e con la possibilità di adottare modalità esecutive di particolare rigore. Inoltre la detenzione non può sopprimere in modo assoluto le relazionali e la vita affettiva mediante l'isolamento completo del carcerato, che può produrre effetti negativi sulla personalità e la sua desocializzazione con pregiudizi irreversibili sul processo di reinserimento.
La Cassazione ha accolto il ricorso di Schiavone in carcere nella sezione speciale del 41bis
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 3 agosto 2021
È il neonato "lessico pandemico" di questo anno e mezzo. I pregiudizi antiscientifici si sono rafforzati, ma a chi soffre o non ha capito offriamo la mano o il calore di una parola giusta. Quale parola è arrivata per prima alle nostre orecchie o ai nostri occhi? È stata Wuhan o Codogno? Quando ci siamo resi conto davvero che la nostra vita stava per cambiare così radicalmente? Questo anno e mezzo sembra un'eternità. Sembra un incubo infinito, un inverno senza sosta, con pochi sprazzi di luce, una quaresima permanente interrotta solo da qualche sporadico sorriso, come la gioia per una vittoria calcistica o olimpica. Da quei giorni di gennaio del 2020 persino il nostro vocabolario è cambiato, sono mutate le parole che correvano dal cervello alla bocca, le conversazioni in famiglia o con gli amici. È subentrato il tempo del monotema, quello in cui siamo ancora immersi. Ciò che si sente tenendo la finestra aperta, passando vicino a persone che parlano, leggendo i giornali o vedendo la televisione. Non so se durante la guerra ci si occupasse così ossessivamente del conflitto. Se lo si facesse in ogni casa, in ogni momento.
Ma so che da diciotto mesi, che sembrano un lustro, le sole parole che sentiamo pronunciare sono e sono state: Covid, paziente uno, mascherine, app Immuni, virologi, Cts, tamponi, dad, smart working, quarantena, lockdown, Zoom e webinair, Dpcm, Astrazeneca, Pfizer, cluster, sierologico, ondata, auto certificazione, ristori, prima dose, distanziamento sociale....
Il neonato "lessico pandemico", molto diverso da quello familiare di Natalia Ginzburg, ha creato una dimensione totalizzante e fatalmente intrusiva, espellendo dal circuito della comunicazione tutto ciò che esulasse dalla vita a una dimensione alla quale il virus ci ha costretto. E la sua dimensione di piazza esclusiva del grande paese ha fatto sì che tutto venisse regolarmente radicalizzato, diventasse subitaneamente estremo e violento, in primo luogo proprio nel linguaggio, come in una agorafobia provocata da uno spazio troppo angusto con troppa gente e troppa angoscia.
I pregiudizi antiscientifici si sono rafforzati, le follie delle fake news hanno inquinato il fiume delle parole e dei conseguenti comportamenti. Il tempo del positivismo tecnologico — le file con le risse per il nuovo modello di telefono cellulare — ha lasciato spazio a nuovi pregiudizi contro il sapere, la scienza, la ricerca. Eravamo forse più ingenui quando a scuola le nostre famiglie sorridevano alla notizia che una maestra o una "vigilatrice" ci aveva somministrato una zolletta di zucchero con una goccia meravigliosa che ci avrebbe messo al riparo dal rischio della poliomelite, la malattia della quale nostri compagni di scuola portavano i segni e il visibile dolore. Avevamo fiducia nel sapere e negli altri. Ma a chi, nel mezzo di una pandemia, rifiuta la cura e mette a rischio gli altri non serve riservare la ricetta dell'insulto, altro demone del "lessico pandemico".
Non serve demonizzare, non serve deridere. Serve convincere usando proprio quelle modalità di linguaggio che sembrano ormai desuete. La ragione, i dati, il sapere. Tutto ciò che sembra espulso come un ospite scomodo dal nostro conversare, sostituito dall'esaltazione muscolare dell'inesperienza e dell'inconsapevolezza come garanzia di purezza assoluta. E sostituito dall'inebriante sensazione di sentirsi parte di un universo che ti assomiglia solo perché i social, usando gli algoritmi, ti hanno creato attorno una comunità di simili che ti approva, esalta, ti spinge a gridare più forte. E a considerare l'altro recinto, quale che sia, quello dei barbari. Perché sono diversi da te, la colpa più inimmaginabile in questo tempo di pensieri reclusi.
