di Eleonora Martini
Il Manifesto, 4 agosto 2021
Un'interrogazione parlamentare a risposta scritta alla ministra di Giustizia Marta Cartabia per fare luce sulla morte di un detenuto che sta per finire nel dimenticatoio, come se quella persona non fosse deceduta mentre era nelle mani dello Stato, come fosse uno di quei poveri cristi ingoiati dal mare nel mezzo di una traversata. È la morte di Lamine Hakimi, deceduto il 4 maggio 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, un mese dopo essere "stato vittima delle gravissime azioni di violenza commesse dagli agenti di polizia penitenziaria in occasione della "perquisizione" del 6 aprile 2020. A presentarla è stato il deputato Riccardo Magi, presidente di +Europa.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 agosto 2021
La riforma Cartabia approvata Clla camera, dopo l'estate va al Senato. L'ex ministro Bonafede cerca di tenere uniti i 5 Stelle: è ancora il mio testo. Diversi assenti e contrari nel Movimento. Scontro sugli ordini del giorno. Il governo non concede la salvaguardia per i reati ambientali. La Camera approva la riforma del processo penale presentata dalla ministra della giustizia Marta Cartabia. Ma nell'ultimo intervento prima del voto l'ex ministro e immediato predecessore Alfonso Bonafede, che ha guidato la resistenza 5 Stelle contro le proposte iniziali di Cartabia, ricorda all'aula che si tratta di un testo che porta ancora la sua prima firma. Ad avversari e alleati, in buona parte coincidenti, Bonafede dice: "Il Movimento non accetterà passi indietro rispetto a quello fatto dai due governi precedenti".
Due governi, anche quello con Salvini. E ha ragione, perché la norma più contestata, quella che cancella la prescrizione dopo la sentenza di primo grado e che è rimasta nel testo votato ieri in prima lettura, arriva direttamente dal passato gialloverde. Anche se sono stati aggiunti correttivi, un complesso di norme che però allontana la riforma dall'obiettivo dichiarato di ridurre i tempi dei processi. Il nuovo istituto della improcedibilità (una prescrizione processuale) è alla fine diluito per i prossimi tre anni ed escluso per alcune categorie di reati (una lista che comincia con mafia e terrorismo e che prevedibilmente dovrà allungarsi).
Si capisce lo sforzo di Bonafede che deve cercare di tenere il gruppo 5 Stelle, nel quale sono ancora molti a giudicare malissimo la riforma, anche chi vota sì. Il dissenso viene fuori in modo più contenuto rispetto ai 40 assenti sulle pregiudiziali, ma i voti che mancano sono il 20% di quelli del gruppo. Tanti in missione (14) ancora di più assenti (16) un'astenuta (Masi) e due contrari (Frusone e Vianello). Rispetto alla maggioranza teorica che è sempre vastissima (oltre 550 deputate e deputati) il sì finale resta basso, 396 a favore, 3 astenuti e 57 contrari (Fratelli d'Italia e gli ex 5 Stelle che non hanno votato la fiducia a Draghi). Ancora più numerose le defezioni nel campo di Forza Italia (26 assenti su 77) mentre percentualmente minori sono le assenze di Lega e Pd. I democratici rivendicano la mediazione sulla prescrizione e la novità della improcedibilità, "atterraggio morbido" la definisce il capogruppo in commissione Alfredo Bazoli che parla di una "ambiziosa e innovativa riforma organica, in un corretto equilibrio tra efficienza e garanzie".
Occhio ai tempi, però. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza promette l'approvazione del disegno di legge entro la fine di quest'anno, il che significa viste le scadenze di bilancio che il senato dovrà dire sì a questo testo entro fine ottobre. Dopodiché trattandosi di legge delega - salvo le norme sulla prescrizione che sono di applicazione immediata (quando non, come detto, rinviata al 2024) - l'esecutivo prevede altri due anni per l'entrata in vigore dei decreti attuativi e dei regolamenti.
La maggioranza, che fuori dalla necessità comune di restare nel governo Draghi di giustizia non potrebbe neanche parlare al bar, si divide a fette nel corso della votazione sugli ordini del giorno. Esercizio di poca utilità pratica, visto che si tratta di impegni che il governo regolarmente trascura, eppure unico spazio concesso al parlamento dopo che la discussione degli emendamenti è stata cancellata dai voti di fiducia. Gli ordini del giorno diventano allora il terreno perfetto - grande visibilità, nessuna conseguenza - per consentire il liberi tutti.
Succede al mattino, su un ordine del giorno di Fratelli d'Italia sulla responsabilità civile diretta dei magistrati. Lega e Forza Italia condividono ovviamente. Di più: stanno raccogliendo le firme per un referendum di identico tenore. Si astengono come massimo segnale di fede al governo che pure con il sottosegretario Sisto (Forza Italia) esprime parere negativo. Che passa, malgrado i sì e gli astenuti sommati assieme siano appena due meno dei contrari. La capogruppo del Pd Serracchiani accusa gli alleati-avversari di sparare contro il loro stesso esecutivo. Polemiche. Assai accese anche tra Giachetti (Italia viva) e Fornaro (capogruppo Leu).
Lo spirito del 3 agosto, del primo giorno cioè del semestre bianco durante il quale il presidente della Repubblica non può sciogliere le camere, prende corpo anche nel pomeriggio. Quando, dopo lunga e inutile mediazione, il governo non accoglie la sostanza di un ordine del giorno della deputata di Facciamo Eco (ex Leu) Rossella Muroni che impegnava il governo ad aggiungere gli ecoreati nell'elenco di quelli per i quali l'improcedibilità (e dunque la durata possibile dei giudizi di appello e Cassazione) è prolungata. Niente da fare, parere contrario e questa volta l'ordine del giorno ambientalista non passa per appena cinque voti, favorevoli molti cinque stelle e Pd, malgrado l'intervento dei rispettivi capigruppo a copertura del governo. E così è la Lega a poter accusare di incoerenza gli avversari-alleati e a fare agli altri l'esame di lealtà al governo Draghi.
gnewsonline.it, 4 agosto 2021
Prima riunione per la Commissione ispettiva costituita per fare luce sulle rivolte avvenute negli istituti penitenziari nel marzo 2020. Questa mattina, nella sede del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il Presidente Sergio Lari ha incontrato i sei componenti Rosalba Casella, Giacinto Siciliano, Francesca Valenzi, Marco Bonfiglioli, Luigi Ardini e Paolo Teducci (che ha sostituito Riccardo Secci).
