di Giovanbattista Lanzilli
ottopagine.it, 26 dicembre 2021
A Salerno la protesta guidata dai Radicali con i detenuti ed i loro familiari: 500 in protesta. "Il sovraffollamento nel carcere e le ulteriori complicazioni dovute all'emergenza pandemica, come il sovraffollamento nelle file davanti agli hub vaccinali a rischio di contagio per gli assembramenti, senza che il sindaco - quale massima autorità sanitaria - proferisca parola. Mai possibile che è cieco, sordo e muto, neanche davanti a questa strage di diritto e dei diritti, che è una vera e propria strage di popoli che non ha precedenti in città?". Comincia così l'appello di Donato Salzano, segretario dei Radicali di Salerno, che torna a denunciare l'emergenza sanitaria all'interno del carcere di Fuorni.
di Marcello Pesarini
Ristretti Orizzonti, 26 dicembre 2021
Uno dei temi che occupano maggiormente la stampa, dopo il Covid ma prima dei licenziamenti, è quello dell'educazione delle nuove generazioni. Dirò che dietro la punta dell'iceberg mostrato dai frequenti servizi giornalistici e televisivi sul bullismo, c'è una preoccupazione reale delle generazioni che lavorano e che sono in pensione, nei confronti di quelle nuove, e se questa attenzione è disordinata, nebulosa, somiglia molto ai geyser islandesi, è perché i nuovi temi sono difficili da sondare e analizzare come lo sono i nuovi lavori e i nuovi stili di vita.
Alcuni esempi giocati sul paradosso del nostro inconscio. La gioventù, l'adolescenza odierna, è veramente difficile per noi, che ne siamo genitori, zii, nonni, o comunque elders than them.
Quando a me le compagne di scuola donne (non si dovrebbe dire perché non mi crederà nessuno) mi davano del finocchio (così si diceva negli anni 70, e io ho imparato a non dirlo più grazie al poltically correct) perché ero secchione, non certo macho, e non allungavo le mani né ero bello, non c'erano i cellulari sui quali caricare gli scherzi che mi facevano.
Scherzi del tipo di scrivermi una falsa lettera d'amore a nome Tiziana, in genere bruttina sennò non avrei considerata credibile un'infatuazione nei miei confronti, poi vedere se ci credevo, e visto che alla fine non ci caddi, farmi trovare una bella vomitata per premio sul sellino del motorino, non c'era you tube, ma "radio serva" funzionava bene, ah sì.
Ora gli adolescenti non conoscono il loro corpo in precedenza rispetto a quanto facemmo noi, e lo stesso vale anche per quello dell'altro sesso: viene loro sbattuto in faccia, da un'informazione sempre più veloce, vorace, voltastomaco, e conoscono molto meno l'amore perché non fanno in tempo a sviluppare molti sentimenti, e quando li sviluppano ne hanno vergogna, perché sembrano loro una perdita di tempo.
Vorrei dire meglio che viene loro inculcato il concetto che è una perdita di tempo. Per cui quello che filmano e fanno girare spesso è una finta verità che non è nemmeno una recita. E mi fanno paura, perché passano da momenti di straordinaria dolcezza: le donne fra di loro, ma anche gli immigrati maschi di alcune etnie, ormai nati qui, sono più affiatati e carezzevoli fisicamente nello stesso sesso. Quest'ultimo atteggiamento fa parte della trasmissione della loro cultura, ed è però anche conforto da caserma, cameratismo.
Ma con la stessa dolcezza passano rapidamente alla violenza perché secondo me mancano i passaggi costituiti dalla fantasia, dal sognare, desiderare un sogno ed anche una caduta. Non si sogna, o ci si impedisce di sognare, ma si mastica, si consuma, si gioca con le play station, e si ha anche un sacco di tempo impiegato negli sport, nella musica, nei centri di aggregazione.
Un mondo simile non l'hanno certo costruito loro, quelli di 14 anni, che oggi sembrano fra i più pericolosi con le baby gang. Si impegnano, alle volte si accapigliano, sulla difficile situazione, operatori a vario livello. Anche io mi preoccupo. Il mondo in cui tutto deve essere regolato, riempito, programmato, per il quale ci si lamenta di non avere mai un momento libero per vedersi è quello degli adulti, che se avessero tempo per vedersi si spaventerebbero, inorridirebbero al rischio di doversi aprire, confrontare, parlare. Riempiamo questo pericoloso con altre attività, per essere anche convinti nelle nostre lamentele.
Sono più ferrati in questa materia i quarantenni e i cinquantenni, quelli ai quali la gerarchia è congeniale, è la risposta agli anni della rivolta mal digeriti perché avvenuti 20 anni prima di loro, e perché hanno suscitato la reazione della borghesia di cui loro sono le vittime, e i portatori sani del virus.