Non dobbiamo smettere di parlare di quello che ci riguarda, ci angoscia, ci fa temere per il futuro. Ma apriamo le finestre, occupiamoci anche dell'ambiente che ci inquieta e pregiudica il futuro o delle belle parole, suoni, visioni che ci riempiono la vita e le danno senso. Accettiamo l'altro da noi, anche il più insopportabile altro da noi, come uno stimolo a spiegarci meglio, non a urlare più forte. Sentiamoci molecole, isole di un arcipelago, granelli di una piacevole sabbia. Se possiamo, a chi soffre o a chi non ha capito, offriamo la mano o il calore di una parola giusta. Per lo sberleffo e il pollice verso ora non c'è più tempo. Siamo come non mai sulla stessa barca, siamo interdipendenti, legati da un destino di comunità. Siamo fratelli e sorelle, anche se non vogliamo. Dalla vita a una dimensione usciremo solo tutti insieme. Tutti, ovunque.
vocetempo.it, 3 agosto 2021
Il clan Gilwell (scout dai 16 ai 21 anni) del gruppo Agesci Torino XXV ha dedicato un anno di riflessione ai temi della detenzione e ha mandato al nostro giornale - che ogni 15 giorni pubblica "La Voce dentro", rubrica dedicata alle voci dal carcere - una riflessione sulle conclusioni del percorso formativo che volentieri pubblichiamo.
Quest'anno il nostro Clan Gilwell ha scelto di affrontare, come Capitolo (il nostro programma di formazione annuale) il carcere e le sue funzioni. Innanzitutto, ci siamo chiesti se il carcere avesse una funzione rieducativa e/o punitiva e soprattutto se, a nostro avviso, fossero necessari entrambi questi due aspetti. Ne abbiamo discusso a lungo e ci siamo informati attraverso testimonianze di persone che lavorano in carcere come ad esempio don Domenico Ricca, cappellano dell'Istituto penale per i minorenni di Torino "Ferrante Aporti" e contributi trovati su internet.
Abbiamo imparato molte cose che non sapevamo, poiché il carcere è un'istituzione "totale" e gli individui che vivono al suo interno vengono completamente allontanati e isolati dalla società ed è quindi difficile immaginare come sia la vita dei detenuti.
Il punto fermo sul quale ci siamo ritrovati dopo numerose riflessioni è il fatto che il carcere oggi non funziona, poiché lede la dignità e la libertà dell'individuo e non è realmente rieducativo. Abbiamo inoltre scoperto l'esistenza di misure alternative al carcere molto valide e le abbiamo approfondite.
In Italia, ad esempio, le misure alternative alla detenzione previste sono la semilibertà, la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. L'affidamento in prova al servizio è considerata la misura alterativa per eccellenza, in quanto si svolge totalmente nel territorio, con l'obiettivo di evitare i danni derivanti dal contatto con l'ambiente penitenziario e dalla condizione di privazione della libertà.
Siamo rimasti colpiti da alcune misure alternative usate all'estero, come ad esempio le Carceri Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati) in Brasile al cui interno dei penitenziari si può leggere la frase "Qui entra l'uomo, il reato resta fuori". La caratteristica di queste carceri è di offrire un'alternativa al tradizionale sistema penitenziario. I detenuti sono in cella, ma non ci sono poliziotti e agenti penitenziari. Sono gli stessi ristretti a custodire le chiavi del carcere, a occuparsi della pulizia, dell'organizzazione e della sicurezza, in collaborazione con i responsabili Apac, i volontari e il personale amministrativo. Può entrare nelle Apac chi ha già trascorso un certo periodo nel carcere convenzionale, su disposizione del giudice di sorveglianza e previo impegno sottoscritto dal detenuto di rispettare le regole della struttura.
Per l'Onu le Apac rappresentano il più efficace sistema di recupero in assoluto. In Italia ce ne sono due riconosciute a Rimini e altre sei in via di riconoscimento tra Rimini, Vasto, Termoli, Bocceda, Forlì e Piasco. In Brasile se ne contano una cinquantina e ospitano circa 3 mila detenuti. Ciò che colpisce è il bassissimo tasso di recidiva tra le persone che vi hanno scontato una pena: 15% a fronte di un tasso dell'85% dei comuni istituti brasiliani. Il nostro obiettivo è quello far conoscere le misure alternative perché vengano incentivate, poiché crediamo sia importante che tutti sappiamo che un'alternativa c'è e che le cose non devono per forza restare come sono solo perché fino ad ora si è sempre fatto così.