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 agosto 2021
A parere di chi scrive non è uno scandalo nemmeno che il Parlamento indichi i criteri generali per orientare le priorità dell'azione penale, visto che dovrà farlo con legge - alla quale e solo alla quale sono soggetti giudici e pm - e visto che criteri di priorità sono seguiti già oggi in tutti gli uffici giudiziari, non sempre con la trasparenza che viene adesso prescritta.
Molte se non tutte le buone riforme sono frutto di un compromesso, come la riforma del processo penale che però tanto buona non è. Il testo approvato ieri, al contrario, dimostra che in questo caso una buona mediazione era impossibile. Bisognava scegliere. Si trattava di mediare tra una proposta di legge delega firmata dall'ex ministro della giustizia Bonafede, uno che il suo posto nella storia della civiltà giuridica se l'è conquistato con il video musicarello sull'arresto e identificazione di Battisti, e le proposte della commissione guidata da un giurista come Giorgio Lattanzi.
Missione impossibile. La ministra Cartabia ha voluto provarci, concedendo in partenza ai 5 Stelle la conferma del disegno di legge originario, riscrivendolo però da capo con gli emendamenti (basta dare uno sguardo sul sito della camera ai due testi a fronte per smentire Conte quando dice di aver "conservato i due terzi").
Alla fine per portare a casa entro l'estate un primo sì di tutta la maggioranza - condizione necessaria, vedremo se sufficiente, per rispettare i tempi scritti nel Pnrr - sul punto più delicato e più contestato, quello della prescrizione, la ministra ha provato a innestare i principi costituzionali del giusto processo sul tronco piantato da Bonafede e Salvini nel 2019. Operazione, appunto, impossibile.
Per brevità non diremo dei diversi pregi e neppure dei tanti limiti della riforma, che avrebbe dovuto essere assai più coraggiosa sul fronte dell'incentivo ai riti alternativi e del diritto penale minimo per sperare in una reale riduzione dei tempi dei processi penali. Per la quale riduzione non basteranno certo le assunzioni di personale previste, peraltro con funzioni non ben definite e a tempo determinato.
A parere di chi scrive non è uno scandalo nemmeno che il parlamento indichi i criteri generali per orientare le priorità dell'azione penale, visto che dovrà farlo con legge - alla quale e solo alla quale sono soggetti giudici e pm - e visto che criteri di priorità sono seguiti già oggi in tutti gli uffici giudiziari, non sempre con la trasparenza che viene adesso prescritta.
Restiamo sulla prescrizione. Bisognava correggere il disastro compiuto da Lega e 5 Stelle, Conte uno a palazzo Chigi, quando hanno infilato nella legge da loro battezzata Spazzacorrotti la cancellazione totale dell'istituto dopo la sentenza di primo grado. Una mossa con la quale il peso delle inefficienze dello stato è stato scaricato tutto sulle spalle degli imputati, destinati a restare a vita presunti colpevoli o presunti innocenti. A questo disastro non è riuscita a rimediare, nella sostanza, la maggioranza giallo-rossa, quella del Conte due.
La ministra Cartabia ha dichiarato subito di volersi fare carico del problema e la "sua" commissione Lattanzi ha proposto due soluzioni alternative. Entrambe davano per scontato che fosse necessario cancellare il disastro firmato da Bonafede e avvallato da Salvini. E invece, alla fine, Cartabia e Draghi hanno deciso di salvare quella bandierina dei 5 Stelle. Per ridurne la portata hanno inventato una soluzione ibrida con la quale ripristinare, almeno un po', il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Il risultato non è buono per almeno quattro ragioni.
La prima è di pura logica: è stato il governo (non l'Europa) a stabilire l'urgenza della riforma del rito penale per ridurre i tempi delle udienze del 25% nei prossimi cinque anni, salvo poi rinviarne di tre la piena entrate in vigore. La seconda è di principio: la decisione finale sui tempi effettivi della prescrizione è nel nuovo sistema affidata al giudice (anzi, ai giudici perché la decisione è impugnabile in Cassazione) che diventerà così doppiamente arbitro dei destini dell'imputato oltre e sopra le leggi, potendo anche decidere se il processo deve restare in vita. La terza ragione di insoddisfazione per la riforma è che essa contiene una dichiarazione di resa. Il male italiano dei processi infiniti viene assunto come ineliminabile. Per alcuni reati particolarmente gravi (mafia, terrorismo) la prescrizione non scatterà mai, come nel modello Bonafede. Per altri di minore gravità si mette nero su bianco una durata "regolare" dei gradi di appello fino a nove anni.
Ai quali aggiungere un altro anno, ottenuto spostando le date dalle quali parte il conteggio. Dieci anni oltre a tutta la durata del primo grado (che resta senza limiti, mentre è già tre volte la media europea, da qui le ripetute condanne che ci ha inflitto la Cedu). Il paradosso, infine, è che questa dilatazione dei tempi concessa ai 5 Stelle, avendo introdotto una discriminante tra reato e reato, lascia fuori alcuni processi importanti come quelli per i reati ambientali sui quali prevedibilmente si dovrà tornare, annacquando ulteriormente la riforma.