Dando luogo a nuove generazioni abbiamo trasmesso loro questi stili di vita, non ponendoci minimamente il limite che tutte le generazioni affrontano, cioè il rifiuto delle precedenti, il considerarle vecchie, deprimenti, causa di tutti i mali del mondo.
Non voglio parlare dei giovani dei Fridays For Future. Più semplicemente racconto come, mesi fa, ad una manifestazione di protesta contro le dichiarazioni sessuofobiche, omofobiche ed anche maschiliste di alcuni politici maschi e anche femmine di destra, i giovani che tante mamme temevano non avrebbero trovato spazio per inserirsi nella protesta, si presentarono con cartelli che ai miei tempi avrei giudicato antifemministi e blasfemi, del tipo "La figa ha delle ragioni che la Regione non conosce", "Libero sesso, non mi direte voi chi mi deve piacere e cosa ci devo fare", ben più divertenti del "Maschio represso masturbati nel cesso", o "Lo sperma c'inquina", a cui noi maschietti rispondevamo "E il cazzo tombola".
Insomma, almeno alcuni si divertono e protestano meglio di noi. C'è dell'altro: le nuove generazioni cercano di combattere il vuoto di pensieri forti con identità che possono essere di provenienza(centroamerica), età, violenza.
Le intermedie, le pericolosissime 40-50, sono quelle che, a forza di dire che noi sessantottini avevamo rovinato il mondo, hanno trovato nel salvifico Green Pass una aggregazione forte, adatta a redditi medi, non operai, assolutamente non migranti, senza o quasi giovani e adolescenti.
Un brodo di coltura abominevole, ma da considerare. Perché stamattina mi sono passati davanti, quasi tristi, in mezzo alle bancarelle natalizie, una decina di amici di Potere al Popolo(anche compagni, ma amici perché lo sono) che annunciavano una protesta contro il carovita, i licenziamenti, le manovre finanziarie, ma solo dieci?
Perché quando raccolgo le firme di Sinistra Italiana sulla Patrimoniale siamo ancora meno di dieci, e le proteste nei nostro confronti sono abbastanza dure?
Perché non passa più nessun messaggio di dovere, socialità, sacrificio collettivo e generosità. Passano quelli di libertà contraffatta, egoismo. Eppure in mezzo ai No Green Pass si inseriscono centri sociali, anarchici, impoveriti, masse fluttuanti di lavoratori meno garantiti, ed alle volte trovano posto contro il sistema.
Quel posto che se CGIL e UIL non si sbrigavano a ritrovare con lo sciopero del 16 dicembre, non ci sarebbe stato più per loro, di fronte alla valanga di delocalizzazioni che il tessuto industriale italiano sta subendo. Ma l'Inter e la Juventus aggregano di più, da decenni.
E allora i giovanissimi, se si riuniscono in bande, perché debbono essere guardati con tanta meraviglia? Più che con meraviglia, vengono guardate con paura. Perché stanno lì senza valori, alcuni ripeto, senza attività degne di questo nome, con uno strumento nelle mani pericoloso se non guidato dalla testa. Ma non mi riferisco al cellulare: mi riferisco di nuovo ai loro corpi, che cameratescamente entrano in branco nei negozi, sbarellano tutto quello che c'è, rubano mentre altri li coprono, oppure bevono.
Ma non sono il prodotto di chi non vuole avere problemi? Di quelle persone che denunciano anche un Comune perché hanno inciampato su un marciapiede sconnesso e sono cadute per terra? Oppure di quelle persone che non si fanno problemi di rivoltarsi contro i medici se la cura a un familiare non riesce, senza peritarsi di invadere un pronto soccorso o una corsia di ospedale? O, in conclusione, di chi ha tentato di costruire un mondo con soluzioni a tutti i problemi, compresa l'eternità, e di fronte all'impossibilità di ciò, ha ripiegato sulla proiezione di questo mondo nella propria mente, come in un video gioco?
Faccio un ultimo, ardito passaggio: che anche il ritorno di maschilismo, di violenza, di femminicidi, non sia una delle reazioni dell'umanità maschile ad un mondo che le sfugge, senza più possedere e governare attraverso le sovrastrutture mentali per riflettere?
Ad alcuni risultati nell'educazione dei maschi e delle femmine in direzione della differenza di genere, di diritti civili, di tolleranza, comprensione, dignità, datati anni 60, 70, 80, con il divorzio, l'aborto, l'educazione sessuale, la chiusura dei manicomi, sono seguiti i duri anni della supponenza di poter fare senza ideologie, senza organizzazioni, partiti, sindacati, ed il maschio, molto più debole ma anche molto più pericoloso di quello latino e patriarcale, debole ed incapace di farsi una ragione della sua debolezza, ha preso ad uccidere di più, a non sopportare le emancipazioni, anche le incertezze delle donne, anche i nuovi ruoli non compiuti.