Clan Gilwell - Agesci, Torino XXV
di Francesca Bonazzoli
Corriere della Sera, 3 agosto 2021
Tutti i direttori delle case di reclusione di Opera, Bollate, San Vittore e anche del carcere minorile Beccaria hanno sottoscritto l'intesa assieme al direttore del Pac Diego Sileo e al docente Andrea Di Franco.
È dedicato ai detenuti delle carceri milanesi il prossimo progetto di integrazione promosso dall'associazione Riscatti. Tutti i direttori delle case di reclusione di Opera, Bollate, San Vittore e anche del carcere minorile Beccaria hanno sottoscritto l'intesa assieme al direttore del Pac Diego Sileo e ad Andrea Di Franco, docente responsabile della ricerca sullo spazio detentivo del Politecnico di Milano.
Il progetto prenderà avvio il 6 ottobre e offrirà un intero anno di corsi di formazione fotografica per consentire uno sbocco professionale ma anche un riscatto personale. Al termine, le foto verranno esposte al Pac, il Padiglione di arte contemporanea di via Palestro, e il ricavato della vendita servirà a sostenere le future realizzazioni del gruppo di ricerca del Politecnico.
di Christina Goldbaum e Fatima Faizi*
La Repubblica, 3 agosto 2021
I fondamentalisti hanno già ripreso possesso di oltre la metà dei quattrocento distretti del Paese, provocando l'esodo di massa di chi teme il ritorno del regime estremista o una sanguinosa guerra civile fra milizie di etnie diverse. Haji Sakhi decise di fuggire dall'Afghanistan la notte in cui vide due talebani trascinare una giovane donna fuori dalla sua casa e prenderla a frustate sul marciapiede. Per salvare le sue tre figlie, la mattina seguente caricò la famiglia su un'auto e si diresse a tutta velocità verso le strade sterrate e tortuose che portavano in Pakistan. Accadeva più di vent'anni fa. La famiglia tornò a Kabul, la capitale, solo dieci anni dopo, quando le truppe guidate dagli americani rovesciarono il regime dei talebani. Ma ora che i talebani stanno riconquistando parte del paese di pari passo con il ritiro delle forze statunitensi, Sakhi, che oggi ha 68 anni, teme il ritorno della violenza a cui assistette quella notte. Questa volta, dice, la sua famiglia non aspetterà tanto a lungo prima di andarsene.
"Non mi spaventa abbandonare tutto ciò che possiedo. Non mi spaventa ricominciare da capo un'altra volta", ha detto Sakhi, che ha già chiesto un visto per la Turchia per sé, la moglie, le tre figlie e il figlio: "Quello che mi spaventa sono i talebani". La brutale campagna militare dei talebani che, secondo alcune stime, hanno già ripreso possesso di più della metà dei circa quattrocento distretti dell'Afghanistan continua, provocando in tutto il Paese l'esodo di massa di chi teme il ritorno del regime estremista o una sanguinosa guerra civile fra milizie di etnie diverse.Gli afgani sfollati quest'anno sono circa 330.000, più della metà dei quali, secondo le Nazioni Unite, hanno lasciato le loro case da maggio in poi, da quando è iniziato il ritiro delle truppe americane.
Molti hanno trovato rifugio in campi tendati improvvisati o a casa di parenti nelle città, che in molte province rappresentano l'ultima roccaforte ancora in mano al governo. Migliaia cercano di ottenere passaporti e visti per lasciare il Paese. Altri ancora si accalcano sui pick-up dei trafficanti nel tentativo disperato di attraversare illegalmente il confine.
Secondo l'OIM, nelle ultime settimane il numero di afgani che sconfina illegalmente è salito del 30-40% rispetto al periodo che ha preceduto l'inizio del ritiro delle truppe internazionali. Ogni settimana fuggono circa 30.000 persone. Le agenzie umanitarie avvertono che questa fuga precipitosa è l'avvisaglia di un'imminente crisi di rifugiati e i vicini, così come l'Europa, temono che la violenza, intensificatasi dopo l'inizio delle operazioni di ritiro, stia già superando i confini del Paese.
"L'Afghanistan è sull'orlo di una nuova crisi umanitaria", ha dichiarato a luglio Babar Baloch, portavoce dell'Alto commissariato per i rifugiati dell'ONU. "Se non si riuscirà a raggiungere un accordo di pace e a fermare la violenza ci saranno altri sfollati". Questo esodo improvviso ricorda quelli che si sono verificati in altri periodi di forte instabilità: milioni di persone si riversarono fuori dal Paese negli anni successivi all'invasione sovietica del 1979. Dieci anni dopo, quando i russi si ritirarono e l'Afghanistan piombò nella guerra civile, ne fuggirono molte altre. Lo stesso accadde nel 1996, quando i talebani presero il potere. Oggi gli afgani rappresentano una delle comunità di rifugiati e richiedenti asilo più numerose al mondo - circa tre milioni di persone - e, dopo i siriani, sono loro a presentare il maggior numero di richieste d'asilo in Europa.