Se i compromessi sono necessari e niente affatto scandalosi, i cattivi compromessi possono però risultare sconvenienti per chi li firma. In questo caso Giuseppe Conte, che per una parte dei 5 Stelle ha ceduto troppo. E Marta Cartabia, che rischia di essersi comunque alienata l'appoggio del Movimento ora che è partita la corsa al Quirinale.
di Liana Milella
La Repubblica, 4 agosto 2021
Bonafede: approvato il mio testo emendato dal governo, giuste le nostre barricate. L'Anm: non limitare l'informazione. Si chiude alla Camera la lunga maratona sulla riforma del processo penale. La notte prima c'è stato il sì con la fiducia. Su 453 votanti, finisce con 396 deputati a favore e 57 contrari. Tre gli astenuti. Votano contro il partito di Giorgia Meloni e gli ex grillini di Alternativa c'è, che rimproverano a M5S di stare dalla parte "dell'impunità di Stato". Ma tra i grillini sono 16 gli assenti in aula e anche due no.
I venti minuti di un'aula che s'infiamma sono quelli in cui parla l'ex Guardasigilli di M5S Alfonso Bonafede. "Non è il testo che avremmo voluto, ma grazie alla ministra Marta Cartabia e con l'interlocuzione di Giuseppe Conte sono stati triplicati i tempi dei processi per i reati più gravi. Abbiamo alzato le barricate? No, orgogliosamente in trincea abbiamo difeso il valore della giustizia". Il centrodestra rumoreggia, il presidente della Camera Roberto Fico li richiama all'ordine. Bonafede va avanti. Per due giorni il centrodestra ha martellando sulla "fine del processo mai", sull'azzeramento della sua legge sulla prescrizione. "Stiamo ai fatti - risponde Bonafede - cosa votiamo oggi? La mia riforma emendata dal governo Draghi".
Poco prima il leghista Roberto Turri, citando Matteo Salvini e Giulia Bongiorno, parla del "colpo di spugna sulla famigerata legge Bonafede". L'ex ministro controbatte che "anche in questo testo la prescrizione si blocca definitivamente dopo la sentenza di primo grado". Insiste: "Grazie a M5S sono stati triplicati i tempi per i reati più gravi, nessuna restaurazione e nessun passo indietro". Il Pd con Alfredo Bazoli parla di "un ottimo lavoro del governo, che riprende e valorizza quello dell'esecutivo precedente con una norma transitoria che garantisce l'approdo morbido della riforma".
In aula, dalla mattina, c'è la Guardasigilli Cartabia, in giacca color salmone. Che nella sala del governo guida la regia degli ordini del giorno gestiti in aula dal sottosegretario forzista Francesco Paolo Sisto. Sulla responsabilità diretta dei giudici FdI riesce a spaccare la maggioranza e vota con Fi e Lega. Astenuti i "totiani". Contro Pd, M5S e Leu. Italia viva lascia libertà di voto. Si arrabbia Bazoli che chiede "lealtà" alla maggioranza, ma Roberto Giachetti di Iv gli urla di "non dare lezioni". Sugli odg è scontro continuo. Sisto boccia la richiesta di Enrico Costa di Azione di garantire che non ci siano abusi nell'uso della custodia cautelare. Costa lo ritira ma parla di "un grande spot per il referendum". Lite anche sulla mafia. FdI è contro i benefici ai mafiosi in carcere. Eugenio Saitta di M5S dice un netto no perché c'è già un progetto di legge M5S per affrontare la questione.
Ma è sulla presunzione di innocenza che si litiga ancora. Repubblica scopre che via Arenula lavora al decreto legislativo per limitare le conferenze stampa ai procuratori, negandole ai pm. E solo se l'inchiesta è "di particolare rilievo". Un passo imposto dalla direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza del 2016 recepita da noi ad aprile. Ma quando il vice capogruppo del Pd Piero De Luca propone un odg, Sisto lo boccia. Poi il governo ci ripensa. Mentre il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia dice: "La direttiva europea esiste e bisogna tenerne conto. Ma non credo che le conferenze stampa potranno essere abolite perché sarebbe un danno al diritto all'informazione".
di Edmondo Bruti Liberati
Il Foglio, 4 agosto 2021
Con il voto di fiducia su quello che negli atti parlamentari rimane intitolato "Disegno di legge n. 2435 AC presentato dal ministro della Giustizia (Bonafede)" si conclude una fase nella quale il dibattito-scontro si è concentrato sulla prescrizione in clima di contrapposizione da tifo da stadio. L'irrigidimento del partito di Bonafede ha imposto una soluzione giustamente criticata per la sua irrazionalità, ma questo è il punto di mediazione raggiunto dalle ragioni della politica. Gli avventati termini previsti nella prima versione per i giudizi di appello e di cassazione erano impossibili da rispettare. Se la maggioranza virtuosa non pone problemi, per le corti di Roma, Napoli (non proprio marginali) e anche Venezia e alcune altre, questi termini non sono raggiungibili in tempi brevi, nonostante ogni misura organizzativa attuata. Che per produrre effetti concreti richiede ovviamente del tempo.
Gli allarmi lanciati, anche da magistrati, con toni apocalittici erano fuori misura. Bastava, come ora è stato fatto, sia pure tardivamente, aumentare questi termini a tre anni per l'appello e a un anno e mezzo per la cassazione fino al 31 dicembre 2024. Per tre anni non succederà nessuna catastrofe. Per di più si è previsto in via generale, dunque anche per il futuro, che il giudice di appello "quando il giudizio di impugnazione è particolarmente complesso, in ragione del numero delle parti o delle imputazioni o del numero o delle questioni di fatto e diritto da trattare" possa prorogare i termini; ulteriori proroghe il giudice potrà disporre per delitti di terrorismo, mafia e violenza sessuale.
È una inconsueta facoltà attribuita al giudice, ma deve essere motivata ed è controllabile dalla Cassazione. Poteri incisivi del giudice nella gestione dei tempi del processo non sono inconsueti nel processo accusatorio. Inoltre tale facoltà concessa al giudice potrebbe ovviare ad un dato pratico che è stato bellamente dimenticato. Dopo la sentenza di primo grado i pesanti faldoni dei fascicoli del processo non migrano automaticamente in Corte di Appello. Vi sono adempimenti giuridici (notificazioni, avvisi) e banalmente un trasferimento fisico che non è gestito da una logistica modello Amazon Nella decorrenza per il processo di appello, non si può partire dalla data del deposito della sentenza di primo grado, ma occorre considerare i tempi tecnici di trasmissione del fascicolo dai tribunali alle corti di appello, novanta giorni oggi nei casi migliori.