E sono aumentate, aumentano, le tragedie sempre più dirompenti, spesso seguite dalla negazione di responsabilità da parte del femminicida, dalla fuga di responsabilità, dalla stessa sua autosoppressione.
Ampio è il campo, e questa è stata è stata una digressione passionale. E' di ben altro spessore la riflessione che segue: molti detenuti hanno dichiarato che erano stati fortunati a finire in carcere perché avevano incontrato le misure alternative, il trattamento. I sexual offenders, ad esempio. In alcune carceri italiane sono attuati programmi di questo tipo, e non sono certo passeggiate, perché la mancanza assoluta di controllo, di autoapprovazione del loro agire da parte di molti soggetti, è dura, spesso senza speranza, comunque segno di vite che non sbocciano, che non sboccano. Fare del male soffrendo, come avvisano molti studiosi della problematica, di cui molte donne, è un problema nel problema, un problema nella società.
Di certo, sempre riprendendo quanto ho letto, costruire un'opinione comune, una mentalità governante che colpisca il femminicidio, la considerazione in calo della donne dopo decenni di emancipazione, di valutazione della differenza di genere, una mentalità per cui qualsiasi commento sessista non sia una divagazione, ma una non opinione, qualsiasi discriminazione nei confronti della donna nei luoghi di lavoro, di cultura, di famiglia, politico, non una abitudine, ma una cattiva abitudine da estirpare.
Quanto ho letto in questa occasione mi ha rinfrancato sulla necessità di riaffermare un'egemonia di buon pensiero e buone pratiche, legata a una egemonia di pensiero sobrio, rispettoso della natura e socialista nei mezzi e nei fini.
Non ho voluto suggerire, perché ne sono incapace e forse da soli tutti ne siamo incapaci, principi e direttive attuative nel campo dell'educazione. Non lo possiamo fare da soli, mentre la conoscenza dell'altro da noi è invece un dovere. Capire la differenza fra i gruppi che invadono i negozi per rubacchiare, e quelli che li invadevano ai miei tempi, e la differenza non è solo nella qualità del maltolto, questo può essere un metodo. Capire se la nostra ricerca di identità fosse aggiuntiva a quella che avevamo come figli e studenti, o sostitutiva, e se lo è oggi.
Capire quanto la pandemia sia un aggregato e non un fattore scatenante, per i giovani e per i grandi. Forse forse forse dovrei ripetere quanto dissi mesi fa, cioè che le persone che si pongono meno problemi secondari, e più primari, spesso sono i vecchi, quelli che più hanno conosciuto le privazioni, la vita semplice e dura, ed hanno imparato a godere più di altri.
Quali sono i problemi secondari? Se l'omosessualità di due ragazze vicine di casa, che magari ti vanno a fare la spesa, oppure a cui tu la fai quando loro non possono, sia un problema di cui discutere e domandarsi. Quali sono i problemi primari? Se dare loro una mano a gestire il cane quando non ci sono, portarlo a spasso a fare i suoi bisogni e difenderlo da quello della vicina che il suo lo pascola senza museruola, sia un dovere di fatto e morale. Alla seconda domanda la risposta è sì.
La Repubblica, 26 dicembre 2021
Il messaggio di Natale di Bergoglio: "Dio offra speranza agli adolescenti che subiscono bullismo e abusi". I numerosi conflitti, le crisi internazionali, le guerre che costellano il pianeta, cui solo avendo "la forza di aprirci al dialogo" si possono dare soluzioni. Ma anche l'inasprirsi incalzante della pandemia, per cui occorre trovare al più presto le risposte "più idonee", non ultime le vaccinazioni per le "popolazioni più bisognose".
Così come gli effetti perversi legati al Covid, tra cui la dilagante violenza sulle donne. O anche l'inarrestabile dramma dei migranti e dei profughi, verso i quali non possiamo "girarci dall'altra parte". C'è tutto questo, e altro ancora, nel Messaggio natalizio di papa Francesco, pronunciato oggi sotto una leggera pioggia dalla Loggia centrale di San Pietro - non più quindi dall'interno della Basilica com'era in tempi di lockdown - prima della tradizionale Benedizione "Urbi et Orbi", con inni nazionali e picchetti d'onore, e la formula dell'indulgenza plenaria introdotta dal cardinale protodiacono Renato Raffaele Martino.
"Dio-con-noi - invoca il Pontefice - concedi salute ai malati e ispira tutte le persone di buona volontà a trovare le soluzioni più idonee per superare la crisi sanitaria e le sue conseguenze. Rendi i cuori generosi, per far giungere le cure necessarie, specialmente i vaccini, alle popolazioni più bisognose. Ricompensa tutti coloro che mostrano attenzione e dedizione nel prendersi cura dei familiari, degli ammalati e dei più deboli".