Il Paese è sull'orlo di un'altra crisi sanguinosa, ma la nuova ondata di sfollati arriva in un momento in cui l'atteggiamento verso i migranti in tutto il mondo si è irrigidito. Dopo aver stipulato, nel 2016, un accordo di rimpatrio per arginare l'arrivo di migranti aree di guerra, l'Europa ha deportato decine di migliaia di afgani. Altri, centinaia di migliaia, sono stati respinti dalla Turchia, dall'Iran e dal Pakistan, i Paesi confinanti che complessivamente ospitano circa il 90% degli afgani sfollati in tutto il mondo e che negli ultimi anni ne hanno deportato un numero record.
Le restrizioni dovute al coronavirus hanno reso più difficili le migrazioni, legali e illegali, perché molti hanno chiuso le frontiere e ridimensionato i programmi di aiuto ai rifugiati, costringendo a viaggiare lungo rotte più pericolose.
A causa dei pesanti arretrati del programma speciale di visti per l'immigrazione degli Stati Uniti - a cui possono accedere gli afgani che sono a rischio per aver lavorato con il governo americano - circa 20.000 idonei sono rimasti intrappolati insieme alle loro famiglie in un limbo burocratico. L'amministrazione Biden ha ricevuto forti pressioni perché protegga gli alleati afgani nel momento in cui gli Stati Uniti ritirano truppe e supporto aereo e i talebani insorgono. Nonostante ciò, mentre gli scontri fra talebani, truppe governative e altri miliziani si fanno più intensi e il numero delle vittime raggiunge cifre da record, molti afgani restano determinati a fuggire.
Una mattina parecchia gente si è radunata all'ufficio passaporti di Kabul. Nel giro di qualche ora si è formata una fila che si snodava intorno a tre isolati e passava davanti a un murale che raffigura dei migranti con una scritta minacciosa: "Non mettere in pericolo la tua vita e quella dei tuoi cari. Emigrare non è la soluzione". Ben pochi si sono lasciati dissuadere.
"Devo procurarmi un passaporto e lasciare questo dannato paese", dice Abdullah, 41 anni, che come molti in Afghanistan non ha cognome. È un tassista che lavora fra Kabul e Ghazni, una località commerciale nel sudest del paese. Ricorda di essere scappato verso la capitale quando sono iniziati i combattimenti e di aver raccolto lungo la strada un gruppo di soldati governativi che chiedevano un passaggio. Due giorni dopo il suo capo l'ha chiamato per dirgli che i talebani stavano cercando un autista che era stato visto mentre dava un passaggio a dei soldati in fuga e che avevano il suo numero di targa. Abdullah è terrorizzato, dice che farà qualsiasi cosa pur di andarsene. "Lasciare il Paese legalmente è costoso e farlo illegalmente è pericoloso", ha detto. "Ma ora come ora è più pericoloso restare".
Più a ovest, un gran numero di afgani si è raccolto a Zaranj, un centro di smistamento illegale nella provincia di Nimruz da dove i pick-up dei trafficanti si avventurano ogni giorno verso sud attraverso le terre che confinano con l'Iran. A marzo partivano circa 200 automobili al giorno - un aumento del 300% rispetto al 2019, ci dice David Mansfield, ricercatore sulle migrazioni e consulente del British Overseas Development Institute.
All'inizio di luglio erano 450. Chi se lo può permettere paga migliaia di dollari per viaggiare verso la Turchia e poi l'Europa. Molti altri pagano ai trafficanti la prima tratta del viaggio e poi cercano un lavoro nero in Iran che permetta loro di pagare la successiva. "Non abbiamo soldi e non possiamo procurarci un visto", dice Mohammad Adib, che sta pensando di passare illegalmente in Iran. Adib è fuggito da Qala-i-Naw, nel nordovest del Paese, all'inizio di luglio, dopo che una notte i talebani hanno assediato la città. All'alba, il suono degli spari era stato sostituito dal pianto dei vicini. I cavi elettrici erano sparsi a terra, le porte delle case sfondate, le strade sporche di sangue. "Non c'è altro modo per uscire dal Paese", dice.