Molto si gioca in questa fase transitoria, fino al 31 dicembre 2024, nel corso della quale saranno attuati i provvedimenti organizzativi: reclutamento di nuovi magistrati e personale amministrativo, ufficio per il processo, informatizzazione delle procedure.
Tra le norme di immediata attuazione previste negli emendamenti approvati vi è il "Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia penale" che dovrà fornire dati per le determinazioni che dovranno essere adottate da ministro della Giustizia e Csm. È uno snodo trascurato, ma assolutamente fondamentale. Più magistrati, più cancellieri sono necessari, così come innovazioni organizzative e tecnologiche, ma non si può ignorare che oggi vi sono inaccettabili disparità di efficienza tra sedi e sedi che non dipendono dalle risorse disponibili. Se poi si riuscisse a riaprire il discorso sulla revisione della geografia giudiziaria, si eviterebbero sprechi di risorse. Il Comitato, se non vorrà essere un orpello, dovrà, per così dire, stare con il fiato sul collo degli uffici giudiziari meno efficienti.
Ai magistrati spetta raccogliere questa sfida che le nuove risorse disponibili imporranno. Sui media i titoli spettano ai proclami di alcuni magistrati "illustri" che sanno-loro-come risolvere-tutto, ma nelle liste riservate di discussione dei magistrati, pur con accenti critici ad aspetti della legge, l'invito è quello di "rimboccarsi le maniche". Cito testualmente sulle cose da fare da una delle mail, che ha ricevuto molti consensi: "La prima è senz'altro quella che stiamo facendo, evidenziando le criticità e discutendo dei correttivi e di quello che potrebbe ancora farsi, fra cui per esempio una seria depenalizzazione. Continueremo anche dopo l'approvazione della legge. [...] Serve allora la seconda cosa. Lavorare per attuare al meglio le nuove norme ed utilizzare nel modo giusto le risorse umane e tecnologiche che arriveranno".
Lo scontro tutto ideologico sulla prescrizione ha finito per porre in seconda linea le altre riforme dirette a rendere più celere il processo. Il testo approvato alla Camera, forse lo chiameremo "ex- Bonafede", introduce molte (purtroppo non tutte) delle innovative proposte della Commissione Lattanzi diretta ad incidere sui tempi dei processi, riformula con migliorie tecniche diverse norme dell'ordinario progetto Bonafede, ne mantiene altre molto opinabili. Una rapida rassegna con accenti adesivi e critici, per aprire una discussione di merito che potrebbe anche portare a miglioramenti nella trattazione al Senato in settembre. In un clima politico più disteso in cui la prescrizione sia capitolo chiuso, vi potrebbero esser aperture a modifiche su aspetti specifici.
Le innovazioni positive sono rilevanti a partire dal regime delle notificazioni, tema per i non tecnici marginale, ma cruciale nella pratica. Ma soprattutto troviamo ampliamento dei criteri per l'archiviazione, accesso più diretto alle pene alternative al carcere, recupero di efficacia alla pena pecuniaria, giustizia riparativa. Vi sono poi snellimenti delle procedure, senza sacrifici per le garanzie di difesa: definizione anticipata della competenza per territorio per evitare che un processo, come è avvenuto, possa andare avanti fino in cassazione e poi tornare daccapo; norme equilibrate per il recupero di attività già svolta in caso di mutamento di un giudice del collegio. Una opportuna norma garantista di controllo ex post in materia di perquisizioni, atto necessariamente a sorpresa, disposto dal pm senza preventiva autorizzazione del Gip. Opportuna la proposta di "allineare la procedura di approvazione dei progetti organizzativi delle procure della Repubblica a quelle degli uffici giudicanti".
Dove questo coordinamento organizzativo nella prassi ha già operato si sono avuti risultati eccellenti in termini di durata complessiva dei processi,
Ma non mancano aspetti problematici sui quali sarebbe auspicabile una riflessione ulteriore. L'iscrizione di un indagato nel registro notizie di reato non è, pressoché mai, un automatismo, e l'affrettata iscrizione crea danni non rimediabili. Pretendere di precisare i presupposti della iscrizione "in modo da soddisfare le esigenze di garanzia, certezza e uniformità delle iscrizioni" (art. 1 comma 6 p) è aspirazione encomiabile, ma vana, tante sono le varianti nella pratica, non risolvibili con il "senno del poi".
La procedura di retrodatazione è destinata ad aprire conflittualità di cui non si sente il bisogno. Del tutto inopportuno, ancora una buona intenzione con effetti negativi, è l'ampliamento dei casi in cui il pm può mandare a giudizio con citazione diretta, senza passare dal Gip. L'eccesso di produttività dei pm affossa i giudicanti ed è sbagliato l'incentivo al pm di liberarsi del fascicolo mandandolo comunque a giudizio, piuttosto che richiedere l'archiviazione. Si tratta dei reati minori sui quali dovrebbe intervenire una drastica depenalizzazione.
Non condivido per nulla gli allarmi da più parti lanciati sul tema delle priorità sull'esercizio dell'azione penale dettate dal Parlamento. Prescrivendo l'obbligatorietà dell'azione il Costituente ha voluto "soltanto" fissare un principio: l'eguaglianza di tutti davanti alla legge sancita dall'art. 3 esige che nell'applicazione della legge penale il primo attore, il pm, sia sottratto a ogni influenza dell'esecutivo. La norma ora approvata prevede che "gli uffici del pubblico ministero, per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, nell'ambito dei criteri generali indicati dal Parlamento con legge, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati, da indicare nei progetti organizzativi delle procure della Repubblica, al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con priorità rispetto alle altre".