"Conforta le vittime della violenza nei confronti delle donne che dilaga in questo tempo di pandemia", dice ancora Francesco, mentre è proprio l'onda lunga del Covid ad acuire anche le tensioni internazionali. "C'è il rischio di non voler dialogare - avverte il Papa -, il rischio che la crisi complessa induca a scegliere scorciatoie piuttosto che le strade più lunghe del dialogo". Invece "queste sole, in realtà, conducono alla soluzione dei conflitti e a benefici condivisi e duraturi".
Ecco quindi - ed è la parte più corposa del Messaggio - la necessità di pensare "al popolo siriano, che vive da oltre un decennio una guerra che ha provocato molte vittime e un numero incalcolabile di profughi". All'Iraq, "che fatica ancora a rialzarsi dopo un lungo conflitto". Al grido dei bambini dello Yemen, "dove un'immane tragedia, dimenticata da tutti, da anni si sta consumando in silenzio, provocando morti ogni giorno".
Bergoglio non dimentica "le continue tensioni tra israeliani e palestinesi, che si trascinano senza soluzione, con sempre maggiori conseguenze sociali e politiche", la Terra Santa, il Libano. Pensa al popolo afghano, "che da oltre quarant'anni è messo a dura prova da conflitti che hanno spinto molti a lasciare il Paese". Ricorda il Myanmar, l'Ucraina, i conflitti in Africa, come quelli in Etiopia, nel Sahel, in Sudan e Sud Sudan. Richiama alla solidarietà, alla riconciliazione, al riconoscimento dei diritti nelle Americhe.
La supplica del Papa si volge infine al "ritorno a casa" dei tanti prigionieri di guerra, civili e militari, e degli "incarcerati per ragioni politiche". Al non restare "indifferenti di fronte al dramma dei migranti, dei profughi e dei rifugiati", i cui "occhi ci chiedono di non girarci dall'altra parte, di non rinnegare l'umanità che ci accomuna, di fare nostre le loro storie e di non dimenticare i loro drammi". E al mostrarsi "premurosi verso la nostra casa comune, anch'essa sofferente per l'incuria con cui spesso la trattiamo", con uno sprone alle "autorità politiche a trovare accordi efficaci perché le prossime generazioni possano vivere in un ambiente rispettoso della vita".
La Repubblica, 26 dicembre 2021
Il cappellano Marcello Matté: "Anche le persone detenute vogliono dire che non dimenticano chi soffre, specialmente i bambini senza colpa". A Natale l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi è tornato a celebrare la messa con le persone detenute alla Dozza. Dal Natale 2019 la pandemia ne aveva impedito la presenza. "È un momento particolarmente significativo per chi vive in carcere, perché dice loro che la città e la Chiesa di Bologna non si dimenticano di loro - spiega il cappellano Marcello Matté - Anche le persone detenute vogliono dire che non dimenticano chi soffre, specialmente i bambini senza colpa". E così hanno spontaneamente organizzato una colletta tra di loro per raggiungere con un dono i bambini dell'Oncologia Pediatrica del Sant'Orsola.
Il frutto della colletta natalizia è stato consegnato, durante la messa di Natale, a Carla Tiengo, presidente di Ageop Ricerca, l'associazione che organizza iniziative a favore dei bambini malati di tumore e delle loro famiglie. "Chi ha la salute ma non la libertà per goderla vuole esprimere solidarietà a chi ha la libertà ma non la salute per goderla - osserva il cappellano - Alla colletta hanno contribuito in molti con un dono che forse è piccolo nella quantità, ma certo è grande nel valore. Proviene da chi in gran parte manca del necessario e prende a misura ciò che è necessario ad altri".
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 dicembre 2021
Con l'articolo firmato stamattina su Repubblica, il presidente del Tribunale vaticano, già procuratore di Roma, cambia il verso del dibattito intorno al diritto degli avvocati di votare, nei Consigli giudiziari, sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. Una presa di posizione destinata a incidere, più in generale, sull'idea di una giurisdizione condivisa. I dettagli possono essere illuminanti. Ne citiamo uno dall'articolo firmato oggi su Repubblica da Giuseppe Pignatone, fra le figure più autorevoli della magistratura italiana.
di Fabio Albanese
La Stampa, 26 dicembre 2021
Persi i contatti di una barca con circa 25 persone a bordo. Altre 108 persone in difficoltà al largo della Calabria. Nell'Egeo si contano i morti di tre altri naufragi e dalla Libia arrivano immagini di cinque corpi trovati tra gli scogli. Il Natale dei migranti è in mezzo al mare, tra persone salvate e persone che aspettano un aiuto che in qualche caso rischia di essere ormai inutile.