Il governo del Tagikistan ha recentemente annunciato di essere pronto ad accogliere circa 100.000 rifugiati afgani, in aggiunta ai circa 1.600 arrivati nel mese di luglio. Altri Paesi confinanti si sono mostrati meno disposti ad accogliere gli afgani in fuga: hanno rafforzato i confini e avvertito che le loro economie non sono in grado di reggere un nuovo afflusso di rifugiati. Anche i governi dell'Europa centrale hanno iniziato a rafforzare le frontiere, nel timore che l'esodo attuale possa trasformarsi in una crisi simile a quella del 2015 che ha portato circa un milione di migranti, per la maggior parte siriani. Secondo le Nazioni Unite, quest'anno circa la metà della popolazione afgana ha bisogno di assistenza umanitaria, il doppio rispetto allo scorso anno e circa sei volte più di quattro anni fa.
Mohammad Nabi Mohammadi, 40 anni, ha preso in prestito mille dollari per trasferire a Kabul trentasei membri della sua famiglia, dopo che i talebani hanno attaccato il suo villaggio, nel distretto di Malistan. Oggi il suo appartamento di tre stanze, situato ai margini della città, sembra più un rifugio affollato che una casa. Gli uomini dormono in un'ampia sala, le donne nell'altra e i bambini sono stipati nell'unica piccola camera da letto dell'appartamento, insieme a borse di vestiti e prodotti per la pulizia.
Mohammadi prende in prestito dai vicini i soldi necessari ad acquistare il pane e il pollo per sfamare tutta la famiglia, e il prezzo dei generi alimentari è già quasi raddoppiato. Si indebita sempre più, non vede una via d'uscita e non sa che cosa fare."Queste persone sono malate e traumatizzate. Hanno perso tutto", dice in piedi accanto al piano della cucina, cercando di non farsi sentire. "Se la situazione non migliora, non so cosa faremo".
*Traduzione di Alessandra Neve
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 3 agosto 2021
La crisi in atto nel Paese nordafricano, che rischia la guerra civile, dovrebbe farci aprire gli occhi: abbiamo un serio problema di sicurezza ma sembriamo non rendercene conto. Che cosa dovrebbe suggerirci la crisi in atto in Tunisia, un Paese che, da un momento all'altro, potrebbe precipitare nel caos della guerra civile? La crisi tunisina dovrebbe costringerci ad aprire gli occhi.
L'Europa ha un serio problema di sicurezza ma non sembra rendersene conto. Lo sanno i professionisti che nei Paesi europei, a vario titolo, se ne occupano ma non lo hanno ancora capito le opinioni pubbliche. Il problema di sicurezza dell'Europa può essere così riassunto: Mamma America sembra intenzionata ad abbandonare i cuccioli al loro destino, non sembra più disposta a proteggerli dalle minacce incombenti. È cambiata l'America e sono cambiate le minacce.
Consideriamo l'Italia, il Paese europeo più esposto rispetto a quanto accade nel fianco Sud del Vecchio continente. La visita in Libia del ministro degli Esteri Di Maio, che segue quella del premier Draghi di qualche tempo fa, mostra l'attenzione e la preoccupazione del nostro governo. Siamo alla mercé di possibili ondate migratorie imponenti (se davvero la guerra civile esploderà in Tunisia ce ne accorgeremo subito) e il Mediterraneo è sempre più un mare controllato da potenze ostili: Russia, Turchia. Saranno loro nei prossimi anni a sorvegliare/amministrare il traffico di esseri umani fra Africa ed Europa. C'è poi il rischio terrorismo: nel Maghreb, Tunisia e Libia in testa, come in altre parti dell'Africa, non si contano i jihadisti che aspettano un'occasione per menar le mani.
La prova che l'Italia, fatta eccezione, ovviamente, per il governo, non ha la minima contezza dei rischi incombenti è facilmente verificabile: vi risulta che anche uno solo dei partiti abbia schierato, con la benedizione del leader, un politico autorevole ed esperto, capace di parlare al Paese dei problemi internazionali e di sicurezza senza ricorrere a slogan e a propaganda di basso conio? Non ne troverete uno. Se l'opinione pubblica fosse allertata, se la consapevolezza dei rischi fosse diffusa, i partiti sarebbero costretti ad attrezzarsi per dialogare intelligentemente con gli elettori.