Una formulazione infelice che induce equivoci, ma non giustifica allarmi. Più correttamente si dovrebbe fare riferimento non a "criteri di priorità" ma agli indirizzi di politica criminale adottati dal Parlamento su proposta del governo. Come mi è già capitato di osservare su questo giornale (8 giugno 2021), la politica criminale, più che in direttive di priorità, si concreta nelle scelte organizzative sull'impiego delle risorse materiali e tecnologiche e nella distribuzione del personale di magistratura e delle forze di polizia e infine nell'adeguamento della normativa penale processuale e sostanziale. Le eventuali priorità che fossero definite annualmente a livello nazionale devono essere calibrate a livello locale e costantemente monitorate.
La attuazione pratica di questi indirizzi nella singola Procura si traduce nella dislocazione delle risorse materiali, tecnologiche e umane. Proviamo a fare un solo paradossale esempio: ove un malaccorto Parlamento, magari per "riguardo" ad un leader politico della maggioranza indagato, dimenticasse di indicare tra i reati prioritari la corruzione, la Procura competente, protetta dal principio costituzionale, doverosamente porrebbe tra le priorità quella indagine specifica.
Ed infine un accenno a due questioni che meriterebbero un più approfondito sviluppo. Il tema del diritto all'oblio, pare sotto l'impulso dell'infaticabile on. Enrico Costa, è stato inserito all'ultimo in un emendamento (art 1 comma 25) il quale prevede che "il decreto di archiviazione e la sentenza di non luogo a procedere o di assoluzione costituiscano titolo per l'emissione di un provvedimento di deindicizzazione che, nel rispetto della normativa dell'Unione europea in materia di dati personali, garantisca in modo effettivo il diritto all'oblio degli indagati e degli imputati". Per fortuna si tratta di una legge delega e vi sarà tutto il tempo per fare giustizia di una formulazione particolarmente malaccorta di un problema molto serio.
Il cosiddetto diritto all'oblio riguarda i condannati non meno che gli assolti quando si tratti di un caso che non presenti più (o anche non abbia mai presentato) un interesse pubblico al permanere della divulgazione della notizia. La valutazione dell'interesse pubblico, salvo casi di evidente strumentalizzazione, non può che essere rimessa alla libertà di espressione e di critica. Non dovremmo forse più parlare (ma lo ha fatto la stessa Corte di Cassazione) di un eventuale ruolo nella strage di Piazza Fontana di Franco Freda e Guido Ventura pur definitivamente assolti? Per converso il diritto all'oblio potrebbe essere invocato da un soggetto, condannato per grave reato che a suo tempo andò sulle cronache, quando dopo una lunga pena detentiva, rientrasse nella vita sociale da libero, magari in un luogo del tutto lontano da quello del fatto a suo tempo commesso.
Ancora il nostro infaticabile on. Costa, dopo avere meritoriamente sollecitato il nostro paese ad impegnarsi per l'attuazione della Direttiva (UE) 2016/343 del 9 marzo 2016 sulla presunzione di innocenza, sembra voler porre nel mirino le conferenze stampa dei Procuratori della Repubblica. Evidenti alcuni abusi, ma difficile porre delle regole.
Il problema, a mio avviso, non è se, ma come la Procura, deve comunicare nella fase coperta dal segreto investigativo. Naturalmente è compito del Procuratore, cui è affidata la responsabilità della gestione dell'ufficio e della comunicazione, governare le spinte al "protagonismo" dei magistrati dell'ufficio, ma dal "protagonismo" non sono esenti anche alcuni degli stessi Procuratori.
È un difficile esercizio di equilibrio, ma spesso la conferenza stampa ufficiale, attuata in urgenza (per rispetto ai tempi dei media e per evitare la diffusione di notizie parziali o distorte), è l'unico strumento per veicolare informazioni, garantendo parità di accesso a tutti i giornalisti. È difficile proporre una casistica per questo tipo di conferenze stampa, tanto disparate sono le situazioni: necessità di correggere informazioni errate, contributo ad una informazione puntuale su aspetti che non danneggiano il segreto investigativo, appelli a fornire notizie. Qualunque sia la normativa che il nostro legislatore adotterà rimane essenziale l'assunzione di responsabilità e la deontologia degli operatori di giustizia e degli operatori dell'informazione. Ciascun caso, ciascuna vicenda presenta aspetti particolari ma il concetto di rispetto della dignità della persona offre un orientamento chiaro.
di Mario Chiavario
Avvenire, 4 agosto 2021
Dunque, nella notte tra un lunedì e un martedì d'agosto, a sancire il 'sì' della Camera al testo sulla giustizia penale sono stati i voti di fiducia su un paio di 'maxiemendamenti'. Un'anomalia istituzionale, quantunque prassi divenuta usuale da decenni. E non stupisce neppure più che un Governo s'induca a ricorrervi, più che per neutralizzare tentativi ostruzionistici dell'opposizione, per fronteggiare tensioni interne a una maggioranza di forze fra loro alleate ma antagoniste, e non sedate neppure dopo estenuanti trattative svolte a latere del fisiologico confronto parlamentare. Né imbarazza il fatto che qui si tratti di riforme di normative attinenti, come poche altre, al cuore delle libertà.
Non esaltante, comunque, lo spettacolo offerto alla pubblica opinione, ulteriormente spinta a convincersi che a molti uomini di partito i contenuti delle leggi interessano assai meno delle occasioni che forniscono per avanzare divergenti richieste sulla soglia del ricatto e piantare poi, nel siglare tregue armate, bandierine su vere o presunte 'vittorie'.
Ne ha sofferto la stessa messa a punto della riforma, che nell'insieme e sotto tanti profili è tutt'altro che... 'da buttare' o, come qualcuno ha detto, mero 'fumo negli occhi'. Stretta era sicuramente l'urgenza e limitata l'area su cui ci si poteva e doveva muovere, stante l'aggancio con il Next Generation Eu e il condizionamento dell'erogazione dei fondi relativi: non vincolante nei dettagli delle soluzioni, ma pur reale quanto all'obiettivo, una riduzione della durata dei processi, da contemperare in un difficile equilibrio con una serie di esigenze d'altro genere, anche di ordine costituzionale.