C'è una richiesta di soccorso da parte di Alarm Phone, il "centralino dei migranti", per una barca con circa 25 persone a bordo, nella zona Sar di competenza maltese. Chiedono aiuto da giovedì ma finora nessuno li ha raggiunti. Alarm Phone ha pure lanciato un "Mayday" alle navi mercantili in zona, inutilmente. "Abbiamo perso i contatti e la barca ora non si trova più", il drammatico tweet della Ong che a ora di pranzo del giorno di Natale ha chiesto soccorso anche per una imbarcazione con 108 persone, in difficoltà al largo della Calabria. E mentre nell'Egeo si contano i morti di tre altri naufragi, dalla Libia arrivano immagini di cinque corpi trovati giovedì tra gli scogli della spiaggia di Deela, nei dintorni di Zawyia. Le ha pubblicate Maydayterraneo, un sito che si occupa di migranti e di ciò che accade nel Mediterraneo centrale. Nessuno sa chi sono né quando è avevnuto il naufragio della loro barca e qunate persone fossero a bordo.
Il mare tra Libia e Tunisia da una parte e Italia e Malta dall'altra, in questi ultimi giorni si è nuovamente riempito di barche e di speranze, ma anche di disperazione. La Guardia costiera italiana è riuscita a rintracciare e a portare in salvo 89 persone a un miglio da Capo Grecale, a Lampedusa. I migranti, che dicono di essere originari di Bangladesh, Eritrea, Pakistan e Gambia, sono stati portati nell'htospot dell'isola dove già ieri erano arrivate autonomamente con 8 imbarcazioni altre 253 persone. Nell'hotspot ci sono al momento circa 450 migranti.
La Sea Watch 3 nel pomeriggio di oggi ha effettuato il quarto salvataggio di naufraghi in appena 30 ore, recuperando al largo della Libia 78 persone, ancora dopo una segnalazione di Alarm Phone: ora la più piccola delle due navi della Ong tedesca ha a bordo 350 persone che dovranno avere un "Pos", un porto sicuro in cui sbarcare. Si aggiungono alle 558 persone che ha a bordo la Geo Barents, la nave di Medici senza frontiere, recuperate in 8 diverse operazioni; la nave è in navigazione tra Malta e Lampedusa, in attesa che le venga indicato un porto di sbarco, chiesto già più volte alle autorità di Roma e della Valletta. A Trapani, stamane, si è invece conclusa con lo sbarco dei 114 migranti l'operazione di soccorso della Ocean Viking di Sos Mediterranée; i migranti sono stati portati nel vicino centro di accoglienza di contrada Milo per poi essere subito trasferiti per il periodo di osservazione per il Covid: sulla nave quarantena Gnv Adriatica gli adulti e le famiglie, in un centro di accoglienza i minori non accompagnati.
L'allarme nello Jonio, al largo della Calabria, riguarda una imbarcazione che proviene dalla Turchia e che avrebbe a bordo 108 persone. Anche in questo caso la segnalazione arriva da Alarm Phone: "Ci dicono che la barca sta affondando - ha twittato la Ong - temiamo il peggio e chiediamo che vengano subito lanciati i soccorsi per evitare un altro naufragio". All'alba di oggi, al largo di Isola Capo Rizzuto, la Guardia di finanza aveva intercettato un veliero della "rotta turca" con a bordo un centinaio di persone, 25 sono minori, poi sbarcate a Crotone. Due sospetti scafisti sono stati arrestati.
Corriere della Sera, 26 dicembre 2021
Carmela Tiso, presidente di Radices, spiega la realtà di una metropoli come Roma e commenta il "dono" di 5 quintali di legna a M.S. isolata in riva all'Aniene da 40 anni. "L'isolamento sociale è un fenomeno sempre più diffuso nella nostra città, invisibile ai più, poiché queste persone, a differenza dei senzatetto, nascondono il loro disagio tra le mura della loro abitazione. Di qui la difficoltà di individuarle e di aiutarle".: Carmela Tiso, presidente di Radices, spiega la realtà di una metropoli come Roma e commenta il "regalo" di 5 quintali di legna da ardere che l'associazione ha fatto a M.S, che vive una condizione di isolamento sociale, chiusa nella sua casa, da più di quarant'anni.
"La sua abitazione, lungo le sponde dell'Aniene, priva di luce, gas e acqua corrente, è lo specchio dell'estrema condizione di disagio materiale, fisico e psicologico in cui si trova questa donna. Dopo la morte dei genitori è rimasta sola e oggi le uniche persone che incontra sono gli operatori e i volontari domiciliari della Caritas diocesana di Roma che l'hanno conosciuta successivamente all'invio da parte del servizio sociale. Le sue giornate sono tutte uguali, passate a coltivare il suo piccolo orto" racconta Tiso.