Il resto d'Europa non è messo meglio. Per anni ci si è baloccati con slogan privi di senso. Qualcuno si ricorda del ritornello sulla Europa "potenza civile"? L'idea era che noi europei, nei rapporti con il resto del mondo, fossimo un esempio di virtù: "civili", e cioè pacifici, il contrario di quei cowboys rozzi e violenti degli americani. Era un'immagine auto-consolatoria. L'Europa poteva permettersi di sostituire la spada con la diplomazia e il commercio, perché usufruiva della protezione americana. Una protezione che non consisteva solo nell'ombrello atomico.
L'America ci proteggeva anche perché presidiava tutti i luoghi strategici e potenzialmente pericolosi per l'Europa, a Est verso la Russia e in Medio Oriente. L'inconsapevolezza europea di come stavano realmente i fatti era tale che mentre beneficiavamo della loro protezione, molti di noi biasimavano gli americani per non avere creato un forte welfare State di tipo europeo. Differenti tradizioni culturali a parte, c'era il piccolo particolare che l'Europa, dopo la Seconda guerra mondiale, si era potuta permettere il lusso di sviluppare costosi sistemi di welfare perché grazie alla protezione americana disponeva di risorse che altrimenti avrebbe dovuto investire in armamenti e difesa.
Esiste ancora una cosa che possiamo ragionevolmente chiamare Occidente? Intendendo l'Occidente in senso politico, ovviamente. Suggerisco di leggere, suIlFoglio, a proposito della nuova America, l'eccellente e dolente saggio, ispirato all'internazionalismo wilsoniano, di Leon Wieseltier.
Alle dure polemiche di Trump contro l'Europa sono subentrati i sorrisi, le strette di mano e le pacche sulle spalle di Biden. Sì, e poi? Al momento non c'è alcun segnale che lasci intendere (salvo una possibile ripresa dei negoziati Usa/Iran sul nucleare) un cambiamento di politica rispetto ai tempi dell'Amministrazione Trump per quanto riguarda Medio e Vicino Oriente. Il vuoto di potere lasciato dagli americani — e a cui Biden non sembra disposto a rimediare — è riempito da altre grandi potenze (Russia, Cina) che rafforzano ogni giorno che passa le loro posizioni e lasciano massima libertà d'azione ai neo-imperialismi regionali (Turchia, Iran). Se dovessimo constatare che la risposta alla domanda "esiste ancora l'Occidente?" sia negativa, se diventasse chiaro che nemmeno Biden sia in grado di riavvicinare Stati Uniti ed Europa (quanto meno, in materia di sicurezza), se accertassimo l'impossibilità di ottenere un rinnovato e deciso impegno americano nel nostro fianco Sud in cambio di un sostegno europeo nella competizione fra americani e cinesi, allora non resterebbe che sperare nell'Europa. I governi dei Paesi che più contano, Germania, Francia ma anche Italia, dovrebbero prendere atto delle mutate condizioni internazionali, dare la sveglia alle rispettive opinioni pubbliche e prendere decisioni coordinate per fronteggiare i nuovi pericoli.
Ma c'è un ma, anzi molti ma. Non è solo che Germania, Francia, e prima o poi anche Italia, hanno campagne elettorali da affrontare, cosa che tende a paralizzare le iniziative dei governi. Non è solo che la Germania, ancora prigioniera dei fantasmi del passato, non è disposta ad assumere la posizione di leadership che le spetterebbe in materia di sicurezza.
C'è anche un altro fattore che favorisce l'inerzia europea, ossia il fatto che gli europei percepiscono diversamente le minacce. Con qualche rara eccezione: l'intervento italiano nel Sahel a fianco della Francia nasce dalla convergente volontà di fermare, prima che rappresenti una minaccia per tutti noi, il radicamento dell'estremismo islamico. Però l'improvvisa decisione di Macron di ritirare il contingente militare francese dal Mali solleva dubbi sul futuro di quella missione. Di solito, una comune valutazione dei rischi non c'è: è più facile che oggi, nelle altre capitali europee, si mormori: "L'eventuale guerra civile in Tunisia può minacciare l'Italia? Che se la sbrighino gli italiani. Fatti loro". Non esistendo un'identica percezione delle minacce, la tendenza, per lo più, è: ciascuno per sé. Naturalmente se, nel medio termine, un importante Paese europeo si trovasse nei guai, anche il resto dell'Europa ne subirebbe le conseguenze. Ma le democrazie si disinteressano di quanto potrebbe accadere nel medio termine. È solo il breve che conta. Forse bisogna sperare che, nonostante le apparenze contrarie, la risposta alla domanda "esiste l'Occidente?", risulti ancora positiva.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 3 agosto 2021
Il culmine fu nella notte tra il 2 e 3 agosto 1944 ad Auschwitz: tremila, tra sinti e rom, furono massacrati. Spesso ai colpevoli di quelle stragi furono inflitte pene irrisorie. "Ricordo che quella mattina il primo pensiero fu quello di andare a dare uno sguardo al di là del filo spinato. Non c'era più nessuno, c'era solo silenzio... Ci bastò dare un'occhiata ai camini dei forni crematori che andavano al massimo della potenza per capire che quella notte, tutti, tutti gli zingari di quello che chiamavano lo Zigeunerlager erano stati assassinati. Tutti...".
Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni della Shoah, sopravvissuto ad Auschwitz, morto un paio d'anni fa, aveva un groppo in gola quando tornava a parlare di quell'alba lontana. Conosceva bene quel campo al di là del reticolato: "Era denominato lo Zigeunerlager, il lager degli zingari. (...) C'era tanta vita, noi avevamo un colore quasi unico, eravamo vestiti con quella specie di pigiami a righe, dall'altra parte avevano conservato i loro abiti, quindi tanto colore, avevano conservato i capelli, noi eravamo completamente rasati a zero, c'era un'enormità, tantissimi bambini...". Finché, la notte prima, lui e gli altri prigionieri ebrei avevano sentito i camion, l'arrivo di reparti tedeschi, i cani che abbaiavano rabbiosi, le urla delle donne, il pianto disperato dei piccoli: "Poi all'improvviso, dopo più di due ore, silenzio. Non si sentiva più niente". Solo il vento che faceva sbattere porte delle camerate totalmente svuotate: "Il ricordo di quelle porte che battevano con il vento e non c'era nessuno che le fermasse mi è rimasto dentro...".
Furono tremila su trentamila, secondo un dossier della storica francese Henriette Asséo sulla rivista "Etudes Tsiganes", i rom sopravvissuti ad Auschwitz. Un decimo. Tutti gli altri morirono di fame, di stenti, di freddo o "passati il camino" come quei 2.998, "soprattutto donne e bambini piccoli", decimati quella notte tra il 2 e il 3 agosto del 1944. Ed è quella appunto, dal 2015 (solo dal 2015: dopo decenni di imbarazzi e rimozioni), la data scelta per la Giornata europea di commemorazione del genocidio dei gitani. Che molti ricordano come il Porrajmos ("lo stupro" o "il divoramento", ma il termine è contestato), altri come il Samudaripen: lo sterminio.
Quanti furono gli zingari (altra parola contestatissima per quanto usata con rispetto e affetto dagli ultimi Papi a partire da Paolo VI, da giornalisti come Orio Vergani, da musicisti come Enzo Jannacci...) spazzati via nell'ondata di odio razzista parallela a quella vissuta dagli ebrei? Difficile rispondere. Il polacco Tadeusz Joachimowski, racconta Luca Bravi nel libro Attraversare Auschwitz. Storie di rom e sinti: identità, memorie, antiziganismo, a cura di Eva Rizzin (Gangemi), era il prigioniero incaricato di segnare su due libri gli ingressi di sinti e rom, maschi, femmine, bambini. Un attimo prima che i nazisti si ritirassero sotto l'avanzata dei russi dopo aver cercato d'occultare le tracce della loro ferocia, riuscì a nascondere i volumi avvolti negli stracci in un secchio sepolto sottoterra: dovevano essere salvati. Proprio perché a fronte dell'immensa mole di ricordi, libri, lettere, filmati, deposizioni processuali della Shoah, il "popolo viaggiante" ha conservato del genocidio subìto molto poco...
Questo vecchio secchio restituì appunto un paio di migliaia di nomi. Ma gli altri? Quanti furono, gli assassinati? C'è chi sostiene: da duecentomila a un milione. Ipotesi. "Diciamo che convenzionalmente si pensa a mezzo milione di vittime", risponde lo storico Leonardo Piesare, autore di più libri sul tema tra cui I rom d'Europa (Laterza). "Ma è quasi impossibile contarle, ormai. La larga maggioranza non era in grado di lasciare resoconti scritti. I documenti sovietici desecretati, inoltre, rivelano come i nazisti, nell'Europa dell'Est conquistata, annientassero al passaggio interi villaggi, spesso di sinti e rom stanziali, contadini già colpiti dalla repressione di Stalin".