Obiettivo e limiti, di cui ha mostrato di essere ben consapevole la stessa ministra Cartabia, anche nell'atto di affidare alla Commissione Lattanzi il compito di fornire una base per le proposte che avrebbe portato in Parlamento. E analoga consapevolezza ha animato il lavoro di quella Commissione, traducendosi in breve tempo in un prodotto, indiscutibilmente, di eccellente fattura. Dispiace che di quel prodotto - in larga parte trasfuso nel testo appena votato - siano rimasti in sottofondo, per il grande pubblico, tanti aspetti qualificanti.
L'attenzione si è infatti concentrata quasi per intero sulla questione, pur delicatissima, della prescrizione, principale oggetto di un complicato compromesso faticosamente raggiunto in extremis a livello politico. E ci vorrà del tempo per capire se il contesto, con i promessi incrementi di personale giudiziario e ausiliario, con la digitalizzazione di tanti adempimenti e con le riforme più propriamente procedurali, consentirà di dare davvero per vinta quella che oggi è una scommessa: quella di ridurre entro margini trascurabili il rischio che, sotto l'ombrello di un'inedita specie di 'improcedibilità' legata ai termini fissati per i giudizi di appello e di cassazione, l'impunità copra delitti che gridano vendetta.
E dispiace, in particolare, che pochi abbiano colto l'impegno della Commissione - in piena armonia con una linea più volte espressa, anche come studiosa, proprio da Marta Cartabia - di dare impulso a strumenti diretti a sostituire una logica 'riparativa' a quella meramente 'repressiva' in risposta alla massa di 'microcriminalità' (che però non è tale per chi la subisce). Peccato soprattutto che nel testo votato ieri notte sia scomparsa l'innovazione denominata, forse un po'... deamicisianamente, "archiviazione meritata".
All'estero, dove sono parecchi i Paesi che vantano in proposito decenni di esperienze fruttuose, si parla di "archiviazione condizionata". Uno strumento che consentirebbe di chiudere il conto penale con il reo a conclusione delle indagini preliminari, ossia prima del vero e proprio processo; ma, a differenza di quanto accade con altri meccanismi anche tradizionali, non con un provvedimento d'indulgenza, bensì - ed è bene sottolinearlo, ad evitare fraintendimenti su un supposto 'buonismo' di basso profilo - a precise condizioni: appunto, la volontaria accettazione, e l'effettiva prestazione controllata, di condotte riparative, a beneficio della vittima e/o della collettività (risarcimento del danno, lavori di pubblica utilità...). Accantonamento definitivo, oppure, 'ce lo chieda o no l'Europa', possiamo sperare che se ne faccia oggetto di una prossima riforma ad hoc o in connessione con quella carceraria?
di Nello Rossi
Il Dubbio, 4 agosto 2021
Il magistrato è sempre pronto ad assumersi l'onere di giudicare nel merito, ma il compromesso sul Ddl penale sfida la Costituzione, che assegna al legislatore la responsabilità sui tempi del giudizio. Il giudice diverrà l'arbitro ultimo dei tempi del processo? Sarà il magistrato penale a dover compiere la scelta - drastica e potenzialmente drammatica - tra dichiarazione di improcedibilità dell'azione penale, destinata a porre fine alla vicenda processuale, e il prolungamento del processo al di là degli ordinari termini di legge? È quanto prevede l'ultima versione della riforma del processo penale, che al giudice attribuisce un inedito potere: prorogare, in ragione della complessità del procedimento (per numero delle parti o delle imputazioni o per la natura delle questioni giuridiche o di fatto da affrontare), la durata dei giudizi di appello e di Cassazione.
Proroga che potrà essere adottata una sola volta per la generalità dei procedimenti, mentre sarà reiterabile per i giudizi di impugnazione su reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale aggravata e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Per comprendere come si sia giunti a questa soluzione (non paragonabile, per la sua portata e i suoi effetti, alle decisioni sulla proroga della custodia cautelare) occorre ribadire, ancora una volta, il peccato originale della riforma, o meglio della "mediazione" Cartabia, e rappresentare la cascata di conseguenze negative che ne è scaturita.
Il nervo della prescrizione - Il peccato originale sta nel non avere seguito la strada di coraggiosa deflazione del carico giudiziario tracciata dalla Commissione Lattanzi, rinunciando (in nome di un astratto rigorismo?) ad alcuni istituti innovativi, come l'archiviazione meritata, e limitando la portata di altri strumenti di riduzione del numero dei processi e di accelerazione della loro durata: dalla restrizione dell'area del patteggiamento alla retromarcia in materia di appelli del pm, delle parti civili e degli imputati. Con l'effetto di lasciare nuovamente scoperto e dolente il nervo della prescrizione, punto di scarico finale di tutte le irrisolte contraddizioni del processo, e di riattizzare uno scontro politico cui si poteva sperare di porre fine solo ristrutturando l'intero assetto del procedimento e del processo.
Compromessi politici o di necessità - Da qui in poi sono cominciati i compromessi, politici o di necessità. Il primo è consistito nell'affidarsi - per misurare i limiti temporali del processo - ad un sistema ibrido, frutto della meccanica addizione del regime della "prescrizione sostanziale" voluto dal governo Cinque Stelle- Lega con un inedito regime di "prescrizione processuale", ovvero l'improcedibilità dell'azione penale per superamento dei termini dei giudizi di appello e di Cassazione. Sistema potenzialmente produttivo di risultati paradossali, già messi in luce da più commentatori, e, quel che più conta, risultato insostenibile in numerose Corti di appello, gravate da grandi quantità di processi.