"Ci auguriamo che questo gesto possa essere d'ispirazione per altre realtà o persone che sentono di dover fare qualcosa per lottare contro questo dramma - conclude. Se si facesse più rete tra le varie associazioni e i volontari, l'isolamento sociale potrebbe essere efficacemente combattuto".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 dicembre 2021
Dopo il voto favorevole dell'8 dicembre da parte della Camera bassa, il 23 dicembre la Camera alta del parlamento del Kazakistan ha approvato definitivamente la legge che abolisce la pena di morte nello stato centro-asiatico. L'iter parlamentare si è concluso entro un anno dalla firma, da parte del presidente Qasym-Zhomart Toqaev, della legge di ratifica del Secondo protocollo al Patto internazionale sui diritti civili e politici, che ha l'obiettivo dell'abolizione globale della pena capitale.
Nel Kazakistan vigeva una moratoria sulle esecuzioni sin dal 2004, che escludeva però i reati di terrorismo e quello di complotto per assassinare il presidente. Ruslan Kulekbaev è l'unico prigioniero che si trova nel braccio della morte: è stato condannato nel 2016 per omicidio plurimo. Adesso, nello spazio ex sovietico, sono solo tre gli stati che non hanno ancora ratificato il Secondo protocollo: Russia, Tagikistan e Bielorussia, ma solo quest'ultimo continua a eseguire condanne a morte.
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 26 dicembre 2021
In quasi sette anni la guerra in Yemen ha dato vita a una crisi umanitaria senza precedenti: 3,6 milioni di sfollati interni; su 2,3 milioni di bambini malnutriti oltre 400mila sono in pericolo di vita per malnutrizione acuta grave. In totale sono circa 250mila le vittime. Il conflitto civile è imperante e ha fatto entrare lo Yemen nella categoria dei cosiddetti "Failed state". La diplomazia internazionale è in stallo ma i bombardamenti continuano. Ma come è nato e si è sviluppato il conflitto negli anni? E quali sono le responsabilità italiane nella guerra?
C'è una guerra che si combatte in uno dei paesi più poveri con le bombe degli stati più ricchi del mondo. È il conflitto in Yemen che in quasi sette anni ha dato vita a una crisi umanitaria senza precedenti: 3,6 milioni di sfollati interni, su 2,3 milioni di bambini malnutriti oltre 400mila sono in pericolo di vita per malnutrizione acuta grave. In totale sono circa 250mila le vittime. Più volte gli sterili appelli delle Nazioni unite hanno richiamato l'attenzione sulle oltre 23 milioni di persone bisognose di assistenza, circa l'80 per cento della popolazione.
Il conflitto civile è imperante e ha fatto entrare lo Yemen nella categoria dei cosiddetti "Failed state", uno stato fallito che non è in grado di imporre la sua sovranità e il rispetto delle sue politiche. Il termine venne coniato dall'ex segretario di Stato Madeleine Albright nel 1993 in un commento sul New York Times per riferirsi alla Somalia.
Sono passati quasi undici anni oramai da quando il paese è stato colpito dalla maledizione delle primavere arabe, che hanno gettato nel caos altri paesi come Libia, Siria, Iraq. Anche qui, nel gennaio del 2011, qui gli studenti sono scesi in piazza per chiedere riforme democratiche, di contrasto alla corruzione e alla povertà, e soprattutto la fine del governo di Ali Abdullah Saleh, in carica da oltre trent'anni, fin da prima dell'unificazione tra nord e sud del paese avvenuta nel 1990. Le manifestazioni, seguendo lo stesso copione di quanto accaduto negli altri stati arabi, sono state represse con il sangue e la violenza da parte degli apparati di sicurezza. Nel settembre del 2011 si contano oltre 225 morti e centinaia di feriti.
Alle violenze del governo si aggiungono quelle dei gruppi terroristici affiliati ad al Qaida attivi in diverse città sparse lungo tutto il territorio. Iniziano a farsi strada anche gli huti, un movimento fondato nel nord del paese nei primi anni duemila di stampo sciita zaidita e ostile al governo. Come se non bastasse nel sud del paese si fomentano le istanze secessionistiche del movimento al Hiraak che sembravano spente dopo la sconfitta nella guerra civile del 1994. Nel novembre del 2011, dopo quasi un anno di proteste il presidente Saleh si dimette. I "grandi" della penisola arabica (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman) elaborano un piano di transizione all'interno del Consiglio di cooperazione del Golfo. L'accordo prevede un nuovo governo di unità nazionale che prendesse in considerazione il partito del presidente uscente (General people's congress) e quello d'opposizione Islah.