Non bastasse, accusa la Treccani, pesarono sulle stragi i pregiudizi storici: "Anche a Norimberga non fu riconosciuto il carattere razziale del genocidio e nessun parente delle vittime fu quindi risarcito". Di più: agli eccidi pianificati da Heinrich Himmler (che peraltro aveva deciso inizialmente di stralciare la sorte di un po' di "ariani puri" appartenenti in teoria allo stesso ceppo di lontane origini indiane dei tedeschi, ma da non confondere coi "meticci") presero parte volenterosi assassini, cittadini comuni che si sentivano autorizzati dalle leggi hitleriane a macellare ogni zingaro dei dintorni. Una strage. Dai numeri incalcolabili.
Erano secoli, del resto, che in Europa arrivavano ondate di "permessi" di quel genere. Basti citarne, tra i tanti, uno nostrano. Della Serenissima Repubblica di Venezia, che nel 1558 stabilì che chi avesse consegnato alle autorità uno zingaro ricevesse dieci ducati "possendo etiam li detti Cingani, così homini come femmine, che saranno ritrovati nei Territori Nostri esser impune ammazati, si che gli interfettori (gli assassini, ndr) per tali homicidi non abbino ad incorrer in alcuna pena". Incoraggiamenti, diffusi, alle cacce all'uomo.
Basate, come nel caso dello sterminio dei disabili, sulla autorizzazione ai medici a "concedere una morte pietosa" a chi viveva "vite indegne di essere vissute". Compresi non solo i non autosufficienti colpiti dalle patologie più invalidanti, ma anche quanti erano bollati come inutili e incorreggibili. Tipo Ernst Lossa, un ragazzino rom "eutanizzato" perché "troppo vivace" (ne parlano il libro Nebbia in agosto di Robert Domes, Mondadori, e il racconto teatrale Ausmerzen di Marco Paolini) nel manicomio di Irsee, a un'ottantina di chilometri da Monaco. Dov'era caposala la famigerata Mina Wöhrle, l'infermiera nazista condannata per 210 omicidi ("Ho solo eseguito gli ordini") a diciotto mesi di carcere. Due giorni e mezzo di galera a delitto. Per non dire del primario, Valentin Faltlhauser, teorico della soppressione a basso prezzo "per fame" e degli esperimenti sui bambini: tre anni. Evaporati con la concessione della grazia.
Il tutto, come ricorda la storica Henriette Asséo, nonostante nessun medico fosse "mai stato obbligato a partecipare" ai "più spaventosi esperimenti". A partire da quelli prediletti da Joseph Mengele, sugli "zingari gemelli". Racconta Rita Prigmore, un'anziana sopravvissuta bavarese di etnia sinti nel libro curato da Eva Rizzin: "Il 3 marzo 1943, siamo nate mia sorella Rolanda ed io. Subito dopo la nascita gli uomini della Gestapo vennero a prenderci e ci portarono in un ospedale. Werner Heyde ci sottopose a esperimenti medici. Mia mamma era spaventata e non poteva reggere quella situazione di angoscia e di paura... Così entrò nell'ospedale dove eravamo rinchiuse e, dopo molte insistenze, riuscì a convincere un'infermiera che le mostrò solo me. Mia madre insistette per vedere anche mia sorella Rolanda. L'infermiera cercò di resistere, di negarsi, ma alla fine la portò in bagno e le indicò il corpicino di Rolanda steso sul fondo di una vasca da bagno: era morta. I medici le avevano fatto delle iniezioni di inchiostro negli occhi per tentare di cambiarle il colore...".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2021
Carcere e ospedali: quanto contano l'ascolto e la comunicazione
Ho avuto di recente un'esperienza difficile di malattia e di ospedale, e la voglio raccontare. Prima di tutto per un motivo "futile", che è la consapevolezza di come funziona quel passaparola tra detenuti, e spesso anche operatori, che fa circolare le "notizie" nei luoghi di privazione della libertà e che viene definito spesso "radio carcere". Essendo il carcere un luogo ancora poco trasparente, al suo interno si sviluppa di frequente una capacità, amplificata rispetto al mondo "libero", di stravolgere tante notizie che arrivano dall'esterno. Ecco, su di me preferisco essere io a darle, le notizie, e a cominciare così a spezzare la CATENA DELLA CATTIVA INFORMAZIONE.
- La riforma della giustizia all'esame della Camera
- Antigone e i mali del carcere: troppi detenuti e poche attività. Lavora solo una donna su 67
- Giustizia: alla Camera voto di fiducia nella notte. Approvazione finale domani
- Bambini imprigionati, esiste un giudice?
- L'ira di Conte contro i dissidenti 5S. Nel voto alla Camera 40 assenti