Cosa dice la Costituzione - Ed ecco che, per rispondere alle critiche, ha preso corpo il secondo compromesso: la previsione di più ampi termini di legge per la celebrazione dei giudizi di appello e di Cassazione, affidata però alla "facoltà" del giudice di prorogare tali termini con una ordinanza motivata e ricorribile dinanzi alla Suprema Corte. L'ultima parola al giudice, dunque. Non solo, come è naturale, sui fatti e sulle responsabilità, sulla colpevolezza o sull'innocenza, ma anche sulla durata del processo.
Eppure, secondo la Costituzione, è "la legge" che deve assicurare la ragionevole durata del processo e, aggiungiamo, la ragionevole prevedibilità di tale durata. Ed è perciò il legislatore che deve fissare la cornice temporale ed i limiti invalicabili di ogni processo, valutando il "fattore tempo" nelle sue diverse valenze: tempo dell'oblio sociale nei confronti del reato; vicinanza temporale tra i fatti per cui si procede e il giudizio, per permettere all'innocente di fornire prove a discarico, irrintracciabili a eccessiva distanza dagli eventi; grado di accettabilità di una condizione di imputato troppo a lungo protratta.
I problemi spinosi - Il sentiero impervio, oggi imboccato, legittima molti e inquietanti interrogativi. Quanto saranno comprensibili e socialmente accettabili scelte "operative" sui tempi dei processi (inevitabilmente diverse a seconda dei casi) che incideranno profondamente sul destino ultimo degli imputati? Fino a che punto il "merito" di tali scelte sarà controllabile dal giudice di legittimità? A quali rischi esse esporranno magistrati che sono pronti ad assumere ogni responsabilità per un giudizio emesso in scienza e coscienza ma che, in questo caso, saranno chiamati a valutazioni di diversa natura, con effetti salvifici o pregiudizievoli? Mentre la politica saluta con soddisfazione il primo passo della riforma del processo penale e ciascuna forza politica si affanna a rivendicare il suo "decisivo" contributo, è giusto che chi si occupa di giustizia ponga, tra gli altri, questi spinosi problemi. Non per guastare la festa, né per negare l'indispensabilità di un intervento riformatore, ma per avvertire che il congegno messo in campo rischia di risultare difettoso quando sarà sottoposto alla prova della realtà.
La durata dei processi - Se, per realismo, si dovrà prendere atto che non ci sono più margini per sanare il peccato originale della riforma né per abbandonare la soluzione ibrida messa in cantiere sulla durata dei processi, si può chiedere almeno di rimeditare questo aspetto della nuova normativa, fissando per legge - e senza interventi dei giudici - congrui termini di improcedibilità, calibrati sulla gravità e sull'allarme sociale dei diversi reati e sulla complessità dei relativi giudizi? Ciò sarebbe in sintonia con le indicazioni offerte dal giudice costituzionale che, anche nella recentissima pronuncia n. 140 del 2021, ha insistito sul ruolo irrinunciabile del legislatore nel fornire un quadro di certezze sulla durata dei processi.
Lo sappiamo: si potrà sostenere che il principio di legalità è comunque rispettato dalle norme oggi dettate in materia di proroghe, anche se esso appare vacillante di fronte all'ipotesi estrema di proroghe reiterate. Ma resta che l'equilibrio - o piuttosto l'esercizio di equilibrismo - immaginato come via di fuga da una impasse tutta politica allontana la realizzazione della promessa costituzionale di un processo di ragionevole durata e incide pesantemente su fondamentali garanzie dei cittadini. Recedere da una scelta improvvida sarebbe una prova di saggezza da parte di un Parlamento che volesse liberarsi dalle pressioni e dai condizionamenti impropriamente esercitati dalla politica politicante sulle questioni di giustizia.
La riforma non basta a smaltire l'arretrato dei Tribunali: serve amnistia, indulto e taglio dei reat
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 4 agosto 2021
Il neo-presidente del Tribunale di Napoli Nord ha reso pubblico, in una recente intervista, il tragico dato, noto agli addetti ai lavori, in base al quale il suo ufficio sta fissando le prime udienze penali al 30 dicembre 2025, cioè di qui a oltre quattro anni. Ciò vuol dire in pratica che i fatti sottoposti alla valutazione del Collegio o del Giudice monocratico sono accaduti almeno, in media, sei o sette anni fa, se non ancora prima.
I tempi del rinvio a giudizio o della richiesta di rinvio a giudizio a opera della Procura di quel Tribunale sono, infatti, di almeno due o tre anni, se non ancora più lunghi. Facendo un esempio pratico ma reale, per una querela depositata nel novembre del 2019, ove venga disposto ora il rinvio a giudizio (cosa niente affatto scontata), l'inizio del processo avverrebbe dopo oltre sei anni. Immaginate la tensione psicologica, nel corso di quest'arco temporale, per l'imputato/i e la persona/e offesa/e e il livello qualitativo dell'attività dibattimentale, dove i testi dovranno riferire su avvenimenti che avranno ormai dimenticato o, comunque, riposti in un angolo remoto della corteccia cerebrale, con il risultato che il loro recupero sarà parziale e probabilmente non fedele a quanto visto.
Tutto ciò accade in un Tribunale istituito solo otto anni fa, nel 2013. Il giovane ufficio giudiziario, pertanto, può essere portato a esempio per comprendere lo stato comatoso del processo penale perché, se gli "adolescenti" stanno male, figuriamoci gli "anziani".
E invero la Corte di appello di Napoli - nel cui distretto figurano, oltre Aversa, i Tribunali di Avellino, Benevento, Nola, Santa Maria Capua Vetere e Torre Annunziata - ha una pendenza di oltre 57mila fascicoli. In che modo l'annunciata e ormai prossima riforma del processo penale potrà incidere su questo "oceano di carte", all'interno delle quali restano sospesi i diritti e le aspettative di tantissime persone? Come potrà velocizzare i nuovi processi e allo stesso tempo porre fine ai vecchi?