Nel febbraio del 2012 viene eletto come presidente ad interim Abd Rabbo Mansour Hadi. Vengono indette nuove elezioni per il 2014 e istituita una Conferenza di dialogo nazionale per redigere una nuova costituzione. Ma la transizione politica si evolve in un clima teso e ogni pretesto rischia di far ritornare il paese nel caos. La riforma militare e federale voluta dal governo provvisorio viene osteggiata dai gruppi antigovernativi: gli huti e gli uomini di Saleh si alleano contro il presidente Hadi che decide di rinviare le elezioni.
La fragilità politica porta al colpo di stato del gennaio del 2015 organizzato dai ribelli sciiti che costringono Hadi a rifugiarsi prima nella città di Aden (che diventerà la capitale del governo riconosciuto dalla Comunità internazionale) e poi in Arabia Saudita da re Salman.
La tensione nello Yemen, infatti, preoccupa Riad che vuole difendere il confine meridionale dalla minaccia degli huti, appoggiati fin da subito dai "cugini" sciiti iraniani. Per Teheran, sostenere i ribelli serve a contrastare l'egemonia Saudita nella regione. Si creano così due schieramenti: il 26 marzo del 2015 inizia l'offensiva condotta dalla coalizione militare araba a sostegno delle forze governative contro gli huti e gli ex di Saleh che incassano invece l'appoggio dall'Iran e da Hezbollah, il movimento politico e paramilitare libanese di stampo sciita.
In poco tempo quest'ultimi riescono a ottenere il controllo della capitale Sanaa e di altre regioni del nord del paese che si affacciano sul Mar Rosso. I ribelli sono ben consapevoli dell'importanza dello stretto di Bab el Mandeb da dove passa circa l'8 per cento del greggio mondiale (circa 4,8 milioni di barili di petrolio al giorno). Nell'aprile del 2015 il Consiglio di sicurezza dell'Onu impone un embargo militare agli huti e sanzioni nei confronti dei leader del movimento. Si mobilitano anche gli Stati Uniti fornendo sostegno d'intelligence all'Arabia Saudita. Lo scontro violento prende di mira anche la popolazione civile. Ma questa è una guerra che chiama in causa anche l'Italia. Il 26 gennaio del 2021 il tribunale di Roma decide di proseguire le indagini sul bombardamento aereo del villaggio di Deir Al-Hajari in Yemen dove l'8 ottobre del 2016 sono morti diversi civili.
Gli inquirenti hanno accertato che quell'attacco è stato condotto con bombe prodotte in Italia dalla Rwm. Le responsabilità dell'export militare italiano spinge il parlamento italiano, a fine gennaio 2021, a revocare l'autorizzazione per delle commesse di bombe dirette all'Arabia Saudita e agli Emirati.
Alla fine del 2017 il fronte dei ribelli vive una crisi interna. L'ex presidente Saleh viene assassinato dagli huti che lo accusavano di tramare un accordo segreto con l'Arabia Saudita per porre fine al conflitto. Le sue relazioni con la monarchia araba non sono nuove, già nel 2009 Saleh si era rivolto a re Salman per eseguire alcuni attacchi militari contro gli huti e saldare il suo potere. Secondo alcuni documenti pubblicati da Wikileaks gli attacchi avrebbero colpito anche i civili. Diversi rapporti delle Nazioni Unite affermano che i bombardamenti della coalizione saudita possono costituire crimini di guerra a danno della popolazione civile. Ma lo scontro non si ferma.
Nel 2018 la provincia della città portuale di Hodeida che si affaccia sul Mar Rosso diventa il punto nevralgico della guerra. Per porre fine ai combattimenti viene siglato l'Accordo di Stoccolma del 2018 con cui gli huti e le forze di Hadi raggiungono l'intesa sul cessate il fuoco e su uno scambio di prigionieri. Ma ci vorrà un secondo incontro, un anno più tardi, a bordo di una nave nel Mar Rosso tra i delegati Onu e le parti in causa per far rispettare pienamente gli accordi presi.
Anche il fronte anti ribelli entra in crisi. A gennaio del 2018 si scontrano i gruppi separatisti del Consiglio di Transizione del Sud e le forze governative di Hadi che fino adesso hanno combattuto insieme. Il conflitto tra gli alleati porta a una rottura nell'agosto del 2019 quando viene ucciso uno dei comandanti del fronte secessionista (sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti), che attacca il palazzo presidenziale di Aden con l'appoggio militare emiratino. Per mettere fine alla crisi interna il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan, si incontrano a La Mecca. Viene così firmato l'accordo di Riyadh nel novembre del 2019 con il quale nasce un governo unitario dai poteri divisi tra le forze di Hadi (esiliato in Arabia Saudita) e i secessionisti.