Il titolo del disegno di legge "Delega al Governo per l'efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti di appello" lascerebbe ben sperare, nonostante l'atto sia stato assegnato alla II Commissione Giustizia della Camera dei deputati, in sede referente, il 24 aprile 2020 e l'esame sia cominciato il successivo 25 giugno. La svolta vi è stata con il cambio di passo del governo Draghi, in carica dal 13 febbraio 2021, e in particolare con la nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia che, seppur nei limiti consentiti dall'ampio (fin troppo) arco parlamentare, ha predisposto un percorso lungo la strada maestra indicata dalla Costituzione e non attraverso "sentieri sterrati e bui". Il governo Draghi è riuscito, poi, a trovare l'accordo nella maggioranza con l'obiettivo di concludere i lavori alla Camera prima della pausa estiva, per poi portare in Senato il provvedimento a settembre.
Tra le novità più rilevanti spicca l'improcedibilità per il superamento dei termini di durata massima del giudizio in Corte di appello e in Cassazione. Per l'appello, il termine viene fissato in due anni; per la Cassazione, invece, un solo anno. Con ordinanza motivata, tale termine potrà essere prorogato per un periodo non superiore a un anno nel giudizio di appello e a sei mesi in Cassazione. Previste ulteriori proroghe quando si procede per particolari delitti, come quelli relativi a organizzazioni criminali. Vengono costituiti il Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia penale, sulla ragionevole durata del procedimento e sulla statistica giudiziaria e il Comitato tecnico-scientifico per la digitalizzazione del processo, con funzioni di consulenza e supporto per le decisioni tecniche da adottare. Va immediatamente chiarito che la riorganizzazione del settore coinvolge unicamente i procedimenti per reati commessi da gennaio 2020 e non entrerà subito in vigore per consentire agli uffici giudiziari di avere le annunciate nuove risorse finanziarie e umane che dovrebbero portare all'auspicata accelerazione della procedura. Un futuro, dunque, che si prospetta
in parte roseo, ma che non tiene conto di almeno due circostanze fondamentali che potrebbero rappresentare un campo minato, pronto a esplodere su quella strada maestra che prima abbiamo indicato. Innanzitutto che la maggior parte dei procedimenti si ferma nella fase delle indagini preliminari e non solo ad Aversa, come nel caso indicato in precedenza. L'aver previsto, in riforma, la citazione a giudizio solo in presenza di una ragionevole probabilità di condanna, non è certo una novità, perché l'articolo 425 del codice di procedura penale vigente già impone il non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti risultino insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio. Resta, poi, l'enorme arretrato da smaltire che continuerà a ingolfare Tribunali e Corti e ben poco potrà fare il Comitato tecnico-scientifico appena istituito. Lo ripetiamo ancora una volta: la strada maestra va ripulita con l'amnistia e con l'indulto e l'avvenuto cambio di passo sarà effettivamente veloce con un'ampia depenalizzazione.
di Liana Milella
La Repubblica, 4 agosto 2021
Il presidente dell'Anm interviene sul prossimo decreto legislativo di via Arenula. Andrà in Cdm questa settimana e limita le conferenze stampa ai soli procuratori e solo per le inchieste importanti. I singoli pm non potranno più parlare. "La direttiva europea sulla presunzione d'innocenza esiste, e bisogna tenerne conto. Ma non credo che le conferenze stampa potranno essere abolite perché sarebbe un danno al diritto all'informazione".
Il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, a caldo, e senza aver letto il testo di via Arenula (come lui stesso precisa), commenta la notizia pubblicata da Repubblica e dice: "Il processo consegna un colpevole nel momento in cui si conclude con una condanna definitiva. Ciò non significa che prima che questo accada non si possa e non si debba parlare di ciò che avviene nel processo".
Presidente Santalucia ha letto Repubblica con la notizia di una prossima stretta di via Arenula sulla comunicazione delle procure?
"Sì, ho letto che il ministero della Giustizia si accinge ad attuare la direttiva europea sul rafforzamento della presunzione d'innocenza. Questo principio era proprio nella legge di delegazione europea e c'era da spettarsi che il governo avrebbe lavorato in questa direzione".
E come giudica la strada intrapresa?
"Premetto che non conosco il testo e che giudizi in queste materie non possono essere dati se non dopo aver letto l'articolato perché il dettaglio in questi casi è essenziale..."
Però l'obiettivo è chiaro, permettere al solo procuratore della Repubblica le comunicazioni con la stampa...
"Sì, certo, l'obiettivo è chiaro ed è noto da tempo, cioè assicurare l'effettività del principio, contenuto anche nella nostra Costituzione, della presunzione di non colpevolezza. E già oggi, la legge Mastella del 2006 sull'ordinamento giudiziario, incarica il procuratore di tenere i contatti con la stampa, responsabilizzando il dirigente della procura sulla delicatezza di queste incombenze".
Però qui si fa un passo in avanti in una duplice direzione. Da una parte i pm non potranno più parlare, e dall'altra il procuratore potrà ricorrere alla conferenza solo se ha in mano un'inchiesta di particolare rilievo. E questa, giornalisticamente, si può definire come una stretta...
"Ripeto che non conosco il testo. Ma non credo che le conferenze stampa saranno abolite perché ciò sarebbe un danno al diritto all'informazione che riguarda anche ciò che avviene nella fase delle indagini. Altro è il discorso sul richiamo a determinati principi che devono essere ben presenti anche quando si fa una conferenza stampa e cioè che l'indagato o l'imputato non sono per ciò stesso dei colpevoli".
Ma non ritiene che un simile passo del governo, in questo momento, si possa leggere comunque come un invito a stare zitti il più possibile?
"Sarebbe un errore, a prescindere dal momento, se le nuove norme alterassero un delicato equilibrio tra diritti all'informazione e diritti dell'indagato o dell'imputato. Spero che ciò non avvenga, perché sui principi siamo tutti d'accordo. Il processo consegna un colpevole nel momento in cui si conclude con una condanna definitiva. Ciò non significa che prima che questo accada non si possa e non si debba parlare di ciò che avviene nel processo. Ma lo si deve fare tenendo presente la regola fondamentale della Costituzione sulla presunzione di non colpevolezza".
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