La guerra si protrae oramai da cinque anni e anche gli huti risentono della crisi economica e dello stato di caos in cui è immerso il paese. Alcuni delegati viaggiano in Iran, Giordania e altri stati vicini per cercare intese di pace. Alla diplomazia, però, si affianca l'intensificazione degli attacchi nell'area meridionale dell'Arabia Saudita. Anche grazie a missili balistici iraniani vengono colpiti diversi punti strategici tra cui la base aerea King Salman e gli impianti dell'azienda petrolifera nazionale Saudi Aramco. Ma l'offensiva dei ribelli guarda anche verso est, nella città di Marib, dove si continua a combattere anche oggi.
La presidenza Biden - Il presidente democratico, Joe Biden, ha dichiarato il 4 febbraio che la sua amministrazione continuerà a sostenere l'alleato saudita ma che ritirerà l'appoggio alle operazioni militari. Pochi giorni dopo il segretario di Stato, Antony Blinken, rivede la designazione degli huti come gruppo terroristico voluta dall'amministrazione Trump. Scelte distensive per arrivare a un accordo. Oggi è la situazione è di fatto in stallo e c'è chi legge il conflitto come una sconfitta per l'Arabia Saudita. La diplomazia non trova vie di uscita e forse la questione può arrivare a un'intesa nel momento in cui l'Iran raggiungerà l'accordo sul nucleare. In questo, la guerra in Yemen può essere una buona carta da giocare nel tavolo delle negoziazioni.
di Mario Giro
Il Domani, 26 dicembre 2021
A causa della crisi politico-istituzionale, il Libano sta vivendo una delle più forti emigrazioni della sua storia. Malgrado l'abitudine dei libanesi a spostarsi, è in corso una vera fuga verso le mete di sempre come l'Europa, gli Usa, paesi del Golfo o Cipro, ma anche verso nuove destinazioni come Turchia, Armenia, Serbia o Georgia. Non si vedeva un esodo di questa dimensione dagli anni della guerra civile (1975-1991) e la domanda di passaporti è aumentata negli ultimi mesi di oltre il 150 per cento.
Nel corso del 2021 se ne sono andati in circa 65.000. Le autorità stanno cercando di frenare, centellinando il rinnovo dei passaporti. Così si spiega la scelta di nuove destinazioni: ad esempio in Turchia non c'è bisogno di visto e i libanesi possono ottenere una residenza annuale (nota come residenza turistica) per poche centinaia di dollari. Attualmente si contano circa 10.000 libanesi in Turchia in un anno, la maggior parte dei quali studenti musulmani sunniti che si iscrivono nelle università.
Malgrado la residenza temporanea, trovano lavoro abbastanza facilmente nel privato, soprattutto nella ristorazione o nel turismo. Coloro che detengono capitali investono soprattutto nell'import-export, tipica caratteristica dei libanesi nel mondo. Per quanto riguarda gli armeno-libanesi, dalla metà del 2020 si nota un notevole flusso verso l'Armenia.
Cosa spinge a migrare in paesi difficili come l'Armenia (dove sono giunti circa in 7000) o la Georgia (3000), non certo paesi dalla vita economica e politica stabile e promettente? 'argomento decisivo è stata la svalutazione della lira libanese che ha distrutto in poco tempo salari, risparmi e pensioni. Molti sono letteralmente fuggiti prima che le poche economie rimaste fossero completamente bruciate.
Ottenere la residenza in Armenia è molto facile per armeni di qualunque origine, così come la cittadinanza, anche se nel paese gli stipendi sono bassi e l'economia stagna. Per i libanesi non armeni bastano 200 dollari per la residenza annuale. Come nel caso della Turchia, anche in Armenia le università attraggono studenti grazie a tasse molto più basse che in Libano.
In Georgia la collettività libanese immigrata è la terza araba dopo quelle irachena ed egiziana. La presenza libanese è iniziata quattro anni fa con l'afflusso di studenti che sono venuti a iscriversi a medicina ed ingegneria. Così come in Armenia anche in Georgia la quasi totalità dei libanesi immigrati è cristiana. Ci sono poi libanesi che si spostano a Jerevan dalla Turchia, dopo un periodo di prova. Come in altri casi, alla fine i libanesi preferiscono aprire il loro business privato: con 10.000 dollari si può ancora iniziare un'attività, ciò che non è possibile fare in Europa o negli Usa. D'altra parte l'esperienza degli oltre 120.000 libanesi in Africa occidentale -sia cristiani che musulmani- frutto delle precedenti ondate, fa da traino: aprire un proprio business privato è certamente la cosa più conveniente. La crisi attuale sta trasformando la diaspora libanese e nuovi paesi diventano singolari mete di migrazione.
